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campagna contro la contenzione meccanica

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lunedì 14 novembre 2016

Macchina diagnostica, agenzie della salute sovranazionali e campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione

di Gioacchino Toni
Conversazione con Piero Cipriano, “psichiatra riluttante”
pillola[ght] Dopo aver raccontato il manicomio fisico con La fabbrica della cura mentale (Elèuthera, 2013), con Il manicomio chimico (Elèuthera, 2015) [su Carmilla] hai ricostruito come si è giunti all’era della psichiatria chimica in cui il manicomio è somministrato al paziente attraverso gli psicofarmaci. Nell’ultimo libro, La società dei devianti (Elèuthera, 2016) [su Carmilla], ti soffermi soprattutto sull’aspetto diagnostico indicandolo come macchina in grado di conferire identità e destino all’individuo.
Leggendo la tua ricostruzione della storia del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders fino al DSM-5, manuale diagnostico sostanziale accettato e applicato acriticamente a livello mondiale, si ha la netta impressione di avere a che fare con l’ennesimo pacchetto normativo che si impone sull’umanità dettato da agenzie internazionali (come la World Health Organization) o da lobby che finiscono, di fatto, per dettar legge a livello internazionale (come l’American Psychiatric Association). Si tratta di agenzie che impongono a livello globale una precisa visione del mondo, in questo caso inerente alla salute/malattia degli individui, in strettissimi rapporti con un altro potentato sovranazionale: la lobby dell’industria farmaceutica.
Insomma, al lungo elenco di agenzie economiche e politiche internazionali che determinano la nostra vita – International Monetary Fund, World Bank, Goldman Sachs, European Union, United Nations, European Central Bank ecc. -, possiamo aggiungere anche agenzie ed associazioni come la World Health Organization e l’American Psychiatric Association con la loro bibbia diagnostica… Cosa ne pensi?
[pc] Sì, direi che è così. Una serie di etichette, da quelle mediche a quelle psichiatriche a quelle giudiziarie a quelle sociologiche, determinano una sequenza di percorsi terapeutici, rieducativi, riabilitativi, punitivi, espulsivi, a cui è sempre più difficile sottrarsi. Una società nosografica, che per forza di cose poi diventa società terapeutica: siamo anormali, dobbiamo curarci. Come? Coi farmaci, per lo più. Eccoci dunque in questa era della farmacocrazia.
[ght] Nel tuo La società dei devianti si parla dell’urgenza di intraprendere una campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione. Tale campagna, oltre che a fare pressione sui politici affinché si arrivi all’abolizione di tale pratica, deve necessariamente raggiungere l’opinione pubblica mettendola al corrente della pratica della contenzione e di quanto sia ancora diffuso il ricorso ad essa. Informare l’opinione pubblica comporta un’estensione della responsabilità; un’opinione pubblica sensibilizzata a proposito del ricorso a tale pratica costrittiva dovrebbe sentirsi in dovere di farsi carico della questione. La difficoltà maggiore mi sembra quella di individuare le modalità con cui raggiungere la gente comune in una realtà che vede i media interessati a tutto ciò che riguarda il disagio mentale solo quando ad esso è possibile imputare qualche forma di violenza particolarmente cruenta. Non di rado nel trattare tali episodi i media danno voce a una sempre meno celata “nostalgia di manicomio”. Sicuramente scriverne è importante e da questo punto di vista la tua “Trilogia della riluttanza” può essere considerata un ottimo contributo alla denuncia ed all’informazione così come tutte le iniziative di presentazione dei libri può essere utile a sensibilizzare l’opinione pubblica. Cos’altro si può fare di concreto, a tuo avviso, per supportare la campagna contro la contenzione?
[pc] Bella domanda. Che mi fai proprio in un momento in cui questa campagna, per slegare i cristi in croce legati nei luoghi non solo della psichiatria ma dell’intera medicina, un po’ langue, boccheggia, stenta. Perché stenta? Perché lo sapevamo che era un’iniziativa difficile, lunga, piena d’insidie, e che chi, come me, si esponeva (sono uno psichiatra che è contrario alle fasce e ne chiede l’abolizione, che tuttavia continua a lavorare in un reparto dove vengono, anche se sempre di meno, ancora adoperate), rischiava molto. Perché le fasce sono economiche. Sono comode. Sono facili, semplici. Non comportano il difficile esercizio del pensiero (per dirla con Hannah Arendt). Non comportano mettersi più di tanto in discussione. Basta un po’ di rimozione, o l’abitudine, abituarsi alla pratica, anche a torturare il torturatore in fondo si abitua (leggersi Notturno cileno o Stella distante, di Bolaño, per esempio), dopo essere stato opportunamente inziato. Difficile è sbarazzarsi delle fasce e domandarsi: e ora?, come faccio a relazionarmi con quest’uomo, o questa donna, o questo adolescente, o questo vecchio, o questo cocainomane, o questo ubriaco, che si agita, che mi aggredisce? Lì è la sfida. Invece ci addestrano a fare i legatori. Leghiamo l’umanità! E dopo averla legata (e torno alla tua domanda di prima) con le etichette diagnostiche che t’incanalano per sempre in percorsi obbligati, dopo averla legata con molecole che ti gessano i pensieri, te li paralizzano, o viceversa ti esaltano innaturalmente le emozioni, dopo averla legata con contenitori e luoghi d’ogni sorta, se tutto ciò non basta, per i più indomiti recalcitranti riluttanti, ecco il legamento più primitivo, e però più sicuro: le fasce.
Le fasce, come gli altri legamenti che le precedono, sono entrate ormai nel nostro immaginario, nelle prassi, in ospedale, tra gli addetti ai lavori, medici infermieri ausiliari psicologi ma anche tra i famigliari, ne troverai pochi che si scandalizzino. Lo scandalo, al contrario, lo procuriamo noi che proponiamo l’abolizione delle fasce. Siamo noi, i medici infermieri psicologi che contestano i legamenti a essere scandalosi, e dunque pericolosi, con questa nostra iniziativa velleitaria. La follia è pericolosa, il matto è da legare, e anche solo proporre l’eliminazione di questo millenario strumento per gestire la follia è scandaloso, ed è pericoloso.
Per questo la campagna per abolire la contenzione si profila come un modo per continuare a contestare la manicomialità. Mettendo in discussione, stavolta, non solo il manicomio civile o quello giudiziario, ma proprio l’ospedale generale, l’intera medicina dunque. Per cui, cosa si può fare?, mi domandi.
87oreRicominciamo con varie iniziative, a ottobre, per esempio, un convegno a Castiglione delle Stiviere, per andare a stanare questa pratica proprio nell’OPG perfetto (anche se ora si è trasformato in una mega REMS), talmente perfetto che si legano agevolmente gli internati, anzi, vi è internata una donna che da una decina d’anni è costantemente legata, di giorno in carrozzina e di notte al letto. Coinvolgere persone che possano raccontare questa battaglia fuori dallo specifico degli addetti ai lavori. Persone della società dello spettacolo, per dirla alla Debord, per esempio Pierpaolo Capovilla, del Teatro degli Orrori, che si sta spendendo molto su questo tema, e ne canta nei suoi dischi, o Paolo Virzì, che nel suo ultimo film descrive bene cosa succede a chi entra nella morsa del circuito psichiatrico, e ci mostra Michaela Ramazzotti legata al letto. Ma servirebbero altri, come loro. Che realizzino altre opere esplicite, film come 87 ore, per esempio, dove viene mostrata la lenta agonia del maestro Mastrogiovanni legato a un letto per quattro giorni fino a morire, ecco, questo è un documento che bisognerebbe proiettare nelle scuole. Cose così, insomma.
[ght] Questa campagna contro le fasce di contenzione deve fare i conti con una società sempre più cinica e propensa a delegare la soluzione di tutto ciò che individua come “problema” a comodi “specialisti” di turno. Cogliere i devianti come problema comporta facilmente la concessione di una sorta di “delega in bianco” in favore di ogni pratica volta a toglierli dalla vita sociale. Da questo punto di vista, evitata ad arte una terminologia troppo esplicita, la segregazione in luoghi separati e il ricorso a forme di contenzione tutto sommato possono anche non essere viste con ostilità dall’attuale opinione pubblica. Una volta etichettati come devianti, saranno gli “esperti”, i “tecnici”, a farsi carico del “problema-devianti”. Farmaco o non farmaco, cinghia o non cinghia, l’importante è lavarsene le mani una volta che il problema viene rimosso dalla vita pubblica. Ripensando alla battaglia di Franco Basaglia e Franca Ongaro viene da pensare che se da un certo punto di vista la società degli anni ’60 e ’70 non era poi tanto più “aperta” mentalmente rispetto all’attuale, è anche vero che proprio in quel periodo si stavano aprendo “brecce di libertà” all’interno della cultura e della società italiana che oggi onestamente è difficile individuare. Cosa ne pensi?
[pc] Sottoscrivo ciò che dici. Ci siamo tutti rassegnati e consegnati al potere/sapere degli psichiatri, che nell’arte della manomissione delle parole, per dirla con Carofiglio, sono dei veri talenti. Hanno suddiviso il grande contenitore della follia in più di trecento partizioni, come a dire che oggi nessuno più è folle, ma nessuno più può dirsi del tutto normale, tutti noi abbiamo almeno due tre diagnosi possibili, ormai. Diagnosi che accettiamo passivamente, supinamente. Anzi, siamo a tal punto acritici che talvolta ci presentiamo e ci raccontiamo con quella diagnosi, io sono un borderline, io sono un bipolare, poco ci manca che le mettiamo perfino nel nostro biglietto da visita: Mario Rossi, depresso. Le diagnosi psichiatriche ristrutturano la nostra identità, un po’ come accade per i segni zodiacali, con la differenza che i segni zodiacali lasciano il beneficio del dubbio (non è roba scientifica, per quanto suggestiva), le diagnosi psichiatriche invece non lasciano dubbi, perché sono opera di scienziati della mente (è scienza, insomma).
contenzioneMa pure rispetto ai loro luoghi, gli psichiatri hanno messo in gioco il meglio della loro semantica: i manicomi non esistono? Perfetto. Vuol dire che la manicomialità la distribuiremo in altri contenitori più piccoli, meno appariscenti, che chiameremo soprattutto con acronimi: SPDC, CSM, CT, OPG, REMS, eccetera. I ricoveri ad infinitum non sono più possibili? Non c’è problema. Esiste un gioco dell’oca della cronicità per cui realizzo l’internamento circolare: dieci giorni in SPDC, un mese in Casa di Cura che ora si chiama STIPT, sei mesi in CT. Compi un reato ma sei deviante? Un anno in REMS, e poi ricominci il giro, magari ripassando dal SPDC.
[ght] Nel tuo La società dei devianti ragioni sui comportamenti che possono adottare gli operatori psichiatrici nella pratica quotidiana al fine di evitare trattamenti disumani nei confronti dei devianti. Inviti, ad esempio, a praticare un colloquio continuo con i pazienti, a portarli fuori dai luoghi di ricovero, a revocare i TSO, a sciogliere i legati ed a ridurre i farmaci. Attraverso tali comportamenti, sostieni, sarebbe più facile convincere i giovani operatori del settore, i pazienti e i loro famigliari che esistono altri modi per affrontare i disturbi mentali. Naturalmente gli operatori, così come le famiglie dei pazienti, si trovano a vivere in un mondo in cui l’aspetto produttivo, con i suoi ritmi sempre più infernali e dilatati nel tempo e nello spazio, sottrae buona parte del tempo e delle energie che possono essere dedicate a chi è in difficoltà. La stanchezza psicofisica degli operatori e dei familiari di certo si riversa negativamente su chi è in difficoltà. Non credi che nel mondo degli operatori psichiatrici una campagna finalizzata a un trattamento “più umano” dei pazienti debba intrecciarsi a rivendicazioni di tipo sindacale volte a rendere il lavoro meno sfiancante? Mi riferisco al numero di operatori impiegati in rapporto ai pazienti, ai turni di lavoro ecc.
[pc] Assolutamente sì. Lavoro in un reparto dove ci sono minimo dodici persone ricoverate. Tre infermieri non bastano, non possono bastare. Però il numero fa la differenza, ovviamente. Se già con tre-infermieri-che-non-vogliono-legare è possibile non legare le persone, per mia esperienza, figuriamoci con sei (se quei sei vogliono non legare). E’ ovvio che se invece ti trovi con infermieri-che-vogliono-legare, anche con dodici (potendoti dunque permettere un rapporto uno a uno) leghi le persone, non si sfugge. Discorso a parte per i medici. I medici sono coloro che, in fin dei conti, decidono se legare o non legare. I medici, per mia esperienza, più sono e meno decidono. O meglio, più sono e meno sono coraggiosi, e più si nascondono dietro le fasce. E più legano. Ma perché legano? Non lo so. A me pare che la maggior parte dei medici abbiano più dimestichezza con i libri, con le diagnosi, con i farmaci, con le molecole, che con le persone in carne e ossa. Sarà per la lunga formazione a cui sono stati sottoposti, formazione medica che invece di avvicinarli alle persone li allontana, che in qualche modo li disumanizza, apprendistato che gli fa perdere di vista la persona, che li addestra quasi esclusivamente allo studio del caso (clinico), caso (clinico) che diventa cosa. Oggetto. E qui torna attuale Franca Ongaro Basaglia quando ci ricorda che la medicina si forma sul corpo morto, e il medico impara a conoscere l’uomo vivo (malato) studiando il cadavere nelle aule di anatomia patologica, e memore di questo debito tende, il medico, sempre, a ricondurre l’uomo vivo (malato), a corpo morto, disteso sul letto d’ospedale, allettato, clinico, esanime, o coi farmaci o con le fasce.

giovedì 16 giugno 2016

Comprendere il dominio una conversazione con l’antropologo Stefano Boni

È uscito ormai da qualche anno un libro importante di Stefano Boni, Culture e poteri. In questa ricerca a tutto tondo, Boni affronta la questione del potere analizzando, con linguaggio non specialistico ma rigoroso, le innovazioni teoriche che le scienze umane hanno elaborato nel corso degli ultimi decenni. Così, il suo sguardo antropologico ci porta attraverso i passaggi essenziali dalle primitive culture egualitarie all’accentramento di potere dei moderni Stati nazionali. Di fronte alla progressiva spoliazione dei cittadini del loro potere decisionale, l’autore ci invita a diffondere sempre più in tutto il tessuto sociale quel sociopotere già individuato da Foucault, accentuandone però la spinta egualitaria. Se si parte dal proprio vissuto quotidiano, è infatti possibile sottrarsi a un dominio tanto invisibile quanto opprimente e affrancarsi dalle modalità prevalenti grazie a saperi, prassi e valori capaci di sovvertirle.





Andrea Staid: Prima di parlare del nodo centrale del libro cioè “le culture e i poteri”, volevo spendere due parole sulla tua interessante analisi delle prospettive antropologiche sulla politica, cosa intendi precisamente?
Stefano Boni: Siamo abituati, per una impostazione delle discipline accademiche, a concepire il potere come un campo, una sfera, un ambito scisso dalla società. A partire dagli anni Settanta si è definita in maniera sempre più chiara una diversa e più utile prospettiva: il potere non è localizzabile solo nello stato o in istituzioni specifiche perché è diffuso nel corpo sociale, è piuttosto la capacità di condizionare e indirizzare i comportamenti altrui. Tutti lo esercitano sebbene con intensità molto diverse.
Il potere è quindi una dimensione di ogni relazione sociale. Non solo: il risultato complessivo degli atti di potere plasma le società e le culture come le conosciamo sia per quanto riguarda quali pratiche e idee si affermano e quali invece vengono marginalizzate (la dinamica che chiamo ‘selezione culturale‘), sia per quanto riguarda lo spazio lasciato alla possibilità di non seguire le norme egemoniche (la dinamica che chiamo ‘standardizzazione’). Ogni forma culturale e sociale che si afferma storicamente, quelle egemoniche come le resistenze, è il risultato dei minuti atti di potere che subiamo e mettiamo in campo nella quotidianità della nostra esistenza.

A.S.: Sono convinto che pensiero libertario, teoria e prassi antropologica godano di molte affinità, negli ultimi anni nell’ambito dell’antropologia alcune cose stanno cambiando, vari studiosi che si sentono libertari, si sono avvicinati all’antropologia in cerca di studi specifici, sulla possibile esistenza di società senza lo stato, senza dominio, o per esempio di società senza il patriarcato, altri ricercatori hanno cercato di applicare il metodo antropologico per costruire una vera e propria etnografia dei movimenti sociali.
Con un’esperienza inversa, molti antropologi si sono avvicinati alle idee libertarie sulla base di ricerche sul campo, attraverso lo studio di culture “altre”, di sistemi e modi diversi di organizzare la vita sociale e di vivere lo spazio della politica…. che ne pensi?
S.B.: Antropologia e anarchismo si nutrono a vicenda. Da un lato l’antropologia documenta contesti in cui vengono radicalmente sovvertiti i canoni che oggi ci vengono presentati come normali e inevitabili – l’autorità dello Stato, la tecnologizzazione dell’esistenza, la passività della cittadinanza, la realizzazione nel consumo. L’esperienza antropologica di estraniamento suscitata dalla conoscenza approfondita di circuiti culturali che propongono verità distanti da quelle in cui si è cresciuti, apre enormi possibilità per ripensarsi.
Lo studio dei movimenti sociali che si dispiegano nel mondo, ad esempio, offre spunti importanti sulle varietà di forme, sugli strumenti di lotta, sulle possibilità e sulle insidie delle mobilitazioni popolari. Dall’altro lato, direi che l’anarchia diventa un approdo politico attraente per chi, de-costruite le auto-legittimazioni di chi accentra potere, crede in un mondo di eguali, realizzato coerentemente mediante la salvaguardia della diversità e dell’autonomia individuale.


A.S.: Nel suo ultimo saggio Gramsci è morto, Richard Day sociologo e filosofo politico canadese descrive il potere come una rete e secondo lui a rete deve essere anche la multiforme resistenza al dominio. Le lotte radicali della post-modernità mostrano come l’dea di una liberazione cosmopolita sotto un unico segno sia una fantasia modernista e di fatto totalitaria.
Nel tuo nuovo libro si parla anche di egemonia che ne pensi delle tesi di Richard Day sulle affinità contro le politiche egemoniche all’interno dei movimenti.
S.B.: L’egemonia prevede un concentramento del potere in chi dirige e gestisce le dinamiche di potere. Il paradigma marxiano prevedeva la sostituzione della egemonia capitalista con quella dell’avanguardia del partito. Finalmente è chiaro a tutti che questo modo di intendere la politica è sepolto tra i rimasugli del socialismo reale (sempre più capitalista) e l’attaccamento alle poltrone di figure sinistre (sempre più indistinguibili dai partiti neo-liberisti). L’esaurirsi della prospettiva marxista da un lato ha reso vulnerabile le categorie più deboli, dall’altro apre rinnovate possibilità di lotte radicali. Dagli studenti universitari ai NoTAV, da alcuni comitati cittadini agli immigrati si diffonde l’azione diretta, dopo decenni di inefficacia delle mobilitazioni dal basso.
La sfida per tutti quelli che si trovano a subire un invadente potere istituzionale, imprenditoriale, poliziesco è di passare dalla costruzione di immaginari sovversivi alla diffusione di ambiti sempre più significativi di prassi autogestite e a potere diffuso. Il primo passo, ma è un passaggio difficile e cruciale, consiste nel riuscire a (ri)costituirsi come soggetti collettivi autonomi e capaci di raggiungere obbiettivi concreti per sconfiggere i due principali ostacoli all’esercizio diretto del potere, l’individualismo esistenziale e il senso di impotenza.
Sono convinto che il passaggio dalla solitudine alla collettività creativa e dalla sfiducia all’efficacia delle lotte, può generare, anche in tempi relativamente brevi, prospettive ora inimmaginabili. Credo, come Day, che si devono costruire comunità organizzate in maniera coerentemente orizzontale nella presa delle decisioni, aperte a ibridazioni identitarie, eclettiche nelle modalità di lotta. In pratica, gruppi di affinità sufficientemente stabili per agire in maniera efficace, sufficientemente dinamici per non sclerotizzarsi.

A.S.: Molto interessante anche la parte di analisi del dominio un nodo di riflessione fondamentale per capire le diverse declinazioni del potere. Centrali sono i rapporti che i soggetti all’interno di un corpo sociale intrattengono tra di loro e con le cose. Dal mio punto di vista sono tali rapporti e la loro sedimentazione che contribuiscono alla costituzione dei soggetti e delle strutture sociali e determinano il senso che gli individui e la società assegnano alla realtà….
S.B.: Se il potere è concepito come capacità di condizionamento, risiede nella forma dei rapporti ed è costitutivo delle soggettività. Chi gestisce i centri del potere contemporaneo (media, stato, finanze e imprese), in apparenza, garantisce uguaglianza mediante le istituzioni ‘democratiche’, in realtà, concentra la capacità di condizionare e plasmare i gusti, le credenze, la vita delle soggettività e pretende di allargare sempre più le sfere che vengono regolate, inibendo la diversità individuale.
Rispetto alla odierna concentrazione esponenziale del potere pensiamo al passaggio dalla comunicazione faccia a faccia, caratterizzata da piccoli gruppi in cui tutti parlavano e ascoltavano, a quella mediatica, messaggi irradiati su scala nazionale, globale, senza possibilità di replica.
Rispetto all’allargamento delle sfere regolamentate mediante meccanismi repressivi mercantili, burocratici e giuridici, nel libro c’è un elenco sterminato di deliri normativi promossi dalle varie istituzioni e pensabili solo nell’Occidente contemporaneo. C’è da rallegrarsi che il corpo sociale nell’ultimo decennio stia progressivamente mettendo a fuoco l’ipocrisia della finzione democratica. Focolai di riaffermazione di potere immediato, non diretti da avanguardie o politici, si stanno dispiegando, nella forma di decise proteste di strada, in diverse aree del Sud America e, ultimamente del Mediterraneo. In Italia si diffonde la disillusione rispetto alle istituzioni e si moltiplicano embrionali e minute resistenze territoriali nella forma dei comitati che in alcuni casi riescono a bloccare le decisioni istituzionali mentre si radicalizza la rabbia di settori colpiti dalla dismissione dei servizi sociali, dalla criminalizzazione e dalla arroganza imprenditoriale.


A.S.: Non possiamo non affrontare le tue conclusioni, cosa intendi per diffondere il potere…come ho scritto nel numero 358 di A sono convinto che, come ci ricorda Michel Foucault il potere non occupa un luogo unico privilegiato, né dipende da un unico soggetto identificabile una volta per tutte. Lo stato, le leggi, le egemonie sociali sono soltanto effetti e manifestazioni sul piano istituzionale di rapporti e strategie di potere. Il potere è, invece, anonimamente diffuso ovunque; è onnipresente e dappertutto, “non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove”.
Il potere coincide con la molteplicità dei rapporti di forza, che variamente si intrecciano e si contrappongono. È una relazione fra individui e la società è attraversata da rapporti di potere: ogni rapporto sociale è un rapporto di potere. Quindi essendo il potere qualcosa di disperso in tanti rapporti, a livello personale e politico, teorico e materiale dobbiamo capire “solamente “ come distribuirlo per abbattere invece il dominio che è quel sitema in cui l’accesso al potere è monopolio di una parte della società, ossia in cui è avvenuta una espropriazione della funzione regolativa sociale.
S.B.
: Mi pare che ci sia una crescente convergenza, non solo in ambiente anarchico, su un programma semplice e chiaro, riassumibile in concrete azioni quotidiane: disertare, sabotare, abbattere, evadere dai contesti in cui il potere è concentrato ed invasivo; costruire ambienti e modalità rispettosi della autonomia individuale e in cui ciascuno esercita un potere della stessa intensità di quello che subisce.
Questo progetto prevede la diffusione di autonomie, ovvero di luoghi, contesti, saperi, gruppi relativamente poco influenzabili dal mercato, dallo stato, dai media. Credo che il rafforzamento dell’autonomia richieda un drastico vaglio critico dell’apparato tecnologico che ci viene propinato come necessario, con l’obbiettivo di eliminare l’inutile e auto-gestire, per quanto possibile, gli artifici che ora ci paiono indispensabili. Non so, se e quando si affermerà una società a potere diffuso, senza concentrazioni di potere. Se succederà non so che forma prenderà perché sarà il risultato di molteplici soggettività che apporteranno contributi sicuramente diversificati e probabilmente incoerenti, ora comunque imprevedibili.
Quello che so è che ciascuno potrà avere un ruolo attivo nel plasmare il contesto che la/o circonda, mentre ora siamo condizionati da agenzie che esercitano un potere di una intensità infinitamente superiore a quella che riusciamo a generare. L’odierna esclusione della popolazione dalle capacità decisionali in ambiti collettivi oltre ad alienarci, ha consentito un vorace appetito produttivo che si è dimostrato decisamente nefasto.

A.S.: Concordo con te, anche se mi piacerebbe capire il famoso “che fare?” mi rendo conto che non esiste una ricetta per diffondere il potere, per contrastare il dominio.
Sicuramente ricopre un’importanza fondamentale partire dal proprio vissuto quotidiano, ribaltare le relazioni egemoniche per contribuire qui e ora al processo di mutazione culturale verso una società più libera ed egualitaria.
 Andrea Staid(le illustrazioni sono di Erik Dooker)
Che cos’è il sociopotere?
“Il sociopotere non è quindi né un tipo, né un ambito della politica, riguarda piuttosto l’insieme dei meccanismi di dispiegamento sociale e culturale del potere, trasversale alle diverse tipologie politiche. È, se ha senso distinguerli, la causa e l’effetto dei singoli atti di potere, la loro intensità e la loro forma, la regolarità di vissuti che generano, come la loro trasformazione storica.
Il potere attiva sia meccanismi (la sanzione), sia i risultati (la produzione di una certa condotta), che risultano analoghi a quelli del processo di socializzazione. La differenza è nei dispositivi: mentre il potere è, in genere, identificato in momenti specifici, il sociopotere è olistico, pervasivo e onnipresente, attivo nell’organizzazione delle cognizioni e nella regolamentazione delle prassi (…)
L’esercizio del potere
Per comprendere l’esercizio del potere in Italia oggi è utile partire da un ripensamento delle delimitazioni e delle caratteristiche del campo del «politico», ovvero dello spazio concettuale e simbolico, dove riconosciamo l’esercizio del potere, distinguendo due accezioni.
Chiamo la prima, politica-retorica: è il campo discorsivo ufficiale, rispecchiato dal senso comune e contenente la produzione di immaginari concernenti la delimitazione, caratterizzazione e legittimazione pubblica del potere istituzionale. La politica-retorica non rappresenta – anzi mira a occultare – le reali azioni di sociopotere messe in campo. Queste costituiscono il secondo ambito «politico», spesso misconosciuto, quello sociopolitico che si dispiega nelle vite dei cittadini con effetti concreti. Occorre quindi ripensare criticamente l’intero apparato discorsivo della politica-retorica mettendone in discussione la terminologia, gli assunti, la veridicità, nonché i limiti che assegna al campo del politico. La critica alla politica-retorica consente di esaminare l’utilizzo del sociopotere nel suo dispiegarsi quotidiano e di ri- conoscere la struttura, le motivazioni, l’ampiezza e la capillarità dell’intervento di condizionamento e di repressione”.
Stefano Boni 

venerdì 5 luglio 2013

Anarchismo in Egitto , un intervista da piazza Tahrir - USA Organizzarsi per resistere alla violenza ed alle aggressioni contro i gay! - Palestina -israele , il mondo è in subbuglio e nulla sarà più come prima

Anarchismo in Egitto , un intervista da piazza Tahrir
http://www.anarkismo.net/article/25855

U.S.A. - Organizzarsi per resistere alla violenza ed alle aggressioni contro i gay!
 http://www.anarkismo.net/article/25845

Palestina-Israele, il mondo è in subbuglio e nulla sarà più come prima
 http://www.anarkismo.net/article/25856

mercoledì 12 giugno 2013

Verizon . Intervista a Giannuli sui servizi segreti italiani ...

Giannuli: "I servizi segreti non solo ci spiano ma manipolano anche il mondo dell’informazione"

di Michael Pontrelli
Lo scandalo Verizon ha fatto emergere che da anni milioni di americani vengono spiati al telefono e sul web. La notizia ha fatto insorgere le associazioni per la difesa dei diritti civili e ha riportato alla ribalta il ruolo e l’importanza dei servizi segreti di cui spesso ci si dimentica facilmente. In Italia uno dei massimi esperti in materia è Aldo Giannuli, storico contemporaneo dell’Università degli Studi di Milano e autore di diversi libri sull’argomento: Come funzionano i servizi segreti (2009 Ponte alle Grazie) e Come i servizi segreti usano i media (Ponte alle Grazie nel 2012) sono i più recenti.

Professore iniziamo dallo scandalo Verizon. Cosa pensa di questa vicenda?
“Penso che sia la scoperta dell’acqua calda. Una dei compiti fondamentali dei servizi segreti è la raccolta dell’informazione e figuriamoci se non intercettano tutto quello che possono intercettare con una legge come il Patriot Act (legge federale statunitense, concepita dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, che rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici, ndr). Tutti si meravigliano di Obama ma vorrei ricordare che l’attuale presidente degli Stati Uniti non ha mai abrogato o modificato questa legislazione”.

Lei ormai studia i servizi segreti da anni. Uno degli aspetti più interessanti che emerge dalle sue ricerche è che non si limitano ad ascoltare e a spiare ma che svolgono anche un ruolo attivo nella manipolazione dell’informazione. Quanto sono credibili le notizie che leggiamo o ascoltiamo?
“Contrariamente a quanto si potrebbe pensare il problema principale non è la diffusione di notizie false o al contrario la mancata pubblicazione di informazioni su alcuni argomenti. Questo comportamento esiste ma solo in casi eccezionali. Il problema vero è il montaggio delle stesse ovvero le modalità di presentazione. I servizi influenzano il come le notizie devono uscire e il quando”.

Ci può fare degli esempi concreti?
“Per esempio si possono tacere dei particolati e sottolinearne degli altri. Si possono applicare tecniche di manipolazione linguistica come iniziare un servizio con il condizionale e nel corso dello svolgimento scivolare sull’indicativo, oppure creare delle relazioni inesistenti associando notizie tra di loro in modo da favorire un certo tipo di lettura. Con questo tipo di meccanismi i lettori o i telespettatori vengono condizionati e quindi manipolati".

Per i cittadini è possibile difendersi ed eventualmente come?
“Tutto sommato dal confronto fra le varie fonti di informazione (televisione, web, radio) seppur con qualche fatica si riesce ad estrarre delle indicazioni. Per fare questo tipo di lavoro ci vuole impegno e intelligenza. Però bisogna sempre tener presente che una informazione totalmente obiettiva, veritiera e imparziale non esiste”.

Quali sono gli obiettivi dei servizi segreti, in quali ambiti tendono a condizionare l’informazione?
“Ogni ambito può essere di loro interesse, non esistono aree escluse. E' ovvio che le tematiche di natura finanziaria o di politica internazionale sono più sensibili ma anche i campionati di calcio possono rappresentare un interesse politico ed economico. Per esempio, durante la guerra fredda i servizi segreti avevano interesse a condizionare il mondo dello spettacolo e il successo di alcune canzoni rispetto ad altre perché anche questo faceva parte dello scontro fra Est e Ovest".

Quale è il punto di contatto tra servizi segreti e mondo dell'informazione?
“Il primo anello delicato sono le agenzie di stampa in quanto da esse si irradia l’informazione. Però a tutti i livelli ci sono dei contatti in quanto il mondo dei media vive di scambi. In alcune circostanze i giornalisti sanno che i loro interlocutori fanno parte dei servizi segreti in altre invece no e pensano semplicemente di avere a che fare con uomini di partito o di altre organizzazioni di qualsiasi tipo”.
07 giugno 2013
 

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)