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lunedì 10 luglio 2017

Petrolio: scisto o sceicchi?

Una vecchia canzone dei Clash  diceva più o meno Sheiks don’t like rock in the casbah”, ebbene dopo il vertice dell’OPEC del 25 maggio  2017 al posto di rock ci potremmo metterci shale….
OPEC e sceicchi
All’indomani del vertice dell’OPEC del 25 maggio scorso a Vienna, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, Khalid al-Falih
Risultati immagini per khalid al-falih
ed il suo collega russo Alexander Novak
Risultati immagini per alexander novak
hanno dichiarato che i tagli alla produzione del greggio verranno prorogati di 9 mesi, fino al marzo 2018, per far risalire i prezzi verso una soglia intorno ai $50 al barile.
Dopo 2 anni e mezzo di tira e molla, l’OPEC sembra aver trovato una strategia di mercato che sembra non tenere conto, però, dell’evoluzione della concorrenza dei produttori americani di shale-oil (greggio da scisto).
Alla sfida estrattiva (veloce ed economica) di greggio (in siti ritenuti in passato non convenienti per un’estrazione tradizionale) tramite il fracking (fratturazione idraulica delle rocce scistose), iniziata circa 10 anni fa, solo nel 2014 l’OPEC aveva risposto prendendo come contromisura l’aumento della produzione per abbassare i prezzi e mettere in difficoltà gli indebitati produttori di shale-oil americani (in perdita con un prezzo sotto i $50 al barile).
Ma mettendo in difficoltà anche membri OPEC e non/OPEC fortemente dipendenti dall’alto prezzo del greggio [Brasile, Venezuela, Ecuador…] e privi delle enormi riserve valutarie di cui dispone ad esempio il fondo sovrano dell’Arabia Saudita ($2000mld).
Opec, nuovi tagli alla produzione: nove mesi in più
L’andamento dei prezzi del petrolio: il rialzo dopo la prima stretta alla produzione Opec (in rosso), è poi svanito. E’ stato necessario aprire a nuovi tagli per far risalire il barile.
(al 9 giugno 2017, $48,3b il Brent e $45,92b il WTI).
Shale-oil/petrolio-da-scisto
La crisi di capitali e debitoria che aveva colpito questo settore a causa dei prezzi bassi è in corso di evoluzione, in virtù della capacità dei produttori di shale-oil di rifornirsi di capitali dai mercati finanziari, tramite strumenti quali i futures (contratti a termine per cui si acquista un bene che sarà disponibile in un futuro predeterminato, vedi futures nell’acquisto di vino Brunello dell’annata xy…) oppure  gli hedge funds (fondi speculativi di investimento ad alto rischio).
La fiducia dei mercati finanziari al settore dello shale-oil trova le sue basi nella prevedibilità del successo dell’attività estrattiva del fracking rispetto a quella più casuale dei pozzi. L’estrazione da scisto è diventata ormai una normale attività industriale programmabile, simile a quella manifatturiera, per cui il settore può contare anche sugli investimenti dei fondi-pensione e dei fondi private-equity (investimenti su società valutate in forte crescita con possibilità di disinvestimento per ottenere plusvalenze dalla vendita delle azioni), interessati più alla remunerazione del capitale investito proteggendo il settore e puntando ad una crescita della produzione, piuttosto che speculare su un ritorno del greggio a un prezzo di $100 al barile.
Secondo l’organismo di authority America’s Commodity Futures Trading Commission, il valore delle transazioni del petrolio da scisto nella tipologia merceologica WTI (West Texas Intermediate) è pari ad 1 mld di barili in futures, più del doppio di 5 anni fa e pari ad 1/4 di quota di mercato rispetto al 16% del 2012.
La schizofrenica politica dell’OPEC, passata da un’iper-produzione della fine del 2016 al taglio della produzione dallo scorso 1 gennaio, ha in realtà depresso il prezzo spot (prezzo corrente di una merce) rispetto al suo valore in futures, alimentando così  una situazione di mercato definita contango, in cui il valore dei futures è superiore al prezzo corrente, consentendo ai produttori di petrolio-da-scisto WTI  di attirare investitori di futures.
Invece, la strategia OPEC di puntare ad un prezzo spot superiore a quello dei futures (situazione di mercato definita come backwardation) per scoraggiare gli investimenti nel petrolio-da-scisto non appare avere per ora effetti degni di nota.
Produzione americana
L’agenzia governativa Energy Information Administration prevede che nel 2018 la produzione di greggio americana sarà di 10 milioni di barili al giorno, al pari con quella russa e saudita.
Il numero dei produttori di shale-oil è salito negli ultimi 10 mesi da 262 a 700.
La stessa agenzia fa sapere che sarà un’impresa dura per i produttori OPEC e non/OPEC ridurre le scorte di greggio alla media degli ultimi 5 anni (si tratta di tagliare 1,8mbg); inoltre, la Libia e la Nigeria (entrambi membri OPEC), esentate dal taglio della produzione per la loro difficile situazione economica, hanno aumentato nettamente la loro produzione [Nigeria +274.000bg in aprile 2017, Libia +800.000bg] vanificando in qualche modo le scelte della loro organizzazione.
graph of estimated petroleum and natural gas hydrocarbon production in selected countries, as explained in the article text
Fabbisogno mondiale
Nel 2016, la domanda mondiale è stata più debole, sia sul versante dei paesi ricchi che su quello dei paesi in espansione come Cina ed India, che stanno usando il petrolio in maniera più efficiente rispetto ad altri paesi sviluppati.
Risultati immagini per roland berger efficiency of oil consumption
Il che rende difficile fare previsioni su eventuali aumenti del prezzo del greggio.
Dipende anche dai produttori di petrolio-da-scisto: carenza di manodopera e di attrezzature potrebbero far crescere i costi di perforazione; tassi d’interesse più alti potrebbero raffreddare l’entusiasmo degli investitori ed un’irrazionale esuberanza del settore potrebbe spingere in alto la produzione con effetto depressivo sui prezzi.
In attesa del 2023 [https://www.youtube.com/watch?v=cOey0Gmpq-0] , quando il petrolio -secondo alcuni autorevoli analisti- sarà un ricordo del passato.
In fondo mancano solo 6 anni!!
Ufficio studi Alternativa Libertaria/fdca
cfr. http://www.cftc.gov/index.htm; https://www.eia.gov/; https://www.rolandberger.com/; The Economist n°9041; Il Sole24Ore; http://www.repubblica.it/economia/2017/05/25/news/opec_petrolio_tagli_estensione-166336428/; http://www.opec.org/opec_web/en/index.htm

giovedì 1 giugno 2017

Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA

Questo articolo si occupa dell'attuale situazione militare in Rojava. Mentre il PYD e le Forze Democratiche Siriane si avvicinano sempre di più agli USA, sembra che tra gli anarchici ed i comunisti-anarchici c'è chi se ne dimostra felice. Questo articolo cerca di spiegare a questi anarchici che tale alleanza è solo negli interessi degli USA e dei loro alleati in Europa e nella regione. Alla fine, il Rojava potrebbe perdere ciò che ha conquistato finora.
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Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA.
By: Zaher Baher
17 maggio 2017
Gli equilibri politici e militari in Siria sono in continuo mutamento. Le relazioni tra le Forze Democratiche Siriane (SDF), co-fondate dalle Unità di Difesa del Popolo (YPG), ed anche quelle con Russia ed USA fluttuano costantemente. Le dinamiche dietro questi cambiamenti hanno poco a che fare con l'ISIS. Infatti, tutto dipende dai rispettivi interessi generali delle grandi potenze e dai  loro scontri per stabilire una predominanza di potere nell'area.
L'anno scorso c'è stata una costante erosione della posizione degli Stati Uniti in Siria nei confronti della Russia, che da allora è in una posizione di vantaggio. Il pesante coinvolgimento della Russia in Siria e l'essere diventata un alleato importante della Turchia ha cambiato molte cose. La relativa inattività  degli Stati Uniti ha dato l'opportunità alla Russia, alla Turchia e all'Iran di svolgere un ruolo significativo nel prendere le decisioni.
Sotto la nuova amministrazione di Trump questo è cambiato in qualche modo. Probabilmente Trump ha un approccio diverso sulla Siria. Nonostante gli Usa siano ancora una delle maggiori potenze del mondo, non riescono a muoversi nella regione, specialmente in Siria.
Dopo una lunga pausa, Trump ha deciso di allearsi con le SDF contro l'ISIS per sconfiggerlo a Raqqa, indipendentemente dalla posizione e dalla reazione della Turchia. Trump ha ora approvato un accordo per fornire direttamente armi pesanti alle SDF, vedendole come la forza più efficace e affidabile soprattutto dopo che le SDF hanno strappato la città di Tabqa City all'ISIS. L'amministrazione statunitense è attualmente più che mai determinata nella ri-conquista di Raqqa, capitale di fatto dell'ISIS. Ora è chiaro che l'amministrazione statunitense, le SDF e il Partito Democratico Popolare (PYD) si stanno avvicinando l'un l'altro fino al punto che le SDF puntano a raggiungere ciò che gli Stati Uniti vogliono raggiungere, anche se ciò potrebbe  avvenire a spese di ciò che è stato raggiunto finora in Rojava.
Noi sostenitori del Rojava dovrebbero essere molto preoccupati per l'attuale sviluppo in relazione a ciò che potrebbe accadere alla democratica auto-amministrazione del Rojava ed al Movimento della Società Democratica (Tev-Dem,  coalizione di governo del Confederalismo Democratico, ndt ). Dobbiamo preoccuparci delle seguenti conseguenze:
Primo: è una questione di influenza per gli Stati Uniti, mentre assistono al fatto che la Russia quasi controlla la situazione ed è riuscita a portare la Turchia dalla sua parte. Gli Stati Uniti vogliono dimostrarsi ancora molto attivi prima di perdere il loro potere nell'area. Vogliono giocare il ruolo principale e raggiungere il proprio obiettivo, ma questo può essere fatto solo attraverso le SDF ed il PYD. Non c'è dubbio che gli Stati Uniti siano più preoccupati per i propri interessi piuttosto che per gli interessi curdi in Rojava.
Secondo: per controllare le SDF ed il PYD, occorreva farne uno strumento da usare per gli interessi statunitensi. Il che è il miglior modo per far perdere credibilità al PYD ed alle SDF in Siria, nella regione, in Europa, ovunque.
Terzo: l'attuale atteggiamento degli USA verso il Rojava e l'armamento delle SDF potrebbero essere diretti ad allontanarle dal PKK per indebolire l'influenza di quest'ultimo sugli sviluppi in Rojava.
Quarto: non c'è dubbio alcuno che qualsiasi cosa accada renderà la Turchia sempre più aggressiva contro le YPG ed il PKK. Questo potrebbe indurre la Turchia ad alzare la posta. Potrebbe ripetere le operazioni militari del mese scorso contro le YPG o persino estendere queste operazioni sul territorio del Rojava nonchè contro le YPG & PKK a Shangal, nel Kurdistan iracheno.
Quinto: Con l'ostilità della Russia contro le SDF e il PYD, Assad potrebbe essere spinto a cambiare l'atteggiamento della Siria verso di loro in futuro, se non adesso. Se il Rojava avesse scelto la Russia anziché gli USA, sarebbe stato  molto meglio perché la Russia è più affidabile come alleato rispetto agli Stati Uniti. Sembra che Assad resterà al potere dopo la sconfitta dell'ISIS. Assad normalmente ascolta la Russia con molta diligenza. In questo caso, sotto pressione della Russia ci sarebbero state maggiori possibilità affinchè Assad  permettesse al Rojava di perseguire un futuro migliore di quello che gli Stati Uniti e i paesi occidentali potrebbero decidere per il Rojava.
Sesto: l'intensificarsi ed il  prolungarsi della guerra in atto ha portato il Rojava a confrontarsi con la  grande questione della dislocazione. La continuazione della guerra costa alle SDF tante vite e le rende sempre più deboli. Più è forte e più è grande il peso delle SDF in Rojava, più deve necessariamente dipendere da una delle maggiori potenze, ma nel frattempo il Rojava si sarà indebolito. Quanto più le SDF avanzano militarmente, tanto più arretrano socialmente ed economicamente  in Rojava. Più diventano forti le SDF ed il PYD, minore è la forza che l'auto-amministrazione locale ed il Tev-Dem avranno. Il numero di combattenti delle SDF  è stimato in 50.000. Immaginate che solo 10.000 di essi, invece di stare al fronte, lavorino nei campi e nelle  cooperative a costruire scuole, ospedali, case e parchi. Il Rojava sarebbe oggi tutta un'altra cosa.
Settimo: spesso ho scritto nei miei articoli che un successo del Rojava - quel successo che ha avuto nel modo in cui speravamo - sarebbe dipeso in futuro da un paio di fattori, o come minimo uno, per poter preservare la sperimentazione. Uno era l'ampliamento del movimento del Rojava ad almeno  un paio di altri paesi della regione. L'altro fattore era la solidarietà internazionale. Ma, non si è verificato nessuno dei due. Se c'è qualcosa che può ora preservare il Rojava, sono l'ISIS e le forze dell'opposizione in Siria che si oppongono contro tutte le probabilità. In breve, solo una prolungata campagna militare anti-ISIS può preservare il Rojava.
A mio parere, dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane, le YPG avrebbero dovuto sospendere le operazioni militari tranne che per l'autodifesa dei confini stabiliti. Dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane e dopo il maggiore intervento degli Stati Uniti e della Russia, le YPG ed il  PYD avrebbero dovuto ritirarsi dalla guerra. Il PYD avrebbe dovuto affrontare meglio la situazione e ritirarsi dal potere nel Tev-Dem e lasciare che il resto della popolazione prendesse le proprie decisioni sulla pace e sulla guerra. Chiaramente la natura attuale, la direzione e il potenziale corso della guerra in atto sono completamente cambiati nel Rojava. È una guerra delle grandi potenze, dei governi europei e dei governi regionali per proteggere i propri interessi e dividersi il dominio.
La situazione al momento sembra molto grama. Sembra che una volta che l'ISIS sia stato sconfitto a Mosul e Raqqa, avrà inizio probabilmente una guerra che coinvolgerà il Rojava ed il PKK in Iraq sui monti di Qandil e nella città di Shangal. Questi sono i calcoli che stanno facendo Barzani, capo del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG), la Turchia e forse anche l'Iran e l'Iraq con la benedizione degli Stati Uniti, della Russia e della Germania. Una tale guerra potrebbe iniziare entro la fine di agosto o settembre dopo la sconfitta militare dell'ISIS a Mosul e Raqqa.

Zaherbaher.com (Zaher Baher è scrittore ed attivista del Kurdistan Anarchists Forum)
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

venerdì 10 marzo 2017

Precisazioni circa Makhno, Contropiano e le solite calunnie


Stimati compagni della redazione di “Contropiano”,
non ci stupisce né ci indigna che il presidente della Commissione esteri del Senato russo veicoli via Facebook (e dove, altrimenti?) antiche calunnie bolsceviche e liberali circa il compagno Nestor Ivanovic Machno, riprese poi da tal Fabrizio Poggi nel suo articolo “La fede ucraina tra Stepan Bandera e Nestor Makhnò”. Più concretamente ci interessa ristabilire i termini della verità storica, mille volte mistificata dalla storiografia liberale, socialdemocratica e bolscevica.
Il compagno anarchico Nestor Ivanovic Machno era un rivoluzionario internazionalista che combattè, in nome dell’emancipazione dei lavoratori, contro le armate bianche che dilagarono in Ukraina fin dal 1918.  Lo fece a fianco dell’Armata Rossa, con successo e lealtà per quella rivoluzione proletaria che sempre difese: dalle armate controrivoluzionarie e dalle bande di briganti fino all’aggressione sanguinosa da parte del maresciallo Trotzkj che non poteva acconsentire all’autogoverno del proletariato d’Uckraina la cui sanguinosa sconfitta, da parte dell’esercito del nuovo stato sovietico precedeva, nel 1921,  l’insurrezione de Kronstadt contro il super lavoro e il super sfruttamento, il ripristino dei privilegi di classe abbattuti, la fame, la miseria e la morte per la patria socialista”. 
 Queste vicende anticipavano la tragedia del proletariato russo soccombente di fronte all’insorgente capitalismo di stato sovietico e nella sua successiva configurazione imperialistica, alla cui edificazione il bolscevismo non può dirsi estraneo.
saluti libertari

Alternativa Libertaria/FdCA




martedì 1 marzo 2016

LA SITUAZIONE MILITARE IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone


LA SITUAZIONE MILITARE IN SIRIA
di Pier Francesco Zarcone




Si tratta di un argomento praticamente non trattato dai grandi media. Al massimo ogni tanto si comunica il numero di vittime civili a seguito di scontri e bombardamenti, e si dà notizia di successi militari dell'Isis e di altre formazioni jihadiste, magari dilatandone la portata suscitando il classico effetto di Hannibal ante portas, ma senza inquadrarli nelle oggettive proporzioni tattiche e strategiche. Cosa accada davvero sui campi di battaglia resta sconosciuto ai più, e nella presente fase, alquanto negativa per i cosiddetti takfiri (sinonimo dei jihadisti per il loro tacciare di apostasia i musulmani di orientamento diverso), il silenzio è pressoché totale. Eppure in questi circa quattro anni di guerra in Siria sul piano militare (e politico) ci sono stati sviluppi interessanti.


Le premesse tattico-strategiche
In primo luogo va rimarcata l'opportunità della scelta fin dall'inizio effettuata dal governo di Damasco di fronte a una massiccia e capillare invasione di combattenti stranieri sostenuti (militarmente ed economicamente) dall'esterno. Le opzioni possibili erano due: a) cercare di difendere subito tutto il territorio siriano, con prevedibili esiti disastrosi sul terreno, oppure b) attestarsi nella difesa della capitale e della zona costiera (cioè dell'area con la maggiore concentrazione alawita e sciita in genere). Questa seconda ipotesi implicava il temporaneo abbandono al nemico dei territori orientali – che, seppure in buona parte desertici, presentano risorse energetiche importanti - e poi manovrare da quello "zoccolo duro" territoriale per un'auspicata azione di riconquista. La scelta è caduta sulla seconda opzione.
Al riguardo i grandi media l'hanno generalmente interpretata come segnale o della prossima sconfitta militare dei governativi o di una precisa exit strategy, nel senso che Assad avrebbe fatto della zona costiera il ridotto in cui rifugiarsi e concentrarvi la resistenza dopo il disastro sul campo, dato come inevitabile. La prospettiva strategica alla base di quella decisione era diversa e si basava - in ragione della globale situazione siriana, più complessa e comunque diversa rispetto a quelle di Egitto e Tunisia - sulla vera carta giocabile dal governo damasceno: l'appoggio pratico e concreto da parte di Russia, Iran e Hezbollāh libanese. Era quindi essenziale mantenere aperti i canali aerei, terrestri e marittimi con questi alleati, fornitori di aiuti non solo diplomatici, ma anche militari ed economici. Come infatti è avvenuto.
All'inizio della guerra l'Esercito Arabo Siriano (Eas) disponeva di circa 300.000 uomini (tre Corpi d'armata e un raggruppamento direttamente dipendente dallo Stato maggiore, per tredici divisioni: sei corazzate, quattro meccanizzate, due di Parà/Forze speciali, una meccanizzata di Guardie repubblicane, due brigate di fanteria indipendenti e sei reggimenti di Commandos indipendenti). Struttura portante per ogni comando di divisione, la brigata. La maggiore presenza di truppe (divisioni) all'inizio della guerra si trovava nella parte sudovest della Siria, l'11ª divisione era nella zona di Homs, la 18ª in quella di Aleppo, mentre la 17ª era nella parte est, zona di Deir Ezzour.
Non casualmente gli invasori takfiri avevano concentrato gli attacchi sulle città lontane dai centri con maggiore presenza di truppe governative (Hama, Homs e anche Aleppo), al fine di far concentrare su di esse il più consistente sforzo bellico, lasciando così sguarniti centri vitali; tenuto conto dei continui e abbondanti flussi di militanti jihadisti, questo avrebbe significato esporsi a una vasta manovra di accerchiamento non solo in caso di rovescio militare su quel fronte, ma anche qualora il massiccio concentramento governativo su esso venisse - per così dire - "agganciato" dal nemico, in modo da non poter effettuare manovre di ripiegamento senza incorrere in forti perdite. Tanto più che inizialmente l'Eas non era preparato a condurre una guerra non puramente convenzionale.
La prima fase del conflitto, quindi, fu di sostanziale ripiegamento difensivo e poco impegnata sul piano militare, mentre su quello politico il governo riscosse i suoi successi nel referendum costituzionale del febbraio 2012 e nelle elezioni di primavera: entrambi ignorati dai media e dai governi occidentali, in quanto suscettibili di far argomentare (non foss'altro per l'entità della partecipazione popolare) che tutto sommato l'elettorato siriano preferiva lo statu quo alle scelte auspicate da Washington e dall'Ue. Si trattò di successi politici del tutto ininfluenti sul piano militare, e infatti la stessa Damasco fu direttamente minacciata dai jihadisti, con l'attentato al ministero della Difesa (in cui morirono il ministro, generale Dawoud Rajiha, e furono seriamente feriti vari ufficiali d'alto rango) e combattimenti nella capitale. Poi i jihadisti vennero respinti, fu messo in sicurezza l'Aeroporto internazionale e le residue sacche nel Rif Dimanshq non furono più un reale pericolo.
Prima dell'intervento russo si è rivelata fondamentale, nel gennaio 2013, la decisione governativa di formare i Comitati popolari di difesa (detti anche "Milizia Ndf"), nelle cui fila entrarono veterani, giovani non ancora in età di leva, miliziani di gruppi già formatisi in via spontanea, militari rimasti separati dalle unità di appartenenza o anche disertori pentiti. Non solo furono dotati di armi automatiche, ma anche di lanciarazzi, mortai leggeri e medi, e di artiglierie di piccolo e medio calibro, in modo da far svolgere a questi miliziani gli indispensabili compiti di appoggio all'Eas, o presidiando e pattugliando territori già liberati o effettuando operazioni su scala ridotta. Il fatto di operare essenzialmente nelle zone di origine ha reso queste formazioni maggiormente motivate. Né va trascurata al riguardo l'importanza dell'apporto addestrativo da parte di elementi della Guardia rivoluzionaria iraniana. Poi sono intervenuti i Battaglioni del Partito Baath, unità di profughi palestinesi filosiriani e anche milizie religiose sciite e cristiano-assire. Questi volontari sono "coperti" dal mantenimento dei precedenti posti di lavoro, le loro famiglie ricevono dal governo aiuti alimentari e sovvenzioni, e spetta loro metà della paga dei soldati.
Nell'immediato le cose non sono state tanto semplici, giacché le forze armate di Damasco hanno dovuto subire duri colpi da parte jiahdista, come a Idlib, a Jisr al-Shoughour e a Tadmur-Palmira. Tuttavia il collasso militare non c'è stato. Da notare che l'"informazione" occidentale nulla dice circa la tenace resistenza, da anni, dei centri sciiti di Fouaa e Kafraya, oppure dei villaggi della zona di Aleppo come Nubbul e Zahraa; oppure del lungo assedio sostenuto dai militari nella prigione principale di Aleppo, solo alcuni mesi fa liberati dalla stretta jihadista, o anche dei due anni di assedio alla base di Kuweires o della strenua resistenza dei governativi a Deir Ezzour e Hasakah (difesa, oltre che da soldati dell'Eas e miliziani dell'Ndf, dalle Brigate del Baath e da cristiani assiri e curdi).

L'intervento russo e la situazione attuale
Ovviamente l'intervento russo ha fatto sì che le forze armate governative potessero passare a una fase più apertamente offensiva su veri settori, e da qui la riconquista di Homs e Hama, e una sostanziale rimonta ad Aleppo. In questa città i combattimenti continuano, ma ai jihadisti resta solo la parte est con 300.000 abitanti, mentre la parte ovest con 2 milioni di abitanti è sotto il controllo delle forze di Damasco. Innegabilmente senza l'intervento russo - a fronte del non ancora esaurito "serbatoio" di rinforzi umani per i jihadisti - il governo damasceno non avrebbe potuto passare all'attuale fase offensiva. Viene infatti valutata a circa il 70% la perdita del potenziale bellico dei jihadisti a seguito dei bombardamenti russi sui loro magazzini e fabbriche di armi, munizioni, esplosivi e sui depositi di carburante, oltre che sui centri di comando. Anche la loro capacità di manovra e di coordinamento rientra nella predetta percentuale.
Da ciò derivano estreme difficoltà per i jihadisti, dovendosi essi orientare sulla difesa delle posizioni ancora tenute. Proseguire nelle operazioni offensive implicherebbe infatti manovre e concentramenti di uomini e mezzi di una certa entità; cioè qualcosa di non occultabile alla sorveglianza aerea (oggi russo-siriana). E sempre di qui la maggiore capacità di manovra dell'Eas, tanto più che il ritiro dei jihadisti da vari centri abitati rende più agevole l'utilizzazione delle forze corazzate sostenute da un'aviazione che martella le postazioni nemiche prima dell'assalto finale. Superfluo dire che da sempre i conflitti locali servono pure a "testare" i nuovi armamenti, come sta accadendo per i blindati russi 8×8 Bumerang e il nuovo carro T-15.
L'intervento aereo russo conta su vari punti di partenza: la base di Mozdok nell'Ossezia del Nord, con 12 bombardieri pesanti Tu-22M3, in grado di operare in Siria dopo 2 ore e 44 minuti, protetti da una batteria di missili antiaerei S-400 stanziata nella base di Humaymim, Lataqia (è una delle quattro inviate in Siria), e dalla batteria della base di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo; circa 64 aerei saranno presto operativi a Humaymim (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Infine, una volta terminato il processo di modernizzazione dell'aeronautica militare siriana, entreranno in funzione dai 66 ai 130 aerei siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98), in aggiunta ai 112 non modernizzati ma riparati dai russi (MiG-21, Su-22M4 e L-39). Sarebbe folle ritenere che tutto questo costoso materiale riguardi solo un intervento a favore di un alleato sul punto di crollare.
La presenza dell'Isis in Siria è innegabilmente pericolosa, ma non va valutata semplicemente guardando la carta geografica, oppure omologandola a quella in Iraq. Mentre in quest'ultimo paese l'Isis è insediato nella ricca e fertile zona di Ninive, in Siria in realtà controlla solo una piccola parte di "territorio utile", alcune vie di comunicazione e alcuni punti di rilievo strategico, tra cui la città di Raqqa. Le cartine pubblicate dai media in cui si evidenziano i territori siriani in mano all'Isis comprendono enormi estensioni desertiche o rocciose praticamente spopolate, talché non hanno torto quanti le considerano fonte di oggettiva disinformazione, facendo cioè dell'Isis in Siria qualcosa di più incombente e massiccio di quanto non sia.
Il 2 ottobre e il 1° dicembre dello scorso anno, Obama dichiarò che la Russia incontrava in Siria difficoltà di rilievo e che i pochi successi non compensavano gli elevati costi sostenuti e futuri, tanto da parlare di sprofondamento russo in un nuovo Afghanistan. Ma il 28 dicembre la certo non filorussa Reuters ha pubblicato una valutazione fondata su interviste ad analisti del Pentagono, con conclusioni opposte: ottimi risultati già nei primi tre mesi di intervento, scarsi costi operativi (circa 1-2 miliardi di dollari l'anno), e quindi senza sostanziali problemi di bilancio per Mosca. In concreto i predetti analisti avrebbero valutato l'intervento russo come assai flessibile e soft in quanto a materiali e forze, ma rivelando una proficua capacità di coordinamento con le forze di terra. Particolare valenza è stata attribuita a un aspetto sopra accennato: la sperimentazione russa di nuovi armamenti in condizioni di combattimento e della loro capacità operativa immediata. A parte ciò, sembra che dagli analisti del Pentagono pervengano conclusioni non in linea con la tesi ufficiale circa la Siria teatro di guerra civile in cui i russi si sarebbero infilati, trattandosi in realtà di una guerra ibrida e asimmetrica alimentata da aggressori esterni e da competizione fra potenze straniere. Valutazioni del genere inducono a riflessioni critiche circa l'operato statunitense nei recenti teatri del suo intervento bellico. Vale a dire, si profila un dubbio: finora le imprese statunitensi hanno messo in campo mezzi, uomini e risorse economiche infinitamente maggiori, ma dai non esaltanti risultati, del resto sotto gli occhi di tutti. La performance russa in Siria dal canto suo attesterebbe una sorprendente situazione di recupero militare rispetto agli anni '90, con l'ulteriore interrogativo - in prospettiva - circa l'eccesso di congruità del potenziale militare russo rispetto agli odierni conflitti locali.

Gli Usa
Poiché film e serie televisive made in Usa ci hanno abituati a divaricazioni e conflitti operativi fra Cia, Fbi, Dea e varie altre agenzie di intelligence, quanto segue non sembrerà molto strano o del tutto anomalo. Secondo un articolo di Seymour Hersh, pubblicato alla fine dello scorso anno sulla London Review of Books, vertici del Pentagono avrebbero dato vita a una svolta contraria alla linea finora tenuta da Washington e dalla Cia. La premessa sta nell'inclusione della Turchia nel programma della Cia per armare i "ribelli moderati" in Siria, e nel fatto che il governo turco decise di effettuare un "riorientamento" di questi aiuti statunitensi in favore dei jihadisti, tra cui Jabhat an-Nusra e l'Isis. Al Pentagono, invece, si sarebbero "accorti" della sostanziale inesistenza di questi ribelli moderati, e quindi nell'autunno del 2013 i Joint Chiefs of Staff (Jcs) del generale Martin Dempsey avrebbero deciso di inviare informazioni di intelligence a Germania, Russia e Israele affinché le trasmettessero al governo di Assad. Certo non gratuitamente, ma con la richiesta a Damasco di cercare di mettere un po' di freno a Hezbollāh verso Israele, di tenere aperti i negoziati sulle alture del Golan e di indire le elezioni dopo la fine della guerra. Secondo questa ricostruzione, nell'estate del 2013, in barba alla Cia sarebbero state inviate ai ribelli siriani armi obsolete, quale attestazione di buona fede ad Assad. Il ritiro di Dempsey a settembre avrebbe posto fine al tentativo di intesa.
Nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Nella provincia di Aleppo i governativi hanno già tagliato le maggiori vie di rifornimento dalla Turchia ed è finito il quadriennale assedio di Nubul e al-Zahra, con la liberazione di più di 70.000 abitanti, e la stessa grande città del nord non è lungi dall'essere ripulita dalla presenza takfira, e non c'è da stupirsi se a breve tutto il confine turco sarà di nuovo sotto il controllo di Damasco. Anche la provincia di Lataqia è praticamente ripulita.
Importante, anche in prospettiva, il fatto che nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Si ha notizia che dal 10 febbraio sono in corso scontri e bombardamenti a nordovest della base aerea di Kuweyres contro militanti dell'Isis che cercano sia di arginarne l'avanzata governativa verso la parte orientale del sobborgo industriale aleppino di Sheikh Najjar (il che preluderebbe alla chiusura di una vasta sacca tra l'aeroporto di Aleppo e Kuweyres), sia di prevenire la riconquista di Al-Sin e Jubb al-Kalb. Il giorno 9 si è avuta notizia dell'arrivo a Damasco e Aleppo di ben 6.000 ufficiali e soldati iraniani: questo dopo un'opera di disinformazione di Teheran per far credere a un suo ritiro militare dalla Siria.

Torna il problema curdo
Ci sono due fatti importanti da ricordare. Il 7 febbraio truppe siriane (appoggiate da miliziani di Hezbollāh e da paramilitari iracheni di Nujaba, Kataeb Hezbollah, Badr) hanno occupato la località di Kiffin, prossima a Ziyarah (sotto controllo di milizie curde) e creato nella zona un centro di coordinamento siriano-curdo, sia in funzione operativa sul campo, sia per non lasciare ai soli occidentali la "carta curda". A ciò si aggiunga che truppe siriane e iraniane hanno l'ordine di non ostacolare l'azione delle milizie curde, ed è chiaro l'intento russo di far valere nei "colloqui di pace" (a prescindere dall'esito che daranno) il peso dell'avanzata delle forze curde verso il confine turco.
E proprio la questione curda potrebbe trovarsi dietro al fatto che, nel quadro della persistente e non ridotta tensione fra Russia e Turchia, si sia parlato da parte russa di un possibile intervento turco in Siria – seguìto dal minaccioso avvertimento che ogni eventuale incursione sarà affrontata con la forza e non con la diplomazia. Che Erdoğan possa compiere qualche colpo di testa non è impossibile: semmai c'è da chiedersi fino a che punto la Nato sarebbe così folle da andargli dietro. E c'è pure da domandarsi se esista un collegamento tra una tale previsione e la messa in allerta - ai primi di febbraio - delle forze aviotrasportate del Distretto militare meridionale russo.
Il fatto è che il coordinamento tra i governativi siriani e le milizie curde potrebbe accelerare la completa e forse definitiva chiusura del confine turco ai rifornimenti per i jihadisti. Su Ankara incombe sempre il pericolo di saldature fra i curdi della Siria e quelli della Turchia, cosa suscettibile di complicare le relazioni anche con gli Usa. In precedenza Erdoğan aveva minacciato di bombardare i curdi siriani se avessero superato la linea dell'Eufrate, e quando in estate si prospettò un'operazione curda per prendere Jarabulus e quindi interrompere i rifornimenti all'Isis, la Turchia minacciò l'intervento militare: questione tamponata dagli Stati Uniti annullando quell'operazione. Sta di fatto che a nord di Aleppo i curdi hanno operato sotto la copertura degli aerei russi e si sono comunque avvicinati al confine. In questo pasticcio le possibilità di manovra russe ci sono eccome, facilitate dalla contraddittorietà (ovvero incompatibilità) delle alleanze di Washington. Non è chiaro fino a che punto Bashar al-Assad sia del tutto felice per la prospettiva di un'alleanza con i curdi, ma è certo che - a prescindere dal non potersi opporre alle manovre moscovite in questo senso e dall'utilità militare dell'apporto curdo - nel dopoguerra la questione dovrà essere affronta da Damasco realisticamente, e non certo lasciandola irrisolta alla maniera turca. Vedremo come andrà a finire, ma se davvero Putin riuscisse a sfilare i curdi (Iraq a parte) dall'intesa con gli Stati Uniti farebbe un bel colpaccio.

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martedì 6 ottobre 2015

Sull'intervento di Putin in Siria

Le classi dirigenti del Medio Oriente sono molto agitate in questi giorni, al pari delle loro controparti occidentali ed "internazionali", di fronte alla decisione di Putin di intervenire direttamente in Siria. Infatti, questo è il modo in cui loro "intendono" e fanno politica: combattere contro i loro contendenti regionali per conquistare l'egemonia regionale, appoggiati da schieramenti internazionali reciprocamente opposti.  E' chiaro che la decisione di Putin comporta un'escalation del conflitto in corso tra gli schieramenti locali ed internazionali in campo, in Medio Oriente ed in particolare in Siria. L'Iran, ed ovviamente Assad, Hezbollah ed il governo iracheno hanno ben accolto l'intervento russo, sostenendo che contribuirà a contenere il “terrorismo”, fino a sconfiggerlo. Dall'altra parte, i rivali del regime iraniano: Erdogan , i re ed i principi degli Stati del Golfo hanno condannato gli attacchi russi; ed hanno auspicato che vengano interrotti. Qualcuno ha minacciato per la Russia una sconfitta simile a quella subita in precedenza in Afghanistan. In Occidente ci sono state diverse reazioni: alcuni si sono infuriati per l'iniziativa russa, altri si sono dimostrati indifferenti. Ben presto i capi religiosi si sono uniti allo show: il portavoce della Chiesa Ortodossa russa ha definito questa guerra come una guerra "santa". Gli ha risposto il portavoce dei Fratelli Musulmani siriani, il quale ha dichiarato la jihad dalla sua residenza a Istanbul chiedendo ai Siriani di combattere gli aggressori con tutti i mezzi possibili. Alcuni accademici Sauditi  gli hanno subito fatto eco. Anche "politici" ed "intellettuali" si sono arruolati volenterosi nel conflitto: sproloquiando di un'altra guerra sulle pagine dei giornali o dei siti web, una guerra che non sparge una sola goccia di sangue, ma che uccide ogni segno di solidarierà umana e di naturale empatia umana tra la gente comune, le vere vittime di tutti questi stupidi conflitti. Ma qui i libertari si trovano di fronte ad un dilemma in una situazione in cui forze autoritarie si combattono l'un l'altra per il solo scopo dell'egemonia sulle masse. Assad o ISIS sono entrambi forze ultra-totalitarie, quasi fasciste nella struttura della loro demagogia e della repressione. Chi li appoggia: sia i mullah iraniani sia i loro rivali in Arabia Saudita, Turchia e Qatar sono governanti dispotici. E allora da che parte stare in questo conflitto? Naturalmente, questo non è mai un problema per gli autoritari: seguiranno chi li possa portare al potere, pretendendo che questo è negli "interessi reali" della nazione o del popolo, oppure della Umma, o della classe, ecc. Essere autoritari è sempre più facile, un lavoro semplice…
Era la stessa situazione ai tempi della guerra fredda, due potenze autoritarie si combattevano per l'egemonia mondiale, ed ognuna diceva di combattere per la "vera libertà".
E quando tu sei il "buono", che combatte contro i "cattivi", allora non puoi che fare solo cose "buone", fosse pure uccidere, distruggere o reprimere.
Così, il sistema repressivo dei gulag, i processi-spettacolo a Mosca, la caccia alle streghe di McCarthy, ecc, potevano essere giustifcati.
Fino ad ora centinaia di migliaia di Siriani, gente comune, sono morti, milioni sono gli sfollati, ed ancora ci tocca ascoltare solo due versioni sulle loro sofferenze: chi da un lato  accusa il nemico di tutte le atrocità e chi nega le atrocità commesse dagli "amici" salvo parlarne come inevitabili effetti collaterali. Gli attacchi aerei degli USA uccidono civili innocenti, al pari di quelli russi. Anche i bombardamenti di Assad o gli attentati suicidi dell'ISIS uccidono indiscriminatamente. Dopo che la rivoluzione siriana è degenerata in guerra civile, dopo che le masse in rivolta o i loro comitati di coordinamento e le loro milizie locali e decentrate inizialmente note come Libero Esercito di Siria sono state sostituite dai gruppi semi-regolari dei signori della guerra, apppoggiati dai despoti della regione, i rivoluzionari siriani si sono ritrovati in una situazione difficilissima: non possono accettare la vittoria del dittatore, al tempo stesso sapevano benissimo che la sconfitta di Assad non significava la liberazione delle masse dalla dittatura ma la sua sostituzione con un altro dittatore.
Ciò che è rimasto del Libero Esercito Siriano e delle milizie locali e decentralizzate che avevano iniziato a combattere la forza militare dell'esercito di Assad spalancando autostrade per il risveglio e l'insorgenza degli jihadisti, è degenerato in bande di delinquenti guidate da signori della guerra che obbediscono agli ordini dei loro finanziatori (i quali sono in genere i ricchi despoti confinanti) i quali perseguono l'egemonia e la ricchezza anche alle spalle degli stessi vicini che dichiarano di voler difendere.
E col peggiorare delle condizioni di vita delle masse siriane, causato dall'intervento di tutte le potenze in gioco, la forza e la volontà di combattere del popolo è rapidamente scemata e quasi scomparsa, dal momento che si lotta per la mera sopravvivenza. Quale allora la situazione per i rivoluzionari ed ovviamente per le masse?
Ebbene, mentre le alte speranze di emancipazione sono sfumate, dobbiamo essere franchi con noi stessi e con il popolo ed iniziare a costruire le lotte del futuro.
Stare con Assad o con l'ISIS o con i signori della guerra non significa lottare per noi stessi.
Nemmeno lo schieramento guidato dall'Iran o quello guidato dai Sauditi meritano che si muoia per loro.
Inoltre, noi non nutriamo nessuna illusione su un possibile accordo "di pace". Che significherebbe un nuovo status quo , una nuova repressione, una nuova dittatura, che scambia la sicurezza con la sottomissione, come tutti fanno con i comuni cittadini siriani.
Invece del confessionalismo, che si è dimostrato essere forte, un'arma decisiva nelle mani del dittatore o delle classi dirigenti che si oppongono a lui, noi perseguiremo un nuovo movimento di liberazione, non multi-confessionale come rottura liberale, ma del tutto anti-confessionale; non semplicemente laico, ma libertariamente laico ed antagonista non solo al fondamentalismo islamista ma anche al laicismo "autoritario" di alcuni ben noti dittatori come Ataturk , Nasser , Assad , etc
Noi non ci schiereremo e chiederemo alle masse di fare lo stesso.
Schierarsi significa solo giustificare omicidi, repressione ed autoritarismo.
Noi vogliamo la libertà, la giustizia, una vita dignitosa, per tutti. Nessuno tra gli schieramenti autoritari può offrire tutto questo alle masse. Ma solo egemonia. E noi ci opponiamo a loro, li condanniamo in blocco, li riteniamo responsabili della critica situazione in cui vivono oggi le masse siriane.
Mazen Kamalmaz
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 30 marzo 2015

Russia-Crimea: L’affare Koltchenko

Articolo tratto dal sito dell'organizzazione comunista libertaria russa Avtonomnoye Deïstviye. Anarchico, antifascista e militante per i diritti sociali in Crimea, il nostro compagno Alexandre Koltchenko è stato preso in ostaggio dalle autorità russe. Rapito dallo FSB (l’ex-KGB), si trova ora detenuto nel carcere speciale di Lefortovo (Mosca). La giustizia putiniana lo accusa di « attentato » e di « partecipazione a organizzazioni terroristiche» Alexandre, che da anni è noto per le sue posizioni antifasciste, è accusato di far parte di Pravy Sektor, un'organizzazione di estrema destra, il cui ruolo negli eventi in Ucraina è sovrastimato dalla propaganda ufficiale russa. Oggi in Russia, tutti i militanti, indipendentemente dalle loro opinioni politiche, siano essi di sinistra, anarchici o liberali, possono essere accusati di essere membri o simpatizzanti di Pray Sektor. Questa situazione è paragonabile a quella dell'epoca di Stalin quando si dava la caccia a « trotskisti » quasi inesistenti o alla persecuzione dei comunisti durante l'epoca di McCarthy negli Stati Uniti. Il regime nazionalista ed autoritario di Putin utilizza tutti gli argomenti possibili ed immaginabili per la sua propaganda a cominciare dai pregiudizi religiosi insieme ad elementi propri della teoria del complotto e del razzismo. Questo sistema contamina la retorica antifascista. Per cui, tutte le persone che dissentono possono essere accusate di essere "fascisti" anche se in realtà si tratta di persone che si oppongono al fascismo, e la stessa cosa accade per chi è di sinistra o anti-autoritario. La persecuzione dell'antifascista Alexandre Koltchenko e del cineasta militante Oleg Sentsov (entrambi inclusi dal giudice nella stessa organizzazione "terrorista") è di natura puramente politica. Serve ad intimidire gli abitanti della Crimea per prevenire qualsiasi opposizione nella penisola. Nella Crimea annessa, si usano tutti i metodi più autoritari e repressivi per mettere a tacere il malcontento. A causa delle minacce alla loro vita ed alla loro libertà, molte persone se ne sono già andate dalla Crimea, tra cui difensori dei diritti umani, studenti attivisti, sindacalisti, anarchici ed antifascisti, attivisti della comunità tatara in Crimea. Questi ultimi, inoltre, devono affrontare le disciminazioni legate alla loro nazionalità, in seguito all'annessione della penisola. Cosa rischia Alexandre Koltchenko ? Alexandre Koltchenko rischia fino a 20 anni di progione, una pena esorbitante per un « attentato » con cui non c'entra nulla. Lui ed altri prigionieri politici ucraini sono detenuti solamente allo scopo di demoralizzare l'opposizione tramite processi giudiziari intimidatori. La libertà di questi prigionieri è direttamente collegata alla stabilità del regime putiniano. Se il movimento degli attivisti riuscisse a destabilizzare la sicurezza di Putin e la sua impunità, questi prigionieri verrebbero liberati. Non possiamo contare sul fatto che il processo a Koltchenko o a Senstov verranno condotti secondo garanzie di legge. Il loro arresto è stato un atto arbitrario, le accuse contro di loro sono delle pure falsificazioni. E tutto ciò non si configura come un errore giudiziario, dal momento che il regime ne è ben consapevole. Come aiutare Alexandre Koltchenko ? Facciamo appello ai movimenti di sinistra e dei libertari all'estero perchè sostengano Alexandre Koltchenko. Si possono organizzare delle azioni, inviare delle lettere di sostegno ad Alexandre, raccogliere soldi per le spese legali e per pacchi viveri per aiutare la sua famiglia. E' anche molto impotante far circolare le informazioni sul suo caso. Si tratta di non solidarizzare con coloro che sostengono l'espansione aggressiva del nazionalismo russo mascherata da retorica « di sinistra » o « anti-imperialista ». Il regime di Putin si nutre della vostra compassione per mantenere le sue vittime. Quando iniziare una campagna di solidarietà? Fin da oggi, diffodendendo e traducendo questo testo, inviandolo ai vostri contatti. Dall'1 al 7 aprile 2015 ci saranno delle azioni di solidarietà per Alexandre Koltchenko ed altri prigionieri politici a cui facciamo appello per la partecipazione. I termini di detenzione di Koltchenko e Sentsov scadono rispettivamente l'11 e 16 aprile. Dopo aprile, il Tribunale di Lefortovo dovrà pronunciarsi sulle misure di sicurezza: carcere o interdizione dal territorio russo o arresti o obbligo di residenza. Solo una forte ed ampia pressione sul rgime di Putin e proteste in tutto il mondo potrebbero restituire ai nostri compagni una possibilità per uscire di prigione. Vogliamo la loro liberazione immediata e la fine di ogni azione giudiziaria contro di loro. Per contatti: freekolchenko@gmail.com (traduzione a cura di Alternativa Libertaria/Fdca -Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 6 maggio 2014

Solidarietà internazionalista anarchica contro la repressione di Stato in Russia

Comunicato anarchico internazionalista All'indomani dei giochi olimpici di Sochi, durante i quali il dittatoriale governo russo ha concesso alle multinazionali ed altri Stati di dare sfogo alla loro cupidigia capitalista tacitando le opposizioni e vietando le manifestazioni, continua senza soste la repressione ai danni di attivisti anticapitalisti, degli anarchici, degli attivisti sindacali, dei movimenti femministi e contro l'omofobia. Il 24 febbraio, 7 oppositori al regime sono stati condannati per aver preso parte ad una manifestazione contro Putin nel 2012, una protesta che voleva denunciare le elezioni presidenziali. Sono stati condannati a 4 anni di detenzione in un lager per aver "procurato disordini" e "violenza contro le forze della legge e dell'ordine". Questo processo politico è stato criticatissimo dall'opposizione che aveva indetto una partecipata manifestazione davanti al tribunale per protestare contro l'autoritarismo e la repressione messi in campo dallo stato russo. Per tutta risposta, tra le 200 e le 400 persone sono state arrestate e condannate a sentenze similari. Fra loro ci sono molti compagni anarchici, come pure anticapitalisti, femministe ed antifascisti. La situazione sta diventando sempre più difficile per i nostri compagni in Russia, specialmente da quando lo stato russo, oltre ad imporsi sistematicamente con la violenza della polizia e con la repressione sia politica che giudiziaria contro gli elementi "più selvaggi", ha iniziato ad incoraggiare i movimenti di estrema destra, legittimando le loro azioni. Non abbiamo dimenticato la vicenda del nostro compagno antifascista Ivan Khutorskoi, ucciso a casa sua nel 2009 dai neo-nazisti. Gli anti-fascisti, gli immigrati, le femministe, i gay, le lesbiche ed i transessuali sono vittime di omicidi, violenza ed intimidazioni da parte dei fascisti e dello Stato. Il che non deve sorprendere se si pensa che, ad esempio, la persecuzione degli omosessuali è del tutto legittima in Russia (grazie alla legislazione contro la "propaganda omosessuale"). Ma gli anarchici non si faranno intimidire. Lo scorso 9 aprile, alcuni anarchici che avevano organizzato una manifestazione a Petrozavodsk contro la guerra in Ucraina, sono stati sequestrati, picchiati e sottoposti ad abusi da uomini mascherati. Queste persone, vestiti come i poliziotti, non hanno esitato a minacciare di morte gli attivisti. Le manifestazioni contro la guerra sono state filmate ed infiltrate dalle forze di Stato, dalla polizia e da forze paramilitari. Mentre l'imperialismo russo colpisce in Ucraina ed in Crimea per salvaguardare i suoi interessi economici e politici nella regione, le manifestazioni dell'opposizione sono diventate quasi impossibili oppure permesse ma a costo di violenze, incarcerazioni e rischio di morte. Gli Stati occidentali preferiscono lambiccarsi su un intervento in Ucraina, giusto per prendersi la loro parte contro il gigante russo. Ma il loro silenzio fa rumore quando si tratta della violazione dei diritti umani in Russia, in particolare quelli concernenti gli omosessuali, denunciati dagli organismi internazionali. Contro il terrorismo di stato, portiamo il nostro sostegno ai compagni anarchici russi, agli anticapitalisti, alle femministe, a chi lotta contro l'omofobia, agli antifascisti ed agli attivisti sindacali. Sosteniamo le loro lotte e le iniziative auto-organizzate che riescono a promuovere. Denunciamo la repressione dei movimenti sociali in Russia, la repressione e l'espulsione della "popolazione sgradita" (immigrati, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali...). La solidarietà internazionale è la nostra forza per combattere lo Stato, le sue leggi liberticide, la violenza dei gruppi fascisti al suo servizio. La rete Anarkismo, che comprende circa trenta organizzazioni in tutto il mondo, chiede la fine della repressione in Russia, l'abrogazione delle leggi contro gli omosessuali, come pure di tutte le leggi che impediscono la libertà d'espressione, Chiediamo la liberazione di tutti i prigionieri politici. Contro la repressione e l'autoritarismo, autodifesa ed auto-organizzazione internazionale e popolare! Anarkismo.net Alternative Libertaire (Francia) Federazione dei Comunisti Anarchici (Italia) Libertære Socialister (Danimarca) Melbourne Anarchist Communist Group (Australia) Prairie Struggle Organization (Canada) Organisation Socialiste Libertaire (Svizzera) Collectif Communiste Libertaire Bienne (Svizzera)

venerdì 7 marzo 2014

Ucraina dopo Yanukovich . 50 sfumature di bruno

Il rovesciamento del regime autoritario non significa in nessun senso per noi la fine della nostra lotta. Nuovi dittatori sono pronti a prendere il posto del Partito delle Regioni. Essi non si faranno scrupolo nell'impiegare non solo le indebolite forze di sicurezza, ma anche i militanti di estrema destra. Il regime di polizia e di arbitrarietà giudiziaria ha meritato senza dubbio di essere rovesciato, ma adesso potrebbe essere giunto il tempo per un nuovo terrore che giustificherà ideologicamente la propria legittimità. Al momento, il potere centrale è concentrato nelle mani del partito dell'opposizione “Batkivshchyna” (Patria), che ha tentato di riunire una parte sostanziale della classe dirigente. Il suo leader, rilasciato recentemente di prigione, Yulia Tymoshenko, ha ovvie ambizioni presidenziali. Va ricordato tuttavia, che quando è stata pronunciata la sentenza contro Yulia Tymoshenko, la manifestazione in suo sostegno a Kiev ha riunito non più di cinquemila persone, e in tutte le manifestazioni di massa organizzate da questo partio le piazze sono state riempite pagando persone esterne al partito stesso. “Batkivshchyna”, come anche il Partito delle Regioni, non ha, nella pratica, alcun serio supporto nella società né una base di attivisti, ma ha risorse materiali abbastanza vaste. Al fine di restare al potere, la squadra di Yulia Tymoshenko dovrà placare gli estremisti di destra, in particolare il “Pravy Sektor” (Settore di Destra). Due di questi tentativi sono già stati fatti – i fascisti che erano incarcerati per casi non legati ai fatti di Maidan erano stati rilasciati dopo il varo della relativa legge in Parlamento. Il nuovo Ministro dell'Interno Arsen Avakov ha promesso di inserire rappresentanti del “Pravy Sektor” nel suo ministero. Ora potremo chiamare gli sbirri “nazisti” con buona ragione. Ma “Batkivshchyna” è chiaramente terrorizzato dalla presenza nelle strutture di potere di un tale elemento fanatico e incontrollabile. Essi tenteranno allora di tenere l'estrema destra sotto controllo, non solo comprandoli ma anche compromettendoli in fatti di sangue. Infatti “Pravy Sektor” sogna di regolare vecchi conti con gli antifascisti e la loro sottocultura, per questo sono stati attentamente riforniti di fascicoli del Servizio di Sicurezza e della polizia contenenti dati personali. Probabilmente nel prossimo futuro le autorità chiuderanno i propri occhi di fronte alla violenza contro la sinistra o agli attacchi razzisti, ma se ne ricorderanno un paio di mesi dopo, quando avranno bisogno di una scusa per tenere in riga gli alleati scomodi. “Pravy Sektor” fa il proprio gioco, e lo ha fatto abbastanza a lungo. Oggi il suo leader Dmitry Jarosh reclama un posto nei più alti livelli del potere, come vice primo ministro per le agenzie di pubblica sicurezza. Allo stesso tempo, come è stato riportato dal giornalista Mustafa Nayem, in base alle registrazioni trovate nella Amministrazione Presidenziale, Yarosh era in comunicazione con Yanukovich o con i suoi rappresentanti in 20 Febbraio. Anche prima di allora, il 28 gennaio le negoziazioni tra “Pravy Sektor” ed il Servizio di Sicurezza / Ministero degli Affari Interni era stato annunciato ufficialmente. Un giorno dopo i rappresentanti della destra si lasciarono sfuggire questo fatto, dichiarando “il desiderio di prendere parte al processo di negoziazione”. Probabilmente tali negoziazioni hanno in realtà avuto luogo già da molto prima, specialmente quando si considera il background di tutte quelle organizzazioni che erano parte di “Paravy Sektor”: “Tryzub” (Tridente), come anche SNA, e come “Bely Molot” (Martello Bianco) hanno in varie forme interagito attivamente con politici appartenenti ad entrambe le parti del sistema, e con le forze di sicurezza si dagli anni '90/2000. Il Partito “Svoboda” (Libertà) è allo stesso modo in concorrenza sia con “Batkivshchyna” che con “Pravy Sektor”. Quest'ultimo interverrà direttamente sull'elettorato di “Svoboda” e con il tempo delle elezioni la tensione tra queste due forze politiche aumenterà. Adesso svoboda ha una presidenza nell'ufficio della pubblica accusa. È simbolica, perché la polizia ed il pubblico ministero lavorano sempre a stretto contatto ed allo stesso tempo si odiano l'un l'altro; i loro interessi sono molto simili, ma di tanto in tanto entrano in conflitto. Questo è il tipo di rapporto che esiste tra “Svoboda” e “Pravy Sektor”. Il Servizio di Sicurezza è guidato da Nalivaychenko, che già deteneva il posto sotto il Presidente Yushenko. L'ufficiale capo della sicurezza del paese è famoso non solo per il procedimento postumo contro Joseph Stalin (che sembrava uno scherzo particolarmente macabro) per l'Holodomor, il genocidio ucraino, ma anche per la lotta contro “l'organizzazione terrorista Antifa finanziata dal Cremlino”. Dopo aver perso il proprio posto di lavoro, Nalivaychenko ha lavorato con l'estrema destra (incluso Eugene Karas, che sarebbe poi diventato attivista di “Svoboda”, conosciuto con lo pseudonimo “Vortex”), cercando di creare un movimento “Otpor”, ma questo progetto non ha avuto successo. Allo stesso tempo, le regioni che non sono ancora sottomesse al nuovo governo, ma che rifiutano Yanukovych, stanno maturando propri sentimenti fascisti. I rappresentanti del Partito delle Regioni, che hanno fallito nel tentativo di unirsi alla maggioranza parlamentare, hanno fatto blocco con estremisti di destra pro-Russia e stalinisti. Imperialisti e stalinisti, Cosacchi e fanatici ortodossi - tutti insieme combattono contro dei Banderoviti (soldati di Stepan Bandera, capo militare e politico collaborazionista durante l'occupazione nazista) spesso immaginari, mentre reprimono giornalisti e attivisti per i diritti umani. Il centro bruno si trova a confrontarsi con regioni quantomeno altrettanto brune. La sola differenza è la tradizione storica a cui si richiamano. Tutti questi si concentrano sul proprio “combattere per i valori tradizionali”, facendo appello alla solidarietà sociale e allo stesso tempo tagliando drasticamente la spesa sociale. Noi non prendiamo parte nel conflitto tra i nazionalisti Ucraini e i nazionalisti Russi. Ma molti che avevano manifestato contro il potere di Yanukovich resteranno insoddisfatti sia dalle politiche rapaci di “Batkivshchyna”, che colpirà le tasche dei lavoratori, e la “rivoluzione nazionale” del “Pravy Sektor” e di “Svoboda”, che cercheranno di eliminare quel che resta di diritti umani e libertà. Queste persone che sono indifferenti all'ultra destra e critiche nei confronti del sistema dell'opposizione, i “membri delusi di Maidan”, che possono presto riempire le file della sinistra e degli anarchici. AST-Kiev, 24.02.2014 Автономна Спілка Трудящих / Unione Autonoma dei Lavoratori Link esterno: http://avtonomia.net/

Comunicato dell'AST-Kiev sull'intervento russo

Il 27 Febbraio 2014, gli sciovinisti pro-Russi di Crimea, supportati dalla polizia antisommossa Berkut e dalla Flotta Russa del Mar Nero, hanno messo a segno un colpo di stato militare in Crimea. Fin da ora è ovvio che il governo del movimento “Unità Russa” guidato da Aksionov non è niente di più che una marionetta del regime del Cremlino. Non ci riguarda l'integrità territoriale dell'Ucraina e l'iviolabilità dei suoi confini come valore, noi siamo contro la violenta “pacificazione” della Crimea, ma pensiamo che lo status della Crimea debba essere definito tenendo conto dell'opinione della minoranza Tatara di Crimea. Gli ultimi eventi mostrano che Putin non si limiterà all'annessione della Crimea. L'obiettivo del regime imperialista del Cremlino è estendere le pratiche russe a tutto il territorio dell'Ucraina. In questo modo il regime Russo dà prova di essere la principale minaccia agli interessi del proletariato nell'area post-sovietica. Noi siamo oppositori della guerra e del militarismo. Ma pensiamo che in questa situazione i proletari coscienti non possono contare su nessuno, se non su loro stessi. Non è neanche in discussione aspettare il “soccorso” della NATO. I politici nazionalisti ucraini possono solo organizzare la difesa di una parte di territorio al massimo. La guerra potrà essere evitata solo se i proletari di tutti i paesi, primi e innanzitutto Ucraini e Russi, insieme fanno fronte contro il regime criminale di Putin. L'azione unita del proletariato Ucraino e Russo e di tutte le forze democratiche che metteranno fine al regime di Putin, significherà anche la fine dell'attuale regime neoliberista e nazionalista in Ucraina. Mentre per la sinistra e gli anarchici occidentali è venuto davvero il momento di tagliare i legami con il cosiddetto “anti-imperialismo” che arriva a supportare il regime di Putin contro gli Stati Uniti. Nessuna guerra tra le nazioni, nessuna pace tra le classi! Автономна Спілка Трудящих - ACT / Unione Autonoma dei Lavoratori, Kiev

Tra l'incudine russa e il martello occidentale

La crisi in Ucraina assomiglia troppo a quella che negli anni novanta devastò la Jugoslavia. In Jugoslavia l'ultimo atto della guerra venne rappresentato dall'"operazione tempesta" nella Krajina croata e vide l'espulsione in massa della popolazione serba che abitava quelle regioni da secoli. Analogia nel nome, questione etimologica si, ma che cela la sostanza delle vicende comuni ad una zona appunto di frontiera, Ucraina come Krajina hanno lo stesso significato, terra di confine, frontiera. Da sempre terre e popoli facili preda di nazionalismi e di una etnicizzazione dirompente nei rapporti sociali, paradosso di una storia che in Europa come negli USA si vorrebbe passata. La visuale eurocentrica non aiuta a comprendere quanto accade e quanto è accaduto in passato nelle terre di confine. Qualche nostalgico neofascista ha voluto farci credere che l'abbattimento delle statue di Lenin o in Croazia di Tito aprissero al mondo strade nuove e felici ai popoli coinvolti, ma così non è stato, mai. La crisi Ucraina nasce in un paese che non è mai stato uno Stato-nazione, da sempre attraversato da lingue, culture e popoli diversi, ed ora attraversato letteralmente da oleodotti e metanodotti che portano nella EU gli idrocarburi russi. Contrariamente a quanto vogliono far credere i seguaci del "complottismo", sempre pronti a cercare le cause delle rivolte sociali nelle influenze esterne, l'esplosione di rivolte a cui partecipano ampie fette di popolazione hanno sempre delle cause interne di varia natura economica, sociale e politica, su cui inoltre si innescano rivendicazioni etniche e/o religiose. Su queste poi cercano di far leva gli interessi politici ed economici delle classi borghesi nazionali e gli interessi economici e strategico-politici degli Stati imperialisti, che cercano di utilizzare gli eventi a loro favore. In Ucraina si scontrano le differenze economiche ed etniche di due settori geo-politici: quello occidentale e centrale a prevalenza etnica ucraina, caratterizzato da una bassa industrializzazione e da un enorme bacino agricolo sotto sfruttato, storicamente più legato alle Nazioni che confinano ad occidente (e quindi più tendenzialmente all'Europa), e quello orientale e meridionale, a prevalenza etnica russa, caratterizzato da una più forte, anche se obsoleta, industrializzazione, storicamente ed economicamente più legato alla grande madre Russia. La rivolta esplode nel settore centro occidentale ed assume, per le peculiarità sopra esposte, caratteristiche anti-Russe. Ha origini politiche, prevalentemente nelle classi medie e negli studenti che si ribellano contro la corruzione dell'apparato statale del filo russo Yanukovich, e origini socio-economiche in seguito alle illusioni delle classi lavoratrici, tradite dalle oligarchie dirigenti susseguitesi dopo la caduta del muro di Berlino e tradite dagli effetti dell'ultima crisi capitalista. In questo scenario si inseriscono, come spesso accade a queste longitudini, i tentativi delle organizzazioni di estrema destra e fasciste di aumentare la loro influenza attraverso l'acquisizione di fette di potere politico; è la strada che stanno percorrendo organizzazioni del settore centro-occidentale, fasciste e nazionaliste, come i partiti Svoboda, Batkivshchyna e Pravy Sektor, spesso in concorrenza tra loro. Ma le organizzazioni fasciste sono proprie anche del blocco antagonista filo-russo, dove estremisti di destra, stalinisti, Cosacchi e fanatici ortodossi, combattono tutti insieme contro i Banderoviti (soldati di Stepan Bandera, capo militare e politico collaborazionista durante l'occupazione nazista). La sola differenza è la tradizione storica a cui si richiamano. Ed in questo scenario si innescano anche le mire politico-economiche dei potentati oligarchici locali, in concorrenza tra loro, come quelli rappresentati dalla famiglia Yanukovich o da Yulia Tymoshenko, personaggio falsamente descritto dalla propaganda mediatica occidentale come un'eroina della libertà, quando in realtà è una sorta di Berlusconi ucraina, immischiata in diverse faccende finanziarie. Ed in questo scenario, e non poteva essere altrimenti, si inseriscono gli interessi degli Stati imperialisti. Interessi che sono strategici, addirittura vitali, come quelli russi che in Crimea hanno una loro fondamentale base militare; politici come quelli nord-americani, che cercano di sfruttare il conflitto per far perdere terreno alla Russia o perlomeno di ostacolare un probabile avvicinamento di interessi tra questa e la UE. Ci sono gli interessi politici ed energetici dell'Europa, visto che l'Ucraina è, come dicevamo sopra, terra di attraversamento di importanti corridoi energetici che trasportano gli idrocarburi russi in territorio europeo. Ed infine ci sono gli interessi economici cinesi, indifferenti alla forma politica dello Stato ucraino, ma profondamente interessati alle potenzialità agricole dello stesso. Che il conflitto, o la spartizione del paese per evitarlo, sia quindi inevitabile è quasi un dato di fatto: da un lato nazisti galiziani e nazionalisti confusi appoggiati dalla Unione Europea a caccia di mercati e di manodopera a basso costo, con a fianco l'amico/rivale Stati Uniti desideroso di spostare ad Est il fronte NATO, dall'altro la Russia che non è disposta ad essere spodestata dalla propria influenza su territori vitali. Tutto questo impone una riflessione su quanto sta avvenendo. È fondamentale, a partire dagli strumenti analitici in possesso della prassi antiautoritaria e antimperialista, fare il possibile affinché la classe lavoratrice non sia preda dell'influenza nefasta dell'uno o dell'altro potentato interno e dell'uno o dell'altro polo imperialista. Perché troppo spesso si assiste a fatidici antimperialisti che si schierano con Putin e la Russia, oppure a parte della sinistra "per bene" che si trova a fianco dell'imperialismo americano ed europeo, a rappresentanze politiche che stanno zitte o balbettano confuse, ai seguaci della caduta tendenziale del tasso di profitto e della "comunistizzazione" subito che si perdono in analisi tanto fantasmagoriche quanto inutili. È importante innanzitutto fare chiarezza sul fatto che il proletariato ucraino non ha governi amici, che siano di colore bruno o arancione, e che il proletariato internazionale non ha Stati amici, che siano borghesi o presunti operai. E che non esistono scorciatoie nazionaliste: l'unica strada percorribile, a corto e a lungo termine, è l'autonomia e l'autodeterminazione delle classi sfruttate a tutte le latitudini e le longitudini. Fare chiarezza su questo aspetto, in questo periodo di grande confusione, è il primo obiettivo, senza il quale non sarà possibile costruire, così come auspichiamo, una ricomposizione del fronte di classe internazionalista. L'assenza di guerra non è pace, ma ora come ora che per evitare che il maggior numero di proletari rimangano coinvolti in una guerra fratricida, che almeno la ridisegnazione dei confini e degli assetti avvenga senza ulteriori spargimenti di sangue. Segreteria Nazionale Federazione dei Comunisti Anarchici 5 marzo 2014 Link esterno: http://www.fdca.it

sabato 8 febbraio 2014

Ucraina: novità sull'EuroMaidan

Le leggi che sono state approvate il 16 gennaio dimostrano come la fazione della classe dominante che ora controlla il governo è pronta ad instaurare una dittatura borghese e reazionaria sul modello dei regimi latinoamericani degli anni '70. Le "leggi dittatoriali" criminalizzano ogni protesta e limitano la libertà di parola; inoltre introducono il reato di "estremismo". In Parlamento, i portavoce della dittatura di classe della burocrazia corrotta e della borghesia monopolista sono il Partito delle Regioni ed il cosiddetto Partito "Comunista" d'Ucraina che da molto tempo è diventato una forza al servizio degli interessi del capitale. Il sistema repressivo ucraino si appoggia sull'apparato di polizia e sulle bande di strada degli assaltatori filo-governativi. A volte queste strutture paramilitari sono comandate da ufficiali di polizia in pensione. Ci sono anche gli squadroni della morte. Secondo fonti attendibili, due persone sono state rapite da un ospedale e sottoposte a tortura. Una di queste è stata trovata morta in una foresta. Le forze speciali usano puntatori di precisione contro i manifestanti e non solo armi traumatizzanti. Uno degli uccisi, in base ad una foto del suo corpo, era stato colpito al cuore. In base a tutti gli elementi disponibili risulta che è stato colpito da un cecchino. La mattina del 23 gennaio, il numero degli uccisi andava da 5 a 7 persone. Ma non conosciamo il reale bilancio della violenza. L'ideologia del regime al governo è un misto di nazionalismo stile-Putin, di teorie della cospirazione e di autoconvinzione di essere nel giusto nel governare, come elite, su una popolazione di stupidi. I gruppi di supporto alla Berkut (la principale forza anti-sommossa della polizia) sui social networks sono pieni di articoli antisemiti secondo i quali i dirigenti dell'opposizione sono ebrei che vogliono traviare il popolo legalizzando i matrimoni tra omosessuali. In questo non c'è nessuna differenza con la retorica della destra radicale ucraina. Negli ultimi giorni non è solo la destra estrema a scontrarsi col governo, ma anche popolazione con opinioni più moderate. E sono la maggioranza dei manifestanti. Molti di loro sono indifferenti o negativamente predisposti verso il nazionalismo. Molti di loro non sono per l'integrazione nella UE. Le persone scendono in strada per protestare contro la violenza della polizia. Ed una parte significativa non è entusiasta ed è persino scettica sulle azioni in Via Grushevskogo. Spesso si sente dire che gli estremisti di destra sono il "cavallo di troia" di Yanukovych e dei servizi speciali, col compito di gettare discredito sulla protesta. Certamente ci sarebbero molti più abitanti di Kiev a partecipare alle manifestazioni se ci fosse un modo per buttare fuori dalle strade questi idioti utili al governo. In cima alle loro richieste c'è un posto di lavoro nel Servizio di Sicurezza Ucraino all'indomani della "vittoriosa rivoluzione". Gli anarchici dovrebbero partecipare alle manifestazioni ed ai picchetti che sono predisposti per difendere il diritto alla libertà abolito dalle leggi del 16 gennaio. E' necessario attivarsi sul proprio posto di lavoro e nei quartieri per contribuire al sabotaggio delle decisioni dittatoriali. Non ha molto senso partecipare alle azioni in Via Grushevskogo, che non hanno mai avuto nessuna significatività già dall'inizio. Queste azioni fanno solo fare bella figura al governo in televisione e gli permettono di identificare gli elementi più radicali attraverso i cellulari e le telecamere. Nel caso di una vittoria dell'opposizione, come pure nel caso di una vittoria del governo, dovremo comunque affrontare una lunga e dura lotta contro l'uno o l'altro regime. Questo dovrebbe essere chiaro. E' necessario radunare le forze allo scopo di iniziare a dettare il nostro programma libertario e proletario nella politica ucraina. Nè dio, nè padroni! Nè nazioni, nè confini! Sindacato dei Lavoratori Autonomi, sezione di Kiev 23 gennaio 2014 (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)