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martedì 1 marzo 2016

1 marzo 2016: giornata transnazionale contro i confini e la precarizzazione in Europa

Perché una giornata transnazionale contro i confini e la precarizzazione in Europa?
Perché le politiche nazionali sul lavoro e il welfare sono inserite in una cornice europea, la precarietà è organizzata lungo catene transnazionali di produzione e sfruttamento e il lavoro migrante e la mobilità dei migranti stanno sfidando l’ordine europeo e il regime dell’austerity come mai prima d’ora. Mentre l’UE e i suoi Stati membri combattono per controllare e governare la mobilità in vista del profitto, noi dobbiamo sperimentare nuove forme di organizzazione e iniziativa transnazionale. Non vogliamo salvare quest’Europa, ma rifiutiamo l’idea che la sovranità nazionale sia la soluzione per conquistare la libertà contro lo sfruttamento. Non vogliamo salvare Schengen assicurando i confini esterni, vogliamo libertà di movimento per tutti. Per queste ragioni stiamo dalla parte dei migranti e rivendichiamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni.
Perché il primo marzo?
Perché il primo marzo 2010, dopo un appello partito dalla Francia per organizzare una giornata dei migranti con lo slogan «24 ore senza di noi», in Italia è stato organizzato da un’ampia coalizione di forze uno sciopero politico nazionale contro la legge sull’immigrazione. Da quel giorno, abbiamo assunto la forza del lavoro migrante e la sua capacità di essere il punto di connessione tra diversi luoghi e condizioni. Il primo marzo vogliamo riprendere l’idea di uno sciopero del lavoro migrante ed estenderlo a tutte le figure che oggi stanno subendo il regime dei confini e le misure di austerity, perché solo creando un vasto fronte sociale possiamo avere la forza di lottare per i nostri diritti.
Perché adesso?
Il ricatto contro la Grecia e la cosiddetta «crisi dei rifugiati» hanno scosso l’Europa: è questo il tempo di portare la voce dei migranti e il rifiuto di ogni tentativo di organizzare l’Europa attraverso un più rigido governo della mobilità, il regime dell’austerity e la precarizzazione di tutto il lavoro. Per farlo, è il momento di prendere posizione e superare i confini imposti dalle tradizionali forme di conflitto sul lavoro e di iniziativa politica, tra movimenti sociali e sindacati.
È solo un’altra giornata Europea di lotta come ne abbiamo viste in passato?
Non sarà una giornata di lotta come altre: sarà il primo esperimento di un più lungo processo verso uno sciopero sociale transnazionale in Europa unito da rivendicazioni comuni. Queste rivendicazioni riguardano un salario minimo europeo, un reddito di base e un sistema di welfare europei basati sulla residenza, un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, indipendente dal contratto di lavoro e dai livelli di reddito.
Dove è organizzato il primo marzo?
Oggi più di 20 città in nove diversi paesi (Austria, Francia, Germania, Italia, Svezia, Inghilterra, Polonia, Scozia, Slovenia), hanno annunciato azioni e manifestazioni. La lista completa è riportata nel nostro sito. Useremo gli hashtag #1M e #TSS per connettere le diverse iniziative.
Che cos’è uno sciopero sociale transnazionale?
Lo sciopero è transnazionale e sociale quando è capace di attraversare i confini esistenti tra attivismo e sindacalismo, paesi e categorie, muovendosi tra la società e i posti di lavoro al di fuori delle forme tradizionali di organizzazione e aggredendo le condizioni politiche dello sfruttamento e le questioni sociali. Ciò che vogliamo è riprenderci lo sciopero come strumento di insubordinazione.
Che cos’è la Transnational Social Strike Platform?
La Transnational Social Strike Platform non è un collettivo né un coordinamento tra diversi gruppi, ma una piattaforma politica con lo scopo di coinvolgere sempre più organizzazioni e persone in Europa e non solo, verso l’obiettivo di uno sciopero sociale transnazionale. Non abbiamo né un’identità né un passato da difendere, ma solo un processo aperto per travolgere il presente.
Come si possono avere più informazioni o unirsi al processo?
La TSS platform ha un sito web e una pagina Facebook.

giovedì 25 febbraio 2016

1 Marzo 2016: sciopero sociale, contro l'Europa dei fili spinati che non vuole più immigrati

1 Marzo 2016: sciopero sociale, contro l'Europa dei fili spinati che non vuole più immigrati
L'Unione Europea inizia con un mandato chiaro: nel 1957 il Trattato di Roma intende eliminare, per i cittadini europei, gli ostacoli alla circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali.
La libert
à di movimento dei cittadini e delle cittadine europei/e è collegata e di fatto dipende dalla libertà delle merci.
Non diversamente il trattato di Maastricht nel 1992 e quello di Amsterdam del 1997, quindi Lo spazio "Schengen" non
è altro che il figlio della strategia iniziata nel 1957, lo spazio interno continua ad essere libero e tutelato mentre le frontiere esterne devono essere rafforzate.
La moneta unica nel 2002 e il fallimento della Costituzione Europea del 2004 fanno il paio con il Trattato di Lisbona del 2007 il quale recita la supremazia del diritto comunitario sulle questioni economiche e di mercato.
Tutto questo rende chiarissimo un fatto: le migrazioni in Europa sono state gestite in questi decenni secondo questa ottica, come funzionali alla gestione del capitale, per cui invece di parlare di flussi migratori
è più opportuni parlare di "dispositivo" delle migrazioni, che sono solo funzionali al potere economico capitalista.
Fino alla crisi del 2008, in Europa i migranti erano considerabili "wanted but not welcome", senza diritti ma ricercati per favorire i processi di flessibilizzazione del lavoro.
Ora con la crisi e con la flessibilizzazione compiuta, gli immigrati vengono trattati solo come un problema umanitario e si fa appello alle Convenzioni dei diritti umani solo per dividere gli immigrati e classificarli in diverse tipologie che vanno dall'accettabile al non desiderabile, il clandestino. Che
è clandestino solo in relazione al capitale.
Donne, uomini, lavoratrici e lavoratori che vengono repressi ogni volta che cercano di affermare il loro diritto ad un lavoro giusto e riconosciuto, alla lotta ed all'auto-organizzazione sociale e sindacale.
Anche quest'anno il primo marzo è lo sciopero dei migranti e di tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici che vorranno e potranno essere solidali nell'unità di classe, nell'unità della lotta e dei diritti in Italia e in Europa.
Con e per chi è qui per lavorare e si vende a giornata,

per chi è arrivata in Italia per essere più libera, e si è ritrovata a scegliere se essere puttana o schiava,
per chi costruisce il proprio futuro e quello dei suoi cari camminando senza casco su delle impalcature,
per chi sostituisce i figli di qualcuno, ma non ruba i bambini, cura i vecchi,
per chi ora sa che la povertà è il peggior peccato, quello per cui non c'è assoluzione,
per chi paga per le colpe di quelli che hanno il suo accento, anche se è innocente,
per chi è diverso, ed è per quello che è partito, e ora è diverso anche qui, e nessuno gli permette di dimenticarlo,
per chi è partito, e non è mai arrivato,
per chi non può urlare perché si è cucito le labbra,
per chi non può lottare perché non ha resistito,
per chi resiste, insiste, lotta, ancora,
per loro e per tutti noi, perché non ci siano più frontiere da attraversare, permessi per vivere, pane da mendicare,
ma libertà, giustizia e solidarietà
Alternativa Libertaria/fdca
1 marzo 2016

sciopero sociale 1 marzo

Nel 2015 centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini hanno attraversato i confini d’Europa scatenando una crisi politica e istituzionale senza precedenti. La risposta è stata tanto il più violento razzismo istituzionale, quanto una grandiosa solidarietà. I migranti hanno reso evidente che il regime dei confini e il governo della mobilità sono l’altra faccia delle politiche di austerity, una leva fondamentale attraverso cui precarizzare tutto il lavoro. Mentre le destre e i discorsi xenofobi soffiano sul vento della paura e della diffidenza, stare dalla parte dei migranti significa oggi lottare concretamente contro una precarietà e una riduzione degli spazi di libertà che riguarda tutti e tutte. Questo è il messaggio lanciato in Europa dalla piattaforma dello Sciopero Sociale Transnazionale, con la convocazione di una giornata di scioperi e azioni decentralizzate e coordinate il prossimo primo marzo, con lo slogan: «24 ore senza di noi contro i confini e la precarizzazione».
Insieme a diverse realtà che già si stanno mobilitando dalla Germania alla Polonia, dal Regno Unito ai Balcani, passando per la Svezia, la Francia e la Grecia, il primo marzo può essere anche in Italia una giornata in cui porre al centro le lotte dei migranti, per avviare nuovi percorsi di connessione e coalizione tra le diverse figure del lavoro. Il primo marzo può essere una giornata in cui dare visibilità e un volto pubblico a tutte quelle vertenze ed esperienze grandi e piccole che, pur presenti nei territori, faticano a trovare una reale forza politica espansiva. Un giorno nel quale prendere parte di fronte al tentativo di ridurre al silenzio i migranti e, insieme con loro, tutti quelli che cercano di sottrarsi allo sfruttamento e migliorare così la propria vita.
La chiamata transnazionale per il primo marzo apre la possibilità di avviare percorsi duraturi per rovesciare la frammentazione delle condizioni sociali e di lavoro in una forza collettiva da far pesare sul piano europeo, rilanciando lo sciopero come strumento di lotta contro le pratiche di sfruttamento costruite intorno al lavoro migrante, alla gestione della mobilità e all’accoglienza. Si tratta di avanzare rivendicazioni – come quella di un salario minimo, di un reddito e un welfare europei senza limitazioni legate alla cittadinanza e di un permesso di soggiorno europeo indipendente dal contratto di lavoro e dal reddito – che possono aprire, proprio per la loro scala europea, nuovi spazi di politicizzazione. Si tratta allo stesso tempo di valorizzare, rafforzare e diffondere le pratiche di accoglienza e mutualismo che si oppongono al governo della mobilità europeo aprendo spazi di libertà a livello locale.
Sappiamo che quella dello sciopero è una sfida difficile, perché difficili sono le attuali condizioni sociali e politiche. Pensiamo però che le questioni del lavoro migrante e del razzismo istituzionale, della precarizzazione diffusa, dell’attacco ai salari e al welfare, devono conquistare la scena nello spazio europeo. Anche se difficile, lo sciopero è un progetto concreto che può trovare nel prossimo primo marzo un momento di sperimentazione. «24 ore senza di noi» significano anche allargare lo spazio del «noi», creando le condizioni affinché tutti coloro che sono sfruttati e vivono in uno stato di precarietà a tempo indeterminato lottino insieme.
Facciamo appello ai migranti, ai precari e alle precarie; agli operai e le operaie che ai migranti sono legati nelle fabbriche e lungo le catene transnazionali dello sfruttamento; ai lavoratori pubblici e privati, del terzo settore, della logistica; ai lavoratori autonomi di seconda generazione e partite Iva; agli studenti e ricercatori che rifiutano i tagli e la mobilità; ai rifugiati e ai lavoratori e lavoratrici dell’accoglienza che negli ultimi mesi hanno lottato contro le politiche dell’emergenza e dell’esclusione e contro la propria quotidiana precarietà; gli insegnanti, che rifiutano la degradazione della scuola pubblica e le politiche di subordinazione e discriminazione dei migranti cui il governo li vuole obbligare; alle realtà impegnate in pratiche di mutualismo e accoglienza; al mondo dell’associazionismo impegnato contro le diverse forme del razzismo: tutte queste figure oggi frammentate possono trovare nel primo marzo un momento di convergenza inedito.
Facciamo appello per avviare percorsi territoriali di coordinamento, al fine di permettere, all’interno della cornice comune, una partecipazione diffusa e più ampia possibile alla giornata. Invitiamo a organizzare momenti di lotta che possano convergere in momenti comuni di piazza nel pomeriggio del primo marzo, in modo da dare a tutti e tutte, anche chi non potrà partecipare ad altre iniziative, la possibilità di prendere parte alla giornata.
Come affermato dalla piattaforma dello Sciopero Sociale Transnazionale nell’appello del primo marzo, «non abbiamo né un’identità né un passato da difendere, ma solo un processo aperto per tempestare il presente»!
Prime adesioni:
Strike Meeting
Acrobax – Roma
AdL Emilia Romagna
Assemblea Lavoratori dell’Accoglienza – Roma
Associazione Cross-Point – Brescia
Bios Lab – Padova
Centri Sociali Emilia Romagna
CLAP – Roma
Cobas empolese
Communia Network
Comunità in Resistenza/CSA Intifada – Empoli
Confederazione USI
 ∫connessioni Precarie
Coordinamento Collettivi Sapienza
Coordinamento Lavoratori Autoconvocati – Contro la crisi
Coordinamento Migranti Emilia Romagna
Cs. Astra/Laboratorio Puzzle – Roma
ESC – Roma
Exploit – Pisa
La Boje – Mantova
LUR – Libera Università Roma
Migranti Ex SET – Bari
Resistenze Meticce – Roma
Rimake – Milano
Sial Cobas – Milano
Solidaria – Bari
Zero81 – Napoli

mercoledì 24 febbraio 2016

Primo marzo: per i diritti dei migranti, contro la precarietà del lavoro, per il reddito di dignità, per la pace

La Fiom aderisce alla giornata transnazionale di mobilitazione del prossimo primo marzo convocata dalla Transnational Social Strike Platform e invita le strutture a favorire la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori alle iniziative che si svolgeranno nei vari territori.
Il progetto dello sciopero sociale pone al centro le lotte dei migranti e prova a realizzare connessioni e coalizioni tra le diverse figure del lavoro e le diverse vertenze presenti nello spazio europeo. Questo va nella direzione che la Fiom intende perseguire con la coalizione sociale, che ha l'obiettivo di riunificare e ricostruire i diritti di cittadinanza delle donne e degli uomini nel lavoro e nella vita, di ricucire lo strappo che si è creato nel tessuto sociale e quindi di rafforzare la democrazia.
La Fiom intende essere protagonista di una battaglia democratica di contrasto alla xenofobia e di accoglienza a migranti e rifugiati. Si deve tornare alle pratiche fondanti del sindacalismo per il quale accoglienza non è solo solidarietà ma è anche ricerca comune di giustizia sociale.
La Fiom parteciperà alla giornata di mobilitazione con le proprie rivendicazioni e le proprie proposte sui migranti:
- La legge Bossi-Fini va cancellata e con essa l'odioso reato di clandestinità;
- L'iter amministrativo verso la cittadinanza deve diventare trasparente ed avere tempi certi. Deve essere considerato come diritto e non come favore da elargire con tempistiche lunghe che non vengono mai rispettate, condizionate dalla discrezionalità della pubblica amministrazione.
- Lo Ius soli va modificato perché così com'è viola la Costituzione. I bambini nati e vissuti in Italia vengono distinti in base alla capacità economica delle loro famiglie, escludendo tutti i figli di cittadini stranieri regolarmente soggiornanti che non riescono a soddisfare il requisito di reddito richiesto per l’ottenimento del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo.
- La tassa sul permesso di soggiorno deve essere ridotta drasticamente, come ci ha invitato a fare la Corte di giustizia dell'Unione europea
Sul tema della precarietà del lavoro e del reddito di dignità la Fiom è impegnata a portare avanti la campagna nazionale della Cgil per la carta dei diritti universali del lavoro, che ha l'obiettivo di estendere diritti a chi non ne ha e riscriverne di nuovi per tutti.
L'appuntamento del primo marzo è anche un appuntamento in cui ribadire la nostra contrarietà alla guerra e al terrorismo. La Fiom condanna la follia distruttiva della violenza e del terrore che attraversa il mediterraneo, l'Europa, il medio oriente e l'Africa.
Non vogliamo nuove spedizioni ed avventure militari. Vogliamo costruire la pace e fermare la spirale di violenza e di follia umana con il diritto, le libertà, il dialogo, la solidarietà, la cooperazione, la giustizia sociale, il lavoro dignitoso, il rispetto dell'ambiente, la costruzione di una difesa comune europea, a partire dalla difesa civile non armata e nonviolenta con l'istituzione dei corpi civili europei di pace. L'Italia non può e non deve essere coinvolta in nuove guerre, né essere promotrice di politiche di guerra.
 
Fiom Cgil Nazionale

martedì 15 dicembre 2015

Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente

Una proposta aperta, in 9 punti, della “Coalizione 27 febbraio”

Premesse

Creare una Carta delle pretese e dei diritti dei lavoratori autonomi e dei freelance è cosa utile per interloquire criticamente con l’iniziativa legislativa del governo che, con il Ddl collegato alla Legge di stabilità, intende presentare uno Statuto del lavoro autonomo professionale. Questa bozza di Carta mette in forma scritta quanto discusso dalla “Coalizione 27 febbraio” durante il Meeting (dal titolo Lo Statuto che non c’è) che si è svolto a Roma gli scorsi 14-15 novembre (2015). La Carta dei diritti mira a identificare la condizione del lavoro autonomo e a valorizzare la principale caratteristica del lavoro professionale oggi: la transizione o mobilità tra condizioni contrattuali, lavorative, occupazionali diverse che si susseguono in maniera frenetica più volte nel corso di una carriera, facendo saltare i tradizionali confini tra occupazione, disoccupazione, precarietà.
  1. Nonostante le trasformazione epocali che si sono determinate negli ultimi trenta anni, e che hanno investito l’economia come la politica, i diritti sociali, nel nostro paese, continuano a essere strettamente connessi con il lavoro; più in particolare, con il lavoro di tipo subordinato. La moltiplicazione delle figure del lavoro, così come l’affermazione del lavoro autonomo e parasubordinato, NON sono state accompagnate da una revisione sostanziale del welfare e delle tutele.
Conquistare e promuovere tutele e welfare universali, indipendenti dalla tipologia del lavoro svolto, è obiettivo fondamentale della “Coalizione 27 febbraio”.
  1. Nonostante il dettato costituzionale, seguendo l’impronta neoliberale anche in Italia si sta affermando una fiscalità di tipo regressivo. A pagare tante, troppe tasse sono prevalentemente coloro che hanno redditi bassi. Pagano meno, invece, i più ricchi. Gli stessi che, assai più spesso, non pagano nulla, tanto è diffusa e poco controllata l’evasione fiscale delle grandi corporation. Il senso comune, promosso dai media, fa dei professionisti degli evasori. Si tratta solo di una menzogna, è vero invece che i professionisti pagano tasse e aliquote previdenziali insostenibili senza avere nulla in cambio.
Difendere e riconquistare un principio fiscale di tipo progressivo (paga di più chi ha di più) è un obiettivo fondamentale della “Coalizione 27 febbraio”.


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9 punti, verso lo Statuto del lavoro autonomo

1. Reddito minimo garantito. Si tratta di una misura di welfare universale. Una tutela nei periodi di non lavoro e di disoccupazione, a carico della fiscalità generale. Uno strumento fondamentale contro il ricatto che spinge al lavoro gratuito, all’accettazione dei sotto-compensi, di lavori privi di diritti.
2. Estensione degli ammortizzatori sociali. Il Jobs Act ha introdotto un ammortizzatore sociale per i lavoratori parasubordinati, la DIS-COLL. Questa misura, avviata meno di anno fa, rischia di essere cancellata dalla Legge di stabilità. Ne chiediamo non solo la conferma, ma anche l’estensione ai lavoratori autonomi e agli intermittenti della ricerca, ingiustamente esclusi.
3. Equità previdenziale.
3.1. Gestione separata INPS
a) Il rinnovato blocco dell’aumento dell’aliquota relativa alla gestione separata INPS è un provvedimento positivo, ma insufficiente. Il blocco va reso definitivo. Di più: occorre ridurre l’aliquota al 24% e rendere l’aumento al 27% facoltativo;
b) Va da sé che, senza opportuni correttivi solidaristici del sistema contributivo, la riduzione dell’aliquota non risolve i problemi. Chiediamo l’istituzione di una pensione minima di cittadinanza, indipendente dal montante contributivo accumulato e superiore all’Assegno sociale. Una base comune, accessibile dopo una soglia minima di 5 o 10 anni di contribuzione, cumulabile con la parte variabile e relativa al montante effettivamente conquistato. Le risorse necessarie possono essere reperite tagliando, attraverso il ricalcolo, le pensioni d’oro (che costano circa 13 miliardi l’anno) e d’argento (oltre i 3.000 euro al mese). Altrimenti ricorrendo alla fiscalità generale.
3.2. Casse previdenziali degli ordini
Deve essere risolto il conflitto previdenziale. Primo passo: rendere inammissibili, da parte delle Casse, l’erogazione di trattamenti pensionistici non coperti da una adeguata contribuzione previdenziale. Altrettanto: censura politica, da parte delle Casse, delle pensioni maturate con il combinato disposto di evasione fiscale e sistema di calcolo retributivo.
a) trasparenza gestionale delle Casse, che non si riduce alla sola pubblicazione del bilancio consuntivo, ma che richiede quanto meno la pubblicazione del bilancio di previsione;
b) soppressione dei contributi minimi obbligatori;c) correttivi solidaristici del sistema contributivo, sostenuti con l’aumento della pressione previdenziale sui redditi alti e medio-alti;d) pensione minima garantita anche a coloro che non hanno maturato un montante contributivo sufficiente.
4. Sostenibilità fiscale. Innanzi tutto, la “Coalizione 27 febbraio” propone l’innalzamento dell’asticella della “no tax area” a 10.000 euro di fatturato annuo. Questo per favorire i giovani professionisti, in generale i professionisti con redditi bassi. Altrettanto, nella prospettiva di una revisione complessiva e in senso progressivo del sistema fiscale, ritiene opportuno garantire un regime agevolato per chi fatica a superare i 30.000 euro di fatturato annuo.
5. Equo compenso. Non bastano le agevolazioni fiscali, serve una lotta senza quartiere al lavoro gratuito. Di più: serve la definizione un compenso minimo garantito, con riferimento estensivo ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali. Occorrono, inoltre, misure volte a garantire la certezza dei pagamenti e un fondo di garanzia a sostegno dei professionisti nel caso di fallimento del committente.
6. Contrasto alla penetrazione del capitale negli studi professionali. La “Coalizione 27 febbraio” contesta l’assimilazione delle professioni alle imprese e invita a contrastare i diversi orientamenti europei in merito. La “Coalizione 27 febbraio” è contraria alla previsione, per le professioni, di modelli organizzativi che consentano la partecipazione di soci non iscritti all’albo professionale e conferenti quote di capitale. L’ingresso del capitale nelle strutture organizzative dei professionisti ne altererebbe la natura e le funzioni, pregiudicandone l’autonomia e l’indipendenza, e determinerebbe inevitabili conflitti di interesse.
7. Soppressione dello sfruttamento del lavoro negli studi professionali. Lo sfruttamento del lavoro negli studi professionali è una realtà amara che riguarda sia i praticanti che i professionisti. Questi ultimi, infatti, da un lato hanno un trattamento lavorativo equivalente o spesso peggiore di quello riservato a un normale impiegato e dall’altro hanno gli stessi oneri fiscali e previdenziali del datore. Tutto questo avviene tramite l’uso o l’abuso della partita Iva. Per contrastare e risolvere questi problemi, la “Coalizione 27 febbraio” propone, per i praticanti, l’adozione del contratto di apprendistato e chiede, per i professionisti, l’eliminazione dell’incompatibilità dell’esercizio della professione con qualsiasi rapporto di lavoro subordinato, in tutti i casi in cui sia stata prevista.
8. Fondi europei. La “Coalizione 27 febbraio” propone l’accesso ai Fondi sociali europei per i professionisti in quanto professionisti.
9. Ravvedimenti operosi. La “Coalizione 27 febbraio” propone ravvedimenti operosi “morbidi” nei confronti di Equitalia: allungamento dei tempi, estensione della rateizzazione, riduzione degli interessi.

martedì 21 aprile 2015

LA SFIDA DELLE CAMERE DEL LAVORO AUTONOMO E PRECARIO

CLAP è un acronimo, sta per Camere del Lavoro Autonomo e Precario. Le Camere nascono nell’autunno del 2013, in tre spazi autogestiti della città di Roma, e si connettono in una comune associazione sindacale. Gli spazi sono: la fabbrica recuperata Officine Zero (Casal Bertone), l’atelier autogestito Esc (San Lorenzo), lo studentato autogestito Puzzle (Tufello). Un esperimento giovane, dunque, con tanta strada ancora da percorrere, molte verifiche da fare. Ma un esperimento che tenta di affrontare, senza timidezze, il problema più significativo del nostro tempo: l’insignificanza (o quasi) del sindacato che c’è nella tutela del lavoro precario, intermittente, autonomo, migrante. Prima di descrivere l’esperimento, presento lo sfondo o le scommesse all’interno delle quali l’esperimento ha preso vita (§ 1). Uno sguardo alle premesse, uno a quanto fatto fin qui (§ 2), infine la prospettiva politica (§ 3) che CLAP, tra gli altri e con altri, contribuisce ad animare. 1. Le due trasformazioni CLAP ha scommesso, fin dall’inizio, su due traiettorie: la trasformazione degli spazi autogestiti, dei centri sociali, in nuovo dispositivo sindacale; il ritorno del sindacato alla forma Camera del lavoro. Le due traiettorie convergono su un’esigenza decisiva: mettere fine alla dicotomia tra pratiche mutualistiche e contrattazione, tra conflitto (verticale) e solidarietà (orizzontale). Sono quasi tre decenni che in Italia i centri sociali e gli spazi autogestiti innervano la scena urbana di socialità alternativa, formazione, difesa dei più fragili (soprattutto i migranti), pur essendo del tutto ininfluenti nelle lotte del e sul lavoro. In questi tre decenni – gli anni della contro-rivoluzione neoliberale – il sindacato, salvo alcune nobili eccezioni (la FIOM, al pari del sindacalismo di base, è una di queste), ha dismesso il conflitto e reso possibili la precarizzazione e il conseguente impoverimento di un’intera generazione. Con l’epilogo del movimento No Global e l’esplosione della Grande Depressione, a partire dal 2008, l’impasse dei centri sociali da un lato, incapaci di rinnovarsi e di funzionare da polo attrattore delle forme di vita giovanili, l’impotenza sempre più marcata dei sindacati tutti di fronte all’accelerazione neoliberale dall’altro, hanno reso più ruvida la verità: non c’è comunità elettiva che possa sopravvivere al working poor e alla disoccupazione di massa; non c’è sindacato che possa sopravvivere – pena il prevalere della corruzione e della collaborazione subalterna con le imprese – senza rimettere in campo il conflitto e, con esso, la ricerca e l’espansione di nuove pratiche mutualistiche. Traiettorie soggettive, indubbiamente, che richiedono coraggio, impegno, tenacia. Traiettorie imposte dalla svolta d’epoca nella quale siamo immersi. La gestione bismarkiana e ordoliberale della crisi europea sta portando con sé un attacco violentissimo al salario, quello diretto e quello indiretto, le prestazione del Welfare State (formazione, sanità, previdenza). La sotto-occupazione, soprattutto nei paesi del Sud Europa, da eccezione si è fatta norma. In Italia salta lo Statuto dei lavoratori, la contrattazione collettiva nazionale, i contratti a tempo determinato senza causale vengono liberalizzati: una nuova scena, dove all’occupazione si sostituisce l’occupabilità, e dai sotto-salari si procede speditamente verso il lavoro gratuito, non pagato (vedi EXPO). Pur di lavorare, ogni lavoro va bene. Di fronte a tanta violenza, tutti gli strumenti esistenti sono spuntati, chi lavora è senza diritti, senza forza, frammentato, quasi sempre immerso in una competizione selvaggia con i più poveri (in particolare i migranti). Affermare la solidarietà, dove vige la solitudine rassegnata e rancorosa, è la prima grande battaglia. Così come costruire luoghi dove la frammentazione possa essere ricomposta, la quotidianità con i suoi drammi condivisa, il poco tempo che c’è messo in comune. Per far sì che le tante piccole vertenze, i tanti rifiuti, che pure ci sono, non siano maledettamente fragili, inoffensivi. Coniugare il conflitto sul lavoro con il mutualismo significa dunque tornare alle origini, le Camere del lavoro appunto, con armi nuove: la comunicazione informatica, la socializzazione dei saperi, la circolazione virale delle istanze e delle lotte, la connessione transnazionale degli esperimenti organizzativi. 2. Cos’è CLAP? Ritorno alle origini carico di innovazione: con tanti limiti, propri della giovinezza, questa è la sfida delle Camere del Lavoro Autonomo e Precario. Ma conviene entrare più nel dettaglio. CLAP prova a connettere tre funzioni che, nella crisi dei sindacati tradizionali, tendono sempre più alla scomposizione: servizio, organizzazione, mutualismo. In primo luogo la consulenza e l’assistenza legale, per vertenze collettive come per quelle individuali, e quella fiscale, per freelance e professionisti atipici, associazioni e cooperative. Strumenti essenziali per entrare in contatto (con), inchiestare e tutelare un mondo del lavoro frammentato, impaurito, non sindacalizzato. Di più, occasioni imprescindibili per avviare un primo, semmai lacunoso, processo di alfabetizzazione sindacale. In secondo luogo, quando la vertenza lo consente, l’avvio di una vera sperimentazione organizzativa. Va da sé, e lo impone la composizione tecnica di classe come la barbarie del contemporaneo mercato del lavoro, spesso ci si trova di fronte a vertenze che coinvolgono pochi lavoratori, spesso vertenze individuali. Il supporto organizzativo della Camere, in questo senso, si fa decisivo: nell’organizzazione di un picchetto, nell’articolazione di una campagna comunicativa, nella conquista del tavolo di trattativa istituzionale (se a esser coinvolte sono le istituzioni di prossimità). In terzo luogo il mutualismo, che significa soprattutto formazione fiscale e sul diritto del lavoro (quel poco che rimane dopo il Jobs Act), ma anche banca del tempo e mutualismo delle lotte. Solo il sostegno reciproco, infatti, può rispondere alla debolezza, drammatica, che la frammentazione porta con sé. Nelle sue attività, dunque, CLAP prova a connettere figure del lavoro diverse, spesso ostili l’un l’altra. La prima frattura è la linea del colore, indubbiamente. Con la crisi, e in particolar modo la disoccupazione di massa, la forza-lavoro migrante è una “minaccia”: ricattabile e ricattata, costa meno e impone un abbassamento generalizzato del salario e delle tutele, ecc. La seconda frattura riguarda la percezione di sé: seppur povero, con fatturati che non superano i 12-15 mila euro l’anno, un freelance tende a non confondersi con il precario di McDonald’s. Forza-lavoro qualificata la sua, sicuramente afflitta da bassi compensi e pressione fiscale alle stelle, ma di certo capace, se la fortuna lo vuole, di fare strada… Peccato che la fortuna, in Italia, è sparita da un pezzo, la mobilità sociale un ricordo del passato. Per la forza-lavoro qualificata, quando non c’è l’aiuto del paparino, ci sono due strade: l’esodo, e sono 100.000 l’anno i giovani che scappano dal Bel Paese, o la sotto-retribuzione. E il disastro del lavoro povero vale sempre più, non solo per i professionisti atipici, ma anche per quelli degli ordini, dagli avvocati ai giornalisti, dai para-farmacisti agli ingegneri. Dunque l’urgenza della coalizione, oltre i corporativismi, comincia a farsi strada. Dalla sua nascita, poco più di un anno, CLAP ha incrociato una trentina di piccole e medie vertenze, che hanno visto e vedono coinvolti: partite Iva del settore sanitario, operatori sociali, precari dei servizi e delle catene commerciali, lavoratori della logistica, lavoratori migranti. Si contano quasi 200 iscritti, età media giovane, in alcuni casi giovanissima. Dramma ricorrente: il mancato pagamento del lavoro svolto. Non sempre la vertenza è motore di politicizzazione, ma nuovi legami stanno nascendo, un piccolo tessuto di resistenze, laddove prima vigeva la solitudine, sta prendendo forma. 3. L’urgenza della Coalizione Perché dare vita a una piccola struttura sindacale piuttosto che immettere forze giovani nei sindacati già esistenti? Le risposte a questa domanda sono almeno due. La prima: il sindacato che c’è, anche quando sinceramente conflittuale, insiste su una figura specifica: il lavoro subordinato. Con il Jobs Act anche per il lavoro subordinato si mette male, malissimo, ma persistono le differenze, quanto meno sul piano della percezione di sé dei soggetti e, di conseguenza, sul piano delle pratiche organizzative. La seconda: parlare di lavoro, oggi, significa fare i conti con una pluralità irriducibile di forme di sfruttamento, di profili etici, di linguaggi e di relazioni. La stessa pluralità deve qualificare i dispositivi organizzativi e sindacali. Fa da sfondo a queste due risposte, poi, una convinzione: i sindacati confederali sono ormai irriformabili, la loro conversione neoliberale, in diversi casi, ha raggiunto un punto di non ritorno. Se valgono le due risposte, si impongono due sfide: la piena politicizzazione dello scontro economico; la Coalizione sociale. Meglio chiarire. Obiettivo principale della governamentalità neoliberale, oltre la piena affermazione del principio di concorrenza, vera e propria legge divina che occorre rendere vigente sulla Terra senza troppe storie, è la spoliticizzazione della sfera economica. Cosa significa? Significa destituire di ogni senso e marginalizzare con violenza il conflitto tra capitale e lavoro. Conta solo un interesse, quello di impresa, perché, secondo le retoriche dominanti, siamo tutte e tutti imprenditori di noi stessi, capitale umano. Anche quando fatichiamo ad arrivare a fine mese. Meglio, se a fine mese non arriviamo, la colpa è nostra, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Riconquistare il “due”, la separazione, il conflitto verticale, vuol dire ri-politicizzare il lavoro e le sue lotte. Ma la politicizzazione necessaria è anche quella capace di mettere in scacco, una volta per tutte, la divisione tra Politico e Sociale. Organizzare e difendere il lavoro non sindacalizzato deve coincidere, sempre più, con un processo di soggettivazione politica: è la nuova composizione tecnica di classe (scolarizzazione di massa, accesso alle tecnologie della comunicazione, ecc.) che, da anni, impone questo salto di qualità! La Coalizione sociale, in questo senso, è il modo di intendere il sindacato che viene. Tradizione vuole che il sindacato tutela il mondo del lavoro e, quando vuole far politica, costruisce alleanze con la “società civile”, il tessuto associativo. Al centro il sindacato, attorno tutti gli alleati, ognuno stretto nella sua identità. Con la nozione di Coalizione, invece, si chiama in causa quel pluralismo di figure e di pratiche organizzative che respinge ogni reductio ad unum. Il multiplo, per riprendere le parole del filosofo, si fa sostantivo. C’è sì il sindacato che difende il lavoro subordinato, ma poi ci sono i tanti dispositivi, piccoli o grandi, utili alla tutela del lavoro precario, delle partite Iva e del professionismo, degli studenti, del lavoro migrante. Lo Strike Meeting e lo Sciopero sociale dello scorso 14 novembre, due fatti ai quali con generosità e tra gli altri ha contribuito CLAP, sono esperimenti di Coalizione sociale. Nulla più di un debutto, ma l’atteso imprevisto al quale dedicare le energie migliori. di Francesco Raparelli tratto da Dinamopress.it

lunedì 30 marzo 2015

JOBS ACT : TUTELE ASSENTI LOTTE CRESCENTI

TUTELE ASSENTI LOTTE CRESCENTI Oggi, nella sala consigliare della Provincia di Pordenone, è in programma il consiglio generale della Cisl dal titolo "Jobs Act e contrattazione, strade per il rilancio territoriale", al quale parteciperanno la Presidente della Regione Debora Serracchiani, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, il numero due della Confindustria Stefano Dolcetta e il segretario confederale Cisl Gianluigi Petteni. Una delle tante occasioni in cui si incontrano alcuni dei responsabili dell'attacco generalizzato ai salari e ai diritti dei lavoratori che, nell'ultimo ventennio, ha preso forma attraverso dispositivi legislativi (pacchetto Treu, legge sulla rappresentanza, Jobs act, ecc.) e che hanno fatto della precarietà e dell'ideologia neoliberista il paradigma delle nuove forme dello sfruttamento. Un attacco che si è intensificato con l'affermarsi della crisi, prodotta dalle leggi dell'accumulazione capitalista, e con la complicità di una casta di burocrati sindacali complici di aver svenduto le conquiste sociali costate anni di lotte al movimento dei lavoratori. La ricetta è sempre la stessa: profitti per pochi, sacrifici per i proletari e dispotismo aziendale con la possibilità di eliminare chi si oppone al potere padronale. La strada del licenziamento e del demansionamento è la "cura" imposta dal governo Renzi. Il Consiglio dei Ministri ha approvato le nuove regole contrattuali a "tutele crescenti" del cosiddetto Jobs act che sono operative dal 1 marzo 2015. In realtà di tutele non c'è ne traccia, anzi vengono liberalizzati licenziamenti, individuali e collettivi, senza possibilità di reintegro, l'unica cosa di "crescente" sono le misere monetizzazioni legate all'anzianità di servizio. Si da facoltà alle aziende di imporre mansioni dequalificanti senza più alcun rispetto dei livelli categoriali acquisiti. Si aumenta il periodo massimo dei contratti a tempo determinato da 24 a 36 mensilità. I contratti di apprendistato non avranno più vincoli di assunzione. Si compie così anche in Italia una parte di quella ristrutturazione del diritto del lavoro che, dietro la facciata delle politiche di austerity inculcate dall'economia del debito, si inserisce nei processi di ristrutturazione dell'industria, già realizzati e in atto in UE. Nel frattempo, in regione aumentano i disoccupati (dal 2008 al 2013 sono stati persi 22.000 posti di lavoro) e le persone a rischio povertà hanno raggiunto la quota delle 100 mila unità, pari al 10 % della popolazione regionale. Anche la situazione familiare è in peggioramento. Nel 2012 il 9,2 % del fvg versava in condizioni di severa deprivazione, il 13,6 % non poteva permettersi di riscaldare l’abitazione, il 44,5 % - poco meno della metà - non era nelle condizioni di concedersi una vacanza, il 35 % di sostenere spese impreviste. Condizioni patite più di tutti dalle fasce anziane della popolazione e dalle donne, non di rado sole e con figli (dati Cisl Fvg). Intanto, gli amministratori regionali cosa fanno? Si limitano a mettere in campo magre risorse di sostegno al reddito (10 milioni); continuano ad indebolire lo stato sociale, depauperando la sanità e la scuola; lasciano l'orientamento e l'inserimento al lavoro in mano ad enti privati ed agenzie interinali. Continuano a parlare di "sostegno al reddito" ma scartano ogni ipotesi di un reddito sociale garantito, universale e incondizionato. Solo l'autorganizzazione autonoma dei lavoratori e di tutti gli sfruttati, fuori da logiche burocratiche e concertative, può rilanciare una lotta generalizzata in grado di capovolgere gli equilibri a favore di un movimento sociale che rivendichi l'emancipazione di tutti. Collettivo Riff Raff riffraff@autistici.org

sabato 21 marzo 2015

Precarietà e lavoro al tempo di Expo - Pordenone

I recentissimi decreti applicativi del Jobs Act emanati dal governo italiano si aggiungono ad altre legislazioni anti-operaie approvate all'interno dell'Unione Europea (UE). I contratti individuali a tutele crescenti, la ridefinizione del lavoro subordinato, la flessibilità svincolata dalla contrattazione, la monetizzazione dei licenziamenti e dell'espulsione dal ciclo produttivo hanno lo scopo immediato di portare all'irrilevanza il diritto di coalizione dei lavoratori ed il ruolo dell'organizzazione sindacale dentro i luoghi di lavoro. Sabato 21 marzo 2015 ore 18:00 al Prefabbrikato / Villanova / Pordenone via Pirandello, 22 (dietro centro sociale "Gloria Lanza") Dibattito pubblico: "Precarietà e lavoro al tempo di Expo" introduce: Annibale Viappiani della commissione sindacale AL/FDCA e interverranno i rappresentanti dei sindacati di base USI/AIT e USB ore 20.30 cena sociale gradita la prenotazione Organizza: PnRebel e Collettivo Riff Raff

martedì 17 marzo 2015

18 marzo azione transnazionale contro l’inaugurazione della BCE - Pordenone

18 marzo azione transnazionale contro l’inaugurazione della BCE Oggi abbiamo simbolicamente chiuso la sede della Banca d'Italia, parte integrante dal 1998 del sistema europeo delle banche centrali, per collegarci alla varietà di manifestazioni, blocchi e altre forme di azione diretta transnazionale contro l'inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale Europea (BCE), costata 1.300 milioni di euro e annunciata per mercoledì 18 marzo alla presenza di diversi capi di Stato europei e dell’oligarchia della finanza. La BCE gioca un ruolo importante dell’infame Troika, responsabile dei duri tagli ai servizi, la crescente disoccupazione, e anche il tracollo dell’assistenza sanitaria nei paesi dell’Unione Europea. Accanto alla Commissione Europea e al Consiglio Europeo, la BCE ha promosso austerità, privatizzazione e precarietà. Per noi, attivisti dei movimenti sociali, altermondialisti, migranti, disoccupati, precari e operai, membri dei sindacati e molti altri non c’è niente da celebrare nell’austerità e nell’impoverimento! Migliaia di persone arrabbiate e attivisti determinati da tutta Europa bloccheranno quindi le strade attorno alla BCE e interromperanno la celebrazione del potere e del capitale, in concomitanza con il 144esimo anniversario della Comune di Parigi. Ci prenderemo la loro festa e la trasformeremo nell’articolazione della resistenza transnazionale contro l’Europa delle politiche della crisi e le sue conseguenze catastrofiche. Collettivo Riff Raff

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)