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giovedì 5 marzo 2015

Libera scuola in libero bonus

La “Buona Scuola “ si fa pia ed apre le sue porte alla libera scelta delle famiglie di iscrivere i loro figli alle scuole paritarie, purché si possa contare su detrazioni fiscali. Dunque, anche il Governo Renzi ha deciso di dare il proprio contributo allo storico progetto di trasformazione ed accelerazione del sistema pubblico di istruzione in un sistema integrato composto di scuole pubbliche ed ex-scuole private, trasformate in "pubbliche" con lo status di scuole paritarie. Dalla scuola della Repubblica alla scuola del privato cittadino, storia di un attacco clericale e liberista. (1) 1999 Gli obiettivi strategici ed i passaggi istituzionali di questa trasformazione erano stati delineati in un documento della fine del 1999, intitolato “Scuola Libera!” (sottoscritto fra gli altri dal futuro ministro Moratti, Carlo Bo, Emma Marcegaglia, Angelo Panebianco, Sergio Romano, Cesare Romiti, Marco Tronchetti Provera,…) con la finalità di trasformare il sistema scolastico italiano da istituzione della Repubblica a segmento di un più ampio mercato della formazione regolato dalla dinamica della domanda e dell'offerta. Ecco la ricetta dei firmatari di "Scuola Libera!": •finanziare, non gestire l'istruzione •garantire pluralità di offerte formative, statali e non •pari dignità tra le diverse scuole •abolire il valore legale del titolo di studio •determinare la cifra che lo Stato intende spendere annualmente per l'istruzione di ogni allievo •assegnarla, diversificata a seconda del grado di istruzione, alla sua famiglia, utilizzando bonus o analoghi strumenti •scontare al massimo di un 10% il costo per alunno delle scuole non statali (per tener conto delle spese fisse) 2000 Il parlamento approva la Legge 62 (governo D'Alema) che istituisce il sistema pubblico integrato di istruzione a cui accedono le ex-scuole private religiose e non, ridenominate "paritarie", in perfetta sintonia con alcuni desiderata degli autori di “Scuola Libera!". La legge 62/2000 risultava tuttavia palesemente incostituzionale perché: •sancisce il diritto per le scuole private di ottenere provvidenze statali (violando l'art.33) •dà la possibilità di usare denaro pubblico per pagare prestazioni che si ricollegano all'insegnamento ma non ne costituiscono i tratti essenziali (violando l'art.34) •riconosce alle private la facoltà di avvalersi di prestazioni volontarie gratuite per il 25% del monte ore (violando gli articoli 35, 36,37, 39, 40). Ma tant'è: con quella sottile distinzione tra finanziamento pubblico vietato al momento dell'istituzione di scuole private e finanziamento pubblico consentito una volta avvenuta l'istituzione, utile ad aggirare il divieto costituzionale, la legge 62 iniziava i suoi primi passi. Fase 2001-2006 Sono gli anni della stabilizzazione dei finanziamenti pubblici alle scuole paritarie e delle agevolazioni per le assunzioni. L'art.1, comma 636 della L.296/2006 prevede che ogni anno il Ministro della Pubblica Istruzione emetta un decreto con cui definisce i criteri ed i parametri per l'assegnazione dei contributi alle scuole paritarie, dando priorità alle scuole dell'infanzia (67,2%) e primarie (29,8%) ed infine alle secondarie (1,3%) Fase 2007-2014 Il D.M. del 21 maggio 2007 segna una svolta decisiva nel finanziamento pubblico alle scuole paritarie, riconoscendo anche alle scuole secondarie paritarie un finanziamento a carico dello Stato. Viene così equiparato di fatto il sistema delle scuole paritarie, anche sul piano economico, alle scuole della Repubblica. Dal 2009, i contributi a favore delle scuole paritarie vengono ascritti nel bilancio del MIUR a due distinti capitoli: •Cap. 1299 Somme da trasferire alle Regioni per il sostegno alle scuole paritarie •Cap. 1477 Contributi alle scuole paritarie comprese quelle della Valle D'Aosta Ecco il flusso dei finanziamenti dal 2008 al 2014 (2) Bilancio Cap.1477 Cap.1299 Totale euro % 2008 535400000 535400000 100,00% 2009 401900000 120000000 521900000 97,5 2010 409000000 130000000 539000000 100,7 2011 253000000 245000000 498000000 93 2012 265392773 237291833 502684606 94 2013 258417930 237791833 496209247 93,13 2014 273898626 223000000 496898626 92,8 2015 Lo squasso che provocherà la “Buona Scuola” sta aprendo finestre imperdibili. Si produce in febbraio un pressing verso la piena attuazione della L.62/2000, proveniente sia dai ranghi del PD che dell'opposizione, che dalla stampa cattolica. Il momento appare propizio per correre al salvataggio delle scuole paritarie, in piena crisi di iscrizioni (-30mila nel 2011-12) e di finanziamenti (-42% dal Governo Monti). Viene così ripresa una vecchia idea (mai attuata) del governo dell'Ulivo: quella della detrazione fiscale, con possibilità di detrarre direttamente dalle imposte (non dall'imponibile) le spese scolastiche, andando quindi a credito senza incidere sulla base imponibile, bensì unicamente sul tributo dovuto. In una seconda fase si dovrebbe passare alla fattispecie del bonus erogato direttamente alle famiglie che scelgono una scuola paritaria. Più che citare opportunisticamente la Montessori o Gramsci -come fanno i firmatari della Lettera a Renzi (3)- per rafforzare la cifra di libertà che sarebbe insita in tale scelta, è il caso di rilevare che la primogenitura del bonus spetta -invece- ad economisti quali Milton Friedman, seguito da Friedrich von Hayek e in Italia da Antonio Martino (allievo di Friedman). Scrive Hayek: "Si può provvedere alle spese per l'istruzione generale, attingendo alla spesa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese di istruzione di ciascun ragazzo: buono da consegnare alla scuola da loro scelta (…) Si potrebbe anche auspicare che lo Stato provveda direttamente alle scuole in alcune comunità isolate, dove, perché possano esistere le scuole private, il numero dei ragazzi è troppo basso (e il costo medio dell'istruzione pertanto troppo alto). Ma nei confronti della grande maggioranza della popolazione sarebbe senza dubbio possibile lasciare l'intera organizzazione e amministrazione agli sforzi privati. Da parte sua lo Stato dovrebbe semplicemente garantire uno standard minimo per tutte le scuole in cui potrebbero essere spesi i suddetti buoni. Un altro grande vantaggio sarebbe che i genitori non si troverebbero più davanti all'alternativa o di dover accettare qualsiasi tipo di istruzione fornita dallo Stato o di pagare di tasca propria il prezzo di un'istruzione un po' più cara: se scegliessero una scuola diversa da quelle comuni dovrebbero pagare solo un costo addizionale".(4) Qui enunciati i principi di sussidiarietà (5) e competizione, cari agli economisti liberali antistatalisti, tanto da far credere che il bonus sia una cosa di sinistra. Il bonus ha da tempo trovato applicazione a livello regionale, con un proliferare di legislazione regionale e di iniziative di protesta da parte di chi difende la scuola pubblica e ne denuncia il progressivo sotto-finanziamento. La “Buona Scuola” (6), con annessi provvedimenti di sostegno alla domanda di istruzione nelle scuole paritarie, si inserisce all'interno di questo quadro e delinea una scuola riformata sui principi della personalizzazione e del familismo. Studenti e genitori, trasformati da soggetti di diritto alla formazione in utenti/consumatori di un'offerta impacchettata rischiano di non cogliere più l'interesse collettivo di cui è portatore l'istituzione scuola e di cui essi sono destinatari e protagonisti, per impegnarsi invece nella ricerca del successo personale in studi scelti per un fine particolare e non per conseguire una formazione olistica. Sbrindellata e mercificata così la scuola della Repubblica, non rimane che un'unica scuola in grado di offrire una formazione integrale: è proprio quella scuola religiosa cattolica che si pone come IL luogo della vera formazione spirituale ed intellettuale. Ai laici ed agli anticlericali il compito di ostacolare questi processi. L'associazionismo laico, i sindacati, i comitati dei genitori sono i soggetti a cui spetta l'arduo compito di riorganizzare un'altra possibilità di scuola pubblica, laica e pluralista per tutte/i e di tutti/e. risorse (1) cfr.http://www.fdca.it/laicita/meeting2003.htm (2) cfr. http://www.flcgil.it/files/pdf/20140609/scheda-flc-cgil-lo-stato-dei-contributi-alle-scuole-paritarie-previsti-nel-bilancio-dello-stato-giugno-2014.pdf (3) cfr. http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/E-ora-che-la-parita-scolastica-diventi-concreta.aspx (4) cfr. La società libera, F.A. Von Hayek, ed. Rubbettino, 2007 (5) cfr. http://www.fdca.it/sindacale/sussidiarieta.htm (6) cfr. http://www.cenerentola.info/index.php/dibattiti-e-opinioni/1409-non-c-e-peggior-scuola-della-buona-scuola

mercoledì 19 novembre 2014

NON C'E' PEGGIOR SCUOLA DELLA "BUONA SCUOLA"

In tutte le scuole italiane si è svolta con un certo disagio la consultazione (non vincolante ovviamente) sul piano governativo ormai noto come La Buona Scuola. Non è la prima volta che si fa una consultazione del genere (parodie simili vennero attivate dai ministri Berlinguer, poi la Moratti, poi ancora Fioroni). Allora, sono quasi 20 anni che assistiamo a tentativi governativi di mettere in atto un processo di devoluzione della scuola della repubblica tale da ridurne i costi a standard compatibili con le politiche di bilancio imposte dalla cultura del debito. Il debito, infatti, si appropria non solo del tempo di lavoro attuale dei salariati e della popolazione nel suo insieme, ma esercita una prelazione anche sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso. E non sfugge la scuola. Quella italiana, poi, come monopolio dello Stato, con una presenza ancillare dei privati, tipica dello Stato liberale, non è più utile da tempo alla riproduzione del sistema di valori che si vuole trasmettere né tanto meno alla struttura produttiva e al mercato del lavoro ad essa funzionale. I privati devono poter entrare nel settore della formazione non solo per aprire un altro settore all'investimento privato, e quindi al profitto, ma quali migliori e più coerenti portatori dei "nuovi valori". La formazione diviene insomma un nuovo settore d'investimento suscettibile di produrre profitto sul piano economico per l'investitore (preparazione e formazione funzionale al mercato = disponibilità di spesa per conseguirla) e al tempo stesso laboratorio di sperimentazione dei criteri di differenziazione sociale. Le ragioni per cui il Jobs Act e “La Buona Scuola” si tengono, si ritrovano dunque in alcuni degli aspetti più noti ed evidenti di questi ultimi due decenni: •la precarietà permanente, (nel lavoro, nella vita, nelle relazioni sociali e umane); •la mobilità sul territorio (sradicamento dal contesto socioculturale in relazione ai bisogni produttivi, soppressione dei luoghi aggreganti attraverso la frammentazione delle strutture produttive); •l'individualizzazione del lavoro con assenza di un sistema di sicurezza sociale, diritti attenuati..; •la scomparsa della solidarietà, tra gli individui e le generazioni (soppressione delle garanzie di assistenza sanitaria, di pensione,....). Mentre tutto questo sta(va) accadendo per la notoria perfidia del capitalismo, si avverte a sinistra, con ritardo e qualche imbarazzo, che si è ormai spezzata quell'alleanza tra valore tipicamente illuminista e liberale dell'istruzione laica e statale, dell'educazione tutta borghese alla democrazia e ai valori costituzionali, che poteva rendere possibile un punto d'incontro tra liberalismo e socialismo. I tempi sono dunque maturi per compiere un ulteriore passo avanti nella trasformazione della scuola della repubblica in scuola aperta alle culture particolari, ai gruppi di tendenza; alle appartenenze confessionali, linguistiche, territoriali, a selezione censuaria in nome dell'autonomia delle scuole del e nel...mercato. La Buona Scuola cerca di recuperare il tempo perduto a causa della ormai storica opposizione sociale a tali progetti e imprime un'accelerazione del processo senza neanche tanti infingimenti. I Capitoli 5 e 6 del documento governativo sono al riguardo brutalmente eloquenti. Se la premessa del documento del governo è che il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dalla crisi, ma da una scuola che non forma le persone con le competenze scientifiche richieste dalle aziende, ne discendono prevedibili ricette in salsa aziendalistica. Il famoso sistema duale all'italiana Vale a dire alternanza scuola–lavoro obbligatoria negli ultimi tre anni degli istituti tecnici ed estesa di un anno nei professionali, con monte ore di almeno 200 per anno (facendo 50 giorni da 4 ore sono due mesi, che in un ciclo di studi intero fa..., ma guarda un po'!) con partecipazione di docenti tutor appositamente formati. Dalle e nelle aziende, temiamo. E' prevista la commercializzazione di beni e servizi prodotti dagli studenti e la scuola utilizzerà i ricavi per migliorare l’attività didattica. Come già fanno diversi Istituti Agrari. L'affascinante formula della bottega-scuola, cioè inserire gli studenti in contesti imprenditoriali legati all’artigianato. Infine l'apprendistato negli ultimi due anni della scuola superiore. La didattica laboratoriale (bella definizione, no?, e invece...) Il piano prevede di potenziare i laboratori di tutte le scuole secondarie superiori a partire dal prossimo anno con l’acquisto di nuovi macchinari (stampanti 3D, frese laser, robot,....), ma non si fa cenno di ripristinare né le compresenze con gli insegnanti di laboratorio (eliminate dalla Gelmini), né le molte ore tagliate negli scorsi anni. Ci vorrebbero 100 milioni all'anno. E chi ce li ha? Per cui è necessario coinvolgere le aziende private. Così Impresa e Scuola co-progettano percorsi di formazione, finalizzati alla produzione, cui saranno collegati incentivi economici, possibilmente eliminando i vincoli burocratici (leggi: controlli democratici) che ne rallentano il processo. Ricognizione del lavoro che cambia Prevede la mappatura della domanda di competenze del sistema Paese, orienta i giovani nei settori imprenditoriali del territorio e permette di rivedere ad hoc i curricoli scolastici. Insomma, la scuola appare come funzionale solo alla creazione di lavoratori e non alla formazione dei cittadini. Si prevede un forte intervento, fiscalmente incentivato, di imprese e fondazioni private che diventano protagoniste della “filiera istruzione-orientamento al lavoro”. E' il tentativo neanche tanto celato di sfruttare la forza lavoro gratuita dei giovani riducendo il costo del lavoro per le aziende. Dove sono le risorse? Poiché, come dice il piano del governo, “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola” (pag.124), intervengono le risorse private che “possono contribuire a trasformare la scuola in un vero investimento collettivo” (pag.124). Ma, per fare ciò le scuole devono diventare Fondazioni, così in tal modo potranno gestire le risorse provenienti dall’esterno (la ex-sottosegretaria Aprea dei governi di centro-destra potrebbe chiedere il copy-right ma no,....sarà contenta!!). Le aziende che investiranno nella scuola avranno sconti fiscali e manodopera a costo zero grazie alla alternanza scuola–lavoro, alla bottega-scuola per inserire gli studenti nell’artigianato ed all'apprendistato negli ultimi due anni. Sono previsti anche School Bonus fiscali per le imprese e le fondazioni e School Guarantees, sorta di bonus elargiti se l’investimento nella scuola crea occupazione giovanile. Ma non manca la finanza creativa con il Crowdfunding favorendo forme di microcredito da parte di singoli cittadini (ad es. i genitori), attraverso raccolte di fondi e collette (già oggi scaricabili nella dichiarazione dei redditi); oppure con il Matching Fund, un meccanismo per il quale per ogni euro messo dai cittadini, lo Stato ne metterà a disposizione un altro; ed infine i Social Impact Bond, un meccanismo di finanziarizzazione delle risorse per la scuola. Swaps per la scuola dell'autonomia!? Così buonanotte all'obbligo costituzionale al diritto allo studio. Si scaricano i costi sulle famiglie. Si conta sul finanziamento dei privati in cambio di sconti fiscali e lavoro gratuito e su modelli di finanza creativa, tanto pericolosa quanto ancora piena di nulla. Questo accesso dei privati nella formazione richiede però che, eliminando contrappesi e collegialità, sia ri/costruita la gerarchia interna necessaria alla scuola dell'autonomia con potere d'impresa. I capitoli precedenti che riguardano l'organizzazione del lavoro e della retribuzione meriterebbero dunque una trattazione specifica. Ce n'è abbastanza da scatenare una mobilitazione di massa per tentare di sottrarre ancora una volta la scuola della repubblica ad un ridimensionamento più volte tentato ed ogni volta in parte arginato. Tra i movimenti anti-frana, che cercano di salvare dal dissesto scientemente perseguito alcune delle meritevoli -con tutte le contraddizioni- istituzioni del paese, ci manca ora e tanto quello che per mezzo secolo ha costruito, difeso e lottato per un'altra scuola possibile, laica, egualitaria, di eccellenza, che si prende cura di tutt* e di ciascun* secondo le sue possibilità. Donato Romito * Articolo pubblicato sul n°173 del mensile libertario "Cenerentola", Bologna novembre 2014, www.cenerentola.info. Risorse bibliografiche "Micromega", n°6/2014, Roma agosto 2014 "Il programma minimo dei comunisti anarchici", Quaderni di Alternativa Libertaria, Firenze 1998 "Unicobas", giornale della Confederazione di Base Unicobas, n°75, Roma ottobre 2014 Buona Scuola per chi? - a cura de “Il Sindacato è un'altra cosa-Opposizione CGIL in FLC”, Toscana ottobre 2014 labuonascuola.gov.it Link esterno: http://www.fdca.it oppure http://www.anarkismo.net/article/27628

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)