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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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domenica 15 novembre 2015

IL BRACCIO ARMATO DEL TERRORE

Il braccio armato del terrore
L'ISIS ha massacrato 140 persone inermi a Parigi nella notte di venerdì 13 novembre. Una giornata di preghiera per il mondo musulmano usata invece da Daesh per una strage di civili di ogni nazionalità e religione in luoghi come uno stadio di calcio, una discoteca frequentata da proletari delle periferie parigine, ristoranti e bar all'aperto, come in qualsiasi città.
Un attacco suicida simile si era verificato il 25 giugno a Kobane, nel Kurdistan siriano, con bombe, fucili e sterminio di ostaggi. Lì furono uccisi 223 civili, molti dei quali in seguito all'intrusione nelle case da parte dell'ISIS. Quel giorno morirono anche circa 40 combattenti curdi che cercavano di fermare il massacro.
Il 16 ottobre, altri attentati suicidi dell'ISIS fecero una strage di 102 persone ad Ankara nel corso di una manifestazione turco-curda per la pace. Quella strage, come quella di 33 curdi durante l'assedio di Suruc da parte dell'esercito turco, getta tuttora un'ombra di morte sul ruolo svolto dallo Stato turco e deal governo dell'AKP impegnato in una campagna elettorale, poi vinta, per la conquista della maggioranza parlamentare. Tra il massacro di Suruc e quello di Ankara, gli Stati Uniti ebbero il tempo di fare un accordo con la Turchia per l'uso di basi militari, in cambio di "non vedere" gli attacchi aerei turchi sulle forze curde impegnate nei combattimenti contro l'ISIS in Siria ed in Iraq.
Ma i massacri dell'ISIS sono diventati routine. Giovedì 5 novembre un loro attentato aveva ucciso 50 persone a Beirut-sud in un quartiere sciita controllato da Hizbullah. L'ISIS ha rivendicato anche l'abbattimento dell'areo russo caduto nel Sinai. Nel loro Califfato il massacro di musulmani, di yazidi e di cristiani è cosa di tutti i giorni.
Se l'ISIS è certamente un nemico della libertà, non possiamo certamente considerare nostri amici le potenze che sostengono a parole di combattere l'ISIS. Nato dal decenno di disastro politico-militare dell'invasione statunitense dell'Iraq, Daesh è stato messo in grado di impadronirsi di equipaggiamento militare di fabbricazione statunitense per imporre la sua strategia di terrore in tutta l'area fino a quasi distruggere Kobane nel 2014.
L'esercito della Turchia è il secondo esercito nella NATO. Eppure non ha mosso un dito per fermare gli assassini dell'ISIS che attraversavano il confine tra Turchia e Kurdistan siriano per attaccare Kobane e le unità combattenti curde.
Dunque i morti di Parigi, come quelli dell'aereo russo, di Beirut, di Ankara, di Kobane e di Suruc sono le vittime di uno scontro di potere in Iraq e Siria tra le potenze della NATO, la Russia, il regime di Assad, le potenze regionali. Uno scontro che provoca centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi lungo un fronte che va dallo Yemen all'Iraq, dalla Siria al Libano, dalla Turchia all'Europa, dalla Libia all'Egitto.
Come mettere fine a tutto questo? Molti vorrebbero gettare benzina sul fuoco, inasprire le misure di sicurezza, gettare più bombe sulla Siria e controllare i movimenti delle persone. Ma questa è la strada che porta ad una guerra senza fine e ad uno stato di polizia in cui sopravvivere nella paura dell'attesa del prossimo attacco. E' la stessa realtà quotidiana che vive il popolo iracheno fin dai tempi della guerra del 1991. Una situazione che nel corso degli anni si è fatta sempre più sanguinaria e brutale fino a partorire il mostro ISIS in un bagno di sangue che dura da decennni.
Se l'oggettiva situazione militare ci porta a dire che gli unici avversari dell'ISIS sul campo sono le forze iraniane ed Hizbullah insieme alle forze curde, sostenute dall'aviazione russa, come anarchici e libertari riteniamo che l'unica strada per la libertà passa per la solidarietà tra le classi lavoratrici e non attraverso le guerre o gli "scontri di civiltà".
Bisogna fare delle scelte nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, perchè Parigi non sarà l'ultima atrocità a cui assisteremo ed il terrorismo non farà altro che alimentare odio e militarismo.
Certamente i nostri alleati non saranno le forze imperialiste che hanno dato origine a questa situazione, bensì quelle forze regionali che combattono sul campo per una società davvero fondata sulla libertà e sull'uguaglianza.

martedì 20 ottobre 2015

No alla guerra! 24 ottobre, Marghera

CONTRO LA MEGA-ESERCITAZIONE TRIDENT DELLA NATO
CONTRO LE NUOVE SPINTE VERSO LA GUERRA
CONTRO IL BELLICISMO DEL GOVERNO RENZI
Assemblea pubblica sabato 24 ottobre ore 15.30
piazzale Radaelli 3, Marghera, sede del Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri (5 minuti a piedi da piazza Mercato)
Dal 3 ottobre è in corso in Italia, Spagna e Portogallo “la più grande esercitazione NATO dalla caduta del muro di Berlino”. Impegna (a nostre spese) 36.000 militari, 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi, un certo numero di associazioni “umanitarie”. Soltanto in Sardegna, denuncia la scrittrice Michela Murgia, “centinaia di militari, bombardamenti sul territorio di proiettili del cui contenuto sanno qualcosa solo all’Oncologico, fermo pesca, fermo pastorizia, prove di assalto verso terre che vediamo al telegiornale  …”.
Già … le terre lontane (Iraq, Siria) contro le quali, col pretesto della “lotta all’Isis”, il governo Renzi prepara bombardamenti (è “un modo per essere presi finalmente sul serio”, gongola il gen. Jean) ed è pronto a guidare un nuovo intervento armato in Libia, mentre è chiaro ormai che l’intervento in Afghanistan sarà prolungato … Intanto la Turchia di Erdogan, “nostra stretta alleata” (parola del ministro degli esteri Gentiloni), fa strage di curdi, di lavoratori, di compagni, e l’intoccabile Israele di Netanyahu continua nella sua strage infinita di palestinesi …

Sono queste alcune tra le ‘terre lontane’ da cui stanno arrivando a decine di migliaia nuovi emigranti che non hanno altra alternativa che fuggire dalle loro nazioni devastate da decenni dai ‘nostri’ stati e dai nostri eserciti – o no? 30 miliardi annui di spese belliche solo da parte dell’Italia (che gonfiano il debito di stato), per seminare morte e sconvolgere l’esistenza di decine di milioni di persone nel mondo, mentre proprio in nome del debito di stato non fatto da noi, né a nostro vantaggio, si sono tagliate brutalmente le pensioni, le spese per la salute, l’assistenza ai disabili, l’istruzione, l’edilizia popolare… si è fatta la guerra interna ai lavoratori. Quella guerra che la Confindustria e Renzi vogliono portare fino a radere al suolo i contratti collettivi, sulla scia della Fiat e della Fincantieri.
Mentre il ‘movimento pacifista’ di un tempo è scomparso (alcuni suoi esponenti sono ora al governo a programmare i bombardamenti …), questi problemi sono diventati più gravi e urgenti di prima. Dobbiamo tornare a discuterne per tornare a mobilitarci. Altrimenti le guerre che crediamo lontane irromperanno con ancora maggior violenza “lì” e qui, “lì” distruggendo case e vite, qui distruggendo ogni argine all’attacco dei padroni!
Discutiamone insieme in assemblea, sabato prossimo, presso la nostra sede
Piazzale Radaelli 3, Marghera, h 15:30

venerdì 18 luglio 2014

Illegittima la richiesta dell'esercito israeliano di far evacuare un ospedale di riabilitazione a Gaza

L'agenza B’Tselem ha scoperto che l'esercito israeliano ha incluso l'ospedale di riabilitazione al-Wafaa nel quartiere di a-Shuja’iyeh fra le richieste di evacuazione emesse nei confronti dei residenti di a-Shuja’iyeh e a-Zeitun nella gornata del 16 luglio 2014 alle ore 8.00. Il direttore dell'ospedale Basman al-‘Ashi ha dichiarato a B’Tselem per telefono che l'ospedale ha ricevuto un messaggio registrato la scorsa notte verso le 23.00 in cui si diceva che i residenti dell'area di a-Shuja’iyeh dovevano lasciare le loro case ed andare a nord del centro città. Mezz'ora dopo, l'ospedale ha ricevuto una telefonata in cui una persona dichiaratasi appartenente all'esercito ripeteva la richiesta di evacuazione dell'ospedale in maniera specifica. Secondo il direttore al-‘Ashi, nell'ospedale ci sono attualmente 17 ricoverati, tra i 14 ed i 95 anni, tutti con patologie di paralisi di diversa entità. Ci sono anche circa 30 operatori nell'ospedale ed un certo numero di attivisti internazionali. Il direttore Al-‘Ashi ha chiarito che non c'è nessuna intenzione di evacuare l'ospedale, dato anche che si tratta dell'unico ospedale a Gaza specializzato nei trattamenti di riabilitazione per pazienti colpiti da paralisi. La richiesta militare di evacuare l'ospedale è del tutto illegittima. Un ospedale non è un obiettivo militare e l'esercito non può trattarlo come un bersaglio se fosse evacuato. L'agenzia di informazioni B’Tselem riferisce che l'ordine di evacuazione dell'ospedale fa parte della più ampia operazione di evacuazione dell'intero quartiere, senza nessun riguardo per il fatto che evacuare un istituto di riabilitazione è una faccenda complicata che mette a rischio la vita dei pazienti. Non c'è nessuna altra struttura di riabilitazione nell'area che possa ospitare questi pazienti, per i quali sono previsti trattamenti speciali che non sono riproducibili altrove. Un trasferimento dei pazienti dall'ospedale è una faccenda complicata e nel migliore dei casi anche pericolosa. E nelle attuali condizioni in cui si trova Gaza, il pericolo può significare morte. (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

venerdì 7 marzo 2014

Tra l'incudine russa e il martello occidentale

La crisi in Ucraina assomiglia troppo a quella che negli anni novanta devastò la Jugoslavia. In Jugoslavia l'ultimo atto della guerra venne rappresentato dall'"operazione tempesta" nella Krajina croata e vide l'espulsione in massa della popolazione serba che abitava quelle regioni da secoli. Analogia nel nome, questione etimologica si, ma che cela la sostanza delle vicende comuni ad una zona appunto di frontiera, Ucraina come Krajina hanno lo stesso significato, terra di confine, frontiera. Da sempre terre e popoli facili preda di nazionalismi e di una etnicizzazione dirompente nei rapporti sociali, paradosso di una storia che in Europa come negli USA si vorrebbe passata. La visuale eurocentrica non aiuta a comprendere quanto accade e quanto è accaduto in passato nelle terre di confine. Qualche nostalgico neofascista ha voluto farci credere che l'abbattimento delle statue di Lenin o in Croazia di Tito aprissero al mondo strade nuove e felici ai popoli coinvolti, ma così non è stato, mai. La crisi Ucraina nasce in un paese che non è mai stato uno Stato-nazione, da sempre attraversato da lingue, culture e popoli diversi, ed ora attraversato letteralmente da oleodotti e metanodotti che portano nella EU gli idrocarburi russi. Contrariamente a quanto vogliono far credere i seguaci del "complottismo", sempre pronti a cercare le cause delle rivolte sociali nelle influenze esterne, l'esplosione di rivolte a cui partecipano ampie fette di popolazione hanno sempre delle cause interne di varia natura economica, sociale e politica, su cui inoltre si innescano rivendicazioni etniche e/o religiose. Su queste poi cercano di far leva gli interessi politici ed economici delle classi borghesi nazionali e gli interessi economici e strategico-politici degli Stati imperialisti, che cercano di utilizzare gli eventi a loro favore. In Ucraina si scontrano le differenze economiche ed etniche di due settori geo-politici: quello occidentale e centrale a prevalenza etnica ucraina, caratterizzato da una bassa industrializzazione e da un enorme bacino agricolo sotto sfruttato, storicamente più legato alle Nazioni che confinano ad occidente (e quindi più tendenzialmente all'Europa), e quello orientale e meridionale, a prevalenza etnica russa, caratterizzato da una più forte, anche se obsoleta, industrializzazione, storicamente ed economicamente più legato alla grande madre Russia. La rivolta esplode nel settore centro occidentale ed assume, per le peculiarità sopra esposte, caratteristiche anti-Russe. Ha origini politiche, prevalentemente nelle classi medie e negli studenti che si ribellano contro la corruzione dell'apparato statale del filo russo Yanukovich, e origini socio-economiche in seguito alle illusioni delle classi lavoratrici, tradite dalle oligarchie dirigenti susseguitesi dopo la caduta del muro di Berlino e tradite dagli effetti dell'ultima crisi capitalista. In questo scenario si inseriscono, come spesso accade a queste longitudini, i tentativi delle organizzazioni di estrema destra e fasciste di aumentare la loro influenza attraverso l'acquisizione di fette di potere politico; è la strada che stanno percorrendo organizzazioni del settore centro-occidentale, fasciste e nazionaliste, come i partiti Svoboda, Batkivshchyna e Pravy Sektor, spesso in concorrenza tra loro. Ma le organizzazioni fasciste sono proprie anche del blocco antagonista filo-russo, dove estremisti di destra, stalinisti, Cosacchi e fanatici ortodossi, combattono tutti insieme contro i Banderoviti (soldati di Stepan Bandera, capo militare e politico collaborazionista durante l'occupazione nazista). La sola differenza è la tradizione storica a cui si richiamano. Ed in questo scenario si innescano anche le mire politico-economiche dei potentati oligarchici locali, in concorrenza tra loro, come quelli rappresentati dalla famiglia Yanukovich o da Yulia Tymoshenko, personaggio falsamente descritto dalla propaganda mediatica occidentale come un'eroina della libertà, quando in realtà è una sorta di Berlusconi ucraina, immischiata in diverse faccende finanziarie. Ed in questo scenario, e non poteva essere altrimenti, si inseriscono gli interessi degli Stati imperialisti. Interessi che sono strategici, addirittura vitali, come quelli russi che in Crimea hanno una loro fondamentale base militare; politici come quelli nord-americani, che cercano di sfruttare il conflitto per far perdere terreno alla Russia o perlomeno di ostacolare un probabile avvicinamento di interessi tra questa e la UE. Ci sono gli interessi politici ed energetici dell'Europa, visto che l'Ucraina è, come dicevamo sopra, terra di attraversamento di importanti corridoi energetici che trasportano gli idrocarburi russi in territorio europeo. Ed infine ci sono gli interessi economici cinesi, indifferenti alla forma politica dello Stato ucraino, ma profondamente interessati alle potenzialità agricole dello stesso. Che il conflitto, o la spartizione del paese per evitarlo, sia quindi inevitabile è quasi un dato di fatto: da un lato nazisti galiziani e nazionalisti confusi appoggiati dalla Unione Europea a caccia di mercati e di manodopera a basso costo, con a fianco l'amico/rivale Stati Uniti desideroso di spostare ad Est il fronte NATO, dall'altro la Russia che non è disposta ad essere spodestata dalla propria influenza su territori vitali. Tutto questo impone una riflessione su quanto sta avvenendo. È fondamentale, a partire dagli strumenti analitici in possesso della prassi antiautoritaria e antimperialista, fare il possibile affinché la classe lavoratrice non sia preda dell'influenza nefasta dell'uno o dell'altro potentato interno e dell'uno o dell'altro polo imperialista. Perché troppo spesso si assiste a fatidici antimperialisti che si schierano con Putin e la Russia, oppure a parte della sinistra "per bene" che si trova a fianco dell'imperialismo americano ed europeo, a rappresentanze politiche che stanno zitte o balbettano confuse, ai seguaci della caduta tendenziale del tasso di profitto e della "comunistizzazione" subito che si perdono in analisi tanto fantasmagoriche quanto inutili. È importante innanzitutto fare chiarezza sul fatto che il proletariato ucraino non ha governi amici, che siano di colore bruno o arancione, e che il proletariato internazionale non ha Stati amici, che siano borghesi o presunti operai. E che non esistono scorciatoie nazionaliste: l'unica strada percorribile, a corto e a lungo termine, è l'autonomia e l'autodeterminazione delle classi sfruttate a tutte le latitudini e le longitudini. Fare chiarezza su questo aspetto, in questo periodo di grande confusione, è il primo obiettivo, senza il quale non sarà possibile costruire, così come auspichiamo, una ricomposizione del fronte di classe internazionalista. L'assenza di guerra non è pace, ma ora come ora che per evitare che il maggior numero di proletari rimangano coinvolti in una guerra fratricida, che almeno la ridisegnazione dei confini e degli assetti avvenga senza ulteriori spargimenti di sangue. Segreteria Nazionale Federazione dei Comunisti Anarchici 5 marzo 2014 Link esterno: http://www.fdca.it

mercoledì 2 ottobre 2013

Siria , rivoluzione o reazione ? dibattito al tuttinpiedi di mestre

sabato 5 ottobre ore 18 al Tuttinpiedi Dibattito Siria: rivoluzione o reazione? guerra civile o guerra mondiale? circolo Tuttinpiedi - P.zza Canova 1 Mestre (VE) - laterale viale san marco di fornte negozio A&S

martedì 17 settembre 2013

Stati e forze reazionarie: giù le mani dalla rivoluzione siriana

A partire dal marzo 2011, è in corso in Siria un processo rivoluzionario. Il popolo è insorto contro il sanguinario regime fascista di Bashar al-Assad e contro il Partito Ba'ath. Non essendo nè un "complotto imperialista", nè un "complotto islamista" e nemmeno un "complotto sionista", questa rivoluzione popolare sta dentro quella più globale rivolta contro il capitalismo, per la giustizia e la libertà, che si è sviluppata tra gli oppressi e gli sfruttati dall'Egitto alla Cina, dalla Russia alla Turchia, dall'Europa al Brasile, dalla Tunisia alla Siria. La brutale repressione da parte del "laico" regime fascista Questa rivolta è stata affrontata con una brutale repressione da un regime che ha scelto di giocare la carta del settarismo religioso mentre si autorappresentava ipocritamente come "protettore delle minoranze", un regime che massacrava i suoi oppositori, fossero adulti o bambini. Questo regime è stato sostenuto dal regime clerico-fascista dell'Iran e dall'imperialismo russo. La repressione ha portato una rivolta che inizialmente era pacifica alla scelta di militarizzarsi, per necessità di autodifesa. Le strumentalizzazioni delle potenze imperialiste in competizione Come in ogni processo rivoluzionario, alcune forze, estranee agli scopi rivoluzionari, hanno cercato di strumentalizzare gli eventi allo scopo di far emergere obiettivi che non hanno nulla a che vedere con quella libertà e quella uguaglianza, così tanto perseguite dal popolo siriano insorto. Al momento della sua militarizzazione, il processo rivoluzionario si è trovato a dover far fronte ad una contro-rivoluzione interna: alcuni movimenti reazionari e clerico-fascisti, finanziati, armati e sostenuti dalla Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia ma anche dai miliardari sauditi, hanno cercato fortemente di far deviare il processo rivoluzionario allo scopo di trascinarlo nella regionale contesa politico-religiosa tra fascismo religioso sciita e fascismo religioso sunnita. Questi movimenti hanno un vantaggio militare sulla laica rivoluzione siriana grazie al loro ruolo quali emanazioni e clienti dei regimi fascisti e dell'imperialismo occidentali, un vantaggio militare che viene usato per soffocare la dinamica rivoluzionaria. Agendo da veri feudali signori della guerra che controllano le loro aree tramite il terrore, queste forze non esitano a spianare la strada all'esercito del regime dietro pagamento in contanti. Tali forze svolgono anche il ruolo di braccio armato della Turchia contro il movimento curdo, massacrando e stuprando su commissione, all'interno della guerra regionale contro il popolo curdo. Contro-rivoluzione esterna ed interna: Stati e religiosi fascisti uniti contro il popolo curdo ed arabo Nell'area curda della Siria, nel frattempo, è in corso uno specifico processo rivoluzionario, all'interno della battaglia del movimento popolare curdo per l'autonomia regionale, che si oppone al regime, ma che si rifiuta di sacrificare la causa curda sull'altare del nazionalismo arabo delle ideologie nazionaliste siriane. Questo desiderio di autonomia ha portato i Curdi a doversi scontrare sia col regime che con i reazionari nazionalisti ed islamisti, entrambi oppositori di una terza via per ragioni tra loro diverse. La Francia ha mantenuto per lungo tempo stretti rapporti col regime siriano. Insieme agli Stati Uniti ed ai loro alleati regionali, Arabia Saudita, Qatar ed Israele, è finita per sostenere la contro-rivoluzione clerico-fascista. Il movimento popolar-rivoluzionario siriano, del tutto laico in sè, si trova invece ad essere deliberatamente isolato da tutte queste forze: il suo obiettivo, l'autodeterminazione del popolo siriano, è una questione di fatto totalmente estranea agli interessi imperialisti in competizione che si stanno affrontando in suolo siriano. Sia i clerico-fascisti che il regime sono super-armati: il popolo è disarmato Il flusso delle armi scorre verso i reazionari religiosi e verso i clienti dei fantocci del Consiglio Nazionale Siriano, tramite l'Occidente, la Turchia, l'Arabia Saudita ed il Qatar. Ma le armi arrivano anche al regime grazie all'Iran, alla Cina ed alla Russia. Il popolo siriano ed i rivoluzionari laici sono i soli, intanto, ad essere senza armi, poichè l'incubo peggiore per entrambi i blocchi imperialisti in competizione è che il popolo possa difendersi da sè, sia contro il regime che contro i clerico-fascisti ed i predatori imperialisti che stanno cercando di scippare la rivoluzione al popolo siriano. Un intervento contro-rivoluzionario I recenti successi militari del regime, favoriti da questa devastante politica attuata dai reazionari e dai clerico-fascisti takfiristi, strumenti del Qatar e dell' Arabia Saudita, nonchè degli Stati Occidentali, che sono dovuti al sostegno iraniano e russo, hanno spinto gli Stati Occidentali ed i loro alleati in Medio Oriente a prendere in considerazione un intervento militare: il cui scopo non ha nulla a che vedere col "proteggere il popolo siriano", come essi dicono, quanto piuttosto ha molto a che fare con la loro strumentalizzazione del conflitto all'interno della contesa regionale. Questo intervento sarebbe un nuovo passo nel tentativo di riprendere il controllo sul processo rivoluzionario e di strumentalizzarlo all'interno della partita geopolitica regionale. Il popolo siriano che vuole la libertà si trova tra l'incudine ed il martello. Fin dall'inizio del processo rivoluzionario la grande maggioranza del popolo siriano ha dovuto opporsi a qualsiasi intervento esterno, chiedendo solo i mezzi per autodifendersi. Questi mezzi gli sono stati sempre megati, con la scusa che "non si sapeva in quali mani le armi sarebbero finite". Tuttavia, i clerico-fascisti sono pieni di armi, come pure i soldati del regime. E qui sta l'ipocrisia dei regimi occidentali, dato che il destino del popolo siriano è l'ultima delle loro preoccupazioni. Dalla nostra parte, dalla parte del popolo, dalla parte della libertà contro tutti gli Stati Sostenere il movimento popolare siriano, rifiutare tutti gli interventi e la contro-rivoluzione clerico-fascista: questo è l'enorme compito che grava sui lavoratori, soprattutto negli Stati che stanno guidando la contro-rivoluzione, sia sostenendo il regime sia sostenendo le forze reazionarie che puntano ad instaurare una nuova dominazione a spese del popolo. In Francia, in Russia, in Iran, negli Stati Uniti, in Turchia ed in Israele, deve sentirsi forte la nostra voce: Tenete le vostre mani sanguinarie lontane dalla rivoluzione siriana! No al clerico-fascismo, no al fascismo "laico": Sostenere le rivoluzioni laiche, degli Arabi e dei Curdi. No ai bombardamenti. Armi per l'auto-difesa popolare del popolo siriano! Segreteria per le Relazioni Internazionali Coordination des Groupes Anarchistes, Francia (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali) Link esterno: http://www.c-g-a.org

venerdì 6 settembre 2013

Gruppo Libertario Remo Tartari di Ferrara e Usi - Ait nazionale : Manifesto contro l'intervento militare in Siria

 manifesto Usi - Ait contro l'intervento armato in Siria , ripreso dal gruppo libertaio Remo Tartari di Ferrara

























http://gruppolibertarioremotartari.blogspot.it/2013/09/contro-la-guerra.html

mercoledì 30 gennaio 2013

Mali: Areva val bene una guerra

Pensavate che l'Africa Francese fosse una cosa del passato? E invece no, e nonostante la retorica di Hollande su questi temi, così come di molti altri, il Partito Socialista e l'UMP sono come 2 facce della stessa medaglia. La "Francia non alcun interesse nel Mali", ha dichiarato François Hollande alla stampa il 16 gennaio. "Siamo solo al servizio della pace." Davvero la Francia non ha interessi nella regione del Sahel? E nemmeno nelle miniere di uranio del Niger, sfruttate da Areva [1] per rifornire le centrali nucleari francesi? Certamente, il fatto che un esercito di Salafiti detti legge nel nord del Mali non piace a nessuno - non piace agli abitanti locali condannati a vivere sotto il giogo di quei fanatici nè agli altri Stati della regione che temono una destabilizzazione, e nemmeno agli altri abitanti del Mali, che vedono il loro paese diviso in due e sulla soglia del collasso. Ma se la situazione preoccupa particolarmente la Francia, lo è perchè innanzi tutto in anni recenti, l'estrazione di uranio nel Niger era diventata pericolosa a causa delle ripetute incursioni e dei rapimenti. E' soprattutto per questa ragione che oggi l'esercito francese sta usando i bombardamenti aerei e si accinge all'intervento di terra. Questo intervento permette alla Francia anche di riguadagnare il suo ruolo-guida nella regione nei confronti degli alleati USA i quali per parecchi anni hanno addestrato -invano a quanto pare- l'esercito del Mali per combattere la "guerra al terrore". Gli interessi economici e geopolitici pesano enormemente, molto più delle mani mozzate o dei mausolei distrutti. Quelli che in Mali oggi gridano "Vive la France" e coloro che vedono in François Hollande un liberatore [2] bisogna che guardino alla realtà della situazione. Sconfiggere i Salafiti, liberare gli abitanti di Gao o di Timbuktu - doveva essere compito del Mali, possibilmente con l'aiuto dei paesi vicini. Solo così si sarebbe dato un segnale di rottura nei confronti della dipendenza vis-à-vis dalla precedente potenza coloniale. Nel lasciar fare l'Eliseo, e persino nel sostenerne con sollievo l'intervento militare, la Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale (ECOWAS), il Movimento per la Liberazione di Azawad [3], il governo ad interim del Mali ed anche un "anti-imperialista" come Captain Sanogo [4] si sono legati deliberatamente per il futuro al carro neo-colonialista ed insieme a loro anche i popoli dell'Africa Occidentale. Alternative Libertaire denuncia anche che in Francia è in atto un inasprimento dei servizi di sicurezza, collegati a questa guerra, con il passaggio al codice rosso del Vigipirate [5] e col ritorno dello spauracchio del terrorismo che viene usato per aumentare la repressione e per colpire gli islamici e gli africani, gli eterni "nemici interni". Soldati francesi a casa! Compagni africani, dite no al neo-colonialismo! ....e no anche al nucleare! Alternative Libertaire 16 gennaio 2013 Traduzione a cura di FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali. Notes: 1. http://lexpansion.lexpress.fr/afrique/pourquoi-areva-reste-t-il-au-niger-malgre-les-dangers_239131.html 2. http://www.humanite.fr/monde/les-maliens-de-france-entre-angoisse-et-soulagemen-513006 3. http://www.tamazgha.fr/Le-MNLA-met-en-garde-quant-aux.html 4. http://www.malijet.com/actualite-politique-au-mali/flash-info/61047-guerre-au-mali-apres-dioncounda-le-capitaine-sanogo-remercie-la-.html 5. nota del traduttore: in Francia è il sistema di allerta per la sicurezza nazionale Link esterno: http://www.alternativelibertaire.org/

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)