„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
Visualizzazione post con etichetta 80° della rivoluzione spagnola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 80° della rivoluzione spagnola. Mostra tutti i post
giovedì 12 gennaio 2017
mercoledì 2 novembre 2016
martedì 25 ottobre 2016
Spagna 1936 tra guerra e rivoluzione
80° anniversario
Spagna 1936 tra guerra e
rivoluzione
------------------------------ -------
sabato 29 ottobre 2016 -
ore 18.00
saletta Teresina
Degan/biblioteca civica - Pordenone
------------------------------ -----------------------
incontro/dibattito
con MARIO SALVADORI
(Autore di articoli e
saggi sulla rivoluzione spagnola)
In Spagna il 17 luglio
del 1936 inizia la sollevazione militare guidata dal generale
Francisco Franco, sostenuta dalla Chiesa, dai monarchici e dai
nazionalisti, che mirava ad instaurare un regime autoritario fascista
che sostituisse il governo repubblicano e stroncasse la volontà
rivoluzionaria della classe lavoratrice spagnola.
Non è il governo ma lo
sciopero generale a fermare il colpo di stato. A Barcellona, Madrid,
nei principali centri urbani e nelle regioni più importanti della
Spagna i militari sono sconfitti dalle lavoratrici e dai lavoratori
che in armi si oppongono al tentativo fascista. Due giorni dopo la
sollevazione, solo il Marocco e parte della Spagna sono sotto il
controllo dei generali golpisti. Inizia la guerra che durerà fino al
1939. Ma è anche l'inizio della Rivoluzione.
La vittoria del popolo in
armi rende possibile la collettivizzazione delle industrie, dei
campi, la distribuzione dei prodotti. I militanti della Federazione
Anarchica Iberica e del sindacato anarcosindacalista CNT sono
impegnati nell'organizzazione della produzione, dei trasporti, del
consumo, della sanità, dell'educazione e degli spettacoli.
L'autogestione si realizza concretamente in ogni ambito della
società.
Ottant'anni dopo questa
Rivoluzione Interrotta è possibile continuare, riconoscendone limiti
e forza, a praticare oggi l'autogestione in una prospettiva
rivoluzionaria attuale?
seguirà dibattito
INGRESSO LIBERO
Etichette:
80° della rivoluzione spagnola,
circolo Zapata,
pordenone
giovedì 8 settembre 2016
L'errore di Fanelli Diego Camacho *
Giuseppe Fanelli (1827-1877)
Il viaggio di Fanelli in Spagna fu tutt'altro che facile; perfino l'indirizzo di Barcellona datogli da Bakunin, per stabilire un contatto con Elisée Reclus, era sbagliato. Il vecchio italiano, però, era uomo dalle mille risorse e non si demoralizzò per questo contrattempo. I soldi a sua disposizione finirono rapidamente, ma il "caso" gli diede la possibilità di tenere, con un suo amico, una conferenza pubblica. Con denaro prestatogli, non conoscendo una parola di spagnolo, dopo aver fallito nell'intento di organizzare una Sezione dell'Internazionale a Barcellona, partì per Madrid per vedere se nella capitale avrebbe avuto maggiore fortuna. Erano gli ultimi giorni del dicembre 1868, in pieno riflusso del movimento rivoluzionario, iniziatosi in Spagna dopo la deposizione di Isabella II e dopo i tentativi fatti dal generale Primo per dare al paese un re che non discendesse dalla casa dei Borboni. Lo trovò in Italia: era un principe della Casa dei Savoia, che regnò in Spagna, come Amedeo I, solo nove mesi.
Si stufò degli spagnoli e "li mandò al diavolo". Fanelli, quindi, giunse a Madrid in un periodo politicamente molto turbolento.
Giuseppe Fanelli era membro della "Alleanza della Democrazia Socialista", ‘organizzazione segreta organizzata da Bakunin per propagandare nel mondo l'ideale anarchico.
Fanelli aveva il compito di stabilire contatti con giovani spagnoli di idee radicali e di propagandare fra loro i principi dell'AIT e dell'Alleanza e, nel caso che queste idee fossero bene accolte, fondare una sezione dell'AIT e un gruppo dell'Alleanza. Ebbe la fortuna di farsi conoscere, con Tomás González Morago e Anselmo Lorenzo, due giovani piimargallisti e conoscitori delle teorie federaliste di Proudhon lette in traduzione realizzata da Pi i Margall, divulgatore delle idee dell'anarchico di Besançon in Spagna.
Fanelli si impegnò così tanto nella sua missione che, in poco meno di un mese, quando partì da Madrid per la volta di Barcellona, lasciò "formalizzata" una Sezione dell'AIT e fondato un gruppo dell'Alleanza. Il materiale teorico che l'inviato dell'Alleanza mise nelle mani dei giovani iniziati, consisteva in un Richiamo dell'AIT a tutti i lavoratori del mondo e la dichiarazione dei Principi dell'Alleanza.
Gli spagnoli confrontarono i due documenti e li fusero. Con la sintesi operata, fondarono l'AIT con i principi dell'Alleanza. Fecero anche di peggio. Dei trenta giovani che parteciparono alle riunioni organizzate per ascoltare Fanelli in italiano, quelli che meglio si conoscevano fra di loro fondarono un gruppo dell'Alleanza. Senza volerlo, con la sintesi operata dell'AIT e dell'Alleanza, avevano posto la prima pietra sulla quale si sarebbe basato quel movimento che successivamente prese il nome di anarcosindacalismo. Quando Fanelli giunse in Italia e, soddisfatto del compito svolto in Spagna, informò Bakunin circa i risultati ottenuti, il vecchio rivoluzionario russo si arrabbiò seriamente con il compagno italiano, rimproverandogli di aver organizzato l'AIT con i Principi dell'Alleanza e, per di più, ambedue i gruppi con le stesse persone. "Che guaio!" commentò Bakunin con i compagni più intimi, aggiungendo:"Quello che oggi ai nostri compagni spagnoli pare un vantaggio, alla lunga creerà loro molte complicazioni". Bakunin non si sbagliava. Le complicazioni comparvero presto e si trascinarono pericolosamente, come impedimento alla vittoria dell'anarchismo in Spagna.
La "sacralizzazione dell'organizzazione" e la "responsabilità del militante"
Tomás González Morago, uno dei personaggi più polemici agli inizi dell'Internazionale in Spagna, fu il primo corrispondente con Bakunin. Fu anche colui che maggiormente simpatizzò con Bakunin, probabilmente perché caratterialmente si assomigliavano molto. Tomás González Morago assimilò velocemente le idee fondamentali di Bakunin e tentò, da parte sua, di rimediare l'errore compiuto da Fanelli, ma era già troppo tardi.
I neo-iniziati all'anarchismo svolsero il loro compito con tanto ardore e entusiasmo nella misura in cui l'atmosfera ed il clima erano loro favorevoli: in un anno di lavoro furono in condizione di convocare il primo Congresso Operaio, fondatore dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori in Spagna.
Il Congresso si svolse nel giugno del 1870 a Barcellona. Erano rappresentati quarantamila operai ed operaie di tutto il paese. Improvvisamente la Sezione Spagnola dell'AIT si manifestava come la più numerosa dell'Internazionale.
In linea di massima, il Congresso si dichiarò anarchico.
Lo sforzo maggiore per giungere a questa definizione fu opera di membri dell'Alleanza, circa venti in Spagna, che ben si distinguevano dagli altri per le loro capacità intellettuali (vi erano scrittori, medici, studenti, tipografi, grafici, ecc.) e per la chiarezza delle loro idee. Rafael Fargas Pellicer, direttore del settimanale "La Federación", organo delle Associazioni Operaie Federate di Barcellona, realizzò, attraverso il periodico, una grande opera di divulgazione dei testi anarchici dell'epoca, molti dei quali scritti da Bakunin.
Il Congresso approvò alcuni Regolamenti Tipici nei quali si definiva la struttura generale dell'Organizzazione Operaia. Erano così convinti di ciò, che prefiguravano nella vittoria e nell'applicazione di questa struttura quello che avrebbe potuto essere il funzionamento della società che si sarebbe sostituita al sistema borghese una volta attuata la liquidación social.
Prima del perfezionamento di questi regolamenti, come strumento di organizzazione, cominciò a farsi spazio l'idea di utilizzarli come base pratica per il funzionamento della società futura. Così, con questa identificazione e basandosi sulle finalità dell'organizzazione come portatrice del germe della futura società, l'organizzazione si trasformava, non in un mezzo per far trionfare le forze operaie rivoluzionarie, bensì essa stessa si convertiva in finalità. Il guaio che Bakunin aveva previsto cominciava già a manifestarsi con l'unione dell'associazionismo operaio e dell'anarchismo. Però, probabilmente, il processo di "sacralizzazione dell'organizzazione" e della "responsabilità del militante" non sarebbe stato così rapido se si fosse cercato di mediare la scissione dell'AIT nel 1872 con le lotte interne che questo fatto produsse in Spagna. La denuncia pubblica dell'esistenza in Spagna dell'Alleanza come organizzazione segreta all'interno dell'AIT, che fece Paul Lafargue e, infine, la delegalizzazione dell'Internazionale, dopo il golpe militare del generale Pavia del 1874, sono elementi che si svilupparono e si combinarono confusamente durante i sette anni di clandestinità ai quali fu sottomessa l'Internazionale. L'illegalità non è mai favorevole ad una organizzazione la cui pratica si fonda sulle decentralizzazione e sul federalismo perché, per le circostanze in cui deve svilupparsi, deve ricorrere a procedimenti, talvolta troppo sbrigativi, che finiscono per danneggiare il federalismo. A questi inconvenienti si può aggiungere che talune pratiche imposte dalla clandestinità rimasero in vita anche nel successivo periodo di legalità.
Il periodo che va dal 1881 fino al 1910, ano della fondazione della CNT fu, probabilmente, il più brillante per l'anarchismo, nonostante le ripercussioni che ebbe in Spagna il Congresso di Londra del 1881 e il cosiddetto "terrorismo anarchico" nell'ultimo decennio del XIX secolo. Nonostante gli inconvenienti appena menzionati venne fatto uno sforzo notevole per separare l'anarchismo dall'associazionismo operaio. In più fu proprio in questo periodo che ebbe luogo l'interessante polemica tra collettivismo e comunismo che metteva in discussione il carattere dell'organizzazione e la funzione dell'anarchismo all'interno di essa. Ma, nonostante gli sforzi fatti, il guasto prodotto da Fanelli era sempre vivo e l'associazionismo, come la fenice, rinasceva sempre più forte, anche quando lo Stato, a causa della clandestinità, lo credeva già morto. Diversamente l'anarchismo decadeva: i suoi migliori militanti dovevano dedicarsi al mantenimento dell'organizzazione operaia nei difficili periodi di clandestinità e, più tardi, con il ritorno della legalità, si dedicarono al sindacalismo piuttosto che all'anarchismo.
Anarchismo e sindacalismo
In un paese come la Spagna, nel quale le strutture latifondiste in grandi zone rurali (Andalusia, La Mancha, Estremadura, ecc.) esistevano sin dai tempi della Riconquista, sfidando l'evolversi dei tempi, non può stupirci il fatto che l'antagonismo di classe abbia assunto i livelli di una guerra sociale. E se vi aggiungiamo il "senoritismo" (il rapporto tra padrone e contadino che vedeva il padrone agire nella vita sociale come padrone di vite umane e di terre) questa guerra sociale assumeva contorni di dignità umana, elemento che si aggiungeva alla lotta dell'oppresso contro l'oppressore.
Il "socialismo istintivo" del quale parla Diaz del Moral nella sua storia sulle agitazioni contadine in Andalusia, dava alla lotta contadina contorni etici.
La coscienza, ben radicata nei contadini, della divisione in classi si traduceva, logicamente, in odio verso tutto ciò che rappresentava il mondo aristocratico, latifondista e religioso, perché i preti erano, con il loro comportamento, il sostegno spirituale più solido dell'ingiustizia sociale.
E al tempo stesso la lotta si rivolgeva contro gli anacronismi esistenti nell'industria.
Così come nei campi, la borghesia si comportava con gli operai in fabbrica e nelle officine: i signori feudali con i servi. Gli elementi che promuovevano e alimentavano la guerra sociale si differenziavano poco tra i lavoratori della città con quelli campagna. Agli uni e agli altri l'anarchismo offrì l'opportunità di trasformare la loro disperazione in una forza cosciente attraverso la quale potevano porre fine alla loro condizione di sfruttati ed umiliati, per raggiungere la loro "elevazione" in quella società comunista libertaria che vedevano concretizzarsi in ogni scontro e in ogni lotta con la forza pubblica, sempre dura nella repressione. L'utopia assumeva i contorni di realtà nella misura in cui la lotta si radicalizzava. Bisognava solo unirsi, unirsi con forza per raggiungerla. L'unione derivava dall'organizzazione e l'organizzazione si trasformava in un simbolo, in qualcosa al di fuori di ogni discussione, qualcosa di quasi sacro.
La ricomparsa dell'anarcosindacalismo nel 1910, con la costituzione della Confederación Nacional del Trabajo (CNT), riceveva l'eredità di quarant'anni di lotte operaie e contadine, disseminate di sangue, carceri, confini e fucilazioni. E vedeva la luce dopo quella semana trágica di alcuni mesi prima causata da una protesta adirata contro la guerra coloniale in Marocco.
La repressione alla quale fu sottoposto il proletariato sia da parte della forza pubblica sia dal terrorismo padronale ed ecclesiastico, che giunse al punto di fucilare il pedagogo Francisco Ferrer y Guardia, non intaccò nelle forze operaie e contadine il senso dell'organizzazione e la loro imperiosa necessità di distruggere il mondo borghese, la Chiesa e lo Stato. Inoltre, la CNT, che si stava ricostruendo, si arricchiva di una nuova tattica, lo sciopero generale, come inizio della rivoluzione e fine del sistema borghese e statale. La teoria del sindacalismo, che si riteneva in grado di instaurare da solo l'anarchia, si consolidò presto nel proletariato che ora ci accingiamo a descrivere.
Tre anni prima della costituzione della CNT in Spagna, ad Amsterdam, la strategia dello sciopero generale venne proposta dal sindacalista rivoluzionario francese Monatte, come "detonatore" della rivoluzione sociale.
A questa strategia si oppose Malatesta che, con chiara conoscenza del compito dell'anarchismo nella società e nel movimento operaio, disgiunse i concetti di anarchismo e sindacalismo, dando a "Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio".
Non abbiamo alcun dubbio che il Congresso Anarchico di Amsterdam abbia avuto rispondenza in Spagna: i periodici anarchici, infatti, si impegnarono a divulgare i nuovi principi relativi all'organizzazione anarchica, al sindacalismo, al terrorismo, all'antimilitarismo, ecc. L'attività principale del movimento anarcosindacalista si concentrava però sui temi più urgenti per il paese e cioè, come abbiamo già segnalato, costituire un'organizzazione operaia a livello nazionale. Questione sempre più impellente visto il rapido avanzare dell'UGT (di tendenza sindacalista-riformista) negli ambienti operai.
Abbiamo segnalato questo per evidenziare che la maggior attività svolta dall'anarcosindacalismo in Spagna si concentrava sull'organizzazione operaia e sulle lotte che essa sosteneva, sempre violente, contro la borghesia. Se ne può dedurre che il compito specificatamente anarchico veniva spesso accantonato. Se qualcosa veniva fatto in questo campo era grazie ad alcuni gruppi anarchici che, al di fuori dell'organizzazione operaia, si occupavano della propaganda anarchica scritta e di sostenere la Scuola Moderna che Francisco Ferrer aveva fondato in Spagna agli inizi del secolo.
La CNT partì col piede sbagliato, un anno dopo la sua fondazione era già fuori legge, misura presa dal governo dopo l'attentato che costò la vita al capo del governo Canalejas, nel 1912. L'attentato a Canalejas, come in realtà tutti gli attentati ad opera di anarchici, fu iniziativa individuale e causata da una legge che autorizzava lo Stato a mobilitarsi, in caso di sciopero dei treni, contro gli operai delle ferrovie. Naturalmente la CNT solidarizzò con l'autore dell'attentato e lanciò una campagna propagandistica a suo favore. I risultati di tutto ciò furono le misure repressive che il governo, ancora una volta, adottava contro gli anarchici e il dichiarare, come ho già detto, "fuori legge" la CNT.
Fino alla dichiarazione della Prima Guerra Mondiale, la CNT rimase nella clandestinità, ma alla fine della guerra, grazie all'aumento degli addetti all'industria che si sviluppava sempre più, la CNT crebbe velocemente.
Barcellona fu, durante la guerra - grazie alla neutralità della Spagna in questo conflitto - un centro di spionaggio, soprattutto di agenti tedeschi che trovavano facili appoggi da parte dell'autorità monarchica e della borghesia catalana. Allo spionaggio si aggiunsero anche gruppi di avventurieri che, comprando prodotti e vendendoli ai belligeranti, traevano grossi benefici dal conflitto bellico, i soldi così correvano velocemente per bische, cabaret, sale da gioco. Fu in questo periodo, come abbiamo già detto, che la CNT si sviluppò notevolmente, ma attraverso questa crescita si infiltrarono anche personaggi discutibili, avventurieri insomma.
Ángel Pestaña, analizzando le origini del "gangsterismo" padronale, nato in questo periodo con lo scopo di eliminare gli esponenti della CNT, crede che le ragioni che spinsero alcuni giovani della CNT all'uso della violenza, delle rapine e degli attentati, furono indotte dagli infiltrati che tenevano il piede in due scarpe: istigavano i giovani e poi li denunciavano alla polizia. A Pestaña non mancano ragioni per fare questa affermazione perché, in generale, è in questi periodi di scarsa chiarezza che i provocatori agiscono trovando ascolto fra persone inesperte che facilmente vengono spinte ad azioni le cui responsabilità ricadono su tutta la collettività.
Il gangsterismo fu anche una montatura della polizia per interrompere il successo della CNT, specialmente a Barcellona. Dal 1918 al 1923 morirono, in imboscate organizzate dalla polizia, più di duecento tra i migliori militanti della CNT. Dominava la logica della violenza ed era necessario girare armati ed essere pronti a difendersi se non si voleva morire come "tonti". Fu un'epoca di "golpe" contro "golpe".
Il comitato nazionale della CNT si vide costretto a richiamare urgentemente i gruppi anarchici fuori della CNT perché la aiutassero a mantenere le strutture organizzative che stavano per dissolversi. I gruppi anarchici organizzarono una conferenza nel 1918 per rispondere all'appello della CNT. Anche se non si giunse ad un accordo (perché l'anarchismo era organizzato in modo informale e non si fondava su risoluzioni collettive ma ribadiva l'autonomia dell'individuo e del gruppo) vi fu una risposta di massa. Da allora al 1936, intervallato dalla fondazione della FAI nel 1927, tornarono a fondersi anarchismo e sindacalismo, con l'aggravante che molti militanti anarchici dovettero ricoprire ruoli direttivi in sindacati e comitati.
Se si approfondisce l'analisi di questo periodo si può già rilevare la comparsa di un certo dogmatismo e un notevole calo qualitativo di alcuni anarchici già attivi nella CNT. Fu anche in questo periodo - sotto l'influenza della Rivoluzione Russa - che prese corpo un certo "blanquismo" come strategia rivoluzionaria. Le insurrezioni del 1933, in quel momento ampiamente giustificate, corrispondono a questa strategia. Però...
L'ambiguità dell'anarchismo organizzato
E' fuori dubbio che il fallimento della seconda Repubblica apre le porte alla rivoluzione. La classe operaia e contadina non aveva altra possibilità che realizzare da sola ciò che sperava la Repubblica dovesse realizzare per il miglioramento della condizione operaia. L'idea della rivoluzione era ormai ben radicata nella classe sfruttata, ma mancava una strategia per poterla realizzare. In questa situazione l'aspetto peggiore era dato dal fatto che la CNT e la FAI in ogni momento esaltavano l'idea rivoluzionaria e passavano all'azione scatenando insurrezioni. Ma con quale obiettivo? Indebolire semplicemente il potere? Che fare? La classe militare non era neutrale in questa guerra sociale ed era pronta ad intervenire. Se si creava un vuoto di potere, come si poteva impedire la dittatura militare? Si capisce così come, di fronte a questa situazione, appaia la tendenza anarco-bolscevica e come si affermi la questione della presa del potere o "dittatura anarchica" come più tardi verrà definita da García Oliver.
Vista la situazione, la rivoluzione, ovvero un confronto armato, poteva ritardare ma era comunque inevitabile. L'inefficacia della Repubblica, politicamente parlando, la rendeva indispensabile ed inevitabile, così come il suo crollo nel momento in cui si giunse al confronto armato tra la borghesia con i suoi alleati e la classe operaia e contadina.
Per capire non "come" ma "perché" accadde ciò che accadde il 20 luglio 1936, dobbiamo approfondire lo studio della forma organizzativa dell'anarchismo in Spagna, il suo processo di sviluppo e la condizione politico-sociale nella quale agisce e a tre diversi tipi di proposte che venivano avanzate:
- ritornare alle fonti naturali dell'anarchismo ed alla sua posizione primigenia della rivoluzione (indispensabile), il che implicava riconsiderare la sua attività nella CNT e ridefinire la funzione della FAI.
- Dare alla funzione della CNT-FAI un'attitudine politica, attraverso l'alleanza operaia con la UGT e i socialisti, cercando un terreno di azione così come lo presentava Orobón Fernández e come lo praticarono nel 1934 la CNT e la UGT nelle Asturie. Questo comporta implicitamente una riconsiderazione di ciò che intendeva per potere politico, con i naturali rischi teorici che derivano da tale riconsiderazione.
- Mantenere l'ambiguità (ovvero non essere né carne né pesce) e lanciarsi nudi all'avventura. Questa era la peggiore delle proposte poiché era senza principi. Nonostante ciò, questa fu quella che prevalse nella CNT e nella FAI il 20 luglio 1936.
(traduzione di Antonia Zanardini)
Bibliografia
GARCIA OLIVER J., Ce que fut le 19 juillet, "Le Libertaire", Paris, 18 agosto 1938
GARCIA OLIVER J., Comité Central de Milicias, in De julio a julio, CNT, Valencia, 1937
GUERIN D., Ni Dieu ni Maître, Maspero, Paris, Vol. I
JENSEN A., La CNT FAI, el Estado y el Gobierno, "Revista Timon", Barcellona, Agosto 1938
LEVAL G., L’impossible réalisation totalitaire, "Le Libertaire", 21 ottobre 1937
MONTESENY F., Las lecciones di una experiencia histórica, "Inquietudes" N.3 Luglio 1947
PEIRATS J., La Cnt en la Revolución Española, "Manifesto del Comitato Centrale della CNT", 14 febbraio 1936 (ed. it. La Cnt nella rivoluzione spagnola, Antistato, 1977)
PEIRATS J., ¿Se renunció a la Revolución? Encuesta, "Presencia" N.5, settembre 1966 [http://www.fondation-besnard.org/article.php3?id_article=299]
RICHARDS V., Enseñanzas de la revolución española (ed. it. Insegnamenti della rivoluzione spagnola, Vallera, Pistoia, 1974)
RODRIGUEZ H., La experiencia española, las tacticas y la organización de la Ait, "Internacional", N.3-4, luglio-agosto 1938
SCHAPIRO A., Notre prétendu désaccord avec la Cnt, "Combat Syndcaliste", luglio 1937
FAURE S., La pente fatal, "Le Libertaire", 8 luglio 1937
* Diego Camacho (Abel Paz) è nato in Almeria nel 1921, fa parte della CNT e della JJ.LL.; dal 1935 ha militato tra gli anarchici e, per questa ragione, ha trascorso in carcere gli anni dal 1942 al 1953. Autore di vari libri tra i quali Durruti, il popolo in armi tradotto in 8 lingue ed un saggio storico su Origine, evoluzione e scissione del movimento operaio in Spagna (1868-1872).
Articolo tratto da "Volontà" n°4/1986.
mercoledì 27 luglio 2016
Le collettività – Gaston Leval
“(…)
1. Il principio giuridico delle Collettività era completamente “nuovo”. Non erano né il “sindacato” né il “municipio”, nel senso tradizionale del termine, e neppure il municipio del medioevo. Tuttavia, erano più prossime allo spirito comunale che allo spirito sindacale.Le Collettività, spesso, avrebbero potuto chiamarsi egualmente Comunità, come nel caso di quelle di Binefar e costituivano veramente un tutto in cui i gruppi professionali e corporativi, i servizi pubblici, gli interscambi, le funzioni municipali restavano subordinati, dipendenti dall’insieme nella loro struttura, nel loro funzionamento interno, nell’applicazione dei loro compiti particolari.
2. Malgrado la loro denominazione, le Collettività erano praticamente organizzazioni libertarie comuniste, che applicavano la regola “da ciascuno secondo le proprie forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni”; sia per la quantità di risorse materiali assicurata a ciascuno dove il denaro era abolito, sia per mezzo del salario familiare dove il denaro è stato mantenuto. Il metodo tecnico differiva, ma il principio morale e i risultati pratici erano i medesimi.
Questa pratica era in effetti senza eccezioni nelle Collettività agrarie; poco frequente invece nelle collettivizzazioni e socializzazioni industriali, per essere la vita delle città più complessa e meno profondo il sentimento di sociabilità.
3. La solidarietà portata al grado estremo era la norma generale delle collettività agrarie. Non solo vi era assicurato il diritto di tutti alla vita, ma nelle federazioni comarcali si stabiliva sempre più il principio dell’appoggio mutuo, con l’ammasso comune, di cui si giovano i paesi meno favoriti dalla natura.
Nella Castiglia, si stabilirono a questo scopo le Casse di Compensazione. Nel campo industriale questa pratica pare sia stata iniziata in Hospitalet, nelle ferrovie catalane e più tardi si applicò in Alcoy. Sarebbe stata più generale, se il compromesso con gli altri partiti non avesse impedito di socializzare apertamente sin dai primi giorni.
4. Una conquista di enorme portata era stata raggiunta: il diritto della donna alla vita, qualunque fossero le sue funzioni sociali. Nella metà circa delle collettività agrarie, il salario che le si attribuiva era inferiore a quello dell’uomo, nell’altra metà equivalente; differenze queste che si spiegano tenendo conto che raramente la donna nubile veniva isolata.
5. Anche il bambino ha visto il riconoscimento del suo diritto alla vita: non come elemosina accordata dallo Stato, bensì come l’esercizio di un diritto che nessuno pensava a negare. Al medesimo tempo le scuole gli sono state aperte fino ai 14 o 15 anni: solo modo per evitare che i genitori lo mandassero a lavorare prima del tempo, e per rendere l’istruzione realmente generale.
6. In tutte le Collettività agrarie dell’Aragona, Catalogna, Levante, Castiglia, Andalusia ed Estremadura, è stata norma spontanea costruire dei gruppi di lavoratori, quasi sempre distribuiti in zone precise che si dividevano le colture e le terre. Egualmente spontanea è stata la riunione dei delegati eletti da questi gruppi, insieme al delegato locale d’agricoltura, allo scopo di orientare il lavoro generale.
7. Oltre a tali riunioni ed altre analoghe dei gruppi specializzati, avevano luogo in forme anch’esse spontanee le riunioni dell’intera Collettività: un’assemblea settimanale, o quindicinale o mensile. Si pronunciava sull’attività dei consiglieri da essa nominati, sui casi speciali e le difficoltà impreviste. Tutti gli abitanti, uomini e donne, fossero o no produttori di beni di consumo, intervenivano e determinavano gli accordi presi. Spesso, anche gli stessi “individualisti” potevano pronunciarsi e votare.
8. Nella coltivazione della terra le modifiche più importanti sono state: l’aumento rapido del macchinario impiegato e dell’irrigazione, l’estensione della pollicoltura, la piantagione di alberi di ogni specie. Nell’allevamento del bestiame: la selezione e la moltiplicazione delle specie, l’adattamento di esse alle condizioni dell’ambiente, del clima, dell’alimentazione, ecc. e la costruzione, su vasta scala, di stalle, porcili ed ovili collettivi.
9. Si estendeva continuamente l’armonia nella produzione e ella coordinazione degli scambi, così come l’unità nel sistema di ripartizione. L’unificazione comarcale si completava con l’unificazione regionale. La federazione nazionale era sorta. Alla base la “comarca” organizzava l’interscambio. Eccezionalmente lo praticava il Comune isolato, ma su autorizzazione della federazione comarcale, che prendeva nota degli scambi e poteva interromperli se pregiudizievoli all’economia generale. Così accadeva per esempio nella Collettività isolata della Castiglia, che non vendeva grano per suo conto ma, invece, mandava il cliente all’ufficio del grano in Madrid. In Aragona, la Federazione delle Collettività, fondata nel gennaio del 1937 e la cui sede centrale si trovava a Caspe, incominciò a coordinare gli scambi fra tutti i Comuni della regione, così come la pratica dell’appoggio mutuo.
La tendenza all’unità si era creata con l’adozione di una tessera di “produttore” unica e di una tessera di “consumatore” ugualmente unica che implicavano la soppressione di tutte le monete, locali o no, secondo la risoluzione presa nel congresso costitutivo del febbraio 1937.
Riguardo agli scambi con le altre regioni e alla vendita all’estero, la coordinazione migliorava sempre più. Nel caso di utili per differenze di cambio, o per l’ottenimento di prezzi superiori ai prezzi base già eccedenti, la Federazione Regionale li impiegava per aiutare le collettività più povere. La solidarietà oltrepassava l’ambito comarcale.
10. La concentrazione industriale tendeva a generalizzarsi in tutti i Comuni, in tutte le città. Le piccole officine, le fabbriche antieconomiche sparivano. Il lavoro si razionalizzava con un obiettivo e una forma altamente sociali, tanto nelle industrie di Alcoy come in quelle di Hospitalet, nei trasporti urbani di Barcellona, come nelle collettività di Aragona.
11. La socializzazione cominciava spesso con la ripartizione (comarca di Segorbe, di Granollera, vari villaggi di Aragona). In certi casi i nostri compagni strappavano ai municipi riforme immediate (municipalizzazione dei fitti e della medicina in Elda, Benicarlò, Castiglione, Alcagniz, Caspe, ecc.).
12. L’insegnamento progrediva con una rapidità prima d’allora sconosciuta. L’immensa maggioranza delle Collettività e dei municipi più o meno socializzati ha costruito una o varie scuole. Ciascuna delle Collettività della Federazione del Levante aveva la sua scuola al principio del 1938.
13. Il numero delle collettivizzazioni aumentava continuamente. Il movimento nato con più slancio in Aragona aveva guadagnato nella campagne parte della Catalogna, acquistando uno slancio straordinario, soprattutto nel Levante, e quindi nella Castiglia, le cui realizzazioni sono state, secondo testimoni responsabili, forse superiori a quelle di Levante e di Aragona. L’Estremadura e la parte dell’Andalusia che i fascisti tardarono a conquistare – specialmente la provincia di Jean – hanno avuto anche le loro collettività, ciascuna regione con le caratteristiche proprie nella sua agricoltura e della sua organizzazione locale.
14. Nelle mie investigazioni ho incontrato soltanto sue insuccessi: quello di Boltena e quello di Ainsa, nel nord di Aragona. Lo sviluppo del movimento e le adesioni che accoglieva si possono esprimere con questi dati: nel febbraio del 1937 la comarca di Angues aveva 36 collettività (cifra comunicata al congresso di Caspe). Ne aveva 57 nel giugno del medesimo anno. Manchiamo di cifre esatte sul numero delle collettività create in tutta la Spagna. Basandoci sulle statistiche incomplete del congresso di febbraio in Aragona e sui dati raccolti durante il mio soggiorno prolungato in questa regione, posso affermare che erano almeno 400. Quelle di Levante erano 500 nel 1938. devono aggiungersi a quelle delle altre regioni.
15. Le collettività si sono complementate in altri luoghi con altre forme di socializzazione. Il commercio si socializzò dopo il mio passaggio a Carcagente; Alcoy vide sorgere cooperative di consumo che completavano l’organizzazione sindacale della produzione. Altre collettività si ampliarono: Tamarite, Alcolea, Rubielas de Mora, Calanda, Pina, ecc.
16. Le collettività non sono state opera esclusiva del movimento libertario. Quantunque applicassero principi giuridici nettamente anarchici, erano spesso creazione spontanea di persone lontane da questo movimento (“libertarie” senza saperlo). La maggior parte delle Collettività d Castiglia ed Estremadura sono state opera di contadini cattolici e socialisti ispirati o no dalla propaganda di militanti anarchici isolati. Malgrado l’opposizione ufficiale delle loro organizzazioni, molti membri dell’UGT sono entrati nelle collettività o le hanno organizzate; e così pure i repubblicani sinceramente desiderosi di realizzare la libertà e la giustizia.
17. I piccoli proprietari erano rispettati. Le tessere di consumatori fatte anche per loro, il conto corrente che era loro aperto, le risoluzioni che venivano prese a loro riguardo, lo attestano. Soltanto s’impediva loro di avere più terra di quella che potessero coltivare e di esercitare il commercio individuale. L’adesione alle collettività era volontaria: gli “individualisti” vi aderivano solo se e quando venivano persuasi dai migliori risultati del lavoro in comune.
18. I principali ostacoli alle Collettività erano:
- la coesistenza di strati conservatori, dei partiti e delle organizzazioni che li rappresentavano: repubblicani di tutte le tendenze, socialisti di destra e di sinistra (Largo Caballero e Prieto), comunisti staliniani, sovente poumisti (prima di venire espulso dal Governo della Generalitat, il POUM non fu realmente un partito rivoluzionario; lo divenne quando si trovò costretto all’opposizione. Ancora nel giugno 1937 un manifesto distribuito dalla sezione di Aragona del POUM attaccava le Collettività). LA UGT (Unione Generale dei Lavoratori) costituiva lo strumento principale utilizzato da codesti vari politicanti;
- l’opposizione di certi piccoli proprietari (contadini dei Pirenei e catalani);
- il timore manifestato anche da alcuni membri delle Collettività che, terminata la guerra, il governo distruggesse queste organizzazioni. Tale timore fece vacillare anche molti che non erano realmente reazionari e molti piccoli proprietari che senza di esso si sarebbero decisi ad entrare nelle Collettività;
- la lotta attiva contro le collettività: con ciò non s’intende l’ovvia azione distruttiva delle truppe di Franco dove potevano arrivare; questa lotta contro le collettività è stata condotta a mano armata in Castiglia dalle truppe comuniste. Nella regione valenziana, si ebbero dei veri combattimenti dei quali intervennero perfino carri d’assalto. Nella provincia di Huesca, la brigata Carlo Marx ha perseguitato le Collettività. La brigata Macia-Companys ha fatto lo stesso nella provincia di Teruel (ma ambedue hanno sempre sfuggito il combattimento contro i fascisti. La prima è sempre stata inattiva, mentre le nostre truppe lottavano per prendere Huesca o posizioni importanti. Le truppe marxiste si riservavano per la retroguardia. La seconda abbandonò senza lotta Vivel del Rio ed altri comuni della regione carbonifera di Utriglios. I soldati, che fuggirono in camicia davanti a un piccolo attacco che altre forze contennero senza difficoltà, furono poi combattenti intrepidi contro i contadini disarmati delle Collettività).
testo già in http://www.fdca.it/ciclostile/
Su Leval vedi anche https://it.wikipedia.org/wiki/
Iscriviti a:
Post (Atom)



