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giovedì 8 settembre 2016

recensione a Fontenis

dal blog Vento Largo curato da Giorgio Amico di Savona

domenica 7 agosto 2016


Attualità di Georges Fontenis



Ripubblicato il Manifesto del comunismo libertario di George Fontenis che tanto fece discutere (e polemizzare) il movimento anarchico e da cui prese avvio la svolta marxista di Arrigo Cervetto.

Giorgio Amico

Attualità di Georges Fontenis

Che l'attuale sia un momento di grande disordine ci pare evidente, ma (con buona pace del fu “Grande Timoniere”) ciò nonostante la situazione non ci sembra per nulla eccellente. Per questo salutiamo con grande piacere la ristampa (una prima edizione italiana ci pare fosse uscita a Bari nel 1977) del Manifesto del comunismo libertario di Georges Fontenis.

Certo, rispetto al 77 la situazione è profondamente cambiata e questa nuova edizione lo testimonia proprio nella ricchezza di documenti e di materiali che accompagnano il testo. Un invito dunque al ripensamento critico di un'esperienza piuttosto che, come nel 77, un incitamento alla battaglia immediata.

Una riflessione estremamente necessaria, proprio nell'ottica di una ripresa di un movimento sociale che oggi pare languire o piuttosto scorrere come un fiume carsico sotto la superficie di un presente in larga parte fatto di passività.

D'altronde era stato lo stesso Fontenis a ricordare come:

“Un altro aspetto della natura della minoranza rivoluzionaria è la permanenza: ci sono dei periodi in cui la minoranza incarna ed esprime una maggioranza che tende a riconoscersi nella minoranza agente, ma ci sono dei periodi di riflusso nel corso dei quali la minoranza rivoluzionaria non è che un'isoletta nella tempesta. Essa, allora, deve conservarsi, per poter rapidamente inserirsi tra le masse, qualora le circostanze ridivengano favorevoli; anche se isolata e staccata dalle proprie basi popolari, essa deve mantenere il suo programma contro venti e mareggiate”.

Ed è proprio quello che i compagni del Centro Documentazione Franco Salomone di Fano stanno facendo da anni, libro dopo libro, iniziativa dopo iniziativa.

Un'opera importante, quella di Fontenis, apparsa in un momento estremamente difficile per il movimento operaio, quel 1953 segnato in tutta Europa dalla feroce repressione delle lotte e dalla minaccia (che allora pareva incombente) di una nuova guerra mondiale.

Un invito forte alla riflessione e all'organizzazione che anche a noi, che pure veniamo da tutt'altra storia, appare ancora oggi (o meglio, soprattutto oggi) di estrema attualità

Un appello che suscitò echi profondi anche in Italia in quei GAAP di Masini e Cervetto alla cui storia il Centro Documentazione Franco Salomone ha dedicato un altro bel volume: I figli dell'officina. Storia dei Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP) 1949-1957 di Guido Barroero, militante e storico genovese prematuramente mancato qualche mese fa.

E a questo proposito proprio nel Manifesto crediamo vadano cercati i prodromi della svolta radicale del pensiero di Arrigo Cervetto, il cui approdo al marxismo allora e per molti anni ancora risentirà più dell'influsso di Fontenis che di una lettura approfondita delle opere di Lenin.

Che poi questo (compresi gli sviluppi ultracentralistici di Lotta Comunista) sia stato un bene o un male lasciamo sia il lettore a deciderlo.

Per informazioni o richiesta di copie:

Contattare fdca@fdca.it, oppure scrivere a: Alternativa Libertaria, CP 27, 61032 Fano (PU)




Dall'indice del volume:

Prefazione di José Antonio Gutiérrez D.
Introduzione dell'edizione originale del 1953

Georges Fontenis
Manifesto del Comunismo Libertario

Appendici:

L'Internazionale Comunista Libertaria ha tenuto il suo congresso (Parigi, 5-6-7 giugno 1954)
Che cos'era l'Internazionale Comunista Libertaria? (giugno 1954 - luglio 1958), di Georges Fontenis
Dal Manifesto del Comunismo Libertario ai nostri giorni: breve storia del movimento libertario francese 1945-2000, di Lorenzo Mejías
Georges Fontenis: una vita da militante e il futuro dell'alternativa libertaria, di José Antonio Gutiérrez D.
Georges Fontenis, 1920-2010, di David Berry e Guillaume Davranche

mercoledì 18 marzo 2015

UNA STORIA QUASI DIMENTICATA

DA http://opinionefranchi.blogspot.it/2015/03/una-storia-quasi-dimenticata.html RINGRAZIANDO L'AUTORE GIORGIO PASSATORE FRANCHI CONSIDERAZIONE PRELIMINARE È innegabile che negli ultimi 15 anni il movimento anarchico nel suo complesso abbia avviato una colossale operazione di recupero della propria memorialistica consentendo anche agli esterni al movimento la fruizione di opere oggettivamente molto ben documentate. Purtroppo la maggior parte di queste opere storiche riguardano il periodo antecedente il fascismo, mentre ancora poco è stato scritto, soprattutto in chiave critica, del periodo successivo al 1945 fino ad oggi. Molto probabilmente la dinamica è spiegabile con il fatto che quest'ultimo lasso di tempo sia ancora vissuto come cronaca e non come evento puramente storico: le dinamiche innescatesi a partire dal 1945 ancora oggi presentano strascichi nell'attualità tanto in termini organizzativi, quanto teorici e pratici. Molti militanti dell'ultima generazione hanno presente chi era Bakunin, Malatesta, conoscono su per giù il fenomeno dell'antifascismo militante che va dagli Ardititi del Popolo alla lotta partigiana, ma poco o nulla sanno delle distinzioni in essere nel movimento anarchico, da dove vengono e in cosa consistono se eccettuiamo una serie di considerazioni preconfezionate che vengono passate come un testimone di generazione in generazione. La mancata metabolizzazione di questo periodo ha chiaramente risvolti nefasti che all'oggi si traducono in immotivati atteggiamenti di ostilità o diffidenza che indeboliscono il movimento complesso; la puerilità politica purtroppo è una malattia cronica del movimento che ci condannerà per sempre alla marginalità. Per uscire dall'angolo occorrerebbe un altro sforzo titanico di recupero, studio e critica di quel periodo poiché solo dando la possibilità al militante di riannodare i fili fra il passato remoto ed il presente sarà possibile guardare avanti. I FIGLI DELL'OFFICINA Come dicevo sopra un giovane militante sa bene cos'è la F.A.I., sa chi era Malatesta, chi era Emilio Canzi, ma se gli chiedi chi erano Gruppi Anarchici d'Azione Proletaria molto probabilmente farà spallucce: è una parentesi della storia anarchica contemporanea volutamente rimossa, magari anche in buona fede, ma comunque un'anomalia che doveva e deve essere sanata. Un primo passo in questa direzione è stata fatta dal Centro di Documentazione Franco Salomone che ha editato questa bellissima ricerca di Guido Barroero. Mi piace pensare a questo libro non come una ricerca ultimativa sul fenomeno G.A.A.P., bensì come un primo passo verso studi più approfonditi al riguardo e che attualmente non possibili a causa della scarsa fruizione delle carte di polizia che potrebbero far luce su connessioni e dinamiche interne ed esterne ai G.A.A.P. ancora poco chiare; non a caso la maggior parte del libro è occupato dagli articoli de “L'Impulso”, loro organo di stampa fino al 1957 anno dello scioglimento, che permettono una buona definizione dell'impianto teorico della prima formazione distintamente “piattaformista” di lingua italiana. Una storia tutt'altro che marginale in quanto sintomo di uno scontro generazionale fra gli anziani in massima parte arroccati su posizioni rinunciatarie o in taluni casi “resistenzialiste” (termine usate ne “L'Impulso” per definire le posizioni di Volontà allora un guazzabuglio fra posizioni anti-organizzatrici, di testimonianza e in taluni casi con esternazioni al limite dell'anarco-capitalismo n.d.a.), dall'altra i giovani di cui molti reduci dalla guerra partigiana che invece volevano un taglio politico netto e ben distinto. Tale posizione fu stigmatizzata così violentemente dai vecchi che al congresso F.A.I. di Ancona del 1949 i G.A.A.P. furono semplicemente espulsi. I G.A.A.P. furono considerati come una malattia, ma in realtà erano il sintomo di un malessere che covava già dall'immediato dopoguerra quando nel giro di pochi anni il movimento perse non decine, non centinaia, bensì migliaia di militanti stufi e frustrati dall'attendismo e dalle posizioni rinunciatarie dei vecchi saccenti molti dei quali vissero come esuli politici durante il periodo fascista: non a caso il fulcro ideologico di tale posizione era identificabile nel “gruppo americano” facente capo a “L'Adunatadei Refrattari” con in testa quell'Armando Borghi che nel secondo dopoguerra causò più danni che altro al movimento. Danni talmente rilevanti che portarono nella prima metà degli anni '70, quando Borghi era già deceduto fisicamente ma non in spirito, alla seconda ondata epurativa nella F.A.I. con il dimezzamento dell'organizzazione (i G.A.A.P. al contrario erano abbastanza territorializzati con presenza soprattutto in Liguria, Toscana e Lazio n.d.a.). Crisi che all'oggi evidentemente non è ancora stata superata. Se è vero che i G.A.A.P. cercarono disperatamente di portare un'ondata di rinnovamento nel movimento, è anche vero che non riuscirono mai a sintetizzare realmente la propria identità, continuamente combattuti fra anarchismo classico e posizioni analitiche chiaramente marxiste e senza un reale spazio politico proprio. Questo fu il vero limite di questa singolare esperienza che portò molti militanti di punta a creare quello che oggi è Lotta Comunista, fondata da Arrigo Cervetto una delle menti più vulcaniche dei G.A.A.P.: basta leggere le famose Tesi di Pontedecimo del 1951 per capire la profondità di questo operaio autodidatta. I G.A.A.P. non avrebbero senso di esistere oggi considerando che il “piattaformismo”, al contrario dell'anarchismo di sintesi, ha approntato nelle ultime decadi più di una revisione tattica e strategica pur mantenendo fede ai 4 punti chiave della Piattaforma Organizzativa dell'Unione Generale degli Anarchici oggi portati avanti da Alternativa Libertaria / Federazione dei Comunisti Anarchici (tutt'ora viva e vegeta alla faccia dei gufi e di coloro che vivono ancora il phatos “resistenzialista” con stoica abnegazione n.d.a.).

giovedì 12 giugno 2014

Comunismo anarchico? Le parole e la sostanza

tratto da Umanità Nova n. 12 anno 92 (1 aprile 2012) Una delle varianti della contrapposizione tra anarchia e comunismo è quella che contrappone ai comunisti anarchici (considerati comunisti travestiti) gli anarchici senza aggettivi, che sarebbero i sostenitori del libero mercato. Circa la questione dei “comunisti travestiti”, io credo che i comunisti-anarchici non abbiano bisogno di alcun travestimento e siano comunisti a pieno titolo; riporto inoltre una sintesi di quello che affermava Luigi Fabbri in risposta a Bucharin nel 1922, che ritengo ancora valida e di cui potrei fornire solo una parafrasi. Riguardo invece alla questione del rapporto del cosiddetto libero mercato con l’anarchia, il discorso è più complesso e merita un approfondimento. Innanzi tutto perché il mercato divenga una realtà economica in grado di condizionare l’intera società è necessario che la maggior parte dei beni e dei servizi prodotti e consumati assumano la forma di merci. Non si può parlare di mercato nel caso di baratti occasionali, non si può parlare di mercato là dove il prodotto del lavoro non viene prodotto per il mercato ma per l’autoconsumo (individuale o collettivo qui non importa). Perché i prodotti del lavoro assumano generalmente la forma di merci, occorre che i produttori reali debbano andare al mercato per comprarsi i mezzi di sussistenza, occorre quindi che i produttori reali siano stati espropriati dei mezzi di produzione da una parte, dei prodotti del lavoro dall’altra. I mezzi di produzione e i prodotti del lavoro, allora, si ergono di fronte al produttore espropriato, ridotto al rango di proletario, nelle mani del capitalista, come strumenti di oppressione e di sfruttamento. Se la proprietà dei mezzi di produzione e dei prodotti del lavoro passa dal capitalista privato allo Stato, la situazione del lavoratore salariato non cambia, ora oppresso dal capitalismo di Stato anziché da quello privato. Solo l’anarchia può risolvere la condizione di sfruttamento e di oppressione della classe operaia, abolendo da una parte lo Stato e dall’altra la proprietà privata dei mezzi di produzione. Una volta ricomposta, attraverso la rivoluzione, l’unità tra produttore, mezzi di produzione e prodotti del lavoro è ovvio che viene meno anche la necessità del mercato, sostituito dalla sperimentazione sociale che gli individui e le libere collettività vorranno mettere in pratica per risolvere le questioni legate alla produzione e alla distribuzione. Da “Anarchia e comunismo “scientifico”” di Luigi Fabbri Una mala abitudine, contro cui occorre reagire, è quella presa da qualche tempo dai comunisti autoritari di opporre il comunismo all’anarchia, come se le due idee fossero necessariamente contraddittorie; l’abitudine di usare questi due termini comunismo ed anarchia come se fossero tra loro antagonistici, e l’uno avesse un significato opposto all’altro. Non è male ricordare che fu proprio un congresso delle Sezioni Italiane della prima Internazionale dei lavoratori, tenuto clandestinamente nei dintorni di Firenze nel 1876, che, su proposta motivata di Errico Malatesta, per il primo affermò essere il comunismo la sistemazione economica che meglio poteva render possibile una società senza governo; e l’anarchia (cioè l’assenza d’ogni governo), come organizzazione libera e volontaria dei rapporti sociali, essere il mezzo di migliore attuazione del comunismo. L’una è la garanzia d’un effettivo realizzarsi dell’altro, e viceversa. Di qui la formulazione concreta, come ideale e come movimento di lotta, del comunismo-anarchico. Gli anarchici allora si chiamavano in Italia più comunemente socialisti; ma quando volevano precisare si chiamavano, come si son chiamati sempre da quel tempo in poi fino ad oggi, comunisti-anarchici. Più tardi Pietro Gori soleva appunto dire che di una società, trasformata dalla rivoluzione secondo le nostre idee, il socialismo (comunismo) costituirebbe la base economica, mentre l’anarchia ne sarebbe il coronamento politico. Tale definizione o formula dell’anarchismo, il Comunismo Anarchico, era accettata nel loro linguaggio anche dagli altri scrittori socialisti, i quali quando volevano specializzare il proprio programma di riorganizzazione sociale dal punto di vista economico, parlavano non di comunismo ma di collettivismo, e si dicevano infatti collettivisti. Ciò fino al 1918; vale a dire finché i bolscevichi russi, per differenziarsi dai social-democratici , decisero di mutare nome, riprendendo quello di “comunisti” che si richiama alla tradizione storica del celebre Manifesto di Marx ed Engels del 1847, e che prima del 1880 era adoperato in senso autoritario e socialdemocratico esclusivamente dai socialisti tedeschi. Poco per volta quasi tutti i socialisti aderenti alla III Internazionale di Mosca hanno finito col dirsi comunisti, senza tenere alcun conto del cambiato significato della parola, del mutato uso che se ne fa da quarant’anni nel linguaggio popolare e proletario e delle mutate situazioni nei partiti dal 1870 in poi – commettendo così un vero e proprio anacronismo. I socialisti trasformatisi in comunisti hanno certo assai modificato il loro programma da quello che era stato fissato al Congresso del Partito dei Lavoratori a Genova, per l’Italia, nel 1892, ed a Londra, per l’Internazionale socialista, al Congresso del 1896. Ma la modificazione del programma verte tutta ed esclusivamente sui metodi di lotta (adozione della violenza, svalutazione del parlamentarismo, dittatura invece che democrazia, ecc.); e non riguarda l’ideale di ricostruzione sociale, cui unicamente le parole comunismo e collettivismo possono riferirsi. Per quel che riguarda il programma di riorganizzazione sociale, di assetto economico della società futura, i socialisti-comunisti non l’hanno modificato in nulla; non se ne sono affatto occupati. In realtà, sotto il nome di comunismo è sempre il vecchio programma collettivista autoritario che sussiste – con, in un sfondo lontano, molto lontano, la previsione della scomparsa dello Stato che si addita alle folle nelle occasioni solenni, per stornare la loro attenzione dalla realtà di una nuova dominazione, che i dittatori comunisti vorrebbero loro mettere sul collo in un avvenire più prossimo. Tutto ciò è fonte di equivoci e di confusione tra i lavoratori, ai quali viene detta una cosa con parole che ad essi ne fan credere un’altra. La parola comunismo fin dai più antichi tempi significa non un metodo di lotta, e ancor meno tino speciale modo di ragionare, ma un sistema di completa e radicale riorganizzazione sociale sulla base della comunione dei beni, del godimento in comune dei frutti del comune lavoro da parte dei componenti di una società umana, senza che alcuno possa appropriarsi del capitale sociale per suo esclusivo interesse con esclusione o danno di altri. I neo- comunisti invece per “comunismo” intendono soltanto o prevalentemente l’insieme di alcuni metodi di lotta e dei criteri teorici da essi adottati nella discussione e nella propaganda. Alcuni si riferiscono al metodo della violenza o terrorismo statale, che dovrebbe imporre per forza il regime socialista; altri vogliono significare con la parola “comunismo” il complesso di teorie che vanno sotto il nome di marxismo (lotta di classe, materialismo storico, conquista del potere, dittatura proletaria, ecc.); La formula, dei collettivisti era invece ( a ciascuno il frutto del suo lavoro oppure a ciascuno a seconda del suo lavoro ). Inutile il dire che queste formule vanno intese in un senso approssimativo, come indirizzo generale, e non in modo assoluto e con carattere dogmatico, come pure per un ceno tempo vennero adoperate.altri ancora un puro e semplice metodo di ragionamento filosofico, come il metodo dialettico. Alcuni lo chiamano, perciò, – accoppiando insieme parole che non hanno fra loro alcun nesso logico – comunismo critico, ed altri comunismo scientifico. Secondo noi, tutti costoro sono in errore; poiché le idee ed i metodi di cui sopra potranno essere condivise ed adoperati anche dai comunisti, ed essere più o meno conciliabili col comunismo, ma da soli non sono il comunismo né bastano a caratterizzarlo, mentre potrebbero benissimo conciliarsi con altri sistemi del tutto diversi e magari contrari al comunismo. Se volessimo divertirci con dei bisticci, potremmo affermare che nelle dottrine dei comunisti dittatoriali v’è di tutto un po’, ma quel che più vi manca è precisamente il comunismo. Il collettivismo legalitario e statale da un lato ed il comunismo anarchico e rivoluzionano dall’altro, erano le due scuole in cui si divideva principalmente il socialismo fino allo scoppio della Rivoluzione Russa nel 1917. Il dissenso, il contrasto, non è dunque tra anarchia e comunismo più o meno “ scientifico “, bensì tra il comunismo autoritario statale, spinto fino al dispotismo dittatoriale, ed il comunismo anarchico o antistatale con la sua concezione libertaria della rivoluzione. Ché se d’una contraddizione in termini si dovesse parlare, questa la si dovrebbe cercare non tra il Comunismo e l’Anarchia, che si integrano al punto che l’uno non è possibile senza l’altro, ma piuttosto tra Comunismo e Stato. Finché v’è Stato o governo, non v’è comunismo possibile. Per lo meno la loro conciliazione è così difficile e con subordinata al sacrificio d’ogni libertà e dignità umana, da farla ritenere impossibile oggi che lo spirito di rivolta, d’autonomia e di libera iniziativa e con diffuso tra le masse, affamate non soltanto di pane, ma anche di libertà. ita.anarchopedia.org/Luigi_Fabbri Tiziano Antonelli n. 12 anno 92 Aprile

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)