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campagna contro la contenzione meccanica

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giovedì 12 gennaio 2017

La vita rubata- Vittorio Veneto 14 gennaio

L'associazione culturale per l'inclusione sociale FUORITEMA continua il suo ciclo di iniziative sul tema della psichiatria, o meglio della SALUTE MENTALE.

Siete invitati a partecipare SABATO 14 GENNAIO alle ore 15.30, presso la saletta-teatro della FENDERL, alla presentazione del libro autobiografico di Giuseppe Trevisan "LA VITA RUBATA - Memorie di un quasi adatto tra manicomi elettrici e servizi territoriali difettosi" edito da Futura Edizioni.

Confidiamo nella vostra numerosa presenza e cogliamo l'occasione per augurarvi, ed augurarci, un 2017 ricco di collaborazioni e progetti comuni.



















Il sociologo Dario Marini dialogherà con l'autore:
“Memorie di un quasi adatto tra manicomi elettrici e servizi territoriali difettosi”: è questo il sottotitolo che accompagna il libro La Vita Rubata del sanvitese Giuseppe Trevisan. Una storia di vita personale, e per molti tratti drammatica, che ripercorre l’evoluzione della psichiatria italiana, dai manicomi fino agli attuali servizi di aiuto e sostegno. A curare l’edizione Dario Marini e l’associazione Fuoritema. Il libro, inoltre, è costellato da piccoli cameo: dalla copertina con un ritratto dell’autore realizzato da Italo Michieli, pittore e fotografo citato più volte nel testo, a un ritratto poetico a cura del pittore e poeta Lionello Fioretti. A completare l’opera, un contributo di Giorgio Simon, direttore sanitario dell’AAS5 Friuli Occidentale, che ripercorre la storia dei servizi sanitari dal periodo precedente all’introduzione della legge 180 di Basaglia fino alla situazione attuale e che si conclude con il ricordo di un vecchio poster che girava a Trieste negli anni ’70 e che diceva “La libertà è terapeutica”: “La storia e la scienza – conclude Simon – hanno dimostrato che è vero”.

L'AUTORE:
Giuseppe Trevisan nasce a San Vito al Tagliamento il 2 marzo 1949. Compie studi irregolari, mostrando però attitudine per le materie umanistiche e in particolare per letteratura e poesia. Fin dalla giovinezza conosce il disagio psichico. Entra nel mondo del lavoro provandosi nei più svariati mestieri: ristoratore, agente di commercio, bracciante agricolo e anche “operatore psichiatrico”. Hanno contribuito alla sua formazione artistica e intellettuale i maestri Italo Michieli, pittore, fotografo, poeta (1907-1976), e Lionello (Natale) Fioretti, pittore e poeta (1945-2004). Ha già pubblicato Le lacrime di Dio (2007) e Angeli di Strada (2010). In una terra di poeti che prediligono la lingua friulana, Trevisan scrive in italiano. È alla sua prima opera in prosa.

Per maggiori informazioni:
fuoritema@libero.it

martedì 13 dicembre 2016

La società dei devianti a Marghera con Piero Cipriano
























 sabato 17 Dicembre 2016 ore 17,30
                 All’Ateneo degli Imperfetti

presentazione del libro
la società dei devianti
depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante)
Elèuthera Editrice, Milano 2016
ne discutiamo con l’autore:
Piero Cipriano, medico psichiatra

A partire dalla sua frequentazione quotidiana con la sofferenza psichica, Cipriano si misura con quella stanchezza esistenziale, sbrigativamente definita depressione, che la nostra società antropofaga prima alimenta e poi cerca di etichettare con quel furore diagnostico e categoriale che le è proprio.


Come d’abitudine la convivialità post conferenza si regge sulla condivisione del cibo e del bere: è pertanto auspicabile che tutte le persone contribuiscano a rendere ricca e appetitosa la nostra mensa


Informiamo tutti i compagni, amici, frequentatori dell’Ateneo degli Imperfetti che il sito www.ateneoimperfetti.it è aggiornato sempre con le nuove iniziative e contiene l’archivio di tutte le attività finora svolte.

 Ateneo degli Imperfetti
www.ateneoimperfetti.it   

mercoledì 23 novembre 2016

Piero Cipriano e PierPaolo Capovilla al Django di Treviso

 al Django di Treviso



 Questa settimana abbiamo in serbo grandi cose!
Si comincia venerdì sera, dalle ore 20.30 con la presentazione del libro di Piero Cipriano, La società dei devianti.
Sarà un'occasione per approfondire il tema della percezione del disagio psicologio all'interno della nostra società e per fare due chiacchiere con l'autore.
A seguire, Nadàr Solo + Hope You're Fine Blondie - SISMA at Cs Django!

































Affronteremo con l'autore Piero Cipriano cosa comporta oggi la medicalizzazione del disagio psicologico, la volontà affannosa di attribuire ad ogni stato d'animo una diagnosi definita per poi poter affibbiare la cura data per certa. Ecco allora che per un lutto, un disagio legato all'età evolutiva, un periodo di profonda tristezza si dispensano pillole, definizioni oscure, predizioni fantasiose.
Interverrano Pierpaolo Capovilla de Il Teatro degli Orrori e Dario Marini di Alternativa Libertaria!

"Ho vissuto metà del mio tempo nei luoghi dove si deposita la follia più indesiderata e tutta la possibile devianza dalla norma. E ho visto, da questo luogo privilegiato, in che modo gli uomini si trasformano, siano essi i curanti o i devianti.

Si chiude con queste crude storie che raccontano il mal di vivere della nostra epoca la trilogia della riluttanza iniziata con La fabbrica della cura mentale e proseguita con Il manicomio chimico. A partire dalla sua frequentazione quotidiana con la sofferenza psichica, Cipriano si misura con quella stanchezza esistenziale, sbrigativamente definita depressione, che la nostra società antropofaga prima alimenta e poi cerca di etichettare con quel furore diagnostico e categoriale che le è proprio. A ogni deviante la sua etichetta, medica o psichiatrica, ma anche sociologica o giudiziaria, che così diventa una sorta di tatuaggio identitario, un destino imposto da cui tutto il resto deriva: gli obblighi, i percorsi, le scuole, le cure, i farmaci, le prigioni, ciò che ognuno potrà o non potrà fare (ed essere) nella sua vita."

lunedì 14 novembre 2016

Macchina diagnostica, agenzie della salute sovranazionali e campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione

di Gioacchino Toni
Conversazione con Piero Cipriano, “psichiatra riluttante”
pillola[ght] Dopo aver raccontato il manicomio fisico con La fabbrica della cura mentale (Elèuthera, 2013), con Il manicomio chimico (Elèuthera, 2015) [su Carmilla] hai ricostruito come si è giunti all’era della psichiatria chimica in cui il manicomio è somministrato al paziente attraverso gli psicofarmaci. Nell’ultimo libro, La società dei devianti (Elèuthera, 2016) [su Carmilla], ti soffermi soprattutto sull’aspetto diagnostico indicandolo come macchina in grado di conferire identità e destino all’individuo.
Leggendo la tua ricostruzione della storia del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders fino al DSM-5, manuale diagnostico sostanziale accettato e applicato acriticamente a livello mondiale, si ha la netta impressione di avere a che fare con l’ennesimo pacchetto normativo che si impone sull’umanità dettato da agenzie internazionali (come la World Health Organization) o da lobby che finiscono, di fatto, per dettar legge a livello internazionale (come l’American Psychiatric Association). Si tratta di agenzie che impongono a livello globale una precisa visione del mondo, in questo caso inerente alla salute/malattia degli individui, in strettissimi rapporti con un altro potentato sovranazionale: la lobby dell’industria farmaceutica.
Insomma, al lungo elenco di agenzie economiche e politiche internazionali che determinano la nostra vita – International Monetary Fund, World Bank, Goldman Sachs, European Union, United Nations, European Central Bank ecc. -, possiamo aggiungere anche agenzie ed associazioni come la World Health Organization e l’American Psychiatric Association con la loro bibbia diagnostica… Cosa ne pensi?
[pc] Sì, direi che è così. Una serie di etichette, da quelle mediche a quelle psichiatriche a quelle giudiziarie a quelle sociologiche, determinano una sequenza di percorsi terapeutici, rieducativi, riabilitativi, punitivi, espulsivi, a cui è sempre più difficile sottrarsi. Una società nosografica, che per forza di cose poi diventa società terapeutica: siamo anormali, dobbiamo curarci. Come? Coi farmaci, per lo più. Eccoci dunque in questa era della farmacocrazia.
[ght] Nel tuo La società dei devianti si parla dell’urgenza di intraprendere una campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione. Tale campagna, oltre che a fare pressione sui politici affinché si arrivi all’abolizione di tale pratica, deve necessariamente raggiungere l’opinione pubblica mettendola al corrente della pratica della contenzione e di quanto sia ancora diffuso il ricorso ad essa. Informare l’opinione pubblica comporta un’estensione della responsabilità; un’opinione pubblica sensibilizzata a proposito del ricorso a tale pratica costrittiva dovrebbe sentirsi in dovere di farsi carico della questione. La difficoltà maggiore mi sembra quella di individuare le modalità con cui raggiungere la gente comune in una realtà che vede i media interessati a tutto ciò che riguarda il disagio mentale solo quando ad esso è possibile imputare qualche forma di violenza particolarmente cruenta. Non di rado nel trattare tali episodi i media danno voce a una sempre meno celata “nostalgia di manicomio”. Sicuramente scriverne è importante e da questo punto di vista la tua “Trilogia della riluttanza” può essere considerata un ottimo contributo alla denuncia ed all’informazione così come tutte le iniziative di presentazione dei libri può essere utile a sensibilizzare l’opinione pubblica. Cos’altro si può fare di concreto, a tuo avviso, per supportare la campagna contro la contenzione?
[pc] Bella domanda. Che mi fai proprio in un momento in cui questa campagna, per slegare i cristi in croce legati nei luoghi non solo della psichiatria ma dell’intera medicina, un po’ langue, boccheggia, stenta. Perché stenta? Perché lo sapevamo che era un’iniziativa difficile, lunga, piena d’insidie, e che chi, come me, si esponeva (sono uno psichiatra che è contrario alle fasce e ne chiede l’abolizione, che tuttavia continua a lavorare in un reparto dove vengono, anche se sempre di meno, ancora adoperate), rischiava molto. Perché le fasce sono economiche. Sono comode. Sono facili, semplici. Non comportano il difficile esercizio del pensiero (per dirla con Hannah Arendt). Non comportano mettersi più di tanto in discussione. Basta un po’ di rimozione, o l’abitudine, abituarsi alla pratica, anche a torturare il torturatore in fondo si abitua (leggersi Notturno cileno o Stella distante, di Bolaño, per esempio), dopo essere stato opportunamente inziato. Difficile è sbarazzarsi delle fasce e domandarsi: e ora?, come faccio a relazionarmi con quest’uomo, o questa donna, o questo adolescente, o questo vecchio, o questo cocainomane, o questo ubriaco, che si agita, che mi aggredisce? Lì è la sfida. Invece ci addestrano a fare i legatori. Leghiamo l’umanità! E dopo averla legata (e torno alla tua domanda di prima) con le etichette diagnostiche che t’incanalano per sempre in percorsi obbligati, dopo averla legata con molecole che ti gessano i pensieri, te li paralizzano, o viceversa ti esaltano innaturalmente le emozioni, dopo averla legata con contenitori e luoghi d’ogni sorta, se tutto ciò non basta, per i più indomiti recalcitranti riluttanti, ecco il legamento più primitivo, e però più sicuro: le fasce.
Le fasce, come gli altri legamenti che le precedono, sono entrate ormai nel nostro immaginario, nelle prassi, in ospedale, tra gli addetti ai lavori, medici infermieri ausiliari psicologi ma anche tra i famigliari, ne troverai pochi che si scandalizzino. Lo scandalo, al contrario, lo procuriamo noi che proponiamo l’abolizione delle fasce. Siamo noi, i medici infermieri psicologi che contestano i legamenti a essere scandalosi, e dunque pericolosi, con questa nostra iniziativa velleitaria. La follia è pericolosa, il matto è da legare, e anche solo proporre l’eliminazione di questo millenario strumento per gestire la follia è scandaloso, ed è pericoloso.
Per questo la campagna per abolire la contenzione si profila come un modo per continuare a contestare la manicomialità. Mettendo in discussione, stavolta, non solo il manicomio civile o quello giudiziario, ma proprio l’ospedale generale, l’intera medicina dunque. Per cui, cosa si può fare?, mi domandi.
87oreRicominciamo con varie iniziative, a ottobre, per esempio, un convegno a Castiglione delle Stiviere, per andare a stanare questa pratica proprio nell’OPG perfetto (anche se ora si è trasformato in una mega REMS), talmente perfetto che si legano agevolmente gli internati, anzi, vi è internata una donna che da una decina d’anni è costantemente legata, di giorno in carrozzina e di notte al letto. Coinvolgere persone che possano raccontare questa battaglia fuori dallo specifico degli addetti ai lavori. Persone della società dello spettacolo, per dirla alla Debord, per esempio Pierpaolo Capovilla, del Teatro degli Orrori, che si sta spendendo molto su questo tema, e ne canta nei suoi dischi, o Paolo Virzì, che nel suo ultimo film descrive bene cosa succede a chi entra nella morsa del circuito psichiatrico, e ci mostra Michaela Ramazzotti legata al letto. Ma servirebbero altri, come loro. Che realizzino altre opere esplicite, film come 87 ore, per esempio, dove viene mostrata la lenta agonia del maestro Mastrogiovanni legato a un letto per quattro giorni fino a morire, ecco, questo è un documento che bisognerebbe proiettare nelle scuole. Cose così, insomma.
[ght] Questa campagna contro le fasce di contenzione deve fare i conti con una società sempre più cinica e propensa a delegare la soluzione di tutto ciò che individua come “problema” a comodi “specialisti” di turno. Cogliere i devianti come problema comporta facilmente la concessione di una sorta di “delega in bianco” in favore di ogni pratica volta a toglierli dalla vita sociale. Da questo punto di vista, evitata ad arte una terminologia troppo esplicita, la segregazione in luoghi separati e il ricorso a forme di contenzione tutto sommato possono anche non essere viste con ostilità dall’attuale opinione pubblica. Una volta etichettati come devianti, saranno gli “esperti”, i “tecnici”, a farsi carico del “problema-devianti”. Farmaco o non farmaco, cinghia o non cinghia, l’importante è lavarsene le mani una volta che il problema viene rimosso dalla vita pubblica. Ripensando alla battaglia di Franco Basaglia e Franca Ongaro viene da pensare che se da un certo punto di vista la società degli anni ’60 e ’70 non era poi tanto più “aperta” mentalmente rispetto all’attuale, è anche vero che proprio in quel periodo si stavano aprendo “brecce di libertà” all’interno della cultura e della società italiana che oggi onestamente è difficile individuare. Cosa ne pensi?
[pc] Sottoscrivo ciò che dici. Ci siamo tutti rassegnati e consegnati al potere/sapere degli psichiatri, che nell’arte della manomissione delle parole, per dirla con Carofiglio, sono dei veri talenti. Hanno suddiviso il grande contenitore della follia in più di trecento partizioni, come a dire che oggi nessuno più è folle, ma nessuno più può dirsi del tutto normale, tutti noi abbiamo almeno due tre diagnosi possibili, ormai. Diagnosi che accettiamo passivamente, supinamente. Anzi, siamo a tal punto acritici che talvolta ci presentiamo e ci raccontiamo con quella diagnosi, io sono un borderline, io sono un bipolare, poco ci manca che le mettiamo perfino nel nostro biglietto da visita: Mario Rossi, depresso. Le diagnosi psichiatriche ristrutturano la nostra identità, un po’ come accade per i segni zodiacali, con la differenza che i segni zodiacali lasciano il beneficio del dubbio (non è roba scientifica, per quanto suggestiva), le diagnosi psichiatriche invece non lasciano dubbi, perché sono opera di scienziati della mente (è scienza, insomma).
contenzioneMa pure rispetto ai loro luoghi, gli psichiatri hanno messo in gioco il meglio della loro semantica: i manicomi non esistono? Perfetto. Vuol dire che la manicomialità la distribuiremo in altri contenitori più piccoli, meno appariscenti, che chiameremo soprattutto con acronimi: SPDC, CSM, CT, OPG, REMS, eccetera. I ricoveri ad infinitum non sono più possibili? Non c’è problema. Esiste un gioco dell’oca della cronicità per cui realizzo l’internamento circolare: dieci giorni in SPDC, un mese in Casa di Cura che ora si chiama STIPT, sei mesi in CT. Compi un reato ma sei deviante? Un anno in REMS, e poi ricominci il giro, magari ripassando dal SPDC.
[ght] Nel tuo La società dei devianti ragioni sui comportamenti che possono adottare gli operatori psichiatrici nella pratica quotidiana al fine di evitare trattamenti disumani nei confronti dei devianti. Inviti, ad esempio, a praticare un colloquio continuo con i pazienti, a portarli fuori dai luoghi di ricovero, a revocare i TSO, a sciogliere i legati ed a ridurre i farmaci. Attraverso tali comportamenti, sostieni, sarebbe più facile convincere i giovani operatori del settore, i pazienti e i loro famigliari che esistono altri modi per affrontare i disturbi mentali. Naturalmente gli operatori, così come le famiglie dei pazienti, si trovano a vivere in un mondo in cui l’aspetto produttivo, con i suoi ritmi sempre più infernali e dilatati nel tempo e nello spazio, sottrae buona parte del tempo e delle energie che possono essere dedicate a chi è in difficoltà. La stanchezza psicofisica degli operatori e dei familiari di certo si riversa negativamente su chi è in difficoltà. Non credi che nel mondo degli operatori psichiatrici una campagna finalizzata a un trattamento “più umano” dei pazienti debba intrecciarsi a rivendicazioni di tipo sindacale volte a rendere il lavoro meno sfiancante? Mi riferisco al numero di operatori impiegati in rapporto ai pazienti, ai turni di lavoro ecc.
[pc] Assolutamente sì. Lavoro in un reparto dove ci sono minimo dodici persone ricoverate. Tre infermieri non bastano, non possono bastare. Però il numero fa la differenza, ovviamente. Se già con tre-infermieri-che-non-vogliono-legare è possibile non legare le persone, per mia esperienza, figuriamoci con sei (se quei sei vogliono non legare). E’ ovvio che se invece ti trovi con infermieri-che-vogliono-legare, anche con dodici (potendoti dunque permettere un rapporto uno a uno) leghi le persone, non si sfugge. Discorso a parte per i medici. I medici sono coloro che, in fin dei conti, decidono se legare o non legare. I medici, per mia esperienza, più sono e meno decidono. O meglio, più sono e meno sono coraggiosi, e più si nascondono dietro le fasce. E più legano. Ma perché legano? Non lo so. A me pare che la maggior parte dei medici abbiano più dimestichezza con i libri, con le diagnosi, con i farmaci, con le molecole, che con le persone in carne e ossa. Sarà per la lunga formazione a cui sono stati sottoposti, formazione medica che invece di avvicinarli alle persone li allontana, che in qualche modo li disumanizza, apprendistato che gli fa perdere di vista la persona, che li addestra quasi esclusivamente allo studio del caso (clinico), caso (clinico) che diventa cosa. Oggetto. E qui torna attuale Franca Ongaro Basaglia quando ci ricorda che la medicina si forma sul corpo morto, e il medico impara a conoscere l’uomo vivo (malato) studiando il cadavere nelle aule di anatomia patologica, e memore di questo debito tende, il medico, sempre, a ricondurre l’uomo vivo (malato), a corpo morto, disteso sul letto d’ospedale, allettato, clinico, esanime, o coi farmaci o con le fasce.

sabato 10 settembre 2016

Aprite quella porta Una passeggiata per promuovere l'accessibilità ai cittadini ai centri di salute mentale

VITTORIO VENETO - Una passeggiata e uno speaker's corner:  nuova iniziativa il 10 settembre a Vittorio Veneto promossa da Amici di Basaglia in collaborazione con A.P.S. Fuoritema, e Alternativa Libertaria NordEst a sostegno della campagna nazionale "E tu slegalo subito" per l'abolizione della contenzione nei luoghi di cura.

"Sentieri urbani" è una breve passeggiata per la salute psicofisica che partirà da Villa delle rose, dove il ritrovo sarà alle ore 10.00, e arriverà al parco Fenderl.  Lì  ci saranno interventi liberi per riflettere sulla salute mentale e sulla lotta allo stigma che fa di una persona affetta da disagio psichico un ammalato a vita e un pericolo per la società.
Obiettivo dell'iniziatva è promuovere la trasparenza e l'attraversabilità dei luoghi di cura permettendo l'accesso ai cittadini e alle associazioni.

giovedì 28 gennaio 2016

...e tu slegalo subito iniziativa 29 gennaio a San Vito al Tagliamento (PN)

 
 
è in partenza la Campagna nazionale per l'abolizione della contenzione
nei luoghi di cura

prima iniziativa in Italia organizzata a San Vito al Tagliamento , 29 gennaio, ore 18.00 con Giovanna del Giudice del comitato promotore.

venerdì 22 gennaio 2016

…E TU SLEGALO SUBITO - comunicato di adesione all'appello

…E TU SLEGALO SUBITO
Campagna nazionale per l’abolizione della contenzione
Comunicato di adesione all'appello
Quando le scelte produttive neoliberiste ostacolano la salvaguardia della salute, la Medicina svolge per conto del potere, una funzione di riparazione e controllo di “coloro che  funzionano male”, contribuendo a creare un mercato in cui le persone con i loro bisogni diventano oggetti, numeri, clienti, e  le prestazioni, merci senza che siano rimosse le cause primarie di malattia,  assumendo  quindi il compito di medicalizzare.
In psichiatria questo concetto è portato all’estremo grazie al lavoro in tandem con il sistema giudiziario, che si serve di  definizioni quali “pericolosità sociale” e “infermità mentale”. In questo modo le persone possono essere completamente oggettivate e costrette a subire interventi di contenzione chimica, meccanica e istituzionale.
La persona non è infatti considerata nei suoi bisogni, ma “curata” per i suoi sintomi. La riparazione avviene con l’uso incongruo degli psicofarmaci che, lungi dall’intervenire sulle cause del disagio mentale, favoriscono la cronicizzazione del disturbo e rendono invalidi coloro che li assumono a vita.  Si completa l’opera con il ricorso, per nulla eccezionale, al Trattamento Sanitario Obbligatorio, per l’internamento in Servizi Psichiatrici Diagnosi e Cura, dove nella maggior parte dei casi alla contenzione chimica si aggiunge quella meccanica che può causare anche la morte come purtroppo già  dimostrato con  i casi  di F. Mastrogiovanni e M. Malzone al sud, G. Casu a Cagliari, A. Soldi a Torino, solo per citare i più noti.
Il dato preoccupante è la quasi totale indifferenza mostrata da operatori sanitari, familiari, società civile riguardo queste pratiche, visto e considerato che l’impianto della psichiatria istituzionale, nell’attuale contesto socio-economico, diventa la cartina al tornasole del rapporto tra le classi e punto nodale del sistema di controllo sull’individuo.   
 Aderiamo alla campagna nazionale per l’abolizione della contenzione perché non accettiamo lo status quo come un dato naturale e irreversibile, ma invece come un risultato socialmente e storicamente determinato, su cui abbiamo il dovere di intervenire.
 Alternativa Libertaria/FdCA
15 gennaio 2016

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)