„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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mercoledì 11 novembre 2015
domenica 8 novembre 2015
Quella fabbrica a Casale Monferrato
Quella fabbrica a Casale Monferrato
Storia e storie di una tragedia ancora in corso
Una leggera nebbia circonda Casale Monferrato.
Si attraversa il lungo ponte sul Pò e ci si trova in un agglomerato medievale.
"La città più importante dopo Torino all'epoca del regno di Savoia" ci precisa l'assessore all'ambiente di Casale con una punta d'orgoglio.
"La capitale del cemento", soggiunge il compagno Nicola Pondrano, alla fine
del '800.
Ci dirigiamo verso il quartiere dove sorgeva la fabbrica Eternit; ha un volto inquietante,forse perchè fra le sue macerie inneggiano i nomi di migliaia di morti.
Nel 1906 Adolfo Mazza acquista il brevetto di Ludwig Hatschek( miscela di acqua ,cemento e amianto) denominata eternit,dal latino aeternitas(eternità) e realizza lo stabilimento di Casale dove l'anno successivo avvierà la produzione della miscela per la realizzazione di coperture ondulate,lastre e tubi.
Un ruolo di rilevante importanza a Casale ( oltre il fiume e il gran numero di fabbriche di cemento) lo gioca la ferrovia per il trasporto delle materie prime(amianto) proveniente da Africa,Russia,Canada e Brasile tramite il porto di Genova, sia per il trasporto dei prodotti finiti.
L'amianto è un minerale molto resistente al fuoco,all'attrito e agli acidi;esso è
costituito da un insieme di fibre/filamenti di forma longitudinale,all'apparenza innocue perchè di dimensioni microscopiche( 335000 fibre in un cm) ma realtà molto pericolose se inalate perchè raggiungono le vie respiratorie in profondità provocando il mesotelioma(tumore maligno che colpisce la pleure,fibrosi polmonari(asbetosi),tumori polmonari.
La latenza di queste patologie,soprattutto per il mesotelioma,vede trascorrere da circa 15 anni fino a molti decenni dal periodo di esposizione all'insorgenza del tumore.
Tra il 1950 e il 1960 Eternit divenne lo stabilimento di cemento-amianto più grande d'Europa e al suo interno contava circa 2000 dipendenti.
L'azienda rappresentava un futuro di benessere stabile e duraturo per se e per i propri figli non più costretti a spezzarsi la schiena ,come braccianti nei campi.
La fabbrica a Casale è il progresso e il futuro;tutto quello che offriva Eternit era buono:lo stipendio,i prodotti lavorati usati nelle case e nei luoghi pubblici e dati molte volte ai lavoratori e al comune gratuitamente,l'asilo,la befana e le borse di studio per i figli dei lavoratori ,un ritrovo per il dopo-lavoro ,etc. Questo era motivo di vanto e di orgoglio per i lavoratori a tal punto che per essere assunti "pagavano" ben 3 mensilità.
Ma qualcosa di strano accadeva ai lavoratori di quella fabbrica:morivano!
Ovviamente tutti dobbiamo morire ,ma i lavoratori dell' Eternit morivano prima di raggiungere la pensione ed tutti soffrivano di una forma di disturbo respiratorio.
Si sapeva che l'ambiente all'interno della fabbrica era saturo di polvere bianca e per questo che i lavoratori percepivano un compenso copioso d' indennità polvere .
Nel 1961 ci fu in azienda un agitazione sindacale basata sulla questione ambiente di lavoro ma fu subito repressa dalla polizia con scontri e arresti.
Solo negli anni 70 con la conquista dello statuto dei lavoratori,la costituzione dei consigli di fabbrica e le commissioni ambientali nelle aziende che iniziarono la battaglie contro l'amianto e si acquisì la consapevolezza che l'amianto fosse cancerogeno e che provocava un terribile tumore dall'esito infausto:il mesotelioma.
L'allarme arriva da 2 sindacalisti,Bruno Pesce e Nicola Pondrano , da un prete operaio padre Bernardino Zanella che avviò un indagine conoscitiva interna alla fabbrica ,sulle condizioni di vita dei lavoratori tramite la compilazione di un questionario e dall'operaio Mario Pavesi scomparso nel'82 causa il mesotelioma,stessa fine riservata più avanti alla figlia,alla sorella,al nipote e al cognato di quest'ultimo.
Nicola,eletto nel consiglio di fabbrica nel '75 ,accorgendosi che all'entrata della porta di continuo apparivano annunci funebri di colleghi deceduti decise di passare dalla tendenza di monetizzazione di ogni disagio individuato ,alla richiesta di rimozione di tali situazioni ritenute pericolose. Cominciarono all'interno della fabbrica assemblee nei reparti e scioperi per la tutela della salute a fronte della constatazione delle malattie polmonari che i lavoratori contraevano,anche se allora si parlava soltanto di polvere nei polmoni.
L'Eternit come risposta minacciò di togliere l'indennità polvere,allora di 24000 Lire, creò il SIL(servizio di salute ,igiene,lavoro)con lo scopo di fornire informazioni false ai lavoratori,incentivò i lavoratori con latte di olio extra-vergine di oliva,promosse licenziamenti e vessazioni ai delegati sindacali CGIL.
"Quando mi presentai in assemblea con 700-800 persone che vi partecipavano,ho rischiato il linciaggio dai lavoratori" ci dice Nicola.
"L'azienda era riuscita a creare fra i lavoratori pregiudizi anti-sindacali,anti-operai e anti-comunisti .A Casale dalla nostra parte solo qualche medico e compagni ambientalisti" ci dice Bruno .
Bruno Pesce segretario della camera di lavoro del comprensorio di Casale,grazie alla sua autonomia non solo rispetto alle linee nazionali CGIL ma anche a quelle provinciali riuscì a tramutare in azione politica e lotta sindacale ,obbiettivi noti e chiari a chi viveva in contatto con l'eternit.
Pondano viene chiamato da Pesce in distacco sindacale e nominato direttore Inca con l'obbiettivo di rendere più forte l'impegno del sindacato nella battaglia per la tutela dei lavoratori. Ma la vera svolta avviene nel 1981 quando Nicola viene a sapere che l'Eternit avrebbe licenziato 120 dipendenti con le dimissioni incentivate,bastava l'impegno di questi lavoratori di rinunciare di presentare all'Inail la domanda di ricoscimento di indennità di chi ha avuto a che fare con la polvere di amianto.
"Non potevano farla franca" ci dice Bruno ,"soprattutto perchè promuovendo licenziamenti ,con la minaccia occupazionale non avrebbe investito sulla tutela e la sicurezza dei lavoratori.
I due sindacalisti riuscirono a convincere più della metà dei lavoratori licenziati ad avviare contenziosi con l'Inail ;riuscirono ad informare l'opinione pubblica e nel 1982 portando alla luce le statistiche di centinaia malattie polmonari e i decessi conducibili all'esalazione di amianto.Dati che un paio di anni dopo sarebbero apparsi sui quotidiani nazionali.Quelli che decisero di affiancarli in quella campagna donchisciottesca erano pochi e utilizzavano ogni assemblea pubblica per dire che di amianto si moriva.Nicola e Bruno decisero poi di organizzare un pullman per Roma per portare la loro protesta fin sotto le finestre della direzione dell'Inail con 36 malati di asbetosi e 200 firme di lavoratori con gravi problemi d'insufficienza respiratoria.La direzione dei sindacati confederali corse a Roma per cercar una mediazione fra le parti ,ma i casalesi non vollero sentir ragione.Questa iniziativa destò grande attenzione nell'opinione pubblica a tal punto che venne promossa un indagine dall'istituto di medicina del lavoro dell'università di Pavia dove nonostante i macchinari della fabbrica furono fermati dall'azienda e i reparti furono rimessi a lucido,il rapporto finale confermò che la presenza di fibre d' amianto era ovunque e il livello di pericolosità era tale da costringere il medico a trasmettere gli atti della sua indagine alla procura della repubblica.In più in un altra ricerca si stabilì che le polveri venivano spazzate dai venti e portate a spasso nella città.
QUINDI SI MORIVA DENTRO E FUORI DALLA FABBRICA.
Non c'era caseggiato in cui non vi fosse un malato di mesotelioma.Forte la testimonianza di due malati che con l'Eternit non avevano nessun rapporto,ma vivevano a Casale.
Si stima che a Casale siano morte 2000 persone causa amianto e i mesotelioma ancora in crescita, 50 a Casale ogni anno e dove si prevede un picco di decessi per mesotelioma nel 2020 e 1500 in Italia.
Chiusa nel 1986 su istanza fallimentare,l'Eternit si sbarazzò del limone ormai spremuto:350 lavoratori disoccupati e abbandonò lo stabilimento e le aree circostanti un centinaio di tonnellate di amianto sparse ai quattro venti.
Il resto è cronaca giudiziaria conclusa il 23 febbraio 2015 con la prescrizione dei reato do disastro ambientale e la cancellazione dei risarcimenti alle parti civili.
Qualche info riguardo l'ultimo proprietario di Eternit: Stephan Schmidheimy oggi è rappresentante dell'ONU per lo sviluppo sostenibile,azionista di Nestlè è uno degli uomini più ricchi del pianeta.
Alternativa Libertaria/Federazione dei Comunisti Anarchici
Trento
Alternativa Libertaria/Federazione dei Comunisti Anarchici
Trento
martedì 22 settembre 2015
SORVEGLIANZA SPECIALE - il caso di Massimo Possamai TRENTO
Giovedì 10 settembre, si è svolta a Trento l'udienza sulla sorveglianza speciale contro Massimo. La sentenza ci sarà nei prossimi giorni o settimane. In attesa di un resoconto sul presidio-corteo di stamane, diffondiamo la dichiarazione che Massimo ha fatto in un'aula gremita di solidali.
Dichiarazione all'udienza per la sorveglianza speciale
I governi passano, ma gli articoli del codice penale restano.
Leggendo alcuni libri di storia sulle lotte rivoluzionarie in questo Paese mi sono imbattuto nell'applicazione dell'"ammonizione" - che coincideva di fatto con l'attuale sorveglianza speciale e che si accompagnava spesso con l'imposizione del domicilio coatto - fin dal 1877. A farne le spese nella primavera di quell'anno furono i membri delle sezioni italiane dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori di cui il governo aveva decretato lo scioglimento. A differenza di altri Paesi, l'Internazionale era nata in Italia su posizioni socialiste antiautoritarie e federaliste, in una parola anarchiche. La propaganda di Bakunin e, soprattutto, l'eco gigantesca che aveva avuto la Comune di Parigi, massacrata nel sangue dalla Repubblica di Thiers, avevano portato al pieno sviluppo le idee più radicali presenti nel Risorgimento italiano, quelle di Carlo Pisacane. E per ironia della sorte, ad applicare l'ammonizione contro gli anarchici nella primavera del 1877 era stato il ministro degli Interni Giovanni Nicotera, tra i pochi sopravvissuti alla spedizione pisacaniana di Sapri. Il 25 giugno del 1857 erano partiti in trenta da Genova e, liberati trecento prigionieri dalle carceri di Ponza, erano sbarcati nel Cilento il 28 giugno allo scopo di far insorgere le plebi del Mezzogiorno contro il governo borbonico e contro i proprietari terrieri. Quell'"accozzaglia di inceppati e di galerati" (così li definiva la stampa locale borbonica) fu in buona parte uccisa e i corpi degli insorti, fra cui quello di Pisacane, arsi in un rogo il 1° luglio.
Vent'anni dopo, un insorto diventato ministro degli Interni arrestava, ammoniva, mandava al domicilio coatto decine di anarchici colpevoli di voler ancora insorgere, ma questa volta contro la monarchia sabauda e i proprietari terrieri.
Nel richiedere la misura della sorveglianza speciale contro di me, i Pubblici Ministeri Amato e Ognibene, per conto della Questura, sostengono che il mio comportamento "offende e mette in pericolo la tranquillità pubblica". Anche questa formula è tutt'altro che recente. Si trova anticipata quasi alla lettera dall'art. 426 di un vecchio codice penale, articolo votato nel 1879 sempre contro l'Associazione Internazionale dei Lavoratori, definita "associazione di malfattori". Si può dire tuttavia che il codice Zanardelli e poi il codice Rocco erano decisamente più "onesti" nel colpire anarchici, socialisti e comunisti, non nascondendo la natura politica della repressione.
Il comma usato dalla democrazia, nell'anno 2015, dichiara invece di colpire con la sorveglianza speciale "coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l'integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica". Il legislatore monarchico e fascista tirava in ballo l'incitamento all'odio fra le classi sociali o il proponimento di sovvertire l'ordine costituito, e non affastellava nello stesso elenco i minori, la sanità e la tranquillità pubblica. Visto che, bontà loro, i PM non mi accusano di molestare minorenni, con l'uso tipicamente questurino della congiunzione "o" (che permette di inserire in un elenco tutto e il contrario di tutto) mi si vorrebbe sottoporre per due anni alla sorveglianza speciale e all'obbligo di soggiorno per aver messo in pericolo una alquanto generica "tranquillità pubblica". Si potrebbe facilmente dimostrare che la cosiddetta tranquillità pubblica - a meno che non si voglia restringere la "sfera pubblica" al dominio esclusivo di ricchi, industriali, politici, dirigenti e questori - è messa in pericolo più dalla paura di non riuscire a pagare l'affitto e dalle condizioni di lavoro ogni giorno più precarie che non dall'azione degli anarchici. Ma non si tratta certo di una svista del legislatore. Essendo volutamente fumoso il fine di queste misure, i criteri per la loro applicazione sono a dir poco discrezionali. Nella stessa richiesta di sorveglianza, infatti, si può leggere: "ai fini della legittima applicazione di una misura di prevenzione non sono richieste le prove necessarie per la condanna e neppure gli indizi "gravi" richiesti in materia ... , mentre sono sufficienti semplici indizi (...) in ordine al coinvolgimento del proposto nelle attività illecite che legittimano l'adozione dei provvedimenti di interesse". E infine una perla che avrebbe fatto inorgoglire i dottori dell'Inquisizione: "Anche dalla sentenza di assoluzione possono essere ricavati elementi indiziari certi utilizzabili ai fini della prevenzione". Alla Procura di Trento piace vincere facile. Prima mi fa arrestare all'interno di un'operazione definita "Zecche" (ah! che grottesco usare il latino "Ixodidae" per nascondere un linguaggio così smaccatamente mussoliniano...), poi, utilizzando quel castello di carte già crollato in tribunale, prova a mettermi in freezer per due anni senza bisogno di prove né di "indizi gravi". E infatti nei verbali della Digos usati nel fascicolo per la richiesta della sorveglianza speciale ritorna come se niente fosse il "GAIT (Gruppo Anarchico Insurrezionalista Trentino)", nome inventato dalla polizia politica per sostenere l'accusa di "associazione sovversiva con finalità di terrorismo" caduta nel corso del processo.
La Procura sarebbe stata più coerente se avesse fatto un passo ulteriore: chiedere la sorveglianza speciale come risarcimento per l'impiego di mezzi e uomini dispiegato nella fallita operazione "Zecche". Non è forse riuscita a scrivere, nella richiesta di sorveglianza speciale, che "l'occupazione insistita di immobili è condotta che attenta la sicurezza e la tranquillità pubblica, ove si consideri, a tacer d'altro, dell'impegno (uomini e mezzi) impiegato per lo sgombero"? Convengo che bloccare un intero isolato con più di cento agenti, distruggere il tetto di un immobile e caricare occupanti e solidali abbiano scosso, a tacer d'altro, la tranquillità pubblica molto più dell'occupazione di un edificio vuoto da quindici anni. Ma far pagare - penalmente e, come vorrebbe il questore, anche economicamente - agli sgomberati le operazioni di sgombero è logica squisitamente torquemadesca.
Giunto a conclusioni anarchiche verso i sedici anni, ho deciso di dedicare la mia vita a cambiare radicalmente questa società ingiusta e insensata. Ho tracciato la mia esistenza in tal senso e le numerose condanne elencate dalla Procura testimoniano che non ho mai cambiato idea. Che sono rimasto, proprio come diceva la polizia politica durante il fascismo per legittimare la misura dell'ammonizione o del confino, "insuscettibile di ravvedimento". E mi inorgoglisce il fatto di meritare, agli occhi di Questura e Procura, lo stesso provvedimento riservato dalla polizia sabauda e dall'Ovra a compagni ben più coraggiosi e combattivi di me.
Se cercare di mettere in pratica i princìpi dell'etica più alta che per me l'umanità abbia finora concepito - il sogno di un mondo senza servi né padroni, la fine di ogni privilegio economico e di ogni dominio politico attraverso la rivoluzione sociale - significa essere un "delinquente abituale" (in altra epoca si sarebbe detto "malfattore"), allora, sì, sono un delinquente abituale. I cosiddetti onesti cittadini che mai infrangono le leggi sono gli stessi che stavano a guardare quando in questo Paese si deportavano gli ebrei e si fucilavano i partigiani. Perché anche allora a resistere, a disertare, a insorgere fu una minoranza, per lunghi anni guardata con sospetto, denunciata, confinata in una dolorosa quanto fiera solitudine morale.
D'altronde che l'ammonizione fascista coincidesse in tutto e per tutto con la democratica sorveglianza speciale non l'ho imparato dai libri, ma ascoltando il mio amico e compagno Lionello Buffatto, comunista indomito, partigiano, antifascista della prima ora. Quando mi spiegava in cosa consistesse l'ammonizione che lo aveva colpito nel 1938, ho potuto notare che le restrizioni cui era stato sottoposto erano le stesse che il codice prevede anche oggi, con la sola eccezione che lui e gli altri ammoniti non potevano nemmeno, in quanto "cittadini indegni", camminare sul marciapiede. Lionello, morto a novantasei anni in una stanza della casa di riposo in cui al posto della televisione c'era una kefiah palestinese attorcigliata, era stato raggiunto dalla misura dell'ammonizione per aver partecipato alla famosa riunione cospirativa svoltasi al bosco della città di Rovereto. Temendo che l'ammonizione si trasformasse in confino o in carcere prese la via dell'esilio con la moglie Gina e il piccolo Uliano. Dopo essersi unito al maquis francese, rientrò nella città della Quercia nel maggio del 1945.
E poiché la Procura, nella richiesta di sorveglianza speciale nei miei confronti, insiste, oltre che sulla mia partecipazione alla lotta contro il TAV in Valsusa, anche sulle recenti occupazioni di case e stabili abbandonati a Trento, vorrei raccontare qualcos'altro di Lionello. Tornato a Rovereto, egli fu nominato "commissario politico agli alloggi". In quanto tale, decise di requisire una casa vuota in via Setaioli di proprietà dei Costa (arricchitisi ben bene durante il Ventennio) per alloggiarvi una famiglia di povera gente. L'allora comandante in capo delle truppe alleate a Rovereto, un certo colonnello Somer, convocò Lionello in commissariato per dirgli che quella casa doveva essere restituita ai legittimi proprietari, nel frattempo alleatisi con la nuova classe dirigente. Alla risposta di Lionello che non era tornato in Italia per accettare ordini fascisti, il colonnello Somer lo fece arrestare. Poiché le carceri di via Prati erano state bombardate nel gennaio del 1945, Buffatto fu rinchiuso in una segreta del palazzo di Piazza Podestà dove oggi c'è la caserma della Finanza. (Tra l'altro in quei luoghi aveva operato la famigerata "banda Carità", detta anche dei toscanini, feroci seviziatori e torturatori al soldo dei nazisti, assolti tutti negli anni Cinquanta per aver agito "in stato di costrizione"...). Lionello fu liberato qualche giorno dopo grazie allo sciopero scoppiato in solidarietà con lui alla Manifattura Tabacchi.
Vedete, signori giudici, la vita è una questione di occasioni e di prospettiva. Essendo nato e cresciuto in un'epoca piuttosto grama di slanci generosi e di coerenza, ho cercato i miei maestri fra i tanti morti e i pochi vivi che non hanno mai piegato la testa.
Quello che sono riuscito a fare in tutti questi anni non è stato gran che, ma ho imparato una cosa importante. Ho imparato che ogni volta che mi sono battuto per ciò che consideravo giusto ho assaporato la gioia di essere a fianco degli onesti "malfattori" del passato e del presente; mentre ogni volta che ho ceduto mi sono sentito infelice e solo.
Per questo vorrei dirvi, con meno retorica possibile, che non ho alcuna intenzione di cambiare condotta e che non esiste misura che possa tenermi lontano dai miei compagni e dalle lotte.
Trento, 10 settembre 2015
Massimo Passamani
giovedì 5 marzo 2015
Solidarietà ai lavoratori della Sapes. No alle intimidazioni contro gli operai.
L'azienda Sapes nasce nel 1933 e si specializza nello stampaggio a freddo e nello stampaggio a caldo per elettroricalcatura di particolari in acciaio mineralizzato per i settori automobilistico, macchine movimento terra e agricolo. Attualmente conta circa 120 operai divisi all'interno dello stabilimento in due aziende con nomenclatura diversa, ma stessa società: Sapes circa 80 dipendenti, Officine Giudicariensi (OG): 38 dipendenti. I lavoratori delle due aziende lavorano sulle stesse macchine, ma recepiscono trattamenti economici diversi perchè l'azienda O.G è nata solo pochi anni fa quando i coniugi Sossi, attuali proprietari, sono divenuti azionisti di maggioranza..
Prima dell'arrivo dei nuovi azionisti di maggioranza, le relazioni tra proprietà e lavoratori in Sapes garantivano il rispetto dei diritti dei lavoratori, con alcune conquiste sindacali sul piano economico soprattutto sui super minimi e con la quattordicesima, la retribuzione era regolare e l'unità dei lavoratori non era in discussione.
La nuova gestione ha operato in termini di restaurazione del comando capitalistico in azienda puntando a dividere i lavoratori con una riuscita opera di intimidazione, pagando in ritardo i salari, negando i diritti e le conquiste acquisiti nei contratti d'azienda precedenti.
La situazione economica delle 2 aziende è fortemente compromessa da un debito che sfiora i 60 milioni di euro, accumulati nonostante negli ultimi 10 anni non ci siano stati investimenti nella produzione e nonostante l'azienda abbia usufruito di 5 anni di ammortizzatori sociali, di un contributo provinciale di 2,5 milioni di euro nel 2009, nonchè del leasing back (altro aiuto che la provincia di Trento ha dato alle aziende pari a 5,8 milioni di euro).
Negli anni recenti, la gestione padronale si è contraddistinta per intimidazioni ai danni di lavoratori, lavoratrici ed esponenti sindacali, svolgendo una vera e propria azione antisindacale sia nei confronti del diritto di assemblea in fabbrica (come nel 2011) che del diritto di sciopero (con lettere di contestazione a 4 operai che avevano aderito nel 2012 allo sciopero nazionale indetto dalla FIOM).
Nello stesso anno viene indetto uno sciopero a singhiozzo di 8 ore totali da effettuare in settimana per mancate retribuzioni e mancato anticipo cig ordinaria e durante il turno di notte riprendono le intimidazioni nei confronti dei lavoratori in pausa di lavoro (prevista dal ccnl) fino a disattivare le macchinette erogatrici di caffè e altre bevande.
In questo clima pesante, negli ultimi anni si è dovuti ricorrere ad una quindicina di tentativi di conciliazione da cui l'imprenditore è uscito sconfitto, mentre minacce, lettere di contestazione e richieste di ferie strappate sono all'ordine del giorno..
Qualche giorno fa, è giunto il licenziamento di un delegato sindacale con l'accusa infondata di aggressione e minacce a mano armata (con coltello). Accuse completamente infondate e inventate con l'unico scopo di far fuori i delegati sindacali che reagivano alle intimidazioni.
Finalmente si è riusciti ad unire i lavoratori con una compattezza che sembrava negli ultimi anni scomparsa. Dopo aver proclamato il blocco straordinario e un'assemblea per verificare la compattezza, è stato proclamato lo sciopero per l'intera giornata, con un corteo dei lavoratori senza bandiere per non incorrere in una denuncia per manifestazione non autorizzata, che si è diretto davanti all'azienda per intonare a squarciagola il nome del licenziato. La solita stampa amica dei padroni ha provveduto a "gettar fango" sui lavoratori e sulla Fiom.
Alla fine di febbraio è stato proclamato uno sciopero di un'ora e mezza a turno, a cui l'azienda ha risposto con la contestazione di abbandono del posto di lavoro e con una intimidazione rivolta alla FIOM ed alla CGIL accusandole di costringere la proprietà a procedere per un concordato fallimentare.
Solidarietà alla lotta dei lavoratori della Sapes. No al fascismo in fabbrica!
Alternativa Libertaria/Fdca - Trento
marzo 2015
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