ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

per giulio

lunedì 1 marzo 2021

La rivolta di Kronstadt raccontata da Marcello Flores

QUI IL PODCAST  


 

CRESCITA POLITICA newsletter comunista anarchica - numero febbraio 2021


 

 

 

- Et voilà. Lrs jeux sontgait
di Saverio Craparo


- Il suicidio del Parlamento
di Andrea Bellucci


- L'economia di Draghi e
quella del Dragone                                                                                                                                        di Gianni Cimbalo
 

- Il bandito di Riyad e la sua
banda                                                                                                                                                             La Redazione

I guai di Biden                                                                                                                                               di G. L.
 

- Osservatorio Economico
di Saverio Craparo

- Cosa c'e di nuovo

QUI PUOI LEGGERLO 

DIFESA SINDACALE - Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n°55 febbraio 2021


 

 

 

 

 

 

 

 

 QUI IL NUMERO n°55 DI FEBBRAIO 2021  

100 anni dalla rivolta di Kronstadt: ricordare significa lottare! - Dichiarazione anarchica internazionale sul centenario della rivolta di Kronstadt del 1921

 QUI ARTICOLO ORIGINALE

"Che i lavoratori di tutto il mondo sappiano che noi, i difensori del potere dei soviet, vigileremo sulle conquiste della rivoluzione sociale. Noi conquisteremo o periremo sotto le rovine di Kronstadt, combattendo la giusta causa delle masse lavoratrici. I lavoratori di tutto il mondo ci giudicheranno. Il sangue degli innocenti sarà sulle teste dei comunisti, selvaggi pazzi ubriachi di potere.
Viva il potere dei soviet!"

Il Comitato Rivoluzionario Provvisorio di Kronstadt

Il 1° marzo 1921, il Soviet di Kronstadt si sollevò in rivolta contro il regime del Partito "Comunista" russo. La guerra civile era effettivamente finita, con l'ultimo degli eserciti bianchi nella Russia europea sconfitto nel novembre 1920. Le rimanenti battaglie in Siberia e in Asia centrale erano oltre l'estensione territoriale di quella che sarebbe stata l'URSS l'anno successivo. Le condizioni economiche, tuttavia, rimanevano terribili. In risposta, gli scioperi scoppiarono in tutta Pietrogrado nel febbraio 1921. I marinai di Kronstadt inviarono una delegazione per indagare sugli scioperi.

Il contesto

La città di Kronstadt si trova sull'isola di Kotlin, che domina le vie di accesso a Pietrogrado. Era la sede della più grande base navale russa e fu un bastione della politica rivoluzionaria dal 1905. Ha giocato un ruolo importante nelle rivoluzioni del 1905 e del 1917. Il Soviet di Kronstadt fu istituito nel maggio 1917, non molto tempo dopo quello di Pietrogrado.

Durante tutto il 1917, i soviet si erano moltiplicati e rafforzati in tutto l'impero russo. In ottobre, avevano rovesciato il governo provvisorio. Il Secondo Congresso panrusso dei Soviet prese il potere nelle proprie mani. Il Congresso, tuttavia, accettò una proposta bolscevica di nominare un Consiglio dei Commissari del Popolo per agire come un gabinetto esecutivo sul Soviet. I bolscevichi non persero tempo nel creare un apparato statale con poteri coercitivi. Fondamentalmente, subordinarono i soviet locali e regionali a quello centrale.

Già nell'aprile 1918, i bolscevichi iniziarono la repressione contro gli anarchici e iniziarono le purghe dei soviet. La Rivoluzione d'Ottobre aveva stabilito la libertà di stampa e il diritto dei soldati di eleggere i loro ufficiali, ma i bolscevichi rovesciarono questi e molti altri cambiamenti sociali vitali nel corso della guerra civile.

La repressione di ogni opposizione, il comunismo di guerra e le requisizioni forzate imposte dai plotoni di esecuzione, insieme alla diffusione della povertà e della fame, alienarono molte delle simpatie che operai e contadini avevano riposto nel bolscevismo. Le proteste degli operai e dei contadini contro le misure autoritarie bolsceviche furono frequenti dal 1918 al 1921, comprese diverse ondate di scioperi operai.

La risoluzione di Petropavlovsk

Gli scioperi di Pietrogrado del febbraio 1921 spinsero i marinai di Kronstadt ad inviare una delegazione per indagare e riferire. I marinai stessi erano stati scontenti della gestione della Marina e avevano deposto il loro comandante in gennaio. Il rapporto della delegazione indusse all'approvazione della risoluzione di Petropavlovsk:

In considerazione del fatto che gli attuali soviet non esprimono la volontà degli operai e dei contadini, tenere immediatamente nuove elezioni a scrutinio segreto, avere la campagna pre-elettorale caratterizzata dalla piena libertà di agitazione tra gli operai e i contadini;

- Stabilire la libertà di parola e di stampa per gli operai e i contadini, per gli anarchici e i partiti socialisti di sinistra;
- Assicurare la libertà di riunione per i sindacati e le organizzazioni contadine;
- Convocare una conferenza apartitica degli operai, dei soldati dell'Armata Rossa e dei marinai di Pietrogrado, Kronstadt e della provincia di Pietrogrado, non oltre il 10 marzo 1921;
- Liberare tutti i prigionieri politici dei partiti socialisti, così come tutti gli operai, i contadini, i soldati e i marinai imprigionati in relazione al movimento operaio e contadino;
- Eleggere una Commissione per rivedere i casi dei detenuti nelle prigioni e nei campi di concentramento;
- Abolire tutti i politotdeli (uffici politici) perché nessun partito dovrebbe ricevere privilegi speciali nella propagazione delle sue idee o ricevere il sostegno finanziario del governo per tali scopi. Invece dovrebbero essere istituite commissioni educative e culturali, elette localmente e finanziate dal governo;
- Abolire immediatamente tutte le zagryaditelniye otryadi (unità bolsceviche armate per sopprimere il traffico e confiscare generi alimentari);
- Eguagliare le razioni di tutti coloro che lavorano, con l'eccezione di quelli impiegati in mestieri dannosi per la salute;
- Abolire i distaccamenti di combattimento bolscevichi in tutti i rami dell'esercito, così come le guardie bolsceviche in servizio nelle unità militari e nelle fabbriche. Se tali guardie o distaccamenti militari fossero necessari, devono essere nominati nell'esercito dai ranghi, e nelle fabbriche secondo il giudizio degli operai;
- Dare ai contadini piena libertà d'azione per quanto riguarda la loro terra, e anche il diritto di tenere il bestiame, a condizione che i contadini gestiscano ciò con i loro propri mezzi; cioè, senza impiegare manodopera a pagamento;
- Chiedere a tutti i rami dell'esercito, così come ai nostri compagni militari kursanti, di aderire alle nostre risoluzioni;
- Richiedere che la stampa dia il massimo risalto alle nostre risoluzioni;
- Nominare una Commissione di controllo itinerante;
- Permettere la libera produzione kustarnoye (piccola scala individuale) con l'utilizzo dei propri mezzi.

Questa risoluzione può essere riassunta come contenente due richieste fondamentali: il ripristino della democrazia sovietica e un compromesso economico con i contadini.

La rivolta e la soppressione

Il 1° marzo, una riunione di massa convocata dal Soviet di Kronstadt approvò la Risoluzione di Petropavlovsk. Fu l'inizio dell'insurrezione di Kronstadt. Nei giorni successivi, i ribelli provarono a negoziare con il governo bolscevico. Permisero a Kalinin di tornare a Pietrogrado. Ignorarono il consiglio degli ufficiali zaristi (che erano stati impiegati dalla Marina come consulenti tecnici) di prendere misure militari, compresi gli attacchi alla terraferma. I bolscevichi non ricambiarono e arrestarono le delegazioni di Kronstadt che raggiungevano luoghi sulla terraferma.

Il governo attaccò il 7 marzo, ma fu sconfitto, avendo perso forze sostanziali per defezioni. Un attacco più serio il 10 marzo fu anch'esso sconfitto, con molte perdite da parte bolscevica. L'attacco finale, con forze molto più grandi, avvenne il 17-18 marzo e riuscì a conquistare Kronstadt e a sopprimere la rivolta.

L’eredità

Oggi gli anarchici ricordano il centenario della rivolta di Kronstadt per due motivi. In primo luogo, dimostra che non è vero che l'unica alternativa al capitalismo in Russia era il regime autoritario e repressivo del cosiddetto partito "comunista". Il popolo di Kronstadt aveva mantenuto vivi i valori originali della Rivoluzione Russa e li stava sollevando di nuovo contro il governo commissariale del Partito. Hanno fallito perché il popolo russo era esausto, non perché le loro idee sono state respinte.

In secondo luogo, ricordiamo Kronstadt perché la vera storia della ribellione è molto diversa dalle versioni menzognere diffuse da vari gruppi leninisti e mostra quanto i bolscevichi si fossero allontanati dai principi su cui era stata fondata la Rivoluzione d'Ottobre. Il popolo di Kronstadt voleva soviet democratici, non un'Assemblea Costituente che poteva solo stabilire un governo capitalista. Rifiutò l'aiuto dall'estero, rivolgendosi invece agli operai e ai contadini della Russia. E nel corso del conflitto mostrò coerentemente principi più elevati, tentando in ogni momento e persino durante la battaglia finale di fraternizzare con le truppe governative e conquistarle politicamente. Alcuni leninisti, nel disperato tentativo di difendere la credibilità della denuncia dei bolscevichi dell'insurrezione di Kronstadt come controrivoluzionaria, citano dichiarazioni di bolscevichi di Kronstadt nel periodo successivo. Riteniamo necessario soltanto precisare che queste dichiarazioni furono firmate da persone detenute in prigione e minacciate di esecuzione. Dichiarazioni false possono essere ottenute di solito per molto meno.

I bolscevichi (che allora si chiamavano Partito "Comunista") tennero il loro 10° Congresso durante il periodo della rivolta di Kronstadt. I critici della ribellione spesso citano gli articoli della Risoluzione di Petropavlovsk come richiesta di un compromesso inaccettabile con i contadini, ma raramente menzionano che il 10° Congresso approvò la Nuova Politica Economica, che era un compromesso molto più ampio. In verità, gli aspetti della Risoluzione di Petropavlovsk che erano inaccettabili per i bolscevichi erano quelli che stabilivano la richiesta di democrazia sovietica. Erano i bolscevichi, non il popolo di Kronstad, che si mettevano contro la classe lavoratrice.

Oggi gli anarchici e le anarchiche lavorano per nuove rivoluzioni delle classi lavoratrici e popolari in tutto il mondo e lottano per la più completa democrazia diretta al loro interno. Ci ispiriamo ai e alle ribelli di Kronstadt e puntiamo a far sì che, anche se in ritardo, non abbiano versato il loro sangue invano.

Tutto il potere ai Soviet!

Viva il potere dei Soviet liberamente eletti!

☆ Alternative Libertaria/ Federazione dei Comunisti Anarchici (AL/FdCA) – Italia
☆ Anarchist Communist Group (ACG) – Gran Bretagna
☆ Αναρχική Ομοσπονδία - Anarchist Federation - Grecia
☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement (AWSM) – Aotearoa/Nuova Zelanda
☆ Coordenação Anarquista Brasileira (CAB) – Brasile
☆ Devrimci Anarşist Faaliyet (DAF) – Turchia
☆ Die Plattform - Anarchakommunistische Organisation - Germania
☆ Embat Organització Libertària de Catalunya – Catalogna
☆ Federación Anarquista de Rosario (FAR) – Argentina
☆ Federación Anarquista de Santiago (FAS) – Cile
☆ Federación Anarquista Uruguaya (FAU) – Uruguay
☆ Grupo Libertario Vía Libre – Colombia
☆ Libertäre Aktion – Svizzera
☆ Melbourne Anarchist Communist Group (MACG) – Australia
☆ Organización Anarquista de Córdoba (OAC) – Argentina
☆ Organización Anarquista de Tucumán (OAT) – Argentina
☆ Organisation Socialiste Libertaire (OSL) – Svizzera
☆ Union Communiste Libertaire (UCL) – Francia
☆ Workers Solidarity Movement (WSM) – Irlanda
☆ Zabalaza Anarchist Communist Front - ZACF – Sud Africa

 


 

domenica 21 febbraio 2021

sabato 20 febbraio 2021

Lotte (post) pandemiche nella riproduzione sociale: alleanze intersezionali tra alloggi e lotte dei lavoratori essenziali in Romania

Articolo pubblicato il 25.11.2020 su Musafiri în Casa
Jurnalistului; version inglese su Transnational Social
Strikes; versione francese su Le Monde Libertaire.
Traduzione in italiano dal francese di Totò Caggese

QUI IL L'ARTICOLO APPARSO IN "IL CANTIERE"



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            





Veda Popovici è un’attivista politica che vive a
Bucarest. Oltre a partecipare attivamente ai diversi
movimenti, si impegna attraverso l'arte, la teoria e
l'insegnamento con un interesse speciale per il pensiero
anticoloniale, il femminismo intersezionale,
l'antifascismo e le possibilità materiali di creare i beni
comuni. Ha navigato e co-fondato vari collettivi locali
anti-autoritari, anarchici e femministi come il
collettivo/cooperativo autonomo Macaz, la Biblioteca
Alternativa, il gruppo femminista Dysnomia e la
Gazette of Political Art. Dedicata all'azione abitativa
radicale, è membro del Fronte comune per i diritti alla
casa a Bucarest e attivista per la federazione nazionale
per la giustizia abitativa radicale Block for Housing.
Dal 2019 è facilitatrice della European Action
Coalition for the Right to Housing and the City.

CARCERI: “IO NE HO VISTO COSE CHE VOI UMANI NON POTRESTE IMMAGINARE”

 di Carmelo Musumeci

In questi giorni, forse per ricordarmi da dove vengo, ho
dato un’occhiata ai miei diari che scrivevo dal carcere
e ho pensato di rendere pubblici alcuni brani. Non lo so
perché lo faccio, forse perché m’illudo di poter
seminare qualche dubbio in alcune persone che
pensano che chi fa del male ne deve ricevere
altrettanto. Forse semplicemente perché mi sento un
po' come un reduce di guerra e non riesco a scrollarmi
il carcere di dosso, perché spesso mi tornano alla mente
tutti i ventisette anni di carcere, con i periodi
d’isolamento, i trasferimenti punitivi, i ricoveri
all'ospedale per i prolungati scioperi della fame, le
celle di punizione, ecc. Se vi va leggete, perché spesso
in un prigioniero c’è un pezzo di cuore di ognuno di
noi:
“Oggi un compagno si è tagliato le vene... Tutto quel
sangue mi ha impressionato: la limitatezza e la fragilità
della natura umana in carcere è come uno specchio e ti
senti emotivamente coinvolto... Insomma non è come
vedere la sofferenza in televisione, è tutto molto più
brutto, più vero, più crudele...”
“Verso le 16.00 mi hanno chiamato in matricola ed ho
avuto l’occasione di vedere una donna detenuta con
una bambina bellissima in braccio. Nonostante in
carcere ne abbia viste tante, mi ha fatto molto effetto
vedere un angelo dietro le sbarre... Mentre andavo via
non ho resistito alla voglia di farle una carezza e lei mi
ha sorriso come solo i bambini sanno fare. Aveva sul
visino molte punture di zanzare e anche questo fatto mi
ha fatto molta pena...”
“Oggi c’è stata una battitura alle sbarre, collettiva e
spontanea... un detenuto che si sentiva male, per
protestare che non veniva il medico, si è rifiutato di
entrare in cella e per risposta è stato aggredito da due
guardie... Abbiamo visto il compagno albanese con il
sangue che gli colava dalla testa e poi l’hanno portato
alle celle di punizione...”
“Agli ergastolani malati, per tirare su il morale, dicevo
spesso che il destino, per farci soffrire di più, ci
avrebbe fatto morire per ultimi, ma purtroppo non
sempre è così. Oggi ho ricevuto la notizia che un altro
ergastolano ha finito di scontare la sua pena prima
dell’anno 9.999 perché è morto per un colpo al cuore.”
“Sono partito da Nuoro verso le 11.00, con il solito
blindato che sembra una scatoletta di sardine... Chi ha
progettato questi furgoni blindati per trasportare i
detenuti deve essere una persona che ha dei problemi

mentali perché neppure gli animali sono trasportati in
queste condizioni. Arrivo ad Olbia verso le 12.30.
Dopo ore di attesa, dentro quella scatola di sardine, con
un caldo soffocante, senza poter bere ed andare in
bagno, prendo l’aereo verso le 16.00 e alle 17.00 arrivo
a Firenze e dopo dieci minuti al carcere di Sollicciano.
Come al solito mi assegnano alla sezione transito ma,
peggio del solito, capito in una cella dove sembra che
siano passati i vandali: il tasto del volume della
televisione rotta, senza cuscino, senza luce artificiale,
solo uno stipetto, muri della cella sporchi ed in alcune
parti macchiate di sangue. Pulisco come posso, mangio
un pezzo di pane con un po’ di formaggio, che mi sono
portato da Nuoro, e poi mi addormento, con il
desiderio di non svegliarmi più.”
“Ogni tanto penso a tutto quel tempo che il mio
magistrato di sorveglianza ci ha messo per rispondermi
che devo morire in carcere. Prima di questa esperienza
pensavo che la violenza fosse nelle urla, nelle botte,
nella guerra e nel sangue. Adesso so che la violenza è
anche nel silenzio delle cosiddette persone perbene.
Loro vedono sempre la cattiveria degli altri, mai la
loro.”
“Oggi ho ricevuto una lettera da una detenuta, che mi
ha raccontato di quando si è suicidato il marito (e padre
di suo figlio) in carcere, che mi ha molto commosso.
Le sue parole mi hanno confermato ancora una volta
quanto spesso sono disumani gli umani: (...) Mia
madre e mia zia, che non vedevo da anni, mi vennero a
dire che Giampiero si era impiccato in carcere. Tre
giorni prima nei sottotitoli del TG3 avevo letto una
frase sfuggente, veloce, che mi aveva fatto venire i
brividi: “Un altro suicidio in carcere”. Avevo pensato:
“Non sarà mai il mio Giampy, speriamo che non lo
sia...” (...) Mi diedero il permesso d’uscita per gravi
motivi familiari con la scorta. Non mi tolsero neanche
le manette dai polsi. Non ero mai entrata in un obitorio.
Erano dei mostri. Aprirono uno di quei cazzo di orribili
cassettoni frigoriferi davanti a me. Me lo portarono
davanti agli occhi ancora chiuso nel sacco nero. Non
l’avevano neanche vestito. Aprirono il sacco: era nudo,
con i punti dell’autopsia sul torace fino al ventre, che
deturpavano il suo bellissimo tatuaggio tribale. Non mi
tolsero le manette. Ho dovuto accarezzarlo con i ferri ai
polsi. Non mi hanno neanche concesso la pietà di
salutarlo come avrei voluto. Il suo collo era pieno di
lividi. Odiai Dio. Odiai la vita. Odiai me stessa. Odiai
la morte. 

 


 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Odiai tutto l’universo. Lo baciai sulle labbra.
E gli dissi: “Perdonami. Ti amo.” Poi me ne andai.”
“Mi ha chiamato Nicola, il compagno che ha tentato
d’impiccarsi lo scorso mese, e l’ho un po’ consolato.
Lo stanno imbottendo di farmaci, io invece credo che
più di psicofarmaci abbia bisogno di speranza e io gli
ho dato proprio quella, promettendogli che gli farò una
istanza di permesso.”
“All’ultimo giorno utile per fare l'esame, mi hanno
portato a Firenze. A parte i soliti disagi del viaggio, ho
dovuto farmi Roma/Firenze con il furgone blindato
senza la possibilità di urinare e di mangiare un
panino... Sono arrivato a Sollicciano alle 17.00 ma mi
hanno fatto salire alla sezione del transito alle 22.00 e
non sono riuscito a trovare nulla da mangiare... Nel
muro della cella, scritto con il sangue, ho letto: “Non
t’impiccare, resisti, non devi avere paura dalla galera, è
lei che deve avere paura di te”. Che cazzate! Mi sono
addormentato subito dalla stanchezza."
“Oggi ho scritto un reclamo ad un compagno per un
fatto che mi ha emotivamente colpito: per aver fatto
una carezza alla moglie in gravidanza, per sentire il
bambino/a muoversi, è stato sottoposto al 14 bis e dalla
Sicilia l’hanno trasferito in Sardegna.”
“Oggi un uomo ombra, che credevo fosse un duro,
commentando il suicidio di un nostro comune amico
ergastolano, mi ha confidato: Io non mi ucciderò mai,
ma sento spesso il desiderio di farlo. Io ho pensato che
sono proprio quelli che dicono che non lo faranno mai
che sono più a rischio, ma non gliel’ho detto.”
“Ho ricevuto questa lettera da una detenuta: Sono stata
condannata ad anni quattro e mesi otto di reclusione.
La cosa che mi preoccupa più di tutto è perdere il
lavoro perché, credimi, l’unico mezzo di sostentamento
per me e per mia figlia era proprio il mio lavoro. Ti
parlo con il cuore in mano, sono molto giù. E ho paura
che psicologicamente stia crollando. Sono una persona
molto semplice, che ha sbagliato, ma erano dieci anni
che non entravo più in carcere. Mi ero sistemata.
Adesso mi sento di aver perso tutto. E non ho più
voglia di vivere. Sono giorni che piango da sola. Penso
al suicidio. Non so Carmelo, può la giustizia far
perdere tutto ad una donna di 45 anni che con fatica e
impegno era riuscita a trovare un posto di lavoro fisso e
una casa popolare? Il mio avvocato continua a chiedere
soldi, ma io non so dove prenderli.”
“Ho letto di un altro suicidio in carcere. Ho perso il
conto, nel giro di una settimana si sono tolti la vita 4
detenuti, a pochi giorni l’uno dall’altro. D’estate i
suicidi in carcere aumentano. Sembra che i funzionari
dell’Amministrazione penitenziaria abbiano diramato

delle Circolari (che come al solito rimarranno carta
straccia) per affrontare il problema. Eppure basterebbe
poco per evitare alcune morti: un trasferimento in un
carcere vicino a casa, una telefonata o un colloquio in
più con i propri cari, una vivibilità migliore, un
semplice ventilatore in cella o anche qualche ora d’aria
in più nei cortili dei passeggi. E, soprattutto, un po’ di
speranza e amore sociale. Spesso molti mi chiedono
perché alcuni prigionieri si tolgono la vita. Non è facile
rispondere a questa domanda, penso che purtroppo per
alcuni detenuti non ci sia poi così tanta differenza tra
trovarsi sepolti sottoterra o murati vivi in una cella."

Per richieste zannablumusumeci@libero.it

Alta Murgia: contraddizioni e volontà di riscatto di un'area interna del Sud.

 di Piero Castoro (Centro Studi Torre di Nebbia)

 

Una curiosa definizione indica la Puglia come la
meno italiana tra le terre italiane, in quanto è
collegata all’Appennino senza possedere vere
montagne. La Piattaforma Apula, infatti, è sostenuta
da tre grandi blocchi di rocce carbonatiche formatesi
circa 130 milioni di anni fa, durante il
Cretaceo.Oltre al Gargano e al Salento, l’altro banco
di rocce calcaree della Puglia è costituito da un
altopiano che non supera i 700 metri sul livello del
mare e che si estende per più di centomila ettari
nell’area interna della provincia di Bari, lungo il
confine con la Lucania che da Matera sale verso
Venosa. Questo territorio, circondato da tredici
Comuni, è l’Alta Murgia.
È in questo territorio che, a partire dalla metà degli
anni Ottanta del secolo scorso, il Centro Studi Torre
di Nebbia, insieme alla rete territoriale dei CAM
(Comitati Alta Murgia), ha dato vita ad una difficile
e, per certi versi, straordinaria esperienza che si è
concentrata principalmente sul rapporto tra
tendenze e trasformazioni in atto, perseguiti senza il
supporto di una coerente politica di
programmazione complessiva inerente un territorio
"marginale" come l'Alta Murgia, e l’identificazione
di un nuovo centro di gravità intorno al quale far
ruotare idee, tensioni e progetti in grado di fornire
risposte durevoli e concrete ai problemi di
quest’area interna del meridione d’Italia.
Questa dialettica ha animato il dibattito e l’impegno
di un vasto ed eterogeneo schieramento di forze che
ha saputo resistere ai tranelli sclerotici della politica
e, geloso della propria autonomia, ha saputo pian
piano non solo acquisire una più profonda

consapevolezza della
dimensione dei processi che
coinvolgono il territorio
dell’Alta Murgia, ma ha
elaborato e proposto un
progetto di grande rilievo
politico e culturale che ha
avuto come esito, importante
anche se provvisorio,
l'istituzione del primo Parco
rurale d'Italia (2004).
Il percorso non è stato facile,
in quanto abbiamo dovuto
fare i conti con un opposto
schieramento di forze
politiche e sociali intente a
difendere interessi ambigui e
contraddittori con il rischio di
compromettere i delicati
equilibri storici e ambientali dell'Alta Murgia


L’Alta Murgia, dopo aver ospitato, tra il 1959 e il
1963, 30 missili con testate nucleari, dagli anni
Settanta è diventata teatro di esercitazioni militari,
con i suoi cinque Poligoni di tiro “occasionali”. Fu
questa la prima grande vertenza che si collegava
idealmente alla lotta contro i missili (Marcia di
Altamura- 13 gennaio 1963) ma anche, e sarà
questa una costante del movimento contro i poligoni
sulla Murgia, contro le guerre, a partire da quella
combattuta nel Vicino Oriente agli inizi degli anni
Ottanta.
Il territorio ha continuato a snaturarsi per l’effetto
polverizzante dell’attività di “spietramento”
(frantumazione meccanica delle rocce calcaree di
superficie), eufemisticamente definito “recupero
franco di coltivazione”, incoraggiato da una assurda
politica di finanziamenti pubblici, che ha interessato
più della metà dei 60 mila ettari di pascolo e nulla
ha lasciato e lascia dietro di sé, se non polvere di
calcare e terreni scarsamente produttivi. A questo
bisogna aggiungere lo sversamento di fanghi tossici
su vaste zone della Murgia (Vedi il caso “Murgia
Avvelenata- 2003), per non dire dei cosiddetti
“laghetti artificiali” costruiti lungo il Costone
murgiano (più di 100 miliardi di lire spesi per non
irrigare neppure un metro di terra); le cave - tante e
mai bonificate -; costruzioni di "villette" e
capannoni più o meno abusivi a 360°, poi i furti di
reperti architettonici e, non ultimo, il rischio, ancora
oggi incombente, che il territorio possa ospitare il
“Deposito unico nazionale di scorie nucleari”. Ecco



l’idea del parco rurale nasce al crocevia dei questi
di questi gravi problemi.
Nel mentre scriviamo queste righe, i CAM sono
impegnati, insieme alla rete di associazioni di base
della Lucania a contrastare l'ipotesi di costruzione
del deposito unico di scorie nucleari. Infatti nella
carta delle aree ritenute idonee per la costruzione
del deposito di scorie (CNAPI), ufficializzata il 5
gennaio scorso, tra le 67 aree individuate come
idonee, sette sono collocate tra Puglia e Basilicata
(vedi https://www.facebook.com/altramurgia).
Nonostante la mancanza di consumati topoi che
possano facilmente risvegliare la nostra
ammirazione, l'Alta Murgia rivela un fascino raro e
prezioso. La sua specificità consente una
molteplicità di prospettive che invitano a scrutare
curiosi un universo storico-ambientale del tutto
peculiare nel paesaggio italiano ed europeo. Un
paesaggio duro, ma anche delicato e puro che
estende i suoi colori e i suoi profumi su un'area che
rappresenta l’ultimo grande habitat di pseudo steppa
mediterranea della Penisola. L’ecosistema
ambientale dell’Alta Murgia, conta più di 1500
specie di piante spontanee che rappresentano il 25%
delle specie presenti in Italia.



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      In quest'ampia
superficie si
riscontrano quasi
tutti i maggiori
fenomeni del
carsismo.
Questo ecosistema
permette la vita di
molte specie della
fauna superiore, di
anfibi – rettili -
uccelli e mammiferi.
Tale variabilità,
insieme a vaste
estensioni di
territorio poco antropizzate, fanno dell'Alta Murgia
una delle aree della regione più importante sotto
l'aspetto faunistico.
Tra altre rare specie l’Alta Murgia ospita la
popolazione più importante e più numerosa
d’Europa del Falco Naumanni, ovvero del Grillaio,
incluso tra le specie prioritarie per la conservazione
nell’Unione Europea,
Ma la natura dell’Alta Murgia non è mai isolata.
L’ambiente fisico e biologico infatti, si è intrecciato,
da tempo immemorabile, con la presenza attiva
dell’uomo che ha sapientemente modellato il
territorio e ha data vita, attraverso i secoli, ad uno
straordinario paesaggio agrario. Prima ancora però
che gruppi di pastori nomadi inaugurassero, a
partire dal III millennio a. C., le fasi del

popolamento stabile, l’Alta Murgia ha registrato
l’approdo dei più remoti antenati dell’uomo.
L’eccezionale scoperta, avvenuta nel 1993 presso il
Pulo di Altamura, del sepolcro millenario di uno dei
primi rappresentanti della nostra stirpe, conferma la
frequentazione umana del territorio già durante la
preistoria più antica. Si tratta dello scheletro di un
ominide – per la prima volta al mondo – trovato
intero e perfettamente conservato, appartenente ad
una specie arcaica di Homo, risalente a circa 150
mila anni fa.
Nello stesso decennio in cui la Murgia subiva le
ferite più grave ad opera dell’uomo, è venuta alla
luce un’altra testimonianza dei preziosi scrigni che
questo territorio custodisce.
Nel 1999 è stato rinvenuto, in una cava dismessa tra
Altamura e Santeramo un giacimento di orme di
dinosauri. Tale ritrovamento, che fa precipitare la
conoscenza fin qui acquisita in un nuovo e
meraviglioso fossato del tempo, consente anche di
ricostruire un ambiente naturale arcaico, inedito e
mai presupposto, della storia dell’Alta Murgia e
della Puglia, risalente a decine di milioni di anni fa.
Distribuite su un’area di circa 12.000 metri quadri
sono state rinvenute più di 30.000 impronte di
Dinosauri, molte delle
quali incredibilmente
intatte e nitide. L’alta
concentrazione di tracce
e di piste ne fa,
attualmente, il
giacimento più ricco al
mondo.
Ma al di là di questi e
altri preziosi
ritrovamenti, le fasi del
popolamento si sono via
via intrecciate al
passaggio di vari popoli
e civiltà: dai Peuceti ai
Greci, dai Romani ai Bizantini, agli Arabi, e poi i
Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi...
La complessa trama di vicende storiche ha
determinato l’alternarsi di forme economiche e
politiche che hanno sancito di volta in volta
equilibri o tensioni contraddittorie, tra agricoltura e
pastorizia, tra città e campagna, tra area interna e
costa adriatica.
Le attività prevalenti che l’uomo ha esercitato in
sintonia con la vocazione d’uso del territorio, quali
la pastorizia e l’agricoltura, hanno dato vita a forme
di organizzazione dello spazio estremamente ricche
e complesse, come le innumerevoli masserie da
campo, adibite in prevalenza alle attività agricole e
le masserie per pecore, i cosiddetti Jazzi, che
sorgono lungo gli antichi tratturi della transumanza.



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Per la presenza di questo particolare sistema di
insediamenti storici, l’Alta Murgia rappresenta il
maggiore sito di archeologia rurale d’Italia.
A dominare i lati opposti dell’altopiano, lungo le
antiche arterie romane della via Appia e della via
Traiana, sono il Castello del Garagnone, costruito
dai normanni su di un banco di roccia del Costone
murgiano, e Castel del Monte.
Ecco: aver delineato, in maniera sintetica, i tratti
distintivi di questo territorio, così come delle forme
di degrado che lo hanno interessato negli ultimi
decenni, conferma se non altro l'efficacia e l'utilità
che la cura e la conoscenza hanno avuto nel
tentativo di modificare una percezione di questo
paesaggio, definito dai più e fino a poco tempo fa
una sterile "pietraia" e perciò condannato ad essere
non solo un complemento oscuro della città ma,
peggio, un'area di risulta.
L’Alta Murgia rappresenta, invece, un connubio
straordinario ed unico di valori paesaggistici,
naturalistici e storico-culturali che è necessario
sottrarre all'oblio e alla distruzione. Affrontare,
quindi, il problema nella sua globalità significa
trovare nuove regole di riproduzione del complesso
sistema territoriale. La scommessa su cui cimentarsi
diventa, allora, quella di mettere in moto nuovi
processi economici e culturali in grado di
valorizzare le risorse territoriali e garantirne la loro
riproducibilità, anche attraverso una loro
reinterpretazione funzionale.
Non senza emozione, perciò, quel variegato
movimento che aveva per anni speso ogni energia,
accolse la notizia che il lungo iter istitutivo del
Parco nazionale si era finalmente e positivamente
concluso nel 2004. Il parco era nato ma, appunto,
bisognava farlo crescere. Insomma quel movimento
mostrò, ancora una volta, il suo disincanto nella
convinzione che costruire il Parco significava
realizzare “pezzo per pezzo” un progetto politico di
grande portata per le sue implicazioni sociali,
economiche e culturali; che tale progetto, inoltre,
poteva realizzarsi solo come “costruzione
collettiva”, coinvolgendo cioè direttamente, dal
basso, le comunità locali e le forze produttive sane.
Occorre dire, tuttavia, che, a distanza di tre lustri
dalla sua costituzione, il Parco non ha prodotto i
risultati sperati. Tante sono le criticità rimaste, a
partire dalla presenza e dagli effetti delle
esercitazioni militari (in un'area in cui è vietata la
caccia), tante le opportunità lasciate a congelare.
Infine, come già accennato la minaccia nucleare.
Insomma l'Ente parco, a partire dal suo
insediamento, si è imposto quasi come un corpo
estraneo al territorio e, nell'esercizio delle sue
funzioni istituzionali, ha mostrato (almeno finora)
una scarsa capacità nell'affrontare i problemi reali di

quest'area, a partire dalle sue priorità (riconversione
produttiva, filiere corte, sostegno agli allevatori,
bonifica e restauro ambientale, organizzazione di
forme di turismo sostenibili, ecc). Al contrario, fin
dal principio, ha imposto una visione miope,
burocratica e autoreferenziale, con il risultato di
frenare, tra l'altro, anche l'entusiasmo e la volontà di
collaborazione delle tante realtà di base (CAM) che
hanno sostenuto con grande impegno il progetto del
parco a fronte delle diverse forme di degrado
ambientale e culturale.
Ciò che oggi dovrebbe essere in discussione,
quando si parla di istituzioni, non è se esse debbano
esistere, ma quale forma dovrebbero avere: se
libertarie o autoritarie. Le istituzioni libertarie sono
istituzioni popolate, ovvero strutturate attorno a
relazioni dirette, faccia-a-faccia, e non attorno a
relazioni meccaniche, anonime, meramente
rappresentative. Anche un'istituzione, come quello
di un Ente parco, perciò, dovrebbe essere basata
sulla partecipazione, sul coinvolgimento e su un
senso di cittadinanza che stimola l’azione, non sulla
delega del potere e mera gestione dell'ordinario. Il
pericolo di consegnare le decisioni politiche ad un
corpo amministrativo che è normalmente un corpo
delegato e, spesso, quando va bene, limitatamente
specializzato, è quello dell’elitismo e
dell’usurpazione del potere pubblico.
È necessario, perciò, che la mobilitazione di base
continui a disseminare il suo impegno anche alle
giovani generazioni, a fungere da stimolo per la
tutele e la conoscenza di un'area circoscritta ma, al
tempo stesso, cifra attraverso cui guardare i
problemi globali contemporanei.
Il progetto di costruzione del parco rurale e, quindi
di una rinnovata territorialità, può solo a queste
condizioni, attingere alla memoria di una sapienza
ambientale in parte compromessa ma non scomparsa
definitivamente; può, a partire da questo immenso
patrimonio che la storia ci ha tramandato, accettare
la sfida di costruire dal basso una alternativa
possibile al degrado ambientale e civile in atto al
fine di garantire uno sviluppo durevole dei territori
in cui viviamo.
Non solo per noi, contemporanei, ma anche per le
generazioni che verranno.


Bibliografia:
Piero Castoro, Cronache murgiane, Torre di Nebbia
edizioni, Matera, 2002.
Piero Castoro, Aldo Creanza. Nino Perrone, Luciano
Montemurro, Natura e Storia.Guida al primo parco
rurale d'Italia, Torre di Nebbia edizioni, Matera, 2005.
Piero Castoro, la Murgia nella guerra fredda. Dai
missili atomici agli itinerari di Iupiter, Altamura, 2008.

Didattica a distanza e studenti universitari

 


 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                di Simone Drogo tratto dal "il Cantiere" n°4 gennaio 2021

Se tra gli studenti delle superiori la Didattica a
Distanza ha trovato un giusta e pressoché unanime
condanna tra quelli universitari invece si è instaurato
un dibattito sui possibili risvolti positivi che le
lezioni a distanza hanno portato. Infatti tra gli
studenti universitari ci sono diverse categorie che
durante i tempi ordinari della didattica si trovavano
impossibilitate a frequentare le lezioni in presenza
(studenti lavoratori, studenti con figli, pendolari,
diversamente abili ecc) o che hanno trovato
beneficio nella possibilità di rivedere le lezioni
registrate basti pensare agli studenti stranieri o con
disturbi specifici dell’apprendimento.
Vengono sempre riconosciute le carenze
pedagogiche e formative di una lezione a distanza
ma si ritiene che essa possa essere utile per colmare
l’impossibilità alla partecipazione in presenza, da
qui la rivendicazione nata da alcuni studenti di
registrare le lezioni in presenza, quando torneranno,
e renderle disponibili per una successiva visione.
A prima vista sembrerebbe una proposta che metta
d’accordo tutti, sia quelli che possono seguire le
lezioni a in presenza sia quelli che sono costretti a
seguirle a distanza, inoltre la possibilità di rivedere
le lezioni è uno strumento didattico che può essere
utile per tutti gli studenti in generale. Tuttavia c’è il
rischio che si trasformi in un’arma a doppio taglio se
questa rivendicazione non viene accompagnata da
altre di cambiamento strutturale, bisogna dunque
interrogarsi sul perché le persone si trovano
impossibilitate alla fruizione della didattica in
presenza.
Ad esempio chi è costretto a lavorare e studiare
contemporaneamente evidentemente non ha avuto
accesso a sostegni economici adeguati come le borse
di studio, rimane quindi impellente il tema del
rifinanziamento di quest’ultime ma non solo. È
evidente come il welfare italiano a impostazione
familistica non dia sostegno concreto
all’emancipazione del nucleo familiare dei giovani
costretti a lavorare per poter essere indipendenti,
quindi torna anche per questo motivo la necessità di
un reddito di base o quantomeno di studio. Le
carenza di strutture per l’infanzia adeguate utili per
gli studenti con figli, trasporti inefficienti e
dispendiosi, barriere architettoniche, assenza di vera
didattica per studenti DSA. Questi sono solo alcune
tra le tantissime problematiche che incidono sulla
presenza (o assenza) degli studenti negli atenei.
Problematiche che come abbiamo visto sono
strutturali e di risoluzione non immediata ma che
sono indispensabili da considerare per avere una
visione complessiva della situazione.

Per avere un quadro generale vanno anche
considerate le obiezioni nate da parte del corpo
docente riguardo al fatto che una diffusione delle
lezioni registrate possa ledere il loro diritto alla
privacy e alla libertà di insegnamento, è evidente che
sarà necessaria una interlocuzione franca e
approfondita tra studenti e docenti su questa
tematica, al di là di schemi corporativi e con
obiettivo comune di tutti i soggetti il fatto che venga
erogata didattica di migliore qualità sia dal punto di
vista studentesco che del corpo accademico.
Dunque possiamo dire che la richiesta delle lezioni
registrate sia una rivendicazione che risolve
parzialmente diverse problematiche di molti
studenti e comunque uno strumento in più per la
didattica in generale. Richiesta quindi che non è da
avversare ma che non deve diventare strumento delle
università e delle istituzioni a vario livello per non
garantire il diritto alla presenza degli studenti e
scaricare le loro responsabilità. L’obiettivo deve
sempre essere quello di poter permettere a chiunque
di partecipare in presenza. Reddito, trasporti, alloggi
e spazi devono rimanere rivendicazioni prioritarie se
si vuole un’Università veramente accessibile a tutti e
permettere agli studenti una effettiva libertà di scelta
tra lezioni in presenza e lezioni registrate.

sabato 6 febbraio 2021

CANALE TELEGRAM DI ALTERNATIVA LIBERTARIA

 E' nato il canale Telegram della federazione di Alternativa Libertaria 

https://web.telegram.org/#/im?p=@AlternativaLibertaria

AGGIUNGITI !



venerdì 5 febbraio 2021

Numero di gennaio de “il Cantiere” raccolta di materiali di intervento dei comunisti anarchici nella lotta di classe


In questo numero si parla

Anno passato

-Un appello da respingere

Gruppo Stellantis

-Scuola

-Dad e università

Elezioni USA

-Alta Murgia

-Carceri

-Romania e Lotte (post) pandemiche

-Le nostre radici: il Comunismo Libertario

PER SCARICARLO


domenica 31 gennaio 2021

Recovery Fund In Salsa Lombarda










A fine novembre 2020, il consiglio regionale lombardo ha emanato una risoluzione – la 40/2020 – avente come oggetto la “Risoluzione concernente il Recovery Fund: proposte per la definizione del piano nazionale di ripresa e resilienza PNRR” e ovviamente riguardante gli investimenti della quota spettante alla regione del Recovery Fund europeo, pari a 35 miliardi di Euro.

Scorrendo i capitoli di spesa, salta subito all’occhio come al potenziamento della sanità sono state riservate le briciole, così come al potenziamento del trasporto pubblico locale, ovverosia i due principali punti di criticità rilevati durante la pandemia, rimarranno con il cerino in mano ancora una volta. Nella risoluzione la salute occupa l’ultimo posto del documento e, dietro a dichiarazioni di rafforzamento di un servizio sanitario universalistico, si parla principalmente di interventi sulla digitalizzazione e sul miglioramento tecnologico, mentre non vengono nemmeno menzionati i necessari rafforzamenti della medicina territoriale, del piano USCA per la continuità assistenziale, né tantomeno di un potenziamento del personale, che soprattutto in quest’ultimo anno è stato sottoposto ad una mole di lavoro inaccettabile, sebbene imprevista. Si parla di riforme indispensabili al buon funzionamento del SSR, ma intanto rimane vergognosamente in vigore la legge regionale voluta da Maroni che di fatto equipara la sanità pubblica e quella privata, dirottando la maggior parte dei fondi disponibili verso la sanità privata equiparata.

Voci recenti danno per certi investimenti voluti dal ministero dell’economia e che vedrebbero destinati alla sanità nazionale 18 miliardi di euro per opere di ammodernamento dei servizi ed edilizia sanitaria. Ovviamente, essendo la sanità materia appannaggio delle regioni, in Lombardia rimarrebbe in vigore la legge regionale di cui sopra, che drenerebbe gran parte degli investimenti verso strutture private; mentre siamo pronti a scommettere che non vi saranno opere di ristrutturazione e di recupero per ciò che concerne l’edilizia sanitaria, ma la creazione di nuovi poli ospedalieri ai quali poi mancherebbero i presidi di medici ed infermieri, come già ampiamente dimostrato dal progetto dell’ospedale allestito da Fontana, Gallera e Bertolaso nei padiglioni ex Expo.

Per ciò che concerne il trasporto, vengono privilegiate come sempre le grandi opere stradali e ferroviarie, soprattutto quelle inerenti le tratte che interesseranno le olimpiadi invernali del 2026, vero e proprio eventificio che già sta devastando il paesaggio montano e che da qui ai prossimi cinque anni dirotterà una quantità enorme di denaro pubblico. Molto spazio verrà dato anche per potenziare i servizi ferroviari per collegare i nuovi luoghi della gentrificazione e i mega centri commerciali (leggasi Rho ed Arese), mentre il trasporto locale che muove la maggior parte degli studenti e dei pendolari è rimasto nuovamente con il cerino in mano e, a livello metropolitano, i fondi verranno usati soprattutto per il completamento della linea 4 della metropolitana. Niente andrà a potenziare i mezzi di superficie, né i collegamenti interregionali, da sempre veri e propri carri bestiame negli orari di punta. Invece di queste azioni, viene ipotizzata una nebulosa “domanda pubblica intelligente”, il cui fine ultimo è una nobile gratuità dei mezzi pubblici per neutralizzare le disparità sociali, ma i cui mezzi per arrivarci non è dato conoscere.

Il documento poi ha una parte corposa dedicata alla Green Economy, pomposamente intitolata “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, entro la quale si evince che la transizione ecologica è considerata quasi esclusivamente dal lato economico e profittevole e quasi mai da quello di tutela e salvaguardia del bene comune e della salute pubblica. Basti pensare che la parte del gigante la farà l’economia circolare, ovverosia la volontà di chiudere virtuosamente il ciclo dei rifiuti e della fertilizzazione del suolo tramite digestato naturale (scarto della produzione del biogas), che di fatto porterà ad una sorta di oligopolio di grosse società che gestiranno tutte le varie fasi dei cicli di lavorazione, ottimizzando le spese e danneggiando la già scarsa biodiversità dell’ecosistema lombardo.

Vi sono poi molte contraddizioni evidenti, come la creazione di piste ciclabili e la disincentivazione del traffico veicolare privato che cozzano con lo sblocco dei cantieri previsto dal piano Lombardia del maggio 2020 e a causa del quale molti sindaci e diverse consorterie sono già andate in regione a battere cassa per poter cementificare e far ripartire l’economia locale tramite l’edilizia (si veda come esempio la costruzione dell’autostrada Cremona-Mantova, che diverrà l’ennesima cattedrale nel deserto); o ancora, la volontà di creare dei veri e propri boschi urbani quando solo pochissimi anni fa palazzo Lombardia (sede della regione) è stato costruito radendo al suolo il bosco di Gioia ; oppure il bosco denominato “La Goccia”, nel nord di Milano, già al centro delle mire di società immobiliari che già stanno gestendo la gentrificazione degli ex scali ferroviari milanesi, con il beneplacito dell’amministrazione Sala.

Detto anche di una larghissima fetta di denaro che andrà investita in innovazione digitale e quindi reti 5G regionali e completa digitalizzazione della P.A. per snellire la burocrazia (promessa questa che torna ad ogni tornata elettorale o ad ogni elargizione di denaro da parte dell’Europa), rimane da dire della scuola, anch’essa interessata dalla “rivoluzione digitale” e che vedrebbe portate avanti delle questioni già ampiamente trattate dalla riforma Gelmini in avanti, ovverosia una domanda didattica al passo coi tempi e che vede materie riguardanti innovazione e digitalizzazione a prendere spazi dedicati a studi più umanistici e formativi e il proseguimento della partnership tra scuola e aziende, arrivando a paventare anche “l’insediamento di uffici di lavoro presso i plessi e i comprensori scolastici” (paragrafo 1.4.2) il che segnerebbe la fine della funzione storica della scuola come di un istituto atto a formare la persona adulta, divenendo solo uno strumento di reclutamento di personale da parte delle aziende, che potranno disporre di lavoratori a costo zero e sostituibili anno dopo anno.

Perfino le politiche di pari opportunità vengono svilite e ridotte a mera questione economica; ad esempio l’inclusione sempre più ampia delle donne nel mondo del lavoro ( o meglio, dell’imprenditoria femminile) contribuirebbe in maniera determinante alla crescita economica (paragrafo 1.5.1) e oltretutto ammanterebbe il mondo imprenditoriale di una patina progressista che in realtà è una foglia di fico che copre uno sfruttamento del plusvalore sempre maggiore.

Come si vede la risoluzione è ammantata di buoni propositi, ma alla fine è un mero sdoganamento del neoliberismo più sfrenato e dello sfruttamento delle risorse umane e ambientali. Sarebbe però ingeneroso intestare tutto ciò solo alla Lega. Anzi, la delibera è passata con 69 voti favorevoli su 69 consiglieri presenti in aula ed è anzi il PD ad intestarsi la vittoria, dapprima essendosi battuto per il recovery fund e poi per avere appoggiato appieno tutte le richieste arrivate dall’Unione Europea in sede di erogazione del maxi prestito.

Giova infatti ricordare che da un po’ di tempo l’UE è vista come una forza progressista che si oppone ai vari populismi nazionalisti e a volte anche alla grosse multinazionali statunitensi e asiatiche, ma rimane invece uno strumento della borghesia estremamente funzionale al capitalismo. Se a volte può sembrare che sviluppi forme economiche vicine al welfare, in realtà non lo fa per principi di equità e di giustizia sociale, ma per cercare di garantire una politica dei consumi estremamente importante per il grande capitale finanziario. Basti pensare appunto che il recovery fund è stato voluto per ovviare ai danni che la pandemia sta causando, ma i suggerimenti sui capitoli di spesa che l’Unione stessa ha fornito riguardano solo uno sblocco economico, senza nessuna ricaduta sulle questioni sociali e sanitarie.

Ancora una volta quindi il “modello lombardo” è lo specchio fedele del volere del capitale, facilmente esportabile in ogni altro territorio e subdolamente ammantato di ecologismo, mutualismo e femminismo per renderlo più facilmente difendibile. Ovviamente i movimenti si sono già espressi e non si faranno certamente raggirare da questa patina progressista, ma il grande magma di persone che, lontane dalla militanza, auspicano però un mondo con eguali diritti per tutti, potrebbero farsi traviare da questa narrazione tossica che in ultima analisi non mette in discussioni le radici delle disuguaglianze civili ed in più colpisce forte i diritti sociali. E’ in questo magma che bisognerà muoversi per disvelare la vera natura degli interventi economici come il recovery fund e le politiche locali e nazionali che andranno a decidere come e quando bisogna spendere questi soldi.


IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)