ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

per giulio
Visualizzazione post con etichetta petrolio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta petrolio. Mostra tutti i post

lunedì 10 luglio 2017

Petrolio: scisto o sceicchi?

Una vecchia canzone dei Clash  diceva più o meno Sheiks don’t like rock in the casbah”, ebbene dopo il vertice dell’OPEC del 25 maggio  2017 al posto di rock ci potremmo metterci shale….
OPEC e sceicchi
All’indomani del vertice dell’OPEC del 25 maggio scorso a Vienna, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, Khalid al-Falih
Risultati immagini per khalid al-falih
ed il suo collega russo Alexander Novak
Risultati immagini per alexander novak
hanno dichiarato che i tagli alla produzione del greggio verranno prorogati di 9 mesi, fino al marzo 2018, per far risalire i prezzi verso una soglia intorno ai $50 al barile.
Dopo 2 anni e mezzo di tira e molla, l’OPEC sembra aver trovato una strategia di mercato che sembra non tenere conto, però, dell’evoluzione della concorrenza dei produttori americani di shale-oil (greggio da scisto).
Alla sfida estrattiva (veloce ed economica) di greggio (in siti ritenuti in passato non convenienti per un’estrazione tradizionale) tramite il fracking (fratturazione idraulica delle rocce scistose), iniziata circa 10 anni fa, solo nel 2014 l’OPEC aveva risposto prendendo come contromisura l’aumento della produzione per abbassare i prezzi e mettere in difficoltà gli indebitati produttori di shale-oil americani (in perdita con un prezzo sotto i $50 al barile).
Ma mettendo in difficoltà anche membri OPEC e non/OPEC fortemente dipendenti dall’alto prezzo del greggio [Brasile, Venezuela, Ecuador…] e privi delle enormi riserve valutarie di cui dispone ad esempio il fondo sovrano dell’Arabia Saudita ($2000mld).
Opec, nuovi tagli alla produzione: nove mesi in più
L’andamento dei prezzi del petrolio: il rialzo dopo la prima stretta alla produzione Opec (in rosso), è poi svanito. E’ stato necessario aprire a nuovi tagli per far risalire il barile.
(al 9 giugno 2017, $48,3b il Brent e $45,92b il WTI).
Shale-oil/petrolio-da-scisto
La crisi di capitali e debitoria che aveva colpito questo settore a causa dei prezzi bassi è in corso di evoluzione, in virtù della capacità dei produttori di shale-oil di rifornirsi di capitali dai mercati finanziari, tramite strumenti quali i futures (contratti a termine per cui si acquista un bene che sarà disponibile in un futuro predeterminato, vedi futures nell’acquisto di vino Brunello dell’annata xy…) oppure  gli hedge funds (fondi speculativi di investimento ad alto rischio).
La fiducia dei mercati finanziari al settore dello shale-oil trova le sue basi nella prevedibilità del successo dell’attività estrattiva del fracking rispetto a quella più casuale dei pozzi. L’estrazione da scisto è diventata ormai una normale attività industriale programmabile, simile a quella manifatturiera, per cui il settore può contare anche sugli investimenti dei fondi-pensione e dei fondi private-equity (investimenti su società valutate in forte crescita con possibilità di disinvestimento per ottenere plusvalenze dalla vendita delle azioni), interessati più alla remunerazione del capitale investito proteggendo il settore e puntando ad una crescita della produzione, piuttosto che speculare su un ritorno del greggio a un prezzo di $100 al barile.
Secondo l’organismo di authority America’s Commodity Futures Trading Commission, il valore delle transazioni del petrolio da scisto nella tipologia merceologica WTI (West Texas Intermediate) è pari ad 1 mld di barili in futures, più del doppio di 5 anni fa e pari ad 1/4 di quota di mercato rispetto al 16% del 2012.
La schizofrenica politica dell’OPEC, passata da un’iper-produzione della fine del 2016 al taglio della produzione dallo scorso 1 gennaio, ha in realtà depresso il prezzo spot (prezzo corrente di una merce) rispetto al suo valore in futures, alimentando così  una situazione di mercato definita contango, in cui il valore dei futures è superiore al prezzo corrente, consentendo ai produttori di petrolio-da-scisto WTI  di attirare investitori di futures.
Invece, la strategia OPEC di puntare ad un prezzo spot superiore a quello dei futures (situazione di mercato definita come backwardation) per scoraggiare gli investimenti nel petrolio-da-scisto non appare avere per ora effetti degni di nota.
Produzione americana
L’agenzia governativa Energy Information Administration prevede che nel 2018 la produzione di greggio americana sarà di 10 milioni di barili al giorno, al pari con quella russa e saudita.
Il numero dei produttori di shale-oil è salito negli ultimi 10 mesi da 262 a 700.
La stessa agenzia fa sapere che sarà un’impresa dura per i produttori OPEC e non/OPEC ridurre le scorte di greggio alla media degli ultimi 5 anni (si tratta di tagliare 1,8mbg); inoltre, la Libia e la Nigeria (entrambi membri OPEC), esentate dal taglio della produzione per la loro difficile situazione economica, hanno aumentato nettamente la loro produzione [Nigeria +274.000bg in aprile 2017, Libia +800.000bg] vanificando in qualche modo le scelte della loro organizzazione.
graph of estimated petroleum and natural gas hydrocarbon production in selected countries, as explained in the article text
Fabbisogno mondiale
Nel 2016, la domanda mondiale è stata più debole, sia sul versante dei paesi ricchi che su quello dei paesi in espansione come Cina ed India, che stanno usando il petrolio in maniera più efficiente rispetto ad altri paesi sviluppati.
Risultati immagini per roland berger efficiency of oil consumption
Il che rende difficile fare previsioni su eventuali aumenti del prezzo del greggio.
Dipende anche dai produttori di petrolio-da-scisto: carenza di manodopera e di attrezzature potrebbero far crescere i costi di perforazione; tassi d’interesse più alti potrebbero raffreddare l’entusiasmo degli investitori ed un’irrazionale esuberanza del settore potrebbe spingere in alto la produzione con effetto depressivo sui prezzi.
In attesa del 2023 [https://www.youtube.com/watch?v=cOey0Gmpq-0] , quando il petrolio -secondo alcuni autorevoli analisti- sarà un ricordo del passato.
In fondo mancano solo 6 anni!!
Ufficio studi Alternativa Libertaria/fdca
cfr. http://www.cftc.gov/index.htm; https://www.eia.gov/; https://www.rolandberger.com/; The Economist n°9041; Il Sole24Ore; http://www.repubblica.it/economia/2017/05/25/news/opec_petrolio_tagli_estensione-166336428/; http://www.opec.org/opec_web/en/index.htm

domenica 3 aprile 2016

Trivelle, tutte le bugie del no - dalla Nuova ecologia , megazine di Legambiente

2 – LE PIATTAFORME SONO UN’ECCELLENZA, NON HANNO IMPATTI - FALSO





http://lanuovaecologia.it/trivelle-tutte-le-bugie-del-no-al-referendum/

Smontato punto per punto lo spot che invita all’astensionismo il 17 aprile.

Perché questa battaglia non è ideologica ma concreta Sarebbe sufficiente mettere a confronto la composizione del Comitato per il No con la vasta alleanza di associazioni, comitati, amministrazioni e tanti altri soggetti che hanno costituito il comitato Vota Si per fermare le trivelle per capire da che parte sta l’interesse del Paese che non può prescindere da un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico. Spesso, da parte del fronte del No al referendum, si è fatto riferimento all’inutilità e all’ideologia che si nasconderebbe, a detta loro, dietro il quesito referendario, che, ricordiamolo, riguarda tutti i titoli abilitativi all’estrazione e/o alla ricerca di idrocarburi già rilasciati entro le 12 miglia marine, e interviene sulla loro data di scadenza. Ma non si ricorda che il referendum serve a cancellare, e lo faranno i cittadini visto che il governo si è sempre distinto per una politica in favore delle fossili, un inammissibile regalo fatto alle compagnie petrolifere che oggi possono estrarre petrolio e gas entro le dodici miglia nei nostri mari, senza alcun limite di tempo. Mettere una scadenza alle concessioni date a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni appartenenti allo stato, dovrebbe essere previsto dalla legge. Nel nostro Paese però la politica pro trivelle messa in campo dal governo ha reso necessario una consultazione referendaria per ristabilire questo diritto. Importante inoltre sottolineare che il percorso referendario è tutt’altro che ideologico e si è già contraddistinto per aver portato a casa risultati concreti molto importanti. In particolare con la legge di stabilità 2016 il governo è stato costretto a fare dietrofront su tre aspetti molto rilevanti: 1.le attività di ricerca ed estrazione di gas e petrolio nel nostro Paese non sono più strategiche (lo erano diventate con l’approvazione dello Sblocca Italia a fine 2014); 2.ha ridato voce ai territori, riportando le decisioni per le attività a terra in capo alle Regioni e agli enti locali (sempre lo Sblocca Italia aveva avocato tutte le decisioni allo Stato centrale); 3.infine ha finalmente reso operativo il divieto a nuove attività entro le dodici miglia nel mare italiano. Un divieto previsto già dal Dlgs 128/2010 ma che i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno sempre provveduto a smontare. Rimane ora da definire l’aspetto della durata delle concessioni, come ricordato dalla Corte di Cassazione prima e Costituzionale dopo. E per questo serve il voto del 17 aprile. Per andare a votare occorre però arrivarci con tutte le informazioni necessarie e soprattutto corrette. Proprio a partire dalla disinformazione che viaggia attraverso gli spot per l’astensionismo è utile ribadire alcune questioni, rispondendo per punti alle loro affermazioni.

@Nuovo Senso Civico

@Nuovo Senso Civico 1 – NON È UN VOTO CONTRO NUOVE TRIVELLE: FALSO
Non è vero che le nuove attività sono vietate dal 2006 (la legge è il 152/2006, ma è stata modificata nel dicembre 2015). Il divieto entro le dodici miglia è stato posto per la prima volta da un decreto del 2010 (Dlgs 128/2010) e non nel 2006, poi rimosso dal decreto sviluppo (cosiddetto decreto Passera) nel giugno 2012 (in particolare a rivedere il vincolo è l’articolo 35), quindi reso vigente e attuato (per le nuove attività e le richieste in corso) solo con la modifica alla legge di stabilità 2016). Il divieto è quindi vigente dal 1 gennaio 2016 a tutti gli effetti e solo grazie alla pressione del movimento referendario. Inoltre nuove trivellazioni sono possibili. Attualmente, la legge non consente che entro le 12 miglia marine siano rilasciate nuove concessioni, ma non impedisce, invece, che a partire dalle concessioni già rilasciate siano installate nuove piattaforme e perforati nuovi pozzi. Tra i titoli abilitativi che oggi possono godere di una durata a tempo indeterminato ci sono infatti anche diversi permessi di ricerca, alcuni dei quali già in fase esplorativa e in attesa di trasformarsi in vere e proprie concessioni di coltivazione del giacimento (uno su tutti Ombrina mare di fronte la costa abruzzese). Un esempio concreto è dato dal caso di VegaB, la nuova piattaforma prevista nel canale di Sicilia, nell’ambito di una concessione già esistente (dove già opera la piattaforma VegaA) e posta meno di 12 miglia da un’area protetta. Tale piattaforma, se vince il NO molto probabilmente sarà realizzata, proprio per arrivare a fine vita del giacimento. Se vince il Si invece il titolo andrebbe a scadenza nel 2022, e quindi non ci saranno i tempi per realizzare il nuovo impianto. Una vittoria del SI in Sicilia avrebbe quindi un notevole risultato.


1 –  NON È UN VOTO CONTRO NUOVE TRIVELLE: FALSO 2 – LE PIATTAFORME SONO UN’ECCELLENZA DI TECNOLOGIA, SICUREZZA E NON HANNO IMPATTI SUL MARE E SULL’AMBIENTE – FALSO
Le piattaforme sono delle attività industriali a tutti gli effetti con tutti gli impatti e i rischi connessi. Non si può parlare di attività a impatto zero. Oltre il rischio di incidenti (falso dire che è impossibile visti anche i diversi casi in giro per il mondo, vedi articolo), ci sono poi gli impatti nelle attività di routine. Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e costiero. L’attività stessa delle piattaforme (a prescindere che siano di gas o petrolio) possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, come olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide in particolar modo sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca che potrebbe registrare una diminuzione del pescato fino al 50%. Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili. In particolare è importante sottolineare come secondo il Piano di pronto intervento nazionale per la difesa da inquinamenti di idrocarburi o di altre sostanze nocive causati da incidenti marini di Ispra, le varie tecniche di rimozione delle sostanze sversate consentirebbero di recuperare al massimo non più del 30% del totale. Infine da non sottovalutare, nella zona dell’Alto Adriatico è il fenomeno della subsidenza. L’estrazione di gas sotto costa, anche se non è l’unica causa di tale fenomeno, resta il principale fenomeno antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superfice topografica. La subsidenza aumenta inoltre l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali, favorendo l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche.


3 – CHIUDERE LE PIATTAFORME VUOL DIRE MAGGIORI IMPORTAZIONI DA RUSSIA E PAESI ARABI E MAGGIORE TRAFFICO DI NAVI PETROLIERE E GASIERE – FALSO
Il contributo delle attività entro le dodici miglia, pari al 3% dei nostri consumi di gas e meno dell’1% di petrolio, risultano alquanto inutili ai nostri fini energetici. Un contributo che è abbondantemente compensato dal calo dei consumi in atto da diversi anni (- 22% di gas e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni. Se poi entriamo nel dettaglio della produzione nazionale scopriamo che non solo i consumi di gas in questi ultimi 10 anni sono diminuiti, ma anche la produzione nazionale si è ridotta del 43%. È un settore che negli ultimi decenni ha molto ridotto la sua attività (ICONA_documenti VEDI mappa ). Difficilmente chiudendo queste attività, che comunque arriverebbero al termine previsto dalla concessione come prevedeva la normativa fino a fine 2015, ci sarà un incremento di traffico di navi per il trasporto di idrocarburi. Importante sottolineare inoltre come questa affermazione sia poco fondata, dal momento che già oggi il gas venga trasportato (importato o esportato) prevalentemente attraverso i tubi dei gasdotti e non via mare e che già oggi il petrolio estratto dalle piattaforme (presenti prevalentemente entro le dodici miglia marine) viene trasportato a terra tramite oleodotti e da qui il più delle volte caricato sulle petroliere per essere trasportato agli impianti di raffinazione e trattamento. Tutto questo traffico sarebbe eliminato.

3 – CHIUDERE LE PIATTAFORME VUOL DIRE MAGGIORE TRAFFICO  PETROLIERE- FALSO

4 – IL 65% DEL GAS VIENE DALLE PIATTAFORME IN MARE, NON È VERO CHE PARLIAMO DI “POCA COSA” – FALSO
Le piattaforme soggette a referendum (entro le dodici miglia) oggi producono il 27% del totale del gas e il 9% di greggio estratti in Italia. La produzione delle piattaforme attive entro le 12 miglia nel 2015 è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc (Standar metri cubi) di gas. I consumi di petrolio in Italia nel 2014 sono stati di circa 57,3 milioni di tep (ovvero milioni di tonnellate) e quindi l’incidenza della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia è stata di meno dell’1% rispetto al fabbisogno nazionale (0,95%). Per il gas i consumi nel 2014 sono stati di 50,7 milioni di tep corrispondenti a 62 miliardi di Smc; l’incidenza della produzione di gas dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata del 3% del fabbisogno nazionale. Un contributo da subito compensato dal calo dei consumi e dallo sviluppo delle fonti rinnovabili. (ICONA_documentiVEDI APPROFONDIMENTO). Anche la fase di transizione, tanto utilizzata da chi difende le piattaforme di estrazione di gas, potrebbe essere già oggi compensata dall’utilizzo di biometano. Infatti già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi. Ma il potenziale per il biometano, ottenuto come upgrading del biogas e che può essere immesso nella rete Snam per sostituire nei diversi usi il gas tradizionale, è in Italia di oltre 8miliardi di metri cubi. Ossia il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme entro le 12 miglia oggetto del referendum.

4 – IL 65% DEL GAS VIENE DAL MARE, NON È VERO CHE E' “POCA COSA” - FALSO

5 – LE FONTI RINNOVABILI SONO BELLE, MA COSTANO IN BOLLETTA E OGGI NON SONO UNA REALTÀ – FALSO
Le rinnovabili non sono solo belle, ma hanno permesso di ridurre drasticamente il prezzo dell’energia elettrica portando concorrenza nel mercato. Il 40% di energia prodotta ha fatto crollare il prezzo come mai al mercato dell’energia e dovremmo ringraziarle per questo. Oggi il solare potrebbe andare avanti anche senza incentivi (che in Germania ci saranno fino al 2024) basterebbe aprire all’autoproduzione e alla distribuzione locale da FER, che però in Italia è tassata e vietata. Inoltre le rinnovabili oggi sono sempre più efficienti, mature e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo. Non solo il solare ha ridotto il costo ad un decimo di dieci anni fa ma nei prossimi anni è previsto che si ridurrà ancora, insieme a quello delle batterie. Se non fosse matura e affidabile, perchè Enel sta investendo sul solare in tutto il mondo? Chi guarda da un altra parte condanna il proprio Paese. Alcuni numeri: Negli ultimi dieci anni le fonti rinnovabili hanno contribuito a cambiare il sistema energetico italiano. Complessivamente coprono il 40% dei consumi elettrici complessivi (nel 2005 si era al 15,4) e il 16% dei consumi energetici finali (quando nel 2005 eravamo al 5,3%). Oggi l’Italia è il primo Paese al mondo per incidenza del solare rispetto ai consumi elettrici (ad Aprile 2015 oltre l’11%), e si è sfatata così la convinzione che queste fonti avrebbero sempre e comunque avuto un ruolo marginale nel sistema energetico italiano e che un loro eccessivo sviluppo avrebbe creato rilevantissimi problemi di gestione della rete. A impressionare sono da un lato i numeri della produzione da fonti rinnovabili passata in tre anni da 84,8 a 118 TWh, e dall’altro quelli di distribuzione degli impianti da fonti rinnovabili: circa 800mila, tra elettrici e termici, distribuiti nel territorio e nelle città. Attraverso il contributo di questi impianti, e il calo dei consumi energetici, l’Italia ha ridotto le importazioni dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il Clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) e si è ridotto anche il costo dell’energia elettrica. Per chiudere sfatiamo un altro mito, ovvero che le rinnovabili le paghiamo care in bolletta. Gli incentivi alle rinnovabili pesano per lo 0,3% nel bilancio di una famiglia media italiana. Per fare un esempio, la spesa per il riscaldamento “pesa” il 5,2%. Oltretutto, questa voce può essere ridotta in maniera realmente significativa fino a quasi azzerarla come nelle case in Classe A o come prevedono le Direttive Europee. Eppure il dibattito politico e le stesse scelte dei Governi si sono concentrate sull’aumento dallo 0,2 allo 0,3% della prima componente e non sulla possibilità di far risparmiare alle famiglie 1.000-1.500 euro all’anno.

5 – RINNOVABILI COSTANO IN BOLLETTA E NON SONO UNA REALTÀ - FALSO

6 – IL SI AL REFERENDUM FAREBBE PERDERE CIRCA 11 MILA POSTI DI LAVORO DIRETTI E 21 MILA DI INDOTTO – FALSO
Assomineraria parla di 13mila occupati nel settore estrattivo in tutta Italia (tra attività a terra e a mare (dentro e fuori le dodici miglia) e 5mila posti di lavoro a rischio con il referendum. Il ministro Galletti fa riferimento alla cifra di 10mila posti di lavoro in meno e la Filctem Cgili sostiene che i lavoratori che rimarrebbero a casa sono 10 mila solo a Ravenna e in Sicilia. Le stime ufficiali riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia (fonte Isfol – Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro) parlano invece di 9mila impiegati in tutta Italia e di un settore già in crisi da tempo. Elemento quest’ultimo molto importante. Infatti chi paventa la perdita di posti di lavoro per colpa del referendum non dice che il settore dell’estrazione di gas e petrolio è già in crisi nel mondo e in Italia da diversi anni, indipendentemente dal referendum. A dimostrarlo i rapporti del settore degli ultimi anni a livello nazionale e internazionale o il tavolo di crisi aperto presso la regione Emilia Romagna, già prima dell’istituzione del referendum . Ad esempio secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, il 35% delle compagnie petrolifere a causa del crollo del prezzo del petrolio è ad alto rischio di fallimento nel 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari. Nessuno si preoccupa infine di dire che l’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo a queste persone è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica. Negli ultimi decenni si è avuta una consistente diminuzione della produzione da piattaforme in mare senza alcuna strategicità energetica, economica ed occupazionale. Al contrario il settore delle rinnovabili e dell’efficienza potrebbero generare almeno 600mila posti di lavoro. 100mila al 2030 nel solo settore delle energie rinnovabili – cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia – mentre, al contrario, nel 2015 se ne sono persi circa 4 mila nel solo settore dell’eolico, 10mila in tutto il settore. Infine è bene ricordare che il referendum serve per abrogare una norma che è stata introdotta dal governo il 1 gennaio di quest’anno con l’ultima Legge di Stabilità. Fino al 31 dicembre 2015 le concessioni avevano durata massima di 30 anni, con un vincolo temporale come qualsiasi altra forma contrattuale. Questo è quanto il Referendum del 17 Aprile intende ripristinare e per questa ragione risulta incomprensibile che una vittoria del SI possa causare la perdita anche di un solo posto di lavoro.

6 – IL SI FA PERDERE CIRCA 11 MILA POSTI DI LAVORO DIRETTI E 21 MILA DI INDOTTO - FALSO

7. I SOLDI DEGLI IDROCARBURI VANNO IN SVILUPPO, RICERCA E RINNOVABILI – FALSO
Per promuovere e far sviluppare il settore delle rinnovabili nel nostro Paese servono politiche concrete che puntino su queste, al contrario di quanto fatto fino ad ora. Infatti lo sviluppo delle rinnovabili è stato bloccato da tutti gli ultimi Governi e in particolare da quello in carica (ICONA_documentiLEGGI IL DOCUMENTO). Ci sono diversi esempi, primo tra tutti la Basilicata, che dimostrano la falsità di questa affermazione ( ICONA_documentiQUI IL DOSSIER SUL PETROLIO IN VAL D’AGRI) e di come non ci siano grandi esempi di investimenti nel settore industriale, nell’innovazione e nelle fonti rinnovabili nei territori maggiormente coinvolti dalle attività petrolifere. Ma è bene chiarire anche un altro dato. Oggi il settore dell’estrazione di petrolio e gas in Italia riceve sussidi diretti e indiretti dallo Stato che ammontano a circa 2,1 miliardi di euro all’anno, godendo di diversi privilegi che non sono dati ad altri comparti industriali nel nostro Paese (esenzioni, agevolazioni fiscali, royalties molto vantaggiose). come testimonia il ICONA_documentiDOSSIER STOP SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Senza contare che la normativa italiana prevede per il petrolio che le prime 20mila tonnellate estratte in terraferma e le prime 50mila tonnellate estratte in mare siano esenti dal pagamento di aliquote. Delle 26 concessioni che sono state produttive nel 2015 oggetto del referendum solo 9 pagano le royalties. Tutte le altre nel 2015 hanno estratto un quantitativo minore della franchigia, beneficiando quindi dell’esenzione del pagamento delle royalties stesse.

martedì 20 gennaio 2015

Dal picco del petrolio al petrolio a picco?

A giugno del 2014 il prezzo al barile era di 115 dollari. Da allora è in costante discesa, ed ora costa meno della metà. Le cause sembrano essere principalmente tre: 1.l'economia mondiale sta consumando meno petrolio di quello che i mercati avevano anticipato, 2.l'OPEC ha prodotto più petrolio di quello atteso dai mercati, 3.i signori del petrolio americano (Nord Dakota e Texas) hanno puntato sullo shale-oil. Naturalmente i tre fattori si intrecciano. Scenari del petrolio basso Ottimisti Il calo del prezzo del petrolio potrebbe essere una botta di adrenalina per l'economia mondiale. Questo il refrain degli analisti dei mercati. E' stato calcolato che solo 40 dollari di meno al barile nel giugno 2014 avrebbero spostato 1,3 trilioni di dollari dai produttori ai consumatori. E' stato calcolato anche che un automobilista medio americano, che ha speso 3000 dollari nel 2013 per la benzina, potrebbe aver risparmiato 800 dollari all'anno, pari ad un aumento del 2% del suo stipendio (se ce l'ha). Anche l'Italia avrebbe potuto godere di 2mld di euro di risparmi; se la benzina "servita" alle pompe italiane fosse scesa ben sotto 1,3 al litro, una volta sgravata dalle accise). Una congiuntura favorevole -si dice- di cui potrebbero godere i paesi grandi importatori quali l'India, la Cina, il Giappone, la Turchia, il Brasile ed in qualche misura anche l'area della UE. Ad esempio le risorse finanziarie che sono bloccate nei fondi sovrani per la spesa energetica, potrebbero essere utilizzate per far crescere il PIL. Il tasso d'inflazione - già basso - potrebbe scendere ancora e quindi incoraggerebbe le banche centrali a politiche monetarie meno restrittive. La FED potrebbe quindi rimandare l'aumento dei tassi d'interesse e la BCE potrebbe combattere seriamente la deflazione comprando direttamente titoli di stato. Pessimisti C'è chi non gioisce. E' il caso dei paesi produttori di petrolio la cui ricchezza si fondava sugli alti prezzi al barile. La Russia ne sta soffrendo moltissimo con danni gravissimi alla sua economia, specialmente con quello che le costano i sussidi alla Crimea. Il petrolio copre infatti la metà dell'export russo e corrisponde al 40% del bilancio federale. Ne soffrono le importazioni: un piccolo esempio ce lo dà il previsto crollo del 12% nel 2014 dell'export italiano verso la Russia, con conseguente crisi di aziende che fino a pochi mesi fa obbligavano allo straordinario, come nel settore dell'arredamento. La Nigeria è stata costretta ad aumentare il tasso d'interesse ed a svalutare la moneta. Il Venezuela sembra più vicino che mai al default con titoli di stato svalutati e vede compromesso l'investimento in welfare che aveva giovato alle classi più povere durante il governo Chavez. L'Iran è in serie difficoltà a causa delle sanzioni internazionali e con la produzione di petrolio dimezzata. Nell'OPEC c'è grande agitazione: 7 paesi sui 12 membri sono già in sofferenza, dal momento che sotto i 100 dollari al barile i loro bilanci entrano in difficoltà. La BCE, messa di fronte al crollo del tasso d'inflazione nell'eurozona dal 3% del 2011 allo 0,3% del settembre 2014, attribuisce tale caduta al prezzo del petrolio e degli alimentari nella misura dell'80% e teme la deflazione. Ma, ironia della sorte, gli stessi produttori di shale-oil, già in difficoltà, potrebbero facilmente soccombere ad un prolungato periodo di prezzi bassi: sotto la soglia dei 50 dollari al barile le perdite sono ritenute non sostenibili. Shale-oil: dunque un pessimo affare? Una folle corsa a facili guadagni? Infatti, nel periodo che va dal 2010 al 2013, quando il prezzo era sui 110 dollari per barile, i signori del petrolio americano hanno messo mano alle estrazioni dalle formazioni di scisto (shale-oil), precedentemente ritenute inviolabili. Nella loro mania trivellatrice, già nel 2010, avevano completato 20.000 pozzi, dieci volte di più di quelli registrati in Arabia Saudita. Il che ha fatto crescere la produzione di petrolio in America di circa 1/3, pari a 9 milioni di barili al giorno. Cioè solo 1 milione di barili in meno dell'Arabia Saudita. Ma la caduta del prezzo al barile sta portando ad un rapido deprezzamento delle loro azioni, mentre salgono vertiginosamente i loro debiti. Prima ancora che il prezzo del petrolio scendesse, queste compagnie investivano nella trivellazione di nuovi pozzi più di quello che ricavavano dai pozzi esistenti. Ora che i loro guadagni stanno calando precipitosamente, si profila all'orizzonte il rischio bancarotta e lo scoppio di un'altra bolla di derivati. Lo shale-oil potrebbe non essere più un business che attira investimenti. Ed un decremento degli investimenti (-20% se il prezzo ruota intorno ai 65-70 dollari al barile) -alla luce anche della breve vita produttiva dei pozzi di shale-oil, che possono perdere il 60-70% nel primo anno- porterebbe ad un crollo della produzione. La salvezza nella tecnologia? Tuttavia l'industria estrattiva di shale-oil sembra poter contare su un futuro sicuro. La tecnologia del fracking [acqua+sabbia+prodotti chimici iniettati nelle rocce scistose] è relativamente giovane e sta producendo grossi guadagni man mano che viene perfezionata: nel 2013 i costi di estrazione sono passati da 70 dollari per barile prodotto a 57 dollari. In America si sta iniziando a trivellare in Colorado (la formazione Niobrara) e al confine tra Oklahoma e Kansas (formazione Mississippi Lime). La geologia dello shale-oil è nota in molti posti del pianeta, dalla Cina (che nonostante ostacoli di carattere geologico e tecnologico potrebbe nel 2015 già produrne 6,5 miliardi di m3) alla Repubblica Ceca. Laddove mancano le condizioni infrastrutturali potrebbero giungere investimenti finalizzati all'esplorazione. Investimenti che sembrano crescere, anche se di poco a fronte, della inaccessibilità dei giacimenti di greggio non ancora sfruttati poiché situati a grandi profondità marine, oppure nell'Artico. Ad esempio, la joint-venture Exxon (USA) e Rosneft (Russia) ha impiegato 2 mesi e 700 milioni di dollari per trivellare un solo pozzo di greggio nel Mar di Kara a nord della Siberia. Il petrolio lo hanno trovato, ma ci vorranno anni e miliardi di dollari per la produzione. Invece un pozzo di shale-oil viene trivellato in genere in una settimana al costo di un milione e mezzo di dollari. I siti di shale-oil sono noti. Pare che sia solo una questione di quanti trivellarne a seconda della sete di petrolio. E nel 2015 il fabbisogno mondiale di energia dovrebbe crescere del 3%, portando la domanda di greggio ad un +2%, pari a 94 milioni di b/g. Mentre il prezzo del Brent dovrebbe essere in media di 98 dollari al barile. L'Arabia Saudita Il confronto tra i signori dello shale-oil e gli sceicchi del greggio (ma c'è chi pensa ad una occulta strategia combinata in chiave anti-russa ed anti-Iran) ha per ora capovolto lo scenario: da una carenza di petrolio si è passati ad un surplus di oro nero. Ora molto sembra dipendere dal fattore tempo, cioè per quanto tempo i prezzi resteranno bassi. Sebbene molti paesi membri dell'OPEC - che produce il 30% dell'offerta mondiale di petrolio - vogliano tagliare la produzione per far risalire i prezzi, l'Arabia Saudita sta perseguendo un'altra strategia. Memore di quando negli anni '70 un grosso balzo del prezzo del petrolio portò a massicci investimenti nella apertura di nuovi pozzi negli anni '80 (fu il caso della Norvegia e del Regno Unito nel Mar del Nord) a cui seguì un lungo decennio di eccesso di offerta, ora l'Arabia Saudita punterebbe a far cadere il prezzo al barile, tenendolo sotto i 70 dollari, per far fuori dal mercato chi produce petrolio ad alti costi, con la attesa conseguenza di una compressione dell'offerta, facendo così risalire i prezzi. La strategia dell'Arabia Saudita sembra produrre già effetti sulle compagnie che producono shale-oil, come abbiamo già visto. L'Arabia Saudita - che ha dichiarato di potersi permettere di tollerare prezzi bassi (il suo costo di produzione è di 5-6 dollari al barile!!) solo per fare alle finanze delle compagnie dello shale-oil quello che loro fanno alle rocce col fracking - punta dunque al crollo dell'industria dello shale-oil entro il 2015 e a bloccarne l'espansione in altri paesi. E con la famiglia reale saudita tutto il cartello dell'OPEC. Ma - a differenza degli altri paesi OPEC - l'Arabia Saudita, forte di riserve pari a 900 miliardi di dollari, può gestire un prezzo basso ed attendersi che il mondo compri il suo petrolio, una volta che produrre shale-oil diventi non conveniente, con conseguente lieve risalita del prezzo al barile. Cosa che farebbe finalmente felici gli altri paesi OPEC, ma che paradossalmente potrebbe ridare fiato proprio ai signori dello shale-oil. Sebbene l'aumento di 3 milioni di barili al giorno negli USA, sia ben poca cosa su un consumo mondiale di 90 milioni di barili al giorno, la sfida (tecnologica e finanziaria) sembra ormai lanciata e non è detto che finisca per forza con un perdente. Il capitalismo, come è noto, non conosce frontiere e fare profitti è lecito, qualunque sia il profeta a cui rivolgere le orazioni. Ambiente e salari Va da sé che un prolungato periodo (tutto il 2015?) di prezzi bassi renderebbe ben poco interessanti gli investimenti sulle energie verdi e sulle tecnologie alternative nei mezzi di trasporto, ridando fiato ai sostenitori dei carburanti fossili. Ancora una volta le preoccupazioni e le denunce per lo stato di salute del pianeta a causa dei cambiamenti climatici indotti dalle emissioni potrebbero perdere il grande spazio mediatico che si erano conquistato recentemente e vedere frustrate le speranze suscitate dalle mobilitazioni sociali che - al riguardo - hanno attraversato ben 166 paesi per la People's Climate Change March. Più controversa la questione sul versante salari. Il risparmio attribuibile al calo del prezzo dei carburanti e dei prodotti derivati dall'industria del petrolio non è in grado di dare alla domanda aggregata quel respiro che forse i mercati si attendono, auspicando una crescita dei consumi e dei servizi e quindi della produzione. In una situazione di contrazione delle retribuzioni dovuta alle generalizzate politiche di austerity (decurtazioni dei salari e delle pensioni, blocco dei contratti, precarizzazione del lavoro e discontinuità salariale, licenziamenti e rappresaglie antisindacali) a livello mondiale, il risparmio sulla bolletta energetica non muta le condizioni di sfruttamento e di immiserimento della classe lavoratrice mondiale. I fortuiti regali offerti dal petrolio basso non devono e non possono farci dimenticare la necessità di grandi lotte sindacali e di organizzarsi sindacalmente per il miglioramento delle condizioni salariali e di vita dei proletari, dei lavoratori e delle lavoratrici di tutto il mondo. (Fonti: report della Deutsche Bank, "The Economist" di novembre, dicembre 2014 e gennaio 2015, www.bloomberg.com, www.vineyardsaker.it, www.contropiano.it, www.corriere.it, ecc ....)

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)