„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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martedì 26 agosto 2014
Dietro il conflitto in corso
L'Egitto insiste nel voler annientare il governo di Hamas, propaggine dei Fratelli Musulmani, sulla Striscia di Gaza. Israele vuole "solo" sabotare il cedimento/compromesso di Hamas verso l'Autorità Palestinese sulla Cisgiordania.
Per capire l'importanza del contesto politico degli eventi in corso bisogna rifarsi al novembre 2012, con l'accordo tra Israele ed Hamas sponsorizzato dall'Egitto. (Hillary Clinton era presente quale "chaperone").
La transazione del novembre 2012 si occupò di due cose:
1. un cessate-il-fuoco reciproco e 2. l'apertura di accessi per il passaggio di beni e persone (essendo stati i punti di accessi ufficiali di accesso "sostituiti" nel corso degli anni con oltre 1500 tunnel scavati sotto il confine, grazie ai quali è passato tutto quello che non poteva passare attraverso gli accessi ufficiali, compresa la maggior parte dei fondi destinati ad Hamas).
Soprattutto - secondo fonti ufficiali della sicurezza israeliana - Hamas avrebbe rispettato la sua parte "correttamente": nessuna azione bellica e molto spesso si sarebbe impegnata per impedire che altre organizzazioni aprissero il fuoco. Hamas è intervenuta contro organizzazioni palestinesi intenzionate ad attaccare Israele, cosa che molti ingnorano. In cambio, Hamas si aspettava un significativo allentamento dell'assedio.
Cosa che nei fatti è accaduta (anche se meno di quanto promesso ed atteso, ma almeno tollerabile) finchè i Fratelli Musulmani erano al potere in Egitto.
Ma dopo l'ascesa al potere in Egitto di Sisi (estate 2013) e la caduta del governo dei Fratelli Musulmani, i valichi sono stati di nuovo chiusi e soprattutto i tunnell dall'Egitto - cioè la maggiore fonte di rifornimenti e di fondi per Hamas. Con la graduale chiusura dei tunnell sotto il confine non più aperto , Sisi ha strangolato il popolo di Gaza ed il sistema di potere di Hamas.
Hamas si è ritrovata progressivamente in una situazione insostenibile: da un lato garantiva un tipo di sicurezza per Israele (cosa di cui il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu era orgoglioso), e dall'altro la chiusura dei tunnell e dei valichi portava Hamas a non poter più pagare i 43.000 dirigenti e militari reclutati nella Striscia di Gza). Il governo di Hamas si è ritrovato sull'orlo di un collasso. Di conseguenza, Hamas ha gradualmente allentato i controlli su altre organizzazioni e così sono ripresi i lanci di mortaio, missili, ecc. Il che spiega anche la sua reazione alle provocazioni di Israele con tutta la sua forza.
Questo è il contesto che aveva portato Hamas a fare un accordo in aprile con L'OLP/AL Fatah.
In cui Hamas si dichiarava favorevole a dare parte del suo potere ad Abu-Mazen (presidente della Autorità Palestinese della Cisgiordania), soprattutto la responsabilità per gli stipendi governativi a Gaza. C'era stato un dibattito su quanti dei 43000 dipendenti di Hamas sarebbero rimasti in carica e su quale ruolo avrebbero avuto i 70.000 dipendenti della Autorità Palestinese cacciati dalla Strisia di Gaza quando Hamas ne prese il controllo nel 2007. In questi 7 anni, erano stati pagati da Ramallah per restarsene a casa ed ora avrebbero dovuto riprendere servizio. Ma la più incandescente ed irrisolta questione tra Hamas e l'Autorità Palestinese è il debito dei salari che non sono stati pagati per mesi e mesi. Nè è stato definito lo status dei 20.000 uomini armati di Hamas. Abu-Mazen dice di non avere responsabilità e che spetta ad Hanas trovare una soluzione.
Ci sono tutta una serie di problemi e di questioni infinite in questo accordo, ma la quella più urgente riguarda gli arretrati degli stipendi. E la codizione minima per Hamas per fermare i combattimenti è fare ritorno all'accordo precedente con la riapertura degli oltre 1500 tunnell.
Hamas ha detto di aver trovato chi paga: il Qatar. Ma Israele e le potenze occidentali con le loro varie banche -per una ragione o per un'altra, giustificata o meno- si sono rifiutate di far passare i soldi.
L'ONU si è offerta di risolvere il problema, ma Israele ha deciso di bloccare questo canale diplomatico ponendo il veto. Risultato: decine di migliaia di palestinesi a Gaza, comprese le forze militari e di sicurezza di Hamas, non prendono lo stipendio da mesi.
Visto che Hamas non impediva più i lanci delle organizzazioni dissidenti, Israele ha iniziato l'intensificazione del conflitto con Hamas sfruttando il rapimento dei 3 giovani coloni quale scusa (sebbene sia stato recentemente appurato che Hamas non c'entrasse nulla).
Al presente, gli Egiziani -che cercano di distruggere Hamas - si rifiutano di ritornare agli accordi precedenti al generale Sisi, il quale ha invece deciso di strangolare la Striscia di Gaza per indurre Hamas ad arrendersi alla Autorità Palestinese (accordi che Israele, d'altra parte. probabilmente appoggerebbe). Impaurita da questo "accordo unitario" che metteva fine alle divisioni tra i Palestinesi, Israele ha iniziato la guerra nella speranza di costringere Hamas a cercare un'opzione differente. Israele favorirebbe una maggiore "apertura" con una continuazione di un governo indipendente di Hamas di Gaza, in considerazione che l'alternativa sarebbe il caos o un governo jihadista.
Sia Israele che l'Egitto non vogliono che l'accordo tra Hamas e l'Autorità Palestinese sia risolto: l'Egitto perchè teme che Hamas possa salvarsi dal collasso totale ed Israele perchè dimnuirebbe la capacità di Hamas di dividere i Palestinesi.
Da un'angolazione surrealistica potremmo vedere questa guerra non come un conflitto tra Israele ed Hamas ma tra Israele ed Egitto. L'Egitto vuole distruggere Hamas ed Israele vuole restaurare Hamas al potere.
Anarchists Against the Walls: http://awalls.org Ahdut (Unity): http://unityispa.wordpress.com
Related Link: http://ilanisagainstwalls.blogspot.com/(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)
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Impaurita da questo "accordo unitario" che metteva fine alle divisioni tra i Palestinesi, Israele ha iniziato la guerra nella speranza di costringere Hamas a cercare un'opzione differente. Israele favorirebbe una maggiore "apertura" con una continuazione di un governo indipendente di Hamas di Gaza, in considerazione che l'alternativa sarebbe il caos o un governo jihadista.
Sia Israele che l'Egitto non vogliono che l'accordo tra Hamas e l'Autorità Palestinese sia risolto: l'Egitto perchè teme che Hamas possa salvarsi dal collasso totale ed Israele perchè dimnuirebbe la capacità di Hamas di dividere i Palestinesi.
Da un'angolazione surrealistica potremmo vedere questa guerra non come un conflitto tra Israele ed Hamas ma tra Israele ed Egitto. L'Egitto vuole distruggere Hamas ed Israele vuole restaurare Hamas al potere.
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giovedì 18 luglio 2013
TAKSIM E TAHRIR: DUE MONDI DIVERSI MA CON PUNTI IN COMUNE - di Pier Francesco Zarcone
Piazza Taksim
Due piazze simboliche che da più o meno tempo riempiono la cronaca dei giornali, sono simboli di due mondi diversi, ma con dei punti in comune. La Turchia e l’Egitto differiscono per cultura, mentalità, lingua, storia, regime al potere, collocazione geografica (Eurasia, da un lato, Nordafrica dall’altro), attività economiche prevalenti, aspirazioni politiche ecc. E il comune islamismo sunnita non ne fa per niente un tutt’uno. Tuttavia è individuabile un legame fra le due piazze al di là del mero dato formale della rivolta popolare e di massa contro i rispettivi regimi dominanti. In primo luogo vediamo ciò che divide.
Piazza Taksim non è piazza Tahrir
a) Piazza Taksim
Evitiamo di parlare di “primavera” turca, luogo comune ormai stucchevole e che comunque non esprime nulla di significativo. Se proprio si volesse trovare un’espressione folgorante e riassuntiva, allora di gran lunga meglio sarebbe quella usata da Deniz Gücer in un articolo pubblicato il 13 giugno dal quotidiano di Istanbul Vatan (patria): “nuova Turchia contro vecchia Turchia”. Questa dicotomia, infatti, porta subito alle radici sociali e psicologiche che hanno fatto scendere nelle strade turche una quantità impressionante di giovani disposti ad affrontare la brutale reazione della polizia. Prima di procedere, tuttavia, s’impone una precisazione: parleremo di fenomeni e questioni attinenti solo alla gioventù urbana. Il discorso, se spostato alle campagne, non vale più.
Se per comodità di esposizione ci limitiamo a ricordare che in Turchia – come in ogni sistema economico capitalistico povertà e disoccupazione non mancano affatto, e anzi sono fisiologiche – non si può negare che durante il decennio di governo di Erdoğan e del suo partito il paese economicamente e socialmente abbia compiuto notevoli passi avanti rispetto al prima. Questo dato si riflette nella gioventù che è scesa a protestare nelle strade: una gioventù con una forte percentuale di scolarizzazione, con una buona percentuale di studenti universitari e una quantità di persone che già dispongono di un lavoro. In sintesi, una gioventù senz’altro con problemi per il futuro, ma nulla a che vedere con la condizione sociale media del mondo arabo. La Turchia nell’insieme non è solo ponte fra Europa e Asia (come dice il luogo comune) ma anche (seppure lo si dimentichi sempre) periferia orientale dell’Europa, al pari della Grecia, tuttavia senza i gravi problemi economici di quest’ultima.
Il citato Deniz Gücer nello stesso articolo ha sostenuto che la gioventù della protesta “non ha preoccupazioni per quanto riguarda il suo futuro economico”. Sia lecito dissentire, almeno in parte. Un recente rapporto dell’Unpd sulla gioventù turca nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni traccia un quadro che forse non contraddice del tutto la tesi di Gücer, tuttavia la ridimensiona. È meglio attenersi a esso. Risulta che in un paese di circa 75 milioni di abitanti almeno 23 milioni sono giovani e che il paese si trova in una fase di transizione demografica, poiché sta diminuendo il numero complessivo di abitanti, ma cresce la popolazione in età lavorativa. Nell’arco di un quindicennio ciò dovrebbe fornire ai giovani sempre migliori possibilità, a parità di situazione.
Il 30% della popolazione giovanile è fatta di studenti, e un altro 30% lavora. Meno belle sono le prospettive per il restante 40%. Esistono 3 milioni di giovani detti “invisibili”, e di essi 2 milioni e 200.000 sono donne che né lavorano né studiano; circa 650.000 sono disabili; 300.000 hanno perso la speranza di trovare un lavoro e ne hanno abbandonato la ricerca; circa 2.000 comprendono quanti sono diventati delinquenti, i ragazzi e bambini di strada fuggiti di casa o sono diventati preda del traffico di persone.
Meno avvantaggiate dei maschi sono le giovani, vuoi per condizionamento socio-famigliare, vuoi per le obiettive condizioni economiche delle famiglie: tutto questo le costringe esclusivamente al lavoro domestico. Ciò si riflette sulle percentuali scolastiche: nella scuola primaria (8 anni obbligatori) il tasso di scolarizzazione femminile è dell’87% a fronte del 92% di quello maschile; nella scuola secondaria il divario aumenta, essendo rispettivamente del 51% e del 61%; mentre quasi si azzera nella università, dove le percentuali sono rispettivamente del 17% e del 18%.
Va comunque detto che la scolarizzazione non è una garanzia assoluta di prospero futuro, giacché non esistono collegamenti fra mondo scolastico e mondo del lavoro, cosicché spesso si esce dalle scuole professionali o dai licei senza una preparazione corrispondente alla gamma di richieste di lavoro esistenti. L’insufficienza della preparazione scolastica diventa palese in ordine all’accesso alle università; ed è per questo che sono nate le derşane, i costosissimi corsi privati per la preparazione al difficile esame di ammissione all’università (nel 2007 vi hanno partecipato 1.600.000 studenti e solo un quarto l’ha superato).
Rilevazioni compiute in Turchia parlano di una gioventù sostanzialmente priva di legami con i partiti politici esistenti, ma non apolitica, giacché reclama maggiore democrazia e soprattutto maggiore libertà. Libertà di pensiero e soprattutto di stili di vita, contro il bigottismo nei costumi che il governo islamico vuole imporre a tutta la società, contro l’intento di Erdoğan di voler educare generazioni di giovani devoti, contro la repressione sulla libertà di stampa e contro il patriarcalismo ancora dominante nella società turca. Una lotta anche per il rispetto delle diversità e della dignità di quanti compiono scelte non conformi agli schemi di una certa ortodossia islamica e che pur sempre devono godere dello status di cittadini.
Le rivendicazioni salite dalle piazze e dalle strade turche, infatti, sono essenzialmente rivendicazioni politiche, contro il deficit di democrazia e gli abusi di potere. A quest’ultima categoria appartiene, per esempio, la recente legge contro il consumo di alcolici nei locali pubblici dopo una certa ora: in Turchia non esiste un problema serio di alcoolismo e l’80% della popolazione non beve affatto alcoolici. In realtà il problema è un altro: è la volontà di Erdoğan di fare quella che il prof. Cengiz Aktar, dell’Università di Istanbul Bahçeşehir ha definito “ingegneria sociale”; cioè a dire, Erdoğan vuole che la gioventù viva come dice lui, secondo i suoi parametri islamici, che obbedisca zitta e buona. È proprio vero che in Turchia il processo di democratizzazione non ha mai seguito un cammino lineare, in fatti esiste un detto turco per cui questo processo fa sempre due passi avanti e uno indietro. In definitiva in quel paese non è tanto in ballo l’esistenza del governo dell’Akp quanto e soprattutto l'incapacità di Erdoğan a comprendere la nuova Turchia, accecato com’è dalla sua visione manichea che vede ovunque complotti laicistici e non sopporta dissensi.
Questa gioventù ha dimostrato che nel corso degli ultimi anni si era formata una Turchia diversa e non prevista: infatti, chi avrebbe mai pensato che un giorno la polizia antisommossa sarebbe stata più impegnata a Istanbul, Ankara, İzmir, Trebzon, invece che nella curda Dyarbakir? Oppure che un giorno si sarebbero incontrati a manifestare e ballare nella stessa piazza elettori delusi dell’Akp di Erdoğan, signore di mezza età che hanno votato per il kemalista Chp e curdi del Bdp?
Per il momento l’economia resta solo sullo sfondo, pur con il suo rallentamento rispetto all’ottimo biennio 2010-11. Tuttavia essa dipende dall'afflusso di capitali dall'estero e deve fare i conti con la recessione nella maggior parte dei paesi dell'Unione Europea. Va però detto che il prolungarsi delle agitazioni produrrà l’effetto di scoraggiare gli investitori col rischio di incidere negativamente sulla prevista crescita del 3,5% per l’anno in corso. Nel clima politico attuale le elezioni comunali a marzo del prossimo anno, alle quali seguiranno le presidenziali, magari precedute da un referendum costituzionale, e infine le elezioni legislative dell’estate 2015 potranno dare luogo a tensioni e proteste ulteriori. E allora anche l’economia sarà in primo piano.
Piazza Tahrir
b) Piazza Tahrir
Del tutto opposta la situazione dei giovani egiziani scesi a dimostrare contro Morsi con il movimento Tamarod, i laici e i musulmani non facenti capo alla Fratellanza. Si tratta di una gioventù disperata e senza futuro per la quale – scolarizzata o no – gli unici sbocchi sono disoccupazione, precariato ed emigrazione. La dirigenza che ha preso il potere dopo la caduta di Mubarak, ha manifestato la piena continuità col regime precedente, nel senso di non fare nulla per cambiare una situazione disastrosa. Solo un esempio: in un paese che ha nel turismo una fonte di introiti importantissima, da cui anche le famiglie dei venditori ambulanti di chincaglierie traggono di che vivere, tutto questo comparto è rimasto abbandonato a se stesso per le remore moraleggianti dei musulmani ortodossi verso le contaminazioni portate dagli “infedeli”, di modo che oggi l’afflusso turistico si concentra sui villaggi-vacanze e sugli alberghi del Mar Rosso (peraltro in una penisola del Sinai sempre più pericolosa): niente più Cairo, Museo Egizio, Piramidi e crociere sul Nilo. Quanti vi lavoravano e le relative famiglie sono ora a spasso.
Inoltre, nel suo barcamenarsi opportunistico Morsi, per compiacere gli Stati Uniti (e conseguentemente Israele) nel suo anno di presidenza non ha nemmeno riaperto il valico di Rafah, che collega Egitto e Gaza, e attraverso cui un ingente traffico di merci avrebbe potuto essere movimentato, a tutto vantaggio sia della popolazione dell’isolata striscia di Gaza, sia dello stesso Egitto.
La Turchia ha, certo, i suoi problemi specifici e un tasso di corruzione tradizionalmente elevato (la parola bakshish - mancia, tangente – è ugualmente araba e turca). Tuttavia nell’insieme non può dirsi che si distacchi in modo anomalo da quanto accade anche nei paesi europei mediterranei. In Egitto, invece, la cosa assume proporzioni abnormi, radicate a tutti i livelli e questo blocca le possibilità di inserimento dignitoso e di sviluppo delle nuove generazioni. È sufficiente accostarsi alla letteratura egiziana contemporanea per avere un quadro che fa mettere le mani nei capelli.
La Fratellanza Musulmana ha creato organizzazioni meramente caritatevoli e assistenziali; tanta gente si accontenta di ciò; ma tanta gente e tanti giovani vorrebbero qualcosa di ben diverso e sono disposti, per averlo – o per mantenere la speranza di averlo – anche al ritorno in campo dei militari. Si noti che invece i manifestanti nelle strade turche non hanno chiesto un nuovo golpe militare, bensì hanno indirizzato le loro istanze al governo civile. Che quest’ultimo sia rimasto sordo, è altra questione. Comunque c’è da dubitare che un golpe contro Erdoğan produrrebbe le stesse manifestazioni di entusiasmo ed euforia che abbiamo visto a piazza Tahrir.
In Egitto, paese di circa 80 milioni di abitanti, il 40% è costituito da persone fra i 10 e i 29 anni. In un rapporto dell’Ufficio Egiziano dell’Unpd, pubblicato nel 2010, è stato messo in rilievo l’importanza di scolarizzazione e cultura ai fini del miglioramento anche materiale della condizione giovanile, in un paese in cui meno del 4% del Pil viene destinato all’istruzione e ben un terzo delle coppie sposate sotto i 30 anni è costretto a vivere nelle case dei genitori. È dall’epoca di Nasser che il sistema scolastico egiziano è andato peggiorando, oggi è tra i pessimi nello stesso mondo arabo: il tasso di analfabetismo è al 29% e il numero dei giovani che abbandonano la scuola prima del diploma è sempre crescente, raggiungendo addirittura il 65% nelle zone rurali. Rimontare questa situazione è un’impresa titanica per qualsiasi governo stabile; figuriamoci nel perdurare di una fase di turbolenza politica e incertezza per il futuro.
Molto più grave che in Turchia è in Egitto lo scollamento fra scuole e mondo del lavoro. Una delle più gravi conseguenze consiste nella necessitata dipendenza del paese dai tecnici stranieri per i programmi di sviluppo, e nella sua difficoltà a partecipare allo sviluppo scientifico, a motivo del fatto che (come sovente, e non a caso, avviene nei paesi “depressi”) una grande percentuale di studenti - il 64% - preferisce iscriversi alle facoltà umanistiche Lettere, Giurisprudenza, Pedagogia e a quella di Economia e Commercio, e solo 17,6% va a Ingegneria, Medicina, Farmacia, Fisica e Chimica. Nel 2010 è stato riscontrata una vera e propria fuga verso le facoltà umanistiche rispetto al 2000. Da qui l’abbondanza di laureati disoccupati e dal futuro più che in certo in un paese ad alto tasso di povertà.
E infine, ma non da ultimo, c’è un problema economico di massa, che in Egitto in definitiva è la vera molla della protesta giovanile. Dal punto di vista finanziario lo Stato è rimasto praticamente senza soldi e sono in stallo le trattative con il Fmi (rimedio peggiore del male, ma i soldi servono); la disoccupazione non cala, anzi; del turismo è meglio non parlare; i capitali sono in fuga, le riserve di valuta straniera si sono contratte, la lira egiziana è in caduta libera seppure aiutata dal Qatar; il popolo è alle prese con l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità; i black-out elettrici sono continui e la benzina scarseggia. E la povertà è arrivata a colpire il 40% della popolazione. Se mettiamo nel conto anche l’autoritarismo islamista, che non lascia indenni le vite private, non stupisce la ribellione giovanile; semmai stupisce che ci siano ancora giovani a sostenere i Fratelli Musulmani.
Dall’esterno la protesta giovanile egiziana non ha nulla da sperare. Non dall’Europa, la cui classe politica è addormentata, priva di politica estera e incapace di rendersi conto che tutto ciò che accade nel Mediterraneo, nel Vicino e Medio Oriente dovrebbe rientrare – per le sue conseguenze dirette – fra le questioni prioritarie. Non dagli Stati Uniti, imperialismo a parte. Oggi, infatti, la politica statunitense verso il mondo arabo non si capisce dove vada a parare, non ha logica e non ha prospettive. Proprio nel caso egiziano essa si è manifestata per ciò che è: tutto il contrario di quanto ci si aspetterebbe da un gigante imperialistico di quella fatta. Già all’inizio del 2011, con le agitazioni anti-Mubarak a piazza Tahrir, Hillary Clinton (ministro degli Esteri!) pontificava sulla stabilità del governo dell’epoca; l’inviato speciale di Washington al Cairo, Frank Wisner, altro acuto osservatore, faceva conto su Mubarak per condurre la transizione. Ma questo è il meno: anche la storia dell’imperialismo britannico (ben più serio) conta “cappellate” notevoli. A rendere invece priva di incidenza qualsiasi azioni statunitense è la cecità – da cui deriva poi incapacità operativa – sull’importanza di entrare in contatto dialogico con le opposizioni, virtualmente l’alternativa a qualsiasi regime.
Inoltre, nel caso egiziano gli Stati Uniti non hanno nemmeno cercato un’entente con i Fratelli Musulmani e con lo stesso Morsi, anzi “diplomaticamente” definito da Obama “né alleato né nemico”, dopo le manifestazioni svoltesi innanzi all’ambasciata statunitense del Cairo all’epoca dello scandalo suscitato dal filmaccio The Innocence of Muslims. Washington si è limitata a dare un’applicazione puramente pragmatica al rapporto scritto nel 2010 dall’attuale ambasciatore a Mosca Michael McFaul, che raccomandava di allacciare stretti rapporti con qualsivoglia regime arabo. Ma i rapporti solidi non ci sono stati, l’unico vero interesse statunitense è stato quello di curare che l’Egitto dopo Mubarak non denunciasse il trattato di pace con Israele, ma non è stata mai presa in considerazione l’instaurazione di contatti stabili con le opposizioni per il caso di alternativa concreta. Anzi, nel 2011, dopo un incontro con i contestatori di piazza Tahrir, sempre Hillary Clinton giunse alla conclusione che mai sarebbero riusciti a combinare una piattaforma politica capace di raccogliere consensi di massa e velocemente. I Fratelli Musulmani sono stati per Washington l’unico referente egiziano ma senza instaurare con esso rapporti effettivamente costruttivi. Eppure Washington dispone di quella notevole forza di pressione che si chiama “aiuti economici indispensabili” il cui uso, o almeno la cui prospettazione, avrebbe potuto spingere il governo di Morsi a comportamenti più aperti sulle libertà civili, i diritti delle minoranze e il rispetto delle donne. La conclusione attuale è che sia gli anti-Morsi sia i pro-Morsi ce l’hanno con gli Stati Uniti. Il che potrebbe anche non essere un male, se canalizzato verso prospettive di cambio sociale radicale.
Ai fini del non doversi aspettare nulla i giovani di Tahrir e luoghi consimili c’è un ulteriore questione: il dubbio forse non peregrino che l’Egitto non sia più considerato dagli Stati Uniti perno strategico del Vicino Oriente, a parte il trattato con Israele. Ma, per garantirsi questo, è ancora necessario investire come prima sul Cairo?
A seguito del tutto sommato intempestivo intervento dei militari, si è creata una situazione tale per cui ai giovani egiziani si prospettano o una guerra civile, o una dittatura militare, o una nuova vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani, o uno stato di caos politico ed economico dalla durata indeterminabile a priori. Di prospettive di rivoluzione sociale per il momento neanche l’ombra. L’Egitto odierno paga le colpe del suo passato movimento operaio, mentre Turchia ed Egitto pagano le colpe della frantumazione nazionalistica delle principali lotte di massa oggi in corso nel mondo. Il discorso è lungo ma ormai si dovrebbe aver capito da dove dovrebbe partire.
Cosa invece unisce le due piazze
L’elemento di unione sta nel modo particolare con cui sia in Turchia sia in Egitto i governanti a loro volta concepiscono la democrazia (si fa per dire), e quindi il tipo di non-interlocutore con cui ogni protesta deve confrontarsi. Cominciamo con il paese di Erdoğan.
Se vogliamo continuare ad attribuire a questo personaggio la formazione di una nuova Turchia, che continua ad agitarsi dimostrando che il timore verso l’autorità politica si è per lo meno ridotto, allora dobbiamo chiederci cosa sia successo, cioè perché sia stata tanto violenta la reazione di questo personaggio il quale non ha nemmeno preso in considerazione la possibilità del dialogo. Eppure in passato, per aver letto in pubblico una poesia palesemente filoislamica, aveva conosciuto carcere e tortura. Il fatto che sia rimasto sorpreso dagli eventi non spiega nulla.
Al di là di ogni ideologia, la storia non è fatta solo da situazioni o interessi materiali, bensì anche dal modo di essere di quelli che una volta ne erano presentati come i protagonisti esclusivi, cioè le persone fisiche. Il vecchio detto di Pascal sulla lunghezza del naso di Cleopatra come fattore decisivo per il corso degli eventi, resta ancora valido, coniugato con tutt’altro tipo di elementi.
In buona sostanza, a Erdoğan il potere ha dato fortemente alla testa, accentuando di molto certe sue componenti caratteriali. Ormai egli è convinto di essere l’incarnazione dello Stato, che lui sa tutto e ha ragione su tutto, tanto da potersi intromettere in tutto. Una delle conseguenze è il timore suscitato all’interno stesso del suo partito, dove infatti il dibattito politico è in pratica inesistente. È un fatto inoppugnabile che fino al 2005 il governo dell’Akp abbia operato per aprire spazi pubblici e spazi politici, incrementando rispetto al prima le dinamiche della democrazia; come pure che i contestatori di oggi abbiano ampiamente beneficiato di ciò e delle inerenti riforme politiche. Oggi il paese è virtualmente più democratico rispetto al passato anche recente. Ma è altrettanto inoppugnabile che a partire dal 2007-2008 sia in atto un arretramento a motivo esclusivo del personalismo autoritario e dell’arroganza di Erdoğan, che si sente il padre-padrone della Turchia, senza però averne le capacità intellettuali e politiche necessarie, con conseguente perdita di carisma e della sua asserita superiorità morale. A fronte di ciò, dalle piazze turche non viene una rivendicazione di democrazia tout court (cioè punto e basta), come può essere invece nel caso dell’Egitto, bensì di maggiore democrazia in conformità a quanto inizialmente prospettato.
Riguardo all’Egitto si deve innanzi tutto rilevare come il concetto di democrazia assuma connotazioni particolari su tutti fronti. I liberali e i democratici egiziani invocanti l’intervento delle Forze Armate contro una determinata parte politica esprimono un atteggiamento che trova la sua spiegazione nel contesto specifico egiziano, che però fa parte di quello arabo-islamico in generale: la democrazia rappresentativa va difesa – e quindi dev’essere tutelata ab extra – per evitare che finisca con l’orientarsi verso svolte confessionali autoritarie munite di appoggio di massa.
Se nel mondo occidentale, bene o male, Chiese e Confessioni religiose sono state costrette (vuoi dalla politica, vuoi dall’evoluzione delle mentalità e dei costumi) ad accettare di fatto la separazione tra sfera civile e sfera religiosa – salvi i tentativi di sconfinamento sempre possibili – nel mondo arabo-islamico ciò è stato accettato solo dalle minoranze religiose, laiche e di sinistra. Le masse rurali e delle periferie urbane invece sono ben lungi dall’aver metabolizzato questo assetto. La sintetica conclusione è che competizioni elettorali libere e non inquinate danno e daranno la maggioranza parlamentare ai partiti islamici nel 90% dei casi. Come ha giustamente concluso Frank Gardner della Bbc verso i regimi arabi: “se fate le elezioni, preparatevi ad avere un governo islamista”. Non sarà bello a dirsi, ma è così.
Da qui la spiegazione del “mistero” per cui fior di liberali e democratici chiedono l’intervento militare e lo applaudono: conoscono benissimo il carattere tendenzialmente totalitario dei loro competitori, per i quali la democrazia rappresentativa e le elezioni sono solo degli strumenti. A ben guardare, le masse egiziane pro-Morsi non sono indignate tanto per il rovesciamento di un Presidente regolarmente eletto, quanto e soprattutto per il sacrilegio commesso nell’abbattere un Presidente islamista. Per esse non si tratta di violazione della legalità repubblicana, bensì di opposizione all’Islam, da parte di presunti musulmani: cioè apostati punibili con la morte.
A questo punto si pone il generale problema politico attinente alla praticabilità nei paesi musulmani di una via democratica rappresentativa che non si esaurisca nelle competizioni elettorali. Essendo sempre presente sullo sfondo la “vandea islamista”, è ragionevole pensare che essa non sarà praticabile fino a quando all’interno delle società in questione non si realizzino un’acculturazione di massa e l’eliminazione delle cause materiali che finora hanno reso possibile il recupero di tante persone alla convivenza sociale, culturale e politica pluralista. Se e quando mai ciò si realizzerà.
Morsi e i dirigenti della Fratellanza Musulmana magari stanno meglio di testa rispetto a Erdoğan, ma con lui condividono una concezione del potere democratico coincidente con quello della destra europea. Ricordiamo il “non si fanno prigionieri” di Previti subito dopo la vittoria elettorale di Forza Italia. Sia per Erdoğan sia per Morsi la vittoria alle elezioni chiude giochi e discorsi per tutta la durata della legislatura: il vincitore fa quello che vuole e l’opposizione è meglio che stia zitta, poiché altrimenti è come se contestasse e disprezzasse il risultato elettorale diventando essa antidemocratica (!). Di dialogo e mediazioni nemmeno a parlarne. Da qui alcune ovvie conseguenze, fra le quali la pretesa di attribuire al governo e ai suoi organismi dipendenti un potere di indirizzo e comando non sancito da alcuna norma; la tendenza a ignorare ogni separazione fra i poteri dello Stato; lo sforzo di sottoporre i mezzi di comunicazione e informazione a controlli e pressioni di ogni genere. Anche su questo versante un modo opportunistico di concepire la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto.
Ma vi è anche un altro elemento di omogeneità. Pur nella diversità di contesti, Erdoğan e Morsi si sentono investiti dal sacro compito di riequilibrare con una controsterzata i “danni” fatti dalla laicità nei propri paesi. Per noi occidentali, minimi in Egitto, fermo però restando che per un musulmano ortodosso già una donna con la testa scoperta e magari truccata grida vendetta davanti ad Allah; enormi in Turchia, dopo quello che può essere considerato il tritacarne di Atatürk.
Ulteriore elemento in comune è la situazione delle società dei due paesi: società spaccate in due da contrapposizioni insanabili. Un equilibrio può essere dato dalla coesistenza indotta dalla sostanziale equivalenza delle forze e dal fatto che una delle parti non voglia imporsi sull’altra; altrimenti lo scontro diventa inevitabile perché fisiologico e i richiami esterni alla pacificazione devono per forza restare lettera morta.
(9 luglio 2013)
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com
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Postato da E.V. su RED UTOPIA ROJA il 7/09/2013 10:17:00 PM
mercoledì 10 luglio 2013
Egitto: nè con la peste clerico-fascista, nè con l'ira dei militari!
Per più di 2 anni, in Egitto la contro-rivoluzione ha assunto il potere nella forma duale dello Stato e della borghesia. Da un lato, i Fratelli Musulmani, che rappresentano la ruota di scorta della borghesia mercantile e degli stati occidentali per prevenire un'eventuale rivoluzione sociale, si erano presi la gestione degli affari sociali. Dall'altro, l'esercito, che rapppresenta la spina dorsale dello Stato egiziano, ha mantenuto le sue posizioni chiave nell'economia egiziana, attraverso i monopoli, ma anche all'interno della struttura politica.
Questa alleanza oggettiva era stata costruita a spese della classe lavoratrice egiziana e delle classi popolari, ma anche a spese delle donne, delle minoranze religiose, come pure a spese di tutti coloro che desideravano la libertà e l'uguaglianza sociale. Questa alleanza si è fondata su una repressione sanguinaria, fatta di ammazzamenti e di arresti di attivisti della classe lavoratrice, sull'uso degli stupri come strumento di terrore politico, sulla proibizione degli scioperi operai.
Ma nello stesso tempo, la lotta per il potere tra queste due componeni delle classi dominanti non si è mai fermata. Lo scorso novembre, i Fratelli Musulmani avevano rimosso il generale Tantaoui dal Supremo Consiglio delle Forze Armate (SCAF), senza mettere in discussione il potere dei militari, anzi usandolo contro la rivolta popolare.
Nonostante ciò, la rivolta contro il fascismo religioso e contro il potere dell'esercito è rapidamente cresciuta in un contesto sempre più drammatico per la classe lavoratrice. A questo punto, alcuni settori della borghesia e gli stati occidentali non hanno più visto i Fratelli Musulmani quale ruota di scorta di contenimento della rabbia popolare.
Per cui lo scorso 2 luglio, l'esercito egiziano ha preso il potere con la forza, mettendo oggettivamente fine alla alleanza con i Fratelli Musulmani. L'esercito ha quindi strumentalizzato la rivolta popolare per i suoi interessi, che sono ben lontani da quelli delle classi popolari, delle donne e delle minoranze religiose. Ma non si può tacere degli abusi commessi in passato dall'esercito, nè della loro posizione di potere nell'economia.
La situazione mostra chiaramente la necessità per le classi popolari di organizzarsi su basi autonome per evitare la strumentalizzazione delle lotte e delle vittime. Come hanno scritto i nostri compagni egiziani del Movimento Socialista Libertario lo scorso 25 giugno:
«Quello
che sta succedendo non è altro che un giro di valzer di poltrone tra
due partiti in lotta per il potere (statale); questi due partiti
cercano di strumentalizzare il movimento rivoluzionario per trarne
vantaggio, ed il movimento rivoluzionario viene interpretato da queste
due forze rivali in lotta per il potere (statale) .
Le masse possono mantenere il loro potere solo se si auto-organizzano, se si uniscono contro queste due forze in competizione che impediscono al movimento il diritto di praticare la democrazia assumendo liberamente le decisioni che riguardano le nostre vite. I nemici della rivoluzione sono il potere (statale) e chiunque sia in lizza per prenderselo, siano essi i Fratelli Musulmani, il clero, gli imprenditori o i militari>
Le masse possono mantenere il loro potere solo se si auto-organizzano, se si uniscono contro queste due forze in competizione che impediscono al movimento il diritto di praticare la democrazia assumendo liberamente le decisioni che riguardano le nostre vite. I nemici della rivoluzione sono il potere (statale) e chiunque sia in lizza per prenderselo, siano essi i Fratelli Musulmani, il clero, gli imprenditori o i militari>
Solidarietà
con il movimento popolare egiziano, solidarietà con il Movimento
Socialista LIbertario egiziano !
Nessuna dittatura laica, nessuna dittatura religiosa: solo auto-organizzazione popolare!
Nessuna dittatura laica, nessuna dittatura religiosa: solo auto-organizzazione popolare!
Segreteria per le Relazioni Internazionali - Coordination des Groupes Anarchistes (France)
Link
esterno: http://www.c-g-a.org
(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)
(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)
Le strade in Egitto sono più forti delle urne elettorali
Due
anni e mezzo dopo l'estromissione di Hosni Mubarak, le strade d'Egitto
sono tornate a farsi sentire. Mohamed Morsi è stato estromesso dopo un
anno di regno e dopo 4 giorni di manifestazioni mai viste nella storia
del paese. Gli Egiziani hanno rammentato al mondo che le elezioni non
sono un assegno in bianco che esonera gli eletti da qualsiasi vincolo.
La vera democrazia comporta il controllo del mandato da parte di chi lo
conferisce e non ci sarebbe democrazia se non ci fosse la capacità di
rimuovere coloro che hanno tradito il mandato. Non esiste nessuna
costituzione che dia il potere ai lavoratori (eccetto per qualche
"referendun consultivo" alla Chavez)
- le classi al governo hanno troppa paura che la spirale democratica
possa eventualmente danneggiarle. Senza stare tanto a guardare la
costituzione, la legge, la cosiddetta "legittimità democratica" delle
elezioni, i lavoratori egiziani hanno reclamato il loro futuro
attraverso una mobilitazione collettiva e rivoluzionaria. Che sia di
monito ai padroni del nostro piccolo Occidente, e che i lavoratori di
tutto il mondo ne traggano ispirazione!
Tuttavia
questa seconda rivoluzione, con l'intervento dell'esercito
nell'estromissione finale di Morsi,
ha assunto l'aspetto di un golpe. Sebbene i militari abbiano
semplicemente realizzato la conclusione resa inevitabile dal popolo,
resta un'impressione simbolica disastrosa. Ma oltre i simboli, i
militari si trovano un buona posizione per restaurare un potere
autoritario, del tutto simile al regime che il popolo aveva rovesciato
2 anni e mezzo fa. In quanto detentori di una ampia fetta della
ricchezza del paese
(35% del PIL), i militari stanno puntando a riprendere il pieno
controllo del potere politico, che è garanza della continuità del loro
impero economico,
in cui non vi è spazio per gli interessi dei lavorarori.
Alternative
Libertaire
supporta i movimenti sociali egiziani e tutte le forze progressive
nella lotta contro gli Islamisti e contro l'esercito, per riportare in
Egitto la libertà,
l'uguaglianza sociale e la vera democrazia fondata sul potere popolare.
Alternative Libertaire
4
luglio
2013
Traduzione
a cura di FdCA
- Ufficio Relazioni Internazionali
Link
esterno: http://www.alternativelibertaire.org
venerdì 5 luglio 2013
Anarchismo in Egitto , un intervista da piazza Tahrir - USA Organizzarsi per resistere alla violenza ed alle aggressioni contro i gay! - Palestina -israele , il mondo è in subbuglio e nulla sarà più come prima
Anarchismo in Egitto , un intervista da piazza Tahrir
http://www.anarkismo.net/article/25855
U.S.A. - Organizzarsi per resistere alla violenza ed alle aggressioni contro i gay!
http://www.anarkismo.net/article/25845
Palestina-Israele, il mondo è in subbuglio e nulla sarà più come prima
http://www.anarkismo.net/article/25856
http://www.anarkismo.net/article/25855
U.S.A. - Organizzarsi per resistere alla violenza ed alle aggressioni contro i gay!
http://www.anarkismo.net/article/25845
Palestina-Israele, il mondo è in subbuglio e nulla sarà più come prima
http://www.anarkismo.net/article/25856
martedì 2 luglio 2013
Da Taksim a Rio passando per Tahrir, la puzza dei lacrimogeni
Lettera aperta degli attivisti egiziani del collettivo ‘Compagni dal Cairo’.
A tutti voi ed a coloro con cui lottiamo fianco a fianco,
la giornata del 30 giugno segna una nuova tappa per la nostra rivolta, per l'edificazione di ciò che abbiamo iniziato tra il 25 ed il 28 gennaio 2011. Questa volta ci ribelliamo contro il regime del Fratelli Musulmani che non ha fatto altro che perpetuare le stesse forme dello sfruttamento economico, della violenza delle polizia, della tortura e degli omicidi.
Parlare di imminente “democrazia” non ha nessun significato quando non vi è nessuna possibilità di vivere una vita dignitosa. Le pretese di legittimazione elettorale contrastano con la realtà di un Egitto in cui la nostra lotta prosegue perchè siamo di fronte al perpetuarsi di un regime oppressivo che ha cambiato volto ma mantiene le stesse logiche di repressione, austerity e brutalità da parte della polizia. Le autorità non hanno credibilità presso la popolazione, e le posizioni di potere si declinano in opportunità per vantaggi personali in termini di potere e di ricchezza.
Il 30 giugno si rinnova l'urlo rivoluzionario:“Il popolo vuole la caduta del sistema”. Noi perseguiamo un futuro che non sia governato nè dal greve autoritarismo e dal capitalismo amico dei Fratelli Musulmani nè da un apparato militare che mantiene una morsa sulla vita politica ed economica nè per un ritorno alle vecchie strutture dell'era di Mubarak. Sebbene le masse di manifestanti che scenderanno in piazza il 30 giugno non si ritrovino uniti su queste posizioni, deve essere nostro compito evitare che si ritorni ai periodi sanguinari del passato.
Sebbene le nostre reti siano ancora fragili noi traiamo speranza ed insegnamento dalle recenti rivolte sviluppatesi in Turchia ed in Brasile. Ognuna di queste esperienze nasce da realtà politiche ed economiche differenti, ma noi tutti siamo influenzati da circoli ristretti le cui richieste per il tutto subito hanno perpetuato una mancanza di prospettiva per quello che serve al popolo. Siamo stati influenzati dall'organizzazione orizzontale del Movimento per le Tariffe Libere a Bahìa in Brasile nel 2003 e dalle assemblee pubbliche che si sono diffuse in Turchia.
In Egitto, i Fratelli Musulmani mettono un impiallacciatura religiosa sui processi in corso, mente le logiche del neoliberismo egiziano si scontrano con il popolo. In Turchia, una strategia di crescita aggressiva del settore privato si manifesta parimenti in leggi autoritarie, nella stessa logica della brutalità della polizia quale strumento primario per reprimere ogni opposizione ed ogni tentativo di proporre delle alternative. In Brasile un governo nato da una legttimazione rivoluzionaria ha confermato che il suo passato non è che una maschera mentre si allea con lo stesso ordine capitalistico di sempre che sfrutta il popolo e la natura.
Queste ultime lotte unificano le indomite battaglie dei Curdi e delle popolazioni indigene dell'America Latina. Per decenni, i governi della Turchia e del Brasile hanno cercato di spazzar via questi movimenti di lotta. La loro resistenza alla repressione statale ha anticipato l'ondata di proteste che ora attraversa la Turchia ed il Brasile. Ne cogliamo l'urgenza nel riconoscere la profondità di ogni lotta e la ricerca di forme di ribellione da diffondere in nuovi spazi, nei quartieri e nel territorio.
Le nostre lotte hanno il potenziale per opporsi al regime globale degli Stati. In tempi di crisi come di benessere, lo Stato — che in Egitto sia sotto il potere di Mubarak, della Giunta Militare o dei Fratelli Musulmani - continua ad espropriare ed a concentrare allo scopo di preservare ed espandere la ricchezza ed i privilegi di coloro che hanno il potere.
Nessuno di noi lotta isolatamente. Dobbiamo affrontare nemici comuni in Bahrain, in Brasile ed in Bosnia, in Cile, in Palestina, in Siria, in Turchia, in Kurdistan, in Tunisia, in Sudan, nel Sahara Occidentale ed in Egitto. E la lista potrebbe allungarsi. Ovunque ci definiscono teppisti, vandali, sacchegggiatori e terroristi. Noi stiamo lottando per molto di più. Non solo contro lo sfruttamento economico, contro la nuda violenza poliziesca o contro un illegittimo sistema di regole. Non è per i diritti o per una nuova cittadinanza che noi stiamo lottando.
Noi ci opponiamo allo stato-nazione quale strumento centrale di repressione, in cui ad una elite locale viene permesso di appropriarsi della vita di tutti noi e viene permesso ai poteri globali di mantenere il loro dominio sulla vita quotidiana di tutti noi. Questi lavorano insieme con la repressione e con i media e con tutto quello che sta in mezzo. Noi non chiediamo di unificare o di parificare le nostre varie lotte, ma è la stessa struttura di potere che dobbiamo combattere, smantellare, ed abbattere. Insieme, la nostra lotta è più forte.
Vogliamo la caduta del Sistema.
Compagni dal Cairo
source ( http://roarmag.org/2013/06/from-tahrir-and-rio-to-taksi...ne%29 )
(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)
Link esterno: http://www.glykosymoritis.blogspot.com
A tutti voi ed a coloro con cui lottiamo fianco a fianco,
la giornata del 30 giugno segna una nuova tappa per la nostra rivolta, per l'edificazione di ciò che abbiamo iniziato tra il 25 ed il 28 gennaio 2011. Questa volta ci ribelliamo contro il regime del Fratelli Musulmani che non ha fatto altro che perpetuare le stesse forme dello sfruttamento economico, della violenza delle polizia, della tortura e degli omicidi.
Parlare di imminente “democrazia” non ha nessun significato quando non vi è nessuna possibilità di vivere una vita dignitosa. Le pretese di legittimazione elettorale contrastano con la realtà di un Egitto in cui la nostra lotta prosegue perchè siamo di fronte al perpetuarsi di un regime oppressivo che ha cambiato volto ma mantiene le stesse logiche di repressione, austerity e brutalità da parte della polizia. Le autorità non hanno credibilità presso la popolazione, e le posizioni di potere si declinano in opportunità per vantaggi personali in termini di potere e di ricchezza.
Il 30 giugno si rinnova l'urlo rivoluzionario:“Il popolo vuole la caduta del sistema”. Noi perseguiamo un futuro che non sia governato nè dal greve autoritarismo e dal capitalismo amico dei Fratelli Musulmani nè da un apparato militare che mantiene una morsa sulla vita politica ed economica nè per un ritorno alle vecchie strutture dell'era di Mubarak. Sebbene le masse di manifestanti che scenderanno in piazza il 30 giugno non si ritrovino uniti su queste posizioni, deve essere nostro compito evitare che si ritorni ai periodi sanguinari del passato.
Sebbene le nostre reti siano ancora fragili noi traiamo speranza ed insegnamento dalle recenti rivolte sviluppatesi in Turchia ed in Brasile. Ognuna di queste esperienze nasce da realtà politiche ed economiche differenti, ma noi tutti siamo influenzati da circoli ristretti le cui richieste per il tutto subito hanno perpetuato una mancanza di prospettiva per quello che serve al popolo. Siamo stati influenzati dall'organizzazione orizzontale del Movimento per le Tariffe Libere a Bahìa in Brasile nel 2003 e dalle assemblee pubbliche che si sono diffuse in Turchia.
In Egitto, i Fratelli Musulmani mettono un impiallacciatura religiosa sui processi in corso, mente le logiche del neoliberismo egiziano si scontrano con il popolo. In Turchia, una strategia di crescita aggressiva del settore privato si manifesta parimenti in leggi autoritarie, nella stessa logica della brutalità della polizia quale strumento primario per reprimere ogni opposizione ed ogni tentativo di proporre delle alternative. In Brasile un governo nato da una legttimazione rivoluzionaria ha confermato che il suo passato non è che una maschera mentre si allea con lo stesso ordine capitalistico di sempre che sfrutta il popolo e la natura.
Queste ultime lotte unificano le indomite battaglie dei Curdi e delle popolazioni indigene dell'America Latina. Per decenni, i governi della Turchia e del Brasile hanno cercato di spazzar via questi movimenti di lotta. La loro resistenza alla repressione statale ha anticipato l'ondata di proteste che ora attraversa la Turchia ed il Brasile. Ne cogliamo l'urgenza nel riconoscere la profondità di ogni lotta e la ricerca di forme di ribellione da diffondere in nuovi spazi, nei quartieri e nel territorio.
Le nostre lotte hanno il potenziale per opporsi al regime globale degli Stati. In tempi di crisi come di benessere, lo Stato — che in Egitto sia sotto il potere di Mubarak, della Giunta Militare o dei Fratelli Musulmani - continua ad espropriare ed a concentrare allo scopo di preservare ed espandere la ricchezza ed i privilegi di coloro che hanno il potere.
Nessuno di noi lotta isolatamente. Dobbiamo affrontare nemici comuni in Bahrain, in Brasile ed in Bosnia, in Cile, in Palestina, in Siria, in Turchia, in Kurdistan, in Tunisia, in Sudan, nel Sahara Occidentale ed in Egitto. E la lista potrebbe allungarsi. Ovunque ci definiscono teppisti, vandali, sacchegggiatori e terroristi. Noi stiamo lottando per molto di più. Non solo contro lo sfruttamento economico, contro la nuda violenza poliziesca o contro un illegittimo sistema di regole. Non è per i diritti o per una nuova cittadinanza che noi stiamo lottando.
Noi ci opponiamo allo stato-nazione quale strumento centrale di repressione, in cui ad una elite locale viene permesso di appropriarsi della vita di tutti noi e viene permesso ai poteri globali di mantenere il loro dominio sulla vita quotidiana di tutti noi. Questi lavorano insieme con la repressione e con i media e con tutto quello che sta in mezzo. Noi non chiediamo di unificare o di parificare le nostre varie lotte, ma è la stessa struttura di potere che dobbiamo combattere, smantellare, ed abbattere. Insieme, la nostra lotta è più forte.
Vogliamo la caduta del Sistema.
Compagni dal Cairo
source ( http://roarmag.org/2013/06/from-tahrir-and-rio-to-taksi...ne%29 )
(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)
Link esterno: http://www.glykosymoritis.blogspot.com
mercoledì 30 gennaio 2013
Egitto , In risposta ai rinvii a giudizio di Alessandria , Comunicato del Movimento Socialista Libertario
Comunicato del Movimento Socialista Libertario
In risposta ai rinvii a giudizio di Alessandria
La scorsa domenica, nel corso dell'udienza nel tribunale di Alessandria che doveva emettere un verdetto sugli agenti di polizia accusati di aver ucciso dei manifestanti durante gli scontri del gennaio 2011, la polizia a guardia del tribunale ha iniziato a provocare i familiari delle vittime che facevano un pacifico presidio a sostegno delle loro ragioni, così come avevano fatto nelle udienze precedenti. Dopo la provocazione, la polizia ha caricato la folla con violenza. La carica è diventata rapidamente un corsa ad arrestare chiunque si trovasse lì intorno, con conseguenti percosse ed arresti. Trentuno persone sono state arrestate e trasferite nel famigerato carcere di Al Gharbanyat nella regione di Borg El Arab (45 km a sud di Alessandria) senza concedere agli arrestati di poter contattare i loro parenti o i loro avvocati.
Tra gli arrestati ci sono 4 nostri compagni, anche se non stavano partecipando nè al presidio fuori del tribunale nè agli scontri con la polizia. Questi compagni sono:
1. Mohammed Izz al-Din
2. Amir Assad
3. Mohammed al-Badri
4. Mohammed Hussein
Si stavano prendendo un caffè dopo aver distribuito come al solito dei volantini, il che ci induce a pensare che il loro arresto non sia stato casuale ma premeditato. Già, perchè questi compagni sono tra i militanti puiù attivi del MSL, sono presenti in ogni sciopero ed in ogni manifestazione ed i servizi di sicurezza li conoscono molto bene. Le accuse contro i 31 arrestati sono: cospirazione a scopo di vandalismo e distruzione di beni pubblici, violenza contro le forze della legge e dell'ordine.
Mercoledì 23 gennaio, c'è stata un'udienza per la richiesta di prolungare i termini di carcerazione, anche se la polizia faceva obiezione ad un trasferimento dei prigionieri, sollevando questioni di sicurezza. L'accusa ha accolto l'assurda richiesta della polizia ed ha rinviato l'udienza al 30 gennaio presso il tribunale di Borg El Arab e non presso quello di Mansheya (Alessandria) dove si sono svolti gli scontri. Questa decisione condanna gli arrestati a restare altri 10 giorni in prigione senza nessuna giustificazione legale. Nonostante questo, i media e le organizzazioni per i diritti umani restano silenziosi.
Noi accusiamo il Ministro degli Interni di abuso e di ritorsione contro i nostri compagni e gli altri arrestati, sia per la violenta repressione che per la loro reclusione senza accuse fondate per un periodo di 10 giorni in un carcere di altra sorveglianza, quando dovevano semplicemente essere ritenuti "in attesa di giudizio".
Noi accusiamo anche il governo fascista dei Fratelli Musulmani di stare dietro questa repressione contro ogni persona ed ogni comitato popolare che reclami i propri diritti, insieme a coloro che li sostengono contro il governo e i suoi accoliti.
Nonostante il rinvio a giudizio dei nostri compagni, non ci rassegneremo ad accettare la tirannia di Stato, e lanciamo un appello internazionalista alla solidarietà a tutte le organizzazioni anarchiche e rivoluzionarie. Vi chiediamo di manifestare il vostro sostegno ai nostri compagni di fronte alle ambasciate ed ai consolati egiziani.
La nostra lotta continuerà fino a che lo Stato ed il capitalismo non saranno aboliti.
Movimento Socialista Libertario, Egitto
24 gennaio 2013
Traduzione: FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali
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