„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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giovedì 5 febbraio 2015
Realizzare le speranze nate dalle lotte, disfarsi delle illusioni
In pochi giorni l'Unione Europea è stata scossa da due fatti senza precedenti.
Il primo: l'emissione di 1140 mld di euro di Quantitative Easing (QE) da parte della Banca Centrale Europea (BCE).
Il secondo: la vittoria della coalizione di sinistra Syriza nelle elezioni greche.
Nel mirino del “bazooka” di Draghi
La BCE non è un istituto di beneficenza ed è affatto interessata alle sorti delle classi lavoratrici europee.
Infatti, questa imponente emissione di liquidità verso i mercati finanziari, tramite le banche centrali degli Stati, punta a far risalire il tasso d'inflazione verso quella soglia del 2% ritenuta virtuosa per l'eurozona. Riducendo gli oneri per i debiti sovrani, dovrebbero liberarsi risorse a favore della crescita; nella speranza che le banche immettano, in prestiti e mutui a imprese e famiglie, i ricavi dalla vendita dei titoli di stato, dovrebbe beneficiarne la domanda aggregata e quindi le vendite, la produzione, le assunzioni.
Il tutto in un contesto di generalizzata depressione salariale, di contrazione dei diritti dei lavoratori (vedi la Reforma Laboral in Spagna o il Jobs Act in Italia), di indebolimento indotto della capacità di rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori nelle politiche nazionali e nei posti di lavoro.
Ma, siccome la BCE non fa regali, il “bazooka” non sembra tanto puntato sui mercati, quanto nei confronti dei paesi con debiti sovrani più esposti, come tutta l'area mediterranea della UE.
Il QE, infatti, fluisce solo verso quegli Stati con “investment grade”, cioè con una valutazione dei loro bond superiore a “titoli spazzatura”, così come stabilito dalle criminogene agenzie di rating internazionali.
Da questo punto di vista, la Grecia non dovrebbe usufruirne per i prossimi 6 mesi e l'Italia è appena sopra la soglia di “bond spazzatura”.
Inoltre, in caso di bancarotta/default di uno Stato, i costi sarebbero ripartiti solo per il 20% tra gli Stati membri dell'UE, mentre il restante 80% darebbe luogo ad un intervento di salvataggio da parte della BCE col programma OMT (Outright Monetary Transactions). Il che spingerebbe indirettamente su politiche di spesa sociale e del lavoro sempre più antiproletarie.
Germania & sodali strepitano, ma non ignorano gli effetti benefici che avrebbe un euro debole ed una ripresa della domanda europea sulle loro esportazioni.
Non è un caso che da Davos, i premier di Finlandia (falco) ed Irlanda (uscita a costo di lacrime&sangue dal programma di aiuti europei) avevano lanciato messaggi di disponibilità su modifiche alle condizioni del famigerato “memorandum” imposto alla Grecia, alla luce dell'intento di Syriza di alleggerire il fardello del debito greco (175% del PIL).
Bella Ciao Syriza!!
La resistenza del proletariato greco ha per ora portato alla vittoria di Syriza nelle elezioni per il parlamento.
Dopo il calo delle mobilitazioni contro la troika nel corso degli ultimi anni, Syriza rappresenta al tempo stesso sia una speranza per la Grecia (e non solo) sia una pericolosa illusione.
Inevitabilmente, l'ottuso perseguimento di una stabilità finanziaria e di bilancio sulla base delle politiche di austerità ha prodotto un fattore di instabilità all'interno del sistema UE, proprio in quel paese che è stato per anni criminalizzato e punito ed infine intimidito dalle istituzioni europee fino a pochi giorni dal voto.
Sarebbe illusorio pensare che la coalizione Syriza possa compiere miracoli anticapitalistici andando allo scontro frontale con l'UE, ma intanto è riuscita a dare rappresentanza a parte della disperazione e della resistenza greca ed a tenere a bada la temibile destra nazista di Alba Dorata, peraltro già sparita dalle strade grazie soprattutto all'azione di vigilanza e di prevenzione della comunità anarchica greca.
Conosciamo bene i limiti e la sterilità delle politiche elettorali e parlamentari nel rappresentare e garantire gli interessi delle classi lavoratrici, tuttavia assumiamo materialisticamente questo passaggio elettorale greco come una seria contraddizione che si apre nel fianco orientale dell'UE nonché un punto di riferimento per aggregazioni della sinistra anticapitalista in altri paesi, non necessariamente solo a scopi elettorali, come nel caso di Podemos in Spagna.
Costruire reti e fronti sociali anticapitalisti e libertari
In Italia, non si sono mai avute in questi 7 anni di ristrutturazione capitalistica né le condizioni per la nascita di movimenti come quello degli indignados spagnoli o di “occupy”, né le condizioni per il costituirsi di coalizioni elettorali paragonabili per nascita e sviluppi a Syriza e Podemos.
E sarebbe meglio evitare imitazioni, dato negli ultimi anni la scelta elettoralista si è dimostrata disastrosa per chi oggi guarda alla Grecia come qualcosa da emulare.
Le realtà sociali e politiche che oggi in Italia lottano per il diritto alla casa, per i diritti dei profughi e degli immigrati, per contrastare le punitive politiche del lavoro previste dal Jobs Act, per contrastare il razzismo ed il neofascismo nei nostri territori, per fermare il sacco del paese attraverso le grandi opere e gli EXPO a lavoro gratuito, sono le uniche in grado di costruire un progetto alternativo a carattere solidale ed anticapitalista.
Perciò solo un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalità dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, può proporsi come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese.
A noi comunisti anarchici e libertari il compito storico e sempre attuale di saper federare queste realtà in reti di mutuo appoggio, in fronti di lotta che perseguono un progetto di sinistra comunista e libertaria.
Alternativa Libertaria/FdCA
89° Consiglio dei Delegati
Fano, 1 febbraio 2015
mercoledì 16 luglio 2014
Chi dice che il futuro è finito?
Per alzare lo sguardo sulla fase attuale della ristrutturazione capitalistica.
Sulle montagne russe del double-dip
I diversi fattori che al momento sembrano scollegati tra loro delineano il punto di caduta o, almeno, il tentativo del capitale di trovare un nuovo equilibrio internazionale per assicurare una nuova fase di accumulazione capitalistica, in area occidentale (USA-EU).
Ciò che viene comunemente definita crisi e che dal 2008 affligge interi popoli sembra non poter uscire dalla propria dimensione monetaria.
Una politica monetaria -che vede le banche commerciali protagoniste nella creazione di danaro attraverso il prestito reso possibile dall’aumento del debito- ha una funzione temporale necessaria a proteggere la capitalizzazione del sistema finanziario, ma ha il pregio di mostrare a tutti quali sono le dinamiche del potere finanziario.
I prestiti della BCE a tasso zero servono solamente al sistema finanziario a non collassare. Una economia fatta di debito e di de-industrializzazione delle vecchie aree di insediamento produttivo si arrabatta a emettere moneta, a cancellare diritti e tutele, producendo in un tempo ormai troppo dilatato:
-stagnazione con ricadute sociali devastanti;
- valorizzazione del capitale che avviene mediante saccheggio delle risorse pubbliche, umane e naturali;
- conseguente esplosione del debito pubblico a causa della ricaduta su di esso del debito privato e della mancanza di leve fiscali progressive e generali.
Sembra che ci si prepari ad una nuova fase della crisi. La possibilità di una nuova evaporazione del capitale fittizio accumulato sta allarmando il mondo finanziario e qualcuno sta tentando di correre ai ripari, come ai vecchi tempi, per garantire i fondamentali, Capitale e Stato a garanzia di un'area economica di 800 milioni di consumatori, pronti per subire ulteriori soprusi e resi funzionali di un sistema autoritario senza precedenti.
E’ in questo senso che si devono vedere i grandi avvenimenti che si stanno susseguendo in questo periodo, con una accelerazione forzata dei tempi politici, ora pronti a ridisegnare una cornice disintegrata dalla crisi e dalla mutazione imposta dal capitale finanziario.
Xapitale finanziario che, nell’ambito delle politiche economiche e nella sua dimensione europea, sta mettendo in luce quelle che sono le vere dinamiche politiche (e militari) che si intravedono, ma che non vengono esplicitate correttamente, per non renderle di dominio pubblico. La loro importanza per la vita di milioni di lavoratori, infatti, è tale per cui vengono oculatamente riservate agli addetti ai lavori, ad una classe politica che obbedisce a multinazionali e banche che cercano la loro espansione o sopravvivenza a danno delle classi subalterne.
Ucraina ed Est-Europa
Ucraina, Moldova, Georgia si sono affrettate a firmare un trattato di libero scambio con la UE. Dopo aver defenestrato il vecchio presidente ucraino Yanukovic ed il suo governo, con l’aiuto di servizi segreti USA e polacchi, l’appartenenza di questi paesi all’influenza euro-dollaro è assicurata. Non è esattamente un trattato di libero scambio: è semplicemente la sottomissione di questi paesi all’imperialismo europeo ed americano, la rimozione delle barriere doganali per le importazioni ucraine. La fine del prezzo di favore che veniva garantito dalle forniture di idrocarburi dalla Russia sembra essere bilanciato dalla privatizzazione della intera struttura di estrazione e distribuzione degli idrocarburi. La Monsanto e la Cargill, da tempo presenti nel paese, si sono affrettate a garantirsi una posizione di favore sul comparto agricolo ed alimentare. La miseria degli ucraini sarà mitigata da un intervento del FMI e della Banca mondiale, a testimonianza che oltre al ruolo militare e di infiltrazione, la mano USA ha spinto fino alla guerra per allacciare al carro euro-atlantico questa parte di Europa, isolando la Russia sul versante asiatico e rendendo difficile ogni rapporto in chiave euroasiatica, come era nelle intenzioni del governo di Mosca.
TTIP
L’accelerazione che sta avendo la discussione (segreta) sul trattato di libero scambio transatlantico tra UE ed USA e di cui giungono alcune veline ai quotidiani, sembra essere ormai questione vitale per gli USA e per i capitali che deve esportare ( anche se fittizi), dato che la FED continua a stampare miliardi di dollari al mese.
Un trattato, questo, che include vincoli militari, ma che conferma e sancisce la politica liberista contro ogni tipo di spesa pubblica, di risorse comuni, che rivendica il privilegio dell’investitore internazionale a fare valere le clausole del contratto, fatto di privatizzazioni non solo del sistema produttivo o di quanto resta di esso , ma di tutte le multi-utility e del sistema di welfare che ancora sta in piedi in Europa.
Il Ttip sarà la condizione legale per l’esproprio finale della ricchezza e del futuro dei intere popolazioni, sancito da un accordo di diritto internazionale che vedrà le multinazionali poter rivalersi sugli Stati per la mancanza del rispetto degli accordi presi, che non sono solo quelli che garantiscono la vendita nel mercato europeo di pollo alla varechina o di carne agli estrogeni e di colture di massa fatte di OGM, ma vi sarà anche la possibilità, ad esclusione di vini e liquori, di poter produrre altrove prodotti agricoli europei che si erano conquistati marchi DOP e DOC la cui imitazione era fino ad ora considerata frode.
Anche la vicenda del tentativo di accordo europeo per l’elezione di Juncker come candidato condiviso da PPE e Socialisti Europei ha avuto un attacco da destra: il no dell’Inghilterra di Cameron e dell’Ungheria di Orban hanno solo messo in evidenza la difficile trattativa in corso sul trattato e le ricadute dirette sulle loro politiche di vassallaggio liberista.
Fino ad ora erano gli Stati che contrastavano le politiche espansioniste della finanza e delle multinazionali, spesso con sotterfugi che richiamavano alla sicurezza dello Stato, quali vendite di patrimonio ritenuto strategico, ferrovie, autostrade, porti, acciaio e chimica, centrali energetiche ecc..
La colpa del debito e del default
Domani sarà sicuramente impossibile che Regioni, Stati, Comuni, possano avvalersi del diritto a difendere la comunità dalle imprese transnazionali e dai capitali degli investitori, che non vogliono possa ripetersi quanto accaduto agli Hedge Found americani con il sostegno della Corte Suprema: cioè che si trovino a dover trattare con il governo argentino per veder riconosciuto il loro ruolo criminoso di creditori. E questo è solo uno degli esempi più recenti sul ruolo che assumono gli investitori internazionali sul debito di un paese che non ha un peso politico sufficiente a contrastare questa barbarie.
Le guerre endemiche
Le guerre in atto per la re-distribuzione di aree di influenza e per contrastare paesi ed aree con un accresciuto peso politico e militare è sotto i nostri occhi:
La disintegrazione del Medio Oriente sotto massicci interventi di dollari elargiti dagli Stati del golfo, Arabia Saudita e Quatar in testa; il ruolo di potenze regionali di Iran e Turchia; la guerre in Africa e la distruzione della Libia, la vicenda Ucraina e l’aver isolato la Russia dall’Europa avvicinandola alla Cina, sono frutto delle politiche americane e della difficoltà economica degli USA. Si disegna un futuro che garantisce al capitale di sopravvivere anche se con costi sociali devastanti.
Povertà ed inquinamento, sfruttamento intensivo delle vite e dell’ambiente, controllo del tempo e dello spazio di vita. disegnano il nostro futuro.
Imperialismo
Se a questi fenomeni di ridefinizione strategica delle potenze imperialiste aggiungiamo la corsa agli armamenti sull’intero globo, sembra non escludersi un allargamento dei conflitti in corso. Sembra un’equazione semplice: crisi da sovrapproduzione di merci e capitali, nascita ed ascesa di nuovi poli economici e politici, tentativi di espansione finanziaria e mercantile, re-dislocazione della manifattura….
In una parola l’imperialismo che riemerge come categoria interpretativa dei conflitti.
Un nemico che conosciamo da quasi un secolo, che dovremmo sapere come combattere. Con le armi della mobilitazione internazionale delle organizzazioni di massa dei lavoratori, dell’alleanza politica delle forze rivoluzionarie anti-imperialiste ed anti-stataliste, contrapponendo la solidarietà internazionale di classe al militarismo ed nazionalismo.
Per l’alternativa libertaria, organizzazione ed autogestione internazionale.
FdCA-Segreteria Nazionale
Luglio 2014
lunedì 19 maggio 2014
Oltre le elezioni
Serviranno a poco, da un punto di vista istituzionale e di rappresentanza. Eppure queste elezioni europee saranno un test importante soprattutto sulle scomposizioni politiche in atto, per quanto così impregnate dal tentativo estremo di trovare ancora una volta la sicurezza economica ai candidati. E se questo è uno degli aspetti vistosi di questa campagna elettorale costruita dai media abilmente, che come sempre polarizzano lo scontro mediatico su temi pretestuosi in modo da offuscarne l'essenza politica vera, di fatto come sempre ci si adopera per togliere ogni spazio alle risposte oppositrici de processo autoritario in corso.
Ne è una prova ad esempio l'intento di non favorire qualsiasi aggregazione (vedi la lista Tsipras) che esprima una critica ai processi del debito in modo non fascista. La destra sta avendo dalla sua i media e il consenso costruito in tutta Europa dagli esperimenti autoritari dell'est europeo, basti pensare alla fascistissima Ungheria ed al suo ottimo rapporto con l'aggregazione Euro-Europea. Chi ancora pensasse che una risposta di destra possa mettere in discussione l'impianto del potere finanziario europeo dovrebbe ricredersi. Come sempre, la destra esercita sulla forma nazione il suo criminale progetto di controllo sociale: non mette in discussione i livelli di accumulazione per esproprio sanciti dalla troika europea, per colpire così come sempre immigrati e lavoratori, per scaricare sui ceti subalterni gli oneri del pareggio di bilancio. E qualora quest'ultimo fosse contabilizzato in una moneta differente dall'euro e fosse gestito da una nuova sovranità monetaria, non smetterebbe i propri effetti nefasti in un nuovo ciclo inflazionistico.
La corsa a destra è evidente anche in Italia. La diaspora berlusconiana ha moltiplicato i centri elettorali; il PD renziano sta collezionando sostegno ed incoraggiamento proprio da quella destra che solamente gli stolti hanno colto come alternativa alla politica di Matteo Renzi. Garantiti gli impegni europei per il rientro del debito ed il pareggio di bilancio, le politiche sociali si abbattono come una scure nel pieno dell'azione politica nazionale su lavoratori e disoccupati.
Dal canto suo il M5S, fa sempre attenzione a che nella sua protesta contro il malaffare qualunque non entri la questione di classe, tenuta scientemente fuori dalla porta come indesiderata. Pretestuosa e ben servita dai media, il M5S funge così da stampella della italica destra impegnata a sottomettere i lavoratori in un confuso antieuropeismo da spendere sul terreno nazionale, coltivando la pericolosa illusione di un passato buono e vigoroso dell'economia italiana e della politica di questo paese.
Ora, al di la della pericolosità ai richiami nazionali che ricordano gli anni trenta, è abbastanza chiaro il quadro dell'espressione elettorale che si sta delineando: una grande destra, da quella liberale a quella fascista passando per il neopopulismo pentastellato, sta chiudendo il cerchio espellendo di fatto, grazie al concorso dei media e della disinformazione di regime, ogni tipo di alternativa di sinistra e socialista di rappresentanza politica. Ecco il vero colpo di stato di banche e governi.
Il futuro esiste quindi, e definito senza il nostro contributo. E non sarà sicuramente quanto abbiamo desiderato in questi anni di ristrutturazione capitalistica che ci hanno visto combattere e resistere tra le fila della nostra classe di appartenenza.
Compito arduo, che nessuno ci ha imposto per altro ma che ci siamo scelti: un modo teorico e pratico di star dalla parte degli oppressi e dei ceti subalterni, avendo chiaro sempre quale è la posta in gioco attraverso l'analisi materialista della società, nei suoi aspetti peculiari e nelle sue ricadute sociali.
Aspettiamo queste elezioni senza trepidazione, ma prepariamoci al dopo con la volontà ed il rigore che la situazione sociale ci imporrà. Discutiamo di alleanza e di politica, di partecipazione politica, di costruzione di esperienze politiche. Accettiamo fino in fondo di stare nelle contraddizioni del presente con le nostre proposte e le nostre pratiche. E' evidente che percorsi politici comuni avranno da essere condivisi ed applicati su tutti i territori e dovranno essere espressione europea dell'alternativa politica e sociale a ogni liberismo e a ogni fascismo. Costruire assemblee che esprimano potere popolare e di classe, con il nostro contributo.
Il pareggio di bilancio ci imporrà delle scelte.
Ma per uscire dai fallimenti di quella che fu la sinistra collusa con l'impianto generale del capitale, una delle scelte che ormai si pone è quella dell'organizzazione politica come mezzo necessario alla costruzione di una alternativa di classe alla crisi in atto. Riconoscendo nello spazio europeo il livello minimo di intervento politico e sociale, occorre oggi la costruzione ed il rafforzamento di organizzazioni politiche dalle caratteristiche comuniste e libertarie.
Per noi, per la classe lavoratrice.
Segreteria Nazionale
Federazione dei Comunisti Anarchici
15 maggio 2014
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giovedì 12 dicembre 2013
Destra, forconi, forze di stato sulle barricate della reazione
Nulla di strano. Tutto quello che sta accadendo era facilmente prevedibile. La discesa in piazza dei padroncini diseredati e dei ceti medi colpiti dalla crisi e dall’aumento delle tasse sta avendo un successo previsto.
L a crisi della rappresentanza politica, o meglio l’impossibilità di organizzare gli interessi di ampi settori sociali falcidiati dalla crisi e dalle ricette neoliberiste sta producendo i suoi effetti.
Tentazioni barricadiere cercano incautamente di inserire "i forconi" sociologicamente nella lotta contro lo Stato oppressore, altri adducono che ogni cambiamento epocale, come quello della ristrutturazione capitalistica in atto, genera inevitabilmente turbolenze. Agli analisti di un risico lineare ed improbabile, bisogna ricordare che la rivoluzione sociale comunista e libertaria che abbiamo in mente e nei cuori, è e resta il lato propositivo dello sviluppo rivoluzionario.
Eravamo facili profeti quando scrivemmo, alcuni anni fa, che l’abdicazione della CGIL ad assumere un ruolo di difesa degli interessi di classe avrebbe alla lunga prodotto una risultante destroide della protesta. La quale oggi è di destra non solo per la presenza di fascisti nostalgici e di leghisti razzisti, che pure vi sono, quanto per la mancanza totale di ogni prospettiva di cambiamento sociale, e tantomeno in termini solidali ed egualitari. E non è un caso che la destra del paese, a partire dai suoi organi di disinformazione ne tessa le lodi e ne spieghi la sofferenza.
Le tasse questi le vogliono ridurre solo per loro, e magari che un bello Stato nazionale gli garantisca pure la pensione e l’accesso alla sanità gratuita, e se proprio bisogna fare dei sacrifici, si possono sempre buttare a mare -in quanto a diritti- tutti gli immigrati e fargli pagare a caro prezzo la loro presenza sull’italico suolo....
Nella storia abbiamo altre volte avuto momenti di scontro di classe con implicazioni e prospettive reazionarie. Spesso non si sono tramutati in Ordine e Disciplina fascisticamente consolidati, nella Vandea in Fancia, dove contadini rissosi ed un po’ bigotti che ancora si erano attardati ad essere plebe reale vennero sterminati dai governanti della repubblica borghese nascente; e nemmeno ai kulaki russi andò meglio, dato che il loro interesse cozzava profondamente con le esigenze del nuovo Stato Sovietico. Ma andò meglio ai bottegai salvati dal fascismo e dal nazismo, che divennero parte importante dei nuovi stati corporativi. I camionisti ed il loro sciopero in Cile vennero caldamente ringraziati da Pinochet.
Oggi siamo di fronte ad una ricomposizione della destra sociale, che passa attraverso la destra classica dei cascami berlusconiani, ma anche attraverso l'implosione del PD. Ma la parte da leone la fanno il grillismo diffuso, fatto di attacchi alla casta e al privilegio fini a se stessi, ed il leghismo razzista dispensato per venti anni a piene mani. Sono davvero costoro che possono ricucire in chiave nazionale le anime ed i sentimenti prodotti dalla tragedia di trenta anni di liberismo capitalista, magari con le nazionalizzazioni, con l'uscita dall’euro, con la ripresa del ruolo dello Stato, o come lo chiamiamo?
Chi si dice rivoluzionario non dimentichi che concetti come comunità, nazione, lingua,patria, bandiera tricolore, fanno rabbrividire e non appartengono al movimento operaio e socialista, di cui noi storicamente facciamo parte; chi oggi si spiega questi fenomeni in chiave solo sociologica, chi cerca -orfano- di trovare nei forconi germi di una sommossa di classe, tutti costoro dimenticano che non hanno alcuna capacità di agire, ben altri sono quelli che riescono a dare una veste politica al malcontento.
Con molta attenzione, occorre rendersi conto che le scorciatoie ed i miti del blocco totale del paese, del barricadismo fine a se stesso, senza costruire coscienza solidale ed ugualitaria in organismi autonomi e libertari, potranno far esplodere tutta la loro carica ribelle, ma solo il tempo deciderà se avranno contribuito alla rivoluzione o a consolidare il potere dello Stato e della reazione.
11 Dicembre 2013
Segreteria Nazionale
Federazione dei Comunisti Anarchici
venerdì 11 ottobre 2013
Ottobre, si sta come tre foglie sugli alberi? - comunicato Segreteria Nazionale FdCA
Abbiamo passato mesi di soporifera assuefazione agli psicodrammi di una politica istituzionale sempre più avvitata sull'autoconservazione. Una politica paga della riuscita trasformazione autoritaria impressa dalle politiche neoliberali della oligarchia finanziaria. Una elite che ormai comanda ed impera in tutto il mondo, totalmente sorda alle necessità e alle urgenze di una crisi causata dall'esproprio delle ricchezze a danni delle forze più deboli della società. Ma ora le realtà di lotta e di opposizione ricominciano a muovere qualche passo.
Importanti passaggi nel deserto prodotto del governo unico, orfani di ogni dove che tentano di rinsaldare le fila di una aggrovigliata e complicata situazione.
Da quella che sarebbe stata chiamata in passato la frangia riformista -e che ora è costretta a lottare per conservare qualcosa- si muove un tentativo estremo di ripartire dalla difesa di una Costituzione ormai violentata in tutte le sue parti. Un tentativo -quello della manifestazione del 12 ottobre a Roma- che vorrebbe perlopiù permettere una ridislocazione intelligente a quanti nella cosiddetta sinistra radicale sono entrati in una fase di convulsione che li ha portati a perdere il senso stesso dell’azione politica. Non certo per rimettere al centro dell’agenda politica la possibilità di contrattare condizioni di difesa di qualsivoglia diritto.
In contemporanea, (ampi) settori di movimento rilanciano una settimana di mobilitazione che parte sempre dal 12 ottobre con una giornata di lotta a difesa dei territori, contro le privatizzazione dei servizi pubblici e la distruzione dei beni comuni e azioni diffuse per il diritto all'abitare, per terminare in piazza il 19 ottobre, inglobando lo sciopero/manifestazione dei sindacati di base e conflittuali del 18 ottobre, e lanciando mobilitazioni locali il 15 ottobre.
Ma il sindacalismo di base sembra non riuscire ad andare oltre la ritualità dello sciopero generale, pur unendo vecchie e nuove sigle che ancora non trovano uno spazio politico condiviso per battaglie condivise. Anch'esso si dimostra incapace di essere l’alternativa credibile alla difesa degli interessi di classe. E si trova in parte suo malgrado inserito in un percorso plurale che potrebbe essere una bella risposta in attesa della nuova legge sulla stabilità, pronta a tagliare e dismettere quanto di pubblico e di collettivo rimane in questo paese. Siano servizi, posti di lavoro o beni demaniali, tutto è sacrificabile per garantire il rispetto del 3% di indebitamento netto nel 2013.
Nessuna difesa di classe sembra più consentita. Il liberismo dello stato minimo e dei massimi profitti per le imprese private sembra privo di alternativa. Eppure i diversi soggetti che abitano la crisi, rivendicano a sé, a noi, la capacità -comunque declinata, riconosciuta, vissuta- di non non far parte di questo disegno autoritario. Soggetti diversi che rivendicano l'indisponibilità ad essere sacrificati alla ristrutturazione del capitale. Che rivendicano la possibilità di costruire dal basso soluzioni umane alla rapina capitalistica.
Questa eterogenea assemblea richiama quanti - precar*, lavoratori e lavoratrici, giovani, pensionat*, disoccupat*- richiedono reddito e casa, rivendicano difesa dei territori e possibilità di vita per tutti, nell'esigenza di conquistare spazi ed agibilità politica, per altro affermata in contesti territoriali dove la mediazione politica, quella dei partiti, è completamente saltata.
Una cosa però è chiara a tutti: se è vero che nulla sarà più come prima, che non si tornerà alla vita "pre crisi" e che l’espulsione in massa di forza lavoro e la chiusura di centinaia di fabbriche hanno modificato tanto la composizione ed ancor più la coscienza di classe, è altrettanto vero che il simulacro della democrazia parlamentare mostra la corda proprio di fronte alla necessità del capitale di costituzionalizzare l’avvenuta svolta autoritaria.
La de-integrazione sociale non è più una variante sociologica degli effetti della crisi. E' e si manifesta attraverso l’esclusione politica e sociale dei ceti subalterni, che in primis subiscono la perdita di salario e di tutele economiche. L’accumulazione per esproprio e l’ideologia dominante della borghesia neoliberale hanno messo in conto i costi che i lavoratori stanno pagando nella ristrutturazione del capitale.
Sappiamo tutti della stretta repressiva già in atto da tempo, con cui si cerca di legittimare l'esclusione politica alla quale tutti siamo sottoposti; sappiamo che la tendenza è come sempre a criminalizzare le lotte e la partecipazione, e come sempre si accenderanno riflettori di una regia complice, per spegnerli poi a piacere e dosarne i fotogrammi nella più classica della disinformazione di regime. Non è un buon motivo per non esserci, non è mai un buon motivo.
Sta a tutte e tutti noi, che non chiediamo nulla al potere politico ed autoritario che governa l’Europa, noi che rifiutiamo ogni approccio nazionalistico all'uscita dalla crisi con ricette che ci porterebbero agli anni '30, essere consapevoli che è nei territori che si deve continuare ad alimentare le lotte. Costruendo l'alternativa a questo sistema -dal basso- rafforzando e collegando organismi di base capaci di esprimere vertenzialità e conflittualità a partire dai bisogni immediati e dalla solidarietà reciproca; progettando forme e modi del potere popolare a partire dalle sacche di resistenza e di progettualità che esistono e resistono, creando forme di contropotere costituendo organismi orizzontali e sviluppando prassi libertaria, patrimonio sempre più largamente condiviso tra chi ancora lotta e prefigura la trasformazione sociale, tra chi non intende rinunciare ai diritti, alla dignità, alla pace e all'eguaglianza sociale.
SN-FdCA, ottobre 2013
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