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per giulio

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domenica 16 maggio 2021

Il Re è nudo

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La metafora dei vestiti dell’imperatore è gettonatissima in questo periodo di pandemia. 
E l’assurda vicenda dello studente colpito da TSO a Fano la richiama.
 
Un TSO come (unica)  risposta “adulta” capace di gestire uno studente recalcitrante e “disturbante”, che erge un’ espressione di disagio, tra l’altro preesistente, a caso nazionale di lotta civile con tanto di strumentalizzazione mediatica di cui a conti fatti farà le spese proprio il diretto interessato.
 
Al di là delle considerazioni legate al complesso caso specifico a noi rimane la fotografia di in un contesto esasperato dalla vita sotto Covid (Didattica a distanza, relazioni sociali solo digitali, limitazione nello spostarsi ecc.) che segna un punto di non ritorno di una istituzione scolastica che non riesce a dare risposte convincenti né a livello collettivo né a livello individuale, ed è costretta a rifugiarsi in dinamiche puramente autoritarie,  fino al coinvolgimento delle forze dell’ordine che   scaricano la responsabilità  sull’ istituzione ospedaliera. 
Che applica il “normale” protocollo e giudica indifferibile un tampone COVID in questo contesto,senza pensare alle conseguenze  nel dramma delle parti in corso.  Un sindaco che firma “come atto dovuto” un TSO a uno studente prelevato a scuola.
 
 Il Trattamento sanitario obbligatorio, un atto di forza che limita la libertà personale e di cura,  giustificato solo in casi che mettono a repentaglio la propria e l’altrui  incolumità, viene utilizzato in maniera totalmente burocratica su un ragazzino testardo. Una spirale  paranoica che ormai si avvita su sé stessa e in cui tutti rischiamo di collassare.
 
Le forme di disagio psicologico, dei giovanissimi in primis, vengono  completamente misconosciute da una scuola ormai ridotta a semplice custode, incapace di dialogare  e che espelle e lascia indietro senza rimorsi né rimpianti tutti coloro che non stanno al passo, incapace di convincere ed educare  con l’uso della ragione e del sapere scientifico, con metodi che sappia dare agli studenti, e non solo, la capacità di distinguere la differenza tra “opinione”, “fake” e percorso di ricerca scientifica.In cui la responabilità educativa è subordinata alla gestione manageriale del dirigente, che spesso si dibatte tra l’immobilismo impaurito e l’intervento autoritario sacrificando buonsenso e credibilità sua e del corpo docente.
 
La situazione di emergenza in cui viviamo a causa della pandemia scarica sui comportamenti 
individuali tutta la responsabilità della salute pubblica,  mentre glissa elegantemente sulle responsabilità politiche ed economiche. Nulla si è fatto, né si farà, per potenziare la sanità, e le poche risorse ancora disponibili sono drenate dall’emergenza vaccinale, che deve galoppare,  ma… a costo zero. 
 
Poco importa che, per far risaltare meglio i numeri, il governo  decida di procrastinare le seconde dosi, contraddicendo sé stesso e i suoi tecnici e senza fornire uno straccio di supporto scientifico.
 
L’orario del coprifuoco serale, imposta per agevolare il lavoro dei “tutori dell’ordine” ma  la cui valenza simbolica è pesantissima rispetto allo scarso senso sanitario, viene contrattato pensando alle esigenze di baristi e ristoratori  e nessun’altra remora e considerazione.
Non è  accettabile, per noi anarchic*, lasciare  il discorso sulle libertà individuali e collettive in mano a imprenditori e visionari.
 
E se le istituzioni lavorano per riprodurre e difendere sé stesse, non possiamo  perdere la  consapevolezza che la nostra società non dovrebbe essere composta da “istituzioni totali” ma da relazioni di garanzia della corretta applicazione del diritto.
 
La seconda regione più bella del mondo, così dicono le Marche di sé, è quella in cui la spesa per paziente psichiatrico è la  più bassa in italia, escluso basilicata e molise,  in cui tutti i indicatori  rilevano uno scarso affiancamento ai pazienti, quella che ha un numero di TSO superiore alla media nazionale. 
La maggior parte di questi si consuma nel silenzio, e non è accettabile che uno strumento estremo, accettabile solo  per la salvaguardia della vita, venga  utilizzato come forma di controllo o punizione sociale, o anche semplicemente come spauracchio.
 
Alternativa LIbertaria Fano

venerdì 15 maggio 2020

#6 LA SCUOLA AL TEMPO DEL COVID-19

La pandemia che sta colpendo ormai il mondo intero è destinata a lasciare un segno profondo in tutti i settori della società, dalla sanità all’economia, ai rapporti sociali e non ultima l’istruzione. 
Le scuole sono state le prime a chiudere e con ogni probabilità saranno le ultime a riaprire. 

Il problema va visto da tre punti di vista, quello degli studenti, dei genitori e non ultimo da quello del corpo docente e da tutti i soggetti che nella scuola ci lavorano. L’improvvisa chiusura ha trovato tutti piuttosto impreparati ad affrontare il problema, ma la cosa che salta agli occhi è la totale assenza del Miur. 
Dapprima senza dare riferimenti di sorta circa l’eventuale riapertura delle scuole posticipandone di volta in volta la decisione ma facendo capire – fra le righe – che l’anno scolastico non sarebbe ripreso nella modalità classica. E questo si è visto anche nella scelta di riaprire o meno le attività produttive.

Con il decreto dell’ 8 aprile il governo dà indicazione che il personale docente, durante la sospensione delle attività didattiche per l’emergenza coronavirus, assicuri la continuità dei percorsi formativi degli studenti utilizzando mezzi informatici e collegamenti telefonici. La cosa più grave è la totale mancanza di ogni qualsivoglia indicazione. 
Ci si “dimentica” di dire come la didattica a distanza deve essere svolta, con quali mezzi con quali piattaforme, chi sosterrà i costi e se ne sottovaluta i rischi.

Se questa nuova modalità di didattica a distanza deve per forza di cose essere fatta, il Miur – che sembra una sorta di dilettanti allo sbaraglio – si è distinto per la sua assenza dimenticando problematiche fondamentali per poter affrontare la DaD - Didattica a Distanza.
Innanzi tutto si dà per scontato che il corpo docente metta a disposizione i propri mezzi informatici per poter svolgere la DaD, computer e collegamenti telefonici personali messi al servizio del sistema scolastico senza conseguente rimborso - è come se un operaio metalmeccanico fosse costretto a comprarsi la macchina con cui lavora!!. 
Senza contare che non tutti possono avere spazi domestici atti a tale attività. 
Ammesso e non concesso che tutti i docenti abbiano tali strumenti a disposizione.

Si potrà obiettare che i docenti hanno avuto nel corso degli ultimi anni il cosiddetto “Bonus Docenti”. Fino all’emergenza covid il bonus aveva forti limitazioni di spesa: si potevano comprare solo pc e programmi (l’emergenza covid ha dimostrato invece che serve ben altro: webcam, cuffie e microfono, stampante e scanner oltre a giga da utilizzare per i collegamenti e credito telefonico per gestire le innumerevoli telefonate, senza citare gli smartphone di ultima generazione che consentano l’installazione di un numero esponenziale di applicazioni… il perché di queste limitazioni? 
Molti hanno in passato esplicitamente dichiarato che i docenti se ne sarebbero approfittati per scopi personali, mentre era possibile spendere senza particolari difficoltà tutto il credito in spettacoli teatrali, editoria e corsi di formazione spesso di dubbio valore e - guarda caso - altrettanto spesso dal costo esattamente corrispondente all’intero budget assegnato dal MIUR.

Ma questo, lo vedremo successivamente, vale anche per gli studenti.

Come dicevamo il Miur e dirigenti scolastici non hanno dato nessuna indicazione di come la Dad dovesse essere svolta, con che orari, quale dovesse essere la durata delle lezioni in perfetta violazione del contratto di lavoro. Per non parlare della sicurezza sul lavoro: se gli strumenti utilizzati sono personali, non si applicano le tutele dei lavoratori. 

Le normative in tema di telelavoro prevedono pause che anche in questo caso non vengono minimamente citate – pause che devono essere sia per i docenti che per gli studenti. Non ultimo non si è considerata la formazione necessaria per svolgere la DaD. 

Non per scadere in luoghi comuni ma spesso il personale scolastico non ha adeguata preparazione per affrontare le nuove tecnologie digitali. 
Da anni si parla – in ogni settore della società – dell’importanza della formazione per affrontare la sfida della complessità di cui la società moderna necessita. 

A questo si aggiunga anche che il forte discredito che ormai da molti anni colpisce la categoria dei docenti, considerati dall’opinione pubblica poco preparati, arretrati nei metodi e nelle conoscenze, banalizzando approcci metodologici e scelta dei contenuti. 
Bistrattati a tal punto che quegli stessi genitori, che invocano la presenza virtuale degli insegnanti come panacea per gestire i figli pretendendo le videolezioni, si sentono poi in diritto di intervenire, interrompendo e correggendo gli insegnanti, invocando l’utilizzo di altre piattaforme, criticando il carico di compiti assegnati, esigendo egoisticamente attività individualizzate e personalizzate per ciascuno dei propri pargoli (anche e soprattutto in assenza di reali e documentate necessità) con tanto di personalizzazione di fascia oraria.

Di sicuro nell’immaginario collettivo la categoria degli insegnanti negli anni si è avvicinata più all’idea di quella di un precettore privato a servizio dell’utenza pagante, a maggior ragione ora che la scuola è entrata nelle case delle famiglie degli alunni...e questo tristemente è successo anche nei confronti della scuola pubblica, a fronte della pressoché totale assenza di presa di posizione da parte dei dirigenti scolastici che non hanno saputo o voluto tutelare la professionalità del corpo docente loro affidato.

La velocità con cui siamo stati travolti dagli eventi e che ha lasciato all’improvvisazione l’organizzazione della DaD ha fatto perdere di vista un altro problema: la questione “Privacy”. Non dimentichiamoci che quando parliamo di studenti parliamo per la maggior parte di minori che vanno tutelati. 

La mancanza di direttive precise ha fatto sì che singole scuole e singoli insegnanti utilizzassero piattaforme diverse (anche all’interno di una stessa scuola). Facciamo presente che le piattaforme più utilizzate sono fornite da enti privati che non garantiscono sicurezza digitale in termini di privacy. Sappiamo tutti come funziona il mondo digitale, i dati personali vengono “raccolti” ed utilizzati a scopo di profitto.

Stiamo assistendo anche adesso al dibatto sulla App che servirà a tracciare i contatti fra le persone contagiate e non è che con la scusa del contenimento della diffusione ci proiettano su una dimensione di controllo sociale stile “Grande fratello”.

Una buona parte dei genitori ha caldeggiato la DaD fin dall’inizio, preoccupata che i figli potessero perdere un anno scolastico, ma anche dal fatto che questi ragazzi fossero impegnati durante la giornata – una sorta di baby sitteraggio a distanza. 

Ovviamente ignari di tutta la problematica che consegue con questa attività. Problematiche che sono diverse a seconda del ciclo di studi dello studente: basti pensare il divario di età e di conseguenza di conoscenze fra uno studente della primaria ed uno delle superiori. 

Un bambino ha comunque sempre bisogno del supporto di un adulto durante la DaD, mentre già uno studente di seconda/terza media ha un grado forse maggiore di conoscenza tecnologica che potrebbe consentirgli forse una certa autonomia nel seguire le lezioni.

Siccome tutto ruota attorno alle tecnologie digitali ed alla loro padronanza si innesta un’altra problematica di carattere “tecnico” e cioè: non tutte le famiglie hanno un collegamento in fibra che garantisca una qualità della comunicazione. 

Senza contare che chi ha più di un figlio può trovarsi a non avere abbastanza computer in casa per garantire il collegamento simultaneo di più studenti/figli o webcam o cuffie e microfoni. Questo aspetto può determinare una divisione di “classe” (in senso sociale) fra studenti delle classi sociali più o meno abbienti. 

Chi può permettersi collegamenti con la fibra ed avere più device riesce a continuare gli studi. Appartenenti alle classi meno abbienti rischiano di essere esclusi da tale processo.
Questo aspetto è quello più grave della DaD e cioè di innescare un’esclusione sociale senza paragoni che incrementerà la distanza sociale, culturale ed economica fra le persone.

Ci stiamo preparando ad una graduale riapertura delle attività produttive e questo comporterà delle ricadute su milioni di famiglie. Basti pensare a tutti quei genitori di bambini in età scolastica che si dovranno organizzare per un rientro al lavoro e non avere la possibilità di lasciare i propri figli a casa da soli perché le scuole sono chiuse.

La riapertura delle fabbriche non può prescindere da quella delle scuole.
La chiusura delle scuole per la nostra regione ha avuto inizio con il prolungamento della breve vacanza di carnevale. 

Almeno, inizialmente sembrava solo un prolungamento di tale vacanza, ignari di quello che ci attendeva. Mentre studenti universitari hanno iniziato sin da subito con le lezioni a distanza gli altri gradi della scuola hanno avuto una partenza più titubante. 
Passato il primo stupore gli studenti hanno dovuto adeguarsi a questa nuova modalità di fare scuola. 

Passare 4/5 ore al giorno davanti ad uno schermo per seguire le lezioni non produce lo stesso effetto di quelle passate in presenza. Sono decisamente più pesanti. Si è da soli davanti ad un terminale senza un contatto fisico, si vedono gli amici/compagni di classe ma si perde tutta quella socialità che distingue l’animale umano e che contribuirà a formare il futuro adulto. Il rischio di crescere una generazione di disadattati sociali è enorme.

E che dire di tutti quei studenti che necessitano di un affiancamento o di un aiuto? 
Si va dai BES - Bisogni Educativi Speciali - ai DSA - Disturbi Specifici dell’Apprendimento -, che hanno bisogno di un percorso scolastico personalizzato, a chi purtroppo si trova in situazione di disabilità e che ha bisogno di personale docente ed educativo dedicato che li aiuti e supporti nel loro percorso di apprendimento. 
Tutti questi soggetti si sono trovati in grande difficoltà e spesso sono state le rispettive famiglie a doversi far carico di sopperire al disagio.

Cosa fare quindi? Se guardiamo al passato proprio qui in Friuli abbiamo avuto un caso simile nel 1976 in occasione del terremoto. Con il 6 maggio l’anno scolastico terminò e (come ovvio allora la tecnologia non permetteva la DaD) riprese in anticipo, a settembre (allora le scuole riaprivano il primo di ottobre) per recuperare le lezioni perse. 

Ed in che modo visto che molte scuole erano inagibili? Turnazioni e lezioni pomeridiane. Ora a quasi 50 anni di distanza ci sono sicuramente modi nuovi per riorganizzare la riapertura delle scuole ma il prossimo anno scolastico non dovrà essere svolto da casa ma in sicurezza nelle aule - sempre che ci siano le condizioni sanitarie che lo permettano.

Purtroppo anche l’istruzione come la sanità ha subito continui tagli di bilancio e mentre si favoriscono le scuole private l’istruzione pubblica va a rotoli, per non parlare dell’edilizia scolastica: quanti morti ci sono stati nelle italiche aule causate da crolli?
In nome del neoliberismo e del pareggio di bilancio nel corso degli anni governi di centrodestra e centrosinistra si sono prodigati a tagliare i bilanci in primo luogo a sanità e scuola. Ma quello che si toglieva con la mano destra si regalava con la mano sinistra ai privati che hanno visto incrementare i loro profitti.

E non dimentichiamo: il pericolo che con la scusa dell’emergenza scelte e provvedimenti provvisori diventino definitivi sulla pelle di studenti docenti e famiglie.
LA SCUOLA DEVE ABBATTERE NON COSTRUIRE BARRIERE SOCIALI!



mercoledì 8 aprile 2015

no alla scuola parrocchia

Sospeso per un mese Franco Coppoli per la sua battaglia in difesa di una scuola pubblica laica e senza simboli religiosi. No alla scuola parrocchia Con un pesantissimo provvedimento da Nuova Inquisizione Domenico Peruzzo, dirigente dell’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, ha sospeso per un mese dall’insegnamento e dallo stipendio il prof. Franco Coppoli per aver tolto i crocefissi dalle aule dell’Istituto per geometri Sangallo di Terni in cui insegna, confermando che in Italia è ancora vietato rivendicare la separazione tra Stato e chiesa e spazi educativi senza simboli religiosi. Continua la crociata integralista, discriminatoria e diseducativa, di quelli che pretendono di imporre la connotazione religiosa delle aule scolastiche pubbliche, nonostante non esista alcuna legge o regolamento che impongano la presenza del crocefisso nelle aule. La motivazione per un provvedimento disciplinare così grave è che togliere un crocefisso, che non dovrebbe trovarsi nelle aule, costituisce per l’USR “una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente”. Ma ai sensi di quale legge? Di quali doveri si parla? I pubblici dipendenti non sono servi che obbediscono ai presidi-padroni, ma alle leggi: e non esiste alcuna norma che imponga la presenza del crocefisso. Tra l’altro a dicembre a Trieste, il prof. Davide Zotti, per lo stesso comportamento, è stato sanzionato con una semplice censura dall’USR Friuli. Forse l’USR umbra pensa di essere ancora sotto lo stato pontificio! E’ stato il fascismo a collocare nelle scuole e nei tribunali i crocefissi: ma pensavamo che il clericofascismo fosse relegato al passato, anche perché negli ultimi tempi la Corte di Cassazione ha giudicato la presenza dei crocifissi nelle scuole incompatibile con il principio di laicità dello Stato (Cassazione penale, sentenza Montagnana) e lesiva dei diritti di coscienza del pubblico impiegato, al punto da giustificare l'autodifesa del lavoratore (Cassazione civile, sentenza Tosti). Le aule della scuola pubblica sono piene di colori e di mondo, di ragazze, ragazzi e docenti credenti, atei o agnostici, e di tante religioni diverse, ed è inaccettabile che un solo simbolo abbia il privilegio di essere esposto in una posizione di massima rilevanza simbolica. L’imposizione del crocefisso ha un carattere discriminatorio ed escludente, serve a marcare un territorio e imporre una visione e una simbologia religiosa di parte, in uno spazio pubblico che deve invece essere libero, includente, laico e aperto a tutti. I diritti tutelano le minoranze e le diversità e non dovrebbero rappresentare la dittatura della maggioranza (tutta da dimostrare tra l’altro). Per questo è inaccettabile che ancora oggi chi lavora per lo Stato debba subire pesanti sanzioni disciplinari, senza alcuna norma che le legittimi - o attraverso bizantinismi giuridici che arrivano ad affermare la… non religiosità dei simboli religiosi! - per aver contrastato il privilegio, l’arroganza e l’invadenza di quello che a molti appare un simbolo “neutrale” proprio perché l’obiettivo di questa inaccettabile ingerenza ha ottenuto i suoi risultati. I COBAS esprimono la loro totale solidarietà - insieme all’appoggio in ogni sede, a cominciare da quella legale, per contestare l’iniquo provvedimento - con la battaglia civile dei docenti Franco Coppoli e Davide Zotti e del giudice Luigi Tosti, contro la presenza del crocefisso nelle scuole e nei pubblici uffici, affinché si realizzi pienamente la distinzione tra Stato e chiesa e gli ambienti formativi siano liberi da qualsiasi simbolo religioso e da qualsiasi arroganza integralista. Esecutivo nazionale COBAS

mercoledì 19 novembre 2014

NON C'E' PEGGIOR SCUOLA DELLA "BUONA SCUOLA"

In tutte le scuole italiane si è svolta con un certo disagio la consultazione (non vincolante ovviamente) sul piano governativo ormai noto come La Buona Scuola. Non è la prima volta che si fa una consultazione del genere (parodie simili vennero attivate dai ministri Berlinguer, poi la Moratti, poi ancora Fioroni). Allora, sono quasi 20 anni che assistiamo a tentativi governativi di mettere in atto un processo di devoluzione della scuola della repubblica tale da ridurne i costi a standard compatibili con le politiche di bilancio imposte dalla cultura del debito. Il debito, infatti, si appropria non solo del tempo di lavoro attuale dei salariati e della popolazione nel suo insieme, ma esercita una prelazione anche sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso. E non sfugge la scuola. Quella italiana, poi, come monopolio dello Stato, con una presenza ancillare dei privati, tipica dello Stato liberale, non è più utile da tempo alla riproduzione del sistema di valori che si vuole trasmettere né tanto meno alla struttura produttiva e al mercato del lavoro ad essa funzionale. I privati devono poter entrare nel settore della formazione non solo per aprire un altro settore all'investimento privato, e quindi al profitto, ma quali migliori e più coerenti portatori dei "nuovi valori". La formazione diviene insomma un nuovo settore d'investimento suscettibile di produrre profitto sul piano economico per l'investitore (preparazione e formazione funzionale al mercato = disponibilità di spesa per conseguirla) e al tempo stesso laboratorio di sperimentazione dei criteri di differenziazione sociale. Le ragioni per cui il Jobs Act e “La Buona Scuola” si tengono, si ritrovano dunque in alcuni degli aspetti più noti ed evidenti di questi ultimi due decenni: •la precarietà permanente, (nel lavoro, nella vita, nelle relazioni sociali e umane); •la mobilità sul territorio (sradicamento dal contesto socioculturale in relazione ai bisogni produttivi, soppressione dei luoghi aggreganti attraverso la frammentazione delle strutture produttive); •l'individualizzazione del lavoro con assenza di un sistema di sicurezza sociale, diritti attenuati..; •la scomparsa della solidarietà, tra gli individui e le generazioni (soppressione delle garanzie di assistenza sanitaria, di pensione,....). Mentre tutto questo sta(va) accadendo per la notoria perfidia del capitalismo, si avverte a sinistra, con ritardo e qualche imbarazzo, che si è ormai spezzata quell'alleanza tra valore tipicamente illuminista e liberale dell'istruzione laica e statale, dell'educazione tutta borghese alla democrazia e ai valori costituzionali, che poteva rendere possibile un punto d'incontro tra liberalismo e socialismo. I tempi sono dunque maturi per compiere un ulteriore passo avanti nella trasformazione della scuola della repubblica in scuola aperta alle culture particolari, ai gruppi di tendenza; alle appartenenze confessionali, linguistiche, territoriali, a selezione censuaria in nome dell'autonomia delle scuole del e nel...mercato. La Buona Scuola cerca di recuperare il tempo perduto a causa della ormai storica opposizione sociale a tali progetti e imprime un'accelerazione del processo senza neanche tanti infingimenti. I Capitoli 5 e 6 del documento governativo sono al riguardo brutalmente eloquenti. Se la premessa del documento del governo è che il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dalla crisi, ma da una scuola che non forma le persone con le competenze scientifiche richieste dalle aziende, ne discendono prevedibili ricette in salsa aziendalistica. Il famoso sistema duale all'italiana Vale a dire alternanza scuola–lavoro obbligatoria negli ultimi tre anni degli istituti tecnici ed estesa di un anno nei professionali, con monte ore di almeno 200 per anno (facendo 50 giorni da 4 ore sono due mesi, che in un ciclo di studi intero fa..., ma guarda un po'!) con partecipazione di docenti tutor appositamente formati. Dalle e nelle aziende, temiamo. E' prevista la commercializzazione di beni e servizi prodotti dagli studenti e la scuola utilizzerà i ricavi per migliorare l’attività didattica. Come già fanno diversi Istituti Agrari. L'affascinante formula della bottega-scuola, cioè inserire gli studenti in contesti imprenditoriali legati all’artigianato. Infine l'apprendistato negli ultimi due anni della scuola superiore. La didattica laboratoriale (bella definizione, no?, e invece...) Il piano prevede di potenziare i laboratori di tutte le scuole secondarie superiori a partire dal prossimo anno con l’acquisto di nuovi macchinari (stampanti 3D, frese laser, robot,....), ma non si fa cenno di ripristinare né le compresenze con gli insegnanti di laboratorio (eliminate dalla Gelmini), né le molte ore tagliate negli scorsi anni. Ci vorrebbero 100 milioni all'anno. E chi ce li ha? Per cui è necessario coinvolgere le aziende private. Così Impresa e Scuola co-progettano percorsi di formazione, finalizzati alla produzione, cui saranno collegati incentivi economici, possibilmente eliminando i vincoli burocratici (leggi: controlli democratici) che ne rallentano il processo. Ricognizione del lavoro che cambia Prevede la mappatura della domanda di competenze del sistema Paese, orienta i giovani nei settori imprenditoriali del territorio e permette di rivedere ad hoc i curricoli scolastici. Insomma, la scuola appare come funzionale solo alla creazione di lavoratori e non alla formazione dei cittadini. Si prevede un forte intervento, fiscalmente incentivato, di imprese e fondazioni private che diventano protagoniste della “filiera istruzione-orientamento al lavoro”. E' il tentativo neanche tanto celato di sfruttare la forza lavoro gratuita dei giovani riducendo il costo del lavoro per le aziende. Dove sono le risorse? Poiché, come dice il piano del governo, “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola” (pag.124), intervengono le risorse private che “possono contribuire a trasformare la scuola in un vero investimento collettivo” (pag.124). Ma, per fare ciò le scuole devono diventare Fondazioni, così in tal modo potranno gestire le risorse provenienti dall’esterno (la ex-sottosegretaria Aprea dei governi di centro-destra potrebbe chiedere il copy-right ma no,....sarà contenta!!). Le aziende che investiranno nella scuola avranno sconti fiscali e manodopera a costo zero grazie alla alternanza scuola–lavoro, alla bottega-scuola per inserire gli studenti nell’artigianato ed all'apprendistato negli ultimi due anni. Sono previsti anche School Bonus fiscali per le imprese e le fondazioni e School Guarantees, sorta di bonus elargiti se l’investimento nella scuola crea occupazione giovanile. Ma non manca la finanza creativa con il Crowdfunding favorendo forme di microcredito da parte di singoli cittadini (ad es. i genitori), attraverso raccolte di fondi e collette (già oggi scaricabili nella dichiarazione dei redditi); oppure con il Matching Fund, un meccanismo per il quale per ogni euro messo dai cittadini, lo Stato ne metterà a disposizione un altro; ed infine i Social Impact Bond, un meccanismo di finanziarizzazione delle risorse per la scuola. Swaps per la scuola dell'autonomia!? Così buonanotte all'obbligo costituzionale al diritto allo studio. Si scaricano i costi sulle famiglie. Si conta sul finanziamento dei privati in cambio di sconti fiscali e lavoro gratuito e su modelli di finanza creativa, tanto pericolosa quanto ancora piena di nulla. Questo accesso dei privati nella formazione richiede però che, eliminando contrappesi e collegialità, sia ri/costruita la gerarchia interna necessaria alla scuola dell'autonomia con potere d'impresa. I capitoli precedenti che riguardano l'organizzazione del lavoro e della retribuzione meriterebbero dunque una trattazione specifica. Ce n'è abbastanza da scatenare una mobilitazione di massa per tentare di sottrarre ancora una volta la scuola della repubblica ad un ridimensionamento più volte tentato ed ogni volta in parte arginato. Tra i movimenti anti-frana, che cercano di salvare dal dissesto scientemente perseguito alcune delle meritevoli -con tutte le contraddizioni- istituzioni del paese, ci manca ora e tanto quello che per mezzo secolo ha costruito, difeso e lottato per un'altra scuola possibile, laica, egualitaria, di eccellenza, che si prende cura di tutt* e di ciascun* secondo le sue possibilità. Donato Romito * Articolo pubblicato sul n°173 del mensile libertario "Cenerentola", Bologna novembre 2014, www.cenerentola.info. Risorse bibliografiche "Micromega", n°6/2014, Roma agosto 2014 "Il programma minimo dei comunisti anarchici", Quaderni di Alternativa Libertaria, Firenze 1998 "Unicobas", giornale della Confederazione di Base Unicobas, n°75, Roma ottobre 2014 Buona Scuola per chi? - a cura de “Il Sindacato è un'altra cosa-Opposizione CGIL in FLC”, Toscana ottobre 2014 labuonascuola.gov.it Link esterno: http://www.fdca.it oppure http://www.anarkismo.net/article/27628

lunedì 28 ottobre 2013

Appello ad una giornata di confronto tra le realtà studentesche: Formazione, Reddito, Conflitto

Stiamo assistendo da anni a un lento e costante declino del sistema formativo italiano. Il livello d'istruzione e il metodo formativo vengono sempre più spesso accantonati, basti osservare gli effetti riprodotti delle ultime riforme scolastiche, se così vogliamo chiamarle, come nel caso dei tagli dell'ex ministro Gelmini. Di fronte a tutto questo, è importante riaprire con forza una serie di vertenze che rimettano al centro l'importanza di un sistema formativo nuovo, che non identifichi nelle scuole un soggetto finanziario sul quale speculare. Il percorso intrapreso negli ultimi anni dai coordinamenti studenteschi, con determinazione, entusiasmo e capacità di mettersi assieme in tanti/e, ha dato vita ad un nuovo modus operandi delle realtà studentesche di mettersi in sinergia e conquistare vittorie importanti. Le manifestazioni, le assemblee, le occupazioni, hanno saputo creare un immaginario nuovo, che facesse sperare e credere in futuro diverso per il mondo della formazione. E secondo noi, è solo dando gambe e braccia a questo percorso, strutturandolo di territorio in territorio, confrontandoci e discutendo, che possiamo dar voce a studenti e studentesse che ora vengono classificati come numeri e dati con i metodi valutativi come può essere il Test Invalsi. La riprova di tutto questo l'abbiamo avuta l'11 ottobre, quando in decine di città italiane gli studenti si sono mobilitati portando in piazza iniziative comuni, dietro ad uno striscione comune, così potenziando i valori e gli obbiettivi delle manifestazioni. Crediamo che questo sia il cammino da perseguire, stando al passo coi tempi che corrono, che vedono sempre più la necessità di discutere forme di conquista di reddito, che passino da un libero accesso alla cultura, dalle occupazioni, da una battaglia sul caro trasporti, sul caro libri, sul costo sociale delle politiche speculative come le grandi lobbies del mattone a cui vengono regalati centinaia di milioni di euro pubblici. Vogliamo essere informati, e siamo pronti a discutere sempre con gli occhi critici che rendono sani i confronti, sulle innovazioni formative, sulle possibilità di agire nella crisi con processi formativi che vadano a contrastarla, come sembra essere ad esempio la novità del “book in progress”. Vogliamo conoscere meglio il metodo “Invalsi” per sviscerare fino in fondo il tentativo che esso ha in seno, quello di uniformazione al modello scolastico anglo-statunitense che privilegerebbe alcuni istituti invece che sostenerne altri senza fare un analisi sul contesto sociale nel quale alcuni istituti si trovano. Come riempire di pratiche e contenuti le nostre mobilitazioni ? Come ragionare collettivamente la costruzione di un modello scuola che non sia omologante? Come riconquistarsi centimetro dopo centimetro diritti e reddito? Sono domande aperte, alle quali potremmo iniziare a dare risposte trovandoci e ragionando tutti e tutte assieme. Per questo invitiamo tutte le realtà del mondo della formazione a discutere Sabato 2 Novembre al Centro Sociale Rivolta su come costruire un percorso nuovo e strutturato, che metta in sinergia diversi territori italiani su un terreno di lotta come quello dell'istruzione. Perchè si provi a riconquistare un futuro incerto. Perchè si provi a scriverlo assieme. Sabato 2 novembre presso Centro Sociale Rivolta (Via Fratelli Bandiera, Marghera) ore 14:00 Tavoli di discussione sul Test Invalsi, assieme a vari professori ferrati nella questione ore 17:00 assemblea consclusiva con tutte le realtà studentesche: costruiamo assieme una nuova stagione di lotta 19:30 Cena di autofinanziamento 21:00 serata dub con Zion Train presso il C.s. Rivolta Per le realtà studentesche che necessitano di un alloggio per la notte scrivere a: 3458479705 o su Facebook del "Coordinamento studenti medi Venezia-Mestre" Per aderire all'appello: 3495169746 (Federica) Adesioni all'appello: Coordinamento Studenti medi Venezia-Mestre Coordinamento studenti medi Padova Coordinamento studentesco Vicenza Assemblea Studenti Trento Coordinamento studentesco Treviso Coordinamento studentesco Schio Coordinamento studenti bassa padovana Coordinamento studenti medi Trieste Studenti medi autorganizzati Bologna Studenti autorganizzati Reggio Emilia Collettivo studentesco Parma Collettivo studenti Rimini Collettivo studentesco Diaz Senigallia

mercoledì 24 ottobre 2012

Profumo marcio di destra nella scuola italiana

Quanta è forte la tentazione di tornare a brandire bastone e carota in questo paese! Quanti sforzi si stanno facendo per ridurre ad un sottomesso silenzio i milioni di lavoratori del pubblico impiego e del privato, stracciando decenni di diritto del lavoro, di diritti sindacali, di contratti nazionali ed emettendo normative che hanno l'unico scopo di inibire ogni forma di risposta sindacalmente organizzata, di soffocare ogni rivendicazione radicata nelle categorie e nei luoghi di lavoro. Vanno in questa direzione i provvedimenti che riguardano la scuola, contenuti nella legge di stabilità che il governo in carica intende far approvare entro la fine dell'anno solare. In continuità con la normativa emessa dal precedente governo, si interviene contestualmente sulle retribuzioni e sulla progressione economica. Il blocco dei rinnovi contrattuali fino al 2014 prolunga il blocco già deciso col decreto legge 78/2010 dal governo Berlusconi fino al 2012. Ma blocca anche fino al 2013 la progressione per gradoni prevista dal contratto nazionale di categoria. Così, col contratto fermo al 2007, gli stipendi della scuola sono rimasti apparentemente immobili, ma in realtà hanno perso oltre il 20% del loro potere d'acquisto. Nella legge di stabilità scompare l'indennità di vacanza contrattuale (il cui contenzioso sindacale di base sulla sua mancata erogazione in passato aveva ottenuto numerose sentenze favorevoli) fino al 2015, quando tornerà ad essere pagata con aggancio all'inflazione programmata e non più all'ipca (il tasso europeo, più pesante di mezzo punto percentuale rispetto al vecchio calcolo dell'inflazione). Ma la legge di stabilità si colloca anche in continuità con il famigerato decreto legislativo 150/2009, meglio noto come decreto Brunetta, dove si intende far perdere efficacia alla contrattazione collettiva, pur non potendone negare il primato nella regolazione di diritti e doveri nel pubblico impiego tanto da parte dei lavoratori quanto da parte dell'amministrazione in qualità di datore di lavoro. Se la retribuzione sufficiente prevista dall'art.36 della Costituzione si rinviene negli importi determinati dalla contrattazione collettiva, ponendo nel contratto collettivo la fonte primaria del rapporto di lavoro (sentenza della Corte di Cassazione del 14/10/2009), allora l'operazione del governo Monti nel disegno di legge sulla stabilità appare essere del tutto unilaterale e lesiva dei diritti costituzionali dei lavoratori. Allo stesso modo, l'operazione extra-contrattuale sull'aumento di 6 ore per l'orario di insegnamento nelle scuole medie e superiori a retribuzione invariata, si profila come una palese violazione del primato del contratto collettivo. Sarebbero 723 i milioni di euro che il governo vorrebbe risparmiare con l'operazione 24ore: 22mila posti di lavoro da tagliare. L'ombra della Gelmini si proietta ancora nella sua distruzione di lavoro, di diritti e di cultura. Buon gioco ha il governo grazie ai media che volentieri "dimenticano" che in Italia gli insegnanti hanno le retribuzioni più basse d'Europa a fronte di orari più lunghi (22 ore per i maestri contro la media di 19,6 della UE, 18 ore per i prof contro la media di 16,3 della UE). Intanto si prevedono altri 223 milioni di euro per le scuole paritarie.... Ma oltre al decreto legislativo sulla stabilità, si sta profilando all'orizzonte la trasformazione in legge del ddl Aprea (PdL) sulla "Autonomia Statutaria delle Istituzioni Scolastiche", che in aprile ha avuto una corsia preferenziale con testo unificato in sede legislativa alla VII Commissione Cultura della Camera. Si tratta di una raffica di articoli che porterebbero la scuola italiana alla mercè dei privati che entrano negli organi collegiali e nella definizione dello statuto autonomo di ogni singola scuola che sottrae di fatto ai docenti la libertà di insegnamento. Di fronte a tanto bastone e rinsecchita carota, la risposta dei lavoratori della scuola è oggi fortemente condizionata dalla divisione in campo sindacale, da scelte di subordinazione fatte in passato da CISL-UIL-SNALS-GILDA, dalla tardiva e solitaria radicalizzazione della CGIL, dalla cronica incapacità di unirsi dei diversi sindacati di base presenti in categoria. Occorre una risposta dal basso, occorre una mobilitazione di base che ripercorra strade già vittoriose in passato, contro e nonostante i governi in carica, contro e nonostante certe linee sindacali totalmente subordinate. Il mondo della scuola ha già saputo dimostrare di sapersi organizzare dal basso ed in maniera unitaria: insegnanti, studenti, genitori, uniti nel difendere e salvare la scuola pubblica dalle miserie della privatizzazione, uniti nel difendere la scuola pubblica quale presidio di cultura in territori sempre più impoveriti e mercificati. FdCA - Commissione Sindacale ottobre 2012

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)