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giovedì 1 giugno 2017

Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA

Questo articolo si occupa dell'attuale situazione militare in Rojava. Mentre il PYD e le Forze Democratiche Siriane si avvicinano sempre di più agli USA, sembra che tra gli anarchici ed i comunisti-anarchici c'è chi se ne dimostra felice. Questo articolo cerca di spiegare a questi anarchici che tale alleanza è solo negli interessi degli USA e dei loro alleati in Europa e nella regione. Alla fine, il Rojava potrebbe perdere ciò che ha conquistato finora.
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Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA.
By: Zaher Baher
17 maggio 2017
Gli equilibri politici e militari in Siria sono in continuo mutamento. Le relazioni tra le Forze Democratiche Siriane (SDF), co-fondate dalle Unità di Difesa del Popolo (YPG), ed anche quelle con Russia ed USA fluttuano costantemente. Le dinamiche dietro questi cambiamenti hanno poco a che fare con l'ISIS. Infatti, tutto dipende dai rispettivi interessi generali delle grandi potenze e dai  loro scontri per stabilire una predominanza di potere nell'area.
L'anno scorso c'è stata una costante erosione della posizione degli Stati Uniti in Siria nei confronti della Russia, che da allora è in una posizione di vantaggio. Il pesante coinvolgimento della Russia in Siria e l'essere diventata un alleato importante della Turchia ha cambiato molte cose. La relativa inattività  degli Stati Uniti ha dato l'opportunità alla Russia, alla Turchia e all'Iran di svolgere un ruolo significativo nel prendere le decisioni.
Sotto la nuova amministrazione di Trump questo è cambiato in qualche modo. Probabilmente Trump ha un approccio diverso sulla Siria. Nonostante gli Usa siano ancora una delle maggiori potenze del mondo, non riescono a muoversi nella regione, specialmente in Siria.
Dopo una lunga pausa, Trump ha deciso di allearsi con le SDF contro l'ISIS per sconfiggerlo a Raqqa, indipendentemente dalla posizione e dalla reazione della Turchia. Trump ha ora approvato un accordo per fornire direttamente armi pesanti alle SDF, vedendole come la forza più efficace e affidabile soprattutto dopo che le SDF hanno strappato la città di Tabqa City all'ISIS. L'amministrazione statunitense è attualmente più che mai determinata nella ri-conquista di Raqqa, capitale di fatto dell'ISIS. Ora è chiaro che l'amministrazione statunitense, le SDF e il Partito Democratico Popolare (PYD) si stanno avvicinando l'un l'altro fino al punto che le SDF puntano a raggiungere ciò che gli Stati Uniti vogliono raggiungere, anche se ciò potrebbe  avvenire a spese di ciò che è stato raggiunto finora in Rojava.
Noi sostenitori del Rojava dovrebbero essere molto preoccupati per l'attuale sviluppo in relazione a ciò che potrebbe accadere alla democratica auto-amministrazione del Rojava ed al Movimento della Società Democratica (Tev-Dem,  coalizione di governo del Confederalismo Democratico, ndt ). Dobbiamo preoccuparci delle seguenti conseguenze:
Primo: è una questione di influenza per gli Stati Uniti, mentre assistono al fatto che la Russia quasi controlla la situazione ed è riuscita a portare la Turchia dalla sua parte. Gli Stati Uniti vogliono dimostrarsi ancora molto attivi prima di perdere il loro potere nell'area. Vogliono giocare il ruolo principale e raggiungere il proprio obiettivo, ma questo può essere fatto solo attraverso le SDF ed il PYD. Non c'è dubbio che gli Stati Uniti siano più preoccupati per i propri interessi piuttosto che per gli interessi curdi in Rojava.
Secondo: per controllare le SDF ed il PYD, occorreva farne uno strumento da usare per gli interessi statunitensi. Il che è il miglior modo per far perdere credibilità al PYD ed alle SDF in Siria, nella regione, in Europa, ovunque.
Terzo: l'attuale atteggiamento degli USA verso il Rojava e l'armamento delle SDF potrebbero essere diretti ad allontanarle dal PKK per indebolire l'influenza di quest'ultimo sugli sviluppi in Rojava.
Quarto: non c'è dubbio alcuno che qualsiasi cosa accada renderà la Turchia sempre più aggressiva contro le YPG ed il PKK. Questo potrebbe indurre la Turchia ad alzare la posta. Potrebbe ripetere le operazioni militari del mese scorso contro le YPG o persino estendere queste operazioni sul territorio del Rojava nonchè contro le YPG & PKK a Shangal, nel Kurdistan iracheno.
Quinto: Con l'ostilità della Russia contro le SDF e il PYD, Assad potrebbe essere spinto a cambiare l'atteggiamento della Siria verso di loro in futuro, se non adesso. Se il Rojava avesse scelto la Russia anziché gli USA, sarebbe stato  molto meglio perché la Russia è più affidabile come alleato rispetto agli Stati Uniti. Sembra che Assad resterà al potere dopo la sconfitta dell'ISIS. Assad normalmente ascolta la Russia con molta diligenza. In questo caso, sotto pressione della Russia ci sarebbero state maggiori possibilità affinchè Assad  permettesse al Rojava di perseguire un futuro migliore di quello che gli Stati Uniti e i paesi occidentali potrebbero decidere per il Rojava.
Sesto: l'intensificarsi ed il  prolungarsi della guerra in atto ha portato il Rojava a confrontarsi con la  grande questione della dislocazione. La continuazione della guerra costa alle SDF tante vite e le rende sempre più deboli. Più è forte e più è grande il peso delle SDF in Rojava, più deve necessariamente dipendere da una delle maggiori potenze, ma nel frattempo il Rojava si sarà indebolito. Quanto più le SDF avanzano militarmente, tanto più arretrano socialmente ed economicamente  in Rojava. Più diventano forti le SDF ed il PYD, minore è la forza che l'auto-amministrazione locale ed il Tev-Dem avranno. Il numero di combattenti delle SDF  è stimato in 50.000. Immaginate che solo 10.000 di essi, invece di stare al fronte, lavorino nei campi e nelle  cooperative a costruire scuole, ospedali, case e parchi. Il Rojava sarebbe oggi tutta un'altra cosa.
Settimo: spesso ho scritto nei miei articoli che un successo del Rojava - quel successo che ha avuto nel modo in cui speravamo - sarebbe dipeso in futuro da un paio di fattori, o come minimo uno, per poter preservare la sperimentazione. Uno era l'ampliamento del movimento del Rojava ad almeno  un paio di altri paesi della regione. L'altro fattore era la solidarietà internazionale. Ma, non si è verificato nessuno dei due. Se c'è qualcosa che può ora preservare il Rojava, sono l'ISIS e le forze dell'opposizione in Siria che si oppongono contro tutte le probabilità. In breve, solo una prolungata campagna militare anti-ISIS può preservare il Rojava.
A mio parere, dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane, le YPG avrebbero dovuto sospendere le operazioni militari tranne che per l'autodifesa dei confini stabiliti. Dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane e dopo il maggiore intervento degli Stati Uniti e della Russia, le YPG ed il  PYD avrebbero dovuto ritirarsi dalla guerra. Il PYD avrebbe dovuto affrontare meglio la situazione e ritirarsi dal potere nel Tev-Dem e lasciare che il resto della popolazione prendesse le proprie decisioni sulla pace e sulla guerra. Chiaramente la natura attuale, la direzione e il potenziale corso della guerra in atto sono completamente cambiati nel Rojava. È una guerra delle grandi potenze, dei governi europei e dei governi regionali per proteggere i propri interessi e dividersi il dominio.
La situazione al momento sembra molto grama. Sembra che una volta che l'ISIS sia stato sconfitto a Mosul e Raqqa, avrà inizio probabilmente una guerra che coinvolgerà il Rojava ed il PKK in Iraq sui monti di Qandil e nella città di Shangal. Questi sono i calcoli che stanno facendo Barzani, capo del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG), la Turchia e forse anche l'Iran e l'Iraq con la benedizione degli Stati Uniti, della Russia e della Germania. Una tale guerra potrebbe iniziare entro la fine di agosto o settembre dopo la sconfitta militare dell'ISIS a Mosul e Raqqa.

Zaherbaher.com (Zaher Baher è scrittore ed attivista del Kurdistan Anarchists Forum)
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

giovedì 8 settembre 2016

QUESTIONE CURDA E CONFLITTO SIRIANO di Pier Francesco Zarcone



UNA QUESTIONE IRRISOLTA

Di recente nel quadro del già complicato scenario del conflitto siriano è esplosa la questione curda, con violenza e foriera di complicazioni notevoli per tutti i soggetti del Vicino e Medio Oriente che ne temono i contraccolpi. Le loro preoccupazioni sono aggravate dal palese e massiccio appoggio ai Curdi di Siria da parte degli Stati Uniti, direttamente presenti sul terreno a prescindere dal non esservi stati chiamati da quello che - piaccia o no - in base al diritto internazionale è il legittimo governo della Siria (simpatie e antipatie rimangono extragiuridiche) e con cui mantengono regolari rapporti paesi non di secondo piano come l'India e la Cina. I soggetti in questione sono notoriamente Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Emersa con la fine della Grande Guerra, la questione curda è rimasta irrisolta non tanto per la cattiveria e l'ottusità dei governanti di quei paesi - che tuttavia ci sono state e l'hanno aggravata - quanto e soprattutto a causa di due fattori geopolitici: la frammentazione del Kurdistan geografico all'interno delle entità statali costituite da Gran Bretagna e Francia per i rispettivi interessi imperialistici (il caso della Turchia kemalista è del tutto a parte); nonché i fragilissimi "equilibri" interni di tali nuovi Stati (dalle frontiere palesemente tracciate col righello sulla carta geografica) sotto i profili etnico, religioso e sociale; di modo che i loro poteri centrali hanno visto un concreto pericolo di disintegrazione nella pur minima concessione di autonomia alle minoranze curde.
In linea generale della questione curda per decenni e decenni non è importato molto alle potenze esterne all'area, mentre in essa gli Stati spesso e volentieri hanno cinicamente e in vario modo appoggiato i Curdi altrui mentre reprimevano quelli di casa propria. Mancando appoggi internazionali, è mancata altresì la strumentalizzazione esterna del problema, naturalmente a scapito ulteriore dei Curdi: non si dimentichi il male derivato agli Armeni alla fine dell'Impero ottomano a causa delle istigazioni esterne in senso nazionalistico senza proposizione di soluzioni concrete e possibili, ma sostenute da reiterate e mai mantenute promesse di aiuto e difesa.

LE PREMESSE

Esistendo l'Impero ottomano, era assente una «questione curda», al pari del nazionalismo arabo, limitato a ristrettissime élite senza radici popolari: il mito di Lawrence d'Arabia - sicuramente ben costruito sul piano mediatico - è del tutto fuorviante, tant'è che quel personaggio mobilitò (a pagamento) solo qualche migliaio di beduini del deserto fra le attuali Giordania e Arabia Saudita. Le cose invece cambiarono per tutti a seguito del crollo di quell'Impero.
Le grandi potenze europee vincitrici della Grande Guerra si limitarono a prospettare la nascita di un Kurdistan indipendente (destinato a finire sotto l'influenza britannica) nel Trattato di Sèvres (10 agosto 1920): i confini di questo Stato li avrebbe dovuti tracciare definitivamente un'apposita commissione della Società delle Nazioni. Quel Trattato nasceva però nella fase immediatamente postbellica, caratterizzata dall'illusione dei vincitori di poter estendere all'Anatolia la disintegrazione dei vecchi domini ottomani; illusione fatta presto naufragare dalla vittoriosa guerra d'indipendenza turca guidata da Mustafa Kemal. In conclusione, il successivo Trattato di Losanna (1923), firmato dagli Alleati e dal rappresentante di Kemal sulle ceneri di quello di Sèvres, non fece più menzione di un Kurdistan indipendente. A far "digerire" questo assetto giuridico ai nazionalisti curdi d'Anatolia ci pensò la repressione dell'esercito kemalista.
Ormai i Curdi erano essenzialmente suddivisi fra Turchia, Siria e Iraq. Ovviamente per ragioni di spazio dobbiamo fare dei salti storici, per cui diciamo solo - per quanto riguarda i Curdi di quest'ultimo paese - che una lunga e aspra lotta ha consentito loro di ritagliarsi un Kurdistan autonomo, poi federato all'interno della Repubblica irachena solo grazie alle contingenze belliche culminate nella caduta del regime di Saddam Husayn. Nel Kurdistan iracheno a dominare oggi è il Partito Democratico del Kurdistan (in curdo Pārtī Dīmūkrātī Kūrdistān), fondato nel 1946 dal leggendario "Mullah rosso" Mustafa Barzani - guidato oggi dall'attuale Presidente di quella entità, Mas'ud Barzani - insieme all'ex nemica Upk, ovvero Unione Patriottica del Kurdistan (Eketî Niştîmanî Kurdistan) di Jalal Talabani, a sua volta diventato Presidente dell'Iraq dopo la caduta del regime baathista. Per quanto riguarda la Turchia è nota la persistente guerriglia che dal 1984 conduce il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan, Pkk; in turco Kürdistan İşçi Partisi).
Dal punto di vista politico, fra la repressione irachena e quella turca esiste una differenza ideologica non lieve: in Iraq si è repressa un minoranza che era vista come tale, mentre in Turchia è stata addirittura negata ai Curdi la loro diversità etnica, linguistica e culturale in genere rispetto ai Turchi (per non complicare la vita, lasciamo stare cosa si debba intendere oggi per "turco") mediante il comodo (e fallace) termine di "Turchi della montagna".

I CURDI DI SIRIA CON ANKARA CHE NON STA A GUARDARE

In Siria il precipitare della crisi bellica ha propiziato tra i Curdi locali un'evoluzione del Partito dell'Unione Democratica, o Pyd (Partiya Yekîtiya Demokrat, in arabo Hizb al-Ittihad al-Dimuqratiy), nel senso di portare nel 2004 alla creazione di una forza paramilitare denominata Unità di Protezione Popolare (Yekîneyên Parastina Gel, Ypg) col compito originario di proteggere dai jihadisti le zone siriane a concentrazione curda (circa 600.000 abitanti). Dal 2014 l'Ypg ha dovuto fronteggiare l'espansione dell'Isis, ricevendo massicci rifornimenti statunitensi e conseguendo vari successi sul campo, a cominciare dalla difesa di Kobane.
Inizialmente il governo di Damasco, per quanto senza soverchia simpatia, non l'ha osteggiato, ma di recente la situazione si è capovolta e gli attuali scontri armati con l'Ypg nelle città di Hasakah e Qamishly - aiutati anche con chiare minacce all'Esercito Arabo Siriano da parte degli Stati Uniti – attestano che ormai si è aperto un nuovo fronte bellico fra truppe regolari siriane e Ypg. Un fronte estremamente pericoloso, in cui la Russia dovrà svolgere un improbo compito di contenimento per evitare che si arrivi a combattimenti coinvolgenti truppe statunitensi (che in Siria non dovrebbero esserci) e da cui solo l'Isis trarrebbe vantaggio.
È palese che, dopo i fallimentari esperimenti del cosiddetto Esercito Libero Siriano e dei ribelli musulmani "moderati", ovunque battuti da an-Nusra e dall'Isis (famoso il fallimento della Division 30 formata da turkmeni "moderati" addestrati dagli Usa e costati 500 milioni di dollari, letteralmente sbaragliata da an-Nusra appena arrivata in Siria), gli Stati Uniti abbiano individuato nei Curdi dell'Ypg uno strumento militarmente assai più valido al fine di creare basi più solide per la futura disgregazione della Siria. Da qui la presenza di militari statunitensi con divise curde, le cui foto sono comparse anche nella stampa italiana, e da qui i combattimenti ad Hasakah e Qamishly contro le truppe siriane.
Non a caso quelli dell'Ypg parlano apertamente di una Rojavayê Kurdistanê, o più semplicemente Rojava, cioè di una regione autonoma curda nel nord e nordest della Siria, per la quale a novembre del 2013 il Pyd aveva già annunciato la creazione di un governo interinale riguardante i tre "cantoni" di Afrin, Jazira e Kobane. Le manovre statunitensi con l'Ypg non potevano lasciare indifferente la Turchia; e infatti - oltre a quello curdo-siriano - si è aperto un fronte curdo-turco. Ricordiamo per inciso che per Ankara l'Ypg è semplicemente una filiale del Pkk; a complicare il quadro c'è che il partito curdo iracheno di Barzani è nemico tanto del Pkk quanto dell'Ypg.
Alle 4 del mattino del 24 agosto l'esercito turco ha avviato nel nord della Siria l'operazione "Scudo dell'Eufrate" al fine di eliminare le minacce dell'Isis ma soprattutto delle forze curde siriane, come ha dichiarato lo stesso Recep Tayyip Erdoğan, aggiungendo - tanto per esser chiari - che nessuno può pensare alla situazione siriana come indipendente dagli affari interni della Turchia. L'obiettivo è la città di Jarablus, e consisterebbe nel farvi entrare, prima dell'Ypg, elementi dell'Esercito Libero Siriano. Ma come se non bastasse, l'Agenzia Reuters ha raccolto la dichiarazione di un alto funzionario statunitense, il quale ha annunciato copertura aerea degli Stati Uniti alla Turchia durante l'operazione militare contro i terroristi dell'Isis a Jarablus! Qui la logica formale serve a poco.
D’altro canto - poiché l'Ypg fa parte della coalizione di Obama a cui partecipa (a parole) anche la Turchia - l'operazione "Scudo dell'Eufrate" verrebbe ad essere una specie di conflitto fra presunti coalizzati. Ma non già un'anomalia nelle politiche del Vicino Oriente, in cui i cambi di fronte non avvengono necessariamente in successione cronologica, bensì possono essere in contemporanea: vale a dire, l'alleanza di A, B e C contro D non esclude che a un certo punto alla comune lotta si aggiunga un conflitto tra A e C.
Certo è che la politica estera turca è oggi del tutto inaffidabile perché volatile, ed essendo decisa da un unico soggetto (Erdoğan) c'è da chiedersi se sappia cosa voglia e come ci voglia arrivare. Per Erdoğan l'asse Stati Uniti-Ypg è di estrema pericolosità e farà di tutto per ostacolarlo; questo l'ha portato a esternare la sua contrarietà a un assetto postbellico della Siria secondo linee etnico-confessionali, facendo pensare a taluni osservatori che ad Ankara adesso potrebbe anche andare bene la permanenza al potere di al-Assad e del Baath, cosa non del tutto sicura. Al momento i rapporti della Turchia col Kurdistan iracheno sembrano "normalizzati", e innegabilmente questa regione si è giovata assai degli investimenti economici turchi e di un certo appoggio politico; d'altra parte l'inimicizia di Barzani verso il Pkk è ancora una garanzia perdurante. Inoltre - e non da ultimo - l'esportazione di gas naturale e petrolio dal Kurdistan iracheno deve passare attraverso la Turchia. Proprio l'appoggio al - e del - governo curdo di Erbil appare essere una carta positiva per Erdoğan, a patto che riesca a evitare intese fra Curdi iracheni e Curdi di Siria e Turchia. È certo una scommessa, tenuto conto di quanto si dirà fra poco. Ma il vero problema di Ankara non è fuori dalle frontiere, poiché solo se riuscisse a realizzare un qualche grado di normalizzazione con i propri Curdi, così da ridurre di molto la presa del Pkk, potrebbe evitare che la carta curda sia giocabile dai propri nemici o alleati di dubbia lealtà.

INTANTO NEL KURDISTAN IRACHENO…

Non è chiaro cosa potrebbe derivare dal referendum (originariamente preannunciato per il 2014) che si dovrebbe presumibilmente tenere fra settembre e ottobre nel Kurdistan iracheno, qualora vincessero gli indipendentisti. Al riguardo la dirigenza di Erbil si è attestata su una posizione conciliante, avendo preannunciato che in ogni caso la questione verrebbe discussa col governo di Baghdad per evitare effetti dirompenti. Si può azzardare a ritenere che - a parità di condizioni - ritrovandosi l'eventuale Stato curdo mesopotamico stretto fra Iraq e Turchia soprattutto sul piano economico, forse la situazione non muterebbe granché. Ma i giochi restano aperti.
L'iniziativa referendaria - oltre a esprimere le forti differenze ideologiche tra i Curdi iracheni e i Curdi turchi e siriani, e quindi a mandare per aria i sogni (velleitari) di un Kurdistan unito - risponde a un grave contenzioso tra Erbil e Baghdad circa la ripartizione dei proventi da gas e petrolio, tanto che dal 2014 Erbil ha iniziato a effettuare vendite in autonomia, cioè senza passare per Baghdad. Il mancato trasferimento di fondi dalla capitale a Erbil avrebbe provocato una grave crisi economica e un deficit per i Curdi di almeno 406 milioni di dollari (ma l'opposizione curda al partito di Barzani accusa di nascondere il reale valore delle vendite di greggio e gas, e di fabbricare una crisi economica solo per reprimere le opposizioni e favorire politiche autoritarie).
Per la popolazione la crisi tuttavia morde. I dipendenti pubblici (oltre un milione e mezzo, pari al 25% della forza-lavoro) non ricevono il salario da cinque mesi, aumentano i disoccupati e il 20% del popolo vive sotto la soglia di povertà, giacché anche lì i proventi delle esportazioni energetiche vanno a favore di un'élite economica che è anche politica. Recentemente il governo di Baghdad ha promesso di scongelare il trasferimento congiunto per fronteggiare la crisi, aggravata dal crollo del prezzo del petrolio. Tutto questo per dire che anche il Kurdistan iracheno è meno stabile di quanto potesse apparire e che un suo eventuale collasso costituirebbe una catastrofe nella catastrofe, con Raqqa e Mosul ancora nelle mani dell'Isis.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 15 giugno 2016

Nuovo quaderno di Alternativa Libertaria : Il confederalismo democratico del Kurdistan, l’alternativa libertaria all’ISIS e al massacro del Medio Oriente.

I Quaderni di Alternativa libertaria. Il confederalismo democratico del Kurdistan, l’alternativa libertaria all’ISIS e al massacro del Medio Oriente.
Disponibile su richiesta l’opuscolo che raccoglie materiale sul confederalismo democratico e la situazione geopolitica, in Kurdistan e non solo, apparso a cura di vari autori internazionali su Anarkismo.net dal 2014 al 2016.

mercoledì 8 giugno 2016

Così i curdi siriani hanno abbandonato Marx per mio padre

da La Stampa

22/04/2016

CLAUDIO GALLO

http://www.lastampa.it/2016/04/22/cultura/cos-i-curdi-siriani-hanno-abbandonato-marx-per-mio-padre-WOVS5lxc8XH7Iyt75hx9DN/pagina.html


Debbie non è solo la figlia di Murray Bookchin, il teorico del comunalismo. Scrittrice e giornalista, ha pubblicato un libro scottante sul vaccino anti-polio americano infettato da un virus potenzialmente cancerogeno, tra gli Anni 60 e 80. Ma, certo, è anche la figlia di suo padre, appassionata curatrice dell’eredità intellettuale del filosofo, figlio di ebrei russi emigrati in America.

Dal leader del Pkk Abdullah Öcalan ai curdi di Kobane, tutti hanno abbandonato Marx per suo padre: che cos’è il comunalismo?


«Il comunalismo è l’idea che la democrazia funzioni meglio quando i cittadini decidono insieme in assemblee locali. Si guardano in faccia e discutono di argomenti importanti per la comunità, inviano delegati revocabili ai consigli regionali. Il potere resta a livello locale e non è mai trasferito allo Stato-nazione. Mio padre vedeva nelle assemblee la possibilità di formare un senso di cittadinanza sempre più illuminato. La gente dovrebbe reclamare la politica come qualcosa che si pratica invece di votare per qualcuno e sperare in bene. Il comunalismo comprende ciò che mio padre chiamava una "economia morale", in cui la gente decide insieme sull’uso delle risorse naturali per la produzione economica, avendo in mente l’impatto ambientale».

Una visione senza denaro né mercato: com’è possibile?


«Oggi diamo il capitalismo per scontato, ma non è un comandamento di Dio. Nella maggior parte della storia le società hanno funzionato senza. Come mio padre ha sottolineato per la prima volta negli Anni 60, la rotta di collisione del capitalismo con la natura minaccia la sopravvivenza della nostra specie. La sua logica "cresci o muori" impone un incessante sfruttamento delle risorse naturali. La crescita rapace e l’individualismo, a cui ha dato vita, hanno portato al riscaldamento globale che rischia di rendere il pianeta inabitabile per i nostri nipoti. Per ciò che riguarda il denaro, ci sono molti esempi nella storia di persone che hanno lavorato insieme per il bene della società senza doverlo usare: dalle società primitive ai grandi kibbutz israeliani. Il comunalismo crede che, in una società libera, ognuno contribuisca al benessere della società con le sue differenti abilità, interessi e desideri».

Com’è arrivato il comunalismo tra i curdi?


«Quando Abdullah Öcalan fu condannato all’ergastolo, l’avvocato gli portò in prigione molti libri, tra cui alcuni di mio padre tradotti in turco, come L’ecologia della libertà e From Urbanization to Cities (Dall’urbanizzazione alle città).



Öcalan era diventato scettico sul marxismo-leninismo che aveva portato a trent’anni di guerra con lo stato turco. Così si convinse che, abbracciando le idee di mio padre, i curdi avrebbero potuto raggiungere l’autogoverno e una vera democrazia, anche dentro ai confini turchi. Con il concetto di confederalismo democratico, Öcalan ha incorporato il pensiero di mio padre, ma poi ha aggiunto idee originali, specialmente l’enfasi sul ruolo delle donne».

Cosa rimproverava suo padre a Marx?


«Mio padre aveva un enorme rispetto per Marx, ma per lui il marxismo contemporaneo viveva nel passato. La "analisi di classe" e le tattiche impiegate dai rivoluzionari negli Anni 30 andavano superate. Bisognava capire perché i lavoratori non avevano fatto la rivoluzione. Respingeva la visione del proletariato come "classe egemonica". Per lui il cambiamento sociale poteva avvenire soltanto appellandosi alla gente, ai cittadini in quanto parte di comunità che non cercano solo l’eguaglianza economica ma anche aria e acqua pulite, cibo sano, e la fine di tutte le forme di gerarchia e oppressione: razza, etnia, genere... Aveva visto che in Europa Orientale il socialismo non aveva portato la libertà. Credeva che il potere dovesse essere decentralizzato e portato a livello municipale, non consegnato a un partito centralizzato».

Perché i curdi sarebbero così importanti?


«Nel Rojava (l’area curda della Siria ndr) è stata creata una società dove le donne e gli uomini di qualsiasi etnia o religione lavorano insieme per tracciare il futuro delle comunità. La pianificazione economica è attenta all’ecologia, si pratica la forma più democratica di governo esistente, pur in condizioni di guerra. Un esempio affascinante».

Nel 2015, i curdi siriani sono stati accusati da Amnesty si aver demolito le case degli arabi..


«Seguire i progressi del progetto sociale nel Rojava è entusiasmante, tuttavia in condizioni di guerra si compiono errori, che vanno riconosciuti e corretti. Le prove raccolte sollevarono però alcuni dubbi, tra cui la veracità di certe interviste e alcuni aneddoti che non furono confermati. Molti pensano che quei fatti indeboliscano la credibilità del rapporto».

Curdi comunalisti e Washington insieme contro l’Isis: non è una strana alleanza?


«Dovrebbe essere una coalizione naturale, visto che gli Usa e la Ue si presentano come campioni della democrazia. L’Occidente riconosce che i curdi sono i suoi migliori alleati contro l’Isis, teme però che la Turchia spalanchi le porte agli emigranti verso l’Europa. Così si è piegato ai turchi e ha escluso i rappresentanti del Rajava dai colloqui di Ginevra sul futuro della Siria. Hanno chiuso un occhio sul sostegno di Ankara all’Isis e sui bombardamenti turchi delle città curde del Sud-Est, dove, con la pretesa di cercare i terroristi del Pkk, i militari hanno ucciso centinaia di civili innocenti, compresi bambini. Se credessero davvero alla democrazia, americani ed europei dovrebbero invitare i rappresentanti del Rojava a Ginevra e incoraggiare l’espansione del suo modello in Siria. Sarebbe un modo per favorire una soluzione pacifica e democratica che permetta alla gente di rimanere a casa invece di dover fuggire».

Un Rojava autonomo dovrà fare i conti con la Turchia: ci sarà una nuova guerra?


«Sono una giornalista, non un’analista mediorientale, non so predire se ci sarà una guerra. La mia impressione è che la gente abbia ragione a temere la svolta autoritaria di Erdogan. Un regime autoritario porterà più disordini e instabilità. Una cosa negativa per la gente della regione, che mina i nostri sforzi per sconfiggere l’Isis. Spero che i leader occidentali vorranno usare tutto il loro peso per fermare la violenza di Erdogan contro il popolo curdo e insistere per un ritorno al negoziato. È chiaro che la "questione curda" non può essere risolta militarmente. Prima Erdogan riprenderà i negoziati, meglio sarà per la società turca e per il mondo intero».

venerdì 27 maggio 2016

Livorno: Il confederalismo democratico del popolo curdo ha bisogno del sostegno internazionalista



 
 





Contro le logiche spartitorie dell'imperialismo alla base di ogni guerra
Contro il terrorismo reazionario dell'ISIS
Il confederalismo democratico del popolo curdo ha bisogno del

sostegno internazionalista
Incontro/riflessioni con:
Khader Musallam
Alternativa Libertaria/FdCA
SABATO 11 GIUGNO ORE 18:00
PRESSO LA LIBRERIA - CAFFE' LETTERARIO
LE CICALE OPEROSE
CORSO AMEDEO, 101

LIVORNO
E' impossibile conoscere in anticipo il futuro della rivoluzione curda.

Nel mezzo di una guerra atroce nella quale si confrontano le grandi potenze

imperialiste, feroci dittature regionali e gruppi terroristici oscurantisti, sarà molto

difficile che la rivoluzione sopravviva ad una distruzione così enorme.

I recenti attacchi della Turchia e dell'ISIS possono essere degli esempi di ciò che

riserva il futuro immediato.
In ogni caso ciò che il popolo curdo in armi sta compiendo è sufficiente per

provocare il migliore entusiasmo, la più grande ammirazione, la più ampia solidarietà in

ogni angolo del mondo degli oppressi.
Il tentativo originale di sperimentare un modello di organizzazione sociale

emancipato dalle paludi dello statalismo, dal mercato capitalista e dalla cultura

patriarcale merita tutta la nostra attenzione e tutto il nostro appoggio per la sua

divulgazione.
Comunitarismo, autogestione, popolo in armi organizzato in battaglioni popolari,

ruolo di spicco delle donne in tutti gli ambiti e a tutti i livelli dell'azione collettiva;

autogoverno con ampia partecipazione e il fatto che tutto questo avvenga durante

un guerra non può che riportarci con la memoria alla rivoluzione spagnola, ed al grido di

Buenaventura Durruti durante la difesa di Madrid:
“ portiamo dentro di noi un mondo nuovo e quel mondo

sta crescendo in questo istante.”
f.i.p. Maggio 2016

giovedì 17 marzo 2016

La rivolta da fare nel Kurdistan iracheno

Questo articolo tratta della recente storia della costituzione del Governo Regionale del Kurdistan (KRG) e del tradimento perpetrato nei confronti del suo popolo. Il KRG è sprofondato nella corruzione, ha dovuto ingaggiare guerra con l'ISIS, si è visto arrivare un grande numero di profughi siriani e provenienti dall'Iraq centro-meridionale ed ora non è in grado di garantire i salari ai lavoratori. Di conseguenza ci sono state manifestazioni, proteste e boicottaggio del lavoro da parte delle persone. 
In questo articolo si cerca di spiegare perchè è importante organizzarsi indipendemente dai partiti politici.

Prima della Marcia della rivolta del 1991 in Kurdistan, i Peshmerga [le forze armate del PUK (Patriotic Union of Kurdistan ) e del KDP (Kurdistan Democratic Party)] virtualmente non esistevano, se non ai confini con l'Iran ed in aree remote. La guerra tra Iran ed Iraq e la campagna Anfal condotta dal precedente regime  costò la vita di oltre 180mila persone, sgomberate dai loro villaggi completamente distrutti e poi scomparse.  Quando scoppiò la rivolta, le forze governative furono sbaragliate dal movimento di massa e fu allora che il PUK ed il KDP furono reinsediati con l'aiuto degli USA e dei paesi occidentali. In breve tempo, i due partiti assunsero il controllo delle città e dei villaggi che erano stati liberati dal popolo. Nel maggio 1992, formarono e si spartirono una Amministrazione territoriale tramite elezioni farsa. Il 05/10/1992 iniziarono a combattere il PKK, in uno scontro durato circa 3 mesi. Nel 1995, il  PUK ed il KDP ruppero gli accordi, si combatterono l'un l'altro e si spartirono il Kurdistan.
Durante il conflitto, il PUK riportò una vittoria quasi completa nei confronti del KDP ed, a quel punto, il capo del KDP, Masoud Barzani, chiese l'appoggio dell'ex-presidente iracheno Saddam Hussein.
Il 31/08/96, l'esercito del regime precedente giunse a Erbil e salvò il KDP. In seguito, il KDP lanciò degli attacchi contro il PUK riuscendo ad assumere il controllo di molte aree, città e villaggi che prima si trovavano sotto il controllo del PUK. Questi non aveva altra scelta se non chiedere aiuto all'Iran, grazie a cui riuscì a riguadagnare il controllo delle località che aveva perso ed a rimettere in piedi la sua amminstrazione. Dopo questo conflitto, il PUK ed il KDP hanno assunto il controllo delle rispettive aree di influenza del Kurdistan. Il KDP ha posto la sua Amministrazione su Erbil e sulle città circostanti. Il PUK ha preso il controllo di Sulaymaniyah e delle città intorno.
Nel 2003 il precedente regime cadde dopo l'invasione dell'Iraq da parte degli USA e dei paesi occidentali: si aprì così una straordinaria opportunità per il PUK e per il KDP per la creazione di un Kurdistan Regional Government, che venne costituito con le elezioni del 2005. Le seconde elezioni dopo l'invasione si tennero nel 2009. Dal 2005 al 2014 entrambi i partiti (PUK & KDP) sono state le forze principali nel KRG. Nelle ultime elezioni del 2014, gli equilibri di potere sono un po' cambiati. Il cosiddetto Movement of Change (Goran) formatosi nel 2007, è risultato il secondo partito più votato ed è entrato nel governo insieme a KDP, PUK, organizzazioni islamiche ed altri piccoli partiti. Tuttavia, la corruzione, il terrorismo, la scomparsa di persone, le uccisioni e l'assassinio di attivisti politici, scrittori, giornalisti e donne continuano senza sosta.
In breve, nessuna vera riforma è stata approvata nonostante la presenza del movimento ’Goran’ nel governo con KDP, PUK e gli altri. Infatti, la situazione è peggiorata. Nell'ottobre del 2015, il KDP ha rimosso tutti i parlamentari, i ministri ed i presidenti parlamentari del movimento Goran vietando loro di far ritorno a Erbil. Da allora ogni vera attività parlamentare in Kurdistan è completamente cessata. 
E' il Popolo che è in crisi e non il KRG.
IL popolo del Kurdistan iracheno (Bashur) sotto il controllo del KRG è in una drammatica situazione economica e politica. Dall'ottobre 2015, il KRG non paga gli stipendi ad 1,4 milioni di dipendenti. Da febbraio 2016, gli insegnanti percepiscono solo metà del loro stipendio. Il KRG se la prende con il governo centrale iracheno che non verserebbe il dovuto 17% del bilancio nazionale. Il KRG esportava 550mila barili al giorno di greggio via governo centrale, il quale avrebbe dovuto restituirne i proventi in proporzione. Ora il KRG ha iniziato a vendere greggio evitando l'intermediazione governativa centrale e si tiene i proventi senza documentarne i dettagli riguardanti la quantità venduta ed a quali acquirenti.
Il KRG ha fatto sapere che ci sono altre ragioni che stanno prosciugando le sue risorse, quali il calo del prezzo del petrolio, la guerra all'ISIS ed i costi derivanti dal mantenimento di oltre 1,5 milioni di profughi siriani e delle regioni centro-meridionali dell'Iraq.
Dall'ottobre 2015, il commercio, i mercati, l'edilizia stanno rallentando e tutti i progetti sono fermi a causa della mancanza di fondi. Inoltre, migliaia di curdi, specialmente giovani, hanno lasciato il Kurdistan per andarsene in Europa. E' difficile per il popolo del Kurdistan vivere in condizioni così dure sotto il governo del KRG. Perciò, il popolo non ha alcuna scelta se non quella di protestare e boicottare il lavoro, soprattutto nelle città e nelle località sotto il controllo del PUK (Patriotic Union of Kurdistan).
Dall'inizio di febbraio 2016, ci sono state piccole manifestazioni e proteste a Erbil, la capitale del KRG, controllata dal Kurdistan Democratic Party (KDP). Molti uffici e molte scuole primarie e secondarie sono state chiuse perchè gli insegnanti ed altri impiegati non hanno i soldi per pagarsi il biglietto dei mezzi di trasporto per raggiungere il loro posto di lavoro. I prezzi al dettaglio sono aumentati di conseguenza, molti negozi e molte attività hanno chiuso.
Come da ogni parte, è il popolo che è in crisi e non il sistema, non il governo. Sono le persone che perdono la fiducia in se stesse, dipendenti come sono dai partiti politici. Sono le persone che perdono la fiducia nelle loro capacità e si mettono a cercare un capo che le guidi. E' il popolo che non impara dalle esperienze del passato, che ancora crede nella più famosa e potente bugia della storia che sono le elezioni parlamentari.
Non serve una rivolta qualsiasi.
Ci sono state molte rivolte in passato, in diversi paesi. Nel 1979 in Iran, nel 1991 nel Bashur (Kurdistan Iracheno), negli ultimi 5 anni le "Primavere Arabe". Però, le rivolte in tutti questi paesi sono sfociate in una terribile guerra civile o in un mutamento di regime che nei fatti non si è dimostrato migliore dei precedenti governanti. Le ragioni di ciò sono semplici, sia nel caso delle rivolte guidate da partiti politici sia nel caso di quelle guidate da persone che non avevano nessun piano per il dopo-rivolta e magari domate dagli USA e dai paesi occidentali. Queste rivolte miravano a cambiare il potere e non la società, volevano una rivoluzione politica e non una rivoluzione sociale, volevano portare dei cambiamenti dall'alto della società e non dal basso. Ecco perchè sono facilmente cadute sotto l'influenza degli USA, della politica e dell'economia neoliberista dei paesi occidentali. In conclusione, non solo non sono riuscite a portare alcun cambiamento, ma il dopo-rivolta è servito alle classi dirigenti, alle classi superiori ed agli interessi del sistema attuale molto più della situazione precedente. Questo fallimento ha disilluso le persone portandole in gran parte a non credere più in manifestazioni, proteste e nemmeno nelle rivolte.
Attualmente, tra i Curdi iracheni ci sono -specialmente tra le file dei comunisti, dei socialisti autoritari, delle sinistre e dei liberali- colloqui e prese di posizione per una rivolta. Quello che vogliono fare non porterà a niente di meglio di quello che è successo con le primavere arabe.
Al fine di evitare un'altra sconfitta e di realizzare i veri cambiamenti, abbiamo bisogno di formare gruppi locali radicali, non gerarchici, che siano antiautoritari, antistatalisti e contro il potere. Dobbiamo organizzarci nei quartieri, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, per le strade, nei villaggi. Abbiamo bisogno di formare comuni e cooperative, per insediare assemblee popolari ed il municipalismo libertario in ogni villaggio ed in ogni città. Utilizzando l'azione diretta e la democrazia diretta nel processo decisionale, che dovrebbe essere il modo di far progredire e sviluppare il potere popolare. Abbiamo bisogno di fare tutto questo indipendentemente dai partiti politici.Il nostro obiettivo deve essere quello di cambiare la società dal basso verso l'alto, e questo deve riguardare i cambiamenti politici e di governo,  i cambiamenti economici, educativi, sociali e culturali. Abbiamo bisogno di lavorare sulla costruzione del potere del popolo  e non della dittatura del proletariato o di qualsiasi altro potere di classe.
Non ci serve una rivolta qualsiasi. Abbiamo bisogno di quel tipo di rivolta che ci permetta di fare cambiamenti reali nella creazione di una società socialista / anarchica. Questo può essere fatto attraverso il Confederalismo Democratico ed il comunismo libertario.

Zaher Baher
febbraio 2016
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 15 febbraio 2016

La NATO contro i Curdi: la battaglia per A’zaz

Più si chiude l'accerchiamento contro la reazione fondamentalista armata in Siria, più il regime di Ankara, che l'ha generosamente sponsorizzata per cinque anni di carneficina, inizia a innervosirsi. La Turchia vede vanificarsi i suoi sforzi dopo l'irruzione sulla scena dei guerriglieri curdi delle YPG contro lo Stato islamico, dopo l'intervento russo e dopo il forte coinvolgimento delle milizie Hezbollah nella lotta contro questa alleanza eterogenea di opportunisti e fondamentalisti in armi che non cercano altro che di rovesciare Assad e porre fine alle milizie curde. Ecco dunque che la Turchia ha provveduto a intensificare i suoi bombardamenti contro i Curdi che operano nel nord, mentre appaiono sempre più evidenti da parte turca i segni di tentare un intervento diretto nel conflitto siriano, per allungare la durata di una avventura militare criminale che non ha fatto altro che portare dolore e morte.
E' a questo punto che cadono le maschere. La NATO, rappresentata dallo stato turco, da due giorni sta bombardando senza pietà le unità di difesa popolare curde YPG che stanno avanzando a nord di Aleppo nelle città di A'zaz e Tal Rifaat [1]. I bombardamenti, che hanno ucciso almeno 23 civili [2] si sono concentrati sulla base aerea di Menagh, conquistata nel 2013 da una coalizione di "ribelli", tra cui Al Qaeda (il Fronte Al-Nusra) ed altri che poi sono confluiti nello Stato islamico. Menagh è un obiettivo strategico per i rifornimenti alla "ribellione" al servizio delle petrol-teocrazie e degli interessi di USA e UE. Ahmet Davutoglu ha detto che di questi bombardamenti è stato informato il vicepresidente USA Joe Biden, che anche se non approva pubblicamente l'intervento militare, non lo ha condannato né ha provveduto a frenare lo Stato turco, che non agirebbe mai senza l'assoluta certezza del sostegno USA. Ricordiamo che la NATO aveva detto, nel bel mezzo della crisi con la Russia, che avrebbe difeso a spada tratta la "integrità territoriale" dello Stato turco, argomento che il regime di Ankara usa per attaccare i Curdi, dicendo che sono una minaccia per il loro concetto monolitico di unità nazionale. Questo potrebbe essere solo il preludio ad un intervento diretto da parte delle truppe di terra turche, eventualità che Erdoğan aveva già minacciato la scorsa settimana. La facciata della presunta unità contro lo Stato islamico è una farsa: lo Stato turco, e con esso la NATO, puntano alla destabilizzazione e all'estensione del bagno di sangue siriano, e contemporaneamente alla lotta contro il movimento libertario curdo.

Scommettendo sulla strategia dell'incudine e martello, mentre colpisce i Curdi in territorio siriano e rifornisce i gruppi reazionari armati per distruggere le milizie YPG, lo Stato turco colpisce anche i Curdi nel proprio territorio, cercando di schiacciare il loro spirito ribelle. Sono mesi che è stato imposto lo stato di emergenza nei territori curdi dentro lo stato turco, che si susseguono  operazioni militari di carattere repressivo, che si bombardano le città. Mentre i media occidentali sono rimasti scioccati dalla distruzione del patrimonio culturale, storico e archeologico messa in atto dallo Stato Islamico in luoghi come Palmyra (Siria) e l'hanno denunciato ai quattro venti, sono rimasti muti davanti alla distruzione sistematica del patrimonio mondiale che lo Stato turco sta compiendo nella regione curda ai suoi confini: in base alle informazioni del Comune di Diyarbakir (02/10/16) il quartiere Sur della città è stato bombardato e le sue mura storiche, patrimonio dell'UNESCO, sono state gravemente danneggiate. E' stato colpito il 70% degli edifici di questa parte della città antica, mentre 50.000 persone che abitavano nel Sur sono state sfollate dalle loro case dalla violenza e dal terrore di stato.
L'Occidente credeva di poter utilizzare i Curdi per opporsi ai settori fondamentalisti "incontrollabili", ma non ha fatto i conti con il loro ritorno di fiamma. I Curdi sono un attore politico maturo, con molta esperienza di lotta per poter essere tenuti a rimorchio ed essere considerati come semplici marionette al servizio delle grandi potenze. Quando gli Stati Uniti hanno dato inizio alla loro strategia di ridefinizione del Medio Oriente, immaginando che sarebbero sorti ovunque regimi fantoccio, associati alle teocrazie del Golfo e disposti a dare via il loro petrolio per nulla, non avevano fatto i conti con i Curdi, nè col loro progetto socialista libertario di democrazia radicale; né hanno tenuto conto delle enormi forze popolari che si sarebbero scatenate in seguito alla loro strategia interventista. È vero, non è ancora finita la fioritura di un  Medio Oriente libertario annunciato dal potere popolare che proviene dal Kurdistan e che si irradia a tutta la regione; ma è anche vero che gli Stati Uniti non sono stati in grado di imporsi, la loro egemonia nella regione è stata erosa ed ora i loro alleati sono nudi: non c'è stato un momento negli ultimi decenni in cui gli sceicchi sono stati più nervosi di quanto lo siano ora. Da qui nasce la violenza dell'improvvisato califfo di Ankara contro i Curdi.
Così come la battaglia per Kobanê è stata la chiave per invertire l'avanzata dello Stato Islamico, oggi, la battaglia per  A'zaz  è la chiave per sradicare il fondamentalismo armato e per difendere l'espansione, il consolidamento e il diritto di esistere del progetto di autonomia curdo, libertario e confederale.

José Antonio Gutiérrez D.
15 febbraio  2016

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 9 febbraio 2016

CONTINUA IL GENOCIDIO NEL KURDISTAN TURCO


 via Carovana per il Rojava - Torino

 Man mano che passano le ore nuove informazione arrivano dalla città di Cizre dove la Turchia sta compiendo un GENOCIDIO.
Nella mattinata è venuta alla luce la presenza di altre 45 persone circa in un terzo scantinato della città. Questa la situazione:
- Primo scantinato (Bostancı Street - Quartiere Cudi)
31 persone si sono rifugiate in uno scantinato il 23 Gennaio dopo che alcuni carri armati avevano iniziato a sparare contro l'edificio dove si trovavano. 7 persone sono morte dissanguate e senza cure a causa del blocco delle ambulanze attuato dalle autorità Turche. Oltre i 7 corpi senza vita, 15 feriti (9 gravi), ed altre 9 persone bloccate senza cibo, acqua, cure sanitarie. Le ultime notizie risalgono ad 11 giorni fa.
- Secondo scantinato (Narin Street - Quartiere Cudi)
62 persone si sono rifugiate in un edificio attaccato dai carri armati Turchi. Nell'attacco 9 persone sono immediatamente morte bruciate vive, mentre un ragazzo di 16 anni è stato ucciso dai colpi di artiglieria dell'esercito non appena uscito dallo scantinato per provare a scappare. Il 7 Febbraio le forze speciali Turche hanno condotto un operazione (esecuzione) che ha portato di decine di persone. Oggi 12 corpi martoriati sono stati portati all'ospedale di Cizre. Si aggiungono ai 27 recuperati ieri sera. Mancano all'appello 23 persone di cui non si hanno notizie.
- Terzo scantinato (Quartiere di Sur)
45 persone attaccate dall'esercito Turco nello scantinato in cui si erano riparate oggi. Carri armati hanno colpito ripetutamente l'edificio facendolo crollare. Infine i soldati hanno cosparso il tutto di benzina ed hanno appiccato il fuoco. 25 persone sono morte bruciate, mentre altre 20 persone si trovano ferite ed in pericolo di vita. Tra di loro c'è Derya Koç, co-presidente dell'HDP nel distretto di Milas. L'esercito ha inoltre lanciato gas lacrimogeni rendendo impossibile respirare.
Al momento il conto totale delle vittime è di 66 persone, nessuna notizia sulla sorte di altre 73.
Chiamiamolo con il suo nome.
Chiamiamolo GENOCIDIO.

martedì 5 gennaio 2016

DAL KURDISTAN TURCO - Appello urgente alla solidarietà e l'azione

Appello urgente alla solidarietà e l'azione
 
Unione delle Municipalità della Regione dell'Anatolia sudorientale
 
Nel corso del conflitto armato che è ricominciato nella regione curda della Turchia dopo le elezioni politiche del giugno 2015, almeno186 civili sono morti - la maggioranza dei quali donne e bambini - e centinaia di essi sono rimasti feriti e migliaia di persone sono state arrestate.
 
Per quanto riguarda i co-sindaci che sono parte della nostra unione da luglio 2015, 17 di essi sono stati arrestati, mentre 25 sono stati sospesi dal loro incarico e a 6 è stato emesso un mandato di cattura. Allo scopo di porre fine alla violazione dei diritti umani nella nostra regione, vi è una necessità urgente di rivitalizzare i colloqui di pace per una risoluzione della questione curda in Turchia.
 
Da agosto di quest'anno, come reazione alle politiche repressive dello stato turco che sono riemerse, le assemblee popolari in molti paesi e città curde hanno dato voce alle loro richieste di autogoverno. A queste richieste per l'autogoverno - che puntano ad ottenere una trasformazione strutturale decentrata opposta il centralismo - è stato risposto dal governo turco con una violenza sproporzionata promossa dallo stato. Nelle città curde dove le richieste di autogoverno sono state portate avanti, specialmente a Cizre, Sur, Silvan, Nusaybin, Dargecit, Silopi e Yüksekova,
il governo turco ha dichiarato coprifuochi che sono proseguiti per settimane durante i quali civili sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, mentre prosegue una migrazione di massa di residenti delle città sotto coprifuoco. Per giorni non è stato consentito nemmeno di seppellire i corpi dei civili uccisi dallo stato turco e sono stati tenuti nelle abitazioni. Oltre a questo, decine di civili sono stati presi di mira dai cecchini turchi, mentre ai feriti è impedito l'accesso alle cure sanitarie da parte delle forze di sicurezza.
 
Sfortunatamente questi sviluppi si ripresentano giorno dopo giorno nelle città sopra menzionate. Come conseguenza dei conflitti armati in corso più di 200.000 persone hanno dovuto emigrare dalle zone di conflitto e questo numero aumenta ancora. Inoltre anche gli edifici storici nel distretto di Sur nella città di Diyarbakir, che è stata riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio mondiale, a causa dei conflitti in corso sono in pericolo. Finora le moschee Kursunlu Mosque e Pasha Hamam costruite nel 16° secolo sono state prese di mira dalle forze di sicurezza turche e materialmente distrutte al punto che gli sforzi di restauro in futuro non saranno mai sufficienti.
 
A seguito della recrudescenza del conflitto armato hanno subito il coprifuoco 18 città con una popolazione di circa 100.000 persone e 5 di queste città al 21 dicembre 2015 sono ancora zona di coprifuoco. Ma cosa ancora più importante, i conflitti armati in corso nelle zone urbane hanno raggiunto una nuova fase dannosa il 14 dicembre 2015. I carri armati e gli armamenti pesanti che sono utilizzati solo in guerra convenzionale, ora vengono utilizzati dalle forze armate turche nelle zone dove vivono centinaia di migliaia di civili.
 
Il numero dei poliziotti e dei soldati sono aumentati drasticamente nelle scorse settimane nella nostra regione. Secondo le statistiche fornite dalle autorità dello stato turco 14 generali, 26 colonnelli e 10.000 soldati sono stati trasferiti solo per la città di Sirnak e altri 5.000 soldati saranno trasferiti nei giorni successivi. In aggiunta a questo il Direttorato dell'Educazione Nazionale a Cizre e a Silopi ha effettuato una chiamata ufficiale agli insegnati affinché lascino quelle città. Il Ministero della Salute ha inviato un comunicato ufficiale agli ospedali nella nostra regione per avere più personale impegnato e più attrezzature per la cura sanitaria in magazzino. Anche tutte le manifestazioni pacifiche per protestare contro il coprifuoco e la violazione dei diritti umani si confrontano con la brutalità della polizia e alla repressione.
 
Tutti questi sviluppi ci fanno pensare che la clamorosa violazione dei diritti umani che ha avuto luogo nei mesi scorsi continuerà e diventerà addirittura più grave. Perciò questo è un appello a tutte le forze a favore della democrazia in tutto il mondo per opporsi alle misure antidemocratiche adottate dallo stato turco.
 
Per essere in grado di impedire altre morti e violazioni dei diritti prima che sia troppo tardi, avanziamo queste richieste concrete:
 
È urgente che:
 
– I media internazionali, i reporter e i giornalisti vengano nella zona di conflitto allo scopo di vedere e riportare che cosa sta succedendo sul terreno.
– Sia le organizzazioni governative che quelle non governative che lavorano per i diritti umani mandino delegazioni per rilevare e riportare le violazioni dei diritti nella zona di conflitto.
– Le delegazioni internazionali vengano a visitare i co-sindaci arrestati e a monitorare le loro condizioni di detenzione, così come il processo giudiziario.
– Un appello di tutti gli attori internazionali per chiedere a tutte le parti coinvolte di ritirare le forze armate dalle zone urbane e gli armamenti pesanti per rendere possibile un cessate il fuoco.
– Tutti i governi coinvolti rompano il silenzio per quanto sopra citato per riavviare i colloqui di pace che sono proseguiti per 2,5 anni ma sono terminati nel luglio del 2015.
 
Gültan Kisanak
 
Co-presidente del GABB
Co-sindaco della Municipalità Metropolitana di Diyarbakir
 
NOTA:I dati utilizzati in questa lettera si basano sui rapporti e i comunicati stampa rilasciati dall'Associazione dei Diritti Umani e Dell'Associazione Forense di Diyarbakir
 
Appendice 1: Informazioni di base sulle zone del coprifuoco al 21 Dicembre
Cizre/Sirnak
 
Il coprifuoco è stato dichiarato per 5 volte. L'ultima volta è iniziato il 14 di dicembre 2015 e da allora è proseguito. In totale Cizre è rimasta sotto coprifuoco 21 giorni. Dal luglio 2015, 39 persone sono morte a Cizre mentre 7 persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Silopi/Sirnak
 
ll coprifuoco è stato dichiarato 3 volte. L'ultima volta è iniziato il 14 dicembre 2015 e da allora continua. In totale Silopi è rimasta sotto il coprifuoco per 10 giorni. Da Luglio 2015 25 persone sono morte mentre 10 persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Nusaybin/Mardin
 
Il coprifuoco è stato dichiarato 7 volte. L'ultimo è iniziato il 14 dicembre 2015, ed è in corso da allora. In totale Nusaybin è rimasta sotto coprifuoco per 38 giorni. Da luglio 2015, 22 persone sono morte a Silopi mentre 2 persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Dargeçit/Mardin
 
Il coprifuoco è stato dichiarato per 2 volte. L'ultima volta è iniziato l'11 dicembre 2015 e da allora è proseguito. In totale Dargeçit è rimasta sotto coprifuoco per 14 giorni. Da luglio 2015 4 persone sono morte a Dargeçit mentre due persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Sur/Diyarbakir
 
Il coprifuoco è stato dichiarato 6 volte. L'ultima volta è iniziato il 2 di dicembre 2015, e da allora è proseguito. In totale Sur è rimasta sotto coprifuoco per 30 giorni. Da luglio 2015, 10 persone sono morte a Sur, mentre 5 persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Appendice 2: Dati generali sui recenti conflitti armati e i massacri
 
A partire dal 10 dicembre, il numero di guerriglieri, dei soldati e dei poliziotti morti è di circa 400.
 
100 persone sono morte durante gli attacchi ad Ankara durante la Marcia della pace che ha avuto luogo il 10 ottobre 2015.
 
33 persone sono morte durante l'attentato a Suruç che ha preso di mira i giovani socialisti il 20 Giugno 2015.
 
8 civili sono morti a seguito degli attacchi aerei lanciati dagli aerei da guerra turchi sulle montagne di Qandil nel villaggio di Zergele il 12 Agosto 2015.
 
In totale 186 civili sono morti durante il coprifuoco, le proteste e le esecuzioni da luglio 2015.
 

martedì 22 settembre 2015

La guerra della Turchia contro i Curdi: una questione personale di sopravvivenza per Recep Tayyip Erdogan

La città curda di Cizre, un insediamento con una popolazione di circa 150000 anime nella Turchia sud-orientale si trova per la seconda volta sotto assedio delle forze armate turche e delle cosiddette "forze operative speciali" della polizia, dopo che il precedente assedio era stato tolto per una tregua di due giorni. Oltre al coprifuoco ci sono tagli all'erogazione di elettricità e vige l'interruzione di tutti i mezzi di comunicazione, compresi i telefoni mobili ed Internet. Dopo il primo assedio è venuta fuori tutta l'evidenza del terribile dramma umano. Uccisi oltre 30 civili, di età compresa fra i 35 giorni di vita di un bambino ed i 75 anni di un anziano. Prima che l'assedio fosse tolto, fonti governative dichiaravano che le forze di sicurezza avevano ucciso più di una dozzina di combattenti del PKK, negando vittime civili. Come un neonato ed un vecchio possano aver contribuito alla lotta del PKK rimane un mistero irrisolto da parte dei portavoce governativi, di fronte all'evidenza del fatti. La situazione critica di Cizre non è che l'ultimo e più drammatico episodio in una guerra che lo Stato turco ha scatenato contro i suoi cittadini nelle regioni curde a partire dallo scorso luglio. Col pretesto del massacro di Suruç del 20 luglio, in cui rimasero uccisi -da un attentato suicida con tutta probabilità opera dell'ISIS- 32 giovani attivisti di sinistra turchi che stavano partecipando ad una conferenza di solidarietà con il popolo della città curda di Kobane che si trova nella Rojava alla frontiera della Siria con la Turchia, il governo turco guidato dall'AKP, il partito di Recep Tayyip Erdogan, ha dato inizio ad una guerra... non contro l'ISIS ma contro il PKK ed il popolo curdo! E' vero che il governo dell'AKP aveva concesso agli Stati Uniti l'uso della base aerea di Incirlik per bombardare l'ISIS ed aveva accettato di partecipare ai raid aerei. Ma questa era solo una manovra dissimulatoria mentre in realtà la Turchia si stava imbarcando in un attacco su ampia scala al movimento curdo, evitando tensioni con gli Stati Uniti alle prese con una difficile operazione militare. La guerra della Turchia contro il PKK e contro il popolo curdo La guerra della Turchia non è solo contro il PKK, ma contro il popolo curdo intero. Ed ha almeno tre diversi aspetti. Il primo è il conflitto militare tra le forze armate turche ed il PKK, che finora ha assunto la forma dei bombardamenti aerei turchi sui campi del PKK nell'Iraq settentrionale, nel territorio del Governo Regionale Curdo, presieduto da Barzani, stretto alleato degli Americani e della Turchia. Il PKK per ritorsione ha iniziato ad uccidere soldati e poliziotti turchi, compiendo ai primi di settembre nel giro di 48 ore due spettacolari incursioni in cui sono caduti 16 soldati turchi nel sud-est del paese e 13 poliziotti turchi nel nord-ovest. La grande distanza geografica tra le due località, così come le pesanti perdite subite dalle forze turche, dimostrano come il PKK disponga di una forza formidabile. Il secondo aspetto della guerra è quello del tentativo da parte dello Stato di pacificare i focolai nei centri del Kurdistan turco. I negoziati tra il governo turco ed il PKK per un "processo risolutivo" sono in corso dal 2013. Tuttavia, a non tutti nel Kurdistan è andato a genio questo processo. Abdullah Ocalan, lo storico dirigente del PKK, chiuso in prigione dal 1999, è l'architetto di questo processo. Ma ci sono altri attori in scena. Quelli ufficiali sono il PKK con base nell'Iraq del nord e l'HDP, il Partito Democratico del Popolo, una sorta di avatar del movimento parlamentare curdo che ha unito le sue forze ad una coalizione di partiti e movimenti socialisti turchi. Tra questi tre attori, Ocalan è il più possibilista, mentre il PKK iracheno proietta un'immagine più intransigente. Ma c'è un quarto attore sulla scena: sono i giovani del YDG-H, ala radicale del PKK, che ultimamente si sono mossi come una forza quasi indipendente. Si collocano all'estrema sinistra del movimento curdo e nonostante il giuramento di fedeltà incrollabile verso Ocalan, sono dichiaratemente critici rispetto al "processo risolutivo". Sono loro che organizzano i quartieri in molte centri curdi rendendoli inattaccabili dalle forze di sicurezza turche, scavando fossati e trincee e prendendo le armi se necessario. La popolazione può non essere d'accordo con i loro metodi , ma sta con loro contro le forze governative durante i periodi di conflitto, quando arrivano i momenti critici. Ecco perchè gli attacchi ad una serie di città curde in questa guerra, a centri come Silopi, Varto, Yuksekova, Silvan, ed ora, con maggiore drammaticità a Cizre, la più importante roccaforte del YDG-H. (Questi ed altri insediamenti nel Kurdistan turco hanno nomi originari curdi che sono stati sostituiti con questi nomi turchi imposti agli inizi del periodo repubblicano). In contraddizione col primo aspetto della guerra, che vede due forze armate scontrarsi, quest'altro assume le forme di una guerra condotta contro la popolazione civile. Dal momento che quasi tutta la popolazione sta con i suoi giovani, quello che può sembrare un attacco ad una milizia viene necessariamente trasformato in un attacco a tutta la popolazione. Chi scrive è stato di recente, in una missione di solidarietà, a Silvan, vicino Diyarbakir, immediatamente dopo un assalto delle forze di sicurezza ed è possibile prendere cognizione diretta della devastazione operata sull'intera città. Il terzo aspetto è la potenziale minaccia di una vera e propria guerra civile che coinvolga entrambe le parti. Questa minaccia alberga nel continuo richiamare quei sentimenti nazionalisti e persino sciovinisti che esistono all'interno di ampi settori della popolazione turca, forze non solo vicine a Erdogan ed all'AKP, ma anche forze note in Occidente come i "Lupi Grigi" del Partito d'Azione Nazionale, il movimento più tradizionalmente fascista del paese, nonchè il terzo maggiore partito della borghesia turca (dopo il Partito Repubblicano del Popolo, di origine kemalista che ora passa per socialdemocratico). Sono stati i "Lupi Grigi" a scendere in strada nella notte dell'8 settembre per rispondere alle due spettacolari azioni del PKK di cui sopra. Più di 140 sedi dell'HDP attaccate, molte date alle fiamme, aggressioni a civili curdi nelle strade dei centri controllati da turchi nella parte occidentale del paese, pullman intercity fermati e presi a sassate, lavoratori stagionali curdi aggrediti collettivamente, bruciate le loro case e lo loro auto ed allontanati in massa. Ora, anche se i Curdi sono minoritari nelle città dell'ovest, sono pur sempre una minoranza di una certa dimensione ed inoltre si tratta di comunità molto politicizzate con notevoli capacità di lotta armata. Se non hanno reagito, non è stato per autocontrollo. Il che vuol dire che in futuro la situazione può sfuggire di mano e degenerare in una guerra civile etnica che può assumere forme molto sanguinarie. Le dinamiche dietro la guerra Per fermare questa guerra, occorre individuare le dinamiche che ne sottendono lo scoppio. Purtroppo, il movimento curdo, a lungo influenzato da una intellighenzia liberale, continua a ripetere che è necessario tornare allo status quo ante, vale a dire al punto in cui si erano fermati i negoziati del "processo risolutivo". Questa posizione ignora il fatto che ci sono forze molto ben definite in gioco che hanno portato a questa guerra e che dovrebbero essere contrastate e sconfitte prima di poter ristabilire la pace o almeno un cessate-il fuoco. Queste forze sono molto diverse tra loro: alcune derivano dalla congiuntura politica mentre altre sono più strutturali. La ragione predominante, che fa scomparire per importanza tutte le altre, è quella che ha che fare con gli interessi politici di Tayyip Erdogan. In un altro articolo (“La sconfitta strategica di Recep Tayyip Erdogan”) in occasione delle elezioni turche del 7 giugno, avevamo messo in evidenza che il penoso risultato elettorale del partito di Erdogan, l'AKP, che aveva perso ben 10 punti del voto popolare insieme alla maggioranza parlamentare che deteneva dal 2002, era la semplice ratifica di una precedente sconfitta strategica già inflitta ad Erdogan dalle masse turche, prima con la rivolta popolare innescata dagli incidenti di Gezi Park nel giugno 2013 e successivamente dalla serhildan (intifada) dell'ottobre 2014 scatenata dal popolo curdo in reazione all'atteggiamento di indifferenza dimostratato da Erdogan di fronte alla tragedia di Kobane quando era stata attaccata dall'ISIS. Il risultato elettorale è stato una doppia catastrofe per Erdogan. Da un lato, ha bisogno dei 2/3 della maggioranza parlamentare se vuole emendare la Costituzione al fine di trasformare il sistema politico turco in un sistema presidenziale, dando a se stesso il potere di controllare l'intero processo politico, quel potere che ora egli non ha stante l'attuale sistema che dà alla sua carica di presidente della repubblica una veste cerimoniale. Dall'altro lato, il fatto che l'AKP non ha più la maggioranza parlamentare può aprire le porte ad inchieste sui gravissimi e provati casi di corruzione in cui sono coinvolti Erdogan stesso ed i suoi ministri. Molti analisti si dilungano sulle ambizioni di Erdogan riguardo alla carica di presidente esecutivo. Ma forse la sua necessità più urgente è quella di evitare che si aprano le inchieste sui casi di corruzione che riguardano l'AKP, il quale si trova ora in minoranza all'interno del parlamento. Se gli altri partiti trovassero l'unità per aprire queste inchieste, Erdogan potrebbe trovarsi sull'orlo del precipizio, col rischio di essere condannato. Dopo il successo elettorale dell'HDP, che avendo superato l'altissima soglia di sbarramento del 10% ha così fatto perdere all'AKP la maggioranza parlamentare, Erdogan ed i suoi accoliti puntano ora tutte le loro speranze nell'opera di sobillamento dello sciovinismo turco e nel presentare l'HDP non come messaggero di pace, bensì come forza che appoggia il "terrorismo" del PKK, allo scopo di far scendere l'HDP al di sotto della soglia critica del 10% nelle elezioni dell'1 novembre. Ecco perchè questa guerra è per prima cosa e soprattutto una guerra di sopravvivenza per Erdogan. Nella storia ci sono state guerre imperialiste e guerre anti-colonali. Questa è la prima guerra egoista! Dopo le elezioni del 7 giugno scrivevamo: “Gli errori politici della sinistra hanno concesso ad Erdogan quello spazio necessario a consentirgli la scalata alla presidenza della repubblica. Ora l'AKP non può governare da solo, ma Erdogan mantiene ancora le redini del potere ed userà ogni minimo spazio conquistato per tenerselo, anche a costo di scatenare una guerra contro i Curdi o più avanti nel Medio Oriente. In politica ogni errore ha un prezzo”. Non c'è bisogno di rilevare che la previsione di cui sopra si è purtroppo rivelata fondata. Per quanto riguarda gli errori della sinistra, ci si riferisce al fatto che non ha cercato di far cadere Erdogan quando era possibile farlo. E qui le responsabilità maggiori le ha il movimento curdo. Se si fosse mosso in tandem con la rivolta popolare di Gezi Park nel 2013, Erdogan sarebbe certamente caduto, tanto è forte la capacità del movimento curdo di organizzare le masse specialmente a Diyarbakir. E' triste notare come le sofferenze del popolo curdo sotto gli attacchi atroci delle forze di sicurezza turche, sono dovute, almeno parzialmente, agli errori del movimento curdo. Ci sono, naturalmente, fattori strutturali di fondo che spingono la Turchia alla guerra contro il movimento curdo. Abbiamo già visto come l'ala radicale del movimento curdo, rappresentata dai giovani, si sia espressa contro il "processo risolutivo" se prima Ocalan non viene liberato. (un impressionante striscione dei giovani durante una gigantesca manifestazione nel 2013 diceva: "Una pace col serok (titolo di Ocalan nel movimento) ancora in prigione è una pace incasinata”). I giovani possono contare su molti sostenitori, anche se meno focosi, e quasi tutta la popolazione tende verso quelle stesse loro posizioni intransigenti quando il gioco si fa duro. La serhildan dell'ottobre 2014 aveva spaventato immensamente i circoli dominanti del governo e messo in agenda la liquidazione di queste sacche di resistenza urbana (armata) che, diversamente dalla guerriglia rurale, costituisce una minaccia immediata nel caso dello scoppio di una nuova serhildan. Per cui la guerra in corso può essere considerata come il tentativo da parte dello stato turco di farla finita con queste sacche di resistenza. L'altro importante fattore che produce frizioni tra lo stato turco ed il PKK è, per il solo fatto oggettivo che esiste, la Rojava, l'entità autonoma curda a sud del confine turco-siriano. L'autonomia curda o, a fortiori, l'indipendenza in altre parti del Kurdistan, come in Iraq o in Siria, è sempre stata vista come una minaccia dalle classi dominanti turche, anche solo per il fatto che potevano essere d'esempio per i Curdi in Turchia. Nei primi 15 anni del XXI secolo, prima i Curdi dell'Iraq, poi i Curdi in Siria hanno raggiunto l'autonomia. Inizialmente contrariata per la creazione del Kurdistan iracheno di Barzani come regione autonoma, la Turchia ha poi raggiunto degli accordi con Barzani diventando la forza dominante sia a livello economico che politico sul Governo Regionale Curdo. La borghesia turca ripone molte attese nei vantaggi derivanti dal petrolio della regione di Kirkouk. Ma la Rojava è ben altra questione. Se Barzani è un fedele alleato, persino un protetto, degli Stati Uniti e poi della stessa Turchia, la Rojava invece è stata istituita con una leadership organicamente collegata al PKK! Il governo dell'AKP ha sempre detto chiaramente che non avrebbe mai fatto accordi con un'entità controllata politicamente dal PKK a sud dei suoi confini. Ecco perchè la Rojava è stata, in questi 3 anni della sua esistenza, una spina nel fianco del "processo risolutivo". Turchia e questione curda inseparabili? Quest'ultimo aspetto relativo alla Rojava suggerisce che il futuro della questione curda in Turchia e, di fatto, della stessa Turchia sono strettamente collegati alle prospettive in Siria. Come molti ben sanno, Erdogan ed il suo AKP sono attori importanti nel calvario che la Siria sta vivendo dal 2011. Erdogan, insieme all'Arabia Saudita ed al Qatar, ha alimentato le fiamme dell'odio e della guerra in Siria tra i Sunniti e gli Alawiti (minoranza più vicina agli Sciiti che ai Sunniti). Questo fa parte di un disegno più ampio, in cui Erdogan punta ad assumere la guida delle masse sunnite del Medio Oriente per tornare ai fasti dell'Impero Ottomano che fu. Questa è una delle ragioni per cui il governo dell'AKP ha appoggiato l'ISIS fino a poco tempo fa e continua ad appoggiare altri gruppi islamisti che combattono contro il regime di Assad. La situazione nata dall'accordo tra gli USA e la Turchia alla fine di luglio, per cui la Turchia ha concesso la base di Incirlik per gli attacchi aerei degli USA sull'ISIS in cambio del via libera dell'America agli attacchi al PKK, porta con sè una contraddizione dialettica che può nel tempo risucchiare la Turchia nella guerra in Siria. Nell'intervento militare contro l'ISIS, gli USA contano, fra le altre, sulle forze armate della Rojava quali truppe di terra. I tentativi della Turchia, dall'altro lato, puntano a tenere queste truppe della Rojava fuori da certe regioni a sud del confine turco-siriano, che la Turchia vuole trasformare in "zone di sicurezza". Ma gli Stati Uniti hanno bisogno delle forze di terra della Rojava per combattere l'ISIS. Sembra che l'unico modo con cui la Turchia possa indurre gli USA a non chiedere più la collaborazione militare della Rojava sia quello di inviare essa stessa le sue truppe di terra per istituire quelle zone di sicurezza a cui mira. Questa prospettiva, che deriva dalle contraddizioni dell'alleanza militare tra USA e Turchia, è complementare alla logica infernale della questione di sopravvivenza per Erdogan: dovesse l'AKP mancare l'obiettivo di conquistare la maggioranza parlamentare con le prossime elezioni, Erdogan potrebbe aver bisogno di sospendere il normale funzionamento del sistema, cosa che potrebbe riuscirgli portando il paese in guerra in Siria o persino nello scenario più ampio del Medio Oriente. Avevamo previsto che Erdogan avrebbe attaccato i Curdi, non dovrebbe sorprendere se facesse anche la seconda cosa che avevamo previsto. Ci sono, naturalmente, certe contro-tendenze che possono produrre degli effetti. C'è la possibilità che uno degli attori più importanti, Ocalan, rimasto silente dalle elezioni fino allo scoppio dell'attuale guerra, parli di una sorta di disgelo. L'imminente Eid al-Adha, la grande festività religiosa del mondo islamico, può essere un'occasione opportuna per lui per aprire un nuovo capitolo nel "processo risolutivo". Non va dimenticato, che nonostante la ferocia della guerra, nè da parte dell'AKP nè da parte di Erdogan e nemmeno da parte curda è stata totalmente esclusa la possibilità di un nuovo inizio. Erdogan stesso ha esplicitamente dichiarato che il "processo risolutivo" è congelato (e non morto, come la guerra in corso potrebbe far pensare). E' ovvio che appena si sentirà più sicuro, possa tornare volentieri allo status quo ante. Ma questo sarebbe un esito reazionario dell'attuale situazione di impasse. Erdogan è una maledizione per la Turchia e per il Medio Oriente, e più rimane al potere nel suo paese, maggiori saranno i danni che porterà ai popoli della regione. Un esito progressista richiederebbe ovviamente la sconfitta di Erdogan, con la sua fuoriuscita dalla politica e la sua condanna per i crimini commessi. Le condizioni perchè questo accada si stanno verificando. Già il recente succedersi di lotte di massa nel paese, dalla rivolta popolare di Gezi Park (2013), alla serhildan di Kobane (2014), allo sciopero dei metalmeccanici (2015), nel giro di soli 2 anni, dimostra che c'è una società piena di gruppi sociali pronti a dichiarare la loro rabbia. E' su questo che Erdogan ha perso credibilità sia agli occhi dei suoi alleati del passato (USA ed UE) sia agli occhi dei liberali turchi, della Fratellanza Gulen e di molti settori della classe capitalista. Ed ora sta perdendo sempre più l'appoggio di ampi settori del suo partito. L'ex-presidente della repubblica, Abdullah Gul, un altro fondatore e leader dell'AKP, attende dietro le quinte di riprendersi il partito al momento giusto. Il congresso del partito che si terrà nei prossimi giorni non farà emergere le profonde fratture interne, ma le contraddizioni stanno maturando. Se Erdogan cadrà, sarà ben diverso se cadrà per mano di una opposizione borghese guidata da Gul e dai due partiti della borghesia, i socialdemocratici ed i fascisti, o persino per mano dell'esercito, o se invece saranno le masse a farlo cadere, guidate magari dalla classe operaia, che sembra essere tornata attiva dopo un lungo sonno. E' questa la nostra speranza e il nostro compito perchè sia quest'ultima la soluzione vincente. Sungur Savran - The Bullett (traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali) Link esterno: http://www.socialistproject.ca/bullet/1162.php#continue

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)