ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

per giulio
Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post

mercoledì 7 giugno 2017

PERCHÉ IL QATAR? di Pier Francesco Zarcone





Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar decisa da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati del Golfo e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti. Non è azzardato sostenere che questa situazione esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore. La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio scorsi il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, ai Fratelli Musulmani e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia.
A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran. La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome; già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.
Contemporaneamente il Qatar ospita la sede del quartier generale statunitense nel Vicino Oriente, il Centcom, in cui sono di stanza almeno 10.000 militari. La politica araba è a volte doppia, a volte tripla.
Nella situazione attuale la posizione eccentrica del Qatar rispetto agli interessi politici degli altri paesi della Penisola arabica non poteva restare senza conseguenze: in Siria e in Iraq, infatti, i jihadisti sono prossimi alla sconfitta, e le monarchie arabe si sono affrettate a “riposizionarsi”, allineandosi agli Stati Uniti come se non avessero mai appoggiato il radicalismo jihadista e riscuotendo il prezzo del voltafaccia in pingui aiuti militari Usa. Il Qatar invece insiste nel voler giocare in proprio.
È sempre difficile all’inizio di una crisi internazionale escludere oppure no che alla fine la parola passi alle armi, e per il momento si può solo prendere atto come la nota emittente televisiva qatariota Al Jazeera abbia modificato il linguaggio riguardo alla Siria, parlando per la prima volta di «esercito governativo» o «esercito siriano» a proposito delle truppe di Assad, finora definite «truppe del regime»; inoltre, a motivo dell’avvenuta chiusura dell’unico confine terrestre (quello con l’Arabia Saudita), a Doha viene ventilata l’ipotesi - più che probabile - di aumentare i commerci via mare con l’Iran. Tuttavia non è affatto scontato che il Qatar entri a far parte del blocco iraniano: il farlo significherebbe anzi, con tutta probabilità, la guerra.
Iran a parte, la contrapposizione fra Arabia Saudita e Qatar non ha nulla a che fare con l’ideologia religiosa, trattandosi di due Stati wahhabiti. Il contrasto è politico e personale, e ha radici lontane: già nel 1955, quando in Qatar il padre dell’attuale emiro prese il potere con un colpo di Stato, l’Arabia Saudita arrivò a chiedere all’Egitto di Mubarak un intervento militare contro l’usurpatore, senza però ottenerlo.
Quando poi al-Sisi rovesciò il presidente Morsi col sostegno saudita, si ebbe una breve sospensione dei rapporti diplomatici fra Riyad e Doha, che invece sosteneva i Fratelli Musulmani. L’appoggio qatariota a quest’ultima organizzazione non è mai cessato ed essa, per quanto non definibile ostile a priori al Wahhabismo, è però acerrima nemica politica della monarchia saudita - oltre che degli attuali regimi egiziano e siriano.
In più l’Arabia Saudita accusa da tempo il Qatar di fornire sostegno attivo alle minoranze sciite nei territori di Riyad e nel Bahrein, e questo getta ombre pericolose sullo Yemen, in cui i Sauditi si sono impantanati in una guerra contro i ribelli Houthi (sciiti), conflitto che finora non sono riusciti a vincere neanche con l’aiuto statunitense.
In definitiva, quella che doveva essere la “Nato araba” voluta da Washington è morta prima ancora di nascere, e la conseguenza potrebbe essere una grande instabilità in tutto il Golfo Persico. Trump ha voluto giocare una carta pericolosa e non ci sarà da stupirsi se ancora una volta i malaccorti tentativi statunitensi di destabilizzazione andranno a loro sfavore. Soprattutto se fosse vero che Trump punta a uno scontro militare con l’Iran.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.it

domenica 30 aprile 2017

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI di Pier Francesco Zarcone

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle lezioncine preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare. Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo. Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib. Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri. E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis. Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam. Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmur)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib. Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, un manica di idioti. Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.
Si prenda nota che, riguardo ai fatti di Idlib, nessuno ha ricordato che in precedenza i Russi avevano allertato gli Usa sul fatto che i cosiddetti "ribelli moderati" erano ancora in possesso di armi chimiche. Ma non pare che quella segnalazione li avesse turbati più di tanto.
Dal punto di vista tecnico-militare non è che il lancio di missili vada considerato un grande successo: su 59 ordigni, soltanto 23 hanno colpito il bersaglio, la base aerea siriana è danneggiata ma non distrutta, e infine la maggior parte degli aerei (o perché ritirati in anticipo per intuizione, oppure perché protetti dai bunker) è salva. La stampa filostatunitense sostiene che in realtà l'azione missilistica non doveva essere più di un ammonimento, per non chiudere definitivamente le porte verso Mosca e Damasco. Sarà.
A non essere salve, invece, sono le speranze di pace, non essendo noti gli attuali piani tattici di Washington sul Vicino Oriente - mentre quelli strategici lo sono da tempo: balcanizzazione.
Se Trump ha voluto dimostrare di essere un vero "duro" - a differenza di Obama - è tuttavia innegabile che Putin non può perdere la faccia (e non solo per questioni di orgoglio), cosicché il rischio di uno scontro sul campo fra Russia e Stati Uniti è più concreto che mai, ma le Forze armate russe, grazie al vasto programma di modernizzazione tecnologica messo in atto da qualche anno, non sono più quelle del tempo di Eltsin. Le speculazioni giornalistiche sulla possibilità che Mosca "molli" Damasco appaiono più un desiderio che una realtà, a motivo dei consolidati interessi geostrategici russi nella zona. Le ombre a dir poco sinistre continuano comunque a gravare. Asetticamente molti organi di stampa comunicano che i "ribelli" di Siria (in realtà per lo più invasori stranieri) invocano la totale distruzione dell'aviazione siriana, senza notare che questo comporterebbe due tragici risultati: il sicuro scontro diretto con la Russia e l'indebolimento delle Forze armate siriane di fronte al jihadismo.
Dicendolo francamente, a prescindere da quanti trovino la cosa sgradevole, se nel frattempo fosse emersa un'alternativa ad Assad, politicamente e militarmente credibile (innanzitutto per la Siria), vari problemi si ridurrebbero. Ma così non è e allora, piaccia o no, il crollo del governo di Damasco significherebbe abbandonare la Siria a Isis e al-Qaida, oppure far scomparire il paese dalla carta geografica, polverizzandolo in una miriade di staterelli senza peso politico ed economico, e alla mercé del primo che arriva. Non è da escludere che in certi ambienti occidentali lo si voglia.
Tralasciando (per scaramanzia) l'ipotesi dello scontro diretto fra militari russi e statunitensi, e ipotizzando altresì che il bombardamento in questione abbia costituito la classica una tantum, senza mutare di molto la situazione sul campo, tuttavia, se resta l'intenzione statunitense di non lasciare campo libero alla Russia in Siria, c'è da chiedersi cosa potrebbe fare Trump, e con quali possibili alleanze, per imporre una sua soluzione alla crisi siriana. Sempre infischiandosene di tutto, egli potrebbe aumentare la presenza di truppe statunitensi sul terreno per arrivare quanto prima alla conquista di Raqqa, la capitale del "califfato" Isis. A questo fine Washington avrebbe tuttavia bisogno di una copertura aerea maggiore di quella di cui dispone oggi in loco: il che vorrebbe dire instaurare una no-fly zone (ma la Russia quantomeno si opporrebbe, se non peggio), oppure gli Stati Uniti dovrebbero trattare con Mosca, che forse non escluderebbe Assad, visto che la presenza russa in Siria è avvenuta su richiesta del governo di Damasco, internazionalmente riconosciuto. E allora?
Sul piano delle alleanze, a ben guardare - e ferma restando la citata assenza di alternative ad Assad - non viene in mente molto, a parte la teorica carta curda, che poi si riduce alle milizie curde di Siria. Infatti, tenuto conto della precisa realtà jihadista dei "ribelli moderati", l'alleanza formale con essi per delineare una "nuova Siria" sarebbe tanto un atto di onestà quanto una scelta sicuramente impolitica; pertanto la si potrebbe ragionevolmente escludere. Restano quindi i Curdi, ma dopo averli utilizzati Trump potrebbe al massimo concedere loro soltanto una zona fortemente autonoma in territorio siriano, insufficiente però ai fini di un ampio piano di riorganizzazione del paese. In aggiunta a questa pochezza ci sarebbero da mettere in conto le prevedibili reazioni turche - con ricadute sul fronte sud-orientale della Nato - ma anche quelle dell'Iran e dello stesso governo di Damasco.
Inoltre c'è da domandarsi se gli stessi Curdi ci starebbero. La storia del popolo curdo è ricca di alleati opportunisti e aleatori che al momento (per loro) opportuno si defilano e lo lasciano esposto a ogni possibile rappresaglia; il che, nel caso in ispecie, potrebbe accadere dopo la conquista di Raqqa. Conquista che è ancora di là da venire, visto anche il precedente di Mosul, ancora non conquistata per la tenace resistenza dell'Isis (a proposito, qui le stragi fatte dall'aviazione Usa non suscitano emozioni internazionali).

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 17 aprile 2017

TRUMP E LA «MADRE DI TUTTE LE BOMBE» di Pier Francesco Zarcone


Il lancio in Afghanistan di uno dei più devastanti ordigni non nucleari non vale per il suo immediato esito tattico sul campo di battaglia: se è vero che ha causato la morte di circa 36 o 94 miliziani dell'Isis (secondo l'Isis, invece, non ci sarebbero state vittime), allora questo risultato mal si concilia con la spesa di ben 14,6 milioni di dollari, perché tanto costa una bomba GBU-43 Massive Ordnance Air Blast (MOAB), creativamente definita dai militari "Madre di tutte le bombe", anche in base alle lettere del suo acronimo (pare che la Russia disponga di un ordigno similare detto "Padre di tutte le bombe", di potenza quattro volte superiore). A questa spesa bisogna aggiungere quella a suo tempo sostenuta dai contribuenti statunitensi per la costruzione dei tunnel da poco bombardati. Secondo l'ex analista Edward Snowden si tratterebbe infatti delle gallerie sotterranee fatte costruire dalla Cia nel 1980 - all'inizio del conflitto afghano scoppiato in seguito all'invasione sovietica - per proteggere i mujahidin islamisti.
Poiché abbiamo detto e ripetuto che il diritto internazionale oggettivo non esiste più, sostituito dal diritto internazionale soggettivo creato dagli Usa a proprio uso e consumo, non desti meraviglia il fatto che l'uso della MOAB sul territorio di uno Stato formalmente sovrano sia avvenuto su semplice comunicazione al governo afghano, e non già in base al consenso previo di questo.
La MOAB è un ordigno terrificante, pur non generando radiazioni, e il suo utilizzo costituisce il pericoloso e incosciente avvicinarsi al confine dell'abisso. Per ora si tratta di un ulteriore palese messaggio da parte di chi poco tempo fa era stato erroneamente considerato un isolazionista, da contrapporre alla guerrafondaia Hillary Clinton. Un errore di prospettiva notevole, bisogna ammetterlo.
I destinatari minori del messaggio - per il terrore generato da questa super bomba - sono gli afghani che appoggiano Isis e Talebani, o che ne fanno parte. Si dice che le esibizioni muscolari di questo emulo della Sfida all'O.K. Corral manifestino una carenza di strategia. Sarà, ma riflettendo si può dissentire. Non si vogliono certo smentire gli addetti ai lavori, secondo i quali alla Casa Bianca le decisioni sono prese e variano di ora in ora. Semmai sosteniamo che al di là di ciò esiste una strategia definibile come il ritorno in grande e a tutto campo dell'imperialismo statunitense guerrafondaio e del suo autarchico ruolo di gendarme del mondo. Non ci si deve fermare al fatto che nel caso di Trump (soggettivamente assunto) - personaggio psichicamente instabile e, se possibile, meno colto di George W. Bush - risulti in primo piano il "menare le mani" senza apparente coordinazione, ma si deve fare attenzione alle coincidenze non casuali: il lancio della MOAB è avvenuto lo stesso giorno in cui a Mosca si apriva un vertice fra Russia, Cina e Iran per cercare una soluzione politica alla quasi ventennale guerra in Afghanistan. È come se Trump avesse affermato, per fatti conseguenti, il suo "no" a una pace russo-cino-iraniana.
Trump può avere uno stile da cowboy, ma sul piano delle conseguenze esso corrisponde agli interessi e agli scopi del complesso militar-industriale e dell'establishment guerrafondaio e imperialistico degli Usa, di cui molti sostengono che Trump sia finito "prigioniero". Comunque sia, sembra proprio che in atto la politica estera statunitense venga diretta più dai militari che dai politici a essa preposti. Paradossalmente pare che la caduta del reazionario Steve Bannon abbia facilitato questo risultato, poiché Bannon era contrario a interventi militari all'estero, preferendo concentrarsi sulle questioni interne.
A proposito dell'attuale bellicismo di Trump, sembra davvero che esso abbia fatto tirare il classico sospiro di sollievo ai suoi "democratici" alleati occidentali, che tante lacrime avevano versato per la sconfitta di quell'altro impresentabile personaggio rispondente al nome di Hillary Clinton. Oggi c'è stata una palese metamorfosi nella considerazione occidentale per Trump: da populista, xenofobo, razzista, maschilista, ignorante ecc. ecc. è diventato il rispettato difensore del "mondo libero", dinanzi al quale i governi occidentali - come da costume - si sono "appecoronati" acriticamente e autolesionisticamente.
Altri e non secondari destinatari del messaggio di Trump sono certamente i Nordcoreani, e qui il discorso si fa di estrema delicatezza. Il neo-presidente Usa si sta comportando come se fosse sicuro che la metaforica corda da lui tirata con vigore su vari fronti non si spezzerà, e che quindi il colosso statunitense rimarrà impunito. Si tratta di un presupposto pericoloso tutto da verificare, poiché nella storia non mancano affatto i casi di ragionamenti del genere che poi hanno dato luogo a guerre non volute, ma catastrofiche per vincitori e vinti. Al riguardo la cosa più preoccupante non è certo la diffusa passività dell'opinione pubblica internazionale di fronte alle gesta di un palese incompetente che potrebbe far piangere lacrime di sangue al mondo. Intendiamoci: non è che la vasta mobilitazione pacifista mondiale concretizzatasi con la Prima guerra del Golfo sia servita a qualcosa; a preoccupare davvero è la sostanziale acquiescenza planetaria da parte di un gran numero di governi, a parte il solito terzetto di Cina, Russia e Iran. Essendo il leader nordcoreano Kim Jong-un un degno contraltare di Trump, è naturale che il governo cinese (e non solo esso) manifesti preoccupazione per l'improvviso scoppio di un conflitto che appare tutt'altro che improbabile.
Animati da un complesso alla dottor Stranamore, gli ambienti militari Usa parlano di usare contro la Corea del Nord una bomba ancor più potente della MOAB: si tratterebbe della GBU-57A/B Massive Ordnance Penetrator (MOP). Se la MOAB ha il peso di 9,5 tonnellate e scoppia a 6 metri di quota, distruggendo tutto nel raggio di 800 metri circa, la MOP pesa 13,6 tonnellate, è stata progettata per penetrare anche in bunker sotterranei protetti da vari metri di cemento e riuscirebbe a sfondare fino a 100 metri di terreno o 20 metri di cemento armato, per poi esplodere. Gli esperti dicono che la MOP abbia il difetto di non possedere un sensore che - una volta penetrati gli strati protettivi di un bunker - individui lo spazio sottostante in cui deflagrare, dimodoché potrebbe anche esplodere sotto il pavimento del bunker colpito, cioè al di sotto dell'obiettivo. Questo comunque è un dettaglio.
Può pure darsi che la costosa spedizione navale statunitense non dia luogo ad alcun attacco a basi nordcoreane, e che qualcuno convinca Trump a presentare al Consiglio di Sicurezza dell'Onu un inasprimento delle sanzioni alla Corea del Nord: in questo caso sarà interessante l'atteggiamento che adotterebbe la Cina (che gode del diritto di veto), poiché già un'astensione significherebbe un distanziarsi di Pechino da Pyongyang. Tuttavia non è detto che ammorbidirebbe Trump o Kim Jong-un. Resta però ignoto di quali strumenti disponga in effetti la Cina per condizionare eventualmente la Corea del Nord. Considerata la grande (e unica) protettrice di Pyongyang, non è detto che tale ruolo escluda l'autonomia decisionale nordcoreana. A complicare il tutto c'è il preoccupante dato geografico dell'essere la Corea del Nord confinante con la Cina. Siamo sicuri che di fronte a un attacco statunitense Pechino potrebbe restare inerte? Del resto alcuni commentatori sostengono che anche la Cina sia destinataria del messaggio implicito nell'uso della MOAB.
Certo è che Trump si sta mettendo a forte rischio di uno scontro militare con la Russia in Siria e con la Cina in Corea. E sempre che non faccia qualche corbelleria anche sul Baltico o in Ucraina.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 11 dicembre 2016

Donald Trump e il calice avvelenato dell’economia degli Stati Uniti - di Michael Roberts

[Tratto dalla traduzone de http://francosenia.blogspot.it/…/e-sempre-e-ancora-leconomi… sempre utile consultare]

L’ironia della vittoria (di misura) di Donald Trump nelle elezioni presidenziali consiste nel fatto che chi ha perso è il candidato "sicuro" dei democratici, di Wall Street e degli strateghi del capitale. Ora si ritrovano con una mina vagante che devono cercare di imbrigliare.
Trump ha vinto perché un numero (appena) sufficiente di persone è stufo dello status quo. A quanto pare il 60% dei votanti ha chiesto alle urne che si valuti il fatto che il paese "si trova sul binario sbagliato" e che due terzi sono stanchi e arrabbiati con il governo di Washington - qualcosa che la Clinton personifica.
 Come il voto dei britannici per il Brexit, contro ogni aspettativa, un numero sufficiente di votanti in America (soprattutto bianchi, anziani, con piccole attività o lavoratori nelle piccole industrie in via di fallimento nei più piccoli Stati centrali degli Stati Uniti) ha battuto il voto dei giovani, più istruiti e più agiati e residenti nelle grandi città. Ma ricordiamoci che si tratta di circa poco più del 50% degli aventi diritto al voto. Un enorme fetta di persone in America non ha mai votato alle elezioni, e sono quelli che costituiscono una parte considerevole della classe operaia.
Più significativamente, il problema più importante (52%) per i votanti - alla domanda loro rivolta quando si sono recati alle urne - è lo stato dell’economia degli Stati Uniti, seguito dal terrorismo (ma ben al di sotto, al 18%) e dall’immigrazione (la carta di Trump), ancora più al di sotto. Trump ha vinto perché sosteneva che avrebbe migliorato le condizioni di quelli "che sono stati lasciati indietro" a causa della globalizzazione, del fallimento delle industrie nazionali e della distruzione delle piccole attività. Naturalmente, Trump è un miliardario e non ha alcun reale interesse, o idea, su come migliorare la sorte di questa maggioranza. Ma la rabbia nei confronti dell’establishment è stata (appena) sufficiente perché questo egoista, misogino, predatore sessuale, figlio di ricchi vincesse.
Ma si tratta sempre ancora dell’economia, stupido. Trump ha ricevuto un calice avvelenato da cui dovrà bere: lo stato dell’economia degli Stati Uniti. L’economia statunitense è la più grande e la più importante economia capitalista. Dopo la fine della Grande Recessione del 2009, di tutte le più grandi economie è stata quella che ha funzionato meglio. Ma la sua performance economica si trova ancora in una situazione penosa. La crescita del PIL reale pro capite nell’anno è stata solamente dell’1,4%, ben al di sotto dei livelli precedenti al crollo avvenuto nel 2008. Dal 1930, si tratta della più debole ripresa economica della storia, dopo una crisi.
 Ora, il Fondo Monetario Internazionale si aspetta che quest’anno l’economia degli Stati Uniti cresca solo dell’1,6%. E gli economisti della US Federal Reserve Bank prevedono per il futuro solamente un’espansione dell’1,8% l’anno. E tutto questo, solo se si presume che non ci sia nessuna nuova recessione economica.
 Il punto di vista della maggioranza degli economisti è quello per cui una recessione degli Stati Uniti è improbabile e che l’economia riprenderà anche il prossimo anno. Infatti, il presidente della US Federal Reserve, Janet Yellen (il cui posto ora si trova in pericolo), sostiene che l’economia statunitense "è sulla strada di un miglioramento sostenibile". L’argomento è quello che il costo del denaro è vicino allo zero, il consumatore americano sta ancora spendendo in maniera robusta, il mercato immobiliare è in ripresa e lo sono anche le vendite al dettaglio delle automobili.
Ma ciò che è importante per la salute di una moderna economia capitalista non è la facilità o il costo del prestito, è il livello e la direzione della redditività del capitale, i profitti totali e l’impatto degli investimenti. Quando la redditività cade, alla fine cade anche il totale dei profitti aziendali e, qualche tempo dopo, si contraggono gli investimenti. Quando ciò accade, ben presto segue una recessione economica. Nel periodo post-bellico, un calo costante negli investimenti ha portato comunque l’economia in recessione, mentre il consumo personale è rimasto più o meno stabile, per poi cadere solo nel momento in cui è esplosa la crisi.
 E i profitti delle imprese statunitensi sono in caduta. Secondo gli economisti della banca d’investimento JP Morgan, i profitti delle imprese americane sono diminuiti del 7% rispetto ai livelli dell’anno precedente. Su tale base - sostengono - "la probabilità che ci sia una recessione entro tre anni è del 92%, e che ci sia entro due, è del 67%". Inoltre, la Federal Reserve ha in programma di rialzare il tasso di interessi dopo le elezioni, in quanto ritiene che l’economia sta tornando alla "normalità", incrementando così ulteriormente il rischio che si inneschi una crisi - anche se una vittoria di Trump farà rinviare questa misura a causa della caduta dei mercati azionari.
Qual è la soluzione di Trump a tutto questo? La sua proposta economica si riduce al taglio delle tasse, per mezzo della riduzione della spesa del governo e attraverso la tassazione delle importazioni per "proteggere" i posti di lavoro americani. I principali beneficiari di questo taglio sarebbero i molto ricchi. Sotto Trump, la maggioranza delle persone vedrebbe ridotta la loro imposta sul reddito di circa il 7%, ma per l’1% (il top) della popolazione si arriverebbe al risparmio del 19% del loro reddito. Per bilanciare il budget federale, la spesa pubblica dovrebbe essere tagliata di circa il 20%, colpendo il welfare, l’istruzione e la sanità. Aumentare le tariffe sui prodotti esteri ed imporre sanzioni punitive alla Cina e al Messico, i due più grandi partner commerciali degli Stati Uniti, farebbe aumentare i prezzi e provocherebbe delle ritorsioni.
In un certo senso, il prossimo presidente degli Stati Uniti si trova a fronteggiare una situazione peggiore di quella che si trovo di fronte Obama nel 2009, nel pieno del collasso finanziario globale. Questa volta non c’è modo di evitare una crisi stampando denaro o tagliando i tassi di interesse; oppure incrementando la spesa governativa, dal momento che il debito pubblico è già raddoppiato raggiungendo il 100% del PIL. Questi strumenti di politica economica sono esauriti. Il calice va sorseggiato.
[Michael Roberts, pubblicato il 9 novembre 2016. Fonte: Michael Roberts Blog]

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)