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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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mercoledì 21 dicembre 2016

Come riparare 4 crepe prima che qualcosa si rompa per sempre.

Uno stupro è sempre e comunque un atto fascista, anche se chi lo commette si dichiara antifascista.
L’antifascismo non è soltanto un coro da urlare in “curva” o una toppa da cucire sul bomber.
Essere antifascista è pensare e agire antifascista.
Chiunque stupra è un fascista e noi lo combattiamo in quanto fascista e stupratore.
Chiunque respira, si muove e parla dalla nostra parte della barricata, che si permette di avere atteggiamenti fascisti verrà combattuto in quanto fascista e stupido vacuo pezzo di merda.
Il comunicato di Romantik Punk segue su Anarkismo. Riguarda Parma, ma non solo Parma.
 http://alternativalibertaria.fdca.it/wpAL/blog/2016/12/20/da-anarkismo-by-romantic-punx/
Qui il volantone in pdf
E grazie ad Abbatto i muri

lunedì 5 dicembre 2016

Referendum: un esito che spariglia la partita tra padroni e proletari

I votanti sono stati il 68,48%, gli astenuti il 31,52%.
I NO sono il 59,95%, pari al 41,05% dei votanti.
I sono il 40,05%, pari al 27,42% dei votanti.
La vittoria del NO era scontata, ma forse non in queste proporzioni che esprimono l’addensarsi di una nebulosa sociale dai contorni politici assai sfumati e incerti.
Era scontata perché il referendum ha assunto la connotazione di un plebiscito sull’operato di un governo che gode di una trista popolarità.
Il ha vinto nella provincia autonoma di Bolzano (63,69%) dove meno si è sentito il peso negativo della politica governativa. Ha vinto in Toscana (52,51%, a Firenze il 57,71% e a Siena il 57,18%), feudo clientelare della cosca governativa Renzi, Boschi & Co., e di misura in Emilia Romagna (un risicato 50,39%), dove nonostante tutto resiste il modello affaristico/cooperativistico tanto caro al PD.
La vittoria del NO era scontata anche perché la maggior parte dell’elettorato è costituito da anziani che sono poco propensi a cambiamenti, viste le batoste subite in questi ultimi anni. Mentre i giovani scelgono l’astensione, e non solo per la dannazione del Jobs Act, ma per la crescente sfiducia nelle istituzioni di uno Stato oppressivo e sfruttatore.
Dopo il referendum, si apre uno scenario di incertezze, poiché, come è evidente, il fronte del NO è assai contraddittorio, abbraccia componenti che vanno dalla Lega di Salvini ai movimenti di sinistra (il cosiddetto NO sociale), passando per i 5 Stelle.
La vittoria del NO è stata significativa in aree politicamente assai eterogenee, motivo per cui è assolutamente aleatorio attribuirle una precisa connotazione politica. Per esempio, al Sud, dove la Lega ha poche carte da giocare, il NO è attorno al 70%. Mentre negli storici feudi leghisti il NO sfiora a malapena il 60%. Ed è comunque condiviso con altre forze politiche, spesso in concorrenza.
Ma l’incertezza risiede soprattutto in ciò che il NO sottende e implica; l’incertezza  risiede in coloro che non si riconoscono in nessun partito; risiede anche nel 31% di astensionisti che nel Sud superano abbondantemente il 40%, con punte di oltre il 50% (Crotone).
In queste condizioni, è assolutamente improbabile che nasca una coalizione di governo omogenea e altrettanto difficilmente le eventuali elezioni anticipate potranno dare una risposta che soddisfi gli appetiti dei padroni e degli affaristi che dominano la vita economica.
Ma c’è del buono. L’incertezza rappresenta sicuramente un’attenuazione degli attacchi contro le condizioni di vita e di lavoro dei proletari, dei lavoratori dipendenti, dei pensionati dei disoccupati.
C’è del buono, perché può essere un’occasione per riflettere e dar vita a iniziative all’altezza della situazione. I giochi sono aperti.
Dino Erba, Milano, 5 dicembre 2016.

mercoledì 30 novembre 2016

Il femminismo è una questione di vita o di morte

 category bolivia / peru / ecuador / chile | género | portada author Sunday October 30, 2016 18:03author by Melissa Sepúlveda - El Ciudadano


In queste ultime settimane, le reti sociali si sono riempite di rabbia e di frustrazione davanti all'evidenza, ancora una volta, di ciò che accade da moltissimo tempo: tortura, stupri e omicidi di donne, per il solo fatto di essere donne. 
Vanno e vengono commenti di tutti i tipi. La risposta da parte di donne da tutto il mondo è stata l'organizzazione di marce di solidarietà, incontri e attività sotto lo slogan "Ni una menos". E dall'altra parte si sono manifestate reazioni viscerali da parte di uomini che, volendo giocare all'empatia, avanzano lo slogan assurdo di "nadie menos” (nessuno di meno), evidenziando così che non è tanto facile, nemmeno quando si parla di donne uccise, che gli uomini abbandonino i loro privilegi di dominazione. Oggi è sempre più chiaro che questa guerra silenziosa è una questione di vita o di morte, e la riflessione è il primo strumento che abbiamo per combattere questa lunga storia di dominazione patriarcale.

Analizzare ciò che si nasconde dietro questi eventi non è per niente facile, poiché dobbiamo mettere in discussione il senso comune che è profondamente radicato nella società. Vorrei iniziare con una domanda chiave: a chi appartiene il corpo delle donne? Sembra che tutti vogliano possederne almeno una parte: lo Stato obbliga alla maternità attraverso il divieto dell'aborto. Il marito maltratta e trattiene la donna attraverso la dipendenza economica ed emozionale. Il padre decide delle sue figlie attraverso la sua doppia autorità, e lo sconosciuto si sente in diritto di guardare e toccare il corpo della donna quando vuole. D'altra parte, l'idea che siamo soggetti che necessitano protezione e cura, ovvero l'associazione apparentemente ovvia tra femminilità e debolezza, stabilisce un'alleanza tra il ruolo sociale e l'autopercezione della donna, cosa che permette il consolidamento di un vincolo che, visto da vicino, assomiglia ad una schiavitù, ma che fino ad oggi non scandalizza nessuno, se non le femministe più convinte. A questo proposito è significativa la frase di Simone de Beauvoir: "L'oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse".

È come se dovessimo necessariamente appartenere a qualcuno, che sia il padre, il fidanzato, il marito o lo Stato, ad un grado tale di brutalità che la proprietà sul nostro corpo legittima anche il diritto di porre fine alle nostre vite. Questa è la massima autorità del "pater". D'altra parte, bisogna chiedersi: cos'è che succede alla soggettività maschile che è capace di commettere le atrocità di cui siamo testimoni? Alcuni si appellano all'infermità mentale, ma gli stupratori sono effettivamente tutti uomini psicotici senza coscienza e volontà, o per lo meno, tanto malati da essere giudicati in base alla loro capacità di intendere e di volere? Il numero elevato dei casi di violenza fisica e psicologica contro le donne nel mondo sono tipici di una società profondamente malata. Le giustificazioni individuali di questi fatti che si ripetono sistematicamente non fanno che spostare il punto d'interesse dell'analisi, cosa che si esprime in maniera esemplare nella stampa quando descrive i femminicidi più cruenti come "pazzie d'amore" o "crimini passionali", dove naturalmente abbondano gli argomenti e i commenti sul vestito indossato dalla donna, sull'eventuale consumo di droghe o sulla sua presunta infedeltà, come giustificazioni perfette per far valere il massimo grado del potere maschile. La difesa della proprietà privata grida: "L'ho uccisa perché era mia", questione che è presente anche dall'altro lato della medaglia: "Poteva essere mia sorella, mia madre o mia moglie". Mia. L'invisibilità delle molestie per strada agli occhi degli uomini potrebbe spiegarsi con il fatto che, stranamente, basta un solo uomo in un gruppo di donne perché il codice patriarcale riconosca che l'uomo è il proprietario di quelle donne. Così, praticamente in tutta la storia della civiltà occidentale il corpo della donna è stato utilizzato come merce o come simbolo di sovranità, essendo lo stupro di donne e bambine nei territori conquistati in guerra un ripetuto e doloroso esempio nella nostra memoria.

Quali sono le soluzioni? E qui viene il problema più grande. Molti compagni sostengono che sia necessaria una pena esemplare: ergastolo, o pena di morte. Senza dubbio la questione cruciale è che gli uomini non sono capaci di riconoscere i loro privilegi nei confronti delle donne. Sono sempre "altri uomini" che abusano, uccidono o violentano, e sembra non esserci una relazione tra i casi di femminicidio e altre forme più sottili - ma ugualmente violente - proprie della "cultura dello stupro". 
Per esempio, nella marcia di domenica scorsa contro la AFP(1), durante un intervento artistico che proponeva un viaggio attraverso i luoghi comuni che vivono quotidianamente i cileni, come l'umiliazione di fronte al capo e l'insofferenza di fronte all'esclusione, si affermava: "Siamo persone, entriamo in un bar con le nostre gambe, guardiamo e tocchiamo tette e culi caldi". Quanto è ormai interiorizzato il fatto che l'uomo possa comprare il corpo della donna, sia che passi attraverso la pubblicità che accompagna un prodotto o attraverso un magnaccia in un bordello. Però non bisogna dimenticare che il patriarcato non è solo capitalismo. L'accesso al corpo della donna non è solo mediato dal mercato, e per capirlo possiamo osservare uno spazio dove la relazione commerciale non è presente: la famiglia.

Di fronte all'inevitabile mobilitazione sociale delle donne le autorità del governo traboccano d'ipocrisia. Le politiche contro la violenza intrafamiliare sono state inefficaci dalla creazione del Sernam(2) e la legge sul femminicidio in Cile si limita agli omicidi commessi contro la donna che è o è stata coniuge o convivente dell'autore del crimine. La legge sull'aborto dorme in parlamento e il recente Ministero della donna investe in opuscoli sull'uso di un linguaggio inclusivo senza nessuna interpellanza o sanzione ai mezzi di comunicazione che quotidianamente sono complici di una cultura misogina. Le domande le rivolgiamo ora a noi stesse e a noi stessi: perché permettiamo che quotidianamente il sostentamento culturale dei femminicidi venga trattano con ironia? Perché non reagiamo di fronte alla violenza simbolica nello stesso modo in cui reagiamo alle donne assassinate? Perché permettiamo che "Morandé con compañía"(3) riempia gli spazi del tempo libero del popolo lavoratore?

A seguito dei casi di femminicidio che oggi commuovono l'America Latina e il mondo è necessario riflettere profondamente sulle forme in cui riproduciamo il patriarcato e come questi cinquemila anni di dominazione siano profondamente radicati nel nostro senso comune. Non possiamo sottovalutare la possibilità che ci offre il femminismo di osservare e trasformare quello che succede quando il dirigente sindacale, politico o sociale torna a casa; o ciò che succede nelle relazioni sociali delle nostre città. Sfortunatamente è in questa intimità, con la complicità della famiglia, che avvengono gli orrori più grandi. E' difficile vedere quanto il nemico sia vicino, però i compagni devono assumere e riconoscere i privilegi che ostentano in questa società patriarcale - e abbandonarli, se realmente vogliono lottare per l'emancipazione dell'umanità.

Alle mie sorelle, lamngen(4), e donne di tutto il mondo voglio dire che abbiamo una battaglia da vincere, che è probabilmente la madre di tutte le battaglie: costruire un mondo nuovo, proteggere il territorio, che è il nostro corpo e la nostra terra. Questo è un appello femminista alla costruzione di reti di autodifesa: proteggiamoci, diffondiamo solidarietà tra di noi, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole e nelle nostre organizzazioni. Non tolleriamo più questa violenza sistematica. Unite vinceremo!


(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


note:
1) AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones) sono istituzioni finanziarie private incaricate di amministrare i fondi pensione.
2) Il Sernam (Servicio Nacional de la Mujer) è un organismo che promuove l'uguaglianza delle opportunità tra uomini e donne fondato nel 1990.
3) Programma televisivo cileno con evidenti contenuti sessisti, oggetto di diverse polemiche.
4) “Sorelle” in lingua mapuche.

domenica 8 novembre 2015

Quella fabbrica a Casale Monferrato

Quella fabbrica a Casale Monferrato
                                  Storia e storie di una tragedia ancora in corso

Una leggera nebbia circonda Casale Monferrato.
Si attraversa il lungo ponte sul Pò e ci si trova in un agglomerato medievale.
"La città più importante dopo Torino all'epoca del regno di Savoia" ci precisa l'assessore all'ambiente di Casale con una punta d'orgoglio.
"La capitale del cemento", soggiunge il compagno Nicola Pondrano, alla fine 
del '800.
Ci dirigiamo verso il quartiere dove sorgeva la fabbrica Eternit; ha un volto inquietante,forse perchè fra le sue macerie inneggiano i nomi di migliaia di morti.
Nel  1906 Adolfo Mazza acquista il brevetto di Ludwig Hatschek( miscela di acqua ,cemento e amianto) denominata eternit,dal latino aeternitas(eternità) e realizza lo stabilimento di Casale dove l'anno successivo avvierà la produzione della miscela per la realizzazione di coperture ondulate,lastre e tubi.
Un ruolo di rilevante importanza a Casale ( oltre il fiume e il gran numero di fabbriche di cemento) lo gioca la ferrovia per il trasporto delle materie prime(amianto) proveniente da Africa,Russia,Canada e Brasile tramite il porto di Genova, sia per il trasporto dei prodotti finiti.
L'amianto è un minerale molto resistente al fuoco,all'attrito e agli acidi;esso è
costituito da un insieme di fibre/filamenti di forma longitudinale,all'apparenza innocue  perchè di dimensioni microscopiche( 335000 fibre in un cm) ma  realtà molto pericolose se inalate perchè raggiungono le vie respiratorie in profondità provocando il mesotelioma(tumore maligno che colpisce la pleure,fibrosi polmonari(asbetosi),tumori polmonari. 
La latenza di queste patologie,soprattutto per il mesotelioma,vede trascorrere da circa 15 anni fino a molti decenni dal periodo di esposizione all'insorgenza del tumore.
Tra il 1950 e il 1960  Eternit  divenne lo stabilimento di cemento-amianto più grande d'Europa e al suo interno contava circa 2000 dipendenti.
L'azienda rappresentava un futuro di benessere stabile e duraturo per se e per i propri figli non più costretti a spezzarsi la schiena ,come braccianti nei campi.
La fabbrica a Casale è il progresso e il futuro;tutto quello che offriva Eternit era buono:lo stipendio,i prodotti lavorati usati nelle case e nei luoghi pubblici e dati molte volte ai lavoratori e al comune gratuitamente,l'asilo,la befana  e le borse di studio per i figli dei lavoratori ,un ritrovo per il dopo-lavoro ,etc. Questo era motivo di vanto e di orgoglio per i lavoratori a tal punto che per essere assunti "pagavano" ben 3 mensilità.
Ma qualcosa di strano accadeva ai lavoratori di quella fabbrica:morivano!
Ovviamente tutti dobbiamo morire ,ma i lavoratori dell' Eternit morivano prima di raggiungere la pensione ed tutti soffrivano di una forma di disturbo  respiratorio.
Si sapeva che l'ambiente all'interno della fabbrica era saturo di polvere bianca e per questo  che i lavoratori percepivano un compenso copioso d' indennità polvere .
Nel 1961 ci fu in azienda un agitazione sindacale basata sulla questione ambiente di lavoro ma fu subito repressa dalla polizia con scontri e arresti.
Solo negli anni 70 con la conquista dello statuto dei lavoratori,la costituzione dei consigli di fabbrica e le commissioni ambientali nelle aziende che iniziarono la battaglie contro l'amianto  e si acquisì  la consapevolezza che l'amianto fosse cancerogeno e che provocava un terribile tumore dall'esito infausto:il mesotelioma.
L'allarme arriva da 2 sindacalisti,Bruno Pesce e Nicola Pondrano , da un prete operaio padre Bernardino Zanella  che avviò un indagine conoscitiva interna alla fabbrica ,sulle condizioni di vita dei lavoratori tramite la compilazione di un questionario e dall'operaio Mario Pavesi scomparso nel'82 causa il mesotelioma,stessa fine riservata più avanti alla figlia,alla sorella,al nipote e al cognato di quest'ultimo.
Nicola,eletto nel consiglio di fabbrica nel '75 ,accorgendosi che all'entrata della porta di continuo apparivano annunci funebri di colleghi deceduti decise di passare dalla tendenza di monetizzazione di ogni disagio individuato ,alla richiesta di rimozione di tali situazioni ritenute pericolose. Cominciarono all'interno della fabbrica assemblee nei reparti e scioperi  per la tutela della salute a fronte della constatazione delle malattie polmonari che i lavoratori contraevano,anche se allora si parlava soltanto di polvere nei polmoni.
L'Eternit come risposta minacciò di togliere l'indennità polvere,allora di 24000 Lire,  creò il SIL(servizio di salute ,igiene,lavoro)con lo scopo di fornire informazioni false ai lavoratori,incentivò i lavoratori con latte di olio extra-vergine di oliva,promosse licenziamenti e vessazioni ai delegati sindacali CGIL.
"Quando mi presentai in assemblea con 700-800 persone che vi partecipavano,ho rischiato il linciaggio dai lavoratori" ci dice Nicola.
"L'azienda era riuscita a creare fra i lavoratori pregiudizi anti-sindacali,anti-operai e anti-comunisti .A Casale dalla nostra parte solo qualche medico e compagni ambientalisti" ci dice Bruno .
Bruno Pesce segretario della camera di lavoro del comprensorio di Casale,grazie alla sua autonomia non solo rispetto alle linee nazionali CGIL ma anche a quelle provinciali riuscì a tramutare in azione politica e lotta sindacale ,obbiettivi noti e chiari a chi viveva in contatto con l'eternit.
Pondano viene chiamato da Pesce in distacco sindacale e nominato direttore Inca con l'obbiettivo di rendere più forte l'impegno del sindacato nella battaglia per la tutela dei lavoratori. Ma la vera svolta avviene nel 1981 quando Nicola viene a sapere  che l'Eternit avrebbe licenziato 120 dipendenti con le dimissioni incentivate,bastava l'impegno di questi lavoratori  di rinunciare di presentare all'Inail la domanda di ricoscimento di indennità di chi ha avuto a che fare con la polvere di amianto.
"Non potevano farla franca" ci dice Bruno ,"soprattutto perchè   promuovendo licenziamenti ,con la minaccia occupazionale non avrebbe investito sulla tutela e la sicurezza dei lavoratori.
I due sindacalisti riuscirono a convincere più della metà dei lavoratori licenziati ad avviare contenziosi con l'Inail ;riuscirono ad informare l'opinione pubblica e nel 1982 portando alla luce  le statistiche di centinaia malattie polmonari e i decessi conducibili all'esalazione di amianto.Dati che un paio di anni dopo sarebbero apparsi sui quotidiani nazionali.Quelli che decisero di affiancarli in quella campagna donchisciottesca erano pochi e utilizzavano ogni assemblea pubblica per dire che di amianto si moriva.Nicola e Bruno decisero poi di organizzare un pullman per Roma per portare la loro protesta fin sotto le finestre della direzione dell'Inail con 36 malati di asbetosi e 200 firme di lavoratori con gravi problemi d'insufficienza respiratoria.La direzione dei sindacati confederali corse a Roma per cercar una mediazione fra le parti ,ma i casalesi non vollero sentir ragione.Questa iniziativa destò grande attenzione nell'opinione pubblica a tal punto che venne promossa un indagine dall'istituto di medicina del lavoro dell'università di Pavia dove nonostante i macchinari della fabbrica furono fermati dall'azienda e i reparti furono rimessi a lucido,il rapporto finale confermò che la presenza di fibre d' amianto era ovunque e il livello di pericolosità era tale da costringere il medico a trasmettere gli atti della sua indagine alla procura della repubblica.In più in un altra ricerca si stabilì che le polveri venivano spazzate dai venti e portate a spasso nella città.
QUINDI SI MORIVA DENTRO E FUORI DALLA FABBRICA.
Non c'era caseggiato in cui non vi fosse un malato di mesotelioma.Forte la testimonianza di due malati che con l'Eternit non avevano nessun rapporto,ma vivevano a Casale.
Si stima che a Casale siano morte 2000 persone causa amianto e i mesotelioma ancora in crescita, 50 a Casale ogni anno  e dove si prevede  un picco di decessi per mesotelioma nel 2020 e 1500 in Italia.
Chiusa nel 1986 su istanza fallimentare,l'Eternit si sbarazzò del limone ormai spremuto:350 lavoratori disoccupati e abbandonò lo stabilimento e le aree circostanti un centinaio di tonnellate di amianto sparse ai quattro venti.
Il resto è cronaca giudiziaria conclusa il 23 febbraio 2015 con la prescrizione dei reato do disastro ambientale e la cancellazione dei risarcimenti alle parti civili.
Qualche info riguardo l'ultimo proprietario di Eternit: Stephan Schmidheimy oggi è rappresentante dell'ONU per lo sviluppo sostenibile,azionista di Nestlè è uno degli uomini più ricchi del pianeta.

Alternativa Libertaria/Federazione dei Comunisti Anarchici
Trento

martedì 24 febbraio 2015

NO TAV SI SALUTE

Ogni metro di TAV costa 158.000 euro! 158000:1200 = 131 giornate di ricovero ospedaliero (la prestazione sanitaria più costosa) e chissà quante altre azioni per la prevenzione o di assistenza alla cronicità, si potrebbero fare.... NO TAV SI SALUTE solidarietà alla popolazione della Val di Susa ade

martedì 20 gennaio 2015

La strage della redazione di Charlie Hebdo e le contraddizioni del sistema internazionale di fronte alla rivoluzione della Rojava

La barbarie commessa il 7 gennaio 2015 contro i giornalisti e fumettisti della pubblicazione francese Charlie Hebdo mostra quanto la presenza di Daesh (Stato islamico, IS o ISIL) sia dannosa per essere tollerata come parte negoziale persino all'interno della crudeltà del Sistema internazionale. In questo breve articolo presento alcune contraddizioni dei membri della NATO sulla scena mondiale nel conflitto. Estendo le mie osservazioni critiche alla copertura mediatica internazionale, concentrandomi sul network della CNN, purtroppo la TV che meglio copre il pianeta. Per disinformare sulla Rojava, sul PYD e sul TEV-Dem, i media di potere operano come portavoce non ufficiali per l'amministrazione Obama e per la sua doppiezza politica nella regione. Stéphanne Charbonnier, noto come Charb, ha pubblicato un articolo in cui sostiene che i Curdi ci rappresentano contro il fondamentalismo ed i regimi totalitari - alleati dell'Occidente o meno - nella regione più tormentata del pianeta. Contraddizione 1) Il costo della presenza dei jihadisti internazionali, molti dei quali reclutati su Internet, si materializza come demenza continua. Giovani delle incandescenti periferie di Parigi sono rapiti dalla follia di Daesh come prima lo erano da Al-Qaeda. Pertanto, la destra francese, quella stessa che ha sostenuto il vergognoso regime di Vichy (che aveva fornito il supporto per l'occupazione nazista), reitera i suoi discorsi omofobi e razzisti intrisi di fondamentalismo cattolico. Del resto anche il Partito Socialista francese e il suo momentaneo alleato PCF, quegli stessi partiti che erano nel Fronte Popolare degli anni '30 e che chiusero all'epoca le frontiere ai libertari spagnoli per poi metterli nei campi di concentramento, si trovano oggi ad affrontare il mostro. Anche se sono mutati i tempi ed i contesti, sono d'accordo con l'antropologo inglese David Graeber , sia nella comparazione dei processi, sia nel rilevare il doppio gioco delle democrazie liberali, allora di fronte al fantasma del fascismo con Franco ed ora in Siria con Daesh. Contro il fascismo, compreso quello religioso, solo il pensiero e l'azione dei libertari possono offrire delle soluzioni. In questo caso, l'unica vera speranza contro il fondamentalismo è l'autonomia e l'indipendenza della Rojava Contraddizione 2) La libertà di espressione, di comunicazione e di informazione costituisce un insieme di beni e valori non negoziabili. I media ipocriti dell'Occidente hanno chiuso gli occhi quando il governo di Recep Erdogan (leader islamista e al tempo stesso del filo-occidentale AKP) ha arrestato più di 20 giornalisti di un giornale di opposizione (la pubblicazione Zaman), ed esegue la stessa procedura contro le stampa collegata con la sinistra curda. Sembra che nulla stia accadendo al confine turco, ma non è così. Gli alleati di Erdogan lasciano la Siria ed entrano nell'Unione Europea tramite la stessa Turchia, corridoio di passaggio dei fondamentalisti. Due di questi dementi sono ritornati in Francia sotto la barba di un paese membro della NATO per portarvi il flusso del jihadismo sunnita. L'Iran si è dichiarato contro l'attacco, ma non fa nulla con i suoi alleati - il governo Assad ed Hezbollah - lasciando che il regime di Damasco si rafforzi, non attaccando Daesh, anzi lasciando che questo gruppo totalitario porti la guerra contro la Rojava. Contraddizione 3) Siamo al cospetto della logica della geopolitica che dà il peggio della sua crudeltà. La Francia è intervenuta con atteggiamento imperialista nel Mali (ottobre 2012), affermando di essere lì per evitare che una frazione di Al-Qaeda spaccase il paese in due. Inoltre, sempre la Francia ha preso parte agli attacchi aerei della coalizione contro le postazioni Daesh in Siria e in Iraq. Allo stesso tempo, non fa nulla affinchè la Casa Bianca tolga il marchio di terrorista al PKK ed ai partiti alleati. E 'ovvio che la redazione di Charlie Hebdo appoggiava il Kurdistan ed il suo percorso libertario. Ed ha pagato il prezzo per l'ipocrita tolleranza dell'Occidente verso la politica assurda della Turchia nella lotta contro la sinistra curda. Contraddizione 4) Mentre i fondamentalisti commettono barbarie contro i giornalisti francesi, lo Stato turco, un membro della NATO, commette crimini di terrorismo di stato sostenendo che il PKK è un gruppo terroristico. Il governo di Erdogan ed i suoi generali kemalisti sostengono Daesh e il Fronte Al-Nusra in barba agli USA, eppure non succede nulla. Curiosa contraddizione. L'ONU denuncia la mancanza di sostegno umanitario e che le missioni USA non diano conto del volume di aiuti umanitari per le aree sotto il controllo delle varie fazioni non allineate con il blocco composto dal governo di Assad+ Hezbollah e Iran, con il sostegno della Russia. Molti di questi problemi potrebbero essere risolti se la Turchia chiudesse letteralmente il confine alla libera circolazione dello Stato Islamico (che io preferisco chiamare Daesh) e del Fronte Al-Nusra e, allo stesso tempo, permettesse il flusso di beni e di aiuti per il Territorio Libero della Rojava. Semplice no, considerando che lo Stato turco è un membro a pieno titolo della NATO, quindi sarebbe passibile di pressioni occidentali, giusto? L'unica via d'uscita è il protagonismo delle persone tramite la democrazia partecipativa curda. Più gli sceicchi sauditi, yemeniti, del Bahrein, dell'Oman & co. inviano denaro a Daesh ed agli affiliati di al-Qaeda, più donne combattenti vanno a difendere i loro diritti fondamentali con tutti i mezzi necessari. Avanzano le forze delle YPG / YPJ. Kobanê sarà liberata senza la presenza di truppe occidentali e nonostante tutto il sabotaggio della Turchia. Di fronte al comune nemico - le forze curde ed universali con valori socialisti e democratici - il fondamentalismo sunnita e sciita si alleano. Pare proprio che il mondo arabo e islamico proverà finalmente la lotta tra jihadisti e socialisti. E' dalla Prima Intifada non si vedono così tante possibilità di una nuova società nella regione. Questa volta credo che quest'ultimo attacco porterà quello che rimane della sinistra occidentale a rendersi conto che il fronte della Rojava è l'unica via d'uscita per un modello di società nella regione. Ma questo modello di società è minacciato dal possibile intervento dei poteri che fanno parte della NATO e che hanno interessi strategici nel tenere i prezzi del petrolio più bassi, quindi, non interromperanno un rapporto di fiducia con gli oscurantisti stati monarchici della Lega Araba. I tempi sono maturi per fare salire la pressione nelle società occidentali, come pure in quelle periferiche, come ad esempio l'America Latina Nessuno vuole cambiare la messa a fuoco e si continua a nascondere l'ovvio. La Turchia continua a facilitare l'ingresso e la libera circolazione dei criminali dell'ISIS. La coalizione guidata dagli Stati Uniti è fatta di solo carta. Tutti i regimi islamici - duri o moderati - stanno favorendo lo jihadismo. Né l'Iran fa nulla e non ne ha la volontà. L'unica via d'uscita per la Rojava è la solidarietà internazionale per costringere la Turchia ad almeno consentire la consegna di aiuti umanitari ed a fermare i fanatici dementi che amano tagliare le teste agli "infedeli". Quanto più informiamo sul processo di liberazione del Kurdistan, più siamo animati ed impegnati nel nostro compito. Bruno Lima Rocha (traduzione a cura di Alternativa Libertaria/FdCA -Ufficio Relazioni Internazionali)

mercoledì 26 novembre 2014

Project Financing in sanità ...?

un articolo di Ivan Cavicchi su PF in sanità. [ACM_2]«Ora basta». Lo scrivono tutti i medici di Vicenza in un documento condiviso da tutti i sindacati e perfino dall’ordine. Non ce la fanno più a pagare il conto di politiche sanitarie sbagliate, di gestioni fasulle, di speculazioni vergognose. Si ribellano alla doppia immoralità della regione Veneto che sacrifica le necessità di cura dei malati e permette che “strumenti di finanza di progetto” si dissanguinino le finanze regionali, gli stipendi di chi lavora e i diritti di chi sta male. Ma a cosa si riferiscono i medici di Vicenza? A un particolare tipo di debito occulto di cui nessuno parla e al quale il Veneto, e molte altre regioni,ha fatto spesso ricorso , e che si chiama “contratto di concessione” o “finanza di progetto” (project financing).Una brutta bestia affamata capace di stare acquattata per anni proprio come un debito sommerso e saltare fuori al momento giusto per mangiarsi il nostro sistema pubblico. L’idea tanto, per cambiare, è copiata dalla sanità inglese, e introdotta in Italia alla fine degli anni ’90 (legge n 415/1998) in una fase in cui alle regioni da una parte si impongono imposte crescenti,restrizioni finanziare e dall’altra è loro offerta, con la riforma Bindi, la possibilità di fare “sperimentazioni gestionali” Con questa scusa alle regioni non sembrò vero di poter aggirare con i contratti di concessione,gli sbarramenti di spesa: mentre si tagliava ovunque, soprattutto posti letto, esse continuarono a costruire ospedali dandoli in concessione ai privati . Il contratto di concessione di un ospedale è qualcosa di diabolico: il privato finanzia la costruzione dell’ospedale avendone in cambio la gestione per un certo numero di anni (20/30) dopo i quali il pubblico subentra come proprietario ma ereditando praticamente dei catorci. La legge impone che il privato per finanziare l’ospedale debba chiedere un mutuo che tuttavia è garantito dal pubblico. Per cui tutti i rischi finanziari sono del pubblico, il privato non rischia niente. Ma c’è di più: il concessionario ha diritto di sfruttare l’opera costruita, ma un ospedale non è un parcheggio o una autostrada che nel tempo danno profitti, per cui per remunerare il finanziatore la regione e l’azienda di riferimento 1) gli paga un canone di concessione per tutto il tempo della concessione trasferendo così spesa pubblica al privato e senza nessun tipo di risparmio; 2) gli affida la gestione completa di quelli che si chiamano “servizi non sanitari” vale a dire mense, raccolta rifiuti, pasti agli ammalati, pulizie, spazi commerciali, quindi un business da paura ma che ha il piccolo inconveniente che per essere privato è gravato dall’Iva e che quindi costa al pubblico almeno il 22% in più. Siamo alla più spudorata delle speculazioni, cioè il concessionario ha interesse a spendere di meno nei costi di fabbricazione dell’ospedale e quindi nella qualità della struttura e a far spendere di più per la gestione. Infatti i costi gestionali in generale sono diseconomici e per questo maggiori rispetto a quelli degli ospedali a gestione pubblica e, a seconda dei casi, essi variano dal 30, 40, 50%(L.Benci). Cioè la qualità della struttura è bassa, i costi di gestione sono molto alti, ai cittadini sono sottratte tante risorse e quel che è peggio si costruisce un debito pubblico occulto perché nascosto nei bilanci privati. Quasi tutte le regioni per fare ospedali hanno fatto ricorso ai contratti di concessione, perché costruire un ospedale è una autentica fiera del malaffare. In particolare si distinguono la Lombardia, il Veneto, la Toscana, la Puglia, il Trentino alto Adige, l’Emilia Romagna...cioè tutte quelle regioni che si autodefiniscono “virtuose”, che dicono di avere i conti in regola. Su questa immensa speculazione delle regioni, la magistratura contabile proprio della regione Veneto, ha detto chiaro e tondo che l’operazione di dare gli ospedali in concessione al privato è “a debito” e va ad incrementare il debito pubblico. Se andiamo a vedere cosa è accaduto in Inghilterra sbaglieremmo ad ignorare il monito della Corte dei conti e la denuncia dei medici di Vicenza: G. Hobsborne (head of exchequer del ministero delle finanze) ha definito il financing project in sanità come «totally discredited» e il governo è stato costretto per salvare i 31 Trust (Asl) a versare 451 milioni di sterline per finanziare i canoni di con- cessione degli ospedali, e attivare un fondo ad hoc di 1.5 mld di sterline per 25 anni per aiutare i trust in difficoltà. Cosa accadrà in Italia non lo so, anche se è prevedibile che anche questo sistema pubblico come quello mutualistico, sotto il peso dell’indebitamento occulto e della speculazione rischia di spezzarsi. Quello che so è che queste regioni sono diventate di fatto enti immorali, che è immorale rubare soldi ai malati e ai lavoratori e che in tutta Italia gli ordini, i collegi, i sindacati, le società scientifiche, le associazioni sociali, dovrebbero tutti insieme dire come i medici di Vicenza «ora basta» ...con i ladri di sanità.

venerdì 24 ottobre 2014

Nel bel mezzo della zona di guerra siriana

un esperimento democratico sta venendo seriamente minacciato dall’Isis Che il mondo intero ne sia all’oscuro è uno scandalo! David Graeber, antropologo e attivista americano. Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale, portando intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere. I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di “non intervento” e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di “non intervento”, iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Il risultato fu quello di anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e quello che fu uno dei più sanguinosi massacri del secolo. Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti, e così preoccupanti, che credo sia un dovere morale per me, in quanto cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire: non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo. La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce – un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo aver scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, e nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e, in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres (Donne Libere) della Spagna, un’armata composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”, la cui stella nel nome si riferisce all’antica dea mesopotamica Ishtar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico. Come può qualcosa come tutto questo accadere ed essere tuttavia perlopiù ignorato dalla comunità internazionale, persino, almeno in gran parte, dalla sinistra internazionale? Principalmente, sembra, perché il partito rivoluzionario del Rojava, il PYD, lavora in alleanza con il turco Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un movimento combattente marxista impegnato sin dagli anni Settanta in una lunga guerra contro lo Stato turco. La Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea lo classificano ufficialmente come “organizzazione terroristica”. Nel frattempo, l’opinione di sinistra lo descrive spesso come Stalinista. Ma, in realtà, il PKK non assomiglia neppure lontanamente al vecchio, organizzato verticalmente, partito Leninista che era una volta. La sua evoluzione interna, e la conversione intellettuale del suo fondatore, Abdullah Ocalan, detenuto in un’isola-prigione turca dal 1999, lo hanno condotto a cambiare radicalmente i propri scopi e le proprie tattiche. Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell’ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin, ha adottato una visione di “municipalismo libertario”, invitando i curdi a formare libere comunità basate sull’autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali – che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un’economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico. A partire dal 2005 il PKK, ispirato dalla strategia dei ribelli zapatisti in Chiapas, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti dello Stato turco e ha iniziato a concentrare i propri sforzi nello sviluppo di strutture democratiche nei territori di cui già ha il controllo. Alcuni si sono chiesti quanto realmente sinceri siano questi sforzi. Ovviamente, elementi autoritari rimangono. Ma quello che è successo in Rojava, dove la Rivoluzione siriana ha dato ai curdi radicali la possibilità di condurre tali esperimenti su territori ampi e confinanti fra loro, suggerisce che tutto ciò è tutt’altro che un’operazione di facciata. Sono stati formati consigli, assemblee e milizie popolari, le proprietà del regime sono state trasformate in cooperative condotte dai lavoratori – e tutto nonostante i continui attacchi dalle forze fasciste dell’ISIS. Il risultato combacia perfettamente con ogni definizione possibile di “rivoluzione sociale”. Nel Medio Oriente, almeno, tali sforzi sono stati notati: particolarmente dopo che il PKK e le forze del Rojava per combattere efficacemente e con successo nei territori dell’ISIS in Iraq per salvare migliaia di rifugiati Yezidi intrappolati sul Monte Sinjar dopo che le locali milizie peshmerga avevano abbandonato il campo di battaglia. Queste azioni sono state ampiamente celebrate nella regione, ma, significativamente, non fecero affatto notizia sulla stampa europea o nord-americana. Ora, l’ISIS è tornato, con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù – si, letteralmente ridurre in schiavitù – l’intera popolazione civile. Nel frattempo, l’armata turca staziona sui confini, impedendo che rinforzi e munizioni raggiungano i difensori, e gli aeroplani americani ronzano sopra la testa compiendo occasionali, simbolici bombardamenti dall’effetto di una puntura di spillo, giusto per poter dire che non è vero che non fanno niente contro un gruppo in guerra con i difensori di uno dei più grandi esperimenti democratici mondiali. Se oggi vogliamo fare un paragone con i Falangisti assassini di Franco, con chi altri possiamo farlo se non con l’ISIS? Se c’è un’analogia con le Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbero essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? Davvero il mondo – e questa volta, cosa più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale, si sta rendendo complice del lasciare che la storia ripeta se stessa? Fonte: The Guardian http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/oct/08/why-world-ignoring-revolutionary-kurds-syria-isis Traduzione di Federico Vernarelli

martedì 14 ottobre 2014

Il PD non è un movimento anarchico

Ci mancherebbe altro! ce ne vergogneremmo profondamente! Cosa sia ora il PD è per noi abbastanza chiaro: un partito di centro di natura e principi oligarchici che si dedica alla gestione degli affari dell’oligarchia che rappresenta. Gestore e garante degli affari, e spesso del malaffare, di un paese dove almeno un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e dove un ristretto gruppo di famiglie possiede la maggior parte delle ricchezze, uno dei paesi dove la distribuzione della ricchezza è tra le più ineguali del mondo, dove la stampa e i media sono asserviti al potere, dove le classi sfruttate di proletari e sottoproletari sono emarginate dalla vita politica. Né più nobili sono le sue origini se si guarda alle componenti storiche che hanno concorso alla sua formazione: Partito Comunista Italiano e Democrazia Cristiana. Partito Comunista Italiano Nato nel 1921 da una scissione del Partito Socialista Italiano. sotto la direzione di Amedeo Bordiga esso prese le distanze dalla “Politica del Fronte Unico antifascista”, sconfessando quei suoi militanti che aderirono al Fronte Unico antifascista affermando: “…ma che cosa volete fare Con della gente dalla mente tanto confusa Gente che non ha letto probabilmente Nemmeno il terzo libro del Capitale” (dall’inno degli Arditi del popolo: Siam del popolo gli arditi) Divenuto ben presto terzinterniazionalista venne diretto da uomini di fiducia del Comintern di stretta obbedienza moscovita, scaricò ben presto il suo leader Gramsci e la direzione passò a Togliatti che provvide ad epurarne scientificamente le fila, eliminando nei gulag della Siberia i dissidenti. Si distinse agli ordini di Gallo (pseudonimo di Luigi Longo) per l’assassinio sistematico dei combattenti rivoluzionari – soprattutto degli anarchici come Camillo Berneri – durante la Guerra civile spagnola. Continuò il sistematico omicidio delle avanguardie politiche non in linea col Partito durante la lotta antifascista e si onora di avere fra i suoi epuratori a Napoli l’ex fascista Napolitano Giorgio, in servizio presso la federazione di Napoli. Al PCI si deve l’amnistia a favore dei fascisti repubblichini e tra l’altro il rilascio di una patente di partigiano a Licio Gelli da parte della Federazione di Pistoia come ringraziamento per la partecipazione all’assassinio del partigiano anarchico Silvano Fedi. Il PCI partecipò alla nascita della Repubblica promuovendo, in accordo con la DC l’art.7 della Costituzione che garantisce ancora oggi i privilegi della Chiesa cattolica. Espulso ben presto dal governo del paese, garantì comunque la stabilità del sistema e una opposizione sempre prona alle scelte del capitale, istituzionalizzando il dissenso, normalizzando il sindacato (CGIL) e promuovendone l’espulsione della corrente di sinistra, obiettivo realizzato nel 1952. La sua egemonia sulla sinistra italiana venne rimessa in discussione nel 1968 dalle lotte della classe operaia e degli studenti, ma la normalizzazione arrivò presto con la “strategia del compromesso storico”, formulata dopo il settembre 1973 da Enrico Berlinguer, un terzinternazionalista pentito, già al servizio dell’URSS, ma attento ai nuovi equilibri di potere in Europa. Seguirono una serie di proposte come la strategia dell’EUR in campo sindacale che portò all’introduzione della concertazione, costruendo di fatto un sistema consociativo. Dopo il progressivo inaridimento della “spinta propulsiva” del partito e il crollo dei regimi dell’Est Europa, nel 1991 il PCI si sciolse. Le mutate condizioni sociali del paese indussero i suoi quadri dirigenti nel 1994 a dar vita all’aggregazione elettorale dell’Ulivo, nel quale confluirono anche i resti della disciolta democrazia Cristiana. Da allora si realizzarono le cosiddette “convergenze parallele” e le oligarchie dei due partiti marciarono insieme, passando per diverse trasformazioni, fino a dar vita all’attuale Partito Democratico. La Democrazia Cristiana Nata nel 1917 con il nome di Partito Popolare, si distinse nella lotta contro la classe operaia e contadina durante il “Biennio Rosso”, venendo sonoramente sconfitta. Dopo la marcia su Roma una parte consistente di essa, guidata da Federzoni, confluì nel fascismo. Quando le sorti della seconda Guerra Mondiale volsero a favore degli alleati la Chiesa cattolica decise di rivitalizzare il Partito che entrò a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale e venne da questi rilegittimato come forza democratica. Nata la Repubblica, con il sostegno USA, il suo leader Alcide De Gasperi estromise le sinistre dal governo, inaugurando un lungo quarantennio di governo durante il quale il Partito fu forza egemone, prima alleato dei partiti di centro destra e, dagli anni 70, del Partito Socialista. Come il suo epigono PCI il partito si sciolse in fasi successive a partire dal 1993 e una parte consistente di esso entrò a far parte della coalizione dell’Ulivo. Per tramite della Margherita da quella nidiata viene Renzi, reduce dai corsi di formazione politica fatti insieme ad Alfano. Da allora ex democristiani e ex PCI hanno avuto una storia comune. Il PD ora: partito oligarchico di centro Dopo una serie di modificazioni, quella che Luigi Bersani definisce come “la Ditta”, è diventata un'agenzia, ovvero un’azienda, che colloca sul mercato gli oligarchi del paese nei settori più diversi dalla politica all’economia, dalla gestione delle istituzioni agli apparati di polizia. E’ per questi motivi che il PD non è e non sarà mai un movimento anarchico Tra gli anarchici, soprattutto se comunisti anarchici, vige la responsabilità collettiva che impegna chi vi aderisce a rispettare le decisioni prese in comune, mentre ogni mandato è revocabile e sottoposto a costante verifica. Il PD, per la sua natura composita di formazione politica centrista e a causa della sua dichiarata vocazione maggioritaria, oggi esprime un aggregato di interessi che i comunisti anarchici combattono strenuamente. La Redazione di Crescita Politica

venerdì 3 ottobre 2014

figlio di TROIKA ! di Toni Iero (da Cenerentola n°171)

In un articolo pubblicato su Repubblica il 3 agosto, Eugenio Scalfari ha affermato “Dirò un’amara verità che però corrisponde a mio parere ad una realtà che è sotto gli occhi di tutti: forse l’Italia dovrebbe sottoporsi al controllo della troika internazionale formata dalla Commissione di Bruxelles, dalla Bce e dal Fondo monetario internazionale. Un tempo (e lo dimostrò soprattutto in Grecia) quella troika era orientata ad un insopportabile restrizionismo. Ora è esattamente il contrario: la troika deve combattere la deflazione che ci minaccia e quindi punta su una politica al tempo stesso di aumento del Pil, di riforme sulla produttività e la competitività, di sostegno della liquidità e del credito delle banche alle imprese”. A queste affermazioni, peraltro ribadite dallo stesso fondatore di Repubblica il 10 agosto, hanno fatto seguito la notizia del calo del prodotto interno lordo italiano nel secondo trimestre, il riaffiorare di tensioni sui mercati finanziari con un limitato peggioramento del differenziale di rendimento tra titoli italiani e tedeschi e, infine, le dichiarazioni di Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, secondo cui è tempo che gli Stati cedano ulteriore sovranità all’Europa, anche nel campo della politica economica. Sono cominciate le grandi manovre in vista della finanziaria d’autunno. Cosa sta succedendo? Il calo del Pil registrato nel secondo trimestre del 2014 ci segnala certamente che, nonostante le bugie raccontateci, il nostro Paese non è mai uscito dalla spirale recessiva in cui è caduto alla fine del 2011. Ma, oltre a ciò, esso testimonia il precoce fallimento della surreale politica economica dell’attuale governo italiano. Con la massa invereconda di dichiarazioni menzognere destinate a fomentare ottimismo, con la campagna mediatica attraverso cui giornali e televisioni di regime hanno cercato di costruire l’immagine di un premier giovane e dinamico e con gli ormai famosi 80 euro, i partiti di governo (e i poteri che vi sono dietro) pensavano di imprimere una svolta al quadro economico italiano. Sarebbe bastata una crescita economica, anche modestissima, affinché la propaganda governativa potesse sostenere che si stava ormai entrando in una nuova era. Invece niente. Non solo il Pil decresce, ma anche la variazione dei prezzi (appena +0,1% a luglio, su base annua) indica come il pericolo della deflazione sia sempre più vicino. I circa dieci miliardi di spesa pubblica impiegati per offrire gli 80 euro mensili si sono tradotti solo in minima parte in un aumento dei consumi. Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti come il vero obiettivo di tale manovra fosse “comprare” il voto europeo di quella parte degli italiani propensi a farsi illudere dalla propaganda di regime. Dal punto di vista della collettività, sono stati soldi gettati al vento. Non che sia sbagliato aumentare i redditi dei lavoratori (in questo caso di quelli dipendenti a basso reddito), ma il punto centrale oggi consiste nel creare nuovi posti di lavoro per chi l’ha perso e per i giovani che non l’hanno mai avuto. Con questa elargizione di clientelismo elettorale non si va da nessuna parte. La classe dirigente attuale, la stessa che ha portato l’Italia al disastro, ha confermato di agire con improvvisazione, pressapochismo e abbietta visione etica. Il disegno neoautoritario del Pd renziano si sta rivelando incapace di scuotere il pessimo quadro economico, conseguenza della ventennale gestione della cosa pubblica condivisa da questo partito con gli amici berlusconiani. Da qui anche la “sgridata” di Draghi che, in sostanza, ha detto: della riforma del Senato non ce ne frega nulla, il governo italiano deve attuare riforme che rilancino la crescita economica. La chiara allusione è alla riforma del mercato del lavoro che, in soldoni, si dovrebbe imperniare su un’ ulteriore riduzione delle garanzie (e del salario) per i lavoratori. Infatti, subito dopo la reprimenda del presidente della Bce, l’arguto Alfano, ridestatosi da un riposino agostano, ha immediatamente proposto l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, da attuarsi entro agosto. Sono seguiti gli echi di Sacconi e l’intervento di Renzi: non aboliremo l’articolo 18, rivedremo tutta la legislazione del lavoro. Più una minaccia che una precisazione. Discesa del Pil e inflazione nulla (o, addirittura, a rischio di essere negativa) hanno una conseguenza immediata: l’insostenibilità dei conti pubblici italiani nell’attuale contesto. Il tanto sbandierato limite del 3% nel rapporto tra deficit pubblico e Pil nel 2014 sarà rispettato solo grazie al’aumento del prodotto ottenuto includendovi anche una stima del valore delle attività illegali come droga, prostituzione e contrabbando (European System of National and Regional Accounts, ESA 2010). Inoltre, il prossimo anno ci attendono l’onere del raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio (di cui il governo sta elemosinando a Bruxelles, con scarso successo, il rinvio) e l’inizio del processo di riduzione del peso del debito pubblico sul Pil, prescritto dal Fiscal Compact. Il rispetto di questi due vincoli comporterebbe una stangata fiscale di grandi proporzioni (per adesso si parla di una ventina di miliardi). Anche per questo c’è agitazione sui mercati finanziari. Qualcuno comincia a chiedersi: cosa accadrebbe se l’Italia si trovasse ancora in una tempesta del debito, con tassi di interesse in salita, prezzi in calo e una base fiscale (il Pil) in contrazione? Infatti, il punto non è solo il fatto che l’aumento delle tasse e il taglio delle spese pubbliche (indovinate quali?) siano sgradevoli. La questione è che l’esangue sistema produttivo del nostro Paese non è in grado di reggere un’altra restrizione fiscale. Se davvero il governo dovesse imboccare questa strada, l’attuale continuo stillicidio di imprese chiuse e di fallimenti diventerebbe una ondata che travolgerebbe definitivamente la società italiana. Eppure vi sarebbe ancora spazio per dei provvedimenti in grado di rendere gestibile la situazione. Per evitare il baratro, occorrerebbe rinegoziare con i partner europei le assurde condizioni imposteci da trattati disinvoltamente approvati da un Parlamento rappresentativo non dei voti egli elettori, ma della fedeltà ai caporioni di partito. Cosa aspettiamo a sbarazzarci di quell’idiozia economica che passa sotto il nome di Fiscal Compact? Ha senso uccidere economicamente un Paese per difendere una moneta? Se l’alternativa è tra il default dello Stato e il ritorno alla moneta nazionale, non sarebbe meglio perseguire la strada meno traumatica, ossia la seconda? Per evitare che si possa discutere di tali argomenti, si sono già attivati i rappresentanti in Italia degli interessi europei, dal giornale-partito Repubblica fino all’inquilino del Quirinale. Ecco, quindi, la “scomunica” di Renzi da parte di Scalfari, che presuppone un giudizio definitivo di incapacità della classe dirigente italiana nella gestione della materia economica. A questo punto, secondo il giornalista, dovremmo affidarci fiduciosi al commissariamento del nostro Paese da parte di entità estere. A parte la questione di democrazia che si aprirebbe (dovremmo essere governati da organizzazioni che non sono legittimate dal voto dei cittadini? Pochi hanno notato come ormai siamo tornati ai concetti di sovranità antecedenti la Rivoluzione Americana …), quello che i “repubblichisti” non vogliono ammettere è che il fallimento della loro classe dirigente non implica necessariamente che non ve ne sia un’altra, in Italia, in grado di sostituirla. Continuare con gli errori commessi da quel bel soggetto di Monti in poi è da sciocchi: tutti sanno (o sarebbe meglio sapessero) che tentare di risanare i conti pubblici in un quadro recessivo è una cretinata che costerà cara al sistema produttivo (e sociale) italiano. Ma ai sostenitori della Troika l’unica cosa che sembra importare è restituire il denaro agli usurai (ossia al mondo della finanza), anche a costo di uccidere il debitore. Riusciranno gli italiani a svegliarsi dal loro torpore per cacciare questi improvvisati piloti prima che facciano schiantare l’aereo di cui siamo malauguratamente passeggeri?

martedì 26 agosto 2014

26.08.14 - Renzi: nemico pubblico numero uno. Sergio Bellavita

Il quotidiano “La Repubblica” di oggi pone grande enfasi alle anticipazioni della ministra Stefania Giannini sul merito della tanta sbandierata “rivoluzione” Renziana della scuola. Non è ovviamente un caso che la ministra abbia scelto la platea di CL a Rimini per rivelare la logica di fondo del provvedimento di legge. Abbattere ogni steccato ideologico nel rapporto tra privato e pubblico e nel trattamento degli insegnanti. Non sono ancora noti i dettagli ma queste anticipazioni danno pienamente il senso dell'operazione. (...) Siamo di fronte al tentativo, in totale continuità con le politiche dei governi precedenti, di smantellare la scuola pubblica a favore di quella privata, arrivando anche qui alla riscrittura della Costituzione per detassare le rette versate alle scuole private e all'ingresso degli sponsor privati. A ciò si aggiunge il tentativo di sottrarre il corpo docente alla contrattazione collettiva stabilendo una differenziazione economica legata al presunto merito e capacità del singolo o della singola, sarebbe a questo proposito molto interessante capire chi dovrà valutare, i presidi? Ne più ne meno di quello che le imprese private esercitano attraverso la pratica dei superminimi ad personam, e tutti sanno quanto la fedeltà al padrone e all'impresa sia il requisito principale per ottenerli. Se si considera che i minimi salariali sono bloccati da anni, diviene subito chiaro che si vuole stabilire il principio, tanto caro al padronato nostrano più retrivo e totalmente in linea con il documento di Confindustria di giugno, che è finita la stagione del salario a tutti, elargito collettivamente. Anche quando, come nel caso della scuola, si parla di recupero del potere d'acquisto. Così il buon Renzi, userà le risorse risparmiate sulla pelle dei lavoratori per una politica salariale discriminatoria e antisindacale. Il dato più inquietante, e su cui si misura davvero la furia questa si ideologica del governo, è la cancellazione delle supplenze. Che fine faranno gli oltre 400 mila precari della scuola? Una parte, dice la ministra (bontà sua!!), verrà stabilizzata forse, e gli altri? Non c'è più nessun alibi per coloro che continuano a dare credito a Renzi. Il suo verso è autoritario e profondamente reazionario. La riforma della costituzione con la cancellazione del senato è ,insieme alla nuova legge elettorale, la liquidazione della fragile e democrazia formale su cui si è poggiato il paese dal dopoguerra ad oggi. Il Jobs act, il nuovo attacco a ciò che resta dell'art.18,la riforma della pubblica amministrazione che entra in vigore dal primo di settembre e quella della annunciata scuola sono parte integrante di un disegno di restaurazione che sta riscrivendo l'assetto politico, costituzionale e sociale del paese. Questo disegno va combattuto, questo governo va combattuto. Renzi è il nemico pubblico numero uno. La mobilitazione che dobbiamo costruire quest'autunno su questo punto non può fare sconti. Siamo in totale dissenso con le dichiarazioni di Landini rispetto al governo Renzi. Per due ragioni. La prima è che la strada dell'opposizione sociale è l'unica possibile per impedire che quel disegno si compia. Non c'è operazione di palazzo, del parlamento o tanto meno possiamo affidarci all'austerità espansiva dei banchieri riuniti a Jackson Hole, sulla terra rubata ai Sioux. Il bilancio del governo Renzi è negativo come è clamorosamente emerso quest'estate dagli indicatori economici. Siamo nuovamente in recessione con tutto quello che ciò comporta per la condizione delle classi popolari. C'è quindi un'esigenza straordinaria di ripresa della mobilitazione generale del mondo del lavoro, su salario, occupazione e contro le politiche d'austerità. E per ricostruire l'opposizione non si può certo chiedere di manifestare a sostegno del governo. In secondo luogo Renzi, come è evidente a tutti, considera il sindacato non molto di più di un cimelio del novecento, aiutato parecchio dalla totale assenza e inutilità di questo modo di fare sindacato nella condizione delle persone. I toni sprezzanti con cui il presidente del consiglio ha liquidato le dichiarazioni di dirigenti sindacali della Cgil che minacciavano un autunno caldo, rispetto all'ipotesi di prelievo forzoso sulle pensioni, sono inquietanti e sconcertanti. Non era mai accaduto nella storia della repubblica che un presidente del consiglio arrivasse a tanto. Renzi non vuole liquidare la gerontocrazia sindacale, le burocrazie, le rendite di posizione, vuole liquidare il sindacato punto, Fiom compresa. Non ci può essere alcuna ambiguità nei confronti di Renzi e della sua svolta autoritaria. Quanto basta per lo sciopero generale della Cgil che dobbiamo chiedere con forza. Crediamo che si debba costruire un fronte ampio e plurale che va dal sindacalismo conflittuale ai movimenti sociali per uno sciopero generale questo si “ non convenzionale”, non di testimonianza, ne sporadico ne canonico. Costruito nelle sua rivendicazioni dai luoghi di lavoro e non lavoro, capace di unificare e dare obbiettivi concreti. Questa è la vera sfida che abbiamo davanti a noi. Questo è il terreno su cui vogliamo misurarci. Sergio Bellavita portavoce nazionale Il sindacato è un'altra cosa

venerdì 18 luglio 2014

No all'Accordo Alitalia: convocare immediatamente il direttivo nazionale cgil

Chiediamo la convocazione immediata del direttivo nazionale cgil sulla vicenda Alitalia. La firma di Susanna Camusso sull'accordo cosiddetto di contenimento dei costi per i lavoratori Alitalia salvi dai licenziamenti e' di una gravità inaudita. Il no cgil al piano licenziamenti viene sconfessato dall'accettazione dell'operazione truffaldina che divide in due lavoratori e affari della CAI Alitalia, da una parte esuberi e debiti dall'altra i restanti lavoratori a cui, particolare non indifferente , vengono tagliate le retribuzioni con accordo sindacale. Uno la cgil lo contesta perché non prevede la cassa integrazione per la conservazione dei posto di lavoro e non lo firma, l'altro che riduce gli stipendi lo firma. Così facendo si realizza il capolavoro di accettare un precedente devastante per le condizioni dei lavoratori per la gestione di tutte le vertenze a difesa dell'occupazione e dei diritti. Un tracollo che si spiega solo con l'accettazione supina dell'austerità sul terreno sociale. Susanna Camusso ha deciso di accompagnare il processo di riduzione generalizzata di pensioni e salari e dell'occupazione in totale sintonia con quello che il governo Renzi persegue sul piano politico in ossequio alle politiche della UE. Di questo si deve discutere in Cgil. Se la via italiana di fronte alla crisi e' far pagare ai lavoratori i costi lo si deve dire esplicitamente. L'accordo del 10 gennaio e' andato in mille pezzi, la Uil non firma il taglio delle retribuzioni Alitalia e grida alla violazione delle regole democratiche chiedendo il referendum!!! Resta solo la pratica della contrattazione che restituisce salari e diritti. contrasteremo con ogni mezzo il sindacalismo della miseria. Si riunisca subito il direttivo e si decida. Bisogna ritirare la firma. Sergio Bellavita Portavoce area "il sindacato e' un'altra cosa - opposizione Cgil"

lunedì 7 luglio 2014

ISIL, wahabismo e petrodollari: la peggiore delle alleanze

Questo articolo è stato scritto nella prima quindicina di giugno, quando ancora ISIL non aveva stato procamato il califfato. Vi si analizza la assurda alleanza, tollerata da Dipartimento di Stato e dal Pentagono, in cui il flusso di risorse alimentato dalla monarchia saudita, giova ai fondi di mantenimento di una frazione ancora più conservatrice e medioevale di Al-Qaeda. Nel Mondo Arabo continua l'inferno in nome della geopolitica. ISIL rappresenta la peggior interpretazione possibile dell'integralismo sunnita; la sua ascesa è direttamente collegata alla presenza degli USA in Iraq Con l'avanzata sul fronte iracheno dello Stato Islamico di Iraq e Levante (ISIL) l'integralismo trova un nuovo protagonista. Fondato da un ex-professore universitario, Abu Bakr al-Baghdadi, ISIL opera su due fronti (Siria e Iraq), e con la fusione con il Fronte Nusra nella guerra civile siriana, ha preso la testa dello jihadismo nella regione. I suoi dirigenti tendono a catalizzare gli jihadisti sunniti, in seguito al non riconoscimento dell'erede formale di Al-Qaeda, Al Zawahiri. Lo slogan di questa organizzazione é: “Sheikh Baghdadi e Sheikh Osama Bin Laden sono simili”. Anche se questa organizzazione non costituisce una novità per gli specialisti ed i sopravissuti del Mondo Arabo, é importante per l'opinione pubblica mondiale sapere che i gruppi armati del wahabismo sono figli bastardi dei petrodollari affluiti attraverso le reti dell'intelligence coordinate dalle monarchie della Arabia Saudita e del Qatar. In questi più di 3 anni di guerra civile siriana, un conflitto in cui l'opposizione di maggioranza sunnita è organizzata in due grandi campi, ISIL rappresenta i capitali sauditi e del Qatar. L'altro campo, costituito dall'Esercito Libero di Siria, nato da una scissione nella struttura dell'esercito nazionale un tempo controllato dal clan Assad, opera con finanziamenti della Repubblica Turca ed é visto con simpatia dalla Casa Branca. Gli strateghi del Pentagono impattano con la volontà politica autonoma o meglio suicida delle elite arabe sunnite, miliardarie e conservatrici. Adepti della transanazionalizzazione delle guerre siriana ed irachena, puntano a trasformare entrambi i campi di battaglia in un conflitto civile e comunitarista (settario) tra sunniti e sciiti. Lo squilibrio nasce dall'autonomia operativa di ISIL e dalla sua motivazione guerriera, con un pò di attitudine selvagge e di relazioni pubbliche via internet. Nella battaglia per la presa di Mosul, 30.000 soldati "iracheni" si sono ritirati davanti ad 800 jihadisti, abbandonando una località strategica. Il governo del primo ministro sciita Nouri al-Maliki sa che se ISIL avanza ancora, quello che resta del suo governo e dello Stato fantoccio andrà incontro ad un collasso. L'appoggio saudita e delle reti wahabite ha portato ISIL ad essere egemone in un terzo dell'Iraq originario ed a garantirsi autononia operativa in un'area equivalente in Siria. Applausi per gli strateghi del Pentagono e delle lobby del petrolio che non rompono con le monarchie arabe e con il loro doppio gioco insieme agli integralisti sunniti. Che paese è diventato l'Iraq dopo le invasioni dei due Bush?! L'opera nefasta dei soci di Bush e Dick Cheney avanza a meno di 100 km da Baghdad. La setta - o la nuova generazione di Al-Qaeda - o Esercito per lo Stato Islamico di Iraq e Levante (Levante é la denominazione storica del Medio Oriente) giá controlla più di un terzo del territorio iracheno e si è impossessata di oltre 425 milioni di dollari USA nella sua avanzata su Mosul, la seconda città del "paese". Risultato: forse gli jihadisti sunniti non vinceranno, ma decreteranno la morte di quella finzione giuridica chiamata Iraq del dopo Sadam Hussein. Bruno Lima Rocha é professore di relazioni internazionali e di scienze politiche Link esterno: http://estrategiaeanalise.com.br/artigos/isil-wahabbism....html (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

giovedì 26 giugno 2014

Guerra di Spagna, donne e antifascismo : tutte insieme … appassionatamente?

Augusto Cantaluppi e Marco Puppini [a cura di], “Non avendo mai preso un fucile tra le mani” Antifasciste italiane alla guerra civile spagnola 1936-1939, Prefazione di Laura Branciforte, Www.Aicvas.org, Milano, 2014. Pp. 160, Sip. I curatori hanno raccolto 67 profili biografici di donne italiane che parteciparono alla guerra civile spagnola. L’iniziativa è encomiabile, non altrettanto encomiabile è il criterio di scelta adottato, ovvero la loro adesione al cosiddetto «fronte antifascista». Una definizione assolutamente fuorviante che nasconde la natura sociale dello scontro allora in atto in Spagna. In quel conflitto, contro il proletariato spagnolo si scagliò dapprima la borghesia fascista e poi la borghesia democratica. Quest’ultima, dopo aver fatto buon viso a cattiva sorte di fronte ai proletari in armi, appena le fu possibile preferì favorire il fascismo piuttosto che cedere terreno al proletariato. Un fondamentale aiuto glielo fornì lo stalinismo che, sul fronte spagnolo, giocava le proprie carte diplomatiche. Il «fronte antifascista» fu in realtà un campo di battaglia tra borghesia e proletariato[1]. Di conseguenza, nella guerra civile spagnola NON ci furono donne antifasciste. Da un lato della barricata, ci furono donne anarchiche (molte) e marxiste (pochissime, e non dico comuniste, poiché il termine era stato deturpato dallo stalinismo), erano donne in lotta contro il fascismo per la rivoluzione proletaria; dall’altro lato, ci furono donne demo-staliniste, in lotta anch’esse contro il fascismo, ma per la difesa della repubblica borghese. Privilegiando questo obiettivo, il fronte democratico ricorse alle più tremende violenze contro ogni dissenso proletario. Motivo per cui, mettere tutte le donne nel medesimo calderone antifascista, significa mettere insieme persecutrici e vittime. Ricordiamoci infine che ci furono donne che, trovandosi in quei frangenti «non volontariamente», combatterono il fascismo, con un orientamento politico che dipendeva essenzialmente dalle loro radici sociali. L’invenzione dell’antifascismo Il libro riflette pienamente quella concezione metafisica dell’antifascismo che sorse proprio con la guerra di Spagna, in cui l’originario antifascismo sovversivo e proletario fu affogato nella palude democratico-borghese, e questo grazie al Kominterm[2]. A distanza di ottant’anni, stupisce che tale concezione venga ancora proposta, acriticamente, quando le nefandezze staliniste sono di dominio pubblico, e non solo grazie a Omaggio alla Catalogna di Orwell e a Terra e Liberà di Ken Loach... I curatori non si rendono conto di cadere nel ridicolo quando riducono misfatti, come la provocazione stalinista del maggio 1937 a Barcellona (l’assalto alla Telefonica), all’espressione anodina: «i fatti di Barcellona»... e così via, mistificando la realtà. Con una disarmante ingenuità (in cui non si capisce dove finisce l’imbecillità e inizia la malafede), l’Introduzione di Laura Branciforte reitera tutti i possibili luoghi comuni della vulgata demo-stalinista. Nessun dubbio sfiora l’autrice, a partire dalle stesse fonti storiografiche citate dai curatori che, con poche eccezioni, sono opere di chiara marca staliniana (ci troviamo anche quel impunito di Vittorio Vidali!). Mentre, brillano per la loro assenza opere fondamentali, tra cui: G. Munis, Lezioni di una sconfitta. Premesse di una vittoria. Critica e teoria della rivoluzione spagnola 1930-1939 [Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2007]. Dove mi è stato possibile verificare, come a proposito di Virginia Gervasini (Sonia), la mancanza di riferimenti ad affidabili fonti documentarie ha causato marchiani errori[3]. Ma questo è quanto ci passa l’accademia! Oggi come oggi, cassando la logora ideologia antifascista e seguendo più consoni criteri di analisi sociale, sarebbe stata più onesta una ricerca dedicata alle donne italiane coinvolte nella guerra di Spagna, comprese le donne «fasciste». Forse, si potrebbero fare interessanti scoperte. Così come, esaminando più da vicino i centomila «volontari» di Mussolini, si vede che, accanto all’élite fascista piccolo borghese, c’era una massa di proletari e soprattutto di braccianti che, partiti con la promessa di andare a coltivare la terra in Abissinia, finirono invece a marcire nel fango di Guadalajara. Come ci furono molti proletari comunisti che andarono a combattere in Spagna per la rivoluzione sociale e divennero invece carne da cannone per l’Urss di Stalin. Lacune quanto mai eloquenti Le lacune di Cantalupppi e Puppini sono quanto mai eloquenti, poiché sono il frutto marcio di una storiografia scritta dai vincitori, in cui gli stalinisti hanno fatto di necessità virtù, per giustificare, se non per esaltare (ci mancherebbe!), una sconfitta che, nel dopoguerra, si sarebbe trasformata in vittoria, quando venne impunemente spacciato il modello politico demo-stalinista (la democrazia popolare). Ci sono molte zone d’ombra assai compiacenti. Sulla discussa figura di Tina Modotti la bibliografia indica molti libri apologetici, tranne uno, forse, il più onesto: Pino Cacucci, Tina, la vita avventurosa di una donna straordinaria: Tina Modotti [TEA, Longanesi, Milano, 1994]. Non solo. Sulla compagna di Guido Picelli, Paolina Rocchetti, manca il libro di Gianni Furlotti, in cui lei denuncia la morte di Picelli per fuoco «amico» stalinista[4]. Ovviamente, con questi presupposti ideologici, le fonti demo-staliniste fanno la parte del leone. Mentre le fonti riguardanti le donne anarchiche e marxiste (vinte, umiliate e offese) sono «latitanti» nel vero senso della parola, perché latitanti furono le dirette interessate che, per buona parte della loro vita, dovettero sfuggire non solo la reazione fascista ma anche la reazione democratica. Esemplari fra molte furono le vicende di Giuditta Zanella ed Emilia Napione che, nel corso della loro esistenza, assunsero almeno una decina di identità. Nel 1937, a Valencia, Emilia Napione sfuggì per il rotto della cuffia alle checas staliniste. Per sparire nel nulla, nel settembre 1943, quando aveva poco più di quarant’anni. Di alcune, come Angelica Astolfi ed Eugenia Simonetti, gli sbirri non rintracciarono neppure una fotografia! Qualche riga in più avrebbero meritato Fosca Corsinovi e Tosca Tantini, compagne assai vicine a Camillo Berneri e a Francesco Barbieri, massacrati dagli stalinisti[5]. Infine, con un po’ di pruderie, è restato nella penna che Tante Marie (Maria Zazzi) fu tutrice di Horst Fantazzini, il «rapinatore gentile». Ma pur sempre rapinatore... E sulle donne, giudizi avventati e offensivi Laura Branciforte, attenendosi rigorosamente alla vulgata demo-stalinista, cade in avventati giudizi, a volte anche offensivi, in genere e di genere, per le donne, come quando, a proposito dello spirito femminista delle italiane presenti in Spagna, afferma: «Le rivendicazioni femministe sono contrarie o assenti nei loro discorsi, in sintonia con il tradizionalismo ed incluso il conservatorismo dei partiti socialisti e comunisti che frenarono la messa in questione delle più tradizionali divisioni sessuali dei ruoli e la presa di coscienza di una specifica questione di genere» [p. 25]. Non la sfiora il dubbio che i partiti comunisti stalinizzati, in Russia e nel mondo, avessero subito una forte regressione familista, dai tempi del libero amore di Aleksandra Kollontaj e della Sexpol di Wilhem Reich[6]. Nonostante insegni all’Università di Madrid (ma forse proprio per questo!), la profesora ignora bellamente l’esperienza delle Mujeres Libres[7], rievocata anche nel film Libertarias. Ammesso e non concesso che una parte delle donne demo-staliniste fosse in «buona fede», resta comunque il fatto che ebbero spesso incarichi, di alto o basso rango, nel partito, nel Soccorso Rosso (longa manus di Mosca) e nelle istituzioni repubblicane, alcune furono speaker alla radio governativa. Quasi sempre, pur nelle tragiche temperie della guerra, trovarono «percorsi agevolati». Le donne anarchiche e marxiste, generalmente, furono proletarie tra le proletarie, al fronte e nelle retrovie. E soprattutto furono donne assolutamente indipendenti; le loro scelte politiche difficilmente furono influenzate da implicazioni sentimentali. Emilia Buonacosa fu una roccia anarchica, per nulla scalfita dalla sua relazione con un’altra roccia, il comunista «bordighista» Piero Corradi; mentre Armida Prati, nipote di Malatesta, si avvicinò ai «bordighisti» ... per poi svanire nell’anoni-mato della storia, come molti veri eroi proletari. In poche parole, furono donne «emancipate e disinibite», come recitano con un tocco maschilista i rapporti di polizia. Dino Erba, Milano, 25 giugno 2014. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Vedi: Agustín Guillamón, I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938). Dai Quadri di difesa ai Comitati rivoluzionari di quartiere le Pattuglie di Controllo e le Milizie Popolari, Introduzione: Dino Erba, Spagna 36. Una rivoluzione impossibile? O l’impossibilità della rivoluzione? Appendice: Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2013. [2] Vedi Dino Erba, L’invenzione dell’antifascismo, recensione a: Martino Cervo, Willi Münzenberg il megafono di Stalin. Vita del capo della propaganda comunista in Occidente. Prefazione di Ugo Finetti, Cantagalli, Siena, 2013. [3] Vedi: Virginia Gervasini, Gli insegnamenti della sconfitta della rivoluzione spagnola (1937-1939), Introduzione a cura di Paolo Casciola, Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso, Studi e ricerche, n. 30, dicembre 1993. [4] Gianni Furlotti, Parma libertaria, Introduzione di Maurizio Antonioli, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2001, pp. 202-205. [5] Vedi: Antonio Orlando – Angelo Pagliaro, Chico il professore. Vita e morte di Francesco Barbieri, l’anarchico dei due mondi, Prefazione di Francisco Madrid Santos, Zero In Condotta – La Fiaccola, Milano - Ragusa, 2013. [6] Ved: Arturo Peregalli, Stalinismo, Graphos, Genova, 1993, pp. 196-199. Vedi anche: Giancarlo Bocchi, Il ribelle. Guido Picelli una vita da rivoluzionario, Internationale Media Production, Roma, 2013. [7] Martha Acklesberg A., Mujeres Libres. L’attualità delle donne anarchiche nella rivoluzione spagnola, Zero in Condotta, Milano, 2005. Ricordo anche: Ana Delso, Trecento uomini e io. Spagna 1936 autobiografia di una rivoluzionaria, Zero in Condotta, Milano, 2006; Mika Etchebéhère, La mia guerra di Spagna. Una donna al comando di una colonna trotzkista in prima linea dal 1936 al 1938, Bompiani, Milano, 1977, esperienza ripresa nel romanzo: Elsa Osorio, La miliziana, Guanda, Parma, 2012. Alcune testimonianze sulle donne marxiste del Poum in: Isabella Lorusso, Spagna ’36. Voci dal POUM, Prefazione di Claudio Venza, Ibiskos Editrice Risolo, Empoli (Firenze), 2010.

mercoledì 4 giugno 2014

lettera aperta per l'eutanasia diritto civile

"Presidente Renzi, basta strage degli innocenti Anche in Italia l'eutanasia sia un diritto civile" Francesco Lizzani (figlio di Carlo Lizzani), Chiara Rapaccini (compagna di Mario Monicelli), Carlo Troilo (autore di “Liberi di morire”) e Mina Welby (co-presidente della Associazione Coscioni) mandano questa lettera aperta al presidente del consiglio – pubblicata oggi su www.micromega.net – in occasione del convegno sulla libertà di scelta sul fine vita che MicroMega organizza giovedì 5 giugno a Firenze con Eduard Verhagen, "padre" del protocollo olandese per l'eutanasia neonatale. di Francesco Lizzani, Chiara Rapaccini, Carlo Troilo e Mina Welby Stimato Presidente, ora che le elezioni europee sono passate ed hanno premiato la Sua linea di rinnovamento, Le scriviamo per richiamare la Sua attenzione su un tema – la legalizzazione della eutanasia – su cui una larga maggioranza degli italiani esprime da tempo il suo consenso. Giovedì 5 giugno parteciperemo a Firenze – la sua città – a un convegno su questo tema, organizzato dalla rivista MicroMega e che avrà come relatore Eduard Verhagen, direttore del dipartimento di pediatria dell’università di Groningen e uno dei “padri” della legislazione olandese e belga in tema di eutanasia. La mancata soluzione del problema della “morte dignitosa” ha queste conseguenze, da noi pubblicamente denunciate e da nessuno smentite: ogni anno, in Italia, mille e più malati si suicidano e più di mille tentano invano di farlo; ed ogni anno 30.000 malati terminali muoiono nei reparti di rianimazione con l’aiuto attivo di medici pietosi e coraggiosi, costretti a praticare l’eutanasia clandestina dalle norme di un codice penale che risale al 1930 e non a caso segue solo di un anno il Concordato fra il regime fascista e il Vaticano. Chi, come noi, ha vissuto il dramma incancellabile della fine dolorosa o del suicidio di una persona cara cui era stata negata la possibilità di una “morte degna” avverte con angoscia l’indifferenza della classe politica dinanzi ad una realtà così drammatica. Abbiamo tentato, con una serie di iniziative pubbliche, di richiamare il Parlamento a quello che è un suo dovere, imposto dalla Costituzione: discutere delle proposte di legge di iniziativa popolare come quella presentata dalla Associazione Luca Coscioni con 70 mila firme di cittadini/elettori. Abbiamo avuto, per questa nostra richiesta, il sostegno pubblico ed appassionato del Presidente della Repubblica, cui sono seguiti gli impegni del Presidente della Camera e di molti altri autorevoli esponenti dei due rami del Parlamento. Eppure, a quasi 300 giorni dal deposito della legge e a 70 giorni dal messaggio del Capo dello Stato nulla si muove. Per questo ci rivolgiamo ora a Lei ed al Suo governo. Non permetta che l’Italia, che assumerà a breve la presidenza di turno della Comunità Europea, sia additata come il paese più arretrato sul piano dei diritti civili. In particolare, per quanto riguarda l’eutanasia, solleciti il Parlamento a compiere il proprio dovere ed a frenare con leggi coraggiose quella che non esitiamo a definire una “strage degli innocenti”. Siamo certi che la sua fede religiosa non sarà d’ostacolo, poiché le tradizioni del cattolicesimo laico cui Ella ha più volte fatto riferimento Le consentiranno di agire su questo terreno guardando innanzitutto alla volontà dei cittadini e non lasciandosi condizionare dai veti dei cattolici oltranzisti. Con viva cordialità e certi della sua attenzione Francesco Lizzani, figlio di Carlo Lizzani Chiara Rapaccini, compagna di Mario Monicelli Carlo Troilo, autore di “Liberi di morire” Mina Welby, co-presidente della Associazione Coscioni www.micromega.net --------------------------------------------------------------------------------

lunedì 19 maggio 2014

Oltre le elezioni

Serviranno a poco, da un punto di vista istituzionale e di rappresentanza. Eppure queste elezioni europee saranno un test importante soprattutto sulle scomposizioni politiche in atto, per quanto così impregnate dal tentativo estremo di trovare ancora una volta la sicurezza economica ai candidati. E se questo è uno degli aspetti vistosi di questa campagna elettorale costruita dai media abilmente, che come sempre polarizzano lo scontro mediatico su temi pretestuosi in modo da offuscarne l'essenza politica vera, di fatto come sempre ci si adopera per togliere ogni spazio alle risposte oppositrici de processo autoritario in corso. Ne è una prova ad esempio l'intento di non favorire qualsiasi aggregazione (vedi la lista Tsipras) che esprima una critica ai processi del debito in modo non fascista. La destra sta avendo dalla sua i media e il consenso costruito in tutta Europa dagli esperimenti autoritari dell'est europeo, basti pensare alla fascistissima Ungheria ed al suo ottimo rapporto con l'aggregazione Euro-Europea. Chi ancora pensasse che una risposta di destra possa mettere in discussione l'impianto del potere finanziario europeo dovrebbe ricredersi. Come sempre, la destra esercita sulla forma nazione il suo criminale progetto di controllo sociale: non mette in discussione i livelli di accumulazione per esproprio sanciti dalla troika europea, per colpire così come sempre immigrati e lavoratori, per scaricare sui ceti subalterni gli oneri del pareggio di bilancio. E qualora quest'ultimo fosse contabilizzato in una moneta differente dall'euro e fosse gestito da una nuova sovranità monetaria, non smetterebbe i propri effetti nefasti in un nuovo ciclo inflazionistico. La corsa a destra è evidente anche in Italia. La diaspora berlusconiana ha moltiplicato i centri elettorali; il PD renziano sta collezionando sostegno ed incoraggiamento proprio da quella destra che solamente gli stolti hanno colto come alternativa alla politica di Matteo Renzi. Garantiti gli impegni europei per il rientro del debito ed il pareggio di bilancio, le politiche sociali si abbattono come una scure nel pieno dell'azione politica nazionale su lavoratori e disoccupati. Dal canto suo il M5S, fa sempre attenzione a che nella sua protesta contro il malaffare qualunque non entri la questione di classe, tenuta scientemente fuori dalla porta come indesiderata. Pretestuosa e ben servita dai media, il M5S funge così da stampella della italica destra impegnata a sottomettere i lavoratori in un confuso antieuropeismo da spendere sul terreno nazionale, coltivando la pericolosa illusione di un passato buono e vigoroso dell'economia italiana e della politica di questo paese. Ora, al di la della pericolosità ai richiami nazionali che ricordano gli anni trenta, è abbastanza chiaro il quadro dell'espressione elettorale che si sta delineando: una grande destra, da quella liberale a quella fascista passando per il neopopulismo pentastellato, sta chiudendo il cerchio espellendo di fatto, grazie al concorso dei media e della disinformazione di regime, ogni tipo di alternativa di sinistra e socialista di rappresentanza politica. Ecco il vero colpo di stato di banche e governi. Il futuro esiste quindi, e definito senza il nostro contributo. E non sarà sicuramente quanto abbiamo desiderato in questi anni di ristrutturazione capitalistica che ci hanno visto combattere e resistere tra le fila della nostra classe di appartenenza. Compito arduo, che nessuno ci ha imposto per altro ma che ci siamo scelti: un modo teorico e pratico di star dalla parte degli oppressi e dei ceti subalterni, avendo chiaro sempre quale è la posta in gioco attraverso l'analisi materialista della società, nei suoi aspetti peculiari e nelle sue ricadute sociali. Aspettiamo queste elezioni senza trepidazione, ma prepariamoci al dopo con la volontà ed il rigore che la situazione sociale ci imporrà. Discutiamo di alleanza e di politica, di partecipazione politica, di costruzione di esperienze politiche. Accettiamo fino in fondo di stare nelle contraddizioni del presente con le nostre proposte e le nostre pratiche. E' evidente che percorsi politici comuni avranno da essere condivisi ed applicati su tutti i territori e dovranno essere espressione europea dell'alternativa politica e sociale a ogni liberismo e a ogni fascismo. Costruire assemblee che esprimano potere popolare e di classe, con il nostro contributo. Il pareggio di bilancio ci imporrà delle scelte. Ma per uscire dai fallimenti di quella che fu la sinistra collusa con l'impianto generale del capitale, una delle scelte che ormai si pone è quella dell'organizzazione politica come mezzo necessario alla costruzione di una alternativa di classe alla crisi in atto. Riconoscendo nello spazio europeo il livello minimo di intervento politico e sociale, occorre oggi la costruzione ed il rafforzamento di organizzazioni politiche dalle caratteristiche comuniste e libertarie. Per noi, per la classe lavoratrice. Segreteria Nazionale Federazione dei Comunisti Anarchici 15 maggio 2014

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)