Negli
ultimi giorni non si sente più parlare di Afrin, assediata e distrutta
dal governo turco. Confusa nel massacro siriano senza fine, ora è alla
ribalta il massacro di Duma, apparentemente compiuto con armi chimiche,
ad allarmare le coscienze e portarle ad invocare un attacco
occidentale. Dopo sei anni di massacri infiniti, che hanno martoriato un
popolo che inizialmente chiedeva solo di uscire dalla dittatura di
Assad e si è trovato teatro di una guerra civile in cui sono intervenuti
praticamente tutti gli attori internazionali. Tutti apparentemente
dalla stessa parte, contro il Daesh, o ISIS che dir si voglia, e in
realtà tutti intenzionati a guadagnarsi un posizionamento migliore nel
grande gioco, la strategia della guerra dell’Energia. Quello che
risulterà dallo smantellamento della Siria e che porterà nuovi
equilibri. Ora che il pericolo ISIS è scomparso dall’emergenza, gli
Stati si stanno spartendo le conquiste e cercano nuove strategie di
intervento. E ne approfittano per consumare un po’ di bombe, se no come
si fa a produrne, venderne e comprarne di nuove?
Così
USA, Gran Bretagna, Francia e Israele intervengono ufficialmente per
punire Assad per un attacco con armi chimiche. Armi chimiche che, già
altre volte tentate di evocare nella stessa guerra in Siria, non hanno
suscitato indignazione degna di nota. Già altre volte gli stati
occidentali hanno utilizzato scientemente fake news a giustificare
interventi che coprivano ben altri interessi, basta ricordare le armi di
distruzioni di massa cercate in Iraq. Raramente si interviene contro i
dittatori per difendere la popolazione civile. Contro il dittatore Assad
non si è intervenuti per difendere le popolazioni e le piazze quando
chiedevano democrazia, come non si interviene in Yemen, altra terra di
massacri. Il popolo siriano è stato dilaniato e massacrato, ogni
tentativo di ricomposizione degli oppositori democratici al regime di
Assad è stato boicottato e strumentalizzato per mantenere l’instabilità
dell’area, in un gioco perverso tra Russia, Turchia e Stati
occidentali, stati arabi e Israele, che ora vede una nuova escalation
che ci coinvolge direttamente.
Eppure
in quelle terre il popolo curdo ha saputo costruire in questi anni
difficilissimi una società democratica, laica, pluralista. Le sue donne e
i suoi uomini hanno combattuto, e vinto, contro il fascismo islamico, e
lo hanno fatto a partire dall’autogoverno, costruendo una società al di
là dello Stato, basata su assemblee popolari, sulla partecipazione
femminile ad ogni livello della società, sull’assenza di discriminazioni
etniche e religiose, su un modello sostenibile di agricoltura e di
risorse energetiche. Una popolazione che con le sue donne e i suoi
uomini ha combattuto l’ISIS e lo ha vinto, riconquistando Kobane e
partecipando con le sue brigate militari all’azione degli alleati
occidentali in nome della difesa della propria laicità e della propria
libertà. E della laicità e della libertà di tutti contro il fascismo
clericale dell’ISIS, E contro Erdogan, che ha occupato e massacrato gli
abitanti del cantone kurdo autonomo di Afrin, non si è levata una sola
voce di condanna ufficiale da parte degli stessi alleati di qualche mese
prima. Il governo fascista di Erdogan continua la repressione interna
in Turchia contro ogni forma di opposizione sociale, sindacale,
politica, culturale, e riempie le carceri di oppositori, effettuando
vere pulizie etniche contro i curdi turchi e ha cercato di spegnere nel
sangue ad Afrin ogni focolaio di speranza e di laicità. A suon di bombe.
Nell’assordante silenzio dell’ONU che sempre più dimostra la propria subalternità alla strategia militare NATO.
Eppure proprio l’esempio di cantoni autonomi curdi è la dimostrazione che la democrazia la costruiscono le donne e gli uomini liberi, non le bombe lanciate dagli Stati.
La
fine del conflitto in Siria passa per la ricostruzione, per l’apertura
di canali umanitari, per la presenza delle ONG, per la costruzione della
democrazia. Per la difesa dell’autonomia delle zone curde e del loro
modello di inclusione sociale e politico di democrazia di base, laica e
pluralista. E’ a difendere questa esperienza, a costruire una
mobilitazione nazionale e internazionale antimilitarista, contro le
politiche di guerra, contro le spese militari, per l’uscita dalla NATO
che è chiamato un sempre più necessario movimento per la pace.
„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
Visualizzazione post con etichetta guerra in Siria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guerra in Siria. Mostra tutti i post
mercoledì 18 aprile 2018
domenica 30 aprile 2017
TRUMP MOSTRA I MUSCOLI di Pier Francesco Zarcone
Commentare a caldo il bombardamento missilistico
statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è
azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile,
quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle lezioncine
preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si
sono affrettati a recitare. Per combinazione l'esibizione muscolare di
Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo
il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto
internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo.
Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del
"loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da
una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e
quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici
"danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle
Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi;
tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre
al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione,
dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di
un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a
Idlib. Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne
accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri. E tanto
per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base
al principio dixit Washington, et de hoc satis. Ha tutta l'aria di un bis
delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam. Per inciso,
chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra
l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira
(Tadmur)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere
in modo generico sull'uso del gas a Idlib. Secondo l'Onu i depositi di
armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non
concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere,
considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le
cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo
dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi
chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest
porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare
Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, un manica di idioti.
Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero
usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con
irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.
Si prenda nota che, riguardo ai fatti di Idlib, nessuno
ha ricordato che in precedenza i Russi avevano allertato gli Usa sul
fatto che i cosiddetti "ribelli moderati" erano ancora in possesso di
armi chimiche. Ma non pare che quella segnalazione li avesse turbati più
di tanto.
Dal punto di vista tecnico-militare non è che il lancio
di missili vada considerato un grande successo: su 59 ordigni, soltanto
23 hanno colpito il bersaglio, la base aerea siriana è danneggiata ma
non distrutta, e infine la maggior parte degli aerei (o perché ritirati
in anticipo per intuizione, oppure perché protetti dai bunker) è salva.
La stampa filostatunitense sostiene che in realtà l'azione missilistica
non doveva essere più di un ammonimento, per non chiudere
definitivamente le porte verso Mosca e Damasco. Sarà.
A non essere salve, invece, sono le speranze di pace, non
essendo noti gli attuali piani tattici di Washington sul Vicino Oriente
- mentre quelli strategici lo sono da tempo: balcanizzazione.
Se Trump ha voluto dimostrare di essere un vero "duro" - a
differenza di Obama - è tuttavia innegabile che Putin non può perdere
la faccia (e non solo per questioni di orgoglio), cosicché il rischio di
uno scontro sul campo fra Russia e Stati Uniti è più concreto che mai,
ma le Forze armate russe, grazie al vasto programma di modernizzazione
tecnologica messo in atto da qualche anno, non sono più quelle del tempo
di Eltsin. Le speculazioni giornalistiche sulla possibilità che Mosca
"molli" Damasco appaiono più un desiderio che una realtà, a motivo dei
consolidati interessi geostrategici russi nella zona. Le ombre a dir
poco sinistre continuano comunque a gravare. Asetticamente molti organi
di stampa comunicano che i "ribelli" di Siria (in realtà per lo più
invasori stranieri) invocano la totale distruzione dell'aviazione
siriana, senza notare che questo comporterebbe due tragici risultati: il
sicuro scontro diretto con la Russia e l'indebolimento delle Forze
armate siriane di fronte al jihadismo.
Dicendolo francamente, a prescindere da quanti trovino la
cosa sgradevole, se nel frattempo fosse emersa un'alternativa ad Assad,
politicamente e militarmente credibile (innanzitutto per la Siria),
vari problemi si ridurrebbero. Ma così non è e allora, piaccia o no, il
crollo del governo di Damasco significherebbe abbandonare la Siria a
Isis e al-Qaida, oppure far scomparire il paese dalla carta
geografica, polverizzandolo in una miriade di staterelli senza peso
politico ed economico, e alla mercé del primo che arriva. Non è da
escludere che in certi ambienti occidentali lo si voglia.
Tralasciando (per scaramanzia) l'ipotesi dello scontro
diretto fra militari russi e statunitensi, e ipotizzando altresì che il
bombardamento in questione abbia costituito la classica una tantum,
senza mutare di molto la situazione sul campo, tuttavia, se resta
l'intenzione statunitense di non lasciare campo libero alla Russia in
Siria, c'è da chiedersi cosa potrebbe fare Trump, e con quali possibili
alleanze, per imporre una sua soluzione alla crisi siriana. Sempre
infischiandosene di tutto, egli potrebbe aumentare la presenza di truppe
statunitensi sul terreno per arrivare quanto prima alla conquista di
Raqqa, la capitale del "califfato" Isis. A questo fine Washington
avrebbe tuttavia bisogno di una copertura aerea maggiore di quella di
cui dispone oggi in loco: il che vorrebbe dire instaurare una no-fly zone
(ma la Russia quantomeno si opporrebbe, se non peggio), oppure gli
Stati Uniti dovrebbero trattare con Mosca, che forse non escluderebbe
Assad, visto che la presenza russa in Siria è avvenuta su richiesta del
governo di Damasco, internazionalmente riconosciuto. E allora?
Sul piano delle alleanze, a ben guardare - e ferma
restando la citata assenza di alternative ad Assad - non viene in mente
molto, a parte la teorica carta curda, che poi si riduce alle milizie
curde di Siria. Infatti, tenuto conto della precisa realtà jihadista dei
"ribelli moderati", l'alleanza formale con essi per delineare una
"nuova Siria" sarebbe tanto un atto di onestà quanto una scelta
sicuramente impolitica; pertanto la si potrebbe ragionevolmente
escludere. Restano quindi i Curdi, ma dopo averli utilizzati Trump
potrebbe al massimo concedere loro soltanto una zona fortemente autonoma
in territorio siriano, insufficiente però ai fini di un ampio piano di
riorganizzazione del paese. In aggiunta a questa pochezza ci sarebbero
da mettere in conto le prevedibili reazioni turche - con ricadute sul
fronte sud-orientale della Nato - ma anche quelle dell'Iran e dello
stesso governo di Damasco.
Inoltre c'è da domandarsi se gli stessi Curdi ci
starebbero. La storia del popolo curdo è ricca di alleati opportunisti e
aleatori che al momento (per loro) opportuno si defilano e lo lasciano
esposto a ogni possibile rappresaglia; il che, nel caso in ispecie,
potrebbe accadere dopo la conquista di Raqqa. Conquista che è ancora di
là da venire, visto anche il precedente di Mosul, ancora non conquistata
per la tenace resistenza dell'Isis (a proposito, qui le stragi fatte
dall'aviazione Usa non suscitano emozioni internazionali).
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com
Etichette:
Donald Trump,
guerra in Siria,
imperialismo,
medio oriente,
Pier Francesco Zarcone,
USA,
Utopia Rossa
venerdì 21 ottobre 2016
Nella riconquista di Mosul, le YPG/J e la Guerriglia devono stare molto attente
Turchia, Qatar e KRG hanno completamente fallito nelle loro precedenti politiche che miravano a sconfiggere il movimento sociale nonchè a distruggere i Cantoni in Rojava, nonostante ce l’abbiano messa tutta: dall’invasione di Mosul, all’attacco a Kobane, dagli atti terroristici alla no-fly zone in Rojava fino al fallimento dell’azione combinata tra Turchia ed Arabia Saudita per entrare in Siria ed attaccare le forze curde col pretesto di combattere i gruppi terroristici.
L’attuale piano è quello di “riprendere Mosul”. Questo piano nasconde una cospirazione ed un progetto segreto. Che potrebbe essere pericoloso; se le YPG/J e la Guerriglia non cambiano tattica, potremmo perdere tutto quello che è stato conquistato in Rojava.
Qual è il piano segreto?
L’anno scorso c’erano alcune ragioni per l’esercito turco per attraversare il confine e posizionarsi nei pressi di Mosul. Una è di carattere storico: Mosul era una delle regioni dell’Impero Ottomano dei tempi che furono. Le altre ragioni: dopo la sconfitta subita dalla Turchia e dall’ISIS a Kobane, la Turchia ritiene importante difendere l’ISIS se fosse attaccato a Mosul allo scopo di poter tornare a Raqqa e nel suo territorio in tutta sicurezza. Si tratta anche di proteggere le autobotti piene di petrolio che trasportano greggio a basso prezzo in Turchia ed a Raqqa, di fare pressione sulle YPG/J e sulla Guerriglia che stanno proteggendo la comunità Yazida, ma anche di aiutare i Peshmerga di Barzani se entrano in conflitto con le forze della YPG/J e della Guerriglia. Più importante ancora diventa il “grande piano o il piano segreto”, nel tentativo di riprendere il controllo di Mosul. Se come anticipato l’esito sarà la sconfitta dell’ISIS, la conseguenza potrebbe essere lo spostamento dell’ISIS verso Jazerra. Questo è lo scopo principale ed originario del piano.Un piano deciso molto tempo fa. C’è da sperare che quando l’ISIS sarà sconfitto, non avendo nessun posto dove spostarsi non vada verso al-Rabia. Al-Rabia e le aree intorno sono sotto il controllo dei Peshmerga di Barzani. In questa situazione sarebbe facile per loro penetrare in Jazeera. Una volta presa Jazeera il piano previsto è quello di scatenare l’attacco contro le YPG/J ed i suoi abitanti. Ciò che rende questo piano perfetto è l’esistenza del Consiglio Nazionale Curdo—l’organismo ombrello dei partiti curdi siriani creato con Barzani come sponsor. Se questo Consiglio in quanto alleato di Barzani non sostiene direttamente l’ISIS, certamente lo sostiene indirettamente.
Le YPG/J, la Guerriglia e forze Yazide alla riconquista di Mosul dovrebbero eludere la tattica della Turchia e di Barzani. Dovrebbero prendere parte alle operazioni militari in modo poco impegnativo. La tattica migliore sarebbe quella di radunare tutte le loro forze nella regione al di là del fronte per resistere ad un ritorno dell’ISIS verso i confini di Jazeera. E’ estremamente importante impedire loro di entrare in Jazeera. Dovrebbero essere distrutti oppure costretti a spostarsi dentro l’Iraq e nel Bashur (Kurdistan iracheno). Che siano il governo iracheno ed il KRG curdo ad aver a che fare con l’ISIS come hanno fatto fin dall’inizio o meglio non hanno fatto quando l’ISIS prese Mosul, permettendo il genocidio degli Yazidi.
E’ necessario che le YPG/J e la Guerriglia si defilino da questa guerra che ha come obiettivo il cuore della Rojava, Jazeera; occorre che eludano la tattica della Turchia e del KRG allo scopo di proteggere e mantenere tutto ciò che hanno costruito finora.
di Zaher Baher
Agosto 2016
(traduzione a cura di AL/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)
da http://anarkismo.net/article/29516
Links for reference:
ISIS survives largely because Turkey allows it to: the evidence …https://undercoverinfo.
WikiLeaks Reveals Saudi Arabia, Turkey & Qatar Secret Anti-Sy
https://www.google.co.uk/url?
Yerevan Saeed one of the Rudaw TV staff that financed by the Prime minster of KRG, Necheravan Barzani passed information on MIT about the PKK movement and its relationship with the Kurdish political parties in Bashur.
https://wikileaks.org/…/
In the link below Yerevan Saeed informing MIT about the movement of PJK ( the PKK sisterhood in Iran) on the Iran/ Iraq borders
https://wikileaks.org/…/
In the link below Yerevan Saeed informed MIT that PKK wants to have relationship with Israel.
https://wikileaks.org/…/
zaherbaher.com
Etichette:
Anarkismo.net,
crisi iraq,
guerra in Siria,
kurdistan,
Mosul,
ufficio relazioni internazionali FdCA,
YPG,
YPJ
lunedì 19 settembre 2016
24 settembre a Roma manifestazione "Piazza per il Kurdistan"
CONTRO L’OPPRESSIONE DEL POPOLO CURDO E LE PURGHE DI ERDOGAN CONTRO LE GUERRE ED IL TERRORE IN SIRIA ED IN IRAQ
SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA
AL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN ROJAVA
UNICA SPERANZA RIVOLUZIONARIA PER IL MEDIO ORIENTE
PER IL CESSATE IL FUOCO, AIUTI UMANITARI E RICOSTRUZIONE OVUNQUE
SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA
AL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN ROJAVA
UNICA SPERANZA RIVOLUZIONARIA PER IL MEDIO ORIENTE
PER IL CESSATE IL FUOCO, AIUTI UMANITARI E RICOSTRUZIONE OVUNQUE
Alternativa Libertaria/fdca aderisce e partecipa alla
manifestazione nazionale del 24 settembre a Roma a sostegno del popolo
curdo, della rivoluzione democratica in Rojava e per la liberazione di
Ocalan.
Il prepotente ingresso della Turchia sui campi di battaglia siriani ha come unico scopo quello di impedire che i cantoni curdi del Rojava nel nord della Siria si saldino un una unità territoriale autonoma ed auto-organizzata nel confederalismo democratico.
L’obiettivo della Turchia è condiviso da tutti gli attori in campo: dal governo di Damasco ai suoi alleati diretti (Russia ed Iran), dai gruppi jihadisti sostenuti dalle monarchie sunnite agli Stati Uniti ed all’Unione Europea, che sono alleati della Turchia nell’ambito della NATO.
Le capacità militari e politiche dei Curdi del Rojava nel combattere, respingere ed incalzare l’ISIS, nel costruire un’alleanza come quella delle Forze Democratiche Siriane e contemporaneamente nell’edificare il confederalismo democratico, hanno dimostrato che può esistere una fondata speranza ed un’alternativa credibile al centralismo di Assad, al terrorismo dell’ISIS&Co., agli interessi delle potenze imperialiste e locali nel costruire un nuovo futuro per la Siria e per il Medio Oriente.
Questa speranza, questa alternativa deve essere sostenuta, perchè introduce elementi di libertà, di laicità, di uguaglianza e di pluralismo in un Medio Oriente storicamente statocentrico e perchè indica una strada rivoluzionaria e libertaria anche per le composite “democrazie” occidentali, incapaci di accogliere i profughi.
Ora, tutto ciò che in Rojava si è costruito è seriamente minacciato dal rapido convergere di interessi geopolitici che nulla hanno a che vedere con la lotta al terrorismo, con la sofferenza del popolo siriano, con i profughi, con la fine del conflitto.
Per questo, il popolo curdo, il confederalismo democratico in Rojava ed uno dei suoi maggiori esponenti come Ocalan hanno bisogno di tutta la solidarietà internazionalista possibile, di tutti gli sforzi possibili per far giungere la voce del popolo curdo in lotta per la sua libertà e di tutto il Medio Oriente in ogni angolo del mondo.
Alternativa Libertaria/fdca ed il movimento anarchico, sostenitori fin dagli inizi del confederalismo democratico curdo, non faranno mancare il loro appoggio.
Roma, 24 settembre 2016
Alternativa Libertaria/fdca
Il prepotente ingresso della Turchia sui campi di battaglia siriani ha come unico scopo quello di impedire che i cantoni curdi del Rojava nel nord della Siria si saldino un una unità territoriale autonoma ed auto-organizzata nel confederalismo democratico.
L’obiettivo della Turchia è condiviso da tutti gli attori in campo: dal governo di Damasco ai suoi alleati diretti (Russia ed Iran), dai gruppi jihadisti sostenuti dalle monarchie sunnite agli Stati Uniti ed all’Unione Europea, che sono alleati della Turchia nell’ambito della NATO.
Le capacità militari e politiche dei Curdi del Rojava nel combattere, respingere ed incalzare l’ISIS, nel costruire un’alleanza come quella delle Forze Democratiche Siriane e contemporaneamente nell’edificare il confederalismo democratico, hanno dimostrato che può esistere una fondata speranza ed un’alternativa credibile al centralismo di Assad, al terrorismo dell’ISIS&Co., agli interessi delle potenze imperialiste e locali nel costruire un nuovo futuro per la Siria e per il Medio Oriente.
Questa speranza, questa alternativa deve essere sostenuta, perchè introduce elementi di libertà, di laicità, di uguaglianza e di pluralismo in un Medio Oriente storicamente statocentrico e perchè indica una strada rivoluzionaria e libertaria anche per le composite “democrazie” occidentali, incapaci di accogliere i profughi.
Ora, tutto ciò che in Rojava si è costruito è seriamente minacciato dal rapido convergere di interessi geopolitici che nulla hanno a che vedere con la lotta al terrorismo, con la sofferenza del popolo siriano, con i profughi, con la fine del conflitto.
Per questo, il popolo curdo, il confederalismo democratico in Rojava ed uno dei suoi maggiori esponenti come Ocalan hanno bisogno di tutta la solidarietà internazionalista possibile, di tutti gli sforzi possibili per far giungere la voce del popolo curdo in lotta per la sua libertà e di tutto il Medio Oriente in ogni angolo del mondo.
Alternativa Libertaria/fdca ed il movimento anarchico, sostenitori fin dagli inizi del confederalismo democratico curdo, non faranno mancare il loro appoggio.
Roma, 24 settembre 2016
Alternativa Libertaria/fdca
giovedì 8 settembre 2016
QUESTIONE CURDA E CONFLITTO SIRIANO di Pier Francesco Zarcone
UNA QUESTIONE IRRISOLTA
Di recente nel quadro del già complicato scenario del
conflitto siriano è esplosa la questione curda, con violenza e foriera
di complicazioni notevoli per tutti i soggetti del Vicino e Medio
Oriente che ne temono i contraccolpi. Le loro preoccupazioni sono
aggravate dal palese e massiccio appoggio ai Curdi di Siria da parte
degli Stati Uniti, direttamente presenti sul terreno a prescindere dal
non esservi stati chiamati da quello che - piaccia o no - in base al
diritto internazionale è il legittimo governo della Siria (simpatie e
antipatie rimangono extragiuridiche) e con cui mantengono regolari
rapporti paesi non di secondo piano come l'India e la Cina. I soggetti
in questione sono notoriamente Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Emersa con la fine della Grande Guerra, la questione
curda è rimasta irrisolta non tanto per la cattiveria e l'ottusità dei
governanti di quei paesi - che tuttavia ci sono state e l'hanno
aggravata - quanto e soprattutto a causa di due fattori geopolitici: la
frammentazione del Kurdistan geografico all'interno delle entità statali
costituite da Gran Bretagna e Francia per i rispettivi interessi
imperialistici (il caso della Turchia kemalista è del tutto a parte);
nonché i fragilissimi "equilibri" interni di tali nuovi Stati (dalle
frontiere palesemente tracciate col righello sulla carta geografica)
sotto i profili etnico, religioso e sociale; di modo che i loro poteri
centrali hanno visto un concreto pericolo di disintegrazione nella pur
minima concessione di autonomia alle minoranze curde.
In linea generale della questione curda per decenni e
decenni non è importato molto alle potenze esterne all'area, mentre in
essa gli Stati spesso e volentieri hanno cinicamente e in vario modo
appoggiato i Curdi altrui mentre reprimevano quelli di casa
propria. Mancando appoggi internazionali, è mancata altresì la
strumentalizzazione esterna del problema, naturalmente a scapito
ulteriore dei Curdi: non si dimentichi il male derivato agli Armeni alla
fine dell'Impero ottomano a causa delle istigazioni esterne in senso
nazionalistico senza proposizione di soluzioni concrete e possibili, ma
sostenute da reiterate e mai mantenute promesse di aiuto e difesa.
LE PREMESSE
Esistendo l'Impero ottomano, era assente una «questione
curda», al pari del nazionalismo arabo, limitato a ristrettissime élite
senza radici popolari: il mito di Lawrence d'Arabia - sicuramente ben
costruito sul piano mediatico - è del tutto fuorviante, tant'è che quel
personaggio mobilitò (a pagamento) solo qualche migliaio di beduini del
deserto fra le attuali Giordania e Arabia Saudita. Le cose invece
cambiarono per tutti a seguito del crollo di quell'Impero.
Le grandi potenze europee vincitrici della Grande Guerra
si limitarono a prospettare la nascita di un Kurdistan indipendente
(destinato a finire sotto l'influenza britannica) nel Trattato di Sèvres
(10 agosto 1920): i confini di questo Stato li avrebbe dovuti tracciare
definitivamente un'apposita commissione della Società delle Nazioni.
Quel Trattato nasceva però nella fase immediatamente postbellica,
caratterizzata dall'illusione dei vincitori di poter estendere
all'Anatolia la disintegrazione dei vecchi domini ottomani; illusione
fatta presto naufragare dalla vittoriosa guerra d'indipendenza turca
guidata da Mustafa Kemal. In conclusione, il successivo Trattato di
Losanna (1923), firmato dagli Alleati e dal rappresentante di Kemal
sulle ceneri di quello di Sèvres, non fece più menzione di un Kurdistan
indipendente. A far "digerire" questo assetto giuridico ai nazionalisti
curdi d'Anatolia ci pensò la repressione dell'esercito kemalista.
Ormai i Curdi erano essenzialmente suddivisi fra Turchia,
Siria e Iraq. Ovviamente per ragioni di spazio dobbiamo fare dei salti
storici, per cui diciamo solo - per quanto riguarda i Curdi di
quest'ultimo paese - che una lunga e aspra lotta ha consentito loro di
ritagliarsi un Kurdistan autonomo, poi federato all'interno della
Repubblica irachena solo grazie alle contingenze belliche culminate
nella caduta del regime di Saddam Husayn. Nel Kurdistan iracheno a
dominare oggi è il Partito Democratico del Kurdistan (in curdo Pārtī Dīmūkrātī Kūrdistān), fondato nel 1946 dal leggendario "Mullah
rosso" Mustafa Barzani - guidato oggi dall'attuale Presidente di quella
entità, Mas'ud Barzani - insieme all'ex nemica Upk, ovvero Unione Patriottica del Kurdistan (Eketî Niştîmanî Kurdistan)
di Jalal Talabani, a sua volta diventato Presidente dell'Iraq dopo la
caduta del regime baathista. Per quanto riguarda la Turchia è nota la
persistente guerriglia che dal 1984 conduce il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan, Pkk; in turco Kürdistan İşçi Partisi).
Dal punto di vista politico, fra la repressione irachena e
quella turca esiste una differenza ideologica non lieve: in Iraq si è
repressa un minoranza che era vista come tale, mentre in Turchia è stata
addirittura negata ai Curdi la loro diversità etnica, linguistica e
culturale in genere rispetto ai Turchi (per non complicare la vita,
lasciamo stare cosa si debba intendere oggi per "turco") mediante il
comodo (e fallace) termine di "Turchi della montagna".
I CURDI DI SIRIA CON ANKARA CHE NON STA A GUARDARE
In Siria il precipitare della crisi bellica ha propiziato tra i Curdi locali un'evoluzione del Partito dell'Unione Democratica, o Pyd (Partiya Yekîtiya Demokrat, in arabo Hizb al-Ittihad al-Dimuqratiy), nel senso di portare nel 2004 alla creazione di una forza paramilitare denominata Unità di Protezione Popolare (Yekîneyên Parastina Gel,
Ypg) col compito originario di proteggere dai jihadisti le zone siriane
a concentrazione curda (circa 600.000 abitanti). Dal 2014 l'Ypg ha
dovuto fronteggiare l'espansione dell'Isis, ricevendo massicci
rifornimenti statunitensi e conseguendo vari successi sul campo, a
cominciare dalla difesa di Kobane.
Inizialmente il governo di Damasco, per quanto senza
soverchia simpatia, non l'ha osteggiato, ma di recente la situazione si è
capovolta e gli attuali scontri armati con l'Ypg nelle città di Hasakah
e Qamishly - aiutati anche con chiare minacce all'Esercito Arabo
Siriano da parte degli Stati Uniti – attestano che ormai si è aperto un
nuovo fronte bellico fra truppe regolari siriane e Ypg. Un fronte
estremamente pericoloso, in cui la Russia dovrà svolgere un improbo
compito di contenimento per evitare che si arrivi a combattimenti
coinvolgenti truppe statunitensi (che in Siria non dovrebbero esserci) e
da cui solo l'Isis trarrebbe vantaggio.
È palese che, dopo i fallimentari esperimenti del
cosiddetto Esercito Libero Siriano e dei ribelli musulmani "moderati",
ovunque battuti da an-Nusra e dall'Isis (famoso il fallimento della Division 30 formata da turkmeni "moderati" addestrati dagli Usa e costati 500 milioni di dollari, letteralmente sbaragliata da an-Nusra
appena arrivata in Siria), gli Stati Uniti abbiano individuato nei
Curdi dell'Ypg uno strumento militarmente assai più valido al fine di
creare basi più solide per la futura disgregazione della Siria. Da qui
la presenza di militari statunitensi con divise curde, le cui foto sono
comparse anche nella stampa italiana, e da qui i combattimenti ad
Hasakah e Qamishly contro le truppe siriane.
Non a caso quelli dell'Ypg parlano apertamente di una Rojavayê Kurdistanê, o più semplicemente Rojava,
cioè di una regione autonoma curda nel nord e nordest della Siria, per
la quale a novembre del 2013 il Pyd aveva già annunciato la creazione di
un governo interinale riguardante i tre "cantoni" di Afrin, Jazira e
Kobane. Le manovre statunitensi con l'Ypg non potevano lasciare
indifferente la Turchia; e infatti - oltre a quello curdo-siriano - si è
aperto un fronte curdo-turco. Ricordiamo per inciso che per Ankara
l'Ypg è semplicemente una filiale del Pkk; a complicare il quadro c'è
che il partito curdo iracheno di Barzani è nemico tanto del Pkk quanto
dell'Ypg.
Alle 4 del mattino del 24 agosto l'esercito turco ha
avviato nel nord della Siria l'operazione "Scudo dell'Eufrate" al fine
di eliminare le minacce dell'Isis ma soprattutto delle forze curde
siriane, come ha dichiarato lo stesso Recep Tayyip Erdoğan, aggiungendo -
tanto per esser chiari - che nessuno può pensare alla situazione
siriana come indipendente dagli affari interni della Turchia.
L'obiettivo è la città di Jarablus, e consisterebbe nel farvi entrare,
prima dell'Ypg, elementi dell'Esercito Libero Siriano. Ma come se non
bastasse, l'Agenzia Reuters ha raccolto la dichiarazione di un
alto funzionario statunitense, il quale ha annunciato copertura aerea
degli Stati Uniti alla Turchia durante l'operazione militare contro i
terroristi dell'Isis a Jarablus! Qui la logica formale serve a poco.
D’altro canto - poiché l'Ypg fa parte della coalizione di
Obama a cui partecipa (a parole) anche la Turchia - l'operazione "Scudo
dell'Eufrate" verrebbe ad essere una specie di conflitto fra presunti
coalizzati. Ma non già un'anomalia nelle politiche del Vicino Oriente,
in cui i cambi di fronte non avvengono necessariamente in successione
cronologica, bensì possono essere in contemporanea: vale a dire,
l'alleanza di A, B e C contro D non esclude che a un certo punto alla
comune lotta si aggiunga un conflitto tra A e C.
Certo è che la politica estera turca è oggi del tutto
inaffidabile perché volatile, ed essendo decisa da un unico soggetto
(Erdoğan) c'è da chiedersi se sappia cosa voglia e come ci voglia
arrivare. Per Erdoğan l'asse Stati Uniti-Ypg è di estrema pericolosità e
farà di tutto per ostacolarlo; questo l'ha portato a esternare la sua
contrarietà a un assetto postbellico della Siria secondo linee
etnico-confessionali, facendo pensare a taluni osservatori che ad Ankara
adesso potrebbe anche andare bene la permanenza al potere di al-Assad e
del Baath, cosa non del tutto sicura. Al momento i rapporti
della Turchia col Kurdistan iracheno sembrano "normalizzati", e
innegabilmente questa regione si è giovata assai degli investimenti
economici turchi e di un certo appoggio politico; d'altra parte
l'inimicizia di Barzani verso il Pkk è ancora una garanzia perdurante.
Inoltre - e non da ultimo - l'esportazione di gas naturale e petrolio
dal Kurdistan iracheno deve passare attraverso la Turchia. Proprio
l'appoggio al - e del - governo curdo di Erbil appare essere una carta
positiva per Erdoğan, a patto che riesca a evitare intese fra Curdi
iracheni e Curdi di Siria e Turchia. È certo una scommessa, tenuto conto
di quanto si dirà fra poco. Ma il vero problema di Ankara non è fuori
dalle frontiere, poiché solo se riuscisse a realizzare un qualche grado
di normalizzazione con i propri Curdi, così da ridurre di molto la presa
del Pkk, potrebbe evitare che la carta curda sia giocabile dai propri
nemici o alleati di dubbia lealtà.
INTANTO NEL KURDISTAN IRACHENO…
Non è chiaro cosa potrebbe derivare dal referendum
(originariamente preannunciato per il 2014) che si dovrebbe
presumibilmente tenere fra settembre e ottobre nel Kurdistan iracheno,
qualora vincessero gli indipendentisti. Al riguardo la dirigenza di
Erbil si è attestata su una posizione conciliante, avendo preannunciato
che in ogni caso la questione verrebbe discussa col governo di Baghdad
per evitare effetti dirompenti. Si può azzardare a ritenere che - a
parità di condizioni - ritrovandosi l'eventuale Stato curdo mesopotamico
stretto fra Iraq e Turchia soprattutto sul piano economico, forse la
situazione non muterebbe granché. Ma i giochi restano aperti.
L'iniziativa referendaria - oltre a esprimere le forti
differenze ideologiche tra i Curdi iracheni e i Curdi turchi e siriani, e
quindi a mandare per aria i sogni (velleitari) di un Kurdistan unito -
risponde a un grave contenzioso tra Erbil e Baghdad circa la
ripartizione dei proventi da gas e petrolio, tanto che dal 2014 Erbil ha
iniziato a effettuare vendite in autonomia, cioè senza passare per
Baghdad. Il mancato trasferimento di fondi dalla capitale a Erbil
avrebbe provocato una grave crisi economica e un deficit per i Curdi di
almeno 406 milioni di dollari (ma l'opposizione curda al partito di
Barzani accusa di nascondere il reale valore delle vendite di greggio e
gas, e di fabbricare una crisi economica solo per reprimere le
opposizioni e favorire politiche autoritarie).
Per la popolazione la crisi tuttavia morde. I dipendenti
pubblici (oltre un milione e mezzo, pari al 25% della forza-lavoro) non
ricevono il salario da cinque mesi, aumentano i disoccupati e il 20% del
popolo vive sotto la soglia di povertà, giacché anche lì i proventi
delle esportazioni energetiche vanno a favore di un'élite economica che è
anche politica. Recentemente il governo di Baghdad ha promesso di
scongelare il trasferimento congiunto per fronteggiare la crisi,
aggravata dal crollo del prezzo del petrolio. Tutto questo per dire che
anche il Kurdistan iracheno è meno stabile di quanto potesse apparire e
che un suo eventuale collasso costituirebbe una catastrofe nella
catastrofe, con Raqqa e Mosul ancora nelle mani dell'Isis.
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com
venerdì 2 settembre 2016
LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,
LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,
di Pier Francesco Zarcone
L'iniziativa turca di invadere una piccola parte del nord
siriano e occupare Jarablus induce a forti preoccupazioni politiche e
militari, poiché in una situazione come quella siriana l'ingresso di
nuovi soggetti - in particolare se "di peso" - complica e incancrenisce,
rendendo meno probabile o vicina una soluzione e aumentando invece le
probabilità di balcanizzazione o somalizzazione dell'area, nonché
l'indebolimento della lotta all'Isis. Tra chi se ne rende conto
benissimo c'è sicuramente lo stesso Erdoğan, che tuttavia è mosso da
suoi obiettivi specifici.
Lo si può arguire dalla ridicola dichiarazione ufficiale
turca secondo cui lo scopo dell'iniziativa militare starebbe nella
chiusura del confine con la Siria in funzione anti-Isis. Il ridicolo
nasce dal fatto che Ankara avrebbe potuto tranquillamente ordinare alle
proprie Forze armate di effettuare tale chiusura dal lato turco, giacché
in termini di sicurezza acquisire il controllo di alcuni chilometri
quadrati di territorio siriano non serve proprio a nulla.
È palese - e non vi è serio osservatore internazionale a
negarlo - che obiettivo del governo turco sono i Curdi dell'Ypg, legati
al Pkk, e in particolare impedire loro di completare - mediante la
conquista di Jarablus - l'occupazione territoriale necessaria per la
definizione di un'entità curda confinante con la Turchia. La successione
dei fatti è chiarificatrice. Dopo l'occupazione curda di Manbij,
sottratta all'Isis, a Jarablus i Curdi proclamavano la creazione di un
nuovo consiglio militare; dopo tre ore da quell'annuncio il capo di tale
organismo veniva assassinato e il mandante era additato nel governo
turco. Poi, l'occupazione turca di Jarablus e la pretesa di Ankara di
avere anche Manbij e l'immediato ritiro curdo a est dell'Eufrate.
Ritirata peraltro avvenuta con tempestività. Cioè a dire, gli Stati
Uniti, che l'Ypg considera suo alleato, "come da copione" hanno tradito
gli ingenui e ambiziosi Curdi, preferendo non creare con la Turchia
ulteriori frizioni delle quali potrebbe avvantaggiarsi la Russia.
Non si dimentichi che in Oriente i simboli - e le date
simboliche - hanno una grande importanza, ormai scomparsa e
incomprensibile in Occidente, e quindi mantengono intatta la loro
capacita di espressione: ebbene, gli stessi giornali turchi hanno tenuto
a sottolineare che l'ingresso in Siria delle truppe avveniva nel 500º
anniversario della battaglia di Marj Dabiq (a nord di Aleppo), che
durante la guerra fra Ottomani e Mamelucchi sirio-egiziani (1516-1517)
aprì ai primi la strada per la conquista del Vicino Oriente e iniziò la
fine dell'Impero mamelucco. Alla sottolineatura commemorativa fatta
dalla stampa turca si potrebbe aggiungere che dopo la Grande Guerra la
perdita della Siria settentrionale (e di Mosul) fu molto "mal digerita"
dalla Repubblica di Turchia - forse nient'affatto metabolizzata - e oggi
probabilmente Erdoğan pensa di avere la possibilità di recuperare
(almeno parzialmente) quanto non riuscì a Kemal Atatürk. A questo punto
si pone il problema se le ambizioni di Erdoğan si fermino qui, o al
contrario se non riguardino anche Aleppo (il che sarebbe storicamente
naturale) e magari - in prospettiva - Mosul.
Nel complicarsi della situazione nel nord siriano non
colpisce tanto il basso tono della protesta di Damasco - oggettivamente
non in grado di fare di più - quanto l'assenza di forti prese di
posizione da parte di Russia e Iran. Questo fa pensare a molti
osservatori che esista un accordo (per lo meno tacito) fra Ankara,
Mosca, Damasco e Teheran; accordo che non sarebbe privo di ragion
d'essere in base ai rispettivi interessi. I Curdi di Siria - sentendosi
spalleggiati dagli Usa - hanno dato sfogo alle proprie ambizioni forse
con eccessiva fretta e troppo scopertamente, talché su di loro incombe
ora il rischio di restare abbandonati a sé stessi se per caso dovesse
ridursi l'importanza del ruolo militare contro l'Isis fin qui ricoperto.
La cosa si chiarirà meglio se e quando ci sarà l'attacco dell'Ypg
contro Raqqa.
Essendo arrivati ai ferri corti Damasco e l'Ypg a
Qamushly e Hasakah, ed essendo una delle conseguenze dell'iniziativa
turca la distrazione di almeno 5.000 ribelli siriani dal fronte di
Aleppo a Jarablus, per il momento la mini-invasione turca può anche
essere segnata dai governativi nel saldo positivo della "contabilità
bellica". Anche per l'Iran - al cui interno esistono minoranze curde e
arabo-sunnite, ancora in stato di quiete - meno successo ottengono i
Curdi in Siria e Iraq tanto meglio è.
Nel caso degli Stati Uniti la questione è più articolata -
ma per nulla indecifrabile - alla luce della massima di Churchill,
valida anche per Washington: niente amicizie nelle alleanze, ma solo
l'espressione di interessi particolari. Nel corso del conflitto siriano
un costante interesse particolare degli Stati Uniti è consistito nella
creazione nel territorio della Siria di zone-cuscinetto, ovvero di
"santuari" non attaccabili dalle forze di Damasco e utilizzabili dai
ribelli per operazioni belliche non solo frontaliere. Nel nord la cosa è
sembrata possibile fino al 24 agosto utilizzando i Curdi, tanto più che
gli altri ribelli sono in difficoltà ad Aleppo e le truppe regolari
siriane avanzano ad occidente dell'Eufrate.
A conti fatti la mossa turca non va contro gli
intendimenti degli Usa, giacché ai Curdi sono sostituibili altri ribelli
sostenuti dalla Turchia. Per inciso, nel sud siriano sono le forze
speciali britanniche a lavorare (senza autorizzazione alcuna) allo
stesso scopo ai confini con Giordania e Iraq. Ma se il mutare dei
fattori non incide sul risultato nulla avranno da eccepire Washington e
Londra, e difatti la mini-invasione turca è avvenuta con la
pubblicizzata copertura aerea statunitense.
Gli sviluppi iniziati col 24 agosto portano a considerare
del tutto immotivati gli entusiasmi di quei nemici dell'Occidente che
hanno dato per scontato il cambio di alleanze della Turchia dopo il
fallito golpe. Tutto sommato - tenuto conto della rete di alleanze
locali della Russia e il maggior affidamento che Mosca può dare ai
propri alleati (anche perché di altri possibili non ce ne sono in zona) -
le ambizioni di Erdoğan fuori dagli attuali confini turchi possono
trovare realizzazione solo mantenendo una sia pur conflittuale alleanza
con gli Usa. Per i suoi fini, le necessità di Erdoğan consistono nella
balcanizzazione dell'area. All'inizio della crisi siriana si poteva
puntare, come grimaldello, semplicemente sulla caduta del governo di
al-Assad e sugli effetti conseguenti. Ora invece, poiché il
rovesciamento del governo di Damasco non è più dietro l'angolo,
balcanizzare comunque il balcanizzabile è obiettivo primario, anche per
guadagnare tempo ai fini della continuazione della guerra. Ed ecco
procedere "a braccetto" Ankara e Washington: ai Curdi provveda pure il
buon Dio; non sarà né la prima né l'ultima volta che restano soli con
una manciata di sterili illusioni.
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com
Etichette:
analisi,
erdogan boia,
guerra in Siria,
invasione turca,
kurdistan,
Pier Francesco Zarcone,
Utopia Rossa
mercoledì 31 agosto 2016
La Turchia ed il Libero Esercito di Siria prendono Jarablus all'ISIS senza combattere
La truppe turche ed i miliziani del cosiddetto "islamista moderato" Libero Esercito di Siria (FSA) sono entrati nel centro della città di Jarablus togliendo all'ISIS tutti i palazzi governativi. Dai reports si apprende che non ci sarebbero stati scontri tra i due schieramenti dal momento che l'ISIS aveva già abbandonato la città da alcuni giorni. Filmati girati da miliziani del FSA fanno vedere anche che non ci sono civili presenti della città della Siria settentrionale.
Più di 20 carri armati turchi e 500 soldati
turchi insieme ai miliziani del FSA sono penetrati stamattina
nel nord della Siria all'interno dell'operazione "Euphrates
Shield', definita dagli ufficiali turchi un "atttacco allo ISIS
ed ai terroristi curdi".
Fonti curde riportano bombardamenti turchi sugi abitati curdi ad est ed ovest di Jarablus, con la morte di almeno 49 civili.
Più di 3000 civili sono fuggiti nella vicina Manbij, che era stata tolta all'ISIS da poco dalle Forze Democratiche Siriane (SDF).
Esponenti curdi hanno condannato l'operazione turca come una vera e propria invasione, con le parole del co-presidente del PYD Saleh Moslem: la Turchia è entrata nel pantano siriano e verrà sconfitta proprio come Daish (Islamic State). Commentatori curdi ad alcuni media internazionali hanno sottolineato che il vero obiettivo dell'operazione turca non è l'ISIS bensì le forze a guida curda che si stavano preparando ad un'operazione militare per liberare dall'ISIS Jarablus, Al-Bab e Mare fino ad unire così i 3 cantoni della Rojava.
Questa interpretazione è stata confermata da esponenti turchi i quali hanno detto che non permetteranno la costituzione di un'entità curda al loro confine.
Nel frattemmpo, esponenti USA, tra cui il Vice Presidente Joe Biden, hanno dichiarato il loro sostegno all'operazione turca e chiesto alle YPG di ritirarsi ad est dell'Eufrate. Molti commentatori hanno definito come "tradimento", la posizione assunta dagli USA contro i Curdi.
In risposta, il comandante delle YPG, Redur Xelil, ha detto alla Reuters che la decisione di ritornare ad est dell'Eufrate sarà presa dal Comando Generale delle SDF.
Il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha confermato il sostegno USA dicendo che l'operazione era stata pianificata con gli USA "fin dall'inizio" ed avvertendo PYD/YPG di ritirarsi altrimenti "si farà ciò che è necessario".
Alcuni commentatori hanno detto che USA, Iran, Russia, Siria e Governo Regionale Curdo (KRG in Iraq) avevano dato luce verde e concordato con l'operazione.
Tuttavia, il ministro degli esteri siriano ha condannato l'operazione quale "violazione della sovranità del paese" aggiungendo che la "Turchia sta rimpiazzando un gruppo terrorista con un altro".
La Russia ha dato peso alle parole del ministro siriano dicendo di essere preoccupata sugli sviluppi lungo il confine turco-siriano.
Fonti turche dicono che l'operazione potrebbe proseguire nelle zone di Al-Bab e Mare, con una spinta finale fino a Manbij, cosa che porterebbe le forze tuche a scontrarsi con quelle del SDF.
Fonti curde riportano bombardamenti turchi sugi abitati curdi ad est ed ovest di Jarablus, con la morte di almeno 49 civili.
Più di 3000 civili sono fuggiti nella vicina Manbij, che era stata tolta all'ISIS da poco dalle Forze Democratiche Siriane (SDF).
Esponenti curdi hanno condannato l'operazione turca come una vera e propria invasione, con le parole del co-presidente del PYD Saleh Moslem: la Turchia è entrata nel pantano siriano e verrà sconfitta proprio come Daish (Islamic State). Commentatori curdi ad alcuni media internazionali hanno sottolineato che il vero obiettivo dell'operazione turca non è l'ISIS bensì le forze a guida curda che si stavano preparando ad un'operazione militare per liberare dall'ISIS Jarablus, Al-Bab e Mare fino ad unire così i 3 cantoni della Rojava.
Questa interpretazione è stata confermata da esponenti turchi i quali hanno detto che non permetteranno la costituzione di un'entità curda al loro confine.
Nel frattemmpo, esponenti USA, tra cui il Vice Presidente Joe Biden, hanno dichiarato il loro sostegno all'operazione turca e chiesto alle YPG di ritirarsi ad est dell'Eufrate. Molti commentatori hanno definito come "tradimento", la posizione assunta dagli USA contro i Curdi.
In risposta, il comandante delle YPG, Redur Xelil, ha detto alla Reuters che la decisione di ritornare ad est dell'Eufrate sarà presa dal Comando Generale delle SDF.
Il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha confermato il sostegno USA dicendo che l'operazione era stata pianificata con gli USA "fin dall'inizio" ed avvertendo PYD/YPG di ritirarsi altrimenti "si farà ciò che è necessario".
Alcuni commentatori hanno detto che USA, Iran, Russia, Siria e Governo Regionale Curdo (KRG in Iraq) avevano dato luce verde e concordato con l'operazione.
Tuttavia, il ministro degli esteri siriano ha condannato l'operazione quale "violazione della sovranità del paese" aggiungendo che la "Turchia sta rimpiazzando un gruppo terrorista con un altro".
La Russia ha dato peso alle parole del ministro siriano dicendo di essere preoccupata sugli sviluppi lungo il confine turco-siriano.
Fonti turche dicono che l'operazione potrebbe proseguire nelle zone di Al-Bab e Mare, con una spinta finale fino a Manbij, cosa che porterebbe le forze tuche a scontrarsi con quelle del SDF.
Link esterno: http://kurdishquestion.com/article/3381-turkey-fsa-take...fight
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)
martedì 23 febbraio 2016
YPG: Noi non c'entriamo niente con l'attentato di Ankara. La Turchia invece sta prerarando l'attacco di terra alla Rojava
Il Comando Generale delle YPG ha dichiarato che non esiste nessun legame tra loro e l'attentato, sottolineando come Davutoğlu abbia lanciato le sue accuse per preparare il terreno all'offensiva turca in Rojava ed in Siria. Il Comando Generale ha messo in evidenza che le YPG non sono impegnate da tempo in nessuna attività militare contro lo Stato turco nonostante gli attacchi e le provocazioni messe in essere da quest'ultimo. Qui di seguito il testo integrale del comunicato diffuso dal Comando Generale delle YPG:
"Come è noto al nostro popolo ed all'opinione pubblica, la rivoluzione in Rojava è entrata nel suo quarto anno di vita. Come forze delle YPG, stiamo proteggendo il nostro popolo nella regione della Rojava fin dal primo giorno della rivoluzione. In condizioni molto difficili, stiamo proteggendo il nostro popolo da bande barbariche come l'ISIS e Al-Nusra. Non si contano le dichiarazioni di Stati e di organi di stampa in cui è stato ripetutamente denunciato il sostegno che la Turchia ha fornito a questi gruppi terroristici. A parte contro questi gruppi terroristici che ci attaccano, le YPG non hanno in corso alcuna attività militare contro gli Stati vicini o contro altre forze. Nonostante tutti gli attacchi e le provocazioni subiti lungo il confine della Rojava, il nostro atteggiamento è stato di lungimirante responsabilità non dando mai luogo a ritorsioni contro la Turchia. Durante i 4 anni trascorsi, la Rojava è diventata l'area più sicura lungo il confine turco-siriano e non vi è stata nessuna azione militare condota dalle YPG per tutto questo tempo. Questa verità è ben nota ai militari turchi ed al governo dell'AKP. Che stanno deliberatamente distorcendo la verità scaricando su di noi la responsabilità per le esplosioni di Ankara.
Vorremmo che il nostro messaggio giungesse anche ai popoli della Turchia e del mondo intero: noi non abbiamo nulla a che fare con questo incidente. Non abbiamo nulla a che vedere con questo attentato specifico così come non siamo mai stati coinvolti in attacchi contro la Turchia. Lo stato turco non può provare in alcun modo nessun nostro coinvolgimento in qualsiasi attentato contro la Turchia, dato che non siamo mai stati coinvolti in azioni simili. Le accuse del Primo Ministro turco Davutoğlu secondo cui "L'attentato di Ankara è stato diretto dalle YPG" è una menzogna ed è quanto di più lontano dalla verità. Con le sue dichiarazioni, Davutoğlu intende spianare la strada ad un'offensiva turca in Siria ed in Rojava, per dissimulare le relazioni della Turchia con l'ISIS, che è cosa nota ormai a tutto il mondo.
Come Unità di Difesa Popolare-YPG, ribadiamo ancora una volta che non abbiamo nessun legame con le esplosioni in Ankara ed invitiamo tutti gli stati vicini ad avere rispetto per la rivoluzione della Rojava e per la volontà popolare". Fonte ANF.
KQ aggiunge che il Partito di Unione Democratica (PYD), a cui sono affiliate le YPG, ha dichiarato che sono "totalmente da respingere" le accuse di un suo coinvolgimento.
Anche Saleh Muslim, co-presidente del PYD, ha respinto le accuse contro le YPG dell'attentato in Turchia. "Le YPG non considerano la Turchia come un nemico" ha dichiarato all'agenzia Reuters.
Link esterno: http://kurdishquestion.com/index.php/kurdistan/west-kur....html
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali
Etichette:
Ankara,
attentato,
guerra in Siria,
la rivoluzione kurda in Rojava,
Rojava,
terrorismo di stato,
YPG
Iscriviti a:
Post (Atom)








