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mercoledì 7 giugno 2017

PERCHÉ IL QATAR? di Pier Francesco Zarcone





Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar decisa da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati del Golfo e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti. Non è azzardato sostenere che questa situazione esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore. La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio scorsi il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, ai Fratelli Musulmani e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia.
A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran. La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome; già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.
Contemporaneamente il Qatar ospita la sede del quartier generale statunitense nel Vicino Oriente, il Centcom, in cui sono di stanza almeno 10.000 militari. La politica araba è a volte doppia, a volte tripla.
Nella situazione attuale la posizione eccentrica del Qatar rispetto agli interessi politici degli altri paesi della Penisola arabica non poteva restare senza conseguenze: in Siria e in Iraq, infatti, i jihadisti sono prossimi alla sconfitta, e le monarchie arabe si sono affrettate a “riposizionarsi”, allineandosi agli Stati Uniti come se non avessero mai appoggiato il radicalismo jihadista e riscuotendo il prezzo del voltafaccia in pingui aiuti militari Usa. Il Qatar invece insiste nel voler giocare in proprio.
È sempre difficile all’inizio di una crisi internazionale escludere oppure no che alla fine la parola passi alle armi, e per il momento si può solo prendere atto come la nota emittente televisiva qatariota Al Jazeera abbia modificato il linguaggio riguardo alla Siria, parlando per la prima volta di «esercito governativo» o «esercito siriano» a proposito delle truppe di Assad, finora definite «truppe del regime»; inoltre, a motivo dell’avvenuta chiusura dell’unico confine terrestre (quello con l’Arabia Saudita), a Doha viene ventilata l’ipotesi - più che probabile - di aumentare i commerci via mare con l’Iran. Tuttavia non è affatto scontato che il Qatar entri a far parte del blocco iraniano: il farlo significherebbe anzi, con tutta probabilità, la guerra.
Iran a parte, la contrapposizione fra Arabia Saudita e Qatar non ha nulla a che fare con l’ideologia religiosa, trattandosi di due Stati wahhabiti. Il contrasto è politico e personale, e ha radici lontane: già nel 1955, quando in Qatar il padre dell’attuale emiro prese il potere con un colpo di Stato, l’Arabia Saudita arrivò a chiedere all’Egitto di Mubarak un intervento militare contro l’usurpatore, senza però ottenerlo.
Quando poi al-Sisi rovesciò il presidente Morsi col sostegno saudita, si ebbe una breve sospensione dei rapporti diplomatici fra Riyad e Doha, che invece sosteneva i Fratelli Musulmani. L’appoggio qatariota a quest’ultima organizzazione non è mai cessato ed essa, per quanto non definibile ostile a priori al Wahhabismo, è però acerrima nemica politica della monarchia saudita - oltre che degli attuali regimi egiziano e siriano.
In più l’Arabia Saudita accusa da tempo il Qatar di fornire sostegno attivo alle minoranze sciite nei territori di Riyad e nel Bahrein, e questo getta ombre pericolose sullo Yemen, in cui i Sauditi si sono impantanati in una guerra contro i ribelli Houthi (sciiti), conflitto che finora non sono riusciti a vincere neanche con l’aiuto statunitense.
In definitiva, quella che doveva essere la “Nato araba” voluta da Washington è morta prima ancora di nascere, e la conseguenza potrebbe essere una grande instabilità in tutto il Golfo Persico. Trump ha voluto giocare una carta pericolosa e non ci sarà da stupirsi se ancora una volta i malaccorti tentativi statunitensi di destabilizzazione andranno a loro sfavore. Soprattutto se fosse vero che Trump punta a uno scontro militare con l’Iran.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.it

YEMEN: UNA GUERRA IMPERIALISTA SILENZIATA di Pier Francesco Zarcone




È di questi giorni la notizia che il governo degli Stati Uniti intenderebbe aumentare l'appoggio militare all'Arabia Saudita nella guerra iniziata da questo paese contro lo Yemen. Per la stragrande maggioranza del grande pubblico la notizia può essere sorprendente, giacché il conflitto in corso nello Yemen è quasi una "non-notizia", a motivo di un silenzio pressoché completo dei mass media nostrani. E soprattutto non è detto che i più ne conoscano le cause.

LO YEMEN DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

Ai nostri fini la sommaria ricostruzione della travagliata e sanguinosa storia dello Yemen può partire dal 1962, quando un golpe militare appoggiato dal Cairo depose l'ultimo monarca, il giovane imam sciita zaydita Muhhammad al-Badr, e venne proclamata la Repubblica. Tuttavia le tribù delle montagne - rifornite dall'Arabia Saudita - continuarono a sostenere il re, con la conseguenza di una sanguinosissima guerra civile in cui intervennero direttamente truppe egiziane (fu il piccolo Vietnam di Nasser). La guerra civile finì al termine degli anni Sessanta (anche a motivo del disimpegno egiziano per la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele) grazie ad accordi tra Il Cairo e l'Arabia Saudita, la quale sostanzialmente "mollò" al-Badr. Quindi la vittoria fu dei repubblicani. Questo per quanto riguarda lo Yemen settentrionale.
Nel Sud controllato dalla Gran Bretagna, che vi aveva costituito una Federazione Araba Meridionale, dal 1963 il Fronte di Liberazione Nazionale (marxista) aveva iniziato la guerriglia contro i Britannici, costringendo infine Londra a concedere l'indipendenza allo Yemen del Sud, dove nel 1967 si costituì la Repubblica Popolare dello Yemen (diventata nel 1970 Repubblica Democratica Popolare dello Yemen), con capitale Aden, che ebbe il primato di essere l'unico Stato comunista del mondo arabo.
Tentativi di unificazione fra le due Repubbliche yemenite risalgono agli inizi degli anni Settanta, ma senza esito fino al crollo dell'Unione Sovietica. Nel 1990 Yemen del Nord e del Sud si riunirono. Un'unione infelice, giacché ben presto i comunisti del Sud si resero conto dell'errore commesso e nel 1994 cercarono di effettuare una secessione. L'esercito rimasto fedele al governo unitario, molto più forte di quello secessionista e appoggiato anche da elementi del Sud, domò la ribellione nel corso dello stesso anno. È interessante notare che i ribelli avevano ricevuto l'aiuto dell'Arabia Saudita che, a prescindere dall'abissale differenza ideologica con costoro, malvedeva l'unificazione yemenita, suscettibile di diventare un polo di attrazione pericoloso per le pretese di egemonia di Riyad sulla Penisola arabica.
A questo punto possiamo saltare fino al presente secolo.

LA RIVOLTA DEGLI HOUTHI

Per capire gli avvenimenti attuali si deve spiegare chi siano gli Houthi e il loro movimento Ansar Allah (italianizzato in Ansarullah), ovvero Partigiani di Dio. Essi fanno parte della consistente minoranza sciita zaydita dello Yemen (un'antica corrente islamica presente solo in questo paese, più affine ai Sunniti che non al resto del mondo sciita, duodecimano e settimano) e prendono il nome dal loro primo comandante militare, Husayn Badr ad-Din al-Houthi. Il movimento Ansar Allah nacque nel 1992, patrocinato dalla famiglia al-Houthi per ridare slancio allo Sciismo zaydita nel paese, ma non solo per questo: erano anche in gioco l'ottenimento di un maggiore spazio per partecipare alla vita politica yemenita e di migliori condizioni per lo sviluppo sociale, nonché il riconoscimento di uno status giuridico per la loro confessione religiosa. Quest'ultimo profilo aveva anche importanti implicazioni economiche in ambito famigliare: ad esempio, per i Sunniti all'erede maschio spetta il doppio della quota della femmina, mentre per gli Houthi l'eredità dev'essere divisa in parti uguali indipendentemente dal sesso degli eredi.
I rapporti col governo yemenita precipitarono dopo l'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 - in quanto gli Houthi si schierarono a favore di Saddam Husayn - e la repressione voluta dal Presidente Abd Allah Saleh portò gli Houthi alla rivolta armata. Essa si inserì attivamente nella più ampia sfera della politica yemenita nel 2011, quando il leader ribelle Abd al-Malik al-Houthi si pronunciò a sostegno del movimento popolare che chiedeva le dimissioni di Saleh. Uscito di scena quest'ultimo alla fine del 2011, l'interim presidenziale fu assunto dal feldmaresciallo Rabbih Mansur Hadi (originario del Sud), che l'anno successivo fu eletto Presidente con mandato biennale - elezioni boicottate dagli Houthi. Contrari alla proroga di un anno al mandato presidenziale, gli Houthi ripresero le armi e nell'autunno del 2014 si impadronirono della capitale yemenita, Sana'a. Rimasto senza sostanziale esito un accordo politico imposto a Hadi, gli Houthi occuparono il palazzo presidenziale, fecero dimettere Hadi, lo imprigionarono, sciolsero il Parlamento e costituirono un Comitato rivoluzionario per governare il paese. A febbraio 2015 Hadi riuscì a fuggire da Sana'a riparando ad Aden, dove si proclamò legittimo Presidente e costituì la sua capitale.
Gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e le monarchie arabe del Golfo dettero il loro appoggio a Hadi. Gli Houthi, oltre a questi nemici, avevano e hanno avversa anche la locale sezione di al-Qaida, che è riuscita a occupare alcune zone nella parte centrale del paese.
Pur non essendo riusciti a occupare Aden, gli Houthi - appoggiati da una parte dell'esercito yemenita, tra cui anche reparti rimasti fedeli all'ex Presidente Saleh - estesero il proprio controllo territoriale, arrivando fino all'importante stretto di Bab el-Mandeb e marciando di nuovo su Aden, si impadronirono dell'aeroporto internazionale e il 25 marzo 2015 costrinsero Hadi a scappare per riparare in territorio saudita.

L'AGGRESSIONE SAUDITA

A stretto giro, cioè il 26 marzo, l'Arabia Saudita annunciò la creazione di una coalizione di Stati sunniti per riportare al potere Hadi, e iniziarono i bombardamenti dello Yemen. La coalizione era nominalmente costituita da Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar, Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan, ma in realtà lo sforzo maggiore fu delle truppe saudite.
Ancora una volta risalta l'assenza di una qualsiasi copertura giuridica (anche se formale o formalistica) a tale intervento bellico. Una coalizione palesemente in funzione anti-iraniana, giacché Teheran - per motivi geostrategici, politico-economici e religiosi - sta ovviamente dalla parte degli Houthi. È chiaro d'altronde che una loro vittoria nello Yemen avrebbe conseguenze pericolosissime per l'Arabia Saudita e le petromonarchie arabe, in quanto suscettibile di ridare slancio alle loro minoranze sciite (nel Bahrein gli Sciiti sono maggioranza numerica) oppresse religiosamente, politicamente ed economicamente. Il che altresì significherebbe un'estensione dell'area di influenza iraniana nella regione. Anche per questo - e benché l'Arabia Saudita sia notoriamente la creatrice e finanziatrice di una vasta rete mondiale di moschee e madrase radicali, brodo di coltura per estremisti di vario genere - pure nella questione yemenita essa gode del concreto appoggio occidentale, e particolarmente di Stati Uniti e Francia. Le coste dello Yemen sono sotto blocco navale della Quinta Flotta yankee, e l'aiuto della Francia consiste in rifornimenti e mercenari attraverso la base militare di Gibuti.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Sulla carta si sarebbe dovuto trattare di un conflitto di breve durata, non foss'altro per la schiacciante superiorità della coalizione saudita. Tuttavia ancora una volta - e almeno finora - viene dimostrato che è illusorio dare per scontata una vittoria sulla semplice base dei numeri; vale a dire non considerando il fattore umano e le sue reali motivazioni. Chi sta resistendo all'aggressione saudita sa perché e contro cosa combatte; è dubbio invece il grado di consapevolezza delle truppe delle monarchie reazionarie arabe o quale sia il loro supporto morale; mentre sappiamo che i mercenari francesi e i piloti statunitensi nelle fila saudite combattono per bonus di circa 75.000 dollari a missione, e il premio dei loro colleghi sauditi consiste in un'automobile Bentley, concessa dal principe Walid bin Talal.
Fino ad oggi la guerra nello Yemen è stata un totale disastro per i Sauditi e i loro alleati, e intanto la regione dell'Hadramaut è diventata un vero e proprio "santuario" per al-Qaida nella Penisola arabica. Gli Houthi e i loro alleati hanno dimostrato un inaspettato grado di resistenza e di capacità di contrattacco, che per la coalizione si sono tradotti in una gran brutta figura a causa delle inutili perdite di militari e di materiali bellici considerati ultramoderni (al riguardo si ricorda che il quotidiano libanese al-Akhbar ha definito Aden «il cimitero dei carri armati AMX Leclerc», di cui sono tanto fiere le Forze armate francesi). E questo non poteva non ripercuotersi sulla tenuta della coalizione stessa. Infatti Pakistan, Egitto ed Emirati si sono defilati alla grande.
Oggi la capacità di rappresaglia yemenita per gli attacchi aerei sauditi consente di effettuare lanci missilistici che raggiungono anche basi militari in prossimità di Riyad, ma ciò non toglie che, nel silenzio degli organismi internazionali, i Sauditi stiano massacrando lo Yemen dal cielo, creando una situazione di emergenza umanitaria assoluta. A essere bombardate sono perlopiù installazioni civili e centri abitati, oltretutto privi di una vera assistenza sanitaria. I profughi interni sono circa tre milioni e almeno 200.000 persone sono scappate all'estero; le necessità di assistenza alimentare sono elevatissime per circa l'80% della popolazione, insieme alla penuria di acqua potabile, elettricità, combustibili e medicine.
A ennesima dimostrazione dell'inutilità delle organizzazioni internazionali sta il fatto che, avendo iniziato l'Onu a imputare all'Arabia Saudita l'uso di armi non convenzionali come bombe a grappolo e armi chimiche - anticamera per un'accusa di crimini di guerra - da Riyad sia partita la minaccia di ridurre i fondi versati alle Nazioni Unite e a tutte le sue agenzie (UNRWA inclusa), nonché quella di far emettere dagli ulema sauditi una fatwa per attribuire all'Onu la qualifica di «nemico dell'Islam».
Tuttavia sull'Arabia Saudita si addensano anche ombre non previste. Notoriamente gli alleati degli Stati Uniti non possono essere mai sicuri della durata del legame con Washington, non sapendo cioè quando verranno malamente e improvvisamente "scaricati", con o senza copertura giuridica. Intanto una copertura giuridica Washington l'ha messa a punto a carico di Riyad: il 9 settembre dello scorso anno il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA), che permette di agire contro l'Arabia Saudita per ottenere il risarcimento dei danni causati l'11 settembre 2001 da terroristi che erano di nazionalità saudita. Danni riguardanti 3.000 morti, l'abbattimento del World Trade Center - valutato in 95 miliardi di dollari - e la distruzione e la perdita dei servizi pubblici, per un totale di almeno 3.000 miliardi di dollari! Una "spada di Damocle" è quindi pronta, e chi vivrà vedrà.

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domenica 30 aprile 2017

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI di Pier Francesco Zarcone

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle lezioncine preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare. Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo. Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib. Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri. E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis. Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam. Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmur)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib. Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, un manica di idioti. Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.
Si prenda nota che, riguardo ai fatti di Idlib, nessuno ha ricordato che in precedenza i Russi avevano allertato gli Usa sul fatto che i cosiddetti "ribelli moderati" erano ancora in possesso di armi chimiche. Ma non pare che quella segnalazione li avesse turbati più di tanto.
Dal punto di vista tecnico-militare non è che il lancio di missili vada considerato un grande successo: su 59 ordigni, soltanto 23 hanno colpito il bersaglio, la base aerea siriana è danneggiata ma non distrutta, e infine la maggior parte degli aerei (o perché ritirati in anticipo per intuizione, oppure perché protetti dai bunker) è salva. La stampa filostatunitense sostiene che in realtà l'azione missilistica non doveva essere più di un ammonimento, per non chiudere definitivamente le porte verso Mosca e Damasco. Sarà.
A non essere salve, invece, sono le speranze di pace, non essendo noti gli attuali piani tattici di Washington sul Vicino Oriente - mentre quelli strategici lo sono da tempo: balcanizzazione.
Se Trump ha voluto dimostrare di essere un vero "duro" - a differenza di Obama - è tuttavia innegabile che Putin non può perdere la faccia (e non solo per questioni di orgoglio), cosicché il rischio di uno scontro sul campo fra Russia e Stati Uniti è più concreto che mai, ma le Forze armate russe, grazie al vasto programma di modernizzazione tecnologica messo in atto da qualche anno, non sono più quelle del tempo di Eltsin. Le speculazioni giornalistiche sulla possibilità che Mosca "molli" Damasco appaiono più un desiderio che una realtà, a motivo dei consolidati interessi geostrategici russi nella zona. Le ombre a dir poco sinistre continuano comunque a gravare. Asetticamente molti organi di stampa comunicano che i "ribelli" di Siria (in realtà per lo più invasori stranieri) invocano la totale distruzione dell'aviazione siriana, senza notare che questo comporterebbe due tragici risultati: il sicuro scontro diretto con la Russia e l'indebolimento delle Forze armate siriane di fronte al jihadismo.
Dicendolo francamente, a prescindere da quanti trovino la cosa sgradevole, se nel frattempo fosse emersa un'alternativa ad Assad, politicamente e militarmente credibile (innanzitutto per la Siria), vari problemi si ridurrebbero. Ma così non è e allora, piaccia o no, il crollo del governo di Damasco significherebbe abbandonare la Siria a Isis e al-Qaida, oppure far scomparire il paese dalla carta geografica, polverizzandolo in una miriade di staterelli senza peso politico ed economico, e alla mercé del primo che arriva. Non è da escludere che in certi ambienti occidentali lo si voglia.
Tralasciando (per scaramanzia) l'ipotesi dello scontro diretto fra militari russi e statunitensi, e ipotizzando altresì che il bombardamento in questione abbia costituito la classica una tantum, senza mutare di molto la situazione sul campo, tuttavia, se resta l'intenzione statunitense di non lasciare campo libero alla Russia in Siria, c'è da chiedersi cosa potrebbe fare Trump, e con quali possibili alleanze, per imporre una sua soluzione alla crisi siriana. Sempre infischiandosene di tutto, egli potrebbe aumentare la presenza di truppe statunitensi sul terreno per arrivare quanto prima alla conquista di Raqqa, la capitale del "califfato" Isis. A questo fine Washington avrebbe tuttavia bisogno di una copertura aerea maggiore di quella di cui dispone oggi in loco: il che vorrebbe dire instaurare una no-fly zone (ma la Russia quantomeno si opporrebbe, se non peggio), oppure gli Stati Uniti dovrebbero trattare con Mosca, che forse non escluderebbe Assad, visto che la presenza russa in Siria è avvenuta su richiesta del governo di Damasco, internazionalmente riconosciuto. E allora?
Sul piano delle alleanze, a ben guardare - e ferma restando la citata assenza di alternative ad Assad - non viene in mente molto, a parte la teorica carta curda, che poi si riduce alle milizie curde di Siria. Infatti, tenuto conto della precisa realtà jihadista dei "ribelli moderati", l'alleanza formale con essi per delineare una "nuova Siria" sarebbe tanto un atto di onestà quanto una scelta sicuramente impolitica; pertanto la si potrebbe ragionevolmente escludere. Restano quindi i Curdi, ma dopo averli utilizzati Trump potrebbe al massimo concedere loro soltanto una zona fortemente autonoma in territorio siriano, insufficiente però ai fini di un ampio piano di riorganizzazione del paese. In aggiunta a questa pochezza ci sarebbero da mettere in conto le prevedibili reazioni turche - con ricadute sul fronte sud-orientale della Nato - ma anche quelle dell'Iran e dello stesso governo di Damasco.
Inoltre c'è da domandarsi se gli stessi Curdi ci starebbero. La storia del popolo curdo è ricca di alleati opportunisti e aleatori che al momento (per loro) opportuno si defilano e lo lasciano esposto a ogni possibile rappresaglia; il che, nel caso in ispecie, potrebbe accadere dopo la conquista di Raqqa. Conquista che è ancora di là da venire, visto anche il precedente di Mosul, ancora non conquistata per la tenace resistenza dell'Isis (a proposito, qui le stragi fatte dall'aviazione Usa non suscitano emozioni internazionali).

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lunedì 17 aprile 2017

TRUMP E LA «MADRE DI TUTTE LE BOMBE» di Pier Francesco Zarcone


Il lancio in Afghanistan di uno dei più devastanti ordigni non nucleari non vale per il suo immediato esito tattico sul campo di battaglia: se è vero che ha causato la morte di circa 36 o 94 miliziani dell'Isis (secondo l'Isis, invece, non ci sarebbero state vittime), allora questo risultato mal si concilia con la spesa di ben 14,6 milioni di dollari, perché tanto costa una bomba GBU-43 Massive Ordnance Air Blast (MOAB), creativamente definita dai militari "Madre di tutte le bombe", anche in base alle lettere del suo acronimo (pare che la Russia disponga di un ordigno similare detto "Padre di tutte le bombe", di potenza quattro volte superiore). A questa spesa bisogna aggiungere quella a suo tempo sostenuta dai contribuenti statunitensi per la costruzione dei tunnel da poco bombardati. Secondo l'ex analista Edward Snowden si tratterebbe infatti delle gallerie sotterranee fatte costruire dalla Cia nel 1980 - all'inizio del conflitto afghano scoppiato in seguito all'invasione sovietica - per proteggere i mujahidin islamisti.
Poiché abbiamo detto e ripetuto che il diritto internazionale oggettivo non esiste più, sostituito dal diritto internazionale soggettivo creato dagli Usa a proprio uso e consumo, non desti meraviglia il fatto che l'uso della MOAB sul territorio di uno Stato formalmente sovrano sia avvenuto su semplice comunicazione al governo afghano, e non già in base al consenso previo di questo.
La MOAB è un ordigno terrificante, pur non generando radiazioni, e il suo utilizzo costituisce il pericoloso e incosciente avvicinarsi al confine dell'abisso. Per ora si tratta di un ulteriore palese messaggio da parte di chi poco tempo fa era stato erroneamente considerato un isolazionista, da contrapporre alla guerrafondaia Hillary Clinton. Un errore di prospettiva notevole, bisogna ammetterlo.
I destinatari minori del messaggio - per il terrore generato da questa super bomba - sono gli afghani che appoggiano Isis e Talebani, o che ne fanno parte. Si dice che le esibizioni muscolari di questo emulo della Sfida all'O.K. Corral manifestino una carenza di strategia. Sarà, ma riflettendo si può dissentire. Non si vogliono certo smentire gli addetti ai lavori, secondo i quali alla Casa Bianca le decisioni sono prese e variano di ora in ora. Semmai sosteniamo che al di là di ciò esiste una strategia definibile come il ritorno in grande e a tutto campo dell'imperialismo statunitense guerrafondaio e del suo autarchico ruolo di gendarme del mondo. Non ci si deve fermare al fatto che nel caso di Trump (soggettivamente assunto) - personaggio psichicamente instabile e, se possibile, meno colto di George W. Bush - risulti in primo piano il "menare le mani" senza apparente coordinazione, ma si deve fare attenzione alle coincidenze non casuali: il lancio della MOAB è avvenuto lo stesso giorno in cui a Mosca si apriva un vertice fra Russia, Cina e Iran per cercare una soluzione politica alla quasi ventennale guerra in Afghanistan. È come se Trump avesse affermato, per fatti conseguenti, il suo "no" a una pace russo-cino-iraniana.
Trump può avere uno stile da cowboy, ma sul piano delle conseguenze esso corrisponde agli interessi e agli scopi del complesso militar-industriale e dell'establishment guerrafondaio e imperialistico degli Usa, di cui molti sostengono che Trump sia finito "prigioniero". Comunque sia, sembra proprio che in atto la politica estera statunitense venga diretta più dai militari che dai politici a essa preposti. Paradossalmente pare che la caduta del reazionario Steve Bannon abbia facilitato questo risultato, poiché Bannon era contrario a interventi militari all'estero, preferendo concentrarsi sulle questioni interne.
A proposito dell'attuale bellicismo di Trump, sembra davvero che esso abbia fatto tirare il classico sospiro di sollievo ai suoi "democratici" alleati occidentali, che tante lacrime avevano versato per la sconfitta di quell'altro impresentabile personaggio rispondente al nome di Hillary Clinton. Oggi c'è stata una palese metamorfosi nella considerazione occidentale per Trump: da populista, xenofobo, razzista, maschilista, ignorante ecc. ecc. è diventato il rispettato difensore del "mondo libero", dinanzi al quale i governi occidentali - come da costume - si sono "appecoronati" acriticamente e autolesionisticamente.
Altri e non secondari destinatari del messaggio di Trump sono certamente i Nordcoreani, e qui il discorso si fa di estrema delicatezza. Il neo-presidente Usa si sta comportando come se fosse sicuro che la metaforica corda da lui tirata con vigore su vari fronti non si spezzerà, e che quindi il colosso statunitense rimarrà impunito. Si tratta di un presupposto pericoloso tutto da verificare, poiché nella storia non mancano affatto i casi di ragionamenti del genere che poi hanno dato luogo a guerre non volute, ma catastrofiche per vincitori e vinti. Al riguardo la cosa più preoccupante non è certo la diffusa passività dell'opinione pubblica internazionale di fronte alle gesta di un palese incompetente che potrebbe far piangere lacrime di sangue al mondo. Intendiamoci: non è che la vasta mobilitazione pacifista mondiale concretizzatasi con la Prima guerra del Golfo sia servita a qualcosa; a preoccupare davvero è la sostanziale acquiescenza planetaria da parte di un gran numero di governi, a parte il solito terzetto di Cina, Russia e Iran. Essendo il leader nordcoreano Kim Jong-un un degno contraltare di Trump, è naturale che il governo cinese (e non solo esso) manifesti preoccupazione per l'improvviso scoppio di un conflitto che appare tutt'altro che improbabile.
Animati da un complesso alla dottor Stranamore, gli ambienti militari Usa parlano di usare contro la Corea del Nord una bomba ancor più potente della MOAB: si tratterebbe della GBU-57A/B Massive Ordnance Penetrator (MOP). Se la MOAB ha il peso di 9,5 tonnellate e scoppia a 6 metri di quota, distruggendo tutto nel raggio di 800 metri circa, la MOP pesa 13,6 tonnellate, è stata progettata per penetrare anche in bunker sotterranei protetti da vari metri di cemento e riuscirebbe a sfondare fino a 100 metri di terreno o 20 metri di cemento armato, per poi esplodere. Gli esperti dicono che la MOP abbia il difetto di non possedere un sensore che - una volta penetrati gli strati protettivi di un bunker - individui lo spazio sottostante in cui deflagrare, dimodoché potrebbe anche esplodere sotto il pavimento del bunker colpito, cioè al di sotto dell'obiettivo. Questo comunque è un dettaglio.
Può pure darsi che la costosa spedizione navale statunitense non dia luogo ad alcun attacco a basi nordcoreane, e che qualcuno convinca Trump a presentare al Consiglio di Sicurezza dell'Onu un inasprimento delle sanzioni alla Corea del Nord: in questo caso sarà interessante l'atteggiamento che adotterebbe la Cina (che gode del diritto di veto), poiché già un'astensione significherebbe un distanziarsi di Pechino da Pyongyang. Tuttavia non è detto che ammorbidirebbe Trump o Kim Jong-un. Resta però ignoto di quali strumenti disponga in effetti la Cina per condizionare eventualmente la Corea del Nord. Considerata la grande (e unica) protettrice di Pyongyang, non è detto che tale ruolo escluda l'autonomia decisionale nordcoreana. A complicare il tutto c'è il preoccupante dato geografico dell'essere la Corea del Nord confinante con la Cina. Siamo sicuri che di fronte a un attacco statunitense Pechino potrebbe restare inerte? Del resto alcuni commentatori sostengono che anche la Cina sia destinataria del messaggio implicito nell'uso della MOAB.
Certo è che Trump si sta mettendo a forte rischio di uno scontro militare con la Russia in Siria e con la Cina in Corea. E sempre che non faccia qualche corbelleria anche sul Baltico o in Ucraina.


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domenica 11 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE


STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE
di Pier Francesco Zarcone



L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.
In Transgiordania le cose non andarono male per i britannici: Abd Allah ibn Husayn ne diventò emiro sotto il protettorato di Londra e il suo staterello rimase il più stabile nella costruzione postbellica del Vicino Oriente. Lo stesso non può dirsi né per il Libano né per la Siria né per il nuovo Stato dell'Iraq. Quest'ultimo fu costituito mediante l'accorpamento delle tre provincie ottomane (vilayetler) di Baghdad, Basra (Bassora) e Mosul poste sotto la corona data a Faysal ibn Husayn. Sembrava la mossa giusta: il nuovo Re, principe arabo e alla testa della rivolta antiottomana, apparteneva alla stessa famiglia del Profeta ed era figlio dello Sharif custode dei Luoghi Santi. E invece no. Infatti Faysal era sunnita e per la maggioranza sciita della popolazione del suo regno la sua discendenza dal Profeta era un insufficiente formalismo, giacché per lo Sciismo essere "della famiglia del Profeta" (ahl al-bayt) significa "discendere da Fatima e Ali", cioè dalla figlia di Muhammad e dal primo Imam degli Sciiti. In conclusione, per la maggioranza dei nuovi sudditi Faysal mancava di legittimità (innanzitutto religiosa).
Proprio il problema della legittimità sarà (è) centrale in paesi come Iraq, Siria e Libano.
Quanto dianzi detto non vuol negare che a un certo punto anche nel Vicino Oriente si sia diffuso il virus nazionalistico; più semplicemente vuole introdurre due elementi specifici che non sono stati affatto privi di conseguenze: innanzitutto il "nazionalismo arabo" non ha mai raggiunto una definizione (o direzione) univoca, frammentandosi cioè tra sostenitori del panarabismo o del nazionalismo locale, per poi influire altrettanto confusamente su quelle confuse costruzioni a cui si dà il nome di "socialismo arabo". In ogni caso, tuttavia, funse da momentanea formula politica contro l'imperialismo occidentale.
Il secondo aspetto consiste nel non aver mai realmente attecchito tra le masse popolari sì da diminuirne l'influsso della religione. D'altro canto non ne aveva la forza intrinseca.

L'IMPOSSIBILE NASCITA DI NAZIONI SENZA BASI

A parte la particolare situazione storica e culturale dell'Egitto, è assai arduo individuare gli elementi "classici" della Nazione in entità come Siria, Libano e Iraq, i cui territori per una moltitudine di secoli e secoli sono stati inquadrati - e al loro interno suddivisi - come circoscrizioni amministrative di più vasti imperi multietnici e multireligiosi (da ultimi, l'Impero mamelucco e quello ottomano).
Tanto per non andare molto indietro nel tempo, ci limitiamo a questi ultimi due Imperi, per rilevare che si limitarono a imporre l'obbedienza al Sultano di turno, il cui potere semplicemente si sovrapponeva alle preesistenti - e ben più "naturali" - lealtà identitarie locali (religiose, etniche, tribali e famigliari), lealtà rimaste quindi con tutta la loro forza accumulata nel tempo.
Per nessuno dei tre casi in questione può parlarsi di "Stato nazionale", per cui era consequenziale che, trattandosi di entità elevate a Stato ma senza basi effettive, all'atto pratico per governarle non bastassero poteri centrali semplicemente definibili "forti": ci volevano governi dispotici, perché la democrazia avrebbe mandato a rotoli tutta la costruzione, dimostrando - come nella favola di Andersen - che "il re era nudo", non foss'altro per il semplice motivo della mancanza del "cittadino" ostile alla sudditanza.
In Siria, Iraq e Libano il cosiddetto cittadino da un lato è suddito dello Stato, e dall'altro è parte (suddito) di reti locali di lealtà che non si riferiscono né allo Stato né al partito dominante né ai vari partiti esistenti (come in Libano). Ne consegue che la sudditanza allo Stato non realizza una forza identitaria comparabile con quella delle altre appartenenze.
In più, i nuovi Stati - volendo (ma anche dovendo) agire da Stati moderni - sono apparsi come portatori di modernizzazioni forzate, il più delle volte dalla portata ridotta, che tuttavia nei rispettivi contesti multietnici, multireligiosi e (come in Iraq) multilinguistici, hanno pericolosamente insidiato le tradizionali influenze, autorità e strutture, portando da un lato a sviluppare dei "nazionalismi locali" e/o di gruppo, e dall'altro a mettere a disposizione dello Stato reti di influenza tradizionali, col risultato di controbilanciare gli iniziali sforzi del potere centrale per il loro contenimento, creando situazioni ancora irrisolte.
In merito ai partiti politici del Vicino Oriente, è ormai fenomeno diffuso la perdita delle caratterizzazioni ideologiche originarie (quando ci sono state), che hanno rapidamente perso d'importanza dopo la presa del potere, tutto diventando funzionale agli interessi dei gruppi dominanti all'interno di ciascun partito e delle sue clientele. Ovviamente il solo "progetto politico" rimasto è quello del mantenimento del potere. A maggior ragione nei partiti "personali". Si aggiunga che questi partiti non hanno mai costituito centri di dibattito politico, bensì di mera obbedienza alle decisioni prese dai vertici. Lo stesso discorso vale, mutatis mutandis, per i partiti etnici e religiosi, soprattutto se conquistano il potere. La situazione peggiore, al riguardo, si ha in Libano, dove la Francia ha lasciato un avvelenato assetto istituzionale basato su una lottizzazione religiosa, oltretutto per lungo tempo ancorata ai dati di un censimento fatto all'epoca del Mandato.
In Siria e Iraq il potere statale ha avuto modo di affermarsi con maggior forza, ma a fronte di questo la società civile si è dovuta lasciar annichilire dallo Stato senza poter fornirgli effettivi apporti politici, almeno fino a che lo Stato non è incorso in sconfitta bellica o grave crisi interna.
Nei tre paesi sopra menzionati un ulteriore ostacolo a che lo Stato diventasse forza unificante è costituito dalla presenza di forti diversità religiose ed etniche da secoli divise da odi e spargimenti di sangue. In genere i media accennano alle conflittualità tra Cristiani e Musulmani, o fra Sunniti e Sciiti, rimanendo però ignote quelle tra le diverse Chiese cristiane, la cui virulenza non è sempre di minor grado.
Finché quei territori erano strutturati in ripartizioni amministrative di entità superiori, la situazione nel complesso teneva: a volte bene, a volte male. Tutto è cambiato con le formazioni statali volute da Gran Bretagna e Francia; Stati assimilabili a contenitori non già di mosaici (che implicano un'armonia di insieme), bensì di insiemi non amalgamati di tessere; e mancando le condizioni per assetti democratici era ovvio che le rispettive popolazioni (eterogenee) finissero governate da minoranze, non tanto politiche quanto religiose e/o etniche, per giunta insensibili ai "diritti umani". Si tratta di situazioni che o non durano o durano ma a prezzo di sanguinose crisi seriali (come in Libano).
Ad aggravare le cose intervennero in certi casi operazioni di ingegneria istituzionale della potenza mandataria e necessità di contrappesi religiosi da parte del governo insediato dagli imperialisti. Il primo caso riguarda il Libano, dove le autorità mandatarie francesi estesero le zone attribuite ai Cattolici maroniti (loro tradizionali alleati) a scapito dei Musulmani; il secondo attiene all'Iraq, dove il primo sovrano, Faysal, ottenne a nord le zone dell'attuale Kurdistan iracheno, in prevalenza abitato da Sunniti (i Curdi sciiti non sono molti), per rafforzare questa componente a fronte della maggioranza sciita, che anche con questa mossa superò il 60%. L'iniziativa di Faysal creò il problema dell'inserimento nella compagine irachena di una consistente popolazione non araba, bensì indoeuropea (più affine agli Iraniani), ponendo basi per l'irrisolto problema curdo in Iraq. Infatti, fin dall'avvento della monarchia hashimita l'élite al potere - sunnita - pur discriminando e opprimendo la maggioranza sciita, cercò comunque di sviluppare qualcosa che desse agli abitanti un minimo di identificazione unitaria, ma il guaio fu che lo fece privilegiando l'arabicità, cioè a dire discriminando - e pesantemente - i Curdi e i Turcomanni del nord, non facendoli mai sentire realmente parte dell'Iraq, pur esigendosi da Baghdad il sentimento dell'inclusione.
Come già accennato, in tutto il Vicino Oriente esiste un problema di legittimità per chi governa, a motivo della tendenza degli esclusi dal potere - si tratti di maggioranze o di minoranze - che si sentono (e sono) oppresse e discriminate. In tali contesti, a seminare il caos ci vuole poco, e caos vuol dire massacri e creazione di nuovi rancori che si sedimentano con i vecchi.

LE DIFFICOLTÀ PRATICHE A SOLUZIONI "MORBIDE"

Purtroppo le soluzioni - ammettendo che ce ne siano - dipendono dagli interessi imperialistici sull'area. Gli Stati Uniti da tempo progettano - soprattutto per Iraq e Siria - la fine degli attuali Stati "unitari". Sdegno e opposizione da parte del variegato e residuale fronte antimperialistico, ma anche di grandi potenze interessate all'area come Russia e Cina, alle quali sembra essersi aggregata (per il momento) anche la Turchia. I motivi di tali opposizioni sono facilmente intuibili. Ad ogni modo - in ragione dell'esistenza di convivenze che solo eufemisticamente possono essere definite "difficilissime" in Siria, Iraq e Libano - anche i progetti di spartizione non sono affatto carenti di logica, anzi sembrerebbero la soluzione più facile, pur mettendo nel conto il "danno collaterale" inerente gli inevitabili scambi di popolazione.
Sembra che nell'autunno di quest'anno nel Kurdistan iracheno si terrà un referendum consultivo sull'indipendenza: fuor di dubbio che un esito indipendentista non sarebbe preso affatto bene a Baghdad, a motivo del petrolio nel Nord del paese, ai cui proventi né i Curdi né il governo dell'Iraq possono rinunciare per ragioni di sopravvivenza economica.
Ma c'è di più. La nuova Costituzione irachena prevede la possibilità che oltre al Kurdistan si formino ulteriori federazioni all'interno della Repubblica. A seconda dell'evoluzione degli avvenimenti politici e militari in corso non si può aprioristicamente escludere che di tale possibilità si avvalgano gli Sciiti del Centro-sud: se così fosse, automaticamente si aprirebbe la lotta con i Sunniti arabi per il controllo di Baghdad; e se questo dovesse avvenire dopo l'auspicata sconfitta dell'Isis, è praticamente certo che si avrebbe una reviviscenza del radicalismo islamista sunnita.
D'altro canto, oltre agli interessi dei soggetti interni (difficili da conciliare, poiché perduranti da molti secoli) ci sono in gioco troppe interferenze e troppi interessi di grandi potenze e di potenze regionali perché si possa arrivare alla diffusione di una convinta identità irachena che travalichi i particolarismi religiosi, etnici e linguistici. E inoltre la situazione irachena appare così incancrenita da rendere utopico solo pensare a sistemazioni indolori alla maniera ex cecoslovacca.
Il Libano è una realtà politico-istituzionale che stancamente sopravvive a se stessa, tipica creazione di un imperialismo presbite e miope, quello francese, che, pensando scioccamente di durare per chissà quanto tempo, ha usato il divide et impera senza criteri utili nemmeno per se stesso, e pensando che il mito della grandeur gallica potesse davvero assicurare alla Francia margini di influenza in un Levante che da tempo si capiva sarebbe diventato scenario di conflitti tra potenze diverse, perché ben più grandi di quella francese. Probabilmente continuerà a sopravvivere, malamente.
Circa la Siria anche fare ipotesi è del tutto prematuro.


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giovedì 8 settembre 2016

QUESTIONE CURDA E CONFLITTO SIRIANO di Pier Francesco Zarcone



UNA QUESTIONE IRRISOLTA

Di recente nel quadro del già complicato scenario del conflitto siriano è esplosa la questione curda, con violenza e foriera di complicazioni notevoli per tutti i soggetti del Vicino e Medio Oriente che ne temono i contraccolpi. Le loro preoccupazioni sono aggravate dal palese e massiccio appoggio ai Curdi di Siria da parte degli Stati Uniti, direttamente presenti sul terreno a prescindere dal non esservi stati chiamati da quello che - piaccia o no - in base al diritto internazionale è il legittimo governo della Siria (simpatie e antipatie rimangono extragiuridiche) e con cui mantengono regolari rapporti paesi non di secondo piano come l'India e la Cina. I soggetti in questione sono notoriamente Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Emersa con la fine della Grande Guerra, la questione curda è rimasta irrisolta non tanto per la cattiveria e l'ottusità dei governanti di quei paesi - che tuttavia ci sono state e l'hanno aggravata - quanto e soprattutto a causa di due fattori geopolitici: la frammentazione del Kurdistan geografico all'interno delle entità statali costituite da Gran Bretagna e Francia per i rispettivi interessi imperialistici (il caso della Turchia kemalista è del tutto a parte); nonché i fragilissimi "equilibri" interni di tali nuovi Stati (dalle frontiere palesemente tracciate col righello sulla carta geografica) sotto i profili etnico, religioso e sociale; di modo che i loro poteri centrali hanno visto un concreto pericolo di disintegrazione nella pur minima concessione di autonomia alle minoranze curde.
In linea generale della questione curda per decenni e decenni non è importato molto alle potenze esterne all'area, mentre in essa gli Stati spesso e volentieri hanno cinicamente e in vario modo appoggiato i Curdi altrui mentre reprimevano quelli di casa propria. Mancando appoggi internazionali, è mancata altresì la strumentalizzazione esterna del problema, naturalmente a scapito ulteriore dei Curdi: non si dimentichi il male derivato agli Armeni alla fine dell'Impero ottomano a causa delle istigazioni esterne in senso nazionalistico senza proposizione di soluzioni concrete e possibili, ma sostenute da reiterate e mai mantenute promesse di aiuto e difesa.

LE PREMESSE

Esistendo l'Impero ottomano, era assente una «questione curda», al pari del nazionalismo arabo, limitato a ristrettissime élite senza radici popolari: il mito di Lawrence d'Arabia - sicuramente ben costruito sul piano mediatico - è del tutto fuorviante, tant'è che quel personaggio mobilitò (a pagamento) solo qualche migliaio di beduini del deserto fra le attuali Giordania e Arabia Saudita. Le cose invece cambiarono per tutti a seguito del crollo di quell'Impero.
Le grandi potenze europee vincitrici della Grande Guerra si limitarono a prospettare la nascita di un Kurdistan indipendente (destinato a finire sotto l'influenza britannica) nel Trattato di Sèvres (10 agosto 1920): i confini di questo Stato li avrebbe dovuti tracciare definitivamente un'apposita commissione della Società delle Nazioni. Quel Trattato nasceva però nella fase immediatamente postbellica, caratterizzata dall'illusione dei vincitori di poter estendere all'Anatolia la disintegrazione dei vecchi domini ottomani; illusione fatta presto naufragare dalla vittoriosa guerra d'indipendenza turca guidata da Mustafa Kemal. In conclusione, il successivo Trattato di Losanna (1923), firmato dagli Alleati e dal rappresentante di Kemal sulle ceneri di quello di Sèvres, non fece più menzione di un Kurdistan indipendente. A far "digerire" questo assetto giuridico ai nazionalisti curdi d'Anatolia ci pensò la repressione dell'esercito kemalista.
Ormai i Curdi erano essenzialmente suddivisi fra Turchia, Siria e Iraq. Ovviamente per ragioni di spazio dobbiamo fare dei salti storici, per cui diciamo solo - per quanto riguarda i Curdi di quest'ultimo paese - che una lunga e aspra lotta ha consentito loro di ritagliarsi un Kurdistan autonomo, poi federato all'interno della Repubblica irachena solo grazie alle contingenze belliche culminate nella caduta del regime di Saddam Husayn. Nel Kurdistan iracheno a dominare oggi è il Partito Democratico del Kurdistan (in curdo Pārtī Dīmūkrātī Kūrdistān), fondato nel 1946 dal leggendario "Mullah rosso" Mustafa Barzani - guidato oggi dall'attuale Presidente di quella entità, Mas'ud Barzani - insieme all'ex nemica Upk, ovvero Unione Patriottica del Kurdistan (Eketî Niştîmanî Kurdistan) di Jalal Talabani, a sua volta diventato Presidente dell'Iraq dopo la caduta del regime baathista. Per quanto riguarda la Turchia è nota la persistente guerriglia che dal 1984 conduce il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan, Pkk; in turco Kürdistan İşçi Partisi).
Dal punto di vista politico, fra la repressione irachena e quella turca esiste una differenza ideologica non lieve: in Iraq si è repressa un minoranza che era vista come tale, mentre in Turchia è stata addirittura negata ai Curdi la loro diversità etnica, linguistica e culturale in genere rispetto ai Turchi (per non complicare la vita, lasciamo stare cosa si debba intendere oggi per "turco") mediante il comodo (e fallace) termine di "Turchi della montagna".

I CURDI DI SIRIA CON ANKARA CHE NON STA A GUARDARE

In Siria il precipitare della crisi bellica ha propiziato tra i Curdi locali un'evoluzione del Partito dell'Unione Democratica, o Pyd (Partiya Yekîtiya Demokrat, in arabo Hizb al-Ittihad al-Dimuqratiy), nel senso di portare nel 2004 alla creazione di una forza paramilitare denominata Unità di Protezione Popolare (Yekîneyên Parastina Gel, Ypg) col compito originario di proteggere dai jihadisti le zone siriane a concentrazione curda (circa 600.000 abitanti). Dal 2014 l'Ypg ha dovuto fronteggiare l'espansione dell'Isis, ricevendo massicci rifornimenti statunitensi e conseguendo vari successi sul campo, a cominciare dalla difesa di Kobane.
Inizialmente il governo di Damasco, per quanto senza soverchia simpatia, non l'ha osteggiato, ma di recente la situazione si è capovolta e gli attuali scontri armati con l'Ypg nelle città di Hasakah e Qamishly - aiutati anche con chiare minacce all'Esercito Arabo Siriano da parte degli Stati Uniti – attestano che ormai si è aperto un nuovo fronte bellico fra truppe regolari siriane e Ypg. Un fronte estremamente pericoloso, in cui la Russia dovrà svolgere un improbo compito di contenimento per evitare che si arrivi a combattimenti coinvolgenti truppe statunitensi (che in Siria non dovrebbero esserci) e da cui solo l'Isis trarrebbe vantaggio.
È palese che, dopo i fallimentari esperimenti del cosiddetto Esercito Libero Siriano e dei ribelli musulmani "moderati", ovunque battuti da an-Nusra e dall'Isis (famoso il fallimento della Division 30 formata da turkmeni "moderati" addestrati dagli Usa e costati 500 milioni di dollari, letteralmente sbaragliata da an-Nusra appena arrivata in Siria), gli Stati Uniti abbiano individuato nei Curdi dell'Ypg uno strumento militarmente assai più valido al fine di creare basi più solide per la futura disgregazione della Siria. Da qui la presenza di militari statunitensi con divise curde, le cui foto sono comparse anche nella stampa italiana, e da qui i combattimenti ad Hasakah e Qamishly contro le truppe siriane.
Non a caso quelli dell'Ypg parlano apertamente di una Rojavayê Kurdistanê, o più semplicemente Rojava, cioè di una regione autonoma curda nel nord e nordest della Siria, per la quale a novembre del 2013 il Pyd aveva già annunciato la creazione di un governo interinale riguardante i tre "cantoni" di Afrin, Jazira e Kobane. Le manovre statunitensi con l'Ypg non potevano lasciare indifferente la Turchia; e infatti - oltre a quello curdo-siriano - si è aperto un fronte curdo-turco. Ricordiamo per inciso che per Ankara l'Ypg è semplicemente una filiale del Pkk; a complicare il quadro c'è che il partito curdo iracheno di Barzani è nemico tanto del Pkk quanto dell'Ypg.
Alle 4 del mattino del 24 agosto l'esercito turco ha avviato nel nord della Siria l'operazione "Scudo dell'Eufrate" al fine di eliminare le minacce dell'Isis ma soprattutto delle forze curde siriane, come ha dichiarato lo stesso Recep Tayyip Erdoğan, aggiungendo - tanto per esser chiari - che nessuno può pensare alla situazione siriana come indipendente dagli affari interni della Turchia. L'obiettivo è la città di Jarablus, e consisterebbe nel farvi entrare, prima dell'Ypg, elementi dell'Esercito Libero Siriano. Ma come se non bastasse, l'Agenzia Reuters ha raccolto la dichiarazione di un alto funzionario statunitense, il quale ha annunciato copertura aerea degli Stati Uniti alla Turchia durante l'operazione militare contro i terroristi dell'Isis a Jarablus! Qui la logica formale serve a poco.
D’altro canto - poiché l'Ypg fa parte della coalizione di Obama a cui partecipa (a parole) anche la Turchia - l'operazione "Scudo dell'Eufrate" verrebbe ad essere una specie di conflitto fra presunti coalizzati. Ma non già un'anomalia nelle politiche del Vicino Oriente, in cui i cambi di fronte non avvengono necessariamente in successione cronologica, bensì possono essere in contemporanea: vale a dire, l'alleanza di A, B e C contro D non esclude che a un certo punto alla comune lotta si aggiunga un conflitto tra A e C.
Certo è che la politica estera turca è oggi del tutto inaffidabile perché volatile, ed essendo decisa da un unico soggetto (Erdoğan) c'è da chiedersi se sappia cosa voglia e come ci voglia arrivare. Per Erdoğan l'asse Stati Uniti-Ypg è di estrema pericolosità e farà di tutto per ostacolarlo; questo l'ha portato a esternare la sua contrarietà a un assetto postbellico della Siria secondo linee etnico-confessionali, facendo pensare a taluni osservatori che ad Ankara adesso potrebbe anche andare bene la permanenza al potere di al-Assad e del Baath, cosa non del tutto sicura. Al momento i rapporti della Turchia col Kurdistan iracheno sembrano "normalizzati", e innegabilmente questa regione si è giovata assai degli investimenti economici turchi e di un certo appoggio politico; d'altra parte l'inimicizia di Barzani verso il Pkk è ancora una garanzia perdurante. Inoltre - e non da ultimo - l'esportazione di gas naturale e petrolio dal Kurdistan iracheno deve passare attraverso la Turchia. Proprio l'appoggio al - e del - governo curdo di Erbil appare essere una carta positiva per Erdoğan, a patto che riesca a evitare intese fra Curdi iracheni e Curdi di Siria e Turchia. È certo una scommessa, tenuto conto di quanto si dirà fra poco. Ma il vero problema di Ankara non è fuori dalle frontiere, poiché solo se riuscisse a realizzare un qualche grado di normalizzazione con i propri Curdi, così da ridurre di molto la presa del Pkk, potrebbe evitare che la carta curda sia giocabile dai propri nemici o alleati di dubbia lealtà.

INTANTO NEL KURDISTAN IRACHENO…

Non è chiaro cosa potrebbe derivare dal referendum (originariamente preannunciato per il 2014) che si dovrebbe presumibilmente tenere fra settembre e ottobre nel Kurdistan iracheno, qualora vincessero gli indipendentisti. Al riguardo la dirigenza di Erbil si è attestata su una posizione conciliante, avendo preannunciato che in ogni caso la questione verrebbe discussa col governo di Baghdad per evitare effetti dirompenti. Si può azzardare a ritenere che - a parità di condizioni - ritrovandosi l'eventuale Stato curdo mesopotamico stretto fra Iraq e Turchia soprattutto sul piano economico, forse la situazione non muterebbe granché. Ma i giochi restano aperti.
L'iniziativa referendaria - oltre a esprimere le forti differenze ideologiche tra i Curdi iracheni e i Curdi turchi e siriani, e quindi a mandare per aria i sogni (velleitari) di un Kurdistan unito - risponde a un grave contenzioso tra Erbil e Baghdad circa la ripartizione dei proventi da gas e petrolio, tanto che dal 2014 Erbil ha iniziato a effettuare vendite in autonomia, cioè senza passare per Baghdad. Il mancato trasferimento di fondi dalla capitale a Erbil avrebbe provocato una grave crisi economica e un deficit per i Curdi di almeno 406 milioni di dollari (ma l'opposizione curda al partito di Barzani accusa di nascondere il reale valore delle vendite di greggio e gas, e di fabbricare una crisi economica solo per reprimere le opposizioni e favorire politiche autoritarie).
Per la popolazione la crisi tuttavia morde. I dipendenti pubblici (oltre un milione e mezzo, pari al 25% della forza-lavoro) non ricevono il salario da cinque mesi, aumentano i disoccupati e il 20% del popolo vive sotto la soglia di povertà, giacché anche lì i proventi delle esportazioni energetiche vanno a favore di un'élite economica che è anche politica. Recentemente il governo di Baghdad ha promesso di scongelare il trasferimento congiunto per fronteggiare la crisi, aggravata dal crollo del prezzo del petrolio. Tutto questo per dire che anche il Kurdistan iracheno è meno stabile di quanto potesse apparire e che un suo eventuale collasso costituirebbe una catastrofe nella catastrofe, con Raqqa e Mosul ancora nelle mani dell'Isis.

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venerdì 2 settembre 2016

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,
di Pier Francesco Zarcone


L'iniziativa turca di invadere una piccola parte del nord siriano e occupare Jarablus induce a forti preoccupazioni politiche e militari, poiché in una situazione come quella siriana l'ingresso di nuovi soggetti - in particolare se "di peso" - complica e incancrenisce, rendendo meno probabile o vicina una soluzione e aumentando invece le probabilità di balcanizzazione o somalizzazione dell'area, nonché l'indebolimento della lotta all'Isis. Tra chi se ne rende conto benissimo c'è sicuramente lo stesso Erdoğan, che tuttavia è mosso da suoi obiettivi specifici.
Lo si può arguire dalla ridicola dichiarazione ufficiale turca secondo cui lo scopo dell'iniziativa militare starebbe nella chiusura del confine con la Siria in funzione anti-Isis. Il ridicolo nasce dal fatto che Ankara avrebbe potuto tranquillamente ordinare alle proprie Forze armate di effettuare tale chiusura dal lato turco, giacché in termini di sicurezza acquisire il controllo di alcuni chilometri quadrati di territorio siriano non serve proprio a nulla.
È palese - e non vi è serio osservatore internazionale a negarlo - che obiettivo del governo turco sono i Curdi dell'Ypg, legati al Pkk, e in particolare impedire loro di completare - mediante la conquista di Jarablus - l'occupazione territoriale necessaria per la definizione di un'entità curda confinante con la Turchia. La successione dei fatti è chiarificatrice. Dopo l'occupazione curda di Manbij, sottratta all'Isis, a Jarablus i Curdi proclamavano la creazione di un nuovo consiglio militare; dopo tre ore da quell'annuncio il capo di tale organismo veniva assassinato e il mandante era additato nel governo turco. Poi, l'occupazione turca di Jarablus e la pretesa di Ankara di avere anche Manbij e l'immediato ritiro curdo a est dell'Eufrate. Ritirata peraltro avvenuta con tempestività. Cioè a dire, gli Stati Uniti, che l'Ypg considera suo alleato, "come da copione" hanno tradito gli ingenui e ambiziosi Curdi, preferendo non creare con la Turchia ulteriori frizioni delle quali potrebbe avvantaggiarsi la Russia.
Non si dimentichi che in Oriente i simboli - e le date simboliche - hanno una grande importanza, ormai scomparsa e incomprensibile in Occidente, e quindi mantengono intatta la loro capacita di espressione: ebbene, gli stessi giornali turchi hanno tenuto a sottolineare che l'ingresso in Siria delle truppe avveniva nel 500º anniversario della battaglia di Marj Dabiq (a nord di Aleppo), che durante la guerra fra Ottomani e Mamelucchi sirio-egiziani (1516-1517) aprì ai primi la strada per la conquista del Vicino Oriente e iniziò la fine dell'Impero mamelucco. Alla sottolineatura commemorativa fatta dalla stampa turca si potrebbe aggiungere che dopo la Grande Guerra la perdita della Siria settentrionale (e di Mosul) fu molto "mal digerita" dalla Repubblica di Turchia - forse nient'affatto metabolizzata - e oggi probabilmente Erdoğan pensa di avere la possibilità di recuperare (almeno parzialmente) quanto non riuscì a Kemal Atatürk. A questo punto si pone il problema se le ambizioni di Erdoğan si fermino qui, o al contrario se non riguardino anche Aleppo (il che sarebbe storicamente naturale) e magari - in prospettiva - Mosul.
Nel complicarsi della situazione nel nord siriano non colpisce tanto il basso tono della protesta di Damasco - oggettivamente non in grado di fare di più - quanto l'assenza di forti prese di posizione da parte di Russia e Iran. Questo fa pensare a molti osservatori che esista un accordo (per lo meno tacito) fra Ankara, Mosca, Damasco e Teheran; accordo che non sarebbe privo di ragion d'essere in base ai rispettivi interessi. I Curdi di Siria - sentendosi spalleggiati dagli Usa - hanno dato sfogo alle proprie ambizioni forse con eccessiva fretta e troppo scopertamente, talché su di loro incombe ora il rischio di restare abbandonati a sé stessi se per caso dovesse ridursi l'importanza del ruolo militare contro l'Isis fin qui ricoperto. La cosa si chiarirà meglio se e quando ci sarà l'attacco dell'Ypg contro Raqqa.
Essendo arrivati ai ferri corti Damasco e l'Ypg a Qamushly e Hasakah, ed essendo una delle conseguenze dell'iniziativa turca la distrazione di almeno 5.000 ribelli siriani dal fronte di Aleppo a Jarablus, per il momento la mini-invasione turca può anche essere segnata dai governativi nel saldo positivo della "contabilità bellica". Anche per l'Iran - al cui interno esistono minoranze curde e arabo-sunnite, ancora in stato di quiete - meno successo ottengono i Curdi in Siria e Iraq tanto meglio è.
Nel caso degli Stati Uniti la questione è più articolata - ma per nulla indecifrabile - alla luce della massima di Churchill, valida anche per Washington: niente amicizie nelle alleanze, ma solo l'espressione di interessi particolari. Nel corso del conflitto siriano un costante interesse particolare degli Stati Uniti è consistito nella creazione nel territorio della Siria di zone-cuscinetto, ovvero di "santuari" non attaccabili dalle forze di Damasco e utilizzabili dai ribelli per operazioni belliche non solo frontaliere. Nel nord la cosa è sembrata possibile fino al 24 agosto utilizzando i Curdi, tanto più che gli altri ribelli sono in difficoltà ad Aleppo e le truppe regolari siriane avanzano ad occidente dell'Eufrate.
A conti fatti la mossa turca non va contro gli intendimenti degli Usa, giacché ai Curdi sono sostituibili altri ribelli sostenuti dalla Turchia. Per inciso, nel sud siriano sono le forze speciali britanniche a lavorare (senza autorizzazione alcuna) allo stesso scopo ai confini con Giordania e Iraq. Ma se il mutare dei fattori non incide sul risultato nulla avranno da eccepire Washington e Londra, e difatti la mini-invasione turca è avvenuta con la pubblicizzata copertura aerea statunitense.
Gli sviluppi iniziati col 24 agosto portano a considerare del tutto immotivati gli entusiasmi di quei nemici dell'Occidente che hanno dato per scontato il cambio di alleanze della Turchia dopo il fallito golpe. Tutto sommato - tenuto conto della rete di alleanze locali della Russia e il maggior affidamento che Mosca può dare ai propri alleati (anche perché di altri possibili non ce ne sono in zona) - le ambizioni di Erdoğan fuori dagli attuali confini turchi possono trovare realizzazione solo mantenendo una sia pur conflittuale alleanza con gli Usa. Per i suoi fini, le necessità di Erdoğan consistono nella balcanizzazione dell'area. All'inizio della crisi siriana si poteva puntare, come grimaldello, semplicemente sulla caduta del governo di al-Assad e sugli effetti conseguenti. Ora invece, poiché il rovesciamento del governo di Damasco non è più dietro l'angolo, balcanizzare comunque il balcanizzabile è obiettivo primario, anche per guadagnare tempo ai fini della continuazione della guerra. Ed ecco procedere "a braccetto" Ankara e Washington: ai Curdi provveda pure il buon Dio; non sarà né la prima né l'ultima volta che restano soli con una manciata di sterili illusioni.

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sabato 6 agosto 2016

BERGOGLIO E LA GUERRA DI RELIGIONE di Pier Francesco Zarcone



Di recente - dopo le ultime sanguinose gesta dei jihadisti in Europa - l'attuale Papa ha detto e ripetuto che non è in atto una guerra di religione, perché
«tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri».
Ovviamente si è subito levato un coro di plauso a queste parole, eccezion fatta per i media di destra o centro-destra. Analogo entusiasmo ha salutato la partecipazione, la scorsa domenica, di imam e di talune migliaia di musulmani a messe cattoliche in paesi europei, tanto da far dire che siamo a una svolta nei rapporti col mondo islamico.
Cominciamo dalle parole papali.
Che tutte le religioni vogliano la pace implica per lo meno l'esistenza di tre elementi: a) che sotto il nome di "religioni" siano individuabili realtà strutturate efficacemente e capillarmente, alla maniera delle sette per intenderci, talché le azioni dei membri non sfuggano al controllo e non ci siano iniziative di segno difforme, individuali o di gruppo; b) che nel corpus teologico-ideologico delle religioni - cioè nei loro libri sacri - non esistano passaggi suscettibili di essere utilizzati dai violenti per imporsi all'interno come all'esterno; c) che nella storia delle religioni non ci siano mai stati episodi, o periodi, in cui il massacro degli "infedeli" fosse presentato come altamente meritorio agli occhi di Dio e che quindi il vessillo della "fede" non abbia mai costituito la giustificazione per il disfrenarsi dei peggiori istinti.
Sul punto c) la smentita della Storia è radicale. Nei parametri del punto a) non rientrano né le Chiese cristiane né il mondo islamico nel suo complesso. Riguardo al punto b), solo il Nuovo Testamento non contiene alcunché del genere dianzi detto, ma negli altri sacri testi delle religioni monoteistiche abbondano eccome i passi suscettibili di venir utilizzati per incitare al massacro di chi la pensa diversamente. Ne sono immuni i testi buddhisti, ma i massacri di segno buddhista in Birmania a danno della minoranza musulmana attestano che tutto sommato è indifferente quanto nei sacri libri ci sia o non ci sia scritto.
La conclusione è una sola: la frase del Papa oltre a essere bella non ha senso alcuno. Avrebbe fatto meglio a dire che non c'è una guerra di religione col mondo musulmano in quanto tale, ma semmai che essa è in atto con le frange radicali e jihadiste di quello stesso mondo. Poiché è lungi da noi l'intento di mettere in dubbio l'intelligenza papale, si deve affermare che si è trattato di mera propaganda, oppure di diplomazia lessicale. Tuttavia ancora una volta è rimasto disatteso l'ammonimento evangelico del Cristo sull'esigenza di strutturare i discorsi attraverso lo schema "sì, sì, no, no".
Non sappiamo cosa abbiano pensato i cristiani del Vicino Oriente che hanno avuto stretti congiunti e amici sgozzati dagli islamisti solo perché cristiani, magari dopo che le porte delle loro case erano state contrassegnate dalla lettera ن (l'iniziale di nasrani, «cristiani»), per indicare dove colpire con sicurezza: avranno davvero ritenuto, dopo l'esternazione del Papa, che alla fin fine era solo apparenza l'uccisione dei loro cari per odio religioso?
In termini più generali si deve quindi escludere che wahhabiti, salafiti e jihadisti vari non usino l'odio religioso per attirare nelle loro fila fanatici pronti a tutto? Che essi, nonché Arabia Saudita e petromonarchie del Golfo, non abbiano progetti di islamizzazione e acculturazione degli infedeli (anche dei musulmani considerati tali) secondo i loro schemi, dentro e fuori dal mondo musulmano storico? Se è cosi allora siamo in tanti a non aver capito nulla finora.
Per chi critica il Papa non si tratta necessariamente di sposare le tesi dei fautori dello "scontro di civiltà" tout court fra Islam e resto del mondo. Ma è la stessa realtà delle cose a far concludere che questo scontro i radicali islamisti lo vogliono, lo attuano e quindi esiste. Quando il Papa - a corredo della tesi della mancanza di guerra di religione - afferma che
«c'è guerra per interessi, soldi, risorse della natura, per il dominio sui popoli»,
dice una cosa tanto giusta quanto risaputa ma, ai nostri fini, banale: da tempo sappiamo che le guerre scoppiano per motivi economici e di potere; tuttavia non si deve sottacere che le spinte a parteciparvi - o come volontari o con entusiasmo anche se autoritativamente arruolati - non si riducono allo spirito di avventura e di bottino, o alla possibilità di scatenare i propri istinti criminali, bensì includono l'odio ideologico o religioso fomentato da chi persegue gli effettivi fini economici e politici.
Quando i fatti e le parole dicono che i jihadisti vogliono tutti gli altri o convertiti o morti, che per costoro non tutti gli esseri umani sono uguali e che i valori in genere dei non musulmani sono comunque spazzatura e blasfemia, come si fa a essere d'accordo con Bergoglio?
Ancora una volta siamo di fronte ad alate parole di scarso spessore. Non si tratta di un novità perché in fondo quando i membri della cosiddetta "Chiesa docente" parlano a quelli della cosiddetta "Chiesa discente" - i quali ultimi non spiccano per accentuato spirito critico (se no non si farebbero discere in tal modo) - tradizionalmente i problemi vengono semplificati al massimo, fino alla banalizzazione.
Riguardo poi alla recente partecipazione di musulmani a messe cattoliche, più che una svolta (come sostengono i laudatores) c'è stato un segnale, importante ma sempre un segnale: cioè a dire, gli islamici contrari ai jihadisti cominciano a venir fuori. Ottima cosa, ma non ci si illuda che si tratti di soggetti (insieme a quanti la pensano allo stesso modo pur essendosene rimasti a casa) esponenziali dell'Islam sunnita in quanto tale, poiché qui - a differenza di quello sciita - non esiste né clero né simil-clero. Le cose continueranno come prima, ma il predetto esporsi diventerà utile solo se si tradurrà in azioni di emarginazione e denuncia degli estremisti. Altrimenti tutto rimarrà a livello di episodio mediatico.


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TURCHIA: FAIDA INTERNA E PROBLEMI DI POLITICA ESTERA di Pier Francesco Zarcone



Fethullah Gülen
L'IMPERO DI FETHULLAH GÜLEN

Per il grande pubblico occidentale Fethullah Gülen è solo il nome esotico di un personaggio che Recep Tayyip Erdoğan - suo ex alleato - addita come nemico pubblico numero uno, dopo averlo messo nella lista dei nemici almeno dal 2013. È finito così un sodalizio a cui Erdoğan deve obiettivamente moltissimo. Infatti Erdoğan, senza l'appoggio di Gülen, non sarebbe arrivato dove si trova. Inizialmente i due condividevano la stessa visione politica fatta di Islam assertivamente "moderato" e di politica economica sostanzialmente liberista, con un pizzico (all'inizio) di autoritarismo, che del resto nella tradizione turca non guasta mai. Gülen aiutò in modo determinante Erdoğan a diventare prima sindaco di Istanbul e poi, nel 2002, a vincere le elezioni alla testa dell'islamizzante Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - Akp). Come mai?
La spiegazione è semplice: Gülen aveva costituito un potente e articolato impero economico e culturale di matrice islamica in seno alla Turchia ancora laica costruita da Atatürk, tant'è che nel 1999 reputò più opportuno lasciare il paese e trasferirsi negli Stati Uniti (Pennsylvania), dove tuttora risiede, per sfuggire a un processo per eversione. Anche dall'estero il potere di Gülen si fece sentire, e senza l'appoggio dei gülenisti forse Erdoğan non ce l'avrebbe fatta a tarpare le ali ai settori delle Forze armate a lui ostili (cioè la "vecchia guardia"): e può essere significativo che le componenti kemaliste non abbiano appoggiato il recente golpe, non a caso subito condannato dal Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi - Chp), erede del kemalismo.
La confraternita di Gülen, Hizmet («servizio»), può essere paragonata a un misto di Opus Dei, di Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, ma molto più potente e ramificata, con a capo un personaggio ambiguo, scrittore, uomo d'affari, mistico sufi, predicatore, capace di importanti amicizie (come quella con Giovanni Paolo II) e ricchissimo. Il suo impero (non casualmente definito uno Stato nello Stato) ha milioni di seguaci (4 o 5 solo in Turchia) e un fatturato di parecchi miliardi di dollari (si dice siano almeno 25) che hanno consentito di costruire (anche fuori dalla Turchia) centinaia di scuole e istituti preparatori, università, centri di studi religiosi e di mutuo soccorso, di controllare giornali, televisioni e gruppi economici, con forti e ampie ramificazioni nella magistratura, nella polizia e nelle Forze armate. Controlla l'impero mediatico Zaman (comprendente l'omonimo quotidiano), il giornale Aksiyon, l'agenzia di stampa Cihan, varie stazioni televisive e radiofoniche (come Samanyolu TV e Burç FM), l'importante ente di finanza islamica Bank Asya e la confederazione imprenditoriale Tüskon, fondamentale nelle strategie di espansione delle imprese turche in Africa e nel Vicino Oriente.
Per capire l'importanza e la capacità d'influenza dell'insegnamento gülenista, diciamo solo che la sua rete di scuole e università passa dalla Turchia per l'Asia centrale, va dal Marocco all'Indonesia, tocca Parigi e arriva fino alle due Americhe. Questo sistema scolastico raccoglie 2 milioni di studenti, più i frequentatori della vasta rete di corsi preparatori ai test d'ingresso alle università. Da notare che si tratta di un sistema in cui l'insegnamento è rigido, elitista e chiuso, con legami che vanno mantenuti anche dopo la fine degli studi: per esempio i laureati, gli avvocati di nomina recente e quanti escono dalle accademie militari e di polizia devono consegnare alla confraternita gülenista il primo stipendio quale segno di riconoscimento (del resto anche i sostenitori di Gülen danno parte del salario o degli introiti a Hizmet). Non è senza significato che la Russia - stante l'obiettiva funzione culturale filostatunitense della rete di Gülen (i cui contatti con la Cia sono più di un sospetto) - abbia disposto la chiusura di tali scuole e l'espulsione dei loro insegnanti in Baschiria e Tatarstan.
Sotto un certo aspetto l'organizzazione gülenista tende a presentarsi bene agli occhi occidentali: per esempio è favorevole agli Stati Uniti e ad Israele, e pratica il dialogo fra le religioni e con le minoranze non turche del paese quali l'armena e la curda; in definitiva appare come un esempio di quell'Islam "moderato" che tanto piace a media e politici occidentali. In realtà restano forti in essa i connotati del nazionalismo turco più intransigente, che si manifestano nell'ostilità a una maggiore autonomia per i curdi e nel diniego del genocidio armeno.

L'ITINERARIO STORICO DI GÜLEN

Gülen ha alle spalle una lunga storia che lo collega alla "Turchia profonda", sopravvissuta alla forzata modernizzazione occidentalizzante voluta da Atatürk. Questa Turchia aveva momentaneamente chinato la testa e si era in vario modo occultata in attesa di tempi migliori. E questi sono poi arrivati.
Gülen politicamente ed economicamente "nacque" negli anni '80 del secolo scorso dopo la morte dell'imam Mehmet Zahid Kotku, rinnovatore dell'ordine sufico dei Naqshbandi, la cui influenza andava dalla Turchia all'Iraq, fino all'Asia centrale. A questa confraternita Kotku aveva conferito un taglio socio-politico che gli aveva permesso di fare proseliti anche illustri, come il presidente turco Turgut Özal, Necmettin Erbakan, Erdoğan e anche un personaggio che potrebbe essere il punto di collegamento fra lo stesso Erdoğan e l'Isis, con cui ha fatto buoni affari la famiglia Erdoğan: si tratta di Izzat Ibrahim ad-Duri, l'ex vice di Saddam Hussein e artefice dell'alleanza fra ex militari baathisti e Isis. Ma questo è un discorso a parte, suscettibile di aprire scenari interessanti.
L'atmosfera propizia alla decisa ascesa del gruppo di Gülen si ebbe grazie al colpo di Stato del 1980, cioè quando la giunta militare salita al potere in funzione contraria alle sinistre turche puntò alla sintesi fra Islam sunnita e identità turca (Türk-Islam sentezi), con tanti saluti al laicismo kemalista, di cui non è vero che i militari siano stati sempre tutori. L'anticomunismo di Gülen trovò quindi il clima ideale. Poi ci fu il crollo dell'Urss, che consentì l'espansione della predicazione gülenista nella ex repubbliche sovietiche turcofone dell'Asia centrale, e soprattutto l'installazione di una rete di scuole in quei territori. Poiché sotto tutti i cieli i politici soffrono di forte miopia e pur di avere vantaggi contingenti mettono a rischio il "patrimonio di famiglia", ecco che proprio il Primo ministro ultralaico dell'epoca, Bülent Ecevit, pensò bene di avvalersi della rete asiatica di Gülen per estendere l'influenza della Turchia in Asia centrale. Paradossalmente (ma non tanto, perché la corsa al potere non tollera concorrenti) fu lo stesso Gülen ad appoggiare nel 1977 l'ennesimo golpe che rovesciò il Primo ministro Necmettin Erbakan, colpevole di eccesso di islamismo.
Punto forte della visione di Gülen, effettivamente concretizzato da Erdoğan, era l'emancipazione economica, attraverso un'intensa spinta imprenditoriale, della classe media tradizionalista trascurata dai kemalisti. Inutile dire che mentre Erdoğan e il suo partito, con l'appoggio di Gülen, cominciavano attivamente a ridurre lo strapotere militare, anche i gülenisti compivano la loro scalata in vari settori vitali della società turca, compreso il partito Akp al potere.
Il progressivo estendersi dell'influenza gülenista giocava su almeno due fattori favorevoli alla chiamata a raccolta, culturalmente sostenuta, della società musulmana turca conservatrice: l'arretramento dello Stato in vari settori del "sociale" e la crescente urbanizzazione degli esodati dall'Anatolia per ragioni economiche. In rapporto all'impostazione della propaganda politico-culturale di Gülen si è parlato di modernità conservatrice alternativa, concretizzatasi nell'adesione alla scienza occidentale, ma per dare slancio al persistente vigore intellettuale della Turchia islamica a fronte di un Occidente ormai senza nerbo spirituale.

LA FAIDA TRA GÜLEN ED ERDOĞAN

La fine del sodalizio apparentemente solido risale al 2011: troppo potere aveva accumulato Gülen per non preoccupare lo stesso Erdoğan che, oltre ad avere altrettanta sete di potere, si rese conto dell'estrema pericolosità del grande apparato messo su da Gülen e dell'inerente potenza economica. L'alleanza dimostrò tutto il proprio carattere contingente, e poiché il nemico comune appariva messo alle corde, se ne poteva fare a meno tranquillamente. Così, quando vennero preparate le liste elettorali dell'Akp per le politiche di quell'anno, almeno 60 gülenisti ne furono esclusi e inoltre il progetto di riforme dell'Akp per modernizzare la Pubblica amministrazione diventò lo strumento per eliminare da importanti incarichi i seguaci di Gülen, con particolare riguardo al vitale ministero della Pubblica istruzione. Oltretutto Erdoğan rivolse in proprio l'attenzione al mondo degli appalti, beneficiandone per lo più (e per i contratti maggiormente lucrativi) imprenditori vicini all'Akp o suoi clienti a scapito dei gülenisti.
Poi nel 2009 ci fu la crisi finanziaria del gruppo Dogan, il più importante titolare di partecipazioni nei media turchi. La prospettiva della sua bancarotta e la conseguente iniziativa di mettere in vendita alcune tra le sue principali testate e reti televisive apriva le porte all'acquisizione di posizioni di controllo da parte di Gülen, e per evitarla il Parlamento mediante apposito decreto ridusse e "spalmò" il debito di Dogan, evitandone il fallimento. Come conseguenza di tale aiuto, Erdoğan conseguì notevoli vantaggi: il favore di vari media del gruppo, l'inserimento di suoi uomini nei Consigli di Amministrazione e l'allontanamento di giornalisti critici verso il governo. La situazione precipitò all'inizio del 2012, con un'inchiesta giudiziaria su Hakan Fidan, capo dei Servizi segreti (Mit), e altri cinque fedelissimi di Erdoğan per presunta connivenza in una strage di civili curdi. Poiché l'inchiesta mirava a indebolire Erdoğan colpendone dei fedelissimi, costui fece approvare subito dal Parlamento una legge fatta apposta per salvare i suoi. Si sospettò e si disse che dietro l'iniziativa della magistratura ci fosse Gülen. Cominciava la guerra aperta.

UN BILANCIO POCO CONSUETO

In Turchia, sette anni fa (all'epoca le "primavere" arabe, la guerra in Siria, l'Isis ecc. non erano nemmeno immaginabili), una persona legata al partito kemalista Chp, parlando con l'autore di queste righe, definì Fethullah Gülen e il suo network in assoluto quanto di più pericoloso ci fosse per la Turchia laica; ancor più del partito Akp di Erdoğan. La situazione era ancora diversa da quella odierna, ma i segnali di un'islamizzazione accentuata c'erano tutti. E si capiva che qualcosa andava a cambiare. Effettivamente c'è da chiedersi se l'abbandono anche formale dei parametri kemalisti sarebbe stata possibile senza la capillare opera di propaganda ed educazione svolta dai vari elementi della rete gülenista. In definitiva questa ha svolto il vero lavoro di de-laicizzazione di massa che l'Akp non avrebbe potuto realizzare. Il lavoro l'hanno fatto Gülen e i suoi, ed Erdoğan ne ha colto e ne coglie i frutti, colpendo oggi il suo più pericoloso rivale.
Resta invece intatto (e forse maggiore) il pericolo per una Repubblica dalla sempre più vacillante laicità. Non ci sarebbe da stupirsi se dopo la resa dei conti con i gülenisti si aprisse anche quella con i settori laici, che però sono quasi il 50% della popolazione; e se apparentemente Erdoğan, a questo punto, potrebbe apparire in posizione migliore di prima avendo epurato gli avversari islamici, tuttavia resterebbe l'incognita relativa al suo rafforzamento sostanziale, proprio per aver fatto piazza pulita più nel campo islamista che in quello laico. Si vedrà.

FALLITO GOLPE E POLITICA ESTERA TURCA

Dopo il fallito golpe in Turchia l'attenzione dei media nostrani si è tutta concentrata sulle conseguenze della vendetta di Erdoğan in politica interna. Niente di criticabile, per carità, solo che sarebbe opportuna qualche riflessione sulle possibili ricadute nella politica estera turca. Alla delicatezza dell'argomento si aggiungono la fluidità della situazione, la possibilità di mosse "audaci" di Erdoğan (che dispone di una maggioranza assolutamente prona in Parlamento) e le non escludibili reazioni nel restante 50% del popolo turco e in quel che rimane degli alti e medi quadri delle Forze armate, per quanto decapitate attualmente siano.
La sapienza popolare dice che dove c'è fumo c'è arrosto, e in Turchia di "fumi" ce ne sono parecchi. Ai nostri fini sono di particolare interesse la salita dei toni verso gli Stati Uniti, con la maggiore specificazione delle accuse a essi in merito all'asserito ruolo svolto dietro le quinte del golpe, e l'accrescersi della "cordialità" verso la Russia. Sotto quest'ultimo profilo va rimarcata la recentissima dichiarazione di un personaggio non di secondo piano, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoğlu, che ha addirittura espresso gratitudine a Vladimir Putin per il pieno sostegno dato al governo turco nel corso del fallito golpe, con le parole
«la Russia ci ha fornito un supporto completo e incondizionato durante il tentativo di colpo di stato, per questo siamo grati a Putin e tutti i funzionari russi».
Riconoscenza che - a dire il vero - non avrebbe reali presupposti se si considerassero infondate le ricorrenti voci sull'allerta russo ad Ankara in merito a un incipiente colpo di stato; altrimenti, la riconoscenza formale sarebbe davvero il minimo. Poi in agosto ci sarà l'incontro tra Putin ed Erdoğan, durante il quale si parlerà sicuramente anche del ripristino dei pieni rapporti economici, interrotti dalla Russia dopo l'abbattimento di un aereo russo a novembre del 2015. Incidente di cui ora Erdoğan (con disinvoltura notevole) incolpa i generali golpisti e filostatunitensi! E molti osservatori sostengono che bisognerà seguire attentamente le mosse turche sui versanti della Russia, della Nato e della Siria.

LA RUSSIA ASPETTA E NON SOLO

Il primo di tali versanti potrebbe essere caratterizzato da un nuovo corso della politica turca verso Mosca, non per amore ma per effettivi interessi economici e politici. Non vi è dubbio che la stretta economica russa a seguito dell'abbattimento del proprio aereo non sia stata leggera per Ankara. Il decreto emanato il successivo 28 novembre da Putin (che aveva detto: «Non se la caveranno con qualche pomodoro») ha avuto vari effetti oltre alla messa al bando dell'importazione di prodotti agroalimentari turchi: rafforzamento dei controlli doganali sulle merci inviate dalla Turchia, blocco delle assunzioni di cittadini turchi, riesame dei progetti comuni nel settore delle costruzioni, ripristino del sistema dei visti di ingresso dei cittadini turchi in Russia, cancellazione dei voli charter (con il "suggerimento" alle agenzie di viaggio russe di non vendere più pacchetti-vacanze per la Turchia: nel 2014 i turisti russi erano stati 4,4 milioni, per un totale di 2,7 miliardi di dollari). Secondo la francese Coface (compagnia di assicurazione sui crediti all'export), la stretta russa sul turismo e le esportazioni ha avuto per l'economia turca un costo aggirantesi tra i 5 e i 10 miliardi di dollari. Comunque anche per la Russia il boicottaggio ha avuto effetti pesanti, se si pensa che l'interscambio globale con la Turchia - sempre nel 2014 - era consistito in esportazioni russe per 25 miliardi di dollari, a fronte di 5 miliardi di esportazioni turche; però vanno considerati i 10 miliardi di investimenti diretti turchi in Russia, a fronte dei 5 miliardi russi in Turchia.
Peraltro la rappresaglia russa non è avvenuta alla cieca, giacché - per esempio - non ha toccato le esportazioni russe di grano e olio di girasole, di cui la Turchia è il principale acquirente, e anche il settore dell'energia è rimasto fuori dai provvedimenti restrittivi, di modo che Mosca ha evitato un colossale autogol. Vero è che la Turchia ha cercato di approvvigionarsi altrove (Qatar, Azerbaigian, Turkmenistan), ma di certo non è ancora riuscita a sostituire la fonte russa, che soddisfa il 60% del suo fabbisogno di gas.
A parte la ripresa dei rapporti commerciali e del turismo russo, è sempre vivo l'interesse della Turchia a diventare il cosiddetto hub meridionale del gas russo, garantendosi altresì le proprie necessità energetiche (con reali vantaggi anche sul lato russo).
A quanto sopra si aggiunga che l'economia turca presenta una sua oggettiva sofferenza, e difatti Standard & Poor's ha tagliato il rating della Turchia a Bb e la lira turca è precipitata di quasi il 10% rispetto al dollaro.
A seconda del grado di deterioramento ulteriore dei rapporti con Usa e Ue, non si può escludere a priori che Ankara si accosti di più al blocco regionale orientale, i cui pilastri sono Russia, Cina e Iran. E la Nato? A Mosca qualcuno ne sogna l'uscita della Turchia e magari la teorizza, come Aleksadr Dugin, notorio maître à penser geopolitico di Putin. La sua valutazione sulla Turchia è la seguente: premesso che lì ci sono da una parte i kemalisti e i "patrioti" favorevoli al miglioramento dei rapporti con la Russia, e dall'altra Fethullah Gülen (legato alla Cia) e seguaci, insieme ai filostatunitensi che hanno cercato di rovesciare Erdoğan, a questo punto l'avvenire della Turchia starebbe nell'asse Mosca-Ankara e nella formazione di una strategia comune, essendo comuni anche certi nemici.
A parte ciò, è probabile che un pragmatico come Putin si accontenterebbe di qualcosa di meno, ma ugualmente utile: cioè che nella Nato resti una Turchia sempre meno attiva come partner dell'Occidente in quanto meno affidabile, tanto da restare "a bagnomaria". Tuttavia che qualcosa la Russia stia smuovendo è inferibile dalle azioni di Žirinovskij, personaggio essenzialmente "folklorico" ma spesso e volentieri utilizzato dal governo russo per sondaggi preliminari sulle eventuali reazioni a idee e progetti di Mosca: ebbene, costui va ora predicando l'utilità di un'alleanza militare trilaterale di Russia, Iran e Turchia. Detta così, sembra una boutade, tuttavia dietro potrebbe esserci qualche più minimalista - ma sempre utile - forma di cooperazione trilaterale. Staremo a vedere.

ALTRI RAPPORTI CON L'ESTERO

Intanto si registra che dopo quattro giorni dal fallito golpe, Erdoğan ha annunciato di voler risolvere le controversie pendenti con i paesi vicini (forse ricordandosi dell'analogo ammonimento di Atatürk) e si è intrattenuto in cordiale colloquio telefonico col Presidente iraniano Hasan Rohani (le cui milizie combattono in Siria contro gli islamisti appoggiati dallo stesso Erdoğan).
Comunque, nel quadro di un'ipotetica intesa Mosca sarebbe in grado di offrire ad Ankara qualcosa di importante proprio a motivo della posizione acquisita in Siria: si potrebbe realizzare un baratto tra l'accettazione turca a essere snodo distributivo per il gas russo, la cessazione dell'appoggio ai ribelli siriani e l'allentamento dei legami con la Nato da un lato, e dall'altro l'azione russa per bloccare la formazione di un'entità curda indipendente o federata con la Siria, tanto più che Erdoğan già appare più morbido verso Bashar al-Assad rispetto al recente passato. E non a caso.
La Turchia si trova ormai alle prese sia con l'interna guerriglia curda che non riesce ad annientare, sia con i pericoli derivanti dall'attivismo dei curdi siriani appoggiati da Washington: alla fine per Erdoğan il tanto demonizzato al-Assad finisce per essere il male minore, tanto più che è palese la diffidenza del governo di Damasco verso i curdi siriani (momentanei alleati contro l'Isis solo per forza di cose) e i loro progetti o di autonomia o di federazione con la Siria. Non si dimentichi, tra l'altro, che proprio l'opportunistico appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni rientra fra le cause di raffreddamento dei rapporti turco-statunitensi.
Il predetto possibile scambio russo-turco avverrebbe in una fase in cui la Turchia presenta vari profili di debolezza: le Forze armate turche, ormai decapitate e oggetto di epurazioni a vasto raggio, sono già impegnate in Anatolia contro i curdi del Pkk e non appaiono ragionevolmente in grado di impegnarsi in incursioni in Siria, fino a ieri paventate. Si consideri che per gli esperti (o presunti tali), prima di cinque anni l'apparato militare turco non sarebbe in grado di tornare ai livelli pre-golpe. Inoltre, dopo i recenti attentati islamisti sembra essersi spezzato qualcosa negli oscuri rapporti fra Erdoğan e l'Isis; poi, l'eventuale rifiuto di Washington all'estradizione di Fethullah Gülen avvelenerebbe ancor di più le relazioni tra Turchia e Usa e non si possono escludere ricadute sull'uso delle basi Nato come Inçirlik: non nell'immediato, certo, perché Erdoğan non ha ancora la necessaria forza interna per entrare in rotta di collisione con l'Occidente, ma se riuscisse ad eliminare i più consistenti centri di potere filoccidentali in Turchia, allora potrebbe anche dare luogo a una vendetta sugli infidi partner di oggi.
Poiché in politica in genere, e in quella estera in particolare, è sempre meglio non fidarsi, se Putin da un lato si comporta in un certo modo verso Ankara, da un altro lato sta progettando un'importante iniziativa per poter aggirare un domani il passaggio delle navi russe attraverso il Bosforo e i Dardanelli: si tratta del progetto di costruzione di un canale di 700 chilometri per collegare il mar Caspio col Golfo Persico, passando per l'Iran; il suo costo andrebbe dai 10 ai 30 miliardi di dollari e ridurrebbe moltissimo il tempo per il trasporto delle merci.

POSSIBILITÀ CHE NON SONO PROBABILITÀ

Si deve restare nel campo delle ipotesi (senza fare previsioni) anche riguardo alla situazione interna turca, spaccata in due fra laici e islamisti, con leggera prevalenza di Erdoğan nel corpo elettorale. La grande manifestazione del kemalista Partito Repubblicano del Popolo, svoltasi domenica 24 luglio, ha ridato visibilità e voce a una Turchia laica ancora decisa a non farsi islamizzare. Di qui un'incognita sulla gamma di conseguenze provocabili dalle ipotesi dinanzi fatte. Non sono escludibili in radice né nuovi golpe né derive di tipo algerino nelle strade e nelle montagne turche. Potranno accadere effettivamente, ma è più probabile (per lo meno allo stato delle cose) che Erdoğan resti in sella, pur non potendosi dire in quali condizioni.
Va infine considerato un ulteriore aspetto di tipo sociale e politico. Nel quadro delle epurazioni a tutto campo che Erdoğan sta realizzando, decine di migliaia di famiglie turche si vanno trovando sul lastrico dall'oggi al domani. Si tratta di un dramma sociale che in prospettiva potrebbe produrre conseguenze in sede elettorale, considerato che le famiglie turche sono assai meno mononucleari di quelle occidentali ed è facile che scattino meccanismi altrettanto allargati di solidale autodifesa, anche al di là delle attuali contingenti posizioni politiche di ciascuno. E resta l'ulteriore incognita di quale sarà il comportamento elettorale del campo gülenista dopo i massicci colpi ricevuti.

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