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giovedì 9 marzo 2017

NON UNA DI MENO - UNA MINACCIA CONSERVATRICE CREA NUOVE OPPORTUNITÀ PER UN FEMMINISMO DI CLASSE

UNA MINACCIA CONSERVATRICE CREA NUOVE OPPORTUNITÀ PER UN FEMMINISMO DI CLASSE
Nota delle autrici: questo articolo è stato redatto da Romina Akemi e Bree Busk per Solidaridad, il giornale della organizzazione cilena Solidaridad-Federación Comunista Libertaria. Per questo motivo, alcuni concetti e fatti storici che risultano familiari ai lettori statunitensi vengono spiegati più dettagliatamente.

Nella prima settimana di presidenza di Donald Trump hanno avuto luogo due importanti mobilitazioni, espressione di due visioni radicalmente distinte sui diritti riproduttivi.
La marcia delle donne a Washington nel giorno seguente all'insediamento di Trump è stata una delle manifestazioni più partecipate nella storia degli Stati Uniti. Quello che è cominciato come una chiamata spontanea è cresciuta rapidamente fino a diventare un movimento rappresentativo della crescente preoccupazione nei confronti del programma del nuovo governo. La marcia ha riunito circa 500.000 persone a Washington D.C, con manifestazioni parallele in tutto il paese e nel resto del mondo. Una settimana dopo, ha avuto luogo una mobilitazione molto diversa: la marcia annuale per la vita.
Nonostante questa sia stata considerabilmente minore, ha riunito comunque un buon numero di persone, inclusi personaggi noti del governo Trump. Rompendo il protocollo politico tradizionale, il vicepresidente Mike Pence, un ex-cattolico convertito al cristianesimo evangelico, ha parlato durante la manifestazione dichiarando: "La vita sta vincendo di nuovo negli Stati Uniti".
Negli Stati Uniti, la legalità dell'aborto è affidata alla Roe. v. Wade, una sentenza del 1973 che può essere riconosciuta solo da una nuova decisione della Corte Suprema. Attualmente vi è un vuoto legislativo che il presidente Obama non è stato in grado di riempire nel suo mandato. Durante la sua campagna elettorale il candidato successore Donald Trump aveva espresso l'intenzione di nominare un giudice antiabortista, promessa che è stata ripetuta da Pence e finalmente realizzata il 30 di gennaio con la nomina di Neil Gorsuch. Se verrà confermato il rapporto pubblicato recentemente sulle vicende che hanno portato all'elezione del giudice Gorsuch, la direzione sarà quella di una svolta conservatrice, "votando per limitare i diritti degli omosessuali, mantenere restrizioni sull'aborto e invalidare i programmi di azione positiva (affirmative action)".
Nonostante sia legale, l'accesso all'aborto continua ad esser precario e discontinuo negli Stati Uniti, specialmente per gli abitanti delle comunità rurali. Questo è dovuto in parte al successo del movimento antiabortista, che si è servito di metodi legali o dal basso per ridurre l'accesso all'aborto. Questa tendenza è divenuta particolarmente evidente negli anni '90, quando organizzazioni evangeliche di destra come Operation Rescue, Moral Majority, and the Family Research Council hanno acquisito maggiore importanza. Queste organizzazioni hanno cavalcato la reazione conservatrice di fronte alla rivoluzione culturale degli anni '60, esigendo che si pregasse nelle scuole pubbliche, opponendosi all'educazione sessuale e chiudendo le cliniche per donne. Questo periodo di opposizione tra il conservatorismo religioso e i valori progressisti secolari è chiamato la "Guerra culturale" ("The cultural wars"). In quell'epoca il movimento femminista nordamericano della terza onda era già completamente istituzionalizzato dentro al Partito democratico, e non è stato possibile difendere le conquiste già fatte di fronte ad una tale opposizione.
La marcia delle donne è stata la dimostrazione pubblica in difesa dei diritti riproduttivi più importante nella storia recente. Essa rappresenta la prima chiamata ad un'azione capace di unire trasversalmente donne di ogni razza, classe e tendenza politica dalla sconfitta dell'emendamento sulla legge paritaria (Equal Rights Amendment) della fine degli anni '70. Durante l'ultima decade, le politiche di sinistra negli Stati Uniti sono state dominate dalla politica dell'identità: una teoria politica che enfatizza l'identità razziale, sessuale e di genere a discapito della classe sociale. Le politiche dell'identità inizialmente contribuirono all'analisi e alla decontrazione delle manifestazioni di supremazia bianca e di patriarcato all'interno di organizzazioni e movimenti di sinistra, ma furono adottate presto dai giovani progressisti in ambito accademico. All'interno di questa analisi, il concetto di classe s'intende come un'identità in più, soggetta ad essere discriminata però non sulla base della sua relazione con i mezzi di produzione.
Ciò che era inizialmente uno strumento utile per l'analisi dei disequilibri del potere finì per trasformarsi in una posizione ideologica caratterizzata dalla disunione, dal separatismo e da un localismo estremo. Questi comportamenti politici hanno influenzato fortemente le sinistre istituzionali e rivoluzionarie negli Stati Uniti, bloccando la crescita di movimenti sociali ad ampia base.
Il problema della natura frammentaria della politica dell'identità è stato affrontato mediante l'applicazione del concetto di intersezionalità, una pratica teorica che contiene l'analisi delle identità sociali sovrapposte e dei loro corrispondenti sistemi di oppressione, dominio o di discriminazione. L'intersezionalità è stata pensata per preparare un modello che promuovesse una cooperazione orizzontale e inclusiva all'interno dei movimenti e delle organizzazioni tra le diverse identità. Senza dubbio nella pratica gli attivisti finirono per seguire l'interpretazione secondo la quale tutte le identità e tutte le oppressioni sono collocabili sullo stesso piano, e non si richiede nessun giudizio particolare al capitalismo o allo Stato per completare l'analisi. Come dimostrato nella recenti elezioni negli Stati Uniti, la maggior parte delle persone reagisce alle minacce contro la sua realtà materiale e non in base a considerazioni puramente ideologiche sulla propria collocazione nella complessa gerarchia delle identità oppresse…risulta ironico che la politica "dall'alto" condotta da Trump abbia finito per costringere la sinistra statunitense ad incontrare un'unità che, appena un mese fa, brillava per la sua assenza.
In questo momento non esiste alcuna certezza che la marcia delle donne si possa trasformare in un movimento sociale legittimo. In tutto il paese, i microfoni sono stati monopolizzati dai politici democratici e da celebrità liberali, mettendo l'accento sulla resistenza istituzionale. Questo contrasta con la diversità politica dei partecipanti alla marcia: alcuni esigono riforme, mentre altri chiamano alla rivoluzione. Il fattore unificante è il desiderio collettivo di iniziare una resistenza nelle strade di fronte alla regressione sociale che si sta annunciando. Le femministe rivoluzionarie hanno appena iniziato ad inserirsi in questi spazi politici e il ruolo che ricopriranno non è ancora chiaro. Ciò che risulta chiaro è che la marcia delle donne rappresenta un'opportunità politica per ricostruire un movimento femminista libertario (insieme ad altre lotte che si stanno sviluppando) che ponga domande finalizzate a migliorare la vita dei lavoratori e che si opponga al carattere liberale e capitalista del movimento femminista attuale. Esiste una chiara opportunità per riportare l'attenzione sulle domande classiche di giustizia riproduttiva, uguaglianza economica e fine della violenza patriarcale, e per porre nuove domande con una forza maggiore rispetto ai decenni passati. I nostri sforzi necessiteranno degli elementi migliori dell'analisi intersezionale per impedire che si sviluppino di nuovo le gerarchie che cerchiamo di abolire, però questo è solo il principio. Dobbiamo riconoscere la realtà materiale di coloro che vengono direttamente impattati dal capitalismo patriarcale, e lasciare che questa prospettiva ci guidi nel movimento rivoluzionario che vogliamo costruire.

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

venerdì 3 marzo 2017

8 marzo internazionale

 OTTO MARZO SCIOPERO INTERNAZIONALE DELLE DONNE


La storia dell’8 marzo nel Novecento è quella di manifestazioni e scioperi. Anche dopo la sua consacrazione istituzionale questo giorno rimane quello della lotta femminista internazionale per una società in cui vivere libere da oppressioni patriarcali e capitaliste.

Dallo sciopero femminista USA 1961 contro la guerra, a quello del 1970 “per la pace e l’Uguaglianza”, sino a quello generale del 1975 in Islanda per il riconoscimento del lavoro delle donne, e poi la grande manifestazione in Usa del 1986 “pro Choice”, …
dalle vaste e trasversali manifestazioni italiane per il divorzio e la libertà femminile nel 1972 e nel 1974, a quelle  spontanee per la difesa della Legge 194 nel 1981 (vittoria dei No ai referendum abrogativi) e nel 2008, alla manifestazione contro le disparità sul lavoro, e per inciso contro il governo Berlusconi, indetta da ‘Se non ora Quando’ nel febbraio 2011...
…sino alla grande manifestazione delle donne in Polonia per l’aborto legale, il “Black Monday” di Varsavia del 3 ottobre 2016 ed al “Mercoledì Nero” di Buenos Aires del 19 ottobre 2016 che le donne sudamericane, riunite in “Ni una menos”, hanno lanciato con un grido di rabbia per dire basta alla violenza machista riproponendo il “paro”, lo sciopero, per l’otto marzo,
…alla manifestazione “Non una di meno” a Roma dello scorso 26 novembre che ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di donne…
...La manifestazione contro l’elezione di D. Trump, sabato 21 gennaio 2017, ha espresso la protesta contro il sessismo del nuovo presidente, e fatto scendere in strada tante altre voci per un totale di oltre 500mila persone nella sola Washington e oltre tre milioni nell’intero Paese....
Le donne in questi decenni sono scese nelle piazze per reclamare ed esigere la fine dei sistemi di violenza, sia contro il militarismo che contro la violenza domestica e il sessismo…
e la protesta è arrivata con la sua ondata anche in Italia proprio nel momento in cui cresceva il dissenso verso il nuovo “Piano strategico contro la violenza” sulle donne, contestato per i suoi contenuti politici e per gli stanziamenti inadeguati, oltre che per la metodica di approvazione, in primo luogo dalle donne che da decenni lavorano nelle Case rifugio e nei Centri antiviolenza (77 centri riuniti nella associazione DiRE).

Un movimento trasversale di donne formato dalla manifestazione “Non una di meno” dello scorso 26 novembre 2016 a Roma per rivendicare la centralità dell’autonoma voce delle donne nei confronti dei piani governativi promossi al fine di contrastare la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere. Questo movimento si è riunito nuovamente in assemblea a Bologna a febbraio: la piattaforma che è scaturita indica i punti da cui partire per un programma politico femminista ad ampio spettro, inclusivo e radicale, sfociato nella richiesta, plaudita o controversa, alle forze di sindacali di indire per l’otto marzo 2017 uno sciopero di 24 ore.

I punti della piattaforma di NON UNA DI MENO sono:

La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne

Senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne

Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi

Vogliamo rivendicare un reddito di autodeterminazione, per uscire da relazioni violente, per resistere al ricatto della precarietà

Contro ogni frontiera: permesso, asilo, diritti, cittadinanza e ius soli

Scioperiamo affinché l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’università, per rendere la scuola pubblica un nodo cruciale per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere

La violenza ed il sessismo sono elementi strutturali della società che non risparmiano neanche i nostri spazi e collettività

Contro l’immaginario mediatico misogino, sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans

Alternativa Libertaria/FdCA condivide la piattaforma di Non una di meno, partecipa alle mobilitazioni per la sua piena attuazione e con le sue e i suoi militanti contribuisce a costruire momenti di crescita e di affermazione di libertà, giustizia e laicità per tutt*.
8 marzo 2017
Alternativa Libertaria/fdca

giovedì 2 marzo 2017

Ferroviere e Ferrovieri

8 Marzo 2017 Sciopero Nazionale
ANCHE PER LE FERROVIERE E I FERROVIERI ITALIANI
Se non valgo non produco!
L’Italia è il fanalino di coda dell’uguaglianza di genere sul lavoro, inoltre nel nostro paese 6,8 milioni di donne hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza.
Peraltro le politiche istituzionali sui diritti delle donne, mirano cinicamente a parificare al ribasso i generi in nome della disponibilità totale, della flessibilità, dello sfruttamento.
Il lavoro precario, esploso con il job act (art.18, contratti a “tutele crescenti”, voucher, stages gratuiti, apprendistato dequalificato, contratto a tempo determinato senza causale) rende ancora più drammatica l’assenza di servizi ed altre forme di reddito di conciliazione tra lavoro produttivo e lavoro di cura della famiglia.
La situazione lavorativa delle donne in FS è emblematica di una condizione di sfruttamento che colpisce tutti; le mansioni, gli orari, le vessazioni, i pericoli a cui tutto il personale è esposto, rende infatti particolarmente vulnerabile il genere femminile.
Particolarmente gravosa è oggi la possibilità di curare la propria famiglia con ritmi e turni che impongono violentemente il lavoro come occupazione primaria, estraniando lavoratrici e lavoratori dalla propria vita familiare e personale.
L'8 Marzo 2017, raccogliendo l'appello internazionale di “Non Una di Menos”, il sindacalismo di base ha proclamato sciopero contro le discriminazioni sistemiche e le violenze sulle donne e contro lo sfruttamento di lavoratrici e lavoratori.
NEL SETTORE FERROVIARIO SCIOPERIAMO PER:
·         La lotta contro discriminazioni, vessazioni e violenze.
·         La sicurezza di lavoratrici e lavoratori.
·         Il superamento della precarietà nel lavoro.
·         Il diritto alla equa distribuzione\conciliazione tra lavoro e tempo libero e familiare.
·         Adeguati servizi e diritti di cura della famiglia per le lavoratrici e i lavoratori.
·         Riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario.
·         Cancellazione della riforma pensionistica Fornero, per un equo sistema pensionistico che riconosca le lavorazioni ferroviarie usuranti e agevoli in uscita le donne in tutti i comparti.
·         Contro privatizzazioni, svendite e smantellamenti, per un contratto unico del ferro.
·         Per la difesa e l'estensione del welfare universale, contro i pacchetti di welfare aziendale che sottraggono soldi e servizi a lavoratrici\ori e alla collettività a solo beneficio delle casse dei sindacati di comodo.
8 Marzo 2017 Sciopero Nazionale
Per tutte le Ferroviere e i Ferrovieri
Delle aziende: Gruppo FSI, Trenitalia, RFI, Mercitalia, Serfer, Trenord, NTV, Rail Traction Company, Captrain Italia , SBB Cargo Italy, DB Cargo Italia, Rail Cargo Italia, InRail, Crossrail Italia, General Transport Service, Compagnia Ferroviaria Italiana, OceanogateItalia, Interporto Servizi Cargo, Fuori Muro Servizi portuali e ferroviari.
Dalle 00.00 alle 21.00 del 8 Marzo 2017
(salvo servizi minimi essenziali previsti dalla legge 146)


Cub Trasporti cub-trasporti@libero.it         SGB ferrovierisgb@gmail.com 

giovedì 25 febbraio 2016

sciopero sociale 1 marzo

Nel 2015 centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini hanno attraversato i confini d’Europa scatenando una crisi politica e istituzionale senza precedenti. La risposta è stata tanto il più violento razzismo istituzionale, quanto una grandiosa solidarietà. I migranti hanno reso evidente che il regime dei confini e il governo della mobilità sono l’altra faccia delle politiche di austerity, una leva fondamentale attraverso cui precarizzare tutto il lavoro. Mentre le destre e i discorsi xenofobi soffiano sul vento della paura e della diffidenza, stare dalla parte dei migranti significa oggi lottare concretamente contro una precarietà e una riduzione degli spazi di libertà che riguarda tutti e tutte. Questo è il messaggio lanciato in Europa dalla piattaforma dello Sciopero Sociale Transnazionale, con la convocazione di una giornata di scioperi e azioni decentralizzate e coordinate il prossimo primo marzo, con lo slogan: «24 ore senza di noi contro i confini e la precarizzazione».
Insieme a diverse realtà che già si stanno mobilitando dalla Germania alla Polonia, dal Regno Unito ai Balcani, passando per la Svezia, la Francia e la Grecia, il primo marzo può essere anche in Italia una giornata in cui porre al centro le lotte dei migranti, per avviare nuovi percorsi di connessione e coalizione tra le diverse figure del lavoro. Il primo marzo può essere una giornata in cui dare visibilità e un volto pubblico a tutte quelle vertenze ed esperienze grandi e piccole che, pur presenti nei territori, faticano a trovare una reale forza politica espansiva. Un giorno nel quale prendere parte di fronte al tentativo di ridurre al silenzio i migranti e, insieme con loro, tutti quelli che cercano di sottrarsi allo sfruttamento e migliorare così la propria vita.
La chiamata transnazionale per il primo marzo apre la possibilità di avviare percorsi duraturi per rovesciare la frammentazione delle condizioni sociali e di lavoro in una forza collettiva da far pesare sul piano europeo, rilanciando lo sciopero come strumento di lotta contro le pratiche di sfruttamento costruite intorno al lavoro migrante, alla gestione della mobilità e all’accoglienza. Si tratta di avanzare rivendicazioni – come quella di un salario minimo, di un reddito e un welfare europei senza limitazioni legate alla cittadinanza e di un permesso di soggiorno europeo indipendente dal contratto di lavoro e dal reddito – che possono aprire, proprio per la loro scala europea, nuovi spazi di politicizzazione. Si tratta allo stesso tempo di valorizzare, rafforzare e diffondere le pratiche di accoglienza e mutualismo che si oppongono al governo della mobilità europeo aprendo spazi di libertà a livello locale.
Sappiamo che quella dello sciopero è una sfida difficile, perché difficili sono le attuali condizioni sociali e politiche. Pensiamo però che le questioni del lavoro migrante e del razzismo istituzionale, della precarizzazione diffusa, dell’attacco ai salari e al welfare, devono conquistare la scena nello spazio europeo. Anche se difficile, lo sciopero è un progetto concreto che può trovare nel prossimo primo marzo un momento di sperimentazione. «24 ore senza di noi» significano anche allargare lo spazio del «noi», creando le condizioni affinché tutti coloro che sono sfruttati e vivono in uno stato di precarietà a tempo indeterminato lottino insieme.
Facciamo appello ai migranti, ai precari e alle precarie; agli operai e le operaie che ai migranti sono legati nelle fabbriche e lungo le catene transnazionali dello sfruttamento; ai lavoratori pubblici e privati, del terzo settore, della logistica; ai lavoratori autonomi di seconda generazione e partite Iva; agli studenti e ricercatori che rifiutano i tagli e la mobilità; ai rifugiati e ai lavoratori e lavoratrici dell’accoglienza che negli ultimi mesi hanno lottato contro le politiche dell’emergenza e dell’esclusione e contro la propria quotidiana precarietà; gli insegnanti, che rifiutano la degradazione della scuola pubblica e le politiche di subordinazione e discriminazione dei migranti cui il governo li vuole obbligare; alle realtà impegnate in pratiche di mutualismo e accoglienza; al mondo dell’associazionismo impegnato contro le diverse forme del razzismo: tutte queste figure oggi frammentate possono trovare nel primo marzo un momento di convergenza inedito.
Facciamo appello per avviare percorsi territoriali di coordinamento, al fine di permettere, all’interno della cornice comune, una partecipazione diffusa e più ampia possibile alla giornata. Invitiamo a organizzare momenti di lotta che possano convergere in momenti comuni di piazza nel pomeriggio del primo marzo, in modo da dare a tutti e tutte, anche chi non potrà partecipare ad altre iniziative, la possibilità di prendere parte alla giornata.
Come affermato dalla piattaforma dello Sciopero Sociale Transnazionale nell’appello del primo marzo, «non abbiamo né un’identità né un passato da difendere, ma solo un processo aperto per tempestare il presente»!
Prime adesioni:
Strike Meeting
Acrobax – Roma
AdL Emilia Romagna
Assemblea Lavoratori dell’Accoglienza – Roma
Associazione Cross-Point – Brescia
Bios Lab – Padova
Centri Sociali Emilia Romagna
CLAP – Roma
Cobas empolese
Communia Network
Comunità in Resistenza/CSA Intifada – Empoli
Confederazione USI
 ∫connessioni Precarie
Coordinamento Collettivi Sapienza
Coordinamento Lavoratori Autoconvocati – Contro la crisi
Coordinamento Migranti Emilia Romagna
Cs. Astra/Laboratorio Puzzle – Roma
ESC – Roma
Exploit – Pisa
La Boje – Mantova
LUR – Libera Università Roma
Migranti Ex SET – Bari
Resistenze Meticce – Roma
Rimake – Milano
Sial Cobas – Milano
Solidaria – Bari
Zero81 – Napoli

martedì 21 luglio 2015

PORDENONE: per un reddito di esistenza contro un reddito di sudditanza

PORDENONE: per un reddito di esistenza contro un reddito di sudditanza x Tutte le ripetizioni Solo questa ripetizione Tutte le ripetizioni Solo questa ripetizione Preserva formattazione nella descrizione (supportato solamente in alcune applicazioni calendario) Venerdì, 24. Luglio 2015, 20:00 di GerminalQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Visite : 6 Piazzetta Cavour PER UN REDDITO DI ESISTENZA CONTRO UN REDDITO DI SUDDITANZA La farsa della legge sull’integrazione al reddito varata in FVG dal PD con l’appoggio di SEL e M5S INTERVENTI MICROFONO APERTO MATERIALE INFORMATIVO SOUND SYSTEM CON MUSICA LIVE * INVISIBILE Autore Rap e Hip Hop dal 2006, all’attivo “Fine Del Prologo Inizio Della Storia”, “Cerca Di Non Pensarci”, “Come Se Bastassero Le Illusioni” e "Parliamone”. * CICATRICE Giovane rapper della scena Hip Hop pordenonese, diversi i brani all’attivo da “batti il tuo tempo” a “il mio fucile”. Organizzano Collettivo RIFF RAFF PORDENONE PN REBEL riffraff@autistici.orgQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

martedì 24 febbraio 2015

Alla conquista dell'organizzazione, verso il Social Strike europeo - documento conclusivo del secondo strike meeting di Roma

Strike Meeting, II atto Alla conquista dell'organizzazione, verso il Social Strike europeo Obiettivi principali del II atto dello Strike Meeting – li abbiamo chiariti fin dall'inizio – sono stati: il consolidamento e l'articolazione della coalizione sociale e l'estensione europea del processo dello Sciopero sociale. Dopo tre giornate assai ricche di confronto, non possiamo che ritenerci molto soddisfatti, la strada intrapresa è quella corretta. Tre giornate, occorre ricordarlo, segnate da una partecipazione quantitativamente maggiore del primo episodio del Meeting, ancora più eterogenea, con riferimento alle soggettività coinvolte, qualitativamente molto avanzata. Tra le plenarie e i workshop l'insistenza programmatica della discussione, già decisiva nel Meeting dello scorso settembre, è stata approfondita e, nello stesso tempo, estesa. Basta citare nel dettaglio la giornata di sabato, quella dei workshop sulle vertenze e la campagne comuni, per cogliere le novità più rilevanti. • L'apertura, a partire dal decisivo confronto tra i freelance e i professionisti atipici e degli ordini, della riflessione e della mobilitazione sulla fiscalità e la previdenza. Equità fiscale e previdenziale saranno i temi al centro del Tweet-storm del 20 febbraio (in coincidenza con il Cdm che riprenderà la delega fiscale), della mobilitazione del 27 febbraio sotto la Cassa forense (promossa dagli avvocati di MGA), della mobilitazione di marzo contro l'aumento dell'aliquota della Gestione separata INPS. • L'insistenza, ricorrente in più workshop, sui nodi del lavoro gratuito e della disoccupazione giovanile, da articolare su diversi territori sociali. In primo luogo, quello segnato dalle mobilitazioni sulla Youth Guarantee, che hanno indicato nel 28 di marzo una data di agitazione e conflitto contro le agenzie per il lavoro e il business della disoccupazione giovanile, nel tentativo di organizzare su base regionale gli oltre 400 mila iscritti al programma, favorendo la costituzione e federazione di “Youth Corner”, dispositivi di informazione e aggregazione dei giovani precari/NEET. In secondo luogo, quello individuato dalle mobilitazioni contro il modello proposto da EXPO, che hanno trovato una ampia convergenza sulla necessità di animare una campagna di rifiuto e opposizione radicale al freejob. In terzo luogo, il mondo dell'università e della ricerca, nel quale studenti e ricercatori universitari – che dopo anni di difficoltà sono tornati a elaborare analisi e percorsi di mobilitazione comuni – avvieranno percorsi di mobilitazione centrati, in particolare, sul tema della dismissione della ricerca pubblica e sul dispositivo degli stage e dei tirocini curriculari, a partire dalla necessità di ribaltare i principi di governo degli atenei, che passano per i meccanismi di valutazione, e di lottare contro definanziamento e privatizzazione. • L'avvio di un confronto proficuo attorno al nodo del governo europeo della mobilità, dello sfruttamento del lavoro migrante e del business umanitario. Il “permesso di soggiorno minimo di due anni” su scala europea svincolato dal reddito, dai “punti” e dal contratto di lavoro è stato indicato come rivendicazione centrale per una campagna contro il ricatto permanente che segna le vite delle lavoratrici e dei lavoratori migranti e che in questi anni è stato una leva fondamentale su cui hanno poggiato processi più generali di frammentazione del lavoro e precarizzazione. • In attesa del decreto renziano sulla “Buona scuola” (si dice il 28 febbraio), e dunque del rilancio delle mobilitazioni di studenti e docenti, il mondo degli insegnati precari ha elaborato una vertenza comune a partire dalla sentenza della Corte di giustizia europea contro la precarietà nella scuola italiana, a partire dalla quale è possibile offrire un terreno comune di mobilitazione contro la definitiva istituzionalizzazione della precarietà nella pubblica amministrazione. • Una convergenza importante è stata stabilita tra le mobilitazioni contro lo Sblocca Italia, le devastazioni ambientali e le privatizzazioni, e quelle che, a partire da Milano e dalle giornate del 30 aprile, 1 e 2 maggio, si opporranno al dispositivo “EXPO”. Le mobilitazioni di Milano sono un passaggio centrale nella contrapposizione alle trasformazioni sociali e culturali che il neoliberismo impone. Un passaggio fondamentale da costruire e attraversare. In più, la questione della Sanità e della salute è stata al centro, tanto del confronto sulle privatizzazioni quanto della proposta, emersa dal Gender Strike, di federare esperienze di mutualismo, in particolare quelle in grado di scardinare l'impostazione familistica del welfare italiano. • Dal workshop dedicato al lavoro culturale, creativo e dello spettacolo, è emersa l'esigenza di focalizzare il modo in cui il Jobs Act e i decreti attuativi, insieme al Decreto Valore/Cultura, interagiscono e degradano ulteriormente il multiforme panorama, già privo di tutele, del lavoro culturale. La campagna dedicata al lavoro culturale, quindi, centrerà l'azione su proposte di organizzazione cooperativa e mutualistica della produzione culturale. Per dare forza alle campagne che già da domani, con tanti altri oltre i soggetti che compongono la coalizione del Meeting, metteremo in campo, e per riprendere con altrettanta forza la mobilitazione contro il Jobs Act, di cui al momento sono stati approvati soltanto due decreti attuativi, proponiamo una giornata di convergenza nazionale per aprile, con forme da definire. Una giornata di lotta che abbia al centro gli elementi programmatici trasversali alle diverse campagne: salario minimo europeo (di 15 euro), reddito di base e welfare europei, permesso di soggiorno minimo. Come già detto, il Meeting ha deciso di avviare una nuova sperimentazione organizzativa: uno spazio di coordinamento e di consultazione permanente della coalizione per connettere e mettere a verifica le campagne, per elaborare le priorità politiche comuni, per disporre l'agenda condivisa contro sfruttamento e precarietà. Si tratterà di incontri itineranti che scandiranno il processo organizzativo tra un Meeting e l'altro, nel tentativo di consolidare, per quanto possibile, esperimenti di sindacalismo sociale, di mutualismo nei diversi territori ma soprattutto di organizzazione e comunicazione politica tra chi ogni giorno fa esperienza, nei modi più diversi, della precarietà. La tre giorni si è conclusa con una partecipata assemblea che ha coinvolto collettivi e attivisti provenienti da Grecia, Germania, Francia, Regno Unito, Portogallo, Svezia, Irlanda, Spagna e Francia. Non è la prima volta che si discute di Sciopero sociale sul piano transnazionale: già durante il Blockupy festival a Francoforte e il forum sulla precarietà di Lisbona è stata avviata la discussione sulla possibilità di organizzare uno sciopero continentale capace di unire le diverse condizioni sociali esistenti in Europa, a partire da pretese e prospettive comuni. É però la prima volta che questo accade all'interno dello Strike Meeting. Si tratta di un passaggio importante per il riconoscimento pieno, anche sul piano organizzativo, dell'Europa come orizzonte minimo della nostra azione politica. L'assemblea transnazionale è stata importante anche per i temi discussi, le proposte fatte, le decisioni prese. La fase politica che stiamo vivendo è caratterizzata dalla produttiva incertezza delineata dal risultato delle elezioni in Grecia. Incertezza che apre la possibilità – e al tempo stesso rende urgente – di fare un passo avanti nella costruzione di un'iniziativa politica che sappia avanzare punti di programma comuni. Costruire intorno a questi punti la prospettiva di uno Sciopero transnazionale è la scommessa assunta dall'assemblea. Le questioni in campo sono tante e i modi di intervento diversi. Tuttavia intendiamo continuare ad allargare la discussione intorno alle quattro pretese/campagne discusse durante tutto lo Strike Meeting. Nel corso dell'assemblea è emersa inoltre la necessità di trovare momenti di coordinamento e azione per far crescere l'organizzazione sul piano europeo, in vista della realizzazione di uno Strike Meeting transnazionale entro l'estate. In questo senso, è stata avanzata la proposta di una giornata di azione (a giugno) sul tema della disoccupazione. È con questo spirito che parteciperemo alla giornata di mobilitazione convocata a Francoforte il 18 marzo dalla rete Blockupy, coordinando il processo di mobilitazione all'interno di una cornice comunicazione, 19 marzo all'assemblea sullo sciopero sociale transnazionale proposta dagli attivisti di Blockupy meets Amazon, alla quale è prevista la partecipazione di attivisti e realtà lavorative provenienti da divesi paesi europei. Per coordinare la discussione su questi temi e rafforzare il percorso sarà implementata la mailing list internazionale sul Transnational Strike creata in seguito al workshop organizzato a Francoforte. Siamo consapevoli che la sfida lanciata da questo II atto del Meeting è molto ambiziosa. Un conto è organizzare al meglio una scadenza autunnale, altro conto è dare continuità organizzativa a una sperimentazione innovativa come quella dello Sciopero sociale. Si tratta di mettere in gioco, con coraggio e generosità, il meglio di noi stessi, in un panorama, quello italico, tutt'altro che semplice. Si sa, non siamo abituati ad abbassare la testa, e non lo faremo certo adesso. Let's unite for the European Social Strike! Roma 13-14-15 febbraio 2015 Coalizione dei Laboratori dello Sciopero sociale

giovedì 5 febbraio 2015

Call – Workshop “Freelance, professionisti atipici e degli ordini, lavoratori della conoscenza”

Strike Meeting, II atto – Roma 13-14-15 febbraio Dopo tante promesse, Renzi ha colpito a morte (o quasi) i freelance. In particolare quelli più fragili che, a partire dal 2011, si sono avvalsi dei vantaggi del regime dei minimi. Il regime forfettario introdotto dalla Legge di stabilità aumenta l'imposta sostitutiva dal 5 al 15%, diversifica i limiti di fatturato, penalizzando i lavoratori della conoscenza (da 30.000 euro a 15.000 euro l'anno). Anche l'introduzione del coefficiente di redditività, necessario a calcolare l'imponibile, punisce i freelance che operano nel campo del lavoro creativo e della produzione scientifica. Nella legge di stabilità il governo Renzi non ha voluto evitare l'aumento dei contributi alla gestione separata Inps dal 27,72% al 29,72% che penalizzeranno gravemente i lavoratori autonomi con la partita Iva. E’ stato calcolato che il reddito netto medio di questi autonomi è di 515 euro mensili (con un compenso lordo medio di 18.640 euro annui). L’aumento dei contributi ridurrà ancora di più questi importi. Questo significa: disoccupazione, lavoro nero o informale, perdita di quel poco che la crisi ha lasciato a questi lavoratori. Neanche a dirlo, i freelance sono stati esclusi dai famosi 80 euro e dall'estensione dell'ASpI: i nuovi ammortizzatori sociali riguarderanno i parasubordinati (i collaboratori a progetto), ma non le partite Iva. Infine la mazzata imposta dalla riforma Fornero, l'aumento vertiginoso dell'aliquota INPS (gestione separata): già dal primo gennaio è stato raggiunto il 30%. Calcoli alla mano, un freelance che rientra nel regime forfettario non può che vivere al di sotto della soglia di povertà. E le cose di certo non vanno meglio per i professionisti degli ordini: da segnalare in primo luogo l'accanimento della Cassa forense sui giovani avvocati. Siamo consapevoli che si tratta di un mondo eterogeneo, difficile da organizzare attraverso le forme sindacali tradizionali. Ma l'offensiva è netta, e molto dura, impone quanto meno una risposta unitaria. Lo Strike Meeting, giunto al suo II atto dopo il successo dello Sciopero sociale del 14 novembre scorso, può essere l'occasione giusta per avviare un confronto virtuoso, mettere in rete saperi, intensificare le relazioni, promuovere campagne comuni. Invitiamo freelance, professionisti atipici e degli ordini, lavoratori della conoscenza a partecipare numerosi al workshop che si svolgerà sabato 14 febbraio (ore 10, presso Esc – via dei Volsci 159) all'interno della cornice dello Strike Meeting.

giovedì 4 dicembre 2014

VERSO LO SCIOPERO GENERALE E SOCIALE DEL12 DICEMBRE

Renzi è per la prima volta in difficoltà, la sua politica degli annunci non regge più sotto la spinta delle mobilitazioni e della condizione sociale che precipita. Questo è anche il risultato delle lotte di questi mesi contro il Jobs Act e la legge di stabilità. Persino Squinzi, presidente di Confindustria non si aspettava tanti regali dal governo tutti insieme! Riduzione Irap alle imprese, libertà assoluta licenziamento, demansionamento e spionaggio sui lavoratori aumento tassazione tfr e previdenza complementare. Anziché sostenere salari e pensioni e combattere la precarietà il governo in continuità con quelli precedenti non ha fatto altro che precarizzare e impoverire ancora di più il lavoro mettendo al centro l’impresa e i suoi bisogni. Così la crisi non finisce mai! In questi anni ci hanno raccontato che per il debito dovevamo sacrificare tutto: pensioni, salari, lavoro stabile, vita dignitosa, sanità e scuola pubblica. Poi sarebbe venuto il momento del benessere. La verità è che le loro politiche sono responsabili della crisi e la usano come pretesto il debito per cancellare ogni diritto e conquista sociale del lavoro. Bisogna cambiare pagina! La Cgil ha proclamato sciopero generale per il 12 dicembre. È in colpevole ritardo rispetto alla battaglia contro l’approvazione del Jobs Act. La piazza del 25 ottobre e il crescendo di mobilitazioni di questi mesi contro il governo Renzi meritavano ben più determinazione. Ma siamo ancora in tempo per provare a cambiare pagina. Bisogna però rompere con le politiche di queste anni, abbandonare ogni illusione concertativa e costruire un sindacato che sia davvero conflittuale, nella pratica e non soltanto nei proclami in televisione. Continuare le lotte, fino a imporre politiche diverse Bisogna dire basta alla moderazione e alla cosiddetta responsabilità grazie alle quali la Cgil non ha combattuto davvero l’aggressione al mondo del lavoro! Bisogna rompere con il sistema delle deroghe al CCNL e con il modello del 10 gennaio che impedisce le lotte. Abbiamo bisogno di un sindacato democratico, conflittuale e indipendente. Basta con i sindacalisti che cambiano casacca e da onorevoli votano contro il loro sindacato! Il voto di Epifani a favore del Jobs Act è una vergogna che può essere sanata solo se la Cgil rompe con Epifani e tutto il Pd. Serve un sindacato che sappia dire NO alle richieste delle aziende di ridurre salari e diritti! Bisogna dare continuità alle lotte, fermarsi darebbe il segnale di una resa che non vogliamo. Costruiamo una mobilitazione senza precedenti, radicale e prolungata, che punti davvero a bloccare il paese e a rompere con le politiche d’austerità che pretendono la cancellazione del nostro modello sociale. A cominciare dal 3 dicembre, con il presidio sotto il Senato per contestare il voto sul Jobs Act. Mandiamo a casa il governo Renzi! OPPOSIZIONE CGIL

martedì 11 novembre 2014

14 NOVEMBRE SCIOPERO GENERALE , SCIOPERO SOCIALE !!!!

14 NOVEMBRE 2014 SCIOPERARE E MANIFESTARE NEI POSTI DI LAVORO E NEI TERRITORI PER CONTRASTARE LA DISTRUZIONE DEI NOSTRI DIRITTI PER RICOSTRUIRE L'OPPOSIZIONE SOCIALE PER RIPRENDERCI LA LIBERTA' DI IMMAGINARE E DI SPERIMENTARE L'ALTERNATIVA LIBERTARIA ALLA BARBARIE CHE AVANZA Non è la prima volta che succede. Non è la prima volta che il mondo del lavoro sindacalizzato intreccia la sua lotta con le realtà sociali di base che nei territori, da anni, fanno da argine e da rete solidale di conflitto contro la devastazione capitalistica dei luoghi di vita e dell'ambiente. Ma questo 14 novembre cade nel sesto anno di una crisi che non è più solo finanziaria,solo economica ed occupazionale. Siamo nel sesto anno di una crisi che punta direttamente a minare alla fondamenta la libertà dei lavoratori di organizzarsi e coalizzarsi nei luoghi di lavoro, di scendere in piazza per manifestare la loro opposizione alla distruzione di posti di lavoro e di reddito. Si tratta di un attacco non contingente, ma che punta a definirsi come sistema: un sistema in cui non è prevista alterità rispetto agli interessi del capitalismo, non è prevista organizzazione sindacale che rappresenti interessi autonomi dei lavoratori rispetto alle aziende. Non è prevista la speranza di una società più giusta e più solidale. Nemmeno la mera dignità del lavoratore, condannato invece ad uno stato di precarietà infinita. Nel lavoro e nella vita. Al tempo stesso nei territori, questa crisi punta alla ghettizzazione delle forme di opposizione sociale, alla loro criminalizzazione ogni volta che si osi mettersi di traverso rispetto alle grandi opere inutili, o rivendicare reddito sociale, diritto alla casa ed alle risorse, o costruire democrazia dal basso contro la decomposizione della democrazia rappresentativa. E nella crisi che impone la sua autorità come sistema e normalità, diventa banale e normale la repressione, legittima la violenza di Stato, impunibile ogni arbitrio in divisa. Jobs Act, legge di stabilità, Buona Scuola, non si possono contrastare pensando di contare solo sulla capacità coalizzatrice della FIOM o sulla forza di volontà dell'arcipelago sindacale di base, convergenti per caso o per necessità, nel porsi come argine e come opposizione. Per fermare la trasformazione dei lavoratori da soggetti di dignità in casuali ed anonimi prestatori d'opera, per evitare che il TFR venga scippato per la seconda volta, che cada il gelo perpetuo sui contratti del Pubblico Impiego, che i pensionati subiscano l'oltraggio dell'impoverimento per legge, per tarpare le ali alla Buona Scuola governativa che renderebbe la scuola italiana la peggiore mai vista negli ultimi 60 anni, occorre che il mondo del lavoro organizzato nelle fabbriche, nei capannoni e negli uffici ed il mondo della precarietà e della conflittualità sociale organizzata nelle città, nei quartieri, nei territori, trovino proprio qui -nel territorio- reciprocamente, le forme di cooperazione e di solidarietà necessarie. Necessarie forme di convergenza e resistenza, per ricostruire unità di lotta e di sperimentazione anticapitalista, investendo nella capacità di organizzazione dal basso, nella diffusione e sedimentazione della coscienza di essere classe con interessi autonomi e divergenti da quelli del capitalismo e dello Stato. Per riprenderci il territorio e le sue risorse, per prenderci le fabbriche e le terre, occorre un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalit dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, che si proponga come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese. Alternativa Libertaria/Fdca novembre 2014 www.fdca.it

VERSO LO SCIOPERO SOCIALE, VERSO LO SCIOPERO GENERALE!

VERSO LO SCIOPERO SOCIALE, VERSO LO SCIOPERO GENERALE! Il 7 novembre si è tenuta la giornata di lotta contro il programma Youth Guarantee, che dovrebbe essere la risposta europea alla crisi dell’occupazione giovanile. In Italia il tasso di ...disoccupazione giovanile censito dall’ISTAT ha raggiunto il 44,2%. La politica del fare del governo Renzi, mentre parla di crisi, lotta alla disoccupazione e tutele del reddito agisce in modo ambiguo liberalizzando, di fatto, lo sfruttamento intensivo, il lavoro precario e servile e il free job, il cui esempio emblematico sono gli oltre 18.500 mila volontari per l’Expo di Milano. Oltre alle 46 forme di contratto atipico, al lavoro volontario gratuito sono stati stanziati 1.5 miliardi in tre anni, per il programma Garanzia Giovani che dovrebbe essere gestito dai Centri per l'impiego. In realtà in molte regioni non è partita alcuna misura e la gestione di questa "opportunità" è gestita da agenzie interinali, senza nessun controllo da parte del Ministero del Lavoro su qualità e congruità delle offerte di lavoro. Garanzia Giovani è l'ennesima scatola vuota che mistifica un vero e proprio “business della disoccupazione giovanile”. Attraverso il servizio civile e i bonus occupazionali si permetterà alle imprese di approfittare di “volontari”, stagisti ed apprendisti e di utilizzare manodopera precaria, gratuita (con i rimborsi dell’INPS) o a basso costo, estremamente ricattabile. In realtà i reali beneficiari sono le imprese, le agenzie interinali, gli enti privati di formazione e di orientamento, le agenzie tecniche della pubblica amministrazione. Per tale motivo il giorno 7 sono stati affissi dei manifesti sulle facciate del Centro per l'impiego, di Obbiettivo Lavoro, del Leopardi Majorana e dell' Opera Sacra Famiglia che denunciano questa mega truffa dello stato che, come al solito, promettendo una vita dignitosa alle persone arricchisce i soliti noti. Ora basta! Non siamo più disposti a farci sfruttare, a far finta che tutto vada bene, bisogna reagire e agire per un futuro diverso. Chi parla di stabilità e garanzie ci rende sempre più precari e ricattabili fino a farci credere che lavorare gratis sia una meravigliosa opportunità! Se questo è il futuro che ci prospetta il governo, assieme al contratto a tutele "futuribili", è meglio che Renzi e la sua cricca non faccia nulla. Anche per questo i precari saranno in tante piazze italiane, anche a Pordenone, il 14 novembre prossimo in occasione dello Sciopero Sociale. rete precari/e riffraff Altro...

venerdì 24 ottobre 2014

Verso lo sciopero generale e sociale nel mondo del lavoro, nei territori, nelle piazze.

Unità nella lotta, unità nell'opposizione, unità nella ricostruzione sociale delle libertà e dei diritti. Come era facilmente prevedibile le rassicurazioni diffuse e propagandate a piene mani da politici, affaristi, finanzieri e confindustriali sulla possibilità di riprendersi da quella che veniva chiamata crisi si sono dimostrate una colossale bugia. Con una ingombrante operazione di depistaggio mediatico all’insegna di “dobbiamo abbattere il debito pubblico” o “ dobbiamo abbattere le Tasse”, “l’Europa ce lo chiede”, “ dobbiamo rispettare i vincoli del deficit imposto” , si è proceduto alla cancellazione quasi totale dei diritti dei lavoratori. Sacrificati sull’altare del profitto dei pochi ed ipotecato ogni futuro, ciò che ci aspetta sarà una miseria sempre più diffusa nei prossimi decenni; non si potrà mai più tornare ai livelli di vita precedenti, la ristrutturazione del capitale in atto non prevede nessuno scambio, fissa il livello di mercificazione dei lavoratori al massimo ribasso, vicini alla schiavitù, piegati al ricatto della più violenta concorrenza tra poveri. Il Jobs Act non è altro che il tentativo finale di rompere quelle sacche di resistenza solidale che ancora resistono nel mondo sindacale, spezzare il legame sociale dei lavoratori e metterli in condizione di non poter contrattare collettivamente le proprie condizioni sociali, mettendo a rischio il rapporto sindacato- lavoratore, togliendo ruolo a quest’ultimo e salvaguardando una burocrazia sindacale complice delle scelte del capitale. Oggi le piazze si riempiono di lavoratori che non hanno mai abdicato! Lo confermano le mobilitazioni e gli scioperi nazionali nel settore scuola e contro il Jobs Act (17 settembre, 10 ottobre, 24 ottobre e 25 ottobre, 14 novembre,....) nella logistica (16 ottobre), quelle locali (metalmeccanici a Torino il 17 ottobre, Bologna il 16 ottobre....) Con le difficoltà che l’attacco padronale crea alla organizzazione sindacale rispondiamo dunque con la nostra capacità di mobilitazione, ben sapendo che la costruzione di un rapporto di forza favorevole alla nostra classe passa per un lavoro lungo e meticoloso, dal basso, per riconnettere lotte ed esperienze, che metta al lavoro l’intelligenza e la volontà di tutti al fine di ricostruire la partecipazione dei lavoratori scomposta in troppe filiere. Sappiamo però che non potrà essere il Governo a risolvere il problemi dei lavoratori. Chi oggi siede sui banchi del parlamento non può essere la soluzione ai problemi sociali che hanno contribuito a scatenare; la classe politica europea, mediocre ed arraffona, è l’espressione del grande capitale, in piena fase di ristrutturazione e consapevole che i livelli di accumulazione si garantiscono con la forza contro i lavoratori Milioni di disoccupati, sottoccupati, ricattati, poveri sono la fotografia di questa Europa travolta dalla violenza della crisi capitalistica, non si intravedono salvatori all’orizzonte e nemmeno ne auspichiamo la stregonesca necessità. Ancora una volta tocca agli uomini ed alle donne che questa crisi la subiscono costruire gli strumenti politici e sindacali a difesa della classe dei lavoratori. L’arroganza del potere non riesce più a nascondersi dietro le elemosine caritatevoli che si vogliono sostituire a diritti universali: è sotto gli occhi di tutti ormai, nei fatti, questa classe di politicanti e di affaristi ormai messi a nudo, e chi ancora coltiva riserve, a su coloro i quali pensavano di trovare nel governo amico la possibilità di salvare l’apparenza della funzione burocratica del sindacato pesano i fatti a loro smentita. Oggi, dopo la tragedia scaturita dalla legge Fornero del governo Monti sulla condanna al lavoro a vita per gli occupati e per l’esclusione a vita dal mondo del lavoro di milioni di giovani (legge votata dallo stesso ceto politico che oggi siede sugli scranni dorati del parlamento), dopo che un ceto burocratico sindacale non adatto a questo livello di conflitto ha abdicato alla lotta, sono ancora i lavoratori, i giovani, i disoccupati, i ceti subalterni che riprendono il cammino per le strade e per le piazze di tutta Europa a creare conflitto e dare speranze in una risposta solidale ed egualitaria, democratica e libertaria, come sempre è l’impegno di tutti in prima persona che può mutare lo stato di cose esistente. E non sicuramente un ceto burocratico e politico ormai screditato ed inutilizzabile alle sfide di oggi dei lavoratori europei. Il Jobs Act, il patto di stabilità, la “buona scuola renziana” e le politiche sociali di questo governo non si possono cambiare; non si possono creare illusioni e spacciare per buone mediazioni sociali inaccettabili. La ripresa della lotta di classe passa anche attraverso la lotta contro i governi dell’oligarchia finanziaria, e quindi anche contro il governo Renzi. Nei luoghi di lavoro e nei territori, saldando le diverse soggettività e le generazioni in una mobilitazione globale, valorizzando le diversità sindacali nel sindacalismo conflittuale, accumulando capacità di lotta e di progettualità dal basso, per costruire l'alternativa libertaria. Verso lo sciopero generale e sociale nel mondo del lavoro, nei territori, nelle piazze. Unità nella lotta, unità nell'opposizione, unità nella ricostruzione sociale delle libertà e dei diritti. Federazione dei Comunisti Anarchici www.fdca.it

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)