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lunedì 14 settembre 2020

Il modello svedese

Solo pochi mesi fa, analizzando la situazione sociale determinatasi in seguito alla pandemia da Coronavirus, riaffermavamo la necessità del superamento di questo sistema economico e sociale poichè, unico nella storia dell’umanità, la distruzione di merci, di tutte le merci, compreso la forza lavoro, rappresenta paradossalmente l’unica possibilità di rigenerarsi e di risolvere le endemiche crisi che periodicamente manifesta (DS n°53 Aprile 2020 “Campione di resistenza”).

Financial Times/Bloomberg (GDP - Gross Domestic Product - Prodotto Interno Lordo)

Financial Times/Bloomberg (GDP – Gross Domestic Product – Prodotto Interno Lordo)

Esplicitare tale verità ha sempre creato grande ribrezzo e una infinita tristezza, in quanto è tale la barbarie che il solo affermarla come semplice ipotesi di scuola diventa pesante e profondamente tragico.

Ma a confermare questa triste verità, come una ulteriore conferma, (oltre alle guerre guerreggiate che lo scontro interimperialistico ha scatenato nel secolo scorso; ben due guerre mondiali, per arrivare alle odierne guerre di procura, come l’attuale scontro nella Libia), ci viene dalle accurate e dotte analisi del Financial Times, prestigioso giornale economico finanziario del Regno Unito ( “Swedish companies reap benefits of country’s Covid-19 approach” Financial Time  27 luglio 2020. Richard Milne, Nordic and Baltic Correspondent) . Affrontando l’andamento dell’economia nella stagione del coronavirus, con il realismo cinico tipico della classe dominante, e senza far trapelare alcun imbarazzo, l’articolosta si interroga se nella civilissima Svezia, l’aver lasciato morire, per ora, circa 6000 persone, non avendo messo in pratica nessuna o scarse manovre di prevenzione contro la diffusione del corona virus, abbia in realtà, salvato l’economia di questo paese.

La Svezia ha affrontato l’ondata di epidemia senza nemmeno un giorno di lockdown, di fatto ponendo in essere un approccio sanitario basato sul principio dell’immunità di gregge.

Proprio grazie all’assenza totale di lockdown, l’economia svedese sta già oggi mostrando chiari sintomi di miglioramento e di netto “outperforming” (sovraprestazione) rispetto a tutte le controparti europee.

A confermare il trend sono stati i dati delle trimestrali presentate nelle scorse settimane delle principali aziende del Paese, da giganti come Ericsson ed Electrolux, passando per le banche come Handelsbanken e protagonisti della componentistica come Assa Abloy.

Tutti hanno vantato profitti ben al di sopra delle aspettative di mercato, anche se in alcuni casi questo trend si sia limitato e sostanziato in un calo più contenuto delle attese.

Infine, si fa notare come la Svezia abbia beneficiato grandemente anche dai buoni rapporti commerciali e politici che intrattiene a livello bipartisan sia con Cina che con gli Usa.

La prima – destinataria di export svedese, soprattutto legato al comparto industriale e alimentare – è stata infatti la nazione avanguardia della ripresa economica, avendo patito per prima il lockdown più duro.

I secondi, di fatto, rimasti operativi in modalità “business as usual” (affari come al ssolito) fino a primavera inoltrata, quando la pandemia ha colpito duramente New York e imposto il lockdown a varie parti del Paese.

E ora, con nuovi focolai in mezza Europa e della tanto temuta seconda ondata, che fare?

Seguire l’esempio svedese o, di fatto, operare con cautela massima, come sembra fare il governo italiano con la sua scelta di prolungamento dello stato di emergenza?

Preso atto che normalmente la via migliore risiede nel mezzo, il problema appare decisamente in testa alla lista delle preoccupazioni degli analisti economici.

“Qual è il grado di probabilità di andare incontro a nuovi regimi di lockdown? Qual è il grado di probabilità che sussiste rispetto a quello che possiamo definire un fattore di paura collettiva? Questa e solo questa è la grande questione che incombe sul grado di velocità che riusciremo a imprimere alla ripresa economica europea. Ora è tutto basato sulla psicologia, è tutto incentrato sulla gente e la sua reazione“, afferma Alrik Danielson chief executive del marchio manifatturiero SKF, produttore svedese di cuscinetti a sfera.

Le stime economiche sulla crescita del PIL svedese , in realtà sono piuttosto ballerine.

Capital Economics, una società di consulenza macro, ha riferito a luglio di prevedere per quest’anno una sorprendente crescita del 1,5 % mentre per Danimarca e Norvegia stima un -3 % annuale.

I grandi organismi internazionali sono iìnvece più pessimisti. L’OCSE nel suo ultimo Outlook colloca le previsioi di crescita del Pil della Svezia tra – 8% e – 6,7% a seconda della gravità di una potenziale seconda ondata. E pone la Danimarca leggermente avanti con una forchetta compresa fra -7,1% e -5,8%.

La Commisssione Europea vede leggermente meno nero e stima un -5,3% per la Svezia contro il -8,7 % dell’Eurozona e ul -5,25 % della Danimarca.

La Riksbank , la banca centrale svedese, ha aggiornato le previsioni a luglio prospettando un range tra -4% e -5,7 % di crescita del PIL , cioè un 2020 nettamente meno brutto degli altri paesi avanzati.

Fin qui le diverse previsioni e le diverse stime sull’andamento futuro dei mercati.

Tuttavia il numero dei contagi e dei morti in Svezia è stato alto, specie in rapporto alla popolazione. Attualmente i casi di coronavirus in Svezia sono sopra le 80.000 unità e i morti superano la quota di 5.700 con punte elevate nella popolazione anziana.

Il bilancio è molto più alto di quello degli altri paeso scandinavi. La Svezia che ha 10 milioni di abitanti ha registrato più contagi e più morti di Norvegia, Finlandia, Danimarca e Islanda che insieme contano 17 milioni di abitanti.

In totoale infatti questi quatro paesi contano attualmente oltre 32.000 contagiati e circa 1.200 decessi.

Come si vede nessuna reale preoccupazione per il numero dei morti, nessuna seria riflessione sulle possibili strategie di prevenzione contro questa pandemia, visto che la stessa OMS Organizzazione Mondiale della Sanità, con tutta la sua opacità e condizionabilità, l’aveva comunque preannunciata e prevista.

Nessun serio ragionamento sulla necessità di rimodulare i sistemi sanitari nazionali nel senso di una loro maggiore universalità e di una necessaria e maggiore capacità di spesa ed atttenzione nella prevenzione, insufficienza che tragicamente si è palesata ad inizio pandemia, dove non si trovavano a sufficienza le banali mascherine chirurgiche o di protezione respitatoria, confermando che dove non c’è guadagno il capitale non investe.

I morti vengono sì conteggiati, ma solo ed esclusivamente come mero dato statistico; la massima se non unica importanza è data alla necessità di ” imprimere la ripresa economica”, sfruttando magari mercati, come quello Cinese, che avendo già superato la fase apicale della pandemia da Coronavirus, oggi sono in condizioni migliori per lo sbocco delle merci svedesi, rispetto ad altri mercati internazionali.

La barbarie è reale.

“La borghesia se realmente desidera rendere un estremo servizio all’umanità, se è sincero il suo amore per la libertà vera, universale, completa, uguale per tutti, se essa in una parola vuol cessare di essere la reazione, non le resta che una cosa da fare: morire con grazia ed al più presto possibile …..morire come corpo politico e sociale economicamente distinto dalla classe operaia” (M. Bakunin)

“… La classe operaia è divenuta oggi l’unica rappresentante della grande, della santa causa dell’Umanità. L’avvenire appartiene ai lavoratori dei campi , ai lavoratori delle fabbriche e delle città.
Tutte le classi che sono al di sopra, gli eterni sfruttatori del lavoro delle masse popolari, la nobiltà., il clero, la borghesia e tutta quella pleiaide di funzionari militari e civili che rappresentano l’iniquità e la melefica potenza dello Stato, sono delle classi corrotte, incapaci oramai di comprendere e di volere il bene e potenti solo per il male.” ( M. Bakunin)

venerdì 17 luglio 2020

Sta andando come prima anzi peggio

Sta andando come prima anzi peggio














 La pandemia determinata dal virus Covid-19 sembra, almeno sul continente europeo, in via di attenuazione benché continuino ad apparire sempre nuovi focolai di infezione e sul futuro penda l’incertezza di una possibile e paventata nuova ondata nel periodo autunnale; al momento la diffusione del virus colpisce, sia per contagiati che per vittime, soprattutto il continente americano con la massima espansione proprio in quei paesi come gli Usa ed il Brasile dove i rispettivi presidenti ne avevano minimizzato la pericolosità in maniera superficiale ed irresponsabile.  E ovunque la gestione della pandemia aggrava le condizioni delle classi subalterne e delle categorie sociali più deboli.

La risposta di classe dei diversi governi
Dovunque i governanti, di qualsiasi tendenza politica, sono stati costretti ad interventi sulla filiera produttiva ed a varare delle misure di sostegno alla popolazione in buona parte confinata nelle proprie abitazioni. Così è stato anche in Italia, in una situazione sempre più difficile e spesso drammatica, mentre il sistema sanitario mostrava tutte le proprie deficienze prodotte dai tagli degli ultimi decenni e si reggeva sull’impegno dei lavoratori e delle lavoratrici del settore. Il governo Conte, come tutti i governi, è intervenuto con provvedimenti determinati da precise scelte di classe; ci riferiamo in primo luogo alla spinta degli imprenditori che, soprattutto al nord, ha visto il protrarsi della produzione pure in industrie non essenziali per la popolazione e con gli operai costretti a lavorare senza adeguate protezioni mettendo a rischio la propria salute. Anche sul fronte delle misure di sostegno si è vista la differenza tra bonus che, benché di entità limitata, sono stati erogati velocemente a liberi professionisti, piccoli imprenditori, commercianti, e la cassa integrazione in deroga giunta ai lavoratori dipendenti spesso in tempi biblici.  Per non parlare dell’esercito dei lavoratori in nero che in questo paese rappresentano milioni di lavoratori che non stati presi in considerazione con contributi economici di alcun tipo.  Ma di fronte a segnali
di rivolta sociale anche questo governo ha dovuto prendere alcuni provvedimenti urgenti come il
momentaneo blocco dei licenziamenti – sostenuto in pratica dal ricorso massiccio alla cassa
integrazione – e la messa a disposizione dei Comuni di limitati fondi per la povertà.
La terza fase come accelerazione di uno sviluppo forsennato
Con l’inizio della cosiddetta terza fase, cioè la riapertura di tutte le attività produttive, culturali, sociali, la situazione è sembrata normalizzarsi. Ma non è così. Il padronato, Confindustria in testa, dopo il periodo più difficile attraversato nei mesi di marzo ed aprile in cui chiedeva ipocritamente l’aiuto dei lavoratori (“siamo tutti sulla stessa barca”), ha alzato la voce chiedendo un ridimensionamento dei contenuti normativi dei contratti nazionali, una ulteriore flessibilità e deregolamentazione dei rapporti di lavoro, mano libera nello sfruttamento dei dipendenti (oggi chiamati “collaboratori”).
Le ultime misure del governo in fatto di appalti e grandi opere di fatto rispondono alla necessità di ripartire, come prima e più di prima, in uno sviluppo forsennato, slegato da qualunque logica territoriale. Davvero un bel segnale di fronte all’emersione dei disgustosi casi di frode registrati anche in questi ultimi drammatici mesi.
Lucrare sulle catastrofi
D’altronde, lucrare sulle catastrofi è una frontiera del capitalismo da tempo all’interno del nostro orizzonte. Rapidamente tramontata ogni ipotesi di ripensamento in ambito ambientale che vada oltre il bonus per l’efficientamento energetico delle abitazioni private, il capitalismo nostrano cerca di riprendere la sua corsa forsennata, come se nulla fosse successo e fosse solo il caso di recuperare il tempo perduto.
E se tutti gli indici, pur variabili, danno una forte flessione della produzione, la risposta sarà come sempre sulla pelle dei lavoratori, e, se e quando i soldi promessi dall’Unione Europea arriveranno, non saranno sufficienti né a rilanciare i consumi né a tutelare i lavoratori.
Al netto dei teatrini elettorali, a settembre, con lo sblocco dei licenziamenti e la cessazione della cassa integrazione in deroga, la crisi sociale rischia di farsi drammatica, acuita inoltre dal problema della casa e dagli sgomberi che rischiano di moltiplicarsi per l’incapienza dei disoccupati e degli stessi lavoratori poveri la cui fascia si sta sempre più allargando, dal venire meno delle risorse delle amministrazioni locali a sostegno delle fasce più deboli. Ma questa estate già rischia di travolgere anche quei settori dei servizi, commercio e turismo che finora aveva trovato spazio di sopravvivenza, anche se spesso con ricorso strutturale allo sfruttamento stagionale sempre più esacerbato. Per non parlare del settore agricolo, dove la sanatoria in corso non solo non sta contrastando minimamente il caporalato e la gestione semischiavistica di molte delle nostre campagne, ma non ottiene neanche l’effetto minimo di emersione dalla clandestinità, ma si configura come una operazione di cassa e sciacallaggio istituzionale.
Sostenere obiettivi di classe, ambientali e sociali e contrastare la deriva di destra, fascista e razzista.  
In una situazione politico istituzionale in cui  l’emergenza ha reso pressoché superflua anche la finzione parlamentare, ridotta a espressione di lobby  d’affari,   in cui la questione sociale viene agitata prevalentemente dalla destra, e in cui la lettura sovranista  della crisi rischia di travolgere anche ampi settori della sinistra, tanta attenzione deve invece essere  fatta ai tentativi di convergenza e allargamento delle richieste e rivendicazioni di classe, ambientali e sociali che cercano di emergere nonostante la riduzione ormai strutturale degli spazi di agibilità politica.
Contro ogni tentativo di strumentalizzazione delle richieste sociali che possono aprirsi a pericolose derive di destra, occorre essere pronti a sostenere e difendere all’interno dei movimenti sociali e di quanto si potrebbe verificare nei prossimi mesi, obbiettivi chiari e di classe che vedano al primo posto la difesa delle condizioni di vita e di lavoro di chi abita questo paese. Difesa delle condizioni di vita che passa anche dal blocco degli sfratti e degli sgomberi delle abitazioni, dal diritto allo studio, dal ripristino di una sanità pubblica efficiente, da una riduzione dell’orario di lavoro far per ripartire l’occupazione assieme ad adeguati aumenti salariali, da una lotta al precariato in tutte le sue forme introdotte dalle leggi degli ultimi decenni, dal riconoscimento dei diritti sociali a tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro paese. Mantenendo alta la partecipazione e la vigilanza antifascista e antirazzista in ogni ambito di mobilitazione che sia sociale, sindacale o politica. Rinnovando la prospettiva di superamento del capitalismo, un modello che mai come in questa fase storica appare efficiente solo per soddisfare l’avidità di pochi, dimostrandosi totalmente inadeguato nel far fronte ai bisogni di tutti gli esseri umani e del pianeta.

107° Consiglio dei Delegati di Alternativa Libertaria/fdca
Reggio Emilia 12/07/2020

domenica 26 aprile 2020

Contro la pandemia capitalista, solidarietà tra i popoli

 


















articolo originale 

La pandemia potrebbe essere l’innesco della crisi finanziaria prevista da tempo da tanti economisti seri. 
Dopo la crisi del 2008, gli Sta-ti hanno impiegato enormi quantità di fondi pubblici per salvare operatori e banche priva-te, che in fondo non hanno cambiato nessuna delle loro prassi. 
Così, ancora una volta, questa economia sarà sconvolta e ciò avverrà in pro-porzioni peggiori rispetto al 2008. 
Con i licenziamenti e la sottoccupazione, que-sta crisi si abbatterà in primo luogo sulle classi popolari che dovranno affrontare un aumento della disoccupazione, dei posti di lavoro a tem-po parziale, del lavoro precario e della riduzio-ne dei salari.Per limitare i danni è necessario, da un lato rafforzare la protezione sociale, per attutire lo shock, e dall’altro far pagare il capitale. 
E’ anche importante rafforzare il sistema sa-nitario sotto controllo pubblico, con la piena fornitura e il finanziamento delle istituzioni di assistenza, la garanzia e la protezione dei diritti dei lavoratori della sanità, del commer-cio, dell’industria sanitaria, dei lavoratori della logistica e dei trasporti, dei servizi pubblici e della popolazione agricola.
 È essenziale promuovere una cultura della vita e della solidarietà, dell’autoprotezione e dell’as-sistenza collettiva che ci permetta di superare il panico reale e il senso di “ognuno per sé”.L’isolamento non può dipen-dere dalla gerarchia sociale. E non possiamo accettare misure che, oggi, non abbiano una dimensione di classe.  
Vogliamo che la crisi sia pa-gata dai ricchi: che tutte le attività economiche che non sono di base si fermino, che tutte le aziende garantiscano i mezzi per garantire il telelavoro, se necessario, e che nessun lavoratore perda il proprio sala-rio durante l’isolamento. 
Nel caso delle grandi aziende, questi stipendi non devono provenire da fondi pubblici. 
E che le grandi fortune e le aziende siano obbligate a pagare più tasse e non eludere in paradisi fiscali. Pertanto, deve essere chiuso tutto quello che non è essenziale, imprese e servizi, con mantenimento integrale del reddito per i lavoratori in disoccupazione tecnica, compresi quelli in condizione di preca-rietà (dipendenti temporanei, subappaltatori, lavoratori autonomi, ecc.) . 
Solo i settori vitali dovrebbero continuare a la-vorare come l’assistenza medica, il rifornimento delle scorte e l’informazione della popolazione.  
Pensiamo in particolare al sistema sanitario, settori agroalimentare e agricolo, trasporti, distribuzione alimentare e sanitaria, mezzi audiovisivi e internet per la diffusione delle in-dicazioni. 
I lavoratori di questi settori sono in prima linea: salvare le persone cade sulle loro spalle. 
Dobbiamo onorarli, aiutarli, sostenerli, iniziando a garantire la sicurezza dei loro figli con misure di prevenzione e protezione. 

Allo stesso tempo, sia per ragioni di efficacia, sia per evitare gli sporchi guadagni dei beneficiari della crisi, dobbiamo intervenire sulle impre-se private di questi settori, in particolare della sanità, e integrarle nel servizio pubblico, rior-ganizzare la catena di produzione per pro-teggersi dal virus, con protocolli di prevenzione adeguati. Inoltre, è urgente riorganizzare l’intera produ-zione e i servizi. L’industria bellica ad esempio deve essere riconvertita a granatire protezione
e mezzi di sussistenza per tutti. Se lo Stato e i datori di lavoro non lo vogliono, allora tocca ai lavoratori imporlo. La salute non può essere in mano ai privati, e questa crisi lo ha dimostrato. 
Esigiamo il divieto di licenziamenti durante il periodo di isolamento, sostenendo gli stipendi non solo dei lavoratori dipendenti ma anche di precari, interinali, con contratto a tempo de-terminato e dipendenti occulti (Uber e riders per esempio) 

Vogliamo il blocco, non la sospensione, delle politiche di attacco alle pensioni e al welfare pubblico. 
Non sono i tagli del trasporto pub-blico a ridurre gli assembramenti e i vettori di contagioInvece è necessaria la confisca di case vuote, affitti Airbnb e simili, stanze d’albergo, per permettere un isolamento sanitario decente alle persone senza fissa dimora, ai migranti che sopravvivono in campi selvaggi o chiusi in centri di detenzione, ai lavoratori illegali a vol-te accatastati in case malsane o agli occupanti abusiviA fronte delle più basse entrate economiche, esi-giamo una moratoria sugli affitti e sulle bollette di energia, acqua, telefono e internet, l divieto di sfratto e di sgombero e un affitto di base per le persone che si trovano in condizioni di povertà.
Contrasteremo le derive antiabortiste e rea-zionarie presenti in diversi paesi e al contra-rio esigiamo misure contro le violenze contro le donne, per ridurre le prevedibili conseguenze dell’isolamento, la chiusura dei centri di inter-namento e detenzione dei migranti e efficaci misure che garantiscano loro il diritto alla sa-lute.I governi sono stati presi di sorpresa da questa situazione. Se i movimenti sociali e i sindacati si impegneranno a affrontare i problemi senza esitazioni, possiamo ottenere quanto chiedia-mo. 
Ma è fondamentale che tutti i lavoratori determinati e consapevoli si dotino di strumen-ti sindacali adeguati per raggruppare i loro col-leghi su basi solidali e combattive.E’ imperativo avanzare nel mezzo di questa crisi su questa strada, tessendo legami solidali dal basso, rafforzando le organizzazioni popo-lari e costruendo di fatto un vero fronte delle classi oppresse che possa essere oggi artefice di lotte rivendicative e domani alla ricerca di una società libertaria, federalista e con una democrazia diretta. 

Sulla base del comunicato congiunto pubblicato su anarkismo.net

FONTE 

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)