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mercoledì 18 aprile 2018

Per finirla con la guerra in Siria

Negli ultimi giorni non si sente più parlare di Afrin, assediata e distrutta dal governo turco. Confusa nel massacro siriano senza fine, ora è alla ribalta il massacro di Duma, apparentemente compiuto con armi chimiche, ad allarmare  le coscienze e portarle ad invocare un attacco occidentale. Dopo sei anni di massacri infiniti, che hanno martoriato un popolo che inizialmente chiedeva solo di uscire dalla dittatura di Assad e si è trovato teatro di una guerra civile in cui sono intervenuti praticamente tutti gli attori internazionali. Tutti apparentemente dalla stessa parte, contro il Daesh, o ISIS che dir si voglia, e in realtà tutti intenzionati a guadagnarsi un posizionamento migliore nel grande gioco, la strategia della guerra dell’Energia. Quello che risulterà dallo smantellamento della Siria e che  porterà nuovi equilibri. Ora che il pericolo ISIS è scomparso dall’emergenza, gli Stati si stanno spartendo le conquiste e cercano nuove strategie di intervento. E ne approfittano per consumare un po’ di bombe, se no come si fa a produrne, venderne e comprarne di nuove?


Così USA, Gran Bretagna,  Francia e Israele intervengono ufficialmente per punire Assad per un attacco con armi chimiche. Armi chimiche che, già altre volte tentate di evocare nella stessa guerra in Siria, non hanno suscitato indignazione degna di nota. Già altre volte gli stati occidentali hanno utilizzato scientemente fake news a giustificare interventi che coprivano ben altri interessi, basta ricordare le armi di distruzioni di massa cercate in Iraq. Raramente si interviene contro i dittatori per difendere la popolazione civile. Contro il dittatore Assad non si è intervenuti per difendere le popolazioni e le piazze quando chiedevano democrazia, come non si interviene in Yemen, altra terra di massacri. Il popolo siriano è stato dilaniato e massacrato, ogni tentativo di ricomposizione degli oppositori democratici al regime di Assad è stato boicottato e strumentalizzato per mantenere l’instabilità dell’area, in un gioco perverso tra Russia, Turchia e Stati occidentali, stati arabi e Israele, che ora vede una nuova escalation che ci coinvolge direttamente.
Eppure in quelle terre il popolo curdo ha saputo costruire in questi anni difficilissimi una società democratica, laica, pluralista. Le sue donne e i suoi uomini hanno combattuto, e vinto, contro il fascismo islamico, e lo hanno fatto a partire dall’autogoverno, costruendo una società al di là dello Stato, basata su assemblee popolari, sulla partecipazione femminile ad ogni livello della società, sull’assenza di discriminazioni etniche e religiose, su un modello sostenibile di agricoltura e di risorse energetiche. Una popolazione che con le sue donne e i suoi uomini ha combattuto l’ISIS e lo ha vinto, riconquistando Kobane e partecipando con le sue brigate militari all’azione degli alleati occidentali in nome della difesa della propria laicità e della propria libertà. E della laicità e della libertà di tutti contro il fascismo clericale dell’ISIS,  E contro Erdogan, che ha occupato e massacrato gli abitanti del cantone kurdo autonomo di Afrin, non si è levata una sola voce di condanna ufficiale da parte degli stessi alleati di qualche mese prima. Il governo fascista di Erdogan continua la repressione interna in Turchia contro ogni forma di opposizione sociale, sindacale, politica, culturale, e riempie le carceri di oppositori, effettuando vere pulizie etniche contro i curdi turchi e ha cercato di spegnere nel sangue ad Afrin ogni focolaio di speranza e di laicità. A suon di bombe.
Nell’assordante silenzio dell’ONU che sempre più dimostra la propria subalternità alla strategia militare NATO. 
Eppure proprio l’esempio di cantoni autonomi curdi  è la dimostrazione che la democrazia la costruiscono le donne e gli uomini liberi, non le bombe lanciate dagli Stati.
La fine del conflitto in Siria passa per la ricostruzione, per l’apertura di canali umanitari, per la presenza delle ONG, per la costruzione della democrazia. Per la difesa dell’autonomia delle zone curde e del loro modello di inclusione sociale e politico di democrazia di base, laica e pluralista. E’ a difendere questa esperienza, a costruire una mobilitazione nazionale e internazionale antimilitarista, contro le politiche di guerra, contro le spese militari, per l’uscita dalla NATO che è chiamato un sempre più necessario movimento per la pace.

domenica 30 aprile 2017

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI di Pier Francesco Zarcone

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle lezioncine preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare. Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo. Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib. Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri. E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis. Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam. Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmur)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib. Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, un manica di idioti. Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.
Si prenda nota che, riguardo ai fatti di Idlib, nessuno ha ricordato che in precedenza i Russi avevano allertato gli Usa sul fatto che i cosiddetti "ribelli moderati" erano ancora in possesso di armi chimiche. Ma non pare che quella segnalazione li avesse turbati più di tanto.
Dal punto di vista tecnico-militare non è che il lancio di missili vada considerato un grande successo: su 59 ordigni, soltanto 23 hanno colpito il bersaglio, la base aerea siriana è danneggiata ma non distrutta, e infine la maggior parte degli aerei (o perché ritirati in anticipo per intuizione, oppure perché protetti dai bunker) è salva. La stampa filostatunitense sostiene che in realtà l'azione missilistica non doveva essere più di un ammonimento, per non chiudere definitivamente le porte verso Mosca e Damasco. Sarà.
A non essere salve, invece, sono le speranze di pace, non essendo noti gli attuali piani tattici di Washington sul Vicino Oriente - mentre quelli strategici lo sono da tempo: balcanizzazione.
Se Trump ha voluto dimostrare di essere un vero "duro" - a differenza di Obama - è tuttavia innegabile che Putin non può perdere la faccia (e non solo per questioni di orgoglio), cosicché il rischio di uno scontro sul campo fra Russia e Stati Uniti è più concreto che mai, ma le Forze armate russe, grazie al vasto programma di modernizzazione tecnologica messo in atto da qualche anno, non sono più quelle del tempo di Eltsin. Le speculazioni giornalistiche sulla possibilità che Mosca "molli" Damasco appaiono più un desiderio che una realtà, a motivo dei consolidati interessi geostrategici russi nella zona. Le ombre a dir poco sinistre continuano comunque a gravare. Asetticamente molti organi di stampa comunicano che i "ribelli" di Siria (in realtà per lo più invasori stranieri) invocano la totale distruzione dell'aviazione siriana, senza notare che questo comporterebbe due tragici risultati: il sicuro scontro diretto con la Russia e l'indebolimento delle Forze armate siriane di fronte al jihadismo.
Dicendolo francamente, a prescindere da quanti trovino la cosa sgradevole, se nel frattempo fosse emersa un'alternativa ad Assad, politicamente e militarmente credibile (innanzitutto per la Siria), vari problemi si ridurrebbero. Ma così non è e allora, piaccia o no, il crollo del governo di Damasco significherebbe abbandonare la Siria a Isis e al-Qaida, oppure far scomparire il paese dalla carta geografica, polverizzandolo in una miriade di staterelli senza peso politico ed economico, e alla mercé del primo che arriva. Non è da escludere che in certi ambienti occidentali lo si voglia.
Tralasciando (per scaramanzia) l'ipotesi dello scontro diretto fra militari russi e statunitensi, e ipotizzando altresì che il bombardamento in questione abbia costituito la classica una tantum, senza mutare di molto la situazione sul campo, tuttavia, se resta l'intenzione statunitense di non lasciare campo libero alla Russia in Siria, c'è da chiedersi cosa potrebbe fare Trump, e con quali possibili alleanze, per imporre una sua soluzione alla crisi siriana. Sempre infischiandosene di tutto, egli potrebbe aumentare la presenza di truppe statunitensi sul terreno per arrivare quanto prima alla conquista di Raqqa, la capitale del "califfato" Isis. A questo fine Washington avrebbe tuttavia bisogno di una copertura aerea maggiore di quella di cui dispone oggi in loco: il che vorrebbe dire instaurare una no-fly zone (ma la Russia quantomeno si opporrebbe, se non peggio), oppure gli Stati Uniti dovrebbero trattare con Mosca, che forse non escluderebbe Assad, visto che la presenza russa in Siria è avvenuta su richiesta del governo di Damasco, internazionalmente riconosciuto. E allora?
Sul piano delle alleanze, a ben guardare - e ferma restando la citata assenza di alternative ad Assad - non viene in mente molto, a parte la teorica carta curda, che poi si riduce alle milizie curde di Siria. Infatti, tenuto conto della precisa realtà jihadista dei "ribelli moderati", l'alleanza formale con essi per delineare una "nuova Siria" sarebbe tanto un atto di onestà quanto una scelta sicuramente impolitica; pertanto la si potrebbe ragionevolmente escludere. Restano quindi i Curdi, ma dopo averli utilizzati Trump potrebbe al massimo concedere loro soltanto una zona fortemente autonoma in territorio siriano, insufficiente però ai fini di un ampio piano di riorganizzazione del paese. In aggiunta a questa pochezza ci sarebbero da mettere in conto le prevedibili reazioni turche - con ricadute sul fronte sud-orientale della Nato - ma anche quelle dell'Iran e dello stesso governo di Damasco.
Inoltre c'è da domandarsi se gli stessi Curdi ci starebbero. La storia del popolo curdo è ricca di alleati opportunisti e aleatori che al momento (per loro) opportuno si defilano e lo lasciano esposto a ogni possibile rappresaglia; il che, nel caso in ispecie, potrebbe accadere dopo la conquista di Raqqa. Conquista che è ancora di là da venire, visto anche il precedente di Mosul, ancora non conquistata per la tenace resistenza dell'Isis (a proposito, qui le stragi fatte dall'aviazione Usa non suscitano emozioni internazionali).

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 21 ottobre 2016

Nella riconquista di Mosul, le YPG/J e la Guerriglia devono stare molto attente


ocalanI piani e le cospirazioni tra Turchia, Qatar ed il Governo Regionale Curdo (KRG in Iraq) contro la Rojava non hanno mai fine. Documenti messi a disposizione da Wikileaks di recente riguardano incontri ed accordi tra questi tre soggetti ed un incontro segreto tra Abu Bakr al-Baghdadi e Barzani, il capo del KRG, caso mai ci fossero stati dei dubbi. Basta guadare i link in fondo all’articolo.
Quando l’ISIS ha preso  Mosul andò a vantaggio della Turchia, del Qatar e del KRG. Anche la liberazione di Mosul potrebbe andare a loro vantaggio a meno che le YPG/J (le unità di difesa del popolo e delle donne della Rojava) e le forze della Guerrilla ne prendano consapevolezza e cambino la loro tattica.
Turchia, Qatar e KRG hanno completamente fallito nelle loro precedenti politiche che miravano a sconfiggere il movimento sociale nonchè a distruggere i Cantoni in Rojava, nonostante ce l’abbiano messa tutta: dall’invasione di Mosul, all’attacco a Kobane, dagli atti terroristici alla no-fly zone in Rojava fino al fallimento dell’azione combinata tra Turchia ed Arabia Saudita per entrare in Siria ed attaccare le forze curde col pretesto di combattere i gruppi terroristici.
L’attuale piano è quello di “riprendere Mosul”. Questo piano nasconde una cospirazione ed un progetto segreto. Che potrebbe essere pericoloso; se le YPG/J e la Guerriglia non cambiano tattica, potremmo perdere tutto quello che è stato conquistato in Rojava.

Qual è il piano segreto?

L’anno scorso c’erano alcune ragioni per l’esercito turco per attraversare il confine e posizionarsi nei pressi di Mosul. Una è di carattere storico: Mosul era una delle regioni dell’Impero Ottomano dei tempi che furono. Le altre ragioni: dopo la sconfitta subita dalla Turchia e dall’ISIS a Kobane, la Turchia ritiene importante difendere l’ISIS se fosse attaccato a Mosul allo scopo di poter tornare a Raqqa e nel suo territorio in tutta sicurezza. Si tratta anche di proteggere le autobotti piene di petrolio che trasportano greggio a basso prezzo in Turchia ed a Raqqa, di fare pressione sulle YPG/J e sulla Guerriglia che stanno proteggendo la comunità Yazida, ma anche di aiutare i Peshmerga di Barzani se entrano in conflitto con le forze della YPG/J e della Guerriglia. Più importante ancora diventa il “grande piano o il piano segreto”, nel tentativo di riprendere il controllo di Mosul. Se come anticipato l’esito sarà la sconfitta dell’ISIS, la conseguenza potrebbe essere lo spostamento dell’ISIS verso Jazerra. Questo è lo scopo principale ed originario del piano.
Un piano deciso molto tempo fa. C’è da sperare che quando l’ISIS sarà sconfitto, non avendo  nessun posto dove spostarsi non vada verso al-Rabia. Al-Rabia e le aree intorno sono sotto il controllo dei Peshmerga di Barzani. In questa situazione sarebbe facile per loro penetrare in Jazeera. Una volta presa Jazeera il piano previsto è quello di scatenare l’attacco contro le YPG/J ed i suoi abitanti. Ciò che rende questo piano perfetto è l’esistenza del Consiglio Nazionale Curdo—l’organismo ombrello dei partiti curdi siriani creato con Barzani come sponsor. Se questo Consiglio in quanto alleato di Barzani non sostiene direttamente l’ISIS, certamente lo sostiene indirettamente.
Le YPG/J, la Guerriglia e forze Yazide alla riconquista di Mosul dovrebbero eludere la tattica della Turchia e di Barzani. Dovrebbero prendere parte alle operazioni militari in modo poco impegnativo. La tattica migliore sarebbe quella di radunare tutte le loro forze nella regione al di là del fronte per resistere ad un ritorno dell’ISIS verso i confini di Jazeera. E’ estremamente importante impedire loro di entrare in Jazeera. Dovrebbero essere distrutti oppure costretti a spostarsi dentro l’Iraq e nel Bashur (Kurdistan iracheno). Che siano il governo iracheno ed il KRG curdo ad aver a che fare con l’ISIS come hanno fatto fin dall’inizio o meglio non hanno fatto quando l’ISIS prese Mosul, permettendo il genocidio degli Yazidi.
E’ necessario che le YPG/J e la Guerriglia si defilino da questa guerra che ha come obiettivo il cuore della Rojava, Jazeera; occorre che eludano la tattica della Turchia e del KRG allo scopo di proteggere e mantenere tutto ciò che hanno costruito finora.

di Zaher Baher
Agosto 2016


(traduzione a cura di AL/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)
da http://anarkismo.net/article/29516

Links for reference:

ISIS survives largely because Turkey allows it to: the evidence …
https://undercoverinfo.wordpress.com/2015/11/20/isis-su…ence/>*
WikiLeaks Reveals Saudi Arabia, Turkey & Qatar Secret Anti-Sy
https://www.google.co.uk/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&sourc…nRdqQ
Yerevan Saeed one of the Rudaw TV staff that financed by the Prime minster of KRG, Necheravan Barzani passed information on MIT about the PKK movement and its relationship with the Kurdish political parties in Bashur.
https://wikileaks.org/…/1446311_-fwd-re-guidance-questions
In the link below Yerevan Saeed informing MIT about the movement of PJK ( the PKK sisterhood in Iran) on the Iran/ Iraq borders
https://wikileaks.org/…/1824264_re-s3-g3-iraq-turkey-iran-c
In the link below Yerevan Saeed informed MIT that PKK wants to have relationship with Israel.
https://wikileaks.org/…/1147093_re-insight-pkk-and-alledged
zaherbaher.com

lunedì 19 settembre 2016

24 settembre a Roma manifestazione "Piazza per il Kurdistan"

CONTRO L’OPPRESSIONE DEL POPOLO CURDO E LE PURGHE DI ERDOGAN CONTRO LE GUERRE ED IL TERRORE IN SIRIA ED IN IRAQ
SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA
AL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN ROJAVA
UNICA SPERANZA RIVOLUZIONARIA PER IL MEDIO ORIENTE
PER IL CESSATE IL FUOCO, AIUTI UMANITARI E RICOSTRUZIONE OVUNQUE
Alternativa Libertaria/fdca aderisce e partecipa alla manifestazione nazionale del 24 settembre a Roma a sostegno del popolo curdo, della rivoluzione democratica in Rojava e per la liberazione di Ocalan.
Il prepotente ingresso della Turchia sui campi di battaglia siriani ha come unico scopo quello di impedire che i cantoni curdi del Rojava  nel nord della Siria si saldino un una unità territoriale autonoma ed auto-organizzata nel confederalismo democratico.
L’obiettivo della Turchia è condiviso da tutti gli attori in campo: dal governo di Damasco ai suoi alleati diretti (Russia ed Iran), dai gruppi jihadisti sostenuti dalle monarchie sunnite agli Stati Uniti ed all’Unione Europea, che sono alleati della Turchia nell’ambito della NATO.
Le capacità militari e politiche dei Curdi del Rojava nel combattere, respingere ed incalzare l’ISIS, nel costruire un’alleanza come quella delle Forze Democratiche Siriane e contemporaneamente nell’edificare il confederalismo democratico, hanno dimostrato che può esistere una fondata speranza ed un’alternativa credibile al centralismo di Assad, al terrorismo dell’ISIS&Co., agli interessi delle potenze imperialiste e locali nel costruire un nuovo futuro per la Siria e per il Medio Oriente.
Questa speranza, questa alternativa deve essere sostenuta, perchè introduce elementi di libertà, di laicità, di uguaglianza e di pluralismo in un Medio Oriente storicamente statocentrico e perchè indica una strada rivoluzionaria e libertaria anche per le composite “democrazie” occidentali, incapaci di accogliere i profughi.
Ora, tutto ciò che in Rojava si è costruito è seriamente minacciato dal rapido convergere di interessi geopolitici che nulla hanno a che vedere con la lotta al terrorismo, con la sofferenza del popolo siriano, con i profughi, con la fine del conflitto.
Per questo, il popolo curdo, il confederalismo democratico in Rojava ed uno dei suoi maggiori esponenti come Ocalan hanno bisogno di tutta la solidarietà internazionalista possibile, di tutti gli sforzi possibili per far giungere la voce del popolo curdo in lotta per la sua libertà e di tutto il Medio Oriente in ogni angolo del mondo.
Alternativa Libertaria/fdca ed il movimento anarchico, sostenitori fin dagli inizi del confederalismo democratico curdo, non faranno mancare il loro appoggio.
Roma, 24 settembre 2016
Alternativa Libertaria/fdca

giovedì 8 settembre 2016

QUESTIONE CURDA E CONFLITTO SIRIANO di Pier Francesco Zarcone



UNA QUESTIONE IRRISOLTA

Di recente nel quadro del già complicato scenario del conflitto siriano è esplosa la questione curda, con violenza e foriera di complicazioni notevoli per tutti i soggetti del Vicino e Medio Oriente che ne temono i contraccolpi. Le loro preoccupazioni sono aggravate dal palese e massiccio appoggio ai Curdi di Siria da parte degli Stati Uniti, direttamente presenti sul terreno a prescindere dal non esservi stati chiamati da quello che - piaccia o no - in base al diritto internazionale è il legittimo governo della Siria (simpatie e antipatie rimangono extragiuridiche) e con cui mantengono regolari rapporti paesi non di secondo piano come l'India e la Cina. I soggetti in questione sono notoriamente Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Emersa con la fine della Grande Guerra, la questione curda è rimasta irrisolta non tanto per la cattiveria e l'ottusità dei governanti di quei paesi - che tuttavia ci sono state e l'hanno aggravata - quanto e soprattutto a causa di due fattori geopolitici: la frammentazione del Kurdistan geografico all'interno delle entità statali costituite da Gran Bretagna e Francia per i rispettivi interessi imperialistici (il caso della Turchia kemalista è del tutto a parte); nonché i fragilissimi "equilibri" interni di tali nuovi Stati (dalle frontiere palesemente tracciate col righello sulla carta geografica) sotto i profili etnico, religioso e sociale; di modo che i loro poteri centrali hanno visto un concreto pericolo di disintegrazione nella pur minima concessione di autonomia alle minoranze curde.
In linea generale della questione curda per decenni e decenni non è importato molto alle potenze esterne all'area, mentre in essa gli Stati spesso e volentieri hanno cinicamente e in vario modo appoggiato i Curdi altrui mentre reprimevano quelli di casa propria. Mancando appoggi internazionali, è mancata altresì la strumentalizzazione esterna del problema, naturalmente a scapito ulteriore dei Curdi: non si dimentichi il male derivato agli Armeni alla fine dell'Impero ottomano a causa delle istigazioni esterne in senso nazionalistico senza proposizione di soluzioni concrete e possibili, ma sostenute da reiterate e mai mantenute promesse di aiuto e difesa.

LE PREMESSE

Esistendo l'Impero ottomano, era assente una «questione curda», al pari del nazionalismo arabo, limitato a ristrettissime élite senza radici popolari: il mito di Lawrence d'Arabia - sicuramente ben costruito sul piano mediatico - è del tutto fuorviante, tant'è che quel personaggio mobilitò (a pagamento) solo qualche migliaio di beduini del deserto fra le attuali Giordania e Arabia Saudita. Le cose invece cambiarono per tutti a seguito del crollo di quell'Impero.
Le grandi potenze europee vincitrici della Grande Guerra si limitarono a prospettare la nascita di un Kurdistan indipendente (destinato a finire sotto l'influenza britannica) nel Trattato di Sèvres (10 agosto 1920): i confini di questo Stato li avrebbe dovuti tracciare definitivamente un'apposita commissione della Società delle Nazioni. Quel Trattato nasceva però nella fase immediatamente postbellica, caratterizzata dall'illusione dei vincitori di poter estendere all'Anatolia la disintegrazione dei vecchi domini ottomani; illusione fatta presto naufragare dalla vittoriosa guerra d'indipendenza turca guidata da Mustafa Kemal. In conclusione, il successivo Trattato di Losanna (1923), firmato dagli Alleati e dal rappresentante di Kemal sulle ceneri di quello di Sèvres, non fece più menzione di un Kurdistan indipendente. A far "digerire" questo assetto giuridico ai nazionalisti curdi d'Anatolia ci pensò la repressione dell'esercito kemalista.
Ormai i Curdi erano essenzialmente suddivisi fra Turchia, Siria e Iraq. Ovviamente per ragioni di spazio dobbiamo fare dei salti storici, per cui diciamo solo - per quanto riguarda i Curdi di quest'ultimo paese - che una lunga e aspra lotta ha consentito loro di ritagliarsi un Kurdistan autonomo, poi federato all'interno della Repubblica irachena solo grazie alle contingenze belliche culminate nella caduta del regime di Saddam Husayn. Nel Kurdistan iracheno a dominare oggi è il Partito Democratico del Kurdistan (in curdo Pārtī Dīmūkrātī Kūrdistān), fondato nel 1946 dal leggendario "Mullah rosso" Mustafa Barzani - guidato oggi dall'attuale Presidente di quella entità, Mas'ud Barzani - insieme all'ex nemica Upk, ovvero Unione Patriottica del Kurdistan (Eketî Niştîmanî Kurdistan) di Jalal Talabani, a sua volta diventato Presidente dell'Iraq dopo la caduta del regime baathista. Per quanto riguarda la Turchia è nota la persistente guerriglia che dal 1984 conduce il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan, Pkk; in turco Kürdistan İşçi Partisi).
Dal punto di vista politico, fra la repressione irachena e quella turca esiste una differenza ideologica non lieve: in Iraq si è repressa un minoranza che era vista come tale, mentre in Turchia è stata addirittura negata ai Curdi la loro diversità etnica, linguistica e culturale in genere rispetto ai Turchi (per non complicare la vita, lasciamo stare cosa si debba intendere oggi per "turco") mediante il comodo (e fallace) termine di "Turchi della montagna".

I CURDI DI SIRIA CON ANKARA CHE NON STA A GUARDARE

In Siria il precipitare della crisi bellica ha propiziato tra i Curdi locali un'evoluzione del Partito dell'Unione Democratica, o Pyd (Partiya Yekîtiya Demokrat, in arabo Hizb al-Ittihad al-Dimuqratiy), nel senso di portare nel 2004 alla creazione di una forza paramilitare denominata Unità di Protezione Popolare (Yekîneyên Parastina Gel, Ypg) col compito originario di proteggere dai jihadisti le zone siriane a concentrazione curda (circa 600.000 abitanti). Dal 2014 l'Ypg ha dovuto fronteggiare l'espansione dell'Isis, ricevendo massicci rifornimenti statunitensi e conseguendo vari successi sul campo, a cominciare dalla difesa di Kobane.
Inizialmente il governo di Damasco, per quanto senza soverchia simpatia, non l'ha osteggiato, ma di recente la situazione si è capovolta e gli attuali scontri armati con l'Ypg nelle città di Hasakah e Qamishly - aiutati anche con chiare minacce all'Esercito Arabo Siriano da parte degli Stati Uniti – attestano che ormai si è aperto un nuovo fronte bellico fra truppe regolari siriane e Ypg. Un fronte estremamente pericoloso, in cui la Russia dovrà svolgere un improbo compito di contenimento per evitare che si arrivi a combattimenti coinvolgenti truppe statunitensi (che in Siria non dovrebbero esserci) e da cui solo l'Isis trarrebbe vantaggio.
È palese che, dopo i fallimentari esperimenti del cosiddetto Esercito Libero Siriano e dei ribelli musulmani "moderati", ovunque battuti da an-Nusra e dall'Isis (famoso il fallimento della Division 30 formata da turkmeni "moderati" addestrati dagli Usa e costati 500 milioni di dollari, letteralmente sbaragliata da an-Nusra appena arrivata in Siria), gli Stati Uniti abbiano individuato nei Curdi dell'Ypg uno strumento militarmente assai più valido al fine di creare basi più solide per la futura disgregazione della Siria. Da qui la presenza di militari statunitensi con divise curde, le cui foto sono comparse anche nella stampa italiana, e da qui i combattimenti ad Hasakah e Qamishly contro le truppe siriane.
Non a caso quelli dell'Ypg parlano apertamente di una Rojavayê Kurdistanê, o più semplicemente Rojava, cioè di una regione autonoma curda nel nord e nordest della Siria, per la quale a novembre del 2013 il Pyd aveva già annunciato la creazione di un governo interinale riguardante i tre "cantoni" di Afrin, Jazira e Kobane. Le manovre statunitensi con l'Ypg non potevano lasciare indifferente la Turchia; e infatti - oltre a quello curdo-siriano - si è aperto un fronte curdo-turco. Ricordiamo per inciso che per Ankara l'Ypg è semplicemente una filiale del Pkk; a complicare il quadro c'è che il partito curdo iracheno di Barzani è nemico tanto del Pkk quanto dell'Ypg.
Alle 4 del mattino del 24 agosto l'esercito turco ha avviato nel nord della Siria l'operazione "Scudo dell'Eufrate" al fine di eliminare le minacce dell'Isis ma soprattutto delle forze curde siriane, come ha dichiarato lo stesso Recep Tayyip Erdoğan, aggiungendo - tanto per esser chiari - che nessuno può pensare alla situazione siriana come indipendente dagli affari interni della Turchia. L'obiettivo è la città di Jarablus, e consisterebbe nel farvi entrare, prima dell'Ypg, elementi dell'Esercito Libero Siriano. Ma come se non bastasse, l'Agenzia Reuters ha raccolto la dichiarazione di un alto funzionario statunitense, il quale ha annunciato copertura aerea degli Stati Uniti alla Turchia durante l'operazione militare contro i terroristi dell'Isis a Jarablus! Qui la logica formale serve a poco.
D’altro canto - poiché l'Ypg fa parte della coalizione di Obama a cui partecipa (a parole) anche la Turchia - l'operazione "Scudo dell'Eufrate" verrebbe ad essere una specie di conflitto fra presunti coalizzati. Ma non già un'anomalia nelle politiche del Vicino Oriente, in cui i cambi di fronte non avvengono necessariamente in successione cronologica, bensì possono essere in contemporanea: vale a dire, l'alleanza di A, B e C contro D non esclude che a un certo punto alla comune lotta si aggiunga un conflitto tra A e C.
Certo è che la politica estera turca è oggi del tutto inaffidabile perché volatile, ed essendo decisa da un unico soggetto (Erdoğan) c'è da chiedersi se sappia cosa voglia e come ci voglia arrivare. Per Erdoğan l'asse Stati Uniti-Ypg è di estrema pericolosità e farà di tutto per ostacolarlo; questo l'ha portato a esternare la sua contrarietà a un assetto postbellico della Siria secondo linee etnico-confessionali, facendo pensare a taluni osservatori che ad Ankara adesso potrebbe anche andare bene la permanenza al potere di al-Assad e del Baath, cosa non del tutto sicura. Al momento i rapporti della Turchia col Kurdistan iracheno sembrano "normalizzati", e innegabilmente questa regione si è giovata assai degli investimenti economici turchi e di un certo appoggio politico; d'altra parte l'inimicizia di Barzani verso il Pkk è ancora una garanzia perdurante. Inoltre - e non da ultimo - l'esportazione di gas naturale e petrolio dal Kurdistan iracheno deve passare attraverso la Turchia. Proprio l'appoggio al - e del - governo curdo di Erbil appare essere una carta positiva per Erdoğan, a patto che riesca a evitare intese fra Curdi iracheni e Curdi di Siria e Turchia. È certo una scommessa, tenuto conto di quanto si dirà fra poco. Ma il vero problema di Ankara non è fuori dalle frontiere, poiché solo se riuscisse a realizzare un qualche grado di normalizzazione con i propri Curdi, così da ridurre di molto la presa del Pkk, potrebbe evitare che la carta curda sia giocabile dai propri nemici o alleati di dubbia lealtà.

INTANTO NEL KURDISTAN IRACHENO…

Non è chiaro cosa potrebbe derivare dal referendum (originariamente preannunciato per il 2014) che si dovrebbe presumibilmente tenere fra settembre e ottobre nel Kurdistan iracheno, qualora vincessero gli indipendentisti. Al riguardo la dirigenza di Erbil si è attestata su una posizione conciliante, avendo preannunciato che in ogni caso la questione verrebbe discussa col governo di Baghdad per evitare effetti dirompenti. Si può azzardare a ritenere che - a parità di condizioni - ritrovandosi l'eventuale Stato curdo mesopotamico stretto fra Iraq e Turchia soprattutto sul piano economico, forse la situazione non muterebbe granché. Ma i giochi restano aperti.
L'iniziativa referendaria - oltre a esprimere le forti differenze ideologiche tra i Curdi iracheni e i Curdi turchi e siriani, e quindi a mandare per aria i sogni (velleitari) di un Kurdistan unito - risponde a un grave contenzioso tra Erbil e Baghdad circa la ripartizione dei proventi da gas e petrolio, tanto che dal 2014 Erbil ha iniziato a effettuare vendite in autonomia, cioè senza passare per Baghdad. Il mancato trasferimento di fondi dalla capitale a Erbil avrebbe provocato una grave crisi economica e un deficit per i Curdi di almeno 406 milioni di dollari (ma l'opposizione curda al partito di Barzani accusa di nascondere il reale valore delle vendite di greggio e gas, e di fabbricare una crisi economica solo per reprimere le opposizioni e favorire politiche autoritarie).
Per la popolazione la crisi tuttavia morde. I dipendenti pubblici (oltre un milione e mezzo, pari al 25% della forza-lavoro) non ricevono il salario da cinque mesi, aumentano i disoccupati e il 20% del popolo vive sotto la soglia di povertà, giacché anche lì i proventi delle esportazioni energetiche vanno a favore di un'élite economica che è anche politica. Recentemente il governo di Baghdad ha promesso di scongelare il trasferimento congiunto per fronteggiare la crisi, aggravata dal crollo del prezzo del petrolio. Tutto questo per dire che anche il Kurdistan iracheno è meno stabile di quanto potesse apparire e che un suo eventuale collasso costituirebbe una catastrofe nella catastrofe, con Raqqa e Mosul ancora nelle mani dell'Isis.

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venerdì 2 settembre 2016

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,
di Pier Francesco Zarcone


L'iniziativa turca di invadere una piccola parte del nord siriano e occupare Jarablus induce a forti preoccupazioni politiche e militari, poiché in una situazione come quella siriana l'ingresso di nuovi soggetti - in particolare se "di peso" - complica e incancrenisce, rendendo meno probabile o vicina una soluzione e aumentando invece le probabilità di balcanizzazione o somalizzazione dell'area, nonché l'indebolimento della lotta all'Isis. Tra chi se ne rende conto benissimo c'è sicuramente lo stesso Erdoğan, che tuttavia è mosso da suoi obiettivi specifici.
Lo si può arguire dalla ridicola dichiarazione ufficiale turca secondo cui lo scopo dell'iniziativa militare starebbe nella chiusura del confine con la Siria in funzione anti-Isis. Il ridicolo nasce dal fatto che Ankara avrebbe potuto tranquillamente ordinare alle proprie Forze armate di effettuare tale chiusura dal lato turco, giacché in termini di sicurezza acquisire il controllo di alcuni chilometri quadrati di territorio siriano non serve proprio a nulla.
È palese - e non vi è serio osservatore internazionale a negarlo - che obiettivo del governo turco sono i Curdi dell'Ypg, legati al Pkk, e in particolare impedire loro di completare - mediante la conquista di Jarablus - l'occupazione territoriale necessaria per la definizione di un'entità curda confinante con la Turchia. La successione dei fatti è chiarificatrice. Dopo l'occupazione curda di Manbij, sottratta all'Isis, a Jarablus i Curdi proclamavano la creazione di un nuovo consiglio militare; dopo tre ore da quell'annuncio il capo di tale organismo veniva assassinato e il mandante era additato nel governo turco. Poi, l'occupazione turca di Jarablus e la pretesa di Ankara di avere anche Manbij e l'immediato ritiro curdo a est dell'Eufrate. Ritirata peraltro avvenuta con tempestività. Cioè a dire, gli Stati Uniti, che l'Ypg considera suo alleato, "come da copione" hanno tradito gli ingenui e ambiziosi Curdi, preferendo non creare con la Turchia ulteriori frizioni delle quali potrebbe avvantaggiarsi la Russia.
Non si dimentichi che in Oriente i simboli - e le date simboliche - hanno una grande importanza, ormai scomparsa e incomprensibile in Occidente, e quindi mantengono intatta la loro capacita di espressione: ebbene, gli stessi giornali turchi hanno tenuto a sottolineare che l'ingresso in Siria delle truppe avveniva nel 500º anniversario della battaglia di Marj Dabiq (a nord di Aleppo), che durante la guerra fra Ottomani e Mamelucchi sirio-egiziani (1516-1517) aprì ai primi la strada per la conquista del Vicino Oriente e iniziò la fine dell'Impero mamelucco. Alla sottolineatura commemorativa fatta dalla stampa turca si potrebbe aggiungere che dopo la Grande Guerra la perdita della Siria settentrionale (e di Mosul) fu molto "mal digerita" dalla Repubblica di Turchia - forse nient'affatto metabolizzata - e oggi probabilmente Erdoğan pensa di avere la possibilità di recuperare (almeno parzialmente) quanto non riuscì a Kemal Atatürk. A questo punto si pone il problema se le ambizioni di Erdoğan si fermino qui, o al contrario se non riguardino anche Aleppo (il che sarebbe storicamente naturale) e magari - in prospettiva - Mosul.
Nel complicarsi della situazione nel nord siriano non colpisce tanto il basso tono della protesta di Damasco - oggettivamente non in grado di fare di più - quanto l'assenza di forti prese di posizione da parte di Russia e Iran. Questo fa pensare a molti osservatori che esista un accordo (per lo meno tacito) fra Ankara, Mosca, Damasco e Teheran; accordo che non sarebbe privo di ragion d'essere in base ai rispettivi interessi. I Curdi di Siria - sentendosi spalleggiati dagli Usa - hanno dato sfogo alle proprie ambizioni forse con eccessiva fretta e troppo scopertamente, talché su di loro incombe ora il rischio di restare abbandonati a sé stessi se per caso dovesse ridursi l'importanza del ruolo militare contro l'Isis fin qui ricoperto. La cosa si chiarirà meglio se e quando ci sarà l'attacco dell'Ypg contro Raqqa.
Essendo arrivati ai ferri corti Damasco e l'Ypg a Qamushly e Hasakah, ed essendo una delle conseguenze dell'iniziativa turca la distrazione di almeno 5.000 ribelli siriani dal fronte di Aleppo a Jarablus, per il momento la mini-invasione turca può anche essere segnata dai governativi nel saldo positivo della "contabilità bellica". Anche per l'Iran - al cui interno esistono minoranze curde e arabo-sunnite, ancora in stato di quiete - meno successo ottengono i Curdi in Siria e Iraq tanto meglio è.
Nel caso degli Stati Uniti la questione è più articolata - ma per nulla indecifrabile - alla luce della massima di Churchill, valida anche per Washington: niente amicizie nelle alleanze, ma solo l'espressione di interessi particolari. Nel corso del conflitto siriano un costante interesse particolare degli Stati Uniti è consistito nella creazione nel territorio della Siria di zone-cuscinetto, ovvero di "santuari" non attaccabili dalle forze di Damasco e utilizzabili dai ribelli per operazioni belliche non solo frontaliere. Nel nord la cosa è sembrata possibile fino al 24 agosto utilizzando i Curdi, tanto più che gli altri ribelli sono in difficoltà ad Aleppo e le truppe regolari siriane avanzano ad occidente dell'Eufrate.
A conti fatti la mossa turca non va contro gli intendimenti degli Usa, giacché ai Curdi sono sostituibili altri ribelli sostenuti dalla Turchia. Per inciso, nel sud siriano sono le forze speciali britanniche a lavorare (senza autorizzazione alcuna) allo stesso scopo ai confini con Giordania e Iraq. Ma se il mutare dei fattori non incide sul risultato nulla avranno da eccepire Washington e Londra, e difatti la mini-invasione turca è avvenuta con la pubblicizzata copertura aerea statunitense.
Gli sviluppi iniziati col 24 agosto portano a considerare del tutto immotivati gli entusiasmi di quei nemici dell'Occidente che hanno dato per scontato il cambio di alleanze della Turchia dopo il fallito golpe. Tutto sommato - tenuto conto della rete di alleanze locali della Russia e il maggior affidamento che Mosca può dare ai propri alleati (anche perché di altri possibili non ce ne sono in zona) - le ambizioni di Erdoğan fuori dagli attuali confini turchi possono trovare realizzazione solo mantenendo una sia pur conflittuale alleanza con gli Usa. Per i suoi fini, le necessità di Erdoğan consistono nella balcanizzazione dell'area. All'inizio della crisi siriana si poteva puntare, come grimaldello, semplicemente sulla caduta del governo di al-Assad e sugli effetti conseguenti. Ora invece, poiché il rovesciamento del governo di Damasco non è più dietro l'angolo, balcanizzare comunque il balcanizzabile è obiettivo primario, anche per guadagnare tempo ai fini della continuazione della guerra. Ed ecco procedere "a braccetto" Ankara e Washington: ai Curdi provveda pure il buon Dio; non sarà né la prima né l'ultima volta che restano soli con una manciata di sterili illusioni.

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mercoledì 31 agosto 2016

La Turchia ed il Libero Esercito di Siria prendono Jarablus all'ISIS senza combattere

La truppe turche ed i miliziani del cosiddetto "islamista moderato" Libero Esercito di Siria (FSA) sono entrati nel centro della città di Jarablus togliendo all'ISIS tutti i palazzi governativi.  Dai reports si apprende che non ci sarebbero stati scontri tra i due schieramenti dal momento che l'ISIS aveva già abbandonato la città da alcuni giorni. Filmati girati da miliziani del FSA fanno vedere anche che non ci sono civili presenti della città della Siria settentrionale.
Più di 20 carri armati turchi e 500 soldati turchi insieme ai miliziani del FSA sono penetrati stamattina nel nord della Siria all'interno dell'operazione "Euphrates Shield', definita dagli ufficiali turchi un "atttacco allo ISIS ed ai terroristi curdi".

Fonti curde riportano bombardamenti turchi sugi abitati curdi ad est ed ovest di Jarablus, con la morte di almeno 49 civili.

Più di 3000 civili sono fuggiti nella vicina Manbij, che era stata tolta all'ISIS da poco dalle Forze Democratiche Siriane (SDF).

Esponenti curdi hanno condannato l'operazione turca come una vera e propria invasione, con le parole del co-presidente del PYD Saleh Moslem: la Turchia è entrata nel pantano siriano e verrà sconfitta proprio come Daish (Islamic State). Commentatori curdi ad alcuni media internazionali hanno sottolineato che il vero obiettivo dell'operazione turca non è l'ISIS bensì le forze a guida curda che si stavano preparando ad un'operazione militare per liberare dall'ISIS Jarablus, Al-Bab e Mare fino ad unire così i 3 cantoni della Rojava.

Questa interpretazione è stata confermata da esponenti turchi i quali hanno detto che non permetteranno la costituzione di un'entità curda al loro confine.

Nel frattemmpo, esponenti USA, tra cui il Vice Presidente Joe Biden, hanno dichiarato il loro sostegno all'operazione turca e chiesto alle YPG di ritirarsi ad est dell'Eufrate. Molti commentatori hanno definito come "tradimento", la posizione assunta dagli USA contro i Curdi.

In risposta, il comandante delle YPG, Redur Xelil, ha detto alla Reuters che la decisione di ritornare ad est dell'Eufrate sarà presa dal Comando Generale delle SDF.

Il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha confermato il sostegno USA dicendo che l'operazione era stata pianificata con gli USA "fin dall'inizio" ed avvertendo PYD/YPG di ritirarsi altrimenti "si farà ciò che è necessario".

Alcuni commentatori hanno detto che USA, Iran, Russia, Siria e Governo Regionale Curdo (KRG in Iraq) avevano dato luce verde e concordato con l'operazione.

Tuttavia, il ministro degli esteri siriano ha condannato l'operazione quale "violazione della sovranità del paese" aggiungendo che la "Turchia sta rimpiazzando un gruppo terrorista con un altro".

La Russia ha dato peso alle parole del ministro siriano dicendo di essere preoccupata sugli sviluppi lungo il confine turco-siriano.

Fonti turche dicono che l'operazione potrebbe proseguire nelle zone di Al-Bab e Mare, con una spinta finale fino a Manbij, cosa che porterebbe le forze tuche a scontrarsi con quelle del SDF.

martedì 23 febbraio 2016

YPG: Noi non c'entriamo niente con l'attentato di Ankara. La Turchia invece sta prerarando l'attacco di terra alla Rojava

Il Comando Generale delle YPG ha dichiarato che non esiste nessun legame tra loro e l'attentato, sottolineando come Davutoğlu abbia lanciato le sue accuse per preparare il terreno all'offensiva turca in Rojava ed in Siria. Il Comando Generale ha messo in evidenza che le YPG non sono impegnate da tempo in nessuna attività militare contro lo Stato turco nonostante gli attacchi e le provocazioni messe in essere da quest'ultimo.

Qui di seguito il testo integrale del comunicato diffuso dal Comando Generale delle YPG:

"Come è noto al nostro popolo ed all'opinione pubblica, la rivoluzione in Rojava è entrata nel suo quarto anno di vita. Come forze delle YPG, stiamo proteggendo il nostro popolo nella regione della Rojava fin dal primo giorno della rivoluzione. In condizioni molto difficili, stiamo proteggendo il nostro popolo da bande barbariche come l'ISIS e  Al-Nusra. Non si contano le dichiarazioni di Stati e di organi di stampa in cui è stato ripetutamente denunciato il sostegno che la Turchia ha fornito a questi gruppi terroristici. A parte contro questi gruppi terroristici che ci attaccano, le YPG non hanno in corso alcuna attività militare contro gli Stati vicini o contro altre forze. Nonostante tutti gli attacchi e le provocazioni subiti lungo il confine della Rojava, il nostro atteggiamento è stato di lungimirante responsabilità non dando mai luogo a ritorsioni contro la Turchia. Durante i 4 anni trascorsi, la Rojava è diventata l'area più sicura lungo il confine turco-siriano e non vi è stata nessuna azione militare condota dalle YPG per tutto questo tempo. Questa verità è ben nota ai militari turchi ed al governo dell'AKP. Che stanno deliberatamente distorcendo la verità scaricando su di noi la responsabilità per le esplosioni di Ankara.

Vorremmo che il nostro messaggio giungesse anche ai popoli della Turchia e del mondo intero: noi non abbiamo nulla a che fare con questo incidente. Non abbiamo nulla a che vedere con questo attentato specifico così come non siamo mai stati coinvolti in attacchi contro la Turchia. Lo stato turco non può provare in alcun modo nessun nostro coinvolgimento in qualsiasi attentato contro la Turchia, dato che non siamo mai stati coinvolti in azioni simili.  Le accuse del Primo Ministro turco Davutoğlu secondo cui "L'attentato di Ankara è stato diretto dalle YPG" è una menzogna ed è quanto di più lontano dalla verità. Con le sue dichiarazioni, Davutoğlu intende spianare la strada ad un'offensiva turca in Siria ed in Rojava, per dissimulare le relazioni della Turchia con l'ISIS, che è cosa nota ormai a tutto il mondo.

Come Unità di Difesa Popolare-YPG, ribadiamo ancora una volta che non abbiamo nessun legame con le esplosioni in Ankara ed invitiamo tutti gli stati vicini ad avere rispetto per la rivoluzione della Rojava e per la volontà popolare
". Fonte ANF.

KQ aggiunge che il Partito di Unione Democratica (PYD), a cui sono affiliate le YPG, ha dichiarato che sono "totalmente da respingere" le accuse di un suo coinvolgimento.

Anche Saleh Muslim, co-presidente del PYD, ha respinto le accuse contro le YPG dell'attentato in Turchia. "Le YPG non considerano la Turchia come un nemico" ha dichiarato all'agenzia Reuters.

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)