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per giulio

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lunedì 13 aprile 2020

Pandemie, capitalismo e sorveglianza Pandemie, capitalismo e sorveglianza

 













Questi ultimi mesi hanno segnato un drastico e assolutamente imprevisto cambiamento di abitudini e innescato scenari inediti con cui tutte e tutti noi stiamo cercando faticosamente di fare i conti.
Ma la tragedia non è per tutti. Mentre si gioca con la vita dei lavoratori in nome della tenuta economica del paese, mentre tante e tanti di noi si chiedono come sopravvivere, come sempre qualcuno ci guadagna. E molto.
Il 6 gennaio 2020, sull’inserto Economia del Corriere della Sera, Maria Teresa Cometto redige un interessante articolo sui giganti dell’hi-tech, segnatamente Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google) e Facebook, capaci di sfidare le regole delle borse e dei mercati e di vantare un valore complessivo che va oltre quello del PIL tedesco. Dei veri e propri colossi, paragonabili all’impero finanziario dei Rockfeller, ma infinitamente più invasivi nelle vite di ognuno di noi. E che ora, con l’emergenza Covid-19 in atto, rischiano di divenire ancora più potenti di quanto non siano già.
Con le attività commerciali quasi tutte chiuse, con molte persone costrette a stare in casa per provare a indebolire il tasso di contagio del virus, i servizi immateriali stanno subendo un incremento senza pari.  Come è facilmente immaginabile, lo smartphone, i computer e le smart tv sono diventati accessori indispensabili per usufruire dei servizi, fare compere attraverso applicazioni scaricabili dal Play Store di Google e dall’Apple Store, informarsi e tenere contatti con parenti ed amici.
In un aberrante video online da qualche giorno, Urbano Cairo, proprietario tra le altre cose del Corriere della Sera, invita con entusiasmo i suoi venditori a contattare inserzionisti pubblicitari per sfruttare il momento di grande accesso ai mezzi di comunicazione che la situazione attuale ha accentuato. Nella sua vomitevole positività, Cairo ci mostra il vero volto del capitalismo, fatto di spietata noncuranza per l’emergenza, che viene vista solo ed unicamente come fonte di guadagno per il proprio gruppo editoriale.
Ebbene, se da un lato è pensabile che ogni gruppo editoriale tiri acqua al proprio mulino, dall’altro i cinque colossi citati in apertura paradossalmente non avrebbero bisogno di una mossa del genere, essendo noi utenti che forniamo loro la gran parte dei loro immensi profitti, attraverso la cessione volontaria dei nostri dati personali, rivenduti a peso d’oro ad analisti ed aziende che possono fornire profilazioni estremamente accurate dei nostri gusti e delle nostre esigenze per fornirci prodotti e servizi di cui sentiamo di avere necessità.
Questo meccanismo, oltre ad accentrare quantità di denaro raramente vista in passato nelle mani di pochissimi gruppi, ci pone nella condizione di mettere parte del nostro libero arbitrio nelle mani di un algoritmo, che sempre più deciderà per noi di cosa necessitiamo e da quali aziende è meglio rifornirsi.
Ne sa qualcosa Jeff Bezos, AD di Amazon, la più grande società al mondo di commercio elettronico, che nel contesto emergenziale in atto trova le condizioni ideali per incrementare gli affari, nonostante le legittime proteste e scioperi che hanno interessato alcuni stabilimenti in Piemonte, Lombardia e Lazio.
Ma l’azienda di Bezos non si occupa solo di commercio, Amazon possiede l’infrastruttura per custodire i Big Data delle agenzie di intelligence americane, una enorme “nuvola” virtuale che raccoglie tutte le informazioni generate dalla specie umana tramite telefonate, msm , email, conversazioni, like su F.B., messaggi Twitter, video, foto e ogni altro tipo di dati immessi sulla rete.
Un altro dato estremamente interessante è che l’estrazione del plusvalore che per esempio si realizza nei magazzini Amazon con un “super” sfruttamento del personale, adottando una organizzazione che ricorda la classica catena di montaggio ed il vecchio cottimo tipico dell’organizzazione tayloristica, facendo correre i propri dipendenti nei magazzini tra i corridoi con un countdown timer per riempire i cesti nel più breve tempo possibile e con lo “strangolamento” dei corrieri per le consegne, è affiancato da un extra profitto derivato dalla inconsapevole cessione dei dati personali a fini commerciali. Così facendo il capitalismo, invadendo definitivamente la sfera personale, guadagna cifre inimmaginabili da questo meccanismo peraltro con il consenso pressoché generale.
Un altro motivo per cui quello che Shoshana Zuboff definisce capitalismo della sorveglianza trarrà enormi profitti dalla crisi sanitaria in atto è la sorveglianza digitale che i grandi gruppi della telecomunicazione sta mettendo in atto per monitorare gli spostamenti delle persone sottoposte a quarantena, e non solo. La tecnologia di sorveglianza di una cella telefonica non è certo una novità, ma per la prima volta viene utilizzata in modo tanto palese. E’ chiaro che, come ogni tipo di tecnologia, l’utilizzo che ne viene fatto può essere più o meno buono. E’ assolutamente plausibile però che questo, a emergenza terminata, possa diventare uno strumento repressivo di controllo sociale atto a contrastare in maniera più efficace le lotte dei movimenti sociali e che addirittura punti a prevenire qualsiasi forma di dissenso, inserendosi perfettamente in quel vero e proprio apparato repressivo rappresentato dai recenti decreti sicurezza voluti dall’ex ministro dell’interno Salvini e comunque ad oggi mai modificati né cassati dall’esecutivo. A tal proposito sarà necessario, oggi più di prima, porre grande attenzione a un uso responsabile e cosciente dei dispositivi tecnologici di uso comune, privilegiando tecnologie open-source e antitracciamento laddove fattibile.
Tornando ai big data, il monitoraggio degli spostamenti permetterà agli analisti di verificare in tempo reale i tragitti di un dato soggetto, i supermercati davanti ai quali transiterà, i chioschi di benzina che troverà sulla propria strada e via discorrendo, garantendo un’ulteriore profilazione, sempre più efficace e pervasiva.
In tutto questo sta passando come una rivoluzione positiva la sperimentazione della tecnologia 5G, che permetterà una velocità di accesso ai dati e una capacità di archiviazione che ad oggi nemmeno riusciamo ad immaginare. Come già detto, la tecnologia non è sbagliata di per sé, ma prima di un utilizzo massivo di qualsiasi innovazione tech, andrebbero valutati gli effetti sulle persone e sull’ambiente.
Anche perché sappiamo che questa pandemia, come quelle di cui non ci siamo troppo accorti e quelle che verranno, è in buona parte dovuto al continuo sfruttamento intensivo del suolo per attività produttive e di coltivazione, che ha tolto habitat ai selvatici e favorito il loro spostamento verso aree densamente abitate, favorendo i cambi di specie alla base di questi virus. Altri studi stanno aprendo scenari inquietanti che riguardano la diffusione del virus attraverso le polveri sottili e l’inquinamento atmosferico.
Abbiamo a che fare con un meccanismo di controllo sociale gigantesco, che da un lato indirizza le scelte e dall’altro reprime il dissenso, un meccanismo estremamente difficile da combattere, ma, come tutte le cose, non indistruttibile.
La necessità da parte delle Stato di dotarsi di strumenti di controllo e repressione per meglio governare i comportamenti “irresponsabili” nel contesto dello stato di emergenza, è una contraddizione intrinseca al processo di individualizzazione che sta alla base del modello odierno della produzione capitalista.
Il passaggio storico che si è andato definendo con la dissoluzione dalla grande fabbrica fordista come necessità di neutralizzazione della soggettività operaia degli anni sessanta-settanta, ha prodotto, attraverso lo strumento ideologico del pensiero neo-liberista, un’atomizzazione sociale dove l’individuo, nella piena solitudine, ha l’illusione di affermare se stesso attraverso un darwinismo sociale della lotta per la sopravvivenza. Da qui, la necessità per lo Stato di ricostruire quel un senso di appartenenza che trova attuazione attraverso suggestioni identitarie e un senso generale di angoscia collettiva che ci rende l’uno il sorvegliante e il delatore dell’altro.
Uscire da questa condizione di isolamento e dalla retorica identitaria è un passaggio obbligatorio per ricostruire quel senso di comunità e solidarietà che, nel contesto di questa circostanza critica, non poteva che materializzarsi negli ambienti del mondo del lavoro salariato e delle pratiche di mutuo-aiuto e di autorganizzazione. Dalla dicotomia tra solidarietà sociale e un individualismo egoistico e meritocratico, che è alla base di un sistema economico rapace e cinico, dobbiamo partire per immaginare i nessi tra libertà ed eguaglianza in ogni spazio quotidiano.

giovedì 7 settembre 2017

Economie collettive e solidali, autogestione e mutualismo

 Assistiamo ad una risposta sociale del tutto inadeguata alla ampiezza e alla ingiustizia del disagio sociale in atto
La progressiva scomparsa a livello planetario di un orizzonte comune alternativo al sistema capitalistico rende più frazionata e complessa la lotta per la costruzione di una società di libere, liberi ed uguali. Ciò anche grazie alla trasformazione antropologica in atto (connessa alla globalizzazione e alle nuove tecnologie digitali che mettono in un contatto sempre più immediato realtà umane ed ambientali molto diversificate) che rende ancora più complicate sia la condivisione di azioni e percorsi condivisi che la semplice comunicazione, ormai sostanzialmente privata di codici di riferimento comuni, fatta eccezione del “pensiero unico” capitalistico che trasforma -inesorabilmente- tutto quello che tocca, in “merce” acquistabile con il denaro.
Sempre più assistiamo ad un sostanziale allontanamento della prassi delle istituzioni e di molte organizzazioni partitiche    “ufficiali” dalla difesa dei diritti e dal dare risposta ai bisogni umani primari (diritto al reddito e alle tutele: malattia, maternità, previdenza; equa redistribuzione del reddito; formazione…); organizzazioni ormai sostanzialmente asservite -complessivamente- al mantenimento del regime capitalistico.
In queste condizioni, singole persone, anche interessate e disponibili a partecipare a processi di trasformazione socioeconomica equi e di interesse generale, non trovano ad oggi molte sedi -affidabili- in cui essere ascoltate e prese in considerazione. Si diffonde così la perdita della speranza nella capacità di costruire orizzonti comuni di emancipazione e prevale la cultura dell’individualismo possessivo, che fomenta la divisione e la guerra tra poveri, aumentando paura, insicurezza e “manovrabilità”.
Il nostro contesto
Da tempo partecipiamo, seguiamo, parliamo di forme di economie collettive e solidali. In effetti queste realtà, nel loro procedere, ci offrono diversi spunti interessanti di riflessione, per come cercano di costruire possibile risposte al disagio sociale. esperienze produttive e di vita in cui protagonisti sociali, persone o organismi collettivi si confrontano, in modo partecipativo ed orizzontale, nei loro ambiti naturali (culturali, produttivi, vertenziali, territoriali) innescando processi propositivi di percorsi di cooperazione e di condivisione produttiva, distributiva e di servizio:
persone che vogliono costituire insieme realtà economiche sostenibili, sia dal punto di vista ecologico che sociale, con una ottica di radicale alternativa al capitalismo, dando vita, forza e riconoscimento a nuclei di resistenza attiva connessi in rete, capaci di dare alcune risposte ai bisogni primari, individuali e sociali; persone intenzionate a collaborare collettivamente alla conquista di una autodeterminazione territoriale che permetta a chiunque di vivere una esistenza sempre più autonoma dai dictact delle multinazionali e delle banche, e capace -nel tempo- di dare vita ad una “autodeterminazione sociale di esistenza” sempre più generalizzata,
che fondano
realtà produttive
che vivono le dinamiche che le sostanziano, autogestione, mutualismo, ecosostenibilità, il sottrarsi allo sfruttamento e al lavoro gerarchico
e che insieme a
soggetti collettivi,
disposti alla relazione circolare e alla co-progettazione verso obiettivi comuni, che partono dai bisogni primari, lavorano con successo alla trasformazione della società, alla difesa dei beni comuni, alla riconquista di forme di lavoro qualificanti, in un quadro autogestionario oltre che solidale
cercano di pensare e costruire
realtà sociali territoriali (ecoreti) che facciano partire sul territorio meccanismi progettuali e decisionali
di mutuo sostegno e di trasformazione, realtà che vivono le contraddizioni vecchie e nuove di un potere popolare che acquista coscienza di sé sulla base delle piccole rivendicazioni quotidiane finalizzate ad emanciparci dal giogo dello sfruttamento del profitto capitalistico nelle sue varie forme;
In particolare colpiscono alcuni aspetti che merita citare espressamente.
Il lavoro
In primo luogo l’idea del
lavoro che in queste realtà che sperimentano forme di economia solidale, riacquista la sua dignità, cercando di sfuggire almeno in parte all’ alienazione sia da un punto di vista economico, sottraendosi allo sfruttamento e all’estrazione di plusvalore da lavoro dipendente, sia con il recupero del lavoro come momento creativo e non eterodiretto. Così l’oggetto del prodotto del lavoro stesso tende ad allontanarsi dal concetto di “merce” acquistabile al minor prezzo possibile, ricollegandosi alla vita della persona -in carne ed ossa- che mette a disposizione tempo, attività e saperi, per rispondere al bisogno di un’altra persona; spostando quindi l’attenzione in direzione del rispetto dei diritti e dei doveri delle persone coinvolte nello scambio di beni e/o servizi; ma con l’intenzione di determinare insieme il valore dello scambio: delle cose, delle ore e del lavoro impiegato per produrle; a prezzi equi per la produzione ma anche accessibili a chi si rende disponibile a mettersi in gioco in una “relazione circolare”, impegnandosi ad un loro uso o acquisto prefissato. In questa dinamica cresce la spinta a un superamento della dimensione lavorativa individuale o familiare verso forme di condivisione di risorse e, in prospettiva, di proprietà e gestione collettiva.
L’intenzione di migliorare la propria qualità della vita
Questo nuovo tipo di unità produttive -interessate ad organizzarsi per rispondere al meglio ai propri bisogni vitali quotidiani- costituite da persone che si relazionano tra di loro per migliorare la propria qualità della vita, favorisce relazioni di scambio centrate sulla persona nella sua globalità e non come “strumento” -più o meno occasionale- da usare per raggiungere il proprio esclusivo interesse; cioè con modalità sempre più vicine alle esigenze di autodeterminazione esistenziale, propria ed altrui; “irriducibili” quindi al capitalismo, forma esclusiva -e cieca- di accumulazione del profitto fine a se stesso;
Lo sviluppo della coscienza politica
La relazione circolare tipica dell’eco-rete, centrata sul soddisfacimento dei bisogni sociali primari, individuali e collettivi e sull’integrazione tra lavoro e vita attraverso una pratica organizzativa continuativa in comunità tendenzialmente solidali e di mutuo soccorso, può diventare fattore di sviluppo di una presa di coscienza politica, nel momento in cui sia possibile verificare concretamente l’efficacia di alleanze ampie funzionali al raggiungimento di obiettivi specifici. Cioè quando si possono sperimentare -concretamente- situazioni in cui le proprie esigenze vitali possono essere soddisfatte meglio se si riescono a costruire alleanze di scopo o patti territoriali per la trasformazione sociale e ambientale dei territori.
Si viene allora ad acquisire una maggiore consapevolezza delle difficoltà reali connesse alla realizzazione di un progetto, facilitando la riconquista della fiducia nella relazione e in una progettualità assembleare e orizzontale, autogestita e solidale. Queste sperimentazioni possono assumere un ruolo prefigurativo dove far crescere forme di solidarietà sociale e di diversi rapporti di produzione e di orientamento e gestione del territorio su basi federaliste e libertarie, per riguadagnare nell’orizzonte del possibile una società più giusta e solidale.

sabato 15 luglio 2017

Costruire solidarietà…, riconquistare spazi franchi di agibilità…, riguadagnare l’utopia….


Tre azioni che sembrano, in questo periodo storico, difficili, ardue e persino scoraggianti.
Siamo infatti in una realtà plasmata dalle paure e dal terrore, dalle guerre e dalla povertà, in cui lo scontro tra le minoritarie classi dominanti e le centinaia di milioni di proletari si inabissa duro ed implacabile nelle sofferenze dello sfruttamento inflitto a uomini e donne di ogni latitudine mentre si assiste all’opera di devastazione portata avanti dal capitalismo.
Le devastazioni portate dal capitalismo e dagli Stati
Una devastazione economica e finanziaria resettata come austerità e schiavitù dal debito, una devastazione ambientale riqualificata come valorizzazione dello scempio del territorio, una devastazione del mondo del lavoro ridefinita come subordinazione dei lavori e dei saperi, una devastazione dei diritti e delle libertà sindacali ridenominata come regolamentazione/repressione del conflitto all’interno di relazioni industriali dettate dall’impresa, una devastazione delle condizioni di vita sociale riciclata come aggiustamento strutturale sulla spesa pubblica, una devastazione delle relazioni sociali e personali, degli affetti, della cultura, dell’arte, della ricerca, sottoposte  -come fossero merce- alle leggi del mercato.
Un’opera di violenta distruzione e ricostruzione violenta, che dura, nella sua virulenza massima, da dieci anni e che punta a  rendere volatile qualsiasi opzione di cambiamento.
Votare per cambiare, cambiare per votare
Le classi dirigenti non hanno mai amato tanto il voto come in questi anni.
Le elezioni non sono più lo strumento per sancire la rappresentanza, truccata o meno, dei partiti in competizione, bensì il mezzo per adeguare continuamente le strutture e le leggi dello Stato e gli assetti del potere statuale alle necessità delle classi dirigenti nazionali ed europee.
Lo spostamento di sovranità su diversi aspetti politico-economici dagli stati-nazione all’Unione Europea offre la possibilità di usare le elezioni e la conquista dell’esecutivo per cambiare ruolo e compiti dello Stato, cambiando o usando le leggi elettorali vigenti per disfarsi degli avversari, per affermare un nuovo movimento che deve apparire….nuovo.
Questa mutazione in atto dello Stato finge di lagnarsi, ma in realtà non si cura degli alti tassi di astensionismo (nonostante la continua attesa che possa materializzarsi almeno in parte come opposizione sociale organizzata), nemmeno del successo parziale di formazioni politiche della sinistra europea.
La lotta tra le fazioni delle classi dominanti è per il potere, e la democrazia rappresentativa torna utile come legittimazione.
Ci attendono lunghi mesi in cui molte forze della sinistra italiana verranno risucchiate nel tentativo di costruire un soggetto politico alternativo al PD ed al M5S.
Molte energie verranno impiegate. C’è da augurarsi che tutto il loro affaccendarsi non si esaurisca lì. In Italia c’è bisogno di tanta sinistra, soprattutto nella società e nelle lotte sociali.
Si dirà che le ultime tornate elettorali in Europa hanno spazzato via gran parte delle forze di destra e di estrema destra.
Ma è ben magra consolazione.
Sconfitte le destre?
Ogni volta che la destra subisce una sconfitta, fosse anche elettorale, non c’è che esserne soddisfatti.
Tuttavia, la destra razzista e xenofoba, sovranista e nazionalista di questi anni si è diffusa in profondità nelle società europee ed in particolare in quella italiana, dove riesce ad inserirsi nella coalizione elettorale di centro-destra, a costringere il M5S a svelare il suo posizionamento a destra, a portare liste alle elezioni amministrative con qualche successo.
Questa destra non sarà mai messa fuori gioco solo a colpi di elezioni.
Occorre un lavoro capillare nei territori, di vigilanza e di recupero di valori di cultura della solidarietà che contrastino il razzismo in società sempre più ed inevitabilmente multietniche.
Occorre costruire reti antifasciste per porre ampi argini sociali nei quartieri e nelle città, in cui la destra deve sentirsi estranea, priva di sacche di reclutamento.
Il coraggio delle lavoratrici e dei lavoratori
In questa situazione di restaurazione del potere d’impresa ai danni dei lavoratori e delle loro organizzazioni di massa, emergono ancora una volta dal cuore dell’appartenza di classe il coraggio, la voglia di riscatto e di conflitto.
La manifestazione della CGIL a Roma del 17 giugno contro la truffa e la scellerataggine della legge sui vouchers, unitamente allo sciopero nei trasporti e nella logistica indetto da diverse organizzazioni sindacali di base il 16 giugno, dimostrano che ci sono le possibilità per riconquistare spazi di conflitto e di riscatto.
Le lotte sindacali, il cui strumento è il diritto di sciopero e la cui anima è la capacità di coalizione dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nel territorio, sono da salutare sempre come una speranza ed una realtà insopprimibili.
La rivoluzione industriale 4.0 non ha archiviato lo sfruttamento e l’estrazione di plusvalore, nè la decurtazione dei salari e gli aumenti di orario ed i demansionamenti, nemmeno i licenziamenti ed i ricatti, la flessibilità ed il precariato: la lotta di classe 4.0 è dunque appena iniziata.
Se la CGIL, dopo la beffa subita dal governo Gentiloni, è sempre più costretta a rivedere il suo posizionamento per sedersi ad eventuali tavoli di contrattazione con rapporti di forza meno sfavorevoli, i sindacati di base sanno che stringe sempre di più il tempo per confederare le forze e non disperdere i risultati di un lavoro difficile di decenni.
Riguadagnare l’orizzonte di una società più giusta
E’ un orizzonte verso il quale si va tutti insieme o si allontanerà sempre di più.
E’ un orizzonte ancora visibile in ogni quartiere, in  ogni città, in ogni Paese.
Verso cui mettersi in cammino ogni volta che le forze sociali per una società più giusta e più ugualitaria riescono a fare coalizione, a federarsi, a costruire alternativa reale nei luoghi di vita, nel territorio, nei posti di lavoro; a rivendicare bisogni sociali fondamentali come il diritto alla mobilità, allo studio, al verde, agli spazi gratuiti in cui poter fare cultura, arte, meeting; a costruire esperienze di autogestione del lavoro e della produzione federate in ecoreti; ad aggregare situazioni di cooperazione con i migranti; a contrastare razzismo ed esclusione, emarginazione e precarietà.
Alle organizzazioni politiche anticapitaliste che hanno come orizzonte una società egualitaria fondata sulla libertà non sfuggirà la necessità sempre più pressante di costruire situazioni di cooperazione e di coordinamento per sostenere quelle forze sociali che sono il tessuto reale dell’alternativa di oggi e di domani.
Il comunismo, quello libertario, è sempre all’ordine del giorno. 98° Consiglio dei Delegati di Alternativa Libertaria
Fano, 24 giugno 2017



Cripto-monete e cripto-bolla?












L’invito di Varoufakis rivolto al presidente dell’Ecuador Lenin Moreno (durante il loro incontro di fine aprile) di usare la moneta elettronica per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e le importazioni può apparire bizzarro, ma in realtà l’ex-ministro greco si riferiva ad un mondo a lui ben noto, ma in realtà poco conosciuto: quello del mercato delle monete elettroniche (bitcoin è la più famosa), digitali, cripto-monete o “alt.coins”.
Il cui valore di mercato si è triplicato nel periodo gennaio-maggio 2017 fino a $60mld (cfr: https://coinmarketcap.com)
La più famosa di queste monete, specialmente dopo l’attacco hacker di maggio 2017 in cui si chiedeva un riscatto per decriptare i files rubati [pare che finora siano 80.000 i danneggiati che hanno pagato], è la bitcoin.
1. Quante bitcoins ci sono in giro?
Circa 16.3 milioni con 1800 nuove emissioni al giorno.
Una domanda crescente ha portato la bitcoin fino ad un prezzo di oltre $2750  (cfr. https://www.mataf.net/, ), ben oltre il valore di $450 di un anno fa.
Un grande business? Sì, ma con qualche problema. Agli inizi del 2017 una di queste cripto-monete, Bitfinex, ha avuto dei problemi con le banche di riferimento che non erano in grado di pagare in valuta reale i detentori dei conti in cripto-moneta. Costoro hanno dovuto dunque usare le loro bitfinex per acquistare bitcoins da cambiare con valuta reale altrove.
2. Chi usa le cripto-monete?
Investitori ufficiali come le family offices [società di servizi che gestiscono il patrimonio di una o più famiglie facoltose agendo come centro di coordinamento per la gestione finanziaria e amministrativa], ed  i famigerati  hedge funds.
Agiscono sui mercati over-the-counter [caratterizzati dal non avere i requisiti riconosciuti ai mercati regolamentati; sono mercati la cui negoziazione si svolge al di fuori dei circuiti borsistici ufficiali e dei controlli].  (cfr. btcmiami.com/speaker/mike-komaransky/).
Dal momento che il punto debole della bitcoin è la limitata capacità del sistema, è aumentata la domanda per altre “alt.coins”.
Il sistema della bitcoin può gestire solo sette transazioni al secondo, rispetto alle migliaia di transazioni gestite dai servizi di pagamento convenzionali.
3. Dunque meglio diversificare.
Il sito CoinMarketCap ne elenca circa 800, dalla ArcticCoin, una misteriosa cripto-moneta russa alla ZCoin che vanterebbe una maggiore riservatezza.
L’ultima arrivata è Ripple, la cui capitalizzazione è esplosa in maggio passando da un valore di $2mld a $13mld.
Infine Ethereum, [da etere, cfr. http://ethblogitalia.it/] è saltata da un valore di mercato di $700mln in gennaio ai $8,6mld in maggio!!
Ma proprio quest’ultima potrebbe innescare la classica bolla.
I detentori di ethereum, sentendosi più ricchi, hanno iniziato ad investire nelle ICOS [Initial Coin Offers, offerta iniziale di monete digitali]. Ci sono start-up che vendono i propri “tokens” [gettoni/monete digitali] o sub-valute di ogni tipo, la cui esistenza dipende da ethereum.
Nel 2017 sono già state lanciate 38 ICOS, che hanno raccolto più di $150mln (cfr. www.smithandcrown.com).
Questo risultato ha attirato sempre più denaro verso le monete digitali.
Alcuni profitti sono stati ripagati in bitcoin ed in alt.coin.
Il mercato di scambio tra monete digitali è cresciuto di 10 volte con una media di $2mld al giorno (cfr. https://shapeshift.io/, una società di crypto-to-crypto exchange).
4. Ora la questione non è se il vento cambierà, ma quando.
Che succede se le ICOS, che sono completamente prive di controllo, iniziano ad andare male?
E cosa succede se gli emittenti moneta si ritrovano in assenza di denaro o se i regolatori del mercato iniziano a bloccare certe offerte?
Intanto, se da un lato è alquanto agevole comprare moneta digitale con denaro reale, dall’altro venderne grandi quantità potrebbe diventare più difficile, come dimostrato dal caso bitfinex ed altre cripto-monete. IL che rende improbabili flussi improvvisi.
La nascita e la crescita di diverse monete digitali hanno portato il sistema delle cripto-monete ad essere più vasto di quello della bitcoin, sebbene quest’ultima mantenga il suo ruolo di moneta di riserva, restando la più forte nella blockchain [è una base di dati distribuita, introdotta dalla valuta Bitcoin che mantiene in modo continuo una lista crescente di risultati, i quali fanno riferimento a risultati precedenti presenti nella lista stessa ed è resistente a manomissioni].

https://coinmarketcap.com
Tuttavia bitcoin rappresenta meno della metà della capitalizzazione di mercato di tutte le monete digitali (vedi grafico).In caso di bolla, non tutte potrebbero crollare.

 https://coinmarketcap.com










C’è da augurarsi che i lavoratori pubblici dell’Ecuador continuino a resistere alle tentazioni digitali da cui era stato posseduto il bolivariano ex-presidente Rafael Correa, il quale deve aver pensato che nel “socialismo del XXI secolo” di marca chavista potevano starci anche le monete digitali, purchè di Stato (cfr.http://www.economyup.it/innovazione/2142_ecuador-primo-al-mondo-a-lanciare-la-moneta-elettronica-statale.htm).
Ufficio studi Alternativa Libertaria/fdca

mercoledì 15 febbraio 2017

LAVORARE GRATIS, dalla "buona scuola" all' Alternanza scuola lavoro - Pordenone

Il processo di aziendalizzazione della scuola è stato notevolmente accelerato e riproposto dalla riforma “Buona Scuola” del 2015, la quale comprende in sé anche la famigerata “Alternanza Scuola/Lavoro”.

Il concetto di azienda presuppone il concetto di merce, ma qual è il prodotto, il bene oggetto di acquisto che l’azienda[scuola] si propone di vendere? L’istruzione.
Ma aziendalizzare la scuola significa creare strutture che abbiano come obiettivo primario la “produzione” di reale sapere critico, la “distribuzione” di libera conoscenza, la crescita culturale, sociale e psicologica degli allievi/e, oppure la realizzazione del massimo profitto economico, in un regime di concorrenza spietata?
Probabilmente creare questo tipo di strutture può trasformare in merce l’istruzione.

Ricondurre la scuola in un’ottica aziendale non permette cultura né libera ricerca; in questo modo non si approfondiscono le materie né tantomeno si fonda una ampia e creativa “visione del mondo”, ma si propinano “moduli didattici” che diano un’infarinatura di conoscenze al servizio delle aziende esterne.
E’ possibile che in un simile ambiente si lavori collegialmente o si collabori solidalmente e fraternamente? Oppure ciò porterebbe alla competizione sia tra lavoratori/trici sia tra studenti, al “nascondersi” reciprocamente le conoscenze, al gareggiare contro gli altri “concorrenti” per emergere e scalare posti in “azienda”?

In questo contesto si cala il progetto dell’alternanza scuola/lavoro, ancor più mirato a rafforzare questo processo di adeguazione alla scalata sociale, alla precarietà, alla competizione insana, alla mercificazione dell’istruzione non solo in quanto tale, ma anche delle sue risorse, dei suoi “clienti” , “dipendenti”, “collaboratori”.

Per conoscere e confrontarci su questo tema e per dare voce a chi vive la riforma in prima persona (studenti e lavoratori del settore) vi invitiamo a partecipare all’incontro, in cui tutti potranno offrire riflessioni, esporre esperienze in questi ambiti e/o porre domande al relatore.

Introdurrà la discussione Mauro De Agostini (docente CUB Scuola), vi sarà una proiezione di un breve video inchiesta a studenti sull'Alternanza Scuola-Lavoro nelle scuole di Pordenone. Seguirà Assemblea aperta.

Vi aspettiamo nella saletta del Caffè Municipio!

venerdì 27 maggio 2016

Biologico collettivo solidale

di Monia Andreani tratto da   http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=316
Dalla filiera agricola alle azioni mutualistiche. Il modello partecipativo della Cooperativa Iris

Iris, la cooperativa che cura la terra, le persone, il mondoPane, amore e rivoluzione. La Cooperativa Iris -già nota a tanti consumatori critici per la sua ottima pasta- è molto di più di un’azienda agricola bio nel Parco Naturale dell’Oglio Sud. 
È un’utopia concreta, un modello nato a fine anni Settanta -grazie a nove ragazzi della pianura cremonese, figli di braccianti, manovali, artigiani- che fa cose rivoluzionarie, tenendo fermi i propri 
valori fondativi: proprietà collettiva, prassi libertarie e relazioni di economia solidale. Gli obiettivi di Iris sono ambiziosi: prendersi cura del mondo in termini “integrali” -dalla terra alla politica, dalla scelta del biologico al metodo assembleare delle decisioni-, promuovere la cultura contadina e il lavoro femminile finoad arrivare a costruire una “bioetica del vivere comune”. 
Questo libro ripercorre le tappe fondamentali di Iris attraverso le parole dei suoi soci e del suo presidente Maurizio Gritta, testimoni di 40 anni di storia: la fondazione e l’acquisizione della terra, il salvataggio e il rilancio del vecchio pastificio e dei suoi lavoratori, la filiera etica contadina e la proposta delle azioni mutualistiche; fino a oggi, con la nascita della Fondazione Iris, garante culturale del percorso di Iris e all’innovativo progetto di pastificio ecologico e di eco-villaggio in divenire. 


L'autrice
Monia Andreani è ricercatrice di Etica applicata presso il Dipartimento di Scienze Pure e Applicate dell’Università di Urbino “Carlo Bo”. Insegna Etica del Servizio Sociale presso l’Università di Urbino e Teorie dei Diritti Umani presso l’Università per Stranieri di Perugia. Si occupa di tematiche etiche e bioetiche della cura e dell’ambiente in relazione ai diritti umani fondamentali e al genere. È autrice e curatrice di numerosi libri e articoli. Tra le sue ultime pubblicazioni citiamo “La bioetica con i caregiver. Alleanza terapeutica e qualità della vita”, (in collaborazione), Unicopli, 2015. È inoltre in uscita “Questioni etiche nel caregiving. Contesto biopolitico e relazione di cura”, Carocci, 2016. Sito web: www.moniaandreani.it

Una citazione:

La filiera agricola come eco-sistema. “Iris non si affida al mercato o alla Borsa dei cereali ma mette al centro del contratto agricolo un rapporto economico di reciproco riconoscimento. Uno dei principi di Iris è di non inglobare mai la piccola azienda, ma di porsi in una relazione di mutualità, di sostegno e di promozione del biologico. Di che cosa è fatta la solidarietà in un sistema di filiera come quello impostato da Iris? Si ispira all’osservazione della mutualità che c’è in natura: chi vive a contatto con la terra e gli ecosistemi la conosce per esperienza. (…) L’obiettivo è dunque quello di costituire un rapporto organico tra Iris e la sua filiera, per respirare in modo sincrono: solo così si potranno fare scelte coraggiose in agricoltura e soprattutto si potrà seminare in modo capillare un sentimento di giustizia che a sua volta possa alimentare un principio di uguaglianza sociale e rimettere al centro la mutualità”.

Libro pubblicato in collaborazione con Fondazione Iris e Associazione Solidarietà Libertaria-Centro di Documentazione Franco Salomone


Isbn: 9788865162132, 128 pagine

domenica 10 aprile 2016

APPELLO A PARTECIPARE ALLA PRIMA CONFERENZA NAZIONALE DI NO AUSTERITY

 
Il coordinamento No Austerity organizza a fine maggio la prima Conferenza nazionale per delegati.
La conferenza è aperta a tutte e tutti i singoli o gruppi (sindacati, strutture sindacali, comitati di lotta, associazioni, assemblee territoriali) che pensano sia importante rafforzare l'unità delle lotte.
Proponiamo alla discussione di tutte le realtà che decideranno di partecipare a questo percorso una Carta dei Principi, che potete leggere sul sito.
Sul sito verrà aperta un'apposita sezione dove saranno pubblicati tutti i contributi delle realtà che decidono di partecipare al percorso.
Per ogni ulteriore informazione potete visitare il sito www.coordinamentonoausterity.org o scrivere a: info@coordinamentonoausterity.org
 
Sul sito di No Austerity trovate tutto il materiale per la
Conferenza nazionale del 28-29 maggio a Firenze:
l'appello per la Conferenza, il regolamento per parteciparvi, la Carta dei principi
Clicca qui:
  



 
 
 


L'appello per la Conferenza
NO AUSTERITY SI EVOLVEVerso la Prima Conferenza Nazionale
Firenze 28-29 Maggio 2016
 
No Austerity si evolve, estende e supera la funzione di coordinamento che in questi tre anni ha visto ladesione di tantissime realtà sindacali di lotta, organizzazioni, singoli attivisti, impegnati in tutto il Paese in battaglie coraggiose per diritti e tutele nel mondo del lavoro e contro lesclusione e lemarginazione sociale; battaglie che abbiamo sostenuto con convinzione, contro la violenza del sistema padronale e dei suoi alleati.
 
Abbiamo anche sviluppato solidarietà e collaborazione con le realtà di lotta di tutto il mondo oggi organizzate nella Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e di Lotta, denunciando le politiche di sfruttamento, speculazione e austerità volute dalle oligarchie economiche e finanziarie mondiali.
 
In questi anni non ci siamo fermati alla diffusione e al coordinamento delle vertenze ma abbiamo anche promosso, con grande riscontro e partecipazione, campagne specifiche per il diritto di sciopero e contro gli accordi vergogna sulla rappresentanza, contro la repressione del dissenso.
 
In No Austerity primeggia lattività specifica di difesa dei diritti e delle dignità delle donne, che ha aggregato una componente attiva di compagne, trovando una sintesi nella sua definizione Donne in Lotta. Ci siamo anche schierati al fianco degli immigrati e delle immigrate, sostenendo attivamente le loro battaglie e opponendoci a ogni forma di razzismo.
 
Eppure tutto ciò non basta più: pensiamo che per rafforzare questo percorso occorra un passaggio da coordinamento a soggetto di costruzione e unità della lotta!
 
Rivendichiamo la difesa dei diritti elementari dei lavoratori (salari dignitosi, diritto di sciopero, un equo contratto nazionale), un vero salario minimo garantito per i disoccupati, la difesa dei servizi pubblici (di qualità e accessibili a tutti), la tutela dei beni comuni, del territorio e dei diritti essenziali (casa, salute, scuola, mobilità), ci schieriamo con fermezza contro ogni forma di razzismo, xenofobia e maschilismo; favorendo la massima partecipazione democratica dei lavoratori e degli attivisti, per contribuire collegialmente alla definizione di strategie e obiettivi.
 
Il nostro scopo è la costruzione di un ampio fronte di lotta anticapitalista, per una società senza sfruttamento e ingiustizie sociali; non più dunque un coordinamento di realtà di lotta ma un organismo con propria soggettività e capacità di intervento in ambito sindacale, sociale, civile e politico.
 
In questo percorso il primo compito è la comunicazione: ci confronteremo nei prossimi mesi con lavoratori, studenti, disoccupati, discriminati, utenti, movimenti e organizzazioni, per ricostruire e diffondere la coscienza e lunità di classe, presupposti indispensabili per contrastare labuso sistemico di persone e risorse.
 
Continueremo a batterci per contrapporre lobiettivo fondamentale di unione delle lotte agli scontri egemonici che oggi pervadono il tessuto antagonista sia sindacale che politico, affermando il principio fondamentale che sindacati, partiti, organizzazioni, sono strumenti che devono operare per obiettivi di trasformazione sociale, perseguendo i bisogni primari delle persone, senza mai anteporre l'interesse autoreferenziale di organismi e strutture.
 
Con queste premesse affronteremo la Prima Conferenza Nazionale che si terrà il 28 e 29 Maggio 2016 a Firenze e definirà nel dettaglio obiettivi, modelli organizzativi e identità del nuovo percorso.
 

giovedì 25 giugno 2015

Lunga vita a RiMaflow

Trezzano sul Naviglio ( Milano ) Il 22 giugno vi è stato il consiglio comunale aperto a Trezzano sul Naviglio, per discutere del futuro della fabbrica recuperata RiMaflow dopo una situazione di blocco delle trattative tra Unicredit Leasing, proprietaria dello stabile, cooperativa RiMaflow e un Comune che, come ci è stato raccontato durante l’incontro organizzato nei nostri spazi, mancava della consapevolezza della crisi e della difficoltà dei lavoratori licenziati dalla precedente proprietà. Dopo un periodo lungo di attesa è stata raggiunta la firma praticamente unanime delle rappresentanze istituzionali (PD, FI, LN, M5S) per chiedere alla Magistratura l’archiviazione delle denunce penali e al sindaco di ritirare le sanzioni amministrative che avevano colpito, in modo fin troppo razionale e molto poco umanità, i lavoratori, non esistendo più le ragioni che le avevano prodotte. Ai lavoratori era stato chiesto di porre fine a tutto ciò che era commerciale e che portava un reddito alle famiglie dei lavoratori (per esempio il mercatino dell’usato). Dal Consiglio comunale i lavoratori sono riusciti a offende il permesso di utilizzare parcheggi comunali per il Mercatino, dunque potranno vedere il futuro un po’ più roseo. Adesso manca solo la firma di Unicredit Leasing per un comodato d’uso gratuito in 12 + 6 mesi dalla firma del protocollo. Noi ci auguriamo che RiMaflow possa continuare a vivere con le proprie gambe e in autogestione ma vogliamo consigliare i lavoratori a stare sempre attenti alle scelte da fare in futuro perchè non vengano utilizzati da partiti, singoli politici, sindacati per campagne elettorali o per ripulirsi un abito fin troppo compromesso. La difesa del proprio futuro dipende da noi stessi e non possiamo permettere ad altri di lucrarci sopra. Spazio Libero Utopia http://utopiagenova.noblogs.org/post/2015/06/25/lunga-vita-a-rimaflow/

giovedì 20 novembre 2014

Autodifesa digitale, autogestione in rete e lotte sociali!

LETTURE CONSIGLIATE http://www.autistici.org/it/who/book.html http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/9333-19-ottobre-crypt-r-die http://www.infoaut.org/index.php/blog/clipboard/item/8216-prism-break-crypto-ammo-for-the-masses http://ctrlplus.noblogs.org/post/2014/06/27/la-frontiera-elettronica-che-vive-nel-mondo-sommerso/

martedì 3 giugno 2014

APPELLO CONTRO LICENZIAMENTI, CHIUSURE, DELOCALIZZAZIONI, E PRECARIETÀ LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI!

compagni stiamo raccogliendo adesioni e partecipazione a questo appello che al momento e ristretto alla lombardia... per info 3494906191 mandateci tante adesioni di rsu e comitati di lotta APPELLO CONTRO LICENZIAMENTI, CHIUSURE, DELOCALIZZAZIONI, E PRECARIETÀ LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI! La condizione generale delle lavoratrici e dei lavoratori nel nostro paese peggiora di giorno in giorno. Il Renziano job act è un ulteriore colpo alle nostre condizioni di vita e di lavoro. La precarietà assoluta è sempre più diffusa e le aziende dove ancora esiste il contratto a tempo indeterminato chiudono, licenziano e delocalizzano. I PADRONI si scannano tra di loro per accaparrarsi mercati e guadagni, ma sono, assieme ai loro governi, UNITI contro i lavoratori. Ormai lo dicono spudoratamente: per massimizzare i profitti bisogna tagliare il costo del lavoro. Sempre più precari, sempre più sfruttati e con sempre meno diritti. Questa è l’essenza dell’europea austerity. È chiaro che continuano a proseguire su questa strada indisturbati perché siamo divisi. Ognuno fa la sua lotta nella propria azienda, nel proprio comparto, nel proprio piccolo o grande sindacato. DOBBIAMO ROMPERE CON LE DIVISIONI E COSTRUIRE L’UNITÀ SEMPRE PIÙ ESTESA DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI. A Milano e in tutta la sua provincia ci sono centinaia di vertenze e lotte in corso. I metalmeccanici della Marcegaglia, della Jabil, e dell’Alcatel, i precari del comune di Milano, i facchini delle cooperative della grande distribuzione, i postali e tante altre. Crediamo sia giunto il momento di costruire un GRANDE MOVIMENTO PER IL LAVORO, IL SALARIO, IL REDDITO, I DIRITTI. Crediamo che questo movimento debba essere promosso e diretto dalle lavoratrici e dai lavoratori che queste lotte le stanno portando avanti con sacrificio e determinazione. Dobbiamo prima di tutto organizzare una giornata di mobilitazione comune di tutte le lotte in corso, sia nei luoghi di lavoro e sia nel territorio (contro EXPO - contro la TAV ecc). Per organizzare questo percorso ci AUTOCONVOCHIAMO in una assemblea di tutte le lotte. Il 7 giugno a Sesto san Giovanni, nello storico viale della Breda all’altezza dei cancelli della Marcegaglia Buildtech e dell’ex presidio Mangiarotti Alle ore 17. IL PRESENTE È LOTTA MA IL FUTURO È NOSTRO! PROMUOVONO: Comitato Autoconvocato di Lotta Marcegaglia – coordinamento lavoratori CUB Pirelli – Comitato di lotta precari comune di Milano RSU CUB gruppo gesafin spa, RSA fast dussman spa, RSA iscot appalti ferroviari -

MILLE BARILI DI PETROLIO NON VALGONO - manifesto della Rete Appulo-Lucana SALVA L'ACQUA

Il petrolio “non ce lo beviamo” MILLE BARILI DI PETROLIO NON VALGONO UN SOLO BICCHIERE D'ACQUA Cittadini e movimenti pugliesi e lucani per salvare l'acqua dalle trivelle La Rete Appulo-Lucana SALVA L'ACQUA, promossa dal Comitato Pugliese Acqua Bene Comune alla quale hanno aderito associazioni e cittadini pugliesi e lucani, sensibili al tema dell’acqua pubblica e di qualità, esprime solidarietà alle popolazioni lucane e si mobilita per la difesa dei territori dagli interessi dei petrolieri. La Lucania e in particolare la Val d’Agri con l’invaso del Pertusillo, ospita alcuni dei bacini imbriferi più importanti per gli approvvigionamenti d'acqua di Puglia. È da questi luoghi che parte un allarme legato alle attività di trivellazione ed estrazione ed al conseguente rischio di inquinamento. Le immagini mostrano in modo chiaro cosa sta accadendo oggi in Basilicata. Se in tutte le aree gialle si autorizzassero le “ricerche” (leggi trivellazioni) si ridurrebbe la Lucania ad una immensa gruviera. La mobilitazione su questo fronte nasce sulla scia delle indagini effettuate dalla Prof. Albina Colella, (Ordinaria di Geologia e Sedimentologia, dell’Università di Basilicata) che evidenziano la presenza di metalli ed idrocarburi, nelle acque stesse e nei sedimenti del Pertusillo. A questa è seguita una denuncia all’UE da parte di comitati, associazioni e cittadini della Basilicata e della Calabria. Acqua, Aria e Suolo sono minacciati da ulteriori trivellazioni, e ciò con grave pericolo per ogni forma di vita, se è vero che con l’estrazione o la separazione del gas dal petrolio si immettono nell’aria idrogeno solforato ed altri pericolosi inquinanti; se è vero che nel sottosuolo si disperdono fanghi contaminati; se è vero che le sostanze chimiche utilizzate per perforare restano nel terreno e si infiltrano nelle falde acquifere, inquinandole in maniera irreversibile (l’opera di estrazione necessita di molta acqua pompata ad alta pressione e miscelata a idrocarburi, composti organici, metalli, sali e altre sostanze chimiche di lavorazione); se è vero che le acque utilizzate per l’estrazione (considerate “rifiuti speciali”) sono talvolta immesse nei pozzi di re-iniezione, ossia nei pozzi già esauriti; se è vero che la rete degli oleodotti che si collegano al centro di raffinazione è esposta all’effetto corrosivo di agenti chimici e atmosferici con il rischio di riversamento del petrolio nel terreno e nella falda; se è vero che la discontinuità tettonica del sottosuolo lucano determina la circolazione idrica sotterranea fra le varie falde, nonché gli scambi fra le falde e i fiumi. Se tutto ciò è vero, come denunciano da anni i movimenti NO TRIV, allora sono comprensibili le forti preoccupazioni per scenari disastrosi. Nel 2013 la Basilicata ha fornito 4 milioni di tonnellate di petrolio, appena il 2,5% del consumo nazionale di energia ed il 6,6% del consumo nazionale di petrolio (diminuito del 35% negli ultimi 20 anni). La produzione Lucana è destinata ad esaurirsi a breve: «Il rapporto fra le sole riserve certe e la produzione annuale media degli ultimi cinque anni, indica uno scenario di sviluppo articolato in 7,2 anni per il gas e 14 per l’olio» (fonti ministeriali 2012). La logica del profitto selvaggio, protetta dallo Stato, minaccia in modo drammatico e irreversibile la vita di milioni di uomini, di miliardi di animali e piante. I predatori del petrolio sono incuranti dell’inquinamento del bene comune più prezioso, che coincide con la vita, il bene comune per eccellenza, l’ACQUA. La Rete Appulo-Lucana SALVA L'ACQUA vuole divulgare queste ed altre informazioni per una più ampia mobilitazione anche in Puglia, unica strada per costringere gli Enti locali ad applicare il principio della precauzione, inopinabile visto che parliamo di un elemento vitale come l’acqua. Perché si scrive salva l’acqua e si legge salva la vita _______________________________________________ La Rete Appulo-Lucana SALVA L'ACQUA, promossa dal Comitato Pugliese Acqua Bene Comune alla quale hanno aderito associazioni e cittadini pugliesi e lucani, sensibili al tema dell’acqua pubblica e di qualità, esprime solidarietà alle popolazioni lucane e si mobilita per la difesa dei territori dagli interessi dei petrolieri.

venerdì 29 novembre 2013

Cosa significa radicare il diritto alla casa nella lotta di classe

Quando si prende in considerazione la creazione di una "Zona No Sfratto", ricordiamoci che si tratta solo di uno strumento simbolico in un percorso basato sulla lotta di classe. La tradizione anarchica ed antiautoritaria ha le sue radici non in una teoria astratta ma in un intervento concreto sul terreno. Questo spesso si esprime in una sorta di reazione alle esperienze vissute; un modo di sintetizzare una teoria pragmatica estratta e ricavata da tentativi ed errori. David Graeber fa notare che questo aiuta a separare la scuola di pensiero anarchica da quella marxista, confontando le diversità teoriche sul piano della diversità della prassi. “Ci sono gli anarco-sindacalisti, i comunisti-anarchici, gli insurrezionalisti, i cooperativisti, gli individualisti, i piattaformisti…nessuno dei quali deve il proprio nome ad un Grande Pensatore; invece, tutti devono il loro nome ad un qualche tipo di prassi, o più spesso, a principi organizzativi. Agli anarchici piace differenziarsi in base a quello che fanno, ed a come organizzarsi per riuscire a farlo.” (1) Questo è il fondamento che in realtà distingue il carattere rivoluzionario dell'anarchismo dalle varie correnti ideologiche che cercano di sovvertire il sistema: è lo sforzo di realizzare un movimento ed un mondo per come potrebbe essere. L'anarchismo, col suo incentrarsi sull'azione diretta e sulla democrazia diretta, ritiene che i metodi per combattere le gerarchie e per sviluppare la rivoluzione siano esattamente gli stessi sistemi sociali che si dovrebbe porre in essere una volta che gli ostacoli maggiori siano stati rimossi. I metodi per realizzare un mondo nuovo dovrebbero essere le istituzioni intrinseche della società liberata. Le politiche prefigurative intervengono direttamente in questa teoria della prassi relativamente alla nostra capacità di sviluppare ampie lotte e di costruire quelle contro-istituzioni in grado di porsi come modello del futuro sistema sociale. L'assemblea di quartiere, i sindacati degli inquilini, i sistemi di mutuo appoggio che possono difendere i quartieri durante le azioni anti-sfratto possono piantare i semi per un sistema in cui il controllo sugli alloggi possa essere in futuro mantenuto dalla comunità. Questo può spesso indurci ad andare anche oltre, come a dire che le nostre tattiche possono diventare istituzioni salde in sè e per sè dal momento che sono utili alla creazione di questa forza controculturale. Il problema della tattica, però, come spesso sostiene Noam Chomsky, è che essa da sola non basta per creare movimenti. Il paradosso che spesso emerge quando pensiamo al nostro progetto organizzativo, ora, nel prefigurare la società del futuro sta nel fatto che la nostra politica odierna esiste in gran parte come performance, in cui spesso abbiamo a che fare con degli assoluti relativi. Un esempio di questo è l'azione difensiva contro i pignoramenti, in cui il termine Zona No Sfratto è stato spesso usato tatticamente. L'idea in questo caso è che noi attribuiamo un parametro pre-impostato in una città con magari un'alta densità di famiglie colpite dagli sfratti. Dichiariamo quest'area “off limits” per gli sfratti e per sgomberi forzosi, cercando di creare in quei quartieri legami di solidarietà talmente forti da rendere letteralmente difficile per le banche passare a sfratti esecutivi su certi caseggiati. Questo progetto è spesso associato a vari slogan che evocano comunque la fine degli sfratti. Questo linguaggio risoluto è un grande segnale per scoraggiare i proprietari di case, ma non riflette la realtà di come funziona un quartiere sano. Per quanto possa essere difficile da dire per chi sta nei movimenti anticapitalisti, bisogna mettere in conto che ci possano essere persone che dovrebbero semplicemente essere sfrattate. In qualsiasi quartiere ci saranno dozzine di case di proprietà di costruttori che si rifiutano di pagare le tasse. Gli sfratti e gli sgomberi forzosi apparariranno logici per quasi tutti nel quartiere, specialmente se parliamo dei signori dei bassifondi sfitti che conducono una vita isolata da alta borghesia. In secondo luogo, ci sono numerose situazioni in cui le persone di un quartiere possono creare situazioni pericolose per gli altri abitanti. Violenze domestiche, problemi di droga, ed un insieme di coercitive relazioni sociali possono creare situazioni problematiche che trasformano interi quartieri in zone alienate dove non si riesce a trovare un fertile spazio sociale. Ci sono una serie di motivi per cui una comunità potrebbe giungere a chiedere a qualcuno di andarsene, anche se la cosa non è inquadrabile in termini di sfratto. Anche sotto il massimo controllo di base, questo principio del “no sfratto” non riesce ad assurgere ad assioma universale che potrebbe stare dietro in ciascuna ed in ogni situazione. Una comunità dovrebbe essere in grado di giungere tutta insieme alla richiesta che uno stupratore od un militante fascista debbano andarsene ad ogni costo. Questo tipo di slogan, sebbene siano incredibilmente utili nel creare delle parole d'ordine nel corso di una campagna di mobilitazione, portano anche a confondere i valori con le tattiche. Tatticamente, stiamo dichiarando un'area come zona no-sfratto. I valori che guidano questa campagna, tuttavia, vanno molto più in profondità di un semplice ostacolo giuridico. Nei nostri quartieri, gli sfratti riflettono sempre una disuguaglianza di classe, e non una rimozione forzosa perchè la presenza di quella persona è diventata fonte di insicurezza o perchè ha minato in qualche modo la fiducia reciproca nella comunità Gli sfratti riflettono l'incapacità di una persona di vivere al livello economico che gli viene richiesto, che non c'entra nulla con una sorta di incapacità morale. La resistenza agli sfratti non sta nello sfratto in sè, ma nella profonda iniquità di base che esso rappresenta nella nostra vita sociale. Lo sfratto è uno strumento dello sfruttamento di classe, e nello scontrarci con questa evenienza lo usiamo come un'arena per sviluppare lotta di classe. Gli sfratti diventano collaterali ad un più ampio ventaglio di forme intersecantisi di oppressione e di attacchi portati dalle istituzioni di classe dominanti. E' facile rendersi conto anche vagamente che esiste una disuguaglianza di classe nella società, ma ci deve essere uno specifico in cui affrontarla. La lotta per la casa è una diretta manifestazione dell'antagonismo di classe, e perciò la resistenza agli sfratti diviene un fronte in cui contrastare la logica di questo rullo compressore capitalista. I pignoramenti sono frutti maturi per il raccolto, dato che le banche non vogliono più giocare col trucco: ora semplicemente vengono e si prendono quello che vogliono. Lo scopo qui, come per qualsiasi movimento che voglia veramente spingere per una nuova impostazione delle relazioni sociali, è quello di paralizzare le attuali istituzioni di classe e spingere verso qualcosa di più umano con cui sostituirle. Le istituzioni popolari sotto il controllo della comunità possono del resto venire incontro ai bisogni delle persone di qualsiasi strada, molto meglio delle lama affilata di una banca commerciale, e l'unico modo per farlo è spogliare del loro potere coloro che oggi ne hanno il controllo. La loro forza proviene dalla loro capacità di dichiarare la proprietà, di ottenere il supporto della polizia, di costringere le persone a subire uno sfratto. Finchè iniziamo a dire di no. Finchè iniziamo a dire: noi non ce ne andiamo. Il problema qui non sta nell'uso di un tipo di linguaggio assolutistico, dato che è questo tipo di retorica che poi fa vincere le campagne. Il problema reale si forma quando le persone fondano una cultura ed una prassi al di là dello scopo della singola campagna piuttosto che sui valori che vi stanno dietro. L'intervento per una Zona No-Sfratto è utile solo nella misura in cui porta a lottare contro la classe dei banchieri e per creare contro-istituzioni che abbiano la capacità di aprire nuove possibilità. Altrimenti si tratta solo di opere di carità o di mettere un cerotto su una ferita sociale aperta. Noi siamo per mettere fine agli sfratti usati come strumento volto a colpire una classe sociale, come mezzo per rompere la stabilità delle famiglie e per diffondere la paura di finire in mezzo ad una strada, o come un metodo per distruggere i quartieri. Tutte cose che sono in netto contrasto con la funzione che hanno gli alloggi oggi. Da cui possiamo iniziare a creare una visione di lungo termine che si proietti al di là delle campagne individuali e che abbia la capacità di creare quel mondo che immaginiamo durante lunghe riunioni ed iniziative di quartiere. E' in questi momenti che possiamo cogliere uno scorcio di cosa potremmo costruire semplicemente a partire dal calore e dalla solidarietà tra vicini di casa, e cosa potrebbe succedere se puntiamo ad un crepa nel sistema e decidiamo di prenderlo a picconate. Note (1) Graeber, David. Fragments of an Anarchist Anthropology (Chicago: Prickly Paradigm Press, LLC), 5. (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali) Link esterno: http://libcom.org/blog/whats-name-grounding-housing-jus...92013

venerdì 11 ottobre 2013

18 ottobre 2013 SCIOPERO GENERALE SOCIALE !

Cub,Cobas , USB , UniCobas ,CIB-UniCobas , Or.S.A. , Slai-Cobas , Anmi-Fenepa , Usi , Usi - Ait ed altre organizzazioni sindacali di base e associazioni migranti hanno proclamato lo sciopero generale di 8 ore per venerdì 18 Ottobre di tutti i lavoratori del privato e del pubblico impiego. Lo sciopero generale è indetto: contro le politiche di austerità del governo Letta; per·l'aumento di salari e pensioni, la riduzione dell'orario di lavoro; per i diritti sociali (reddito, casa, lavoro,·salute, studio); per una legge democratica sulla rappresentanza; per pari diritti per i lavoratori migranti, contro la tassa di soggiorno e il rapporto tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. E' bene che lavoratori, disoccupati e pensionati non si lascino ingannare dal clima di consenso intorno al governo Letta e ai provvedimenti che intende adottare. Nelle prossime settimane il governo presenterà la Legge di Stabilità – dopo che verrà vagliata dai tecnocrati dell'Unione Europea. In questo provvedimento ci saranno misure ancora una volta penalizzanti per lavoratori e settori popolari e vantaggiose per le banche e i “prenditori”. 1) Il cuneo fiscale è un vero inganno. Dei miliardi stanziati per ridurre imposte e contributi sul lavoro, la gran parte andranno ai padroni e solo le briciole ai lavoratori. Se va bene si parla di duecento euro l'anno (praticamente 16,6 euro al mese, 55 centesimi al giorno) di riduzione delle tasse sugli stipendi! Mentre l'Istat comunica i dati sull’ulteriore diminuzione del potere d'acquisto di salari e pensioni si regalano soldi alle imprese e si lasciano i salari fermi di fronte all'aumento dei prezzi incattiviti anche dall'aumento dell'Iva. 2) Gli stipendi dei lavoratori pubblici continuano a rimanere bloccati dal 2009 e lo saranno sino al 2017, mentre nel settore privato assistiamo ad un abbassamento reale delle retribuzioni con paghe che in molti casi sono scese a 5 euro l'ora per i giovani e i precari. 3) Il balletto sull'Imu fa prevedere una sua possibile reintroduzione – non solo per le abitazioni di lusso - perché frutta quei miliardi che non vengono sottratti agli evasori, alle spese militari, alle società che gestiscono il gioco d'azzardo e le slot machine. Possiamo scommettere che torneranno alla carica con il pretesto che “ce lo chiede l'Unione Europea”. 4) Da dicembre sarà maggiorata la Tares, imposta sulla gestione rifiuti. Da gennaio dovrebbe poi entrare in vigore la Service Tax, una supertassa comunale che incorporerà Imu e Tares. 5) La disoccupazione giovanile sfiora ormai il 50% e due giovani su dieci hanno rinunciato sia a studiare che lavorare. Non ci sono idee né progetti per ridurre una piaga sociale che rischia di diventare devastante per il futuro del paese. 6) Gli sfratti stanno dilagando, anche nelle città dove non è mai esistita l'emergenza abitativa. In moltissimi casi si tratta di “morosità involontaria” dovuta al licenziamento o alla perdita del lavoro in moltissime famiglie. 7) Stanno svendendo alle multinazionali straniere e per un piatto di lenticchie aziende strategiche come Telecom e Alitalia che dovrebbero essere servizi pubblici e beni collettivi e non società privatizzate in mano a speculatori. C'è qualcuno che ha il coraggio di dire che di fronte a tutto questo occorre rimanere zitti, fermi e buoni? Si! Sono i sindacati amici del governo come Cgil Cisl Uil, la Confindustria, le banche e l'Unione Europea che vogliono avere mano libera per rastrellare soldi da lavoratori e pensionati e destinarli ai grandi gruppi bancari, alle spese militari, alle multinazionali, ai “prenditori”. Ci sono quindi ottimi motivi per scioperare, scendere in piazza e farsi sentire, indicare altre priorità per i lavoratori, i disoccupati e i pensionati nel nostro paese. Venerdì 18 ottobre è SCIOPERO GENERALE. Fermiamoci per fermarli!

martedì 23 luglio 2013

Il fallimento non sindacabile di Napolitano - di Giorgio Cremaschi R28A

Il 23 giugno del 2011 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un indirizzo all'assemblea della Confcommercio, poneva come priorità la riduzione del debito pubblico e a tal fine la rigorosa applicazione dei vincoli europei. Allora il debito era pari a circa il 120% del PIL. Dopo due anni di politiche di austerità in applicazione dei vincoli europei, attuate da governi promossi e sostenuti dal Presidente della Repubblica, il debito pubblico è al 130 del PIL, quasi 150 miliardi in più. (...)


Questo dato è accompagnato da un milione e mezzo di disoccupati in più, dal calo brutale dei redditi e dei consumi, da una crisi che non accenna minimamente a finire, contrariamente alle chiacchiere di Visco e Saccomanni. La stessa caduta dello spread e degli interessi perde effetto di fronte alla crescita complessiva del debito. Unico dato positivo la Borsa, dove la speculazione ha fatto plusvalenze del 30 %, nonostante la caduta della economia reale, creando così le premesse per una nuova bolla pronta ad esplodere.

Se Giorgio Napolitano fosse formalmente il capo del governo, un simile clamoroso fallimento rispetto ai suoi stesi propositi lo porterebbe a dover rendere conto. Ma come, imponi duri sacrifici per ridurre il debito, e poi il debito aumenta? Quale capo del governo potrebbe continuare tranquillamente di fronte ad una tale smentita delle sue scelte?

Ma Giorgio Napolitano, non è il capo del governo, è il Presidente della Repubblica che rappresenta l'unità della nazione. Le sue responsabilità non esistono, anche se tutti sappiamo che Monti e Letta hanno governato e governano in virtù del sostegno esplicito e a volte brutale del Quirinale.

Ma non è finita qui, perché tutte le istituzioni politiche italiane a loro volta fanno derivare le loro decisioni economiche dai vicoli europei.

Il 4 agosto del 2011 Draghi, allora governatore della Banca d'Italia, e Trichet, allora presidente della BCE, inviarono al governo Berlusconi una lettera che definiva quasi in dettaglio il programma delle politiche di austerità. Tremonti, Monti e Letta hanno seguito scrupolosamente quel copione. A cui si sono aggiunti gli ulteriori vincoli del FIscal Compact e del pareggio di bilancio costituzionalizzato. Tutti sostenuti con la massima forza dal presidente Napolitano.

Il parlamento e i principali partiti di governo, ma anche quelli comunque legati al carro del centrodestra e del centrosinistra, hanno solo potuto ratificare decisione già prese e imposte in altre sedi.

Così, mentre il teatrino del nulla dei partiti imperversa nel circuito mediatico, le decisioni vere sono assunte e sostenute da sedi formalmente irresponsabili. Non vorremo mica uscire dall'Europa, non vorremo mica infrangere l'unità della nazione!

Il Parlamento, unico responsabile di fronte ai cittadini, diviene in realtà privo di responsabilità, non può decidere neppure sugli F35, ha ricordato recentemente il Quirinale. E il presidente del Senato ha fermamente rimbeccato un senatore 5 stelle che va a accanato al ruolo del Capo dello Stato

La nuova legge di bilancio questo autunno sarà varata da un parlamento privo di potere, perché la Commissione Europea potrà intervenire e cambiare le poste, se queste non corrisponderanno ai vincoli del fiscal compact e di tutti gli altri patti europei per l'austerità.

Così questa politica fallimentare andrà avanti perché i suoi veri titolari, la Troika europea ed i Presidente della Repubblica, sono formalmente insindacabili.

Su questa finzione istituzionale affondano l'economia e la democrazia del nostro paese.

È bene allora che le mobilitazioni che finalmente si annunciano per l'autunno si rivolgano non solo verso il governo e i suoi impresentabili partiti, ma verso chi sopra di loro, in Italia ed in Europa, ha preso le decisioni che ci han portato a questo disastro.



giovedì 18 luglio 2013

TAKSIM E TAHRIR: DUE MONDI DIVERSI MA CON PUNTI IN COMUNE - di Pier Francesco Zarcone


Piazza Taksim



Due piazze simboliche che da più o meno tempo riempiono la cronaca dei giornali, sono simboli di due mondi diversi, ma con dei punti in comune. La Turchia e l’Egitto differiscono per cultura, mentalità, lingua, storia, regime al potere, collocazione geografica (Eurasia, da un lato, Nordafrica dall’altro), attività economiche prevalenti, aspirazioni politiche ecc. E il comune islamismo sunnita non ne fa per niente un tutt’uno. Tuttavia è individuabile un legame fra le due piazze al di là del mero dato formale della rivolta popolare e di massa contro i rispettivi regimi dominanti. In primo luogo vediamo ciò che divide.




Piazza Taksim non è piazza Tahrir





a) Piazza Taksim

Evitiamo di parlare di “primavera” turca, luogo comune ormai stucchevole e che comunque non esprime nulla di significativo. Se proprio si volesse trovare un’espressione folgorante e riassuntiva, allora di gran lunga meglio sarebbe quella usata da Deniz Gücer in un articolo pubblicato il 13 giugno dal quotidiano di Istanbul Vatan (patria): “nuova Turchia contro vecchia Turchia”. Questa dicotomia, infatti, porta subito alle radici sociali e psicologiche che hanno fatto scendere nelle strade turche una quantità impressionante di giovani disposti ad affrontare la brutale reazione della polizia. Prima di procedere, tuttavia, s’impone una precisazione: parleremo di fenomeni e questioni attinenti solo alla gioventù urbana. Il discorso, se spostato alle campagne, non vale più.





Se per comodità di esposizione ci limitiamo a ricordare che in Turchia – come in ogni sistema economico capitalistico povertà e disoccupazione non mancano affatto, e anzi sono fisiologiche – non si può negare che durante il decennio di governo di Erdoğan e del suo partito il paese economicamente e socialmente abbia compiuto notevoli passi avanti rispetto al prima. Questo dato si riflette nella gioventù che è scesa a protestare nelle strade: una gioventù con una forte percentuale di scolarizzazione, con una buona percentuale di studenti universitari e una quantità di persone che già dispongono di un lavoro. In sintesi, una gioventù senz’altro con problemi per il futuro, ma nulla a che vedere con la condizione sociale media del mondo arabo. La Turchia nell’insieme non è solo ponte fra Europa e Asia (come dice il luogo comune) ma anche (seppure lo si dimentichi sempre) periferia orientale dell’Europa, al pari della Grecia, tuttavia senza i gravi problemi economici di quest’ultima.

Il citato Deniz Gücer nello stesso articolo ha sostenuto che la gioventù della protesta “non ha preoccupazioni per quanto riguarda il suo futuro economico”. Sia lecito dissentire, almeno in parte. Un recente rapporto dell’Unpd sulla gioventù turca nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni traccia un quadro che forse non contraddice del tutto la tesi di Gücer, tuttavia la ridimensiona. È meglio attenersi a esso. Risulta che in un paese di circa 75 milioni di abitanti almeno 23 milioni sono giovani e che il paese si trova in una fase di transizione demografica, poiché sta diminuendo il numero complessivo di abitanti, ma cresce la popolazione in età lavorativa. Nell’arco di un quindicennio ciò dovrebbe fornire ai giovani sempre migliori possibilità, a parità di situazione.

Il 30% della popolazione giovanile è fatta di studenti, e un altro 30% lavora. Meno belle sono le prospettive per il restante 40%. Esistono 3 milioni di giovani detti “invisibili”, e di essi 2 milioni e 200.000 sono donne che né lavorano né studiano; circa 650.000 sono disabili; 300.000 hanno perso la speranza di trovare un lavoro e ne hanno abbandonato la ricerca; circa 2.000 comprendono quanti sono diventati delinquenti, i ragazzi e bambini di strada fuggiti di casa o sono diventati preda del traffico di persone.

Meno avvantaggiate dei maschi sono le giovani, vuoi per condizionamento socio-famigliare, vuoi per le obiettive condizioni economiche delle famiglie: tutto questo le costringe esclusivamente al lavoro domestico. Ciò si riflette sulle percentuali scolastiche: nella scuola primaria (8 anni obbligatori) il tasso di scolarizzazione femminile è dell’87% a fronte del 92% di quello maschile; nella scuola secondaria il divario aumenta, essendo rispettivamente del 51% e del 61%; mentre quasi si azzera nella università, dove le percentuali sono rispettivamente del 17% e del 18%.

Va comunque detto che la scolarizzazione non è una garanzia assoluta di prospero futuro, giacché non esistono collegamenti fra mondo scolastico e mondo del lavoro, cosicché spesso si esce dalle scuole professionali o dai licei senza una preparazione corrispondente alla gamma di richieste di lavoro esistenti. L’insufficienza della preparazione scolastica diventa palese in ordine all’accesso alle università; ed è per questo che sono nate le derşane, i costosissimi corsi privati per la preparazione al difficile esame di ammissione all’università (nel 2007 vi hanno partecipato 1.600.000 studenti e solo un quarto l’ha superato).

Rilevazioni compiute in Turchia parlano di una gioventù sostanzialmente priva di legami con i partiti politici esistenti, ma non apolitica, giacché reclama maggiore democrazia e soprattutto maggiore libertà. Libertà di pensiero e soprattutto di stili di vita, contro il bigottismo nei costumi che il governo islamico vuole imporre a tutta la società, contro l’intento di Erdoğan di voler educare generazioni di giovani devoti, contro la repressione sulla libertà di stampa e contro il patriarcalismo ancora dominante nella società turca. Una lotta anche per il rispetto delle diversità e della dignità di quanti compiono scelte non conformi agli schemi di una certa ortodossia islamica e che pur sempre devono godere dello status di cittadini.

Le rivendicazioni salite dalle piazze e dalle strade turche, infatti, sono essenzialmente rivendicazioni politiche, contro il deficit di democrazia e gli abusi di potere. A quest’ultima categoria appartiene, per esempio, la recente legge contro il consumo di alcolici nei locali pubblici dopo una certa ora: in Turchia non esiste un problema serio di alcoolismo e l’80% della popolazione non beve affatto alcoolici. In realtà il problema è un altro: è la volontà di Erdoğan di fare quella che il prof. Cengiz Aktar, dell’Università di Istanbul Bahçeşehir ha definito “ingegneria sociale”; cioè a dire, Erdoğan vuole che la gioventù viva come dice lui, secondo i suoi parametri islamici, che obbedisca zitta e buona. È proprio vero che in Turchia il processo di democratizzazione non ha mai seguito un cammino lineare, in fatti esiste un detto turco per cui questo processo fa sempre due passi avanti e uno indietro. In definitiva in quel paese non è tanto in ballo l’esistenza del governo dell’Akp quanto e soprattutto l'incapacità di Erdoğan a comprendere la nuova Turchia, accecato com’è dalla sua visione manichea che vede ovunque complotti laicistici e non sopporta dissensi.

Questa gioventù ha dimostrato che nel corso degli ultimi anni si era formata una Turchia diversa e non prevista: infatti, chi avrebbe mai pensato che un giorno la polizia antisommossa sarebbe stata più impegnata a Istanbul, Ankara, İzmir, Trebzon, invece che nella curda Dyarbakir? Oppure che un giorno si sarebbero incontrati a manifestare e ballare nella stessa piazza elettori delusi dell’Akp di Erdoğan, signore di mezza età che hanno votato per il kemalista Chp e curdi del Bdp?

Per il momento l’economia resta solo sullo sfondo, pur con il suo rallentamento rispetto all’ottimo biennio 2010-11. Tuttavia essa dipende dall'afflusso di capitali dall'estero e deve fare i conti con la recessione nella maggior parte dei paesi dell'Unione Europea. Va però detto che il prolungarsi delle agitazioni produrrà l’effetto di scoraggiare gli investitori col rischio di incidere negativamente sulla prevista crescita del 3,5% per l’anno in corso. Nel clima politico attuale le elezioni comunali a marzo del prossimo anno, alle quali seguiranno le presidenziali, magari precedute da un referendum costituzionale, e infine le elezioni legislative dell’estate 2015 potranno dare luogo a tensioni e proteste ulteriori. E allora anche l’economia sarà in primo piano.







Piazza Tahrir



b) Piazza Tahrir

Del tutto opposta la situazione dei giovani egiziani scesi a dimostrare contro Morsi con il movimento Tamarod, i laici e i musulmani non facenti capo alla Fratellanza. Si tratta di una gioventù disperata e senza futuro per la quale – scolarizzata o no – gli unici sbocchi sono disoccupazione, precariato ed emigrazione. La dirigenza che ha preso il potere dopo la caduta di Mubarak, ha manifestato la piena continuità col regime precedente, nel senso di non fare nulla per cambiare una situazione disastrosa. Solo un esempio: in un paese che ha nel turismo una fonte di introiti importantissima, da cui anche le famiglie dei venditori ambulanti di chincaglierie traggono di che vivere, tutto questo comparto è rimasto abbandonato a se stesso per le remore moraleggianti dei musulmani ortodossi verso le contaminazioni portate dagli “infedeli”, di modo che oggi l’afflusso turistico si concentra sui villaggi-vacanze e sugli alberghi del Mar Rosso (peraltro in una penisola del Sinai sempre più pericolosa): niente più Cairo, Museo Egizio, Piramidi e crociere sul Nilo. Quanti vi lavoravano e le relative famiglie sono ora a spasso.

Inoltre, nel suo barcamenarsi opportunistico Morsi, per compiacere gli Stati Uniti (e conseguentemente Israele) nel suo anno di presidenza non ha nemmeno riaperto il valico di Rafah, che collega Egitto e Gaza, e attraverso cui un ingente traffico di merci avrebbe potuto essere movimentato, a tutto vantaggio sia della popolazione dell’isolata striscia di Gaza, sia dello stesso Egitto.

La Turchia ha, certo, i suoi problemi specifici e un tasso di corruzione tradizionalmente elevato (la parola bakshish - mancia, tangente – è ugualmente araba e turca). Tuttavia nell’insieme non può dirsi che si distacchi in modo anomalo da quanto accade anche nei paesi europei mediterranei. In Egitto, invece, la cosa assume proporzioni abnormi, radicate a tutti i livelli e questo blocca le possibilità di inserimento dignitoso e di sviluppo delle nuove generazioni. È sufficiente accostarsi alla letteratura egiziana contemporanea per avere un quadro che fa mettere le mani nei capelli.

La Fratellanza Musulmana ha creato organizzazioni meramente caritatevoli e assistenziali; tanta gente si accontenta di ciò; ma tanta gente e tanti giovani vorrebbero qualcosa di ben diverso e sono disposti, per averlo – o per mantenere la speranza di averlo – anche al ritorno in campo dei militari. Si noti che invece i manifestanti nelle strade turche non hanno chiesto un nuovo golpe militare, bensì hanno indirizzato le loro istanze al governo civile. Che quest’ultimo sia rimasto sordo, è altra questione. Comunque c’è da dubitare che un golpe contro Erdoğan produrrebbe le stesse manifestazioni di entusiasmo ed euforia che abbiamo visto a piazza Tahrir.

In Egitto, paese di circa 80 milioni di abitanti, il 40% è costituito da persone fra i 10 e i 29 anni. In un rapporto dell’Ufficio Egiziano dell’Unpd, pubblicato nel 2010, è stato messo in rilievo l’importanza di scolarizzazione e cultura ai fini del miglioramento anche materiale della condizione giovanile, in un paese in cui meno del 4% del Pil viene destinato all’istruzione e ben un terzo delle coppie sposate sotto i 30 anni è costretto a vivere nelle case dei genitori. È dall’epoca di Nasser che il sistema scolastico egiziano è andato peggiorando, oggi è tra i pessimi nello stesso mondo arabo: il tasso di analfabetismo è al 29% e il numero dei giovani che abbandonano la scuola prima del diploma è sempre crescente, raggiungendo addirittura il 65% nelle zone rurali. Rimontare questa situazione è un’impresa titanica per qualsiasi governo stabile; figuriamoci nel perdurare di una fase di turbolenza politica e incertezza per il futuro.

Molto più grave che in Turchia è in Egitto lo scollamento fra scuole e mondo del lavoro. Una delle più gravi conseguenze consiste nella necessitata dipendenza del paese dai tecnici stranieri per i programmi di sviluppo, e nella sua difficoltà a partecipare allo sviluppo scientifico, a motivo del fatto che (come sovente, e non a caso, avviene nei paesi “depressi”) una grande percentuale di studenti - il 64% - preferisce iscriversi alle facoltà umanistiche Lettere, Giurisprudenza, Pedagogia e a quella di Economia e Commercio, e solo 17,6% va a Ingegneria, Medicina, Farmacia, Fisica e Chimica. Nel 2010 è stato riscontrata una vera e propria fuga verso le facoltà umanistiche rispetto al 2000. Da qui l’abbondanza di laureati disoccupati e dal futuro più che in certo in un paese ad alto tasso di povertà.

E infine, ma non da ultimo, c’è un problema economico di massa, che in Egitto in definitiva è la vera molla della protesta giovanile. Dal punto di vista finanziario lo Stato è rimasto praticamente senza soldi e sono in stallo le trattative con il Fmi (rimedio peggiore del male, ma i soldi servono); la disoccupazione non cala, anzi; del turismo è meglio non parlare; i capitali sono in fuga, le riserve di valuta straniera si sono contratte, la lira egiziana è in caduta libera seppure aiutata dal Qatar; il popolo è alle prese con l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità; i black-out elettrici sono continui e la benzina scarseggia. E la povertà è arrivata a colpire il 40% della popolazione. Se mettiamo nel conto anche l’autoritarismo islamista, che non lascia indenni le vite private, non stupisce la ribellione giovanile; semmai stupisce che ci siano ancora giovani a sostenere i Fratelli Musulmani.

Dall’esterno la protesta giovanile egiziana non ha nulla da sperare. Non dall’Europa, la cui classe politica è addormentata, priva di politica estera e incapace di rendersi conto che tutto ciò che accade nel Mediterraneo, nel Vicino e Medio Oriente dovrebbe rientrare – per le sue conseguenze dirette – fra le questioni prioritarie. Non dagli Stati Uniti, imperialismo a parte. Oggi, infatti, la politica statunitense verso il mondo arabo non si capisce dove vada a parare, non ha logica e non ha prospettive. Proprio nel caso egiziano essa si è manifestata per ciò che è: tutto il contrario di quanto ci si aspetterebbe da un gigante imperialistico di quella fatta. Già all’inizio del 2011, con le agitazioni anti-Mubarak a piazza Tahrir, Hillary Clinton (ministro degli Esteri!) pontificava sulla stabilità del governo dell’epoca; l’inviato speciale di Washington al Cairo, Frank Wisner, altro acuto osservatore, faceva conto su Mubarak per condurre la transizione. Ma questo è il meno: anche la storia dell’imperialismo britannico (ben più serio) conta “cappellate” notevoli. A rendere invece priva di incidenza qualsiasi azioni statunitense è la cecità – da cui deriva poi incapacità operativa – sull’importanza di entrare in contatto dialogico con le opposizioni, virtualmente l’alternativa a qualsiasi regime.

Inoltre, nel caso egiziano gli Stati Uniti non hanno nemmeno cercato un’entente con i Fratelli Musulmani e con lo stesso Morsi, anzi “diplomaticamente” definito da Obama “né alleato né nemico”, dopo le manifestazioni svoltesi innanzi all’ambasciata statunitense del Cairo all’epoca dello scandalo suscitato dal filmaccio The Innocence of Muslims. Washington si è limitata a dare un’applicazione puramente pragmatica al rapporto scritto nel 2010 dall’attuale ambasciatore a Mosca Michael McFaul, che raccomandava di allacciare stretti rapporti con qualsivoglia regime arabo. Ma i rapporti solidi non ci sono stati, l’unico vero interesse statunitense è stato quello di curare che l’Egitto dopo Mubarak non denunciasse il trattato di pace con Israele, ma non è stata mai presa in considerazione l’instaurazione di contatti stabili con le opposizioni per il caso di alternativa concreta. Anzi, nel 2011, dopo un incontro con i contestatori di piazza Tahrir, sempre Hillary Clinton giunse alla conclusione che mai sarebbero riusciti a combinare una piattaforma politica capace di raccogliere consensi di massa e velocemente. I Fratelli Musulmani sono stati per Washington l’unico referente egiziano ma senza instaurare con esso rapporti effettivamente costruttivi. Eppure Washington dispone di quella notevole forza di pressione che si chiama “aiuti economici indispensabili” il cui uso, o almeno la cui prospettazione, avrebbe potuto spingere il governo di Morsi a comportamenti più aperti sulle libertà civili, i diritti delle minoranze e il rispetto delle donne. La conclusione attuale è che sia gli anti-Morsi sia i pro-Morsi ce l’hanno con gli Stati Uniti. Il che potrebbe anche non essere un male, se canalizzato verso prospettive di cambio sociale radicale.

Ai fini del non doversi aspettare nulla i giovani di Tahrir e luoghi consimili c’è un ulteriore questione: il dubbio forse non peregrino che l’Egitto non sia più considerato dagli Stati Uniti perno strategico del Vicino Oriente, a parte il trattato con Israele. Ma, per garantirsi questo, è ancora necessario investire come prima sul Cairo?

A seguito del tutto sommato intempestivo intervento dei militari, si è creata una situazione tale per cui ai giovani egiziani si prospettano o una guerra civile, o una dittatura militare, o una nuova vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani, o uno stato di caos politico ed economico dalla durata indeterminabile a priori. Di prospettive di rivoluzione sociale per il momento neanche l’ombra. L’Egitto odierno paga le colpe del suo passato movimento operaio, mentre Turchia ed Egitto pagano le colpe della frantumazione nazionalistica delle principali lotte di massa oggi in corso nel mondo. Il discorso è lungo ma ormai si dovrebbe aver capito da dove dovrebbe partire.



Cosa invece unisce le due piazze

L’elemento di unione sta nel modo particolare con cui sia in Turchia sia in Egitto i governanti a loro volta concepiscono la democrazia (si fa per dire), e quindi il tipo di non-interlocutore con cui ogni protesta deve confrontarsi. Cominciamo con il paese di Erdoğan.

Se vogliamo continuare ad attribuire a questo personaggio la formazione di una nuova Turchia, che continua ad agitarsi dimostrando che il timore verso l’autorità politica si è per lo meno ridotto, allora dobbiamo chiederci cosa sia successo, cioè perché sia stata tanto violenta la reazione di questo personaggio il quale non ha nemmeno preso in considerazione la possibilità del dialogo. Eppure in passato, per aver letto in pubblico una poesia palesemente filoislamica, aveva conosciuto carcere e tortura. Il fatto che sia rimasto sorpreso dagli eventi non spiega nulla.

Al di là di ogni ideologia, la storia non è fatta solo da situazioni o interessi materiali, bensì anche dal modo di essere di quelli che una volta ne erano presentati come i protagonisti esclusivi, cioè le persone fisiche. Il vecchio detto di Pascal sulla lunghezza del naso di Cleopatra come fattore decisivo per il corso degli eventi, resta ancora valido, coniugato con tutt’altro tipo di elementi.

In buona sostanza, a Erdoğan il potere ha dato fortemente alla testa, accentuando di molto certe sue componenti caratteriali. Ormai egli è convinto di essere l’incarnazione dello Stato, che lui sa tutto e ha ragione su tutto, tanto da potersi intromettere in tutto. Una delle conseguenze è il timore suscitato all’interno stesso del suo partito, dove infatti il dibattito politico è in pratica inesistente. È un fatto inoppugnabile che fino al 2005 il governo dell’Akp abbia operato per aprire spazi pubblici e spazi politici, incrementando rispetto al prima le dinamiche della democrazia; come pure che i contestatori di oggi abbiano ampiamente beneficiato di ciò e delle inerenti riforme politiche. Oggi il paese è virtualmente più democratico rispetto al passato anche recente. Ma è altrettanto inoppugnabile che a partire dal 2007-2008 sia in atto un arretramento a motivo esclusivo del personalismo autoritario e dell’arroganza di Erdoğan, che si sente il padre-padrone della Turchia, senza però averne le capacità intellettuali e politiche necessarie, con conseguente perdita di carisma e della sua asserita superiorità morale. A fronte di ciò, dalle piazze turche non viene una rivendicazione di democrazia tout court (cioè punto e basta), come può essere invece nel caso dell’Egitto, bensì di maggiore democrazia in conformità a quanto inizialmente prospettato.

Riguardo all’Egitto si deve innanzi tutto rilevare come il concetto di democrazia assuma connotazioni particolari su tutti fronti. I liberali e i democratici egiziani invocanti l’intervento delle Forze Armate contro una determinata parte politica esprimono un atteggiamento che trova la sua spiegazione nel contesto specifico egiziano, che però fa parte di quello arabo-islamico in generale: la democrazia rappresentativa va difesa – e quindi dev’essere tutelata ab extra – per evitare che finisca con l’orientarsi verso svolte confessionali autoritarie munite di appoggio di massa.

Se nel mondo occidentale, bene o male, Chiese e Confessioni religiose sono state costrette (vuoi dalla politica, vuoi dall’evoluzione delle mentalità e dei costumi) ad accettare di fatto la separazione tra sfera civile e sfera religiosa – salvi i tentativi di sconfinamento sempre possibili – nel mondo arabo-islamico ciò è stato accettato solo dalle minoranze religiose, laiche e di sinistra. Le masse rurali e delle periferie urbane invece sono ben lungi dall’aver metabolizzato questo assetto. La sintetica conclusione è che competizioni elettorali libere e non inquinate danno e daranno la maggioranza parlamentare ai partiti islamici nel 90% dei casi. Come ha giustamente concluso Frank Gardner della Bbc verso i regimi arabi: “se fate le elezioni, preparatevi ad avere un governo islamista”. Non sarà bello a dirsi, ma è così.

Da qui la spiegazione del “mistero” per cui fior di liberali e democratici chiedono l’intervento militare e lo applaudono: conoscono benissimo il carattere tendenzialmente totalitario dei loro competitori, per i quali la democrazia rappresentativa e le elezioni sono solo degli strumenti. A ben guardare, le masse egiziane pro-Morsi non sono indignate tanto per il rovesciamento di un Presidente regolarmente eletto, quanto e soprattutto per il sacrilegio commesso nell’abbattere un Presidente islamista. Per esse non si tratta di violazione della legalità repubblicana, bensì di opposizione all’Islam, da parte di presunti musulmani: cioè apostati punibili con la morte.

A questo punto si pone il generale problema politico attinente alla praticabilità nei paesi musulmani di una via democratica rappresentativa che non si esaurisca nelle competizioni elettorali. Essendo sempre presente sullo sfondo la “vandea islamista”, è ragionevole pensare che essa non sarà praticabile fino a quando all’interno delle società in questione non si realizzino un’acculturazione di massa e l’eliminazione delle cause materiali che finora hanno reso possibile il recupero di tante persone alla convivenza sociale, culturale e politica pluralista. Se e quando mai ciò si realizzerà.

Morsi e i dirigenti della Fratellanza Musulmana magari stanno meglio di testa rispetto a Erdoğan, ma con lui condividono una concezione del potere democratico coincidente con quello della destra europea. Ricordiamo il “non si fanno prigionieri” di Previti subito dopo la vittoria elettorale di Forza Italia. Sia per Erdoğan sia per Morsi la vittoria alle elezioni chiude giochi e discorsi per tutta la durata della legislatura: il vincitore fa quello che vuole e l’opposizione è meglio che stia zitta, poiché altrimenti è come se contestasse e disprezzasse il risultato elettorale diventando essa antidemocratica (!). Di dialogo e mediazioni nemmeno a parlarne. Da qui alcune ovvie conseguenze, fra le quali la pretesa di attribuire al governo e ai suoi organismi dipendenti un potere di indirizzo e comando non sancito da alcuna norma; la tendenza a ignorare ogni separazione fra i poteri dello Stato; lo sforzo di sottoporre i mezzi di comunicazione e informazione a controlli e pressioni di ogni genere. Anche su questo versante un modo opportunistico di concepire la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto.

Ma vi è anche un altro elemento di omogeneità. Pur nella diversità di contesti, Erdoğan e Morsi si sentono investiti dal sacro compito di riequilibrare con una controsterzata i “danni” fatti dalla laicità nei propri paesi. Per noi occidentali, minimi in Egitto, fermo però restando che per un musulmano ortodosso già una donna con la testa scoperta e magari truccata grida vendetta davanti ad Allah; enormi in Turchia, dopo quello che può essere considerato il tritacarne di Atatürk.

Ulteriore elemento in comune è la situazione delle società dei due paesi: società spaccate in due da contrapposizioni insanabili. Un equilibrio può essere dato dalla coesistenza indotta dalla sostanziale equivalenza delle forze e dal fatto che una delle parti non voglia imporsi sull’altra; altrimenti lo scontro diventa inevitabile perché fisiologico e i richiami esterni alla pacificazione devono per forza restare lettera morta.





(9 luglio 2013)



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Postato da E.V. su RED UTOPIA ROJA il 7/09/2013 10:17:00 PM







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