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venerdì 2 dicembre 2016

Per quel poco di democrazia - Antonio Cardella da Umanità Nova n°33 13 novembre 2016




















di Antonio Cardella

Premetto che, di fronte all’immane tragedia che ha colpito il centro d’Italia, la questione e i contenuti del referendum appaiono ancor più risibili, se non surreali.
Ciononostante vorrei chiarire il senso della mia proposta di rispondere NO al referendum per la riforma della costituzione.
In sessanta anni di militanza nel movimento anarchico non mi sono mai sognato di spostarmi dalla consuetudine, politicamente convincente, dell’astensionismo anarchico. Non lo faccio neppure in questa circostanza, anche se con la mia proposta sembri che me ne allontani. Non è affatto così; non penso che un NO o un SÌ al prossimo referendum sposti sostanzialmente le posizioni e le forze in campo. Penso però che nella riforma renziana vi sia una riduzione essenziale di quel poco di democrazia che ancora oggi ci consente di condurre le nostre battaglie sul territorio.
È certamente una democrazia malata, che risponde alle esigenze di un capitalismo selvaggio, condotto a vantaggio di pochi, che sposta costantemente risorse dai più poveri ai più ricchi. Ma la malattia più profonda è che le ferree leggi del capitalismo contemporaneo sottraggono sempre di più margini di libertà a una politica che sostenga le ragioni dei poveri e degli oppressi. Quindi non sono le forme di democrazia, per quanto imperfette e discutibili, a produrre una riduzione degli spazi politici operativi, ma è al contrario la prepotenza dell’economia globalizzata che spinge gli apparati democratici verso una deriva sempre più oppressiva.
La riforma costituzionale proposta dal governo Renzi, anziché agire per tentare di riequilibrare questo scompenso, lo allarga a dismisura, sottraendo a quel poco che resta di politico ogni possibilità di agire.
Letta la realtà attuale in questo senso, c’è da chiedersi in quale misura l’astensionismo anarchico acquisti significato politico compiuto nell’immediata contingenza.
Nella razionalità malata dell’odierno sistema capitalistico credo che non ci sia spazio per la difesa della purezza dei principi o per suggestioni ideologiche. Se il movimento anarchico vuole essere in grado di intervenire sul reale deve essere capace di intenderne le tendenze, di “sporcarsi le mani” per così dire, in modo da insinuarsi – individualmente e collettivamente – negli spazi, negli interstizi che il sistema volta a volta presenta, al fine di incepparne il funzionamento, sia pure parzialmente e temporaneamente. Ciò senza pretendere per questo di costruire le premesse di una futura rivoluzione, ma lavorando per la trasformazione del presente (in modo sempre locale e parziale), lottando contro ogni aspetto del dominio e uscendo dall’isolamento per passare all’azione insieme con gli altri che, pur non dichiarandosi anarchici, condividono il rifiuto di questo sistema globalizzato, fondato sul dominio, sulla gerarchizzazione, sulla rincorsa al denaro divenuto feticcio.
Scrive Tomás Ibáňez in Anarchismo in movimento (Eleuthera 2015): «La rivoluzione […] non si situa nel futuro, ma ha come unica dimora il presente e si produce in ogni spazio e in ogni momento che si riescono a sottrarre al sistema […] Si tratta quindi di attaccare le infiltrazioni e le manifestazioni locali del dominio». E ancora: «Oggi il movimento anarchico non è più l’unico depositario, l’unico difensore, di certi principi anti-gerarchici, di certe pratiche non autoritarie, di forme di organizzazione orizzontale, della capacità di intraprendere lotte dai toni libertari, o della diffidenza verso qualunque dispositivo di potere. Questi elementi si sono disseminati al di fuori del movimento anarchico, e oggi vengono ripresi da collettivi che non si identificano come anarchici e che talora rifiutano apertamente di farsi rinchiudere entro le pieghe di questa identità».
Cosa significa dunque proporre di votare NO al referendum? Oltre al fatto contingente di opporsi ai contenuti del referendum, si tratta di riallacciare rapporti meno episodici con quei movimenti e correnti di pensiero contemporaneo che, come noi anarchici, combattono il sistema e contemporaneamente ricercano vie alternative per ricostruire comunità a dimensione umana.


venerdì 21 ottobre 2016

Referendum costituzionale e lotta di classe










Nel giro di circa 20 anni, siamo al quarto tentativo di modificare la Carta costituzionale.
Si cominciò nel 1997 con la Bicamerale di D’Alema, poi il referendum dell’ottobre 2001 sul Titolo V della Costituzione, poi quello del 25-26 giugno 2006 sull’intero ordinamento della Repubblica, ora quello previsto il 4 dicembre 2016 sulla Legge Boschi approvata dal Parlamento lo scorso aprile.
Ciò che era scaturito dalla lotta partigiana e antifascista per la libertà e l’uguaglianza, benché poi sancito in una Carta di equilibrio (o mediazione) tra i rapporti di forza in campo nel 1946-47, continua ad essere oggetto di picconate.
Ma la posta in gioco per i lavoratori e gli sfruttati oggi non è tanto la difesa della Costituzione in sé, quanto il contrastare la strategia che sta alle spalle delle leggi di modifica e le conseguenze che potrà avere.
Una strategia che
  • è funzionale al maggior profitto del capitale;
  • rafforza il controllo sociale;
  • concentra il potere politico in un solo partito;
  • alimenta le disuguaglianze e riduce la libertà.
Quanto raggiunto dal Governo Renzi sulle modifiche alla Costituzione, dunque, è l’esito finale di un percorso che ha tentato ed ha messo mano più volte alla Carta Costituzionale, sempre accompagnato da modifiche sostanziali del sistema di voto, con lo scopo evidente di ridurre o abolire la rappresentanza politica istituzionale di interi ceti sociali e di parte importante della popolazione.
Anche in questo caso, il cosiddetto Italicum è strettamente legato alla Legge Boschi ed all’esito del referendum.
Il sistema di rappresentanza che esso prefigura riflette nei suoi aspetti essenziali logiche di dominio che nulla hanno a che vedere con forme di democrazia, anche delegate.
Il potere finanziario detta le regole del gioco, ed anche in Italia il governo non esita ad applicare i dettami dell’oligarchia finanziaria, che non ha bisogno di nessun passaggio democratico per esplicitare il proprio ruolo di potere reale.
Come vuole il capitalismo
E’ il caso di ricordare come si espresse l’agenzia finanziaria JP Morgan il 28 maggio 2013 in un comunicato inviato ai governi europei:
I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.
I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo.”
Evidentemente, il processo di trasformazione autoritaria delle istituzioni repubblicane in Italia corrisponde a certe precise esigenze del capitale finanziario internazionale (ed italiano): incrementare lo sfruttamento della classe lavoratrice su cui scaricare tutte le conseguenze delle crisi economiche; eliminare ogni impedimento al massimo profitto; favorire le privatizzazioni e speculare sul colossale debito pubblico italiano.
Culla della Repubblica autoritaria
L’obiettivo della Legge Boschi e del voto SI al referendun è, perciò, un governo stabile e con forti poteri concentrati nelle mani del Presidente del Consiglio.
Un governo capace di imporre – senza mediazioni parlamentari – le politiche necessarie a controllare i lavoratori e le masse popolari, di approvare rapidamente le leggi necessarie a soddisfare gli interessi del capitale italiano ed internazionale.
In tal modo il governo Renzi e le forze economiche e politiche nazionali e internazionali che lo supportano, punta a spostare defintivamente i rapporti di classe a favore del grande capitale, a liquidare i diritti democratici e smantellare le istituzioni sorte dalla lotta antifascista per immobilizzare e disorganizzare il movimento dei lavoratori e le loro organizzazioni sindacali; attribuendo rango costituzionale al potere che di fatto oggi l’esecutivo già esercita.
Dopo il cambiamento della seconda parte della Costituzione, vi sarà l’attacco inevitabile alla prima parte, che già procede sul terreno politico concreto, come nel caso del Jobs Act.
Le modifiche al Titolo V riporterebbero al governo il potere su materie precedentemente attribuite alle Regioni, ovvero concorrenti, come su energia e infrastrutture.
Con lo scopo principale di riconfigurare gli assetti istituzionali per favorire la maggiore discrezionalità decisionale possibile dell’esecutivo all’interno dell’unica Camera prevista, sottraendo così potere ed autonomia alle amministrazioni decentrate su materie decisive quali il controllo e la privatizzazione del territorio (sanità, grandi opere, accordi ed arbitrati internazionali, corridoi energetici…).
La posta in gioco
La mancanza di dibattito sui temi costituzionali, surrogata da battute da bar, con slogan semplici quanto ingannevoli, propagati a più mani dai membri del governo ( ed anche da certe opposizioni), dimostra che la posta in gioco è alta.
Il sistema informativo in Italia assomiglia sempre più a quello di un paese dittatoriale (77° posto nel mondo sulla libertà di informazione) e questo deve spingere a mettere al centro della discussione questo grande spartiacque politico, che segnerà profondamente gli equilibri politici in Europa.
Le modifiche alla Costituzione hanno alla propria base la volontà esplicita di adeguare il sistema politico e la sua rappresentanza alla legge di mercato, per questo serve meno democrazia, meno partecipazione dei cittadini.
La violenza del mercato non vuole corpi intermedi e di mediazione sociale per poter espandere la propria sfera d’influenza su quel che ancora ci ostiniamo a chiamare società.
Nei “trattati economici di libero scambio” che cercano di avvenire segretamente e senza coinvolgere minimamente le popolazioni interessate, si sta decidendo di privatizzare ulteriormente la vita dei cittadini: salute, ospedali, pensione, servizi, devono essere messi sul “mercato”.
Questa è una delle ragioni fondamentali per cui in questa riorganizzazione globale si prevede un esecutivo forte, senza il coinvolgimento dei cittadini, in modo particolare di tutti noi che ne faremo la spesa amaramente in termini di qualità della vita.
Per contrastare questo disegno eversivo
votare NO è utile ma non sufficiente:
occorre difendere i territori in cui viviamo dalle privatizzazioni e dal centralismo statale
rafforzare i movimenti contro le grandi opere e andare oltre la dfesa della Costituzione per costruire l’autogoverno libertario del territorio

Alternativa Libertaria/fdca
95° Consiglio dei Delegati
Fano, 1 ottobre 2016

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)