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domenica 25 giugno 2017

La fine della democrazia rappresentativa

Rispetto alle ultime elezioni amministrative genovesi, il dato che salta immediatamente agli occhi e che nessun analista politico ha potuto fare a meno di sottolineare è la massiccia astensione. Si tratta di una tendenza in atto da tempo e che va messa in relazione con le continue modifiche al sistema elettorale volte ad escludere fette sempre più consistenti di popolazione, in modo da ridurre la scelta ai soli rappresentanti della borghesia e del capitale. L'abbandono del proporzionale a vantaggio di sistemi maggioritari sempre più escludenti, la personalizzazione delle liste e l'elezione diretta dei sindaci, la pretesa necessità di dover sempre scegliere tra il meno peggio in occasione dei ballottaggi, la consapevolezza che nessun primo cittadino e nessuna giunta tutelerà mai gli interessi dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli ma difenderà sempre gli interessi delle piccole consorterie padronali locali, che decidono ed orientano i giochi in base alle proprie esigenze, stanno determinando una crisi senza ritorno dello stesso concetto di democrazia rappresentativa. Che democrazia rappresentativa è, infatti, quella che non rappresenta larghi strati di popolazione?
La destra di centrosinistra
A Genova l'esperienza fallimentare del sindaco Doria è tangibile. Il sistema di potere che ha tenuto in pugno l'ex primo cittadino durante tutto il suo mandato ha ora l'esigenza di rimanere in sella nel segno della continuità. Per questo ha scelto come candidato sindaco un Crivello, già assessore della giunta uscente, che potrà garantire la realizzazione dei progetti di privatizzazione Amiu – Iren, delle grandi opere come Gronda e Terzo Valico, delle politiche securitarie in città e tanto altro ancora di negativo per i lavoratori e le fasce più deboli della popolazione. Per non perdere la partita (che vede comunque il candidato del centrosinistra sotto di una decina di punti rispetto all'avversario Bucci, del centrodestra), il PD cittadino ed i suoi cespugli chiamano i genovesi al voto facendo leva sull'antifascismo, ricorrendo al solito ricatto “o votate per noi o consegnate la città nelle mani della destra fascioleghista.”
La destra di centrodestra
Dall'altra parte, la peggiore destra che si sia mai vista in città pensa che sia venuto il momento di conquistare finalmente, dopo la Regione Liguria, anche il Comune di Genova. Questa è una destra arrogante, classista, dichiaratamente razzista e xenofoba (basta leggere le recenti esternazioni del presidente della Regione Liguria Toti riguardo agli immigrati), che non fa mistero dei propri programmi reazionari. La destra di Bucci si propone di proseguire con maggior efficacia l'opera di smantellamento dei beni pubblici iniziata dalle precedenti giunte di centrosinistra, di militarizzare il territorio in nome di un malinteso senso di decoro urbano e di una emergenza sicurezza inesistente, di sgomberare i centri sociali, di negare i diritti civili alle persone omosessuali. La sottocultura a cui fa riferimento questa parte politica si è ben manifestata durante il recente confronto pubblico tra i candidati Crivello e Bucci, quando molti sostenitori di quest'ultimo hanno inscenato una indegna gazzarra a suon di slogan truculenti e di saluti romani.
Espressione degli stessi interessi di classe
Ma questa non è altro che la riproduzione, sul piano locale, delle logiche istituzionali a livello nazionale ed europeo. I numeri dell'astensionismo crescono sempre di più in Italia (con l'eccezione di alcuni referendum) ed in molti Paesi dell'UE, perché è ormai forte la consapevolezza, nella popolazione, del primato del capitale finanziario sulla politica. Qualsiasi governo, di qualsiasi colore esso sia, deve sempre fare i conti con compatibilità ben definite che corrispondono, non a caso, agli interessi delle classi dominanti. In Italia, in particolare, l'attacco al mondo del lavoro è assolutamente bipartisan ed anzi gli ultimi governi (Renzi e Gentiloni) gli hanno impresso una decisa accelerazione, con il Jobs Act ed altri provvedimenti. Di pari passo vanno le azioni poliziesche contro chiunque tenti di organizzarsi al di fuori (ed a volte anche al di dentro) del sindacalismo tradizionale e di ribellarsi. La risposta è ormai sempre la stessa, buona per i centri sociali, la “movida” delle città, gli immigrati, gli operai: repressione. Se la sottocultura della destra di centrodestra è quella che ben conosciamo, la sottocultura della destra di centrosinistra è quella di Minniti – Noske, con la sua legge anti- immigrati ed i suoi freikorps di Stato che manganellano studenti ed operai e cercano di impedire anche la libertà di espressione, come è accaduto recentemente durante una manifestazione di Amnesty International a Roma; quella di Madia – Goering, con i suoi ignobili decreti nazisti contro i lavoratori colpevoli solo di ammalarsi gravemente; quella della “buona scuola”, della riduzione dei fondi ai portatori di handicap, del progressivo smantellamento della sanità pubblica, dei progetti di abolizione del diritto di sciopero.
Nessuna alternativa
Al ballottaggio di domenica prossima i cittadini genovesi saranno quindi chiamati a scegliere tra due destre. L'alternativa non esiste. Quella che poteva essere rappresentata dalle liste di sinistra si è suicidata politicamente nella frammentazione e nell'inconsistenza dei programmi, quella del M5S è letteralmente scomparsa (nonostante un incremento di voti rispetto alle amministrative precedenti), vittima delle proprie ambiguità e della propria autoreferenzialità. Chi ha votato queste liste ed il M5S dovrà scegliere forzosamente tra le due destre od astenersi. Chi si è astenuto dovrà decidere se ribadire la sua astensione o scegliere forzosamente tra le due destre. Tertium non datur. Questa è democrazia?
Quindi che fare?
Di fronte al ballottaggio ognuno è libero di decidere se votare od astenersi. Di chi voterà Bucci non intendiamo nemmeno parlare. Chi voterà Crivello e lo farà turandosi il naso, dovrà essere veramente consapevole che servirà a ben poco se non a credere di poter mantenere aperto un canale di dialogo con un'istituzione ostaggio delle consorterie economiche cittadine e del sistema di potere del PD genovese e che potrà, forse, ottenere qualcosa (od impedire arretramenti) sul fronte dei diritti civili ma non certo su privatizzazioni, grandi opere e quant'altro. Chi non voterà dovrà ragionare sul fatto che le massicce percentuali di astensione non sono e non saranno dovute ad una crescita di coscienza politica delle masse ma ad un sistema elettorale escludente ed alla sfiducia generale nelle istituzioni. Perché la democrazia rappresentativa è finita. In un modo o nell'altro non ci sarà comunque da cantare vittoria e l'unica strada da intraprendere sarà quella dell'opposizione politica e sociale, della costruzione di un movimento di classe che unifichi le lotte operaie nei posti di lavoro e sul territorio, che veda uniti italiani ed immigrati, lavoratori garantiti, precari, disoccupati, per la difesa dei propri interessi. Solo così si sconfiggono il razzismo, la xenofobia ed il capitale.
Genova, 23 giugno 2017
ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
Sez. Nino Malara Genova

sabato 29 aprile 2017

VELENI A NORD-EST

UN AMARO AMARCORD TRA I MIASMI INQUINANTI DEL NORD-EST , RICORDI DI UN'EPOCA IN CUI, FORSE, SI POTEVA ANCORA IMPEDIRE LA CATASTROFE AMBIENTALE, STRISCIANTE O DILAGANTE...














SI SCRIVE MITENI, SI LEGGE RIMAR

(Gianni Sartori)

Avvertenza: questo non è, assolutamente, un articolo di informazione sull'inquinamento da PFASS che sta impregnando le acque e i corpi del Veneto. Soltanto un necrologio, un amaro amarcord condito di qualche considerazione su come funziona il capitalismo, quello del nord-est in particolare. Per gli aspetti tecnici potete attingere alle puntuali denunce pubblicate da qualche anno a questa parte su Quaderni Vicentini. In tempi non sospetti, quando invece un noto quotidiano locale ignorava o minimizzava la grave situazione che si andava delineando.
Non è nemmeno un invito a intervenire per rimediare. Da tempo ho la convinzione che cercare di fermare il degrado ambientale sia quasi impossibile. Nel Veneto senza “quasi”. Qui la catastrofe è ormai completa, per quanto subdola e inavvertita. Il territorio veneto e ancor più quello vicentino (un'autentica “poltiglia urbana diffusa” da manuale) hanno raggiunto livelli di contaminazione e cementificazione tali che soltanto un'apocalisse di ampia portata potrebbe, forse, porvi rimedio. Ripristinando in parte quell'ordine naturale che oggi come oggi appare irrimediabilmente stravolto.

Prendiamo atto comunque che se pur molto tardivamente, la questione PFASS ha assunto rilevanza non solo locale ma anche regionale (vedi la richiesta di analizzare l'acqua “potabile” nelle scuole in provincia di Rovigo). Ma per quanto riguarda la “sfilata degli ipocriti” (i sindaci vicentini che hanno manifestato a Lonigo contro l'inquinamento da PFASS) direi che si commenta da sola. Dov'erano le istituzioni in tutti questi decenni (almeno 4, dagli anni settanta) mentre la RIMAR prima e la MITENI (cambia il nome, ma l'azienda fisicamente è sempre la stessa) poi versavano schifezze direttamente nelle nostre acque e indirettamente nel nostro sangue?
Solo una facile “profezia”. E' probabile che tra una decina d'anni altri sindaci sfileranno nel Basso Vicentino (magari, azzardo, in quel di Albettone, uno dei tratti più riempiti da scarti di fonderia e altre schifezze) per esprimere una tardiva e altrettanto ipocrita indignazione per l'inquinamento prodotto dai rifiuti tossici (metalli pesanti) ammucchiati a tonnellate sotto la A31.
Non dovendo preoccuparmi di fornire numeri e dati sull'inquinamento prodotto dalla exRimar, ora Miteni (ampiamente disponibili in rete), attingo a qualche ricordo personale*riesumando speranze e delusioni di quando, ormai 40 anni fa, forse si sarebbe ancora potuto arginare la marea tossica non più strisciante, ma ora dilagante.

Un accenno soltanto all'apprezzabile richiesta (per quanto simbolica e fuori tempo massimo, a mio avviso) avanzata da qualche oppositore di “parametri certi sulla soglia di inquinanti presenti nelle acque con cui si abbeverano gli animali e si irrigano i campi, così come è doveroso da parte del Governo dare una risposta immediata per fare fronte alla crisi che per ovvie ragioni rischia di precipitare su chi lavora di agricoltura, soprattutto considerando il fatto che l’inquinamento da Pfass ha contaminato anche la catena alimentare, come risulta da una serie di prime analisi effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità in alcune zone del Veneto. Sia sul siero umano che su alcuni alimenti come uova e pesci emerge infatti la presenza di contaminazione, come abbiamo sottolineato in una risoluzione indirizzata al Governo a dicembre.”

Una presa di posizione modesta, scontata, ma sempre meglio che niente.
D'altra parte: l'avete voluto il capitalismo? E allora godetevelo, cazzo!

AMARCORD
Metà anni settanta. Qualche anno prima avevo (coerentemente o sconsideratamente...non l'ho ancora capito) rinunciato al posto statale da insegnante elementare, pur avendo vinto il concorso. La scelta (comunque sofferta per un giovane proletario figlio di proletari, con scarse alternative) veniva dopo aver scoperto che l'assunzione comportava un giuramento (allo Stato delle stragi? Mai!). Ero quindi tornato allo scaricamento e stivaggio di camion alla Domenichelli, in notturna, alternando con saltuari lavori da operaio (tra le altre, la Veneta-Piombo di Alte-Ceccato: tutta salute!).
Finendo poi inchiodato per qualche anno alla fresa, nel “retrobottega” di una microazienda artigiana con orari prolungati.
Fu durante un breve periodo di transizione di circa 20 giorni (transitavo da operaio in una microazienda a commesso in una libreria) che tornai a scaricare con una delle due o tre famigerate “cooperative” **di facchinaggio esistenti in città. Questo mi consentiva, paradossalmente, di staccare dal lavoro in orari decenti (tra le cinque e le sei di sera), mentre prima in genere finivo verso le 19,30-20. Una possibilità per frequentare Radio Vicenza, all'epoca gestita da amici e compagni di area libertaria, in particolare Rino Refosco e Rosy. Doveva essere la fine del 1976 , mi pare. Lo deduco dal fatto che quasi ogni sera qualcuno dedicava una canzone (in particolare “Ma chi ha detto che non c'è?” di Manfredi) al compagno Claudio Muraro da poco arrestato (nel 1976) e ancora detenuto a Vicenza, prima di finire nel “circuito dei camosci” delle carceri speciali (a Pianosa, mi pare).
Dalla radio veniva denunciata con ostinazione la recente scoperta che la RIMAR (“Ricerche-Marzotto”) scaricava fetide sostanze nelle acque correnti dell'Alto Vicentino. In particolare quelle della Poscola, un nome a cui ero sentimentalmente legato. Nasceva infatti dall'omonima grotta situata a Priabona, un “aperitivo” prima del Buso della Rana.
Denuncia dopo denuncia, non mancarono velati consigli di “lasciar perdere, non mettersi contro qualcuno troppo grande per voi...”. Se non vere e proprie minacce, quasi.
Tutto qui, per quanto mi riguarda. Tornai quindi ai miei soliti orari e le mie frequentazioni calarono sensibilmente (o forse per scazzi personali e comunque “avevo altro da fare”).

E pensare che in anni non sospetti avevo avuto anche modo di visitarla, la RIMAR intendo. Doveva essere verso la fine del 1967 o l'inizio del 1968, sicuramente prima del 19 aprile e della storica rivolta operaia (a cui, casualmente, mi capitò di assistere, ma ve lo racconto un'altra volta, magari per il 50°) con abbattimento della statua del feudatario locale.
Mi capitava allora di andare qualche pomeriggio a Valdagno in autostop per frequentare la piscina comunale aperta in periodo invernale. Un tardo pomeriggio stavo giusto rientrando a Vicenza quando un macchinone si fermò in risposta al mio pollice levato. Salgo e il signore dopo un po' si presenta. Era uno dei fratelli Marzotto, nientemeno. Evidentemente metteva in pratica i principi paternalistici su cui si fondava la dinastia.
Il clima doveva già aver cominciato a surriscaldarsi (quello sociale, non si parlava ancora dei cambiamenti climatici) perché il borghese che gentilmente si prestava a farmi da autista commentò alcuni recenti episodi di contestazione al consumismo sostenendo (vado a memoria, sono passati 50 anni) che per la “felicità” della gente era indispensabile che tutti potessero godere di auto, frigoriferi e lavatrici. Poi, caso mai, si poteva pensare...non ricordo a cosa, sinceramente.
Dato che non dovevo sembrare molto convinto di questo elogio della merce, mi propose una visita alla sua fabbrica d'avanguardia che sorgeva lungo il percorso. Fu così che mi affidò a un tecnico per una visita guidata della RIMAR. Poco convinto il tecnico, poco convinto anch'io che temevo di non trovare un altro passaggio prima di notte, la visita fu alquanto frettolosa e mi rimase soltanto la sensazione di un leggero bruciore alle mucose respiratorie. Per chi non è del posto, segnalo che la già denominata Rimar oggi si chiama Miteni, dopo aver cambiato due-tre volte nome, consiglio di amministrazione e in parte proprietà.
Tutto qui.Ricordo solo che un'altra volta presi un passaggio dall'altro Marzotto, il fratello in politica nel PLI. Evidentemente ci tenevano a mostrarsi generosi con le masse popolari appiedate.
Ma dopo il 19 aprile le cose cambiarono, evidentemente e non mi capitò più l'onore di un autista chiamato Marzotto. In compenso, nel febbraio 1969 (all'epoca dell'occupazione della fabbrica) tornai a Vicenza con la grandissima compagna, partigiana e giornalista dell'Unità, Tina Merlin (ma questa è un'altra storia).

Gianni Sartori

* nota 1: “Preserva i tuoi ricordi, è tutto quello che ti resta” P. Simon (cito a memoria)

** nota 2 : “famigerate” perché, come scoprii a mie spese, oltre a praticare una forma mascherata di caporalato, non versavano mai alcun contributo, nonostante richiedessero la consegna del libretto di lavoro. Perché? In caso di incidente potevano sempre dire di averti assunto proprio quel giorno e di non aver ancora compilato le “carte”.
Una nota polemica anche per alcuni “compagni”. Ricordo benissimo che per gli amici di Potere Operaio la mia scelta era stata classificata da “lumpenproletariat”. Detto da loro, di estrazione medio e piccolo-borghese pareva un complimento. Questo nella prima metà degli anni settanta. Dopo, nella seconda metà dei settanta, quando erano già diventati quelli di AutOp, le cose cambiarono con la scoperta dell'”operaio sociale”. Addirittura a Scienze Politiche di Padova si organizzarono corsi e seminari sulle cooperative di facchinaggio. Ma non ne ricordo uno che fosse uno di costoro (devo far nomi?) che sia venuto una sola volta a scaricare camion. Avevo invece condiviso spesso tali attività ricreative con il già citato compagno anarchico Claudio Muraro (fratello della filosofa Luisa Muraro, quella dell'Erba Voglio e della Signora del gioco) sia alla Domenichelli che alla Olimpico-traslochi. 

 RIPRESO da http://www.anarkismo.net/article/30209

APPARSO anche su  http://www.ilpopoloveneto.it/rubriche/finis-terrae/2017/04/27/38191-si-scrive-miteni-si-legge-rimar

sabato 31 dicembre 2016

Milano, modello Sala: disperazione sociale, cementificazione selvaggia, crescita letale dell’inquinamento.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala (detto Beppe), naviga in cattive acque giudiziarie per qualche incidente di percorso durante la sua gestione di Expo.
Nei suoi primi sei mesi, la giunta che Sala capeggia è riuscita a rendere la vita difficile (a volte impossibile) agli inquilini delle case popolari.
Ha superato le precedenti giunte (che non scherzavano).
Contro questa situazione, è scesa in campo perfino un'area assai moderata (vedi il volantino allegato), come le organizzazioni sindacali degli inquilini, che probabilmente avevano sostenuto la candidatura di Sala a sindaco. Si vede che la porcheria è diventata indigesta anche per chi è abituato a ingoiare (e a FAR INGOIARE) di tutto.
Il sindaco di Expo ha dato un’accelerata alla speculazione immobiliare, ultima spiaggia dell’imprenditoria ambrosiana che ormai è rappresentata dallo stretto connubio tra immobiliaristi e finanzieri (banche).
Entrambi vivono nel terrore che la bolla immobiliare scoppi, svalutando precipitosamente i loro patrimoni. Ma, come una droga, la speculazione vuole nuova speculazione.
La manovra è sotto gli occhi di tutti: provocare il degrado di un quartiere, favorire la svendita degli immobili a vantaggio delle grandi immobiliari, «bonificare» il quartiere, costruire nuovi immobili per i ricchi. Un esempio lampante è quanto è avvenuto nel quartiere Isola. E oggi potrebbe avvenire in via Padova.
Ma fino a quando potrà durare questo gioco perverso e pericoloso?
Per ora, questo è l’esito dell’assalto speculativo alle case dei poveri:
14mila sfratti in esecuzione
23mila famiglie in lista di attesa
80mila case private vuote.
Come si vede, la situazione abitativa potrebbe diventare esplosiva da un momento all’altro.
Si capisce allora perché Sala abbia approfittato dell’omicidio di piazzale Loreto (12 novembre) per invocare l’esercito in città. Che è subito arrivato.
Milano, con il Beppe Sala, si è proposta come modello per l’Italia.
Un bel modello, il risultato è disperazione sociale, cementificazione selvaggia, crescita letale dell’inquinamento.
Dino Erba

domenica 11 dicembre 2016

Donald Trump e il calice avvelenato dell’economia degli Stati Uniti - di Michael Roberts

[Tratto dalla traduzone de http://francosenia.blogspot.it/…/e-sempre-e-ancora-leconomi… sempre utile consultare]

L’ironia della vittoria (di misura) di Donald Trump nelle elezioni presidenziali consiste nel fatto che chi ha perso è il candidato "sicuro" dei democratici, di Wall Street e degli strateghi del capitale. Ora si ritrovano con una mina vagante che devono cercare di imbrigliare.
Trump ha vinto perché un numero (appena) sufficiente di persone è stufo dello status quo. A quanto pare il 60% dei votanti ha chiesto alle urne che si valuti il fatto che il paese "si trova sul binario sbagliato" e che due terzi sono stanchi e arrabbiati con il governo di Washington - qualcosa che la Clinton personifica.
 Come il voto dei britannici per il Brexit, contro ogni aspettativa, un numero sufficiente di votanti in America (soprattutto bianchi, anziani, con piccole attività o lavoratori nelle piccole industrie in via di fallimento nei più piccoli Stati centrali degli Stati Uniti) ha battuto il voto dei giovani, più istruiti e più agiati e residenti nelle grandi città. Ma ricordiamoci che si tratta di circa poco più del 50% degli aventi diritto al voto. Un enorme fetta di persone in America non ha mai votato alle elezioni, e sono quelli che costituiscono una parte considerevole della classe operaia.
Più significativamente, il problema più importante (52%) per i votanti - alla domanda loro rivolta quando si sono recati alle urne - è lo stato dell’economia degli Stati Uniti, seguito dal terrorismo (ma ben al di sotto, al 18%) e dall’immigrazione (la carta di Trump), ancora più al di sotto. Trump ha vinto perché sosteneva che avrebbe migliorato le condizioni di quelli "che sono stati lasciati indietro" a causa della globalizzazione, del fallimento delle industrie nazionali e della distruzione delle piccole attività. Naturalmente, Trump è un miliardario e non ha alcun reale interesse, o idea, su come migliorare la sorte di questa maggioranza. Ma la rabbia nei confronti dell’establishment è stata (appena) sufficiente perché questo egoista, misogino, predatore sessuale, figlio di ricchi vincesse.
Ma si tratta sempre ancora dell’economia, stupido. Trump ha ricevuto un calice avvelenato da cui dovrà bere: lo stato dell’economia degli Stati Uniti. L’economia statunitense è la più grande e la più importante economia capitalista. Dopo la fine della Grande Recessione del 2009, di tutte le più grandi economie è stata quella che ha funzionato meglio. Ma la sua performance economica si trova ancora in una situazione penosa. La crescita del PIL reale pro capite nell’anno è stata solamente dell’1,4%, ben al di sotto dei livelli precedenti al crollo avvenuto nel 2008. Dal 1930, si tratta della più debole ripresa economica della storia, dopo una crisi.
 Ora, il Fondo Monetario Internazionale si aspetta che quest’anno l’economia degli Stati Uniti cresca solo dell’1,6%. E gli economisti della US Federal Reserve Bank prevedono per il futuro solamente un’espansione dell’1,8% l’anno. E tutto questo, solo se si presume che non ci sia nessuna nuova recessione economica.
 Il punto di vista della maggioranza degli economisti è quello per cui una recessione degli Stati Uniti è improbabile e che l’economia riprenderà anche il prossimo anno. Infatti, il presidente della US Federal Reserve, Janet Yellen (il cui posto ora si trova in pericolo), sostiene che l’economia statunitense "è sulla strada di un miglioramento sostenibile". L’argomento è quello che il costo del denaro è vicino allo zero, il consumatore americano sta ancora spendendo in maniera robusta, il mercato immobiliare è in ripresa e lo sono anche le vendite al dettaglio delle automobili.
Ma ciò che è importante per la salute di una moderna economia capitalista non è la facilità o il costo del prestito, è il livello e la direzione della redditività del capitale, i profitti totali e l’impatto degli investimenti. Quando la redditività cade, alla fine cade anche il totale dei profitti aziendali e, qualche tempo dopo, si contraggono gli investimenti. Quando ciò accade, ben presto segue una recessione economica. Nel periodo post-bellico, un calo costante negli investimenti ha portato comunque l’economia in recessione, mentre il consumo personale è rimasto più o meno stabile, per poi cadere solo nel momento in cui è esplosa la crisi.
 E i profitti delle imprese statunitensi sono in caduta. Secondo gli economisti della banca d’investimento JP Morgan, i profitti delle imprese americane sono diminuiti del 7% rispetto ai livelli dell’anno precedente. Su tale base - sostengono - "la probabilità che ci sia una recessione entro tre anni è del 92%, e che ci sia entro due, è del 67%". Inoltre, la Federal Reserve ha in programma di rialzare il tasso di interessi dopo le elezioni, in quanto ritiene che l’economia sta tornando alla "normalità", incrementando così ulteriormente il rischio che si inneschi una crisi - anche se una vittoria di Trump farà rinviare questa misura a causa della caduta dei mercati azionari.
Qual è la soluzione di Trump a tutto questo? La sua proposta economica si riduce al taglio delle tasse, per mezzo della riduzione della spesa del governo e attraverso la tassazione delle importazioni per "proteggere" i posti di lavoro americani. I principali beneficiari di questo taglio sarebbero i molto ricchi. Sotto Trump, la maggioranza delle persone vedrebbe ridotta la loro imposta sul reddito di circa il 7%, ma per l’1% (il top) della popolazione si arriverebbe al risparmio del 19% del loro reddito. Per bilanciare il budget federale, la spesa pubblica dovrebbe essere tagliata di circa il 20%, colpendo il welfare, l’istruzione e la sanità. Aumentare le tariffe sui prodotti esteri ed imporre sanzioni punitive alla Cina e al Messico, i due più grandi partner commerciali degli Stati Uniti, farebbe aumentare i prezzi e provocherebbe delle ritorsioni.
In un certo senso, il prossimo presidente degli Stati Uniti si trova a fronteggiare una situazione peggiore di quella che si trovo di fronte Obama nel 2009, nel pieno del collasso finanziario globale. Questa volta non c’è modo di evitare una crisi stampando denaro o tagliando i tassi di interesse; oppure incrementando la spesa governativa, dal momento che il debito pubblico è già raddoppiato raggiungendo il 100% del PIL. Questi strumenti di politica economica sono esauriti. Il calice va sorseggiato.
[Michael Roberts, pubblicato il 9 novembre 2016. Fonte: Michael Roberts Blog]

venerdì 2 dicembre 2016

Per quel poco di democrazia - Antonio Cardella da Umanità Nova n°33 13 novembre 2016




















di Antonio Cardella

Premetto che, di fronte all’immane tragedia che ha colpito il centro d’Italia, la questione e i contenuti del referendum appaiono ancor più risibili, se non surreali.
Ciononostante vorrei chiarire il senso della mia proposta di rispondere NO al referendum per la riforma della costituzione.
In sessanta anni di militanza nel movimento anarchico non mi sono mai sognato di spostarmi dalla consuetudine, politicamente convincente, dell’astensionismo anarchico. Non lo faccio neppure in questa circostanza, anche se con la mia proposta sembri che me ne allontani. Non è affatto così; non penso che un NO o un SÌ al prossimo referendum sposti sostanzialmente le posizioni e le forze in campo. Penso però che nella riforma renziana vi sia una riduzione essenziale di quel poco di democrazia che ancora oggi ci consente di condurre le nostre battaglie sul territorio.
È certamente una democrazia malata, che risponde alle esigenze di un capitalismo selvaggio, condotto a vantaggio di pochi, che sposta costantemente risorse dai più poveri ai più ricchi. Ma la malattia più profonda è che le ferree leggi del capitalismo contemporaneo sottraggono sempre di più margini di libertà a una politica che sostenga le ragioni dei poveri e degli oppressi. Quindi non sono le forme di democrazia, per quanto imperfette e discutibili, a produrre una riduzione degli spazi politici operativi, ma è al contrario la prepotenza dell’economia globalizzata che spinge gli apparati democratici verso una deriva sempre più oppressiva.
La riforma costituzionale proposta dal governo Renzi, anziché agire per tentare di riequilibrare questo scompenso, lo allarga a dismisura, sottraendo a quel poco che resta di politico ogni possibilità di agire.
Letta la realtà attuale in questo senso, c’è da chiedersi in quale misura l’astensionismo anarchico acquisti significato politico compiuto nell’immediata contingenza.
Nella razionalità malata dell’odierno sistema capitalistico credo che non ci sia spazio per la difesa della purezza dei principi o per suggestioni ideologiche. Se il movimento anarchico vuole essere in grado di intervenire sul reale deve essere capace di intenderne le tendenze, di “sporcarsi le mani” per così dire, in modo da insinuarsi – individualmente e collettivamente – negli spazi, negli interstizi che il sistema volta a volta presenta, al fine di incepparne il funzionamento, sia pure parzialmente e temporaneamente. Ciò senza pretendere per questo di costruire le premesse di una futura rivoluzione, ma lavorando per la trasformazione del presente (in modo sempre locale e parziale), lottando contro ogni aspetto del dominio e uscendo dall’isolamento per passare all’azione insieme con gli altri che, pur non dichiarandosi anarchici, condividono il rifiuto di questo sistema globalizzato, fondato sul dominio, sulla gerarchizzazione, sulla rincorsa al denaro divenuto feticcio.
Scrive Tomás Ibáňez in Anarchismo in movimento (Eleuthera 2015): «La rivoluzione […] non si situa nel futuro, ma ha come unica dimora il presente e si produce in ogni spazio e in ogni momento che si riescono a sottrarre al sistema […] Si tratta quindi di attaccare le infiltrazioni e le manifestazioni locali del dominio». E ancora: «Oggi il movimento anarchico non è più l’unico depositario, l’unico difensore, di certi principi anti-gerarchici, di certe pratiche non autoritarie, di forme di organizzazione orizzontale, della capacità di intraprendere lotte dai toni libertari, o della diffidenza verso qualunque dispositivo di potere. Questi elementi si sono disseminati al di fuori del movimento anarchico, e oggi vengono ripresi da collettivi che non si identificano come anarchici e che talora rifiutano apertamente di farsi rinchiudere entro le pieghe di questa identità».
Cosa significa dunque proporre di votare NO al referendum? Oltre al fatto contingente di opporsi ai contenuti del referendum, si tratta di riallacciare rapporti meno episodici con quei movimenti e correnti di pensiero contemporaneo che, come noi anarchici, combattono il sistema e contemporaneamente ricercano vie alternative per ricostruire comunità a dimensione umana.


mercoledì 27 luglio 2016

Breve sguardo sul Brasile alla vigilia delle Olimpiadi

Il 30 giugno l’Istituto di Sicurezza Pubblica ha divulgato i dati degli omicidi commessi dalle forze di polizia e possiamo constatare l’allarmante risultato di crescita di questi crimini alla vigilia delle olimpiadi. Se prendiamo maggio come esempio abbiamo a Rio de Janeiro nel 2015 17 persone uccise dalla polizia, mentre nel 2016 sono 40!
Questo aumento del 137% di casi di violenza poliziesca non è un caso e possiamo connetterlo direttamente all’arrivo dei giochi olimpici, in una dinamica a cui abbiamo già assistito nel 2014 con l’arrivo dei Mondiali.
Una situazione percettibile anche a chi a Rio ci vive in questo momento e che mentre la torcia olimpica sfila per il paese (non senza incidenti quale quello in cui un ragazzo ha provato a spegnerla lanciano acqua da un secchio a metà giugno) deve confrontarsi con incursioni delle squadre di polizia e contrattacchi del traffico di droghe che rialza la testa sempre di più, malgrado l’operazione in corso dal 2010 di occupazione da parte della Polizia Militare dei quartieri di periferia detti “favelas”.
Anche che il processo per l’omicidio di 5 ragazzi che erano in una macchina e hanno ricevuto 33 spari dalla polizia sia finito nel nulla assoluto, senza nessuna condanna, è un indicatore del clima che il Governo dello Stato di Rio de Janeiro vuole instaurare. Oppure dal mantenimento in carcere di Rafael Braga Vieira, condannato a 4 anni di carcere per porto di esplosivi in un corteo dove lui non era neanche presente (una bottiglia di plastica contenente detersivo) che esprime tutto il razzismo di questa guerra ai poveri che miete in alcuni casi tragici anche la vita di bambini, ma che si maschera per guerra al narcotraffico.
Complicata la situazione quella del governatore sostituto di uno stato fallito che ha dichiarato la bancarotta mentre proclamava lo “stato di calamità pubblica” (delegando alle forze dell’ordine la gestione della sicurezza pubblica visto che lo stato non ha soldi per fare niente) e che non paga più i salari dei funzionari pubblici con il risultato diretto di chiusura di università e sciopero dell’istruzione.
E se consideriamo che nei mesi precedenti il sindaco di Rio assieme al segretario dei trasporti hanno annunciato il taglio di centinaia di linee d’autobus dopo un altro vergognoso aumento del biglietto a cui ora si aggiungono probabili tagli alle agevolazioni resta ancora più chiara l’intenzione di isolare le periferie sempre di più e controllare ogni velleità rivendicativa tramite la politica del terrore.
Questo il lascito delle Olimpiadi e di tutti i grandi eventi. Una città che si dimostra in gran parte vetrina per turisti, totalmente diversa da quella reale. Come quando venne il Papa nel 2013 e per due giorni la metro è rimasta in funzionamento soltanto per i pellegrini in possesso della tessera speciale, escludendo tutti i cittadini che ancora non erano stati esclusi dai prezzi esorbitanti dei biglietti.
Alzando lo sguardo alla politica nazionale, il quadro non migliora e il progetto di paese che il Brasile è diventa sempre più chiaro: il nuovo governo, punta di lancia del colpo di stato appena consumato, sta accelerando riforme che il governo anteriore aveva dato mostra di volerle realizzare. Precarizzazione del lavoro, alzamento dell’età pensionabile ai 70 anni, fine della demarcazione delle terre indigene e contadine… Per non parlare delle proposte che girano in parlamento da parte dei settori più reazionari (rappresentanti di latifondisti, banchieri, produttori di armi, clero neo-pentecostale) come il “scuola senza partito” che proibisce agli insegnanti di esprimere qualsiasi opinione politica (ovviamente di sinistra) e chiude definitivamente le lezioni già scarse di sociologia e filosofia.
Il 2013 ha segnato un momento molto importante per il Brasile, quando a giugno milioni di persone scesero in piazza rispondendo all’appello del Movimento Passe Livre per impedire l’alzamento dei biglietti d’autobus. Non solo giornate di protesta che non si vedevano da anni e che hanno lasciato polizia, giornalisti e politici impalliditi e incapaci di reagire ma che sono riuscite ad arrivare alla vittoria nel giro di tre settimane.
Se non è stato un fulmine a ciel sereno come molto si è detto in giro tra sociologi e giornalisti internazionali, di sicuro è stato un incredibile alzamento del conflitto, merito dei movimenti popolari che si organizzano e lottano da quasi 30 anni. Merito di chi si sta dedicando alla vera ricostruzione democratica del paese, dopo i 21 anni di dittatura finiti nel 1985.
Davanti a tale pericolo di un salto di qualità della classe nel portare avanti le proprie lotte, la borghesia si è vista a dover ammettere che il governo di “patto di classe” del Partito dei Lavoratori (PT) aveva funzionato nel 2003, ma ormai dopo più di 10 anni non funziona più. Per questo la scelta del colpo di stato “bianco”, di rovesciare sulla presidentessa Dilma Roussef il malcontento dei ceti medi e alti che dopo le politiche di assistenza del Governo verso i più poveri si sentivano minacciati nei propri privilegi e che con paura hanno sempre visto il montare delle mobilitazioni. E in tale contesto è passata quasi sotto silenzio la legge che ha introdotto il reato di terrorismo nel codice penale, una delle ultime misure del governo Dilma, quella di lasciare ancora più margine alla repressione dei movimenti popolari e alla criminalizzazione della protesta.
Purtroppo dal 2013 poco si è imparato, e la maggior parte delle organizzazioni politiche hanno pensato di poter capitalizzare l’evento per i propri scopi sia istituzionali o insurrezionali. Una strategia che si è dimostrata disastrosa all’inizio del 2014, per concretizzarsi e diventare evidente durante i mondiali.
Per fortuna possiamo contare su chi invece ha preferito (e da prima del 2013) investire nella costruzione del sociale, spazi e movimenti popolari in grado di aggregare diversi settori sfruttati con l’intento di diventare essi stessi protagonisti, indipendenti da qualsiasi avanguardia.
E abbiamo visto che il lascito del 2013 ha potuto andare anche molto oltre il 2014 (un l’ondata di scioperi) e a fine 2015 fino ad esso centinaia di scuole in diverse regioni del paese sono state occupate dagli studenti di 13-18 anni che denunciavano le condizioni assurde della scuola pubblica. Significativo il fatto che i tentativi dei sindacati studenteschi gialli di cooptare le occupazioni e negoziare col governo siano sempre caduti a vuoto, screditando ancora una volta gli organi della sinistra istituzionale della conciliazione.
Una nuova generazione che si è dimostrata capace di gestire una lotta intensa e complicata e di uscirne vittoriosa nelle richieste ottenuta e rafforzata con il costituirsi di tante realtà che puntano alla costruzione di sindacati studenteschi autonomi e autogestiti.
In Brasile si avvicinano le elezioni, e possiamo constatare felicemente che si stiano muovendo in alcune città quegli spazi che già da molti anni si strutturano sotto l’insegna dell’Altra Campagna, aggregazioni di lotte e movimenti che rifiutano di partecipare al gioco elettorale e costruiscono dal basso e sul loro territorio discussioni e delineando strategie di cambiamento tramite il potere popolare, molto al di la delle retoriche. Significativi per questo processo organizzazioni sociali come la Resistenza Popolare e il Movimento di Organizzazione di Base che si fanno sentire nei quartiere di periferia, nell’educazione popolare di giovani e bambini.
Per concludere possiamo constatare che il fallimento della politica istituzionale e insurrezionalista (quest’ultima in pezzi dopo il 2014) non vuol dire il fallimento delle istanze politiche e ideologiche, lo vediamo con la crescita lenta ma costante della Coordinazione Anarchica Brasiliana, che da 4 anni in qua si sta aprendo la propria strada e che ormai conta con 12 organizzazioni in 12 stati del paese, e centinaia di militanti.
Una crescita che non è isolata dal resto del Sud America, dove l’anarchismo di matrice specifista (che in Europa chiamiamo comunismo anarchico) diventa sempre più riconoscibile nella sua inserzione sociale, tra le lotte e l’organizzazione della classe.
Di questo si tratta, sin dal 1500, costruire un alternativa di paese, un altra storia, un altro potere. Le Olimpiadi passeranno, e lasceranno dietro di sé una scia di sangue e abusi percettibili nelle nuove opere e riorganizzazione dello spazio urbano. Ma la ruspa delle classi dominanti che ha rimosso interi quartieri e intere vite, non è ancora riuscita a passare sopra l’indignazione organizzata, e ci auguriamo che non passerà mai, dando tutta la nostra solidarietà a chi tutti i giorni combatte il razzismo, il terrore, il sessismo e lo sfruttamento.
Un brasiliano residente in Italia e militante di Alternativa Libertaria

sabato 8 agosto 2015

Sognando l'atomo

i Sono passati settant'anni. L’atomica non finisce mai di incombere su di noi. Per questo ricordare la prima volta in cui è stata usata su obiettivi civili, a Hiroshima, e poi la seconda, a Nagasaki, non è un dovere di memoria e di pietà puro e semplice ancorché necessario: è una meditazione obbligatoria sul presente e su un sempre possibile futuro prossimo, sull’infinita capacità di male delle società e dei singoli. Doppiozero ricorda le due tragedie con le riflessioni di Yosuke Taki oggi e di Giuseppe Previtali domani. A Nuclear Story In questi giorni ho avuto modo di collaborare alla traduzione di un film su Fukushima (Fukushima: A Nuclear Story) di e con Pio D’Emilia, il noto giornalista italiano che vive in Giappone da più di trent’anni. È un film bellissimo che avrebbe dovuto fare un giapponese, ma soprattutto è stata un’occasione per rendermi conto di quanto un’intera generazione di giapponesi, dopo gli anni Cinquanta, sia stata allevata sotto un’ingannevole pioggia di messaggi subliminali, nemmeno tanto celati, per indurci a credere che l’energia nucleare fosse una cosa buona e pacifica, e che tutto ciò sia avvenuto sotto un’enorme pressione americana. Questo non è il soggetto principale del film di Pio, che indaga invece sull’incidente della Centrale di Fukushima, ma di riflesso la visione di quel lungometraggio mi ha permesso di ripercorrere la nostra “storia nucleare”, subdolamente manipolata dalle informazioni (giornali, tv, mostre) e dalle immagini (film, cartoni animati, ecc.), in un quadro di globalizzazione che abbraccia un arco di quasi settant’anni. Hiroshima, agosto 1945 Mio padre attraversò a piedi la città di Hiroshima pochi giorni dopo l’esplosione atomica del 6 agosto 1945. All’epoca, adolescente, studiava come tutti i ragazzi brillanti della sua generazione presso una famosa Accademia militare nipponica che si trovava a Edajima, un’isola nella baia di Hiroshima a soli 15 km dal punto zero dell’esplosione. Mio padre ricordava che la mattina presto di quel fatidico giorno gli allievi stavano già studiando da soli in aula, ma poco dopo le 8.00, all’improvviso, videro entrare una forte luce violacea dalle finestre. Pochi secondi più tardi seguirono fortissime vibrazioni di tutte le finestre. Usciti subito fuori dagli edifici, gli allievi si trovarono di fronte il “fungo” che s’innalzava, in direzione del centro città. Chissà cosa pensò mio padre in quel momento. So quanto era stata grande, entrando in Accademia, la sua delusione di fronte ai comportamenti assurdi e irrazionali di molti militari, tanto da arrivare a odiare tutto ciò che riguardava la guerra e l’esercito, ma chissà cosa gli passò nella mente in quell’istante. Non ne abbiamo mai parlato. Mio padre raccontava che in seguito, pochi giorni dopo, l’Accademia fu sciolta in modo confuso, senza nemmeno un rito ufficiale degno della sua fama, mandando semplicemente tutti a casa. I suoi genitori abitavano a Kobe, a circa 300 km a est, quindi anche lui, come tanti suoi compagni, dovette raggiungere a piedi la stazione di Hiroshima e in quell’occasione attraversò la città appena devastata. Per decenni non parlò con nessuno di quel giorno. Mi accennò più volte solo di una memoria particolare, quella olfattiva, che gli rimase sempre molto vivida anche dopo decenni: diceva di ricordare un odore simile a quello della salsa di soia bruciata, che in realtà era l’odore degli innumerevoli cadaveri bruciati che riempiva le strade di Hiroshima. Per lui, quello era l’odore della bomba atomica. Oggi come oggi nessuno entrerebbe in una città appena devastata da una bomba atomica, (per fortuna mio padre non rimase contaminato), ma all’epoca quasi nessuno sapeva di che si trattasse, tanto meno si conoscevano gli effetti della radioattività. La gente diceva semplicemente “una nuova bomba”, o più comunemente “pika-don”. “Pika!” è l’onomatopea che indica un’improvvisa e fortissima emissione di luce, mentre “Don!” è un boato fragoroso. Questa dicitura racconta molto bene come la bomba atomica, almeno inizialmente, fosse vissuta fortemente a livello fisico-percettivo, senza che una vera informazione raggiungesse subito la popolazione. Atoms for Dream Anche dopo la guerra abbiamo continuato ad assistere a una non-informazione sul nucleare, o peggio, a una perversa operazione di deformazione di ricordi e sentimenti negativi fatta passare come speranza di progresso. Le memorie vere sono state mandate in esilio non solo dal “non voler ricordare” di molte persone per motivi anche comprensibili, ma sono state spesso manipolate e trasformate in qualcos’altro sotto la campagna pro-nucleare del dopo guerra per favorire lo sviluppo dell’industria nucleare in Giappone, sostenuta fortemente dagli americani. Il sociologo giapponese Shunya Yoshimi ha pubblicato nel 2012, a un anno di distanza dall’incidente di Fukushima, Atoms for Dream, un libro che analizza le varie strategie attuate in quella campagna pro-nucleare che portò il Giappone a divenire paradossalmente una delle nazioni sostenitrici più convinte sulla questione nucleare. Riassumendo il suo libro, provo a ripercorrerne qui le tappe più significative. Atoms for Dream (2012) Com’è facile comprendere, all’inizio per i sostenitori del nucleare la strada fu piuttosto avversa. Le devastazioni apportate dalle due bombe nucleari americane alle città di Hiroshima e Nagasaki erano ancora sotto gli occhi di tutti. A queste si aggiunse, nei primi anni del dopoguerra, un altro episodio che in Giappone ebbe vasta eco. Il 1° marzo del 1954, nel corso del cosiddetto “test Bravo”, gli Stati Uniti sperimentarono una nuova bomba atomica all’idrogeno sull’Atollo di Bikini nelle Isole Marshall, nel Sud Pacifico. Gli scienziati americani calcolarono male la potenza dell’ordigno: invece dei previsti 4.8 Mt la nuova bomba si dimostrò in realtà tre volte più potente (15 Mt), vale a dire 1000 volte più potente della bomba all’uranio caduta su Hiroshima. Circa 20.000 abitanti della zona, insieme a centinaia di pescatori che si trovavano in tratti di mare classificati come “sicuri”, rimasero contaminati. Anche il peschereccio giapponese Daigo Fukuryu-maru si trovava in una zona definita “sicura”, a circa 150 km di distanza dal punto zero, ma tutti i 23 membri dell’equipaggio rimasero contaminati e il marconista Aikichi Kuboyama morì pochi mesi dopo. Gli Stati Uniti non ammisero mai la propria colpa, anzi dichiararono che la malattia di Kuboyama era dovuta a elementi chimici presenti nel corallo della zona. Fu l’inizio di un fortissimo movimento anti-nucleare in Giappone, guidato dalle casalinghe di un distretto di Tokyo, che raccolse addirittura 32 milioni firme, circa un terzo della popolazione nazionale di allora! Il sentimento anti nucleare, mischiato al sentimento anti americano, stava crescendo in modo allarmante. All’epoca, il Giappone aveva un’importanza strategica vitale per gli USA nel quadro della guerra fredda appena iniziata e gli americani non potevano permettere un movimento anti nucleare e un sentimento anti americano così forti in territorio giapponese. Temevano che il Giappone potesse cadere nella sfera dei Sovietici e sentirono il bisogno assoluto di riconquistare l’opinione pubblica nipponica affinché tornasse un “sentimento positivo” nei loro confronti. Proprio in quel periodo partiva il programma Atoms for peace del Presidente Eisenhower, che mirava da una parte all’installazione strategica delle loro armi nucleari e dall’altra alla promozione dell’uso pacifico dell’energia nucleare. La strategia bellica mondiale connessa con il business di grandi aziende multinazionali (GE ecc.) segna l’inizio della vera e propria globalizzazione. Il governo giapponese di destra, a sua volta, non voleva perdere l’appoggio americano per la ricostruzione del paese. Si dimostrò quindi molto favorevole a questa iniziativa americana e collaborò attivamente con gli americani per dissipare le memorie di Hiroshima e Nagasaki. È a questo punto che entra in scena un personaggio straordinario. Matsutaro Shoriki era un grande tycoon di media, proprietario di giornali e tv, nonché signore e padrone della squadra di baseball più vincente della storia giapponese. Insomma, una sorta di Berlusconi giapponese del dopo guerra. In questo progetto nippo-americano ebbe un ruolo importante. Shoriki era un ex criminale di guerra, riabilitato grazie alla sua collaborazione con la CIA. Profondamente convinto che la prosperità del Giappone fosse garantita solo attraverso l’amicizia con gli USA, ma anche per sua ambizione politica personale (più tardi divenne il primo presidente del Comitato sull’Energia Nucleare e anche Ministro della Scienza e della Tecnologia), si dedicò a lanciare una grande campagna pro-nucleare sul suo quotidiano e sul suo canale tv e a organizzare esposizioni e convegni dedicati al tema dell’uso pacifico dell’energia dell’atomo. Matsutaro Shoriki Nel 1955 allestì una grande mostra itinerante intitolata “Fiera sull’uso pacifico dell’energia nucleare” che seminò nella mente dei giapponesi l’idea positiva del nucleare capace di creare un futuro luminoso. La mostra ebbe luogo in diverse città principali del Giappone come Tokyo, Kyoto, Osaka, Sapporo, ecc., ottenendo un enorme successo (2.600.000 visitatori in due anni). Durante l’esposizione, l’opinione di coloro che visitarono la mostra si spostò decisamente verso il sì all’energia nucleare (92%). Nel 1956, la stessa esposizione arrivò addirittura al “ground zero” di Hiroshima e nel 1958, sempre a Hiroshima, ebbe luogo la “Grande Fiera sulla Ricostruzione di Hiroshima” che accolse ben 900.000 visitatori. Da sinistra: Fiera sull’uso pacifico dell’energia nucleare (Sendai, 1956); Grande Fiera sulla Ricostruzione di Hiroshima (1958) Perché Hiroshima? Perché senza mutare il simbolo non c’era futuro per il nucleare in Giappone, e i suoi sostenitori lo sapevano. Lisa Yoneyama, storica americana esperta di storia contemporanea giapponese, spiega così la manipolazione politica dell’immagine della città di Hiroshima: “La città commemorativa di Hiroshima fu, per così dire, disegnata appositamente per dimostrare l’intercambiabilità tra ‘bomba atomica’ e ‘pace’”. Attraverso una complessa operazione politico-sociale-urbanistica, la “città che ha subìto la bomba atomica” si è trasformata in una “città di pace” nell’immaginario delle persone. Tra le due nozioni, legate da una terza (ricostruzione), sembra nascere una consequenzialità logica, naturale: bomba atomica – ricostruzione –pace. Questa consequenzialità, così logica, venne scambiata addirittura per intercambiabilità. Fu così che la parola “pace” riuscì a soverchiare la parola “bomba atomica”, facendo indebolire le radici di memorie scomode. Ora che il simbolo Hiroshima era stato neutralizzato, le parole “atomica” e “nucleare” si fecero molto più libere, leggere, senza più la zavorra della bomba atomica. Fu un’operazione straordinariamente cinica e perversa. Infanzia nucleare Per quanti erano bambini (e non) tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta in Giappone – me compreso – i due “eroi” che più di ogni altro conquistarono il nostro immaginario furono Godzilla, un mostruoso gigantesco rettile, e Atom, il protagonista di un manga e poi dell’omonimo cartone animato giapponese Atom, braccio di ferro, che sembra la storia di un Pinocchio del futuro tra un robot bambino atomico e un anziano scienziato. Entrambi i personaggi avevano a che fare con l’energia nucleare, ed entrambi inizialmente portavano con sé un senso molto critico nei confronti di essa. Eppure, in seguito, divennero le operazioni mediatiche pro-nucleare più efficaci di ogni altra promozione. Questi due “eroi” riuscirono a “contaminare” profondamente il nostro immaginario con l’idea positiva del nucleare. E la massa non se ne accorse. Infatti, da piccoli, la parola “atomo” era per noi inevitabilmente legata a questo simpatico robot bambino o al mostro buono, che non suscitavano in noi alcun senso di timore. “Atomo” significava potenza, progresso e giustizia. Se oggi l’industria robotica giapponese è all’avanguardia, è proprio perché molti ingegneri robotici sono cresciuti guardando Atom in televisione. Forse qualcuno non lo sa, ma il Godzilla originale non è un prodotto hollywoodiano, è una creazione giapponese del 1954: la parola “Godzilla” nasce infatti dalla fusione tra “gorilla” e “kuzira”, che significa “balena” in giapponese. Il film originale Godzilla raccontava la storia di un terribile mostro nato (o risvegliato) nel Sud Pacifico a causa della sperimentazione della bomba all’idrogeno, una creatura demoniaca che nella sua avanzata inarrestabile arriva a distruggere il Giappone. Il mostro era chiaramente una metafora legata al terrore delle armi nucleari e alle ombre incombenti dell’America minacciosa. L’impatto sul pubblico fu enorme (9.610.000 spettatori), e nei decenni che seguirono ci furono ben 27 sequels. Ma a partire dal quinto film del 1964, il carattere del mostro cambiò radicalmente. Diventò buono. Un grande mostro buono, amico dei bambini, che combatte contro mostri cattivi per proteggerci. La metafora fu completamente capovolta. La popolarità di Godzilla in seguito cominciò a calare, ma parallelamente aumentò la diffusione delle centrali nucleari in ogni angolo del Giappone. Godzilla marginalizzato, il nucleare concretizzato. Astro Boy (Atom dal braccio di ferro), di Osamu Tezuka, dal 1952 Atom fu invece la creazione del leggendario maestro di manga Osamu Tezuka, che iniziò a pubblicarlo come manga dal 1951. Il manga originale non mancava mai di fare un accenno alla problematicità della convivenza tra la tecnologia e l’uomo, e di certo non era un omaggio all’energia nucleare. Si sentiva la presenza di una chiara consapevolezza del pericolo rappresentato dalla potenza dell’atomo. Eppure, quando fu lanciato come primo cartone animato giapponese della storia della televisione (dal 1963, un successo fenomenale con uno share che raggiunse addirittura il 30%!), questo senso critico si ritirò sullo sfondo e il personaggio di Atom fu separato definitivamente dall’immagine della bomba atomica, proprio come se l’energia nucleare non avesse niente a che fare con la bomba atomica. Infatti noi bambini pronunciavamo tranquillamente il nome del personaggio, Atom, o addirittura lo imitavamo, senza minimamente pensare alla terribile potenza catastrofica della bomba atomica. Anche perché non venne utilizzato il termine giapponese ghenshi (atomo), ma rimase la parola inglese atom in traslitterazione giapponese (アトム), per allontanare ulteriormente il nome del personaggio dal suo vero significato. Nessuno fece questa associazione, tanto meno noi bambini. Malgrado la volontà originale dell’autore, il cartone animato Atom fu uno strumento perfetto per cancellare nell’immaginario popolare (soprattutto infantile) il legame tra l’atomo e la bomba. Vi sembrerà uno stupido scherzo, una orribile beffa, ma la sua efficacia fu davvero “atomica”. Riuscì a contaminare la mente di 100 milioni di giapponesi dell’epoca. Quando cresci per anni con il Godzilla buono e Atom in versione cartone animato, il tuo immaginario infantile finisce inevitabilmente saturo di accezioni positive dell’atomo e del nucleare. L’energia nucleare diventa amica ed è qualcosa di forte, coraggioso, e ti sembra giustissima, proprio come il personaggio Atom. Quindi di notte, quando chiudi gli occhi, anche se sogni l’atomo non ti fa più paur

martedì 21 luglio 2015

Italia: la lotta contro la riforma della scuola

by Donato Romito - Alternativa Libertaria/FdCA ---------------------------------------------------------------------------------- Difesa sindacale e Contratto Nazionale Quella dei lavoratori della scuola è una dimostrazione di unità, di coesione e di combattività della categoria che si sta auto-organizzando in ogni scuola per cercare di fermare il progetto autocratico in corso. -------------------------------------------------------------------------------- Nelle scuole di tutta Italia si è svolto il blocco degli scrutini con percentuali altissime di adesione. Si è trattato di una dimostrazione di irriducibilità conseguente allo sciopero unitario del 5 maggio scorso. I lavoratori e le lavoratrici della scuola e le loro organizzazioni sindacali stanno cercando di manifestare il loro dissenso rispetto ad una riforma della scuola che, passata alla Camera, attende ora l'approvazione del Senato. Ma la posta in gioco non è solo il ritiro degli articoli più contestati, quali quelli dei diritti alla titolarità della sede o dei poteri del superdirigente scolastico. Il ddl 1934, approdato al Senato il 22 maggio scorso, è portatore di un'insidia che potrebbe travolgere qualunque capacità contrattuale nel comparto scuola, con conseguente distruzione del CCNL, come già accaduto nel settore privato col Jobs Act e legislazioni precedenti. L'art.22 del ddl-scuola, ora all'esame della settima commissione del Senato, una volta approvato, affiderebbe al governo il potere di regolare tutto il rapporto di lavoro dei docenti e del personale ATA tramite l'emanazione di semplici decreti legislativi. I quali riguarderanno non solo la parte normativa (orario di lavoro, permessi, assenze...) ma anche il sistema delle retribuzioni. In questo modo ci sarebbe la cancellazione della contrattazione collettiva ed il governo avrebbe il potere di imporre unilateralmente - per legge - condizioni peggiorative del rapporto di lavoro, senza nessun intralcio. Giunge così a maturazione un processo iniziato nel 2009 con la legge 15 (nota come legge Brunetta), la quale aveva tolto alla contrattazione collettiva nel Pubblico Impiego la possibilità di derogare le norme di legge. Il famigerato dlgs 150/2009 aveva poi previsto che nei CCNL si sostituissero alle clausole difformi le norme di legge con cui erano prima in contrasto. Tuttavia erano rimasti margini di contrattazione collettiva sulle retribuzioni e sull'orario di lavoro. Oggi, invece, il governo Renzi intende avocare a sè il potere di rivedere tutta la normativa che regola il rapporto di lavoro sul PI, scuola compresa. E', infatti, il caso di rilevare che - sempre al Senato - è al vaglio dei senatori un altro progetto di legge che porta il numero 3098, col quale si intende smantellare il dlgs 165/2001, noto anche come Testo Unico del Pubblico Impiego, il quale prevedeva con un'azione di delegificazione che le parti delle leggi o regolamenti o statuti derogati dai contratti collettivi non fossero più applicabili e sul quale era già intervenuta la Legge Brunetta. E su cui interviene anche questo progetto di legge prevedendo deleghe al governo per riscrivere il Testo Unico. Il combinato del progetto di legge 3098 con il ddl 1934 sulla scuola proiettano nell'immediato futuro un nuovo scenario caratterizzato dalla rilegificazione del rapporto di lavoro con conseguente cancellazione delle attuali tutele contrattuali. Nei prossimi anni, gli orari di lavoro, l'organizzazione del lavoro e le retribuzioni sarebbero dunque stabiliti unilateralmente per legge e quindi sottratti alla contrattazione ed alla titolarità su di questa da parte dei lavoratori della scuola e del Pubblico Impiego. Quella dei lavoratori della scuola è dunque una dimostrazione di unità, di coesione e di combattività della categoria che si sta auto-organizzando in ogni scuola per cercare di fermare il progetto autocratico in corso.

E' uscito Alternativa Libertaria, giugno 2015

E' uscito l'ultimo numero di Alternativa Libertaria, foglio telematico di Alternativa Libertaria/FdCA. Il foglio può essere scaricato dal sito della federazione in formato PDF (682 kb), per facile stampa e distribuzione. Gli articoli di questo numero: Economia: Contrastare le tendenze alla concentrazione del potere economico e del potere politico I processi di concentrazione del potere economico e del potere politico si sono dispiegati a livello europeo ed ora italiano con un'incidenza sempre più ampia ed acuta sulle condizioni sociali di milioni di lavoratori salariati e di lavoratori interinali, sottopagati e desindacalizzati. Ben presto (giugno), alle autocratiche istituzioni europee garanti della crisi di ristrutturazione capitalistica in atto verrà messo a disposizione un programma di controllo dell'economia noto come Capital Market Union. Si tratta della costruzione di un mercato unico dei flussi finanziari, in cui non sono più previste barriere che blocchino gli investimenti transnazionali all'interno dell'eurozona. Si avvia a compimento il passaggio da un capitalismo a base prevalentemente nazionale a un capitalismo mondializzato o transnazionale, fortemente integrato soprattutto a livello europeo e euro-statunitense... Ambiente: A volte ritornano Il governo Renzi ha realizzato un meccanismo subdolo che rilancia le privatizzazioni e la mercificazione dei beni comuni, a partire dall'acqua, e lo ha fatto tramite lo Sblocca Italia e la legge di stabilità, sul finire del 2014. Con il primo impone ai Comuni l'obbligo di aggregare le società del servizio idrico per arrivare ad un gestore unico per ogni ambito territoriale ottimale, spesso coincidente con il territorio regionale, mentre con la seconda rende sempre più onerosa la gestione pubblica dell'acqua e spinge gli enti locali a privatizzare, permettendo loro di spendere fuori dal patto di stabilità i soldi ottenuti dalla cessione delle proprie quote ai privati... Scuola: Nella scuola Nelle scuole di tutta Italia si è svolto il blocco degli scrutini con percentuali altissime di adesione. Si è trattato di una dimostrazione di irriducibilità conseguente allo sciopero unitario del 5 maggio scorso. I lavoratori e le lavoratrici della scuola e le loro organizzazioni sindacali stanno cercando di manifestare il loro dissenso rispetto ad una riforma della scuola che, passata alla Camera, attende ora l'approvazione del Senato. Ma la posta in gioco non è solo il ritiro degli articoli più contestati, quali quelli dei diritti alla titolarità della sede o dei poteri del superdirigente scolastico. Il ddl 1934, approdato al Senato il 22 maggio scorso, è portatore di un'insidia che potrebbe travolgere qualunque capacità contrattuale nel comparto scuola, con conseguente distruzione del CCNL, come già accaduto nel settore privato col Jobs Act e legislazioni precedenti... Internazionale: Özgür Kazova: un altro lavoro è (già) possibile L'occupazione della Kazova è uno dei simboli delle proteste di Gezi Park del 2013. La Özgür Kazova (Kazova Libera) sta lottando per sopravvivere, e trasformarsi in una nuova esperienza di lavoro autonomo e insubordinato, economia solidale, e riformulazione dei rapporti di produzione e vendita in un settore - quello tessile - che, essendo il cuore dell'economia turca, è anche al centro del sistema di sfruttamento e di concentrazione di capitali e repressione... Lavoro: Nuove compagnie, vecchi copioni Non è una novità legger la notizia che una fabbrica, vedi Nuova Infa di Aviano del Gruppo Sassoli, ceda un ramo di azienda per formare una nuova compagnia, la Sigma Re. Come non è nuovo che in queste fusioni una parte dei lavoratori siano dichiarati in esubero. Probabilmente suona anche familiare che si costringano i 40 lavoratori in esubero a firmare la rinuncia all'impugnazione del licenziamento, pena il non mantenimento del resto degli occupati, ovvero 52 tra operai e impiegati... Alternativa Libertaria / FdCA Scarica e stampa Alternativa Libertaria QUI Link esterno: http://www.fdca.it

giovedì 28 maggio 2015

Il grande passo indietro delle donne dell’Est - Le monde diplomatique 14 maggio 2015

14 maggio 2015 Le monde diplomatique Il grande passo indietro delle donne dell’Est A 25 anni di distanza, la vita quotidiana delle donne tedesche continua a essere caratterizzata dalle diverse concezioni del loro ruolo da una parte e dall’altra del Muro. di Sabine Kergel ( Sociologa, ricercatrice all’Università libera di Berlino). La maggior parte dei sociologi aveva pronosticato che la vita delle donne all’Est e all’Ovest si sarebbe armonizzata nel breve e nel medio termine, grazie al processo di unificazione; troppo ottimisti? Per esempio, nel 2007 solo il 16% delle madri di bambini fra i 3 e i 5 anni lavorava a tempo pieno nell’Ovest del paese, contro il 52% all’Est. E, anche se il tasso di natalità dell’ex Repubblica democratica tedesca (Rdt), è ormai basso come quello dell’Ovest, rimangono forti disparità. Anche quanto a percentuale di bambini nati fuori dal matrimonio: nel 2009, il 61% nella parte orientale, contro il 26% nella parte occidentale. La popolazione femminile dei nuovi Länder è stata particolarmente colpita dagli sconvolgimenti sociali e politici provocati dall’unificazione. Nella Rdt le madri, al contrario di quelle della Repubblica federale di Germania (Rft), conciliavano senza problemi vita familiare e vita professionale. L’assorbimento dell’Est da parte dell’Ovest ha provocato un vertiginoso aumento del loro tasso di disoccupazione e ha stravolto modi di vivere, progetti, fiducia in se stesse. In tutta la Germania, come altrove in Europa, il tasso di attività delle donne era notevolmente cresciuto dopo gli anni 1950, ma l’evoluzione nella Rdt era stata senza paragoni con quella dell’Ovest. Alla fine degli anni 1980, il 92% delle tedesche dell’Est occupava un lavoro, contro il 60% delle loro vicine occidentali. E l’uguaglianza era evidente, un caso quasi unico al mondo. Mentre a Ovest le donne orientavano i loro progetti di vita secondo schemi ancora molto impregnati dell’immaginario familiare e patriarcale tradizionale, all’Est la loro indipendenza economica nei confronti del marito era praticamente naturale. La caduta spettacolare della natalità verificatasi nella Rdt nel corso degli anni 1970 indusse il regime a introdurre diverse misure per incitare le donne attive a procreare, con uno sforzo particolare a favore di madri sole o divorziate. Talvolta messa in ridicolo per la sua giustificazione ideologica (aumentare i membri di una «società socialista»), questa politica permetteva di armonizzare progetti professionali e compiti genitoriali. Invece, dall’altra parte del Muro la condizione di madre portava spesso con sé privazioni, addirittura un pericoloso avvicinamento alla povertà, soprattutto in caso di divorzio o di abbandono da parte del coniuge. Niente di strano, dunque, che le donne della ex Rdt abbiano spesso percepito la riunificazione come una minaccia alle loro condizioni di vita. Attraverso l’inedita esperienza della disoccupazione, è crollato un sistema di valori fino ad allora ritenuto ovvio. «All’agenzia dell’impiego, quando dici “sola con due bambini”, non sanno di cosa stai parlando. L’addetta seduta di fronte a me non mi ha neanche rivolto uno sguardo, niente, racconta Ilona, madre single ed ex commessa a Berlino Est. Riempie il modulo, in fretta, e poi fuori e avanti il prossimo.» Nella Rdt le donne vivevano sotto la protezione di uno Stato onnipotente che manteneva il padre e la famiglia in una funzione sociale subalterna. La socializzazione dei bambini, sotto l’egida delle istituzioni, avveniva in gran parte fuori dalla cellula familiare. Questo attaccamento all’autonomia non è scomparso con il Muro. Una protezione sociale affidabile, condizione essenziale per l’uguaglianza dei diritti Uno studio condotto presso berlinesi disoccupate agli inizi degli anni 2000 rivelava modalità di rapporto molto diverse con il lavoro e i bambini. Tutte le donne consideravano questi ultimi come un elemento centrale della loro esistenza, ma quelle che venivano dall’Ovest davano loro più importanza che al lavoro. Benché coscienti delle difficoltà in agguato, tendevano a vedere la mancanza di occupazione come un’occasione per giocare appieno il proprio ruolo di madri. Al contrario, le berlinesi dell’Est mettevano in primo piano l’istruzione e la realizzazione dei propri progetti professionali, ritenendo che se avessero ritrovato un lavoro, i bambini sarebbero cresciuti in condizioni migliori. Essendo «più a proprio agio» nella condizione di lavoratrici, avrebbero assolto meglio anche il ruolo materno. Esse consideravano l’autonomia un elemento positivo per sé e per tutta la famiglia. Le madri di Berlino Ovest ritenevano in generale che nessuno più di loro fosse in grado di prendersi cura dei loro figli. Pur riconoscendo l’utilità di nidi e asili d’infanzia, tendevano ad avere problemi con gli orari troppo stringenti. Al contrario, per le madri di Berlino Est, abituate agli orari più flessibili della Rda, l’accesso ai nidi d’infanzia era un fattore cruciale, tanto più che i datori di lavoro ne tenevano conto nella loro politica di assunzioni. Nel 2000, Anna, commessa disoccupata di 28 anni, non nasconde la sua collera davanti ai rifiuti a ripetizione che incassava per la sola ragione di essere una madre sola. «Ti ripetono di continuo: “Che cosa? Ha due bambini? Ah ma allora non è possibile.” Quando gli spiego che ho trovato il modo di sistemarli, fanno comunque orecchio da mercante.» E poi l’eterno sospetto che potrebbe fare altri figli: «Eppure non ci sono molte possibilità che io rimanga di nuovo incinta. L’ho detto a un tipo, di recente: non farò un altro figlio, ne ho già due, stia tranquillo». Ai tempi della Rdt una dichiarazione simile all’ufficio di collocamento sarebbe stata inconcepibile. Tutte le madri dell’Est in cerca di lavoro hanno dovuto dunque abbozzare, convincere che accettavano le nuove regole del gioco, sopportare l’umiliazione di vedersi infliggere questo trattamento. Per le berlinesi dell’Ovest, al contrario, sono soprattutto le crescenti esigenze del mercato del lavoro a essere un problema. Paula, 36enne madre single disoccupata, aveva fatto domanda per un lavoro a due passi da casa. «Era perfetto. Avrei dovuto scrivere al computer, rispondere al telefono, occuparmi dei clienti, ecc. Ma poi la direttrice mi ha detto: “È possibile che talvolta le chiederemo di lavorare quaranta ore o di venire nel week-end.” Ho risposto che per me sarebbe stato molto difficile, che volevo lavorare trenta ore, come nelle mie precedenti occupazioni. Non l’avessi mai detto! Si è messa a urlare, era fuori di sé. Con tutta la disoccupazione che c’è in giro, mi diceva, avrei dovuto ritenermi fortunata. E mi ha chiesto che effetto faceva essere un’assistita, una parassita che viveva a spese della società.» Paula si chiede: «Io non chiedo di meglio che lavorare, ma che cos’è una società nella quale bisogna affidare a qualcun altro i bambini dall’alba al tramonto?». Per le madri di Berlino Ovest la disoccupazione è un’opportunità Secondo le sociologhe Jutta Gysi e Dagmar Meyer, «il risultato più positivo della politica familiare nella Rdt era l’indipendenza economica ottenuta dalle donne. È qualcosa di inimmaginabile oggi. Avevano certo un salario del 30% inferiore a quello degli uomini, perché erano sovente destinate a incarichi meno qualificati, e in questo senso la loro condizione non brillava, cosa che a volte si tende a dimenticare. Ma non conoscevano la paura di perdere l’alloggio o di non trovare posto al nido, perché potevano contare su una protezione sociale solida e affidabile. È una condizione importante per l’eguaglianza dei diritti, forse la condizione essenziale» (3). Con un simile retaggio, Edeltraud, cuoca di 28 anni, sposata e madre di due bambini, vive molto male le leggi sociali attuali e la dipendenza dal marito. «Si diventa dipendenti dal proprio partner, dipendenti dal denaro che decide di darci, dipendenti da come lo Stato valuta tutto ciò. Se decide di cancellare gli assegni, è così, punto e basta. Ci si ritroverà con l’emicrania, perché i soldi, questi maledetti soldi, è un discorso che ritorna sempre e non ci si può fare nulla.» Il modello tedesco-orientale di uguaglianza fra uomini e donne è scomparso con il Muro, ma dopo 25 anni, continua a plasmare la considerazione che le madri della ex Rdt hanno di sé e del proprio ruolo sociale. Sabine Kergel (1) Si legga Michel Verrier, «Una crisi demografica che viene da lontano », Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2005. (2) Joshua Goldstein, Michaela Kreyenfeld, Johannes Huinink, Dierk Konietzka, Heike Trappe, «Familie und Partnerschaft in Ost-und Westdeutschland», Istituto di ricerche demografiche Max-Planck, Rostock, 2010. (3) Jutta Gysi, Dagmar Meyer, «Leitbild: berufstätige Mütter – DDR-Frauen in Familie, Partnerschaft und Ehe», in Gisela Helwig, Hildegard Maria Nickel, Frauen in Deutschland 1945-1992, Akademie Verlag, Berlino, 1993. (Traduzione di Marinella Correggia) Dallo Stato sociale al lavoro forzato Il 14 marzo 2003, poco dopo l’inizio del suo secondo mandato (2002-2005), il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder presenta al Parlamento l’Agenda 2010: un insieme di riforme che riguarda in particolare le pensioni (aumento dei contributi da versare e dell’età pensionabile, che passa da 63 a 65 e poi a 67 anni) e il mercato del lavoro. Quest’ultimo ambito, affidato a Peter Hartz, direttore del personale per Volkswagen, mira a smantellare il sistema di protezione sociale e a sviluppare la precarietà per «attivare» i disoccupati. Hartz I – gennaio 2003 Creazione di agenzie di lavoro interinale private o pubblicoprivate per i servizi; liberalizzazione del lavoro interinale; restrizione del diritto da parte dei disoccupati di rifiutare un’offerta di lavoro. Hartz II – gennaio 2003 Promozione dello sviluppo di lavori complementari a basso reddito, i «mini-jobs» – pagati meno di 400 euro al mese (450 en 2013) – e i «midi-jobs» – pagati da 400 a 850 euro-, che beneficiano di esoneri dai contributi sociali e sono destinati in primo luogo ai disoccupati poco qualificati. Sostegno all’autoimprenditoria. Hartz III – gennaio 2004 Ristrutturazione dell’Ufficio federale del lavoro, che adotta una gestione per obiettivi con la valutazione delle performance di ogni agenzia locale. Hartz IV – gennaio 2005 Riduzione della durata dell’indennità di disoccupazione da 32 a 12 mesi; rafforzamento dei controlli. Dopo un anno, il disoccupato dipende dall’aiuto sociale (che si somma con l’indennità di disoccupazione di lungo periodo). Il suo ammontare, in proporzione alle risorse, parte da un plafond inferiore ai 350 euro mensili. I «beneficiari» hanno l’obbligo di accettare i «mini-jobs» e i «lavori a 1 euro» (Ein-Euro Jobs, pagati da 1 a 1,25 euro all’ora per 15-30 ore settimanali). A dieci anni dalla legge Hartz IV, il 1° gennaio 2015, il governo ha introdotto un salario minimo orario di 8,5 euro lordi. Gli imprenditori aggirano la norma in massa.

mercoledì 4 febbraio 2015

MEGLIO FISCHI CHE FIASCHI

riceviamo e volentieri pubblichiamo iniziativa libertaruia e radicale del compagno Michelazzi Claudio ................................................ Campagna di sensibilizzazione abuso di alcol e somministrazione indiscriminata. Questa campagna nasce con l'intento di portare alla luce tematiche, conflitti e manifestazioni di disagio, strettamente legati ad uno dei principali problemi che investono le comunità dell'area dolomitica e bellunese: l'abuso di alcol e la somministrazione, spesso indiscriminata e senza freno, di bevande alcoliche a minori e a soggetti visibilmente alterati o con disabilità. Basta tacere. guardiamoci negli occhi e parliamo del problema. La conoscenza genera ulteriore conoscenza e ulteriore consapevolezza. Più siamo e meglio sarà per il nostro futuro. Claudio Michelazzi Per aderire: E-Mail: claudiomichelazzi@gmail.com Cell. 3498351636 Alcol: danni da abuso Danni al fegato L'organo più danneggiato dall'abuso di alcol è il fegato, poiché come abbiamo visto, è il principale deputato alla sua metabolizzazione. Con un crescendo di effetti negativi, possono quindi insorgere: steatosi epatica o fegato grasso (importante accumulo di trigliceridi a livello epatico), condizione reversibile se l'individuo smette di bere. Se il soggetto continua ad abusare di alcol la steatosi finisce col compromettere la funzionalità del fegato, a causa del manifestarsi di un processo infiammatorio che prende il nome di epatite alcolica. Con il passare del tempo tale condizione può evolversi in senso negativo dando origine ad un processo fibrotico (cicatriziale), comunemente noto come cirrosi epatica. Tale malattia, assolutamente irreversibile e progressiva, può causare, anche se non necessariamente, epatocarcinoma, cioè la comparsa di un tumore al fegato. Per approfondire: steatosi alcolica, epatite alcolica Altri Danni dell'alcool Altri danni: denutrizione (l'alcolista spende tutte le sue risorse energetiche per consumare alcol e, dal momento che questa sostanza è estremamente calorica, mangia poco, introducendo pochi nutrienti). Avitaminosi, sia per ridotta assunzione di verdura e frutta fresca, sia per ostacolo diretto dell'alcol all'assorbimento delle varie vitamine. Infiammazione a carico di vari distretti del tubo digerente: esofagite, gastrite, pancreatite. Cardiopatia alcolica (dilatazione delle cavità cardiache, riduzione della gittata). Alterazioni della sessualità (calo della libido, infertilità, impotenza). Tumori del tubo digerente (cavo orale, esofago). A tal proposito è bene ricordare che questi effetti dannosi sono sinergici con quelli del fumo. L'alcol, infine, è deleterio anche per il feto. I figli di donne alcoliste hanno elevata probabilità di soffrire di sindrome fetale alcolica (deficit mentale, microcefalia e malformazioni cardiache). Per approfondire: alcolismo ed ipovitaminosi, alcol e gastrite, alcol e gravidanza Dipendenza e sindrome da astinenza L'alcolismo ha una base genetica; esiste, cioè, una predisposizione individuale al consumo di alcol. La dipendenza è caratterizzata da queste condizioni e comportamenti: maggiore tolleranza nei confronti dell'alcol; sintomatologia da astinenza se si interrompe l'assunzione di alcolici; assenza di controllo sul livello di assunzione; ricerca di alcol come priorità; sospensione di ogni altra attività per bere; prosecuzione del consumo di alcol malgrado i danni fisici e psichici. Dopo una parziale o totale astensione dall'alcol compare la sindrome da astinenza, caratterizzata da una vasta sintomatologia: tremori, nausea, vomito; sudorazione profusa; ansia, insonnia; allucinazioni, sia visive che uditive; confusione con disorientamento spazio-temporale; disartria, atassia (difficoltà di articolare le parole e di coordinare in modo armonico i vari movimenti); convulsioni (12-48 ore dopo la sospensione); DIVIETO DI VENDITA BEVANDE ALCOLICHE AI MINORI: nuove regole per bar e negozi Nel 2012 sono state apportate sostanziali modifiche sia al regime di vendita che di somministrazione di bevande alcoliche rivolte ai minori (ove per somministrazione si intende vendita per il consumo sul posto). Il legislatore ha infatti inteso rafforzare il preesistente divieto di somministrazione da parte di un esercente un’osteria o altro pubblico esercizio di bevande alcoliche a un minore di anni sedici o a infermo di mente, già previsto dall’art. 689 del codice penale e sanzionato con una pena dell’arresto fino ad un anno, prevedendo una tutela anche per i minori di anni 18. La Novità: Per i minori di anni 16: - L’esercente che, somministrando alcol ai minori di 16 anni o a infermi di mente, commette tale reato più di una volta sarà soggetto anche ad una sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 a 25.000 euro con la sospensione dell’attività per tre mesi; - La stessa pena (arresto fino a un anno) è prevista anche per chi pone in essere una delle citate condotte attraverso DISTRIBUTORI AUTOMATICI che non consentano la rilevazione dei dati anagrafici dell’utilizzatore mediante sistemi di lettura ottica dei documenti, a meno che non ci sia presente personale incaricato a effettuare tale controllo. Per i minori di anni 18: - Il DIVIETO DI SOMMINISTRARE bevande alcoliche è esteso anche ai minori di anni 18; fermo restando la violazione penale nel caso i consumatori siano minori di anni 16, chiunque somministri bevande alcoliche a ragazzi di età compresa tra i 16 e i 18 anni soggiace ad una sanzione amministrativa pecuniaria da 250 a 1.000 euro; se il fatto è commesso più di una volta si applica la sanzione da 500 a 2.000 euro con la SOSPENSIONE dell’attività per tre mesi; - Sempre per i minori di anni 18 è ora introdotto il DIVIETO DI VENDITA di bevande alcoliche: la sanzione amministrativa è sempre la stessa (da 250 a 1.000 euro; se il fatto è commesso più di una volta si applica la sanzione da 500 a 2.000 euro con la SOSPENSIONE dell’attività per tre mesi). E’ utile inoltre evidenziare che chiunque vende o somministra bevande alcoliche (il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiarito che il termine “vendere” deve essere interpretato come “fornire, mettere a disposizione” sia in un bar che in un negozio) ha l’obbligo di chiedere all’acquirente, all’atto dell’acquisto, l’esibizione di un documento di identità, tranne nei casi in cui la maggiore età dell’acquirente sia manifesta.

martedì 27 gennaio 2015

(DIBATTITO POST MANIFESTAZIONE ANTINAZIFASCISTA DI CREMONA DEL 24 GENNAIO 2015 )Ci giriamo attorno, come condor. - tratto dal profilo FB del CSOA Scurìa

Ci giriamo attorno, come condor. Più che la fame, poté l’imbarazzo. Di essere i primi a parlare. Ad affondare il becco aguzzo nella carne appetibile della carcassa. Perché quel che andiamo ad afferrare, è carne di noi stessi. E ci fa specie. Cremona è stata un fallimento. Oltre le fiamme rosso vivo dell’incendio in cui vorremmo perennemente bruciare le nostre esistenze, oltre la prova di forza che trasuda impotenza, Cremona è stata un fallimento. Ci immedesimiamo. Lo facciamo sempre. Perché oltre l’immedesimazione, c’è il grigio a perdita d’occhio della burocrazia, del calcolo, dell’opportunismo. E le cose, per capirle o capirle un po’ meglio, dobbiamo sentirle. Sulla nostra pelle. Come un taglio profondo. Perché ogni compagno aggredito è nervi dei nostri nervi. Fuor di retorica. Se fossimo stati aggrediti noi, in sessanta contro otto, avremmo valutato due opzioni. E due soltanto. Avremmo deciso. Se allargare alla città, addirittura alla nazione, il compito di offrire i propri corpi, il tempo, a difesa del nostro progetto. O rispondere occhio per occhio, perpetrando quella guerra fra bande che è nel nostro dna, a perenne monito del trasformismo tattico. Nel primo caso, avremmo coinvolto. Raccolto i frutti del seminato. Allargato, per forza di cose, a gente diversa, differente da noi. SEL, Rifondazione, l’Anpi, l’Arci, la Cgil, pezzi del Partito Democratico. Le anime belle, la brava gente sentimentale. Ci saremmo basati sul numero, sulla quantità di antifascisti disposti a metterci la faccia. Sui vecchietti al balcone. Avremmo attraversato il centro, rassicurando gli esercenti e i bottegai, garantendo – a casa nostra – sui compagni e le compagne. Sul loro operato. Alla fine avremmo ringraziato tutti, dal palco. E basta. Nel secondo, avremmo lasciato che la clessidra vuotasse il suo carico di tempo. Un compagno in fin di vita, la rabbia che preme sul sottile strato di pelle che ci divide dall’etere. Non avremmo chiamato nessuno. O, meglio, avremmo chiamato chi di dovere. E, alla scordata, avremmo fatto in modo che i nostri nemici capissero, una volta per tutte, che nessuna offesa – men che meno un tentato omicidio – passa inosservata. La dicotomia tra fascismo e antifascismo – abbiamo già avuto modo di dirlo – è fenomeno residuale. Sganciato com’è dalle dinamiche concrete della vita di tutti i giorni, evaporato in una bolla di teoria che – per quanto valida e vitale per noi – nulla ha a che fare coi bisogni reali, è affare di minoranza. Minoranze. La nostra, da questa parte, e la loro, da quella. Pretendere, ad orologeria, dopo un attacco subito, di travalicare la linea di demarcazione della questione, è già di per sé una scommessa. Cremona è stata un ibrido. A Cremona ci è venuta gente che non si vede in piazza da anni. Gente che – dinanzi alle scadenze di movimento – ha scelto di esaltare il territorio. Gente che affronta l’antifascismo con lo stesso spirito di quei turisti che vanno in Inghilterra a fare gli hooligans, a scadenze bisettimanali. Gente che ritrova il coraggio del riot non appena si allontana di casa, che a casa propria bisogna implorarli per averli sulla barricata. Compagni, per carità. Non siamo certo noi a dover rilasciare patentini di legittimità. E ognuno si muove come meglio ritiene, in questo deserto che più lo si affronta e più si estende. Per noi, per la nostra scelta di antifascismo, decidere di coinvolgere quanta più gente possibile e poi agire da banda è una contraddizione insanabile. Un errore, ai nostri occhi, che avremmo fatto di tutto per evitare. Gli sbirri, le banche, le assicurazioni. Quelli sono nemici sempre. Ma attendere un appuntamento così significativo per dispiegare la nostra forza è un atto che scopre il fianco all’impotenza e alla frustrazione, soprattutto laddove ritiene di dipingersi come possente. I fasci non c’erano. La celere difendeva una saracinesca. La celere non ci ha caricati. Nel fumo dei lacrimogeni è saltato il patto che legava la Cremona antagonista alla città solidale, che aveva risposto all’appello. Perché – e questo dev’essere chiaro – nessuno può permettersi di fare politica prescindendo dal consenso. E nessuno ottiene consenso regalando un pomeriggio di ordinaria guerriglia ad una sonnolente cittadina padana. Pare brutto dirlo, ma è così. Poi, come sempre, è questione di scelte. E se la scelta è stata coscientemente quella di perpetrare lo scontro frontale con gli agenti in divisa in luogo della fascisteria non pervenuta, ben venga. Purché chi organizza sappia a cosa si va incontro. E oggi – ripartiti tutti – il Dordoni è solo. Con mezza Italia – reale e virtuale – che straparla della bellezza delle fiamme, della risposta adeguata, del “giustizia è fatta”. Solo. Con una città delusa e amareggiata. Che non si farà scrupolo a voltargli le spalle, quando sarà il momento. Questione di scelte. Capiamoci: il rivoltoso che vive in ognuno di noi camperebbe sulle barricate. L’adrenalina che scorre a fiotti ed anestetizza, i gas che sballano come tossine in circolo, il peso del casco, il fazzoletto intriso di Maalox, il rischio che esalta, l’epica che guida un passo dietro l’altro, nella direzione sbagliata. Nessun giudizio morale. Va bene così, se l’obiettivo era una notte di fuochi. Ma da militanti politici abbiamo il dovere di guardare oltre. E bloccare il battimani. Perché una cosa è il 15 ottobre, la rabbia degli esclusi che diventa faro per altri esclusi, attira con l’esempio alla linea del fronte dello scontro di classe; altra cosa è l’antifascismo, per tanti semplice argine morale, quando non vessillo costituzionale. In ogni caso, immeritevole di cotanta caciara. E mo so cazzi. Lasciati sul vassoio ai compagni cremonesi, mentre noialtri siamo in giro a raccontarci l’epopea e a postare video, già reduci del 24 gennaio. Questo non certo per dire che dobbiamo piacere a tutti. Ma per ribadire che il fuoco piace a tutti. Ci piace da morire. E che da morire non ci piace spurgare le fogne. Che la logica del giorno di gloria ci sta facendo più male che bene, mentre le città di ognuno di noi – quelle plebee e quelle intoccabili e santificate – hanno tubature a corto di ossigeno. Che necessitano di tecnici e di volenterosi. Un giorno – speriamo non lontano – ci piacerebbe conoscere Emilio. Averlo tra noi, a tavola o al bar. O al mare. Parlare coi suoi e nostri compagni come non siamo riusciti a fare ieri. E raccontare cosa ci ha insegnato Cremona. Che senza costruire, non vale neppure la pena distruggere. tratto dal profilo FB del CSOA Scurìa

domenica 25 gennaio 2015

Pericolose idiozie terzomondiste

tratto da https://photostream.noblogs.org/2015/01/pericolose-idiozie-terzomondiste/ autore Iorcon ----------------------------------------------------------------------------- Pericolose idiozie terzomondiste Lasciano l’amaro in bocca le reazioni di una parte consistente del movimento, italiano e non, ai fatti parigini. Ma le posizioni assunte dall’area post-autonoma e anche da parte del movimento anarchico, sopratutto americano ma anche parte di quello europeo, sono la logica conseguenza di un’errata impostazione di base e di tatticismi di terzo rango, che rivelano il completo vuoto strategico e programmatico di certi soggetti politici. Dalla lettura degli articoli apparsi su Quartier Libres, tradotti e rilanciati in italiano da Infoaut e da Contropiano e dall’osservazione di svariati articoli apparsi su portali anarchici presenti sui social media emerge una totale incapacità di lettura della realtà. I giochi di parole in politichese dei post autonomi rivelano che i soggetti politici coagulati intorno ad Infoaut e Contropiano soffrono di sudditanza intellettuale verso un terzomondismo fuori tempo massimo e completamente dimentico delle profonde modifiche della geopolitica internazionale dalla fine del bipolarismo USA-URSS e dell’unipolarismo statunitense. E rivelano anche una totale dimenticanza, o forse una volontà di nascondere, della storia della lotta sociale e di classe in Europa negli ultimi trecento anni. Senza troppi giri di parole Infoaut afferma, con un’ardito esercizio di relativismo culturale, che la libertà di parola sarebbe una caratteristica della civiltà occidentale. Ora: al di là del fatto che la netta distinzione occidente-oriente è già stata messa in crisi da decenni di post-colonial studies e che forse certi personaggi farebbero meglio a rileggersi testi fondamentali come Orientalismo di E. Said, la libertà di parola non è un a priori della “cultura occidentale”. È una conquista sociale che si è Un fiero rappresentante dei valori della “cultura occidentale”: Roman Ungern von Sternberg. Mica Diderot. affermata tramite le due grandi rivoluzioni di fine settecento, quella americana e quella francese, tramite i moti del 1848, tramite le successive battaglie del movimento dei lavoratori e tramite l’azione di pezzi della borghesia liberale. È una libertà che è stata conquista con il sangue e che è stata difesa con il sangue dall’azione di quelle frazioni più retrive della borghesia che hanno tentata di cancellarla durante il periodo controrivoluzionaro seguente alla prima guerra mondiale e dei moti rivoluzionari della fine degli anni dieci. È una delle conquiste più importanti della lotta sociale ed è un bastione da difendere a qualsiasi costo perchè, banalmente, è quello che permette il mantenimento di spazi di manovra politici ai movimenti rivoluzionari e a tutte le voci critiche. Mettere in discussione questa gigantesca conquista dandola come valore assodato dell’occidente significa semplicemente tirarsi la zappa sui piedi e dimenticare il sacrificio di decine di migliaia di compagni. Leggere nell’articolo “Guerra sporca (di ritorno)”, apparso su Infoaut il 7 gennaio, un passaggio come “Per come l’intendiamo noi, il cuore della satira è di dar fastidio a chi comanda. Esprimersi ironicamente in una vignetta non esenta da un giudizio di valore sul messaggio veicolato. Puntare il dito contro gruppi minoritari e discriminati a causa di precise responsabilità storiche non equivale a mettere alla berlina il potere religioso e culturale egemonico nel proprio paese” da il senso si come chi ha scritto questo pezzo abbia completamente perso la bussola dell’analisi, se non il senno. Intanto chiariamo una cosa, che dovrebbe essere scontata: la satira serve a dar fastidio a tutti. Ed è quello che faceva la satira di Charlie Hebdo. Se non ne siete convinti andate a vedervi qualche video di Carlin o leggetevi il Male. Secondariamente: in Francia, come in tutta Europa, il discrimine non è tra essere musulmani o essere cristiani. È tra essere proprietari dei mezzi di produzione o tra essere degli sfruttati. È tra l’avere accesso a determinate garanzie sociali ed esservi esclusi. Se pensate che essere musulmani sia di per se’ un discrimine andate a farvi un giro nelle boutique degli Champs Elisee o nella city di Londra e fate il conto di quanti musulmanissimi rappresentati delle petromonarchie del golfo vanno e vengono senza che nessuno si sogni di discriminarli. E magari non farebbe male andarsi a rivedere il ruolo da pompieri assunto dalle moschee in tutti le rivolte delle periferie francesi (o inglesi). Magari studiatevi il ruolo avuto dall’associazionismo di stampo religioso nel cooptare fette di popolazione immigrata nei giochi politici. Tipo tutto l’associazionismo musulmano legato al PD in Italia, tanto per non andare lontano. Forse gli estensori di tali perle gauchistes si sono dimenticati di un dato che davamo per assodato già con la Prima Internazionale: la religione, le religioni, sono uno strumento di controllo del proletariato. Se ne volete ulteriore conferma chiedete ai lavoratori di Port Said o di Alessandria, repressi sia dal militarismo egiziano che dalla Fratellanza Musulmana. O chiedetelo ai Cabili, ai Kurdi di Kobane in lotta contro l’IS o ai lavoratori dei campi petroliferi irakeni e iraniani. O, per uscire dal mondo mediorientale, andate a farvi un giro in posti come l’Ohio, massacrato dalla deindustrializzazione e con la maggior presenza di milizie suprematiste cristiane. Nelle banlieus francesi sono presenti delle fette di potere in mano in modo specifico a componenti religiose, più o meno moderato. Sono quelle componenti che fanno opera di mediazione tra i bisogni che emergono dal proletariato e dal sottoproletariato e lo stato francese, ivi comprese le forme di accesso al welfare. Stiamo parlando insomma di una frazione dominata di classe dominante, ma forse questo concetto è un po’ difficile da capire per chi opera una divisione manichea del mondo tra il grande satana atlantista e il resto. Siamo di fronte, insomma, ad una declinazione della logica delirante dello “scontro di civiltà”. E ora veniamo a quei settori di movimento anarchico in preda alla sindrome del “politically correct anarchist lifestyle”. È una sindrome molto grave, compagni, ma siamo certi che con un paio di approfondite immersioni nella realtà avrete delle ottime speranze di guarigione. Intanto bisogna capire una cosa: l’antirazzismo è una questione di classe, ovvero di rapporti sociali, non di rappresentazione mediatica. Accusare un giornale come Charlie Hebdo e compagni come Cabu, Tignous e Wolinsky di razzismo è indicativo del livello di delirio e di confusione portato dalle concezioni lifestyle nel movimento anarchico. Per dirla in maniera brutale: l’antirazzismo da salotto e da borghesi bianchi pentiti non ci interessa. La Capanna dello Zio Tom è stata scritta 150 anni fa e ha fatto il suo tempo. Chi accusa la satira antireligiosa, e vorrei qua ricordare che la lotta antireligiosa è stata ed è una delle più importanti lotte portate avanti dal movimento anarchico e dai suoi compagni di strada del Libero Pensiero, di essere funzionale a un disegno neocoloniale non capisce nulla né di religione né di neocolonialismo né di questioni sociali in genere. Chi porta avanti una posizione simile è il vero portare di una visione neocoloniale che pretende di mettere gli “orientali” (sempre ammesso che questo termine abbia senso, cosa di cui dubitiamo) sotto la propria tutela. Il messaggio che viene lanciato è “poveri negretti ignoranti e minorati, ci siamo noi a difendervi, dall’alto del nostro essere moralmente buoni”. E questo significa dimenticare che sarà il proletariato ad emancipare sé stesso e non delle avanguardie morali o politiche. Significa ignorare completamente la storia delle insorgenze sociali dell’Irak post prima guerra del golfo, represse dalla frazione dominata di classe dominante filo iraniana e dal nazionalismo kurdo del partito di Barzani, lo stesso che pochi anni dopo permetterà all’esercito turco di sconfinare nel Kurdistan Irakeno per reprimere il PKK. Queste prese di posizione “anarchiche” vengono giustificate con un malinteso intersezionismo delle lotte. Ma l’intersezione delle lotte significa riconoscere il dominio ovunque esso si applica: e le religioni del libro nella loro storicizzazione, tolti casi molto particolari, sono costituzionalmente portatrici di una visione autoritaria e dominatrice. L’islam è la religione che viene usata nel mondo mediorientale per fornire una giustificazione teologica al dominio patriarcale, religioso, di classe ed etnico. Pensare di applicare l’intersezionismo fino alla palizzata del proprio cortile e non a tutte le lotte ovunque esse si svolgano è semplicemente folle. E forse si dovrebbe ragionare sul fatto che il coordinamento delle comunità autonome del Kurdistan ha dichiarato pubblicamente e in modo chiaro, netto e deciso, che i morti di Parigi sono come coloro che muoiono combattendo contro le milizie islamiste dell’IS nella difesa del Rojava. Chi ha esteso queste posizioni, quelle degli stantii leninisti italiani o degli anarchici talmente anarchici da potersi permettere di sputare sui cadaveri ancora caldi dei vignettisti di Charlie Hebdo, è un pericolo per la tenuta e l’ampliamento delle lotte sociali. Occorre fare chiarezza immediata e affermare con forza, con le parole e con i fatti, che queste posizioni non possono e non devono avere legittimità nel nostro campo. lorcon

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)