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lunedì 10 luglio 2017

Petrolio: scisto o sceicchi?

Una vecchia canzone dei Clash  diceva più o meno Sheiks don’t like rock in the casbah”, ebbene dopo il vertice dell’OPEC del 25 maggio  2017 al posto di rock ci potremmo metterci shale….
OPEC e sceicchi
All’indomani del vertice dell’OPEC del 25 maggio scorso a Vienna, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, Khalid al-Falih
Risultati immagini per khalid al-falih
ed il suo collega russo Alexander Novak
Risultati immagini per alexander novak
hanno dichiarato che i tagli alla produzione del greggio verranno prorogati di 9 mesi, fino al marzo 2018, per far risalire i prezzi verso una soglia intorno ai $50 al barile.
Dopo 2 anni e mezzo di tira e molla, l’OPEC sembra aver trovato una strategia di mercato che sembra non tenere conto, però, dell’evoluzione della concorrenza dei produttori americani di shale-oil (greggio da scisto).
Alla sfida estrattiva (veloce ed economica) di greggio (in siti ritenuti in passato non convenienti per un’estrazione tradizionale) tramite il fracking (fratturazione idraulica delle rocce scistose), iniziata circa 10 anni fa, solo nel 2014 l’OPEC aveva risposto prendendo come contromisura l’aumento della produzione per abbassare i prezzi e mettere in difficoltà gli indebitati produttori di shale-oil americani (in perdita con un prezzo sotto i $50 al barile).
Ma mettendo in difficoltà anche membri OPEC e non/OPEC fortemente dipendenti dall’alto prezzo del greggio [Brasile, Venezuela, Ecuador…] e privi delle enormi riserve valutarie di cui dispone ad esempio il fondo sovrano dell’Arabia Saudita ($2000mld).
Opec, nuovi tagli alla produzione: nove mesi in più
L’andamento dei prezzi del petrolio: il rialzo dopo la prima stretta alla produzione Opec (in rosso), è poi svanito. E’ stato necessario aprire a nuovi tagli per far risalire il barile.
(al 9 giugno 2017, $48,3b il Brent e $45,92b il WTI).
Shale-oil/petrolio-da-scisto
La crisi di capitali e debitoria che aveva colpito questo settore a causa dei prezzi bassi è in corso di evoluzione, in virtù della capacità dei produttori di shale-oil di rifornirsi di capitali dai mercati finanziari, tramite strumenti quali i futures (contratti a termine per cui si acquista un bene che sarà disponibile in un futuro predeterminato, vedi futures nell’acquisto di vino Brunello dell’annata xy…) oppure  gli hedge funds (fondi speculativi di investimento ad alto rischio).
La fiducia dei mercati finanziari al settore dello shale-oil trova le sue basi nella prevedibilità del successo dell’attività estrattiva del fracking rispetto a quella più casuale dei pozzi. L’estrazione da scisto è diventata ormai una normale attività industriale programmabile, simile a quella manifatturiera, per cui il settore può contare anche sugli investimenti dei fondi-pensione e dei fondi private-equity (investimenti su società valutate in forte crescita con possibilità di disinvestimento per ottenere plusvalenze dalla vendita delle azioni), interessati più alla remunerazione del capitale investito proteggendo il settore e puntando ad una crescita della produzione, piuttosto che speculare su un ritorno del greggio a un prezzo di $100 al barile.
Secondo l’organismo di authority America’s Commodity Futures Trading Commission, il valore delle transazioni del petrolio da scisto nella tipologia merceologica WTI (West Texas Intermediate) è pari ad 1 mld di barili in futures, più del doppio di 5 anni fa e pari ad 1/4 di quota di mercato rispetto al 16% del 2012.
La schizofrenica politica dell’OPEC, passata da un’iper-produzione della fine del 2016 al taglio della produzione dallo scorso 1 gennaio, ha in realtà depresso il prezzo spot (prezzo corrente di una merce) rispetto al suo valore in futures, alimentando così  una situazione di mercato definita contango, in cui il valore dei futures è superiore al prezzo corrente, consentendo ai produttori di petrolio-da-scisto WTI  di attirare investitori di futures.
Invece, la strategia OPEC di puntare ad un prezzo spot superiore a quello dei futures (situazione di mercato definita come backwardation) per scoraggiare gli investimenti nel petrolio-da-scisto non appare avere per ora effetti degni di nota.
Produzione americana
L’agenzia governativa Energy Information Administration prevede che nel 2018 la produzione di greggio americana sarà di 10 milioni di barili al giorno, al pari con quella russa e saudita.
Il numero dei produttori di shale-oil è salito negli ultimi 10 mesi da 262 a 700.
La stessa agenzia fa sapere che sarà un’impresa dura per i produttori OPEC e non/OPEC ridurre le scorte di greggio alla media degli ultimi 5 anni (si tratta di tagliare 1,8mbg); inoltre, la Libia e la Nigeria (entrambi membri OPEC), esentate dal taglio della produzione per la loro difficile situazione economica, hanno aumentato nettamente la loro produzione [Nigeria +274.000bg in aprile 2017, Libia +800.000bg] vanificando in qualche modo le scelte della loro organizzazione.
graph of estimated petroleum and natural gas hydrocarbon production in selected countries, as explained in the article text
Fabbisogno mondiale
Nel 2016, la domanda mondiale è stata più debole, sia sul versante dei paesi ricchi che su quello dei paesi in espansione come Cina ed India, che stanno usando il petrolio in maniera più efficiente rispetto ad altri paesi sviluppati.
Risultati immagini per roland berger efficiency of oil consumption
Il che rende difficile fare previsioni su eventuali aumenti del prezzo del greggio.
Dipende anche dai produttori di petrolio-da-scisto: carenza di manodopera e di attrezzature potrebbero far crescere i costi di perforazione; tassi d’interesse più alti potrebbero raffreddare l’entusiasmo degli investitori ed un’irrazionale esuberanza del settore potrebbe spingere in alto la produzione con effetto depressivo sui prezzi.
In attesa del 2023 [https://www.youtube.com/watch?v=cOey0Gmpq-0] , quando il petrolio -secondo alcuni autorevoli analisti- sarà un ricordo del passato.
In fondo mancano solo 6 anni!!
Ufficio studi Alternativa Libertaria/fdca
cfr. http://www.cftc.gov/index.htm; https://www.eia.gov/; https://www.rolandberger.com/; The Economist n°9041; Il Sole24Ore; http://www.repubblica.it/economia/2017/05/25/news/opec_petrolio_tagli_estensione-166336428/; http://www.opec.org/opec_web/en/index.htm

mercoledì 7 giugno 2017

YEMEN: UNA GUERRA IMPERIALISTA SILENZIATA di Pier Francesco Zarcone




È di questi giorni la notizia che il governo degli Stati Uniti intenderebbe aumentare l'appoggio militare all'Arabia Saudita nella guerra iniziata da questo paese contro lo Yemen. Per la stragrande maggioranza del grande pubblico la notizia può essere sorprendente, giacché il conflitto in corso nello Yemen è quasi una "non-notizia", a motivo di un silenzio pressoché completo dei mass media nostrani. E soprattutto non è detto che i più ne conoscano le cause.

LO YEMEN DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

Ai nostri fini la sommaria ricostruzione della travagliata e sanguinosa storia dello Yemen può partire dal 1962, quando un golpe militare appoggiato dal Cairo depose l'ultimo monarca, il giovane imam sciita zaydita Muhhammad al-Badr, e venne proclamata la Repubblica. Tuttavia le tribù delle montagne - rifornite dall'Arabia Saudita - continuarono a sostenere il re, con la conseguenza di una sanguinosissima guerra civile in cui intervennero direttamente truppe egiziane (fu il piccolo Vietnam di Nasser). La guerra civile finì al termine degli anni Sessanta (anche a motivo del disimpegno egiziano per la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele) grazie ad accordi tra Il Cairo e l'Arabia Saudita, la quale sostanzialmente "mollò" al-Badr. Quindi la vittoria fu dei repubblicani. Questo per quanto riguarda lo Yemen settentrionale.
Nel Sud controllato dalla Gran Bretagna, che vi aveva costituito una Federazione Araba Meridionale, dal 1963 il Fronte di Liberazione Nazionale (marxista) aveva iniziato la guerriglia contro i Britannici, costringendo infine Londra a concedere l'indipendenza allo Yemen del Sud, dove nel 1967 si costituì la Repubblica Popolare dello Yemen (diventata nel 1970 Repubblica Democratica Popolare dello Yemen), con capitale Aden, che ebbe il primato di essere l'unico Stato comunista del mondo arabo.
Tentativi di unificazione fra le due Repubbliche yemenite risalgono agli inizi degli anni Settanta, ma senza esito fino al crollo dell'Unione Sovietica. Nel 1990 Yemen del Nord e del Sud si riunirono. Un'unione infelice, giacché ben presto i comunisti del Sud si resero conto dell'errore commesso e nel 1994 cercarono di effettuare una secessione. L'esercito rimasto fedele al governo unitario, molto più forte di quello secessionista e appoggiato anche da elementi del Sud, domò la ribellione nel corso dello stesso anno. È interessante notare che i ribelli avevano ricevuto l'aiuto dell'Arabia Saudita che, a prescindere dall'abissale differenza ideologica con costoro, malvedeva l'unificazione yemenita, suscettibile di diventare un polo di attrazione pericoloso per le pretese di egemonia di Riyad sulla Penisola arabica.
A questo punto possiamo saltare fino al presente secolo.

LA RIVOLTA DEGLI HOUTHI

Per capire gli avvenimenti attuali si deve spiegare chi siano gli Houthi e il loro movimento Ansar Allah (italianizzato in Ansarullah), ovvero Partigiani di Dio. Essi fanno parte della consistente minoranza sciita zaydita dello Yemen (un'antica corrente islamica presente solo in questo paese, più affine ai Sunniti che non al resto del mondo sciita, duodecimano e settimano) e prendono il nome dal loro primo comandante militare, Husayn Badr ad-Din al-Houthi. Il movimento Ansar Allah nacque nel 1992, patrocinato dalla famiglia al-Houthi per ridare slancio allo Sciismo zaydita nel paese, ma non solo per questo: erano anche in gioco l'ottenimento di un maggiore spazio per partecipare alla vita politica yemenita e di migliori condizioni per lo sviluppo sociale, nonché il riconoscimento di uno status giuridico per la loro confessione religiosa. Quest'ultimo profilo aveva anche importanti implicazioni economiche in ambito famigliare: ad esempio, per i Sunniti all'erede maschio spetta il doppio della quota della femmina, mentre per gli Houthi l'eredità dev'essere divisa in parti uguali indipendentemente dal sesso degli eredi.
I rapporti col governo yemenita precipitarono dopo l'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 - in quanto gli Houthi si schierarono a favore di Saddam Husayn - e la repressione voluta dal Presidente Abd Allah Saleh portò gli Houthi alla rivolta armata. Essa si inserì attivamente nella più ampia sfera della politica yemenita nel 2011, quando il leader ribelle Abd al-Malik al-Houthi si pronunciò a sostegno del movimento popolare che chiedeva le dimissioni di Saleh. Uscito di scena quest'ultimo alla fine del 2011, l'interim presidenziale fu assunto dal feldmaresciallo Rabbih Mansur Hadi (originario del Sud), che l'anno successivo fu eletto Presidente con mandato biennale - elezioni boicottate dagli Houthi. Contrari alla proroga di un anno al mandato presidenziale, gli Houthi ripresero le armi e nell'autunno del 2014 si impadronirono della capitale yemenita, Sana'a. Rimasto senza sostanziale esito un accordo politico imposto a Hadi, gli Houthi occuparono il palazzo presidenziale, fecero dimettere Hadi, lo imprigionarono, sciolsero il Parlamento e costituirono un Comitato rivoluzionario per governare il paese. A febbraio 2015 Hadi riuscì a fuggire da Sana'a riparando ad Aden, dove si proclamò legittimo Presidente e costituì la sua capitale.
Gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e le monarchie arabe del Golfo dettero il loro appoggio a Hadi. Gli Houthi, oltre a questi nemici, avevano e hanno avversa anche la locale sezione di al-Qaida, che è riuscita a occupare alcune zone nella parte centrale del paese.
Pur non essendo riusciti a occupare Aden, gli Houthi - appoggiati da una parte dell'esercito yemenita, tra cui anche reparti rimasti fedeli all'ex Presidente Saleh - estesero il proprio controllo territoriale, arrivando fino all'importante stretto di Bab el-Mandeb e marciando di nuovo su Aden, si impadronirono dell'aeroporto internazionale e il 25 marzo 2015 costrinsero Hadi a scappare per riparare in territorio saudita.

L'AGGRESSIONE SAUDITA

A stretto giro, cioè il 26 marzo, l'Arabia Saudita annunciò la creazione di una coalizione di Stati sunniti per riportare al potere Hadi, e iniziarono i bombardamenti dello Yemen. La coalizione era nominalmente costituita da Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar, Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan, ma in realtà lo sforzo maggiore fu delle truppe saudite.
Ancora una volta risalta l'assenza di una qualsiasi copertura giuridica (anche se formale o formalistica) a tale intervento bellico. Una coalizione palesemente in funzione anti-iraniana, giacché Teheran - per motivi geostrategici, politico-economici e religiosi - sta ovviamente dalla parte degli Houthi. È chiaro d'altronde che una loro vittoria nello Yemen avrebbe conseguenze pericolosissime per l'Arabia Saudita e le petromonarchie arabe, in quanto suscettibile di ridare slancio alle loro minoranze sciite (nel Bahrein gli Sciiti sono maggioranza numerica) oppresse religiosamente, politicamente ed economicamente. Il che altresì significherebbe un'estensione dell'area di influenza iraniana nella regione. Anche per questo - e benché l'Arabia Saudita sia notoriamente la creatrice e finanziatrice di una vasta rete mondiale di moschee e madrase radicali, brodo di coltura per estremisti di vario genere - pure nella questione yemenita essa gode del concreto appoggio occidentale, e particolarmente di Stati Uniti e Francia. Le coste dello Yemen sono sotto blocco navale della Quinta Flotta yankee, e l'aiuto della Francia consiste in rifornimenti e mercenari attraverso la base militare di Gibuti.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Sulla carta si sarebbe dovuto trattare di un conflitto di breve durata, non foss'altro per la schiacciante superiorità della coalizione saudita. Tuttavia ancora una volta - e almeno finora - viene dimostrato che è illusorio dare per scontata una vittoria sulla semplice base dei numeri; vale a dire non considerando il fattore umano e le sue reali motivazioni. Chi sta resistendo all'aggressione saudita sa perché e contro cosa combatte; è dubbio invece il grado di consapevolezza delle truppe delle monarchie reazionarie arabe o quale sia il loro supporto morale; mentre sappiamo che i mercenari francesi e i piloti statunitensi nelle fila saudite combattono per bonus di circa 75.000 dollari a missione, e il premio dei loro colleghi sauditi consiste in un'automobile Bentley, concessa dal principe Walid bin Talal.
Fino ad oggi la guerra nello Yemen è stata un totale disastro per i Sauditi e i loro alleati, e intanto la regione dell'Hadramaut è diventata un vero e proprio "santuario" per al-Qaida nella Penisola arabica. Gli Houthi e i loro alleati hanno dimostrato un inaspettato grado di resistenza e di capacità di contrattacco, che per la coalizione si sono tradotti in una gran brutta figura a causa delle inutili perdite di militari e di materiali bellici considerati ultramoderni (al riguardo si ricorda che il quotidiano libanese al-Akhbar ha definito Aden «il cimitero dei carri armati AMX Leclerc», di cui sono tanto fiere le Forze armate francesi). E questo non poteva non ripercuotersi sulla tenuta della coalizione stessa. Infatti Pakistan, Egitto ed Emirati si sono defilati alla grande.
Oggi la capacità di rappresaglia yemenita per gli attacchi aerei sauditi consente di effettuare lanci missilistici che raggiungono anche basi militari in prossimità di Riyad, ma ciò non toglie che, nel silenzio degli organismi internazionali, i Sauditi stiano massacrando lo Yemen dal cielo, creando una situazione di emergenza umanitaria assoluta. A essere bombardate sono perlopiù installazioni civili e centri abitati, oltretutto privi di una vera assistenza sanitaria. I profughi interni sono circa tre milioni e almeno 200.000 persone sono scappate all'estero; le necessità di assistenza alimentare sono elevatissime per circa l'80% della popolazione, insieme alla penuria di acqua potabile, elettricità, combustibili e medicine.
A ennesima dimostrazione dell'inutilità delle organizzazioni internazionali sta il fatto che, avendo iniziato l'Onu a imputare all'Arabia Saudita l'uso di armi non convenzionali come bombe a grappolo e armi chimiche - anticamera per un'accusa di crimini di guerra - da Riyad sia partita la minaccia di ridurre i fondi versati alle Nazioni Unite e a tutte le sue agenzie (UNRWA inclusa), nonché quella di far emettere dagli ulema sauditi una fatwa per attribuire all'Onu la qualifica di «nemico dell'Islam».
Tuttavia sull'Arabia Saudita si addensano anche ombre non previste. Notoriamente gli alleati degli Stati Uniti non possono essere mai sicuri della durata del legame con Washington, non sapendo cioè quando verranno malamente e improvvisamente "scaricati", con o senza copertura giuridica. Intanto una copertura giuridica Washington l'ha messa a punto a carico di Riyad: il 9 settembre dello scorso anno il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA), che permette di agire contro l'Arabia Saudita per ottenere il risarcimento dei danni causati l'11 settembre 2001 da terroristi che erano di nazionalità saudita. Danni riguardanti 3.000 morti, l'abbattimento del World Trade Center - valutato in 95 miliardi di dollari - e la distruzione e la perdita dei servizi pubblici, per un totale di almeno 3.000 miliardi di dollari! Una "spada di Damocle" è quindi pronta, e chi vivrà vedrà.

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IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)