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sabato 15 luglio 2017

Economie collettive e solidali, autogestione e mutualismo























Assistiamo ad una risposta sociale del tutto inadeguata alla ampiezza e alla ingiustizia del disagio sociale in atto
La progressiva scomparsa a livello planetario di un orizzonte comune alternativo al sistema capitalistico rende più frazionata e complessa la lotta per la costruzione di una società di libere, liberi ed uguali. Ciò anche grazie alla trasformazione antropologica in atto (connessa alla globalizzazione e alle nuove tecnologie digitali che mettono in un contatto sempre più immediato realtà umane ed ambientali molto diversificate) che rende ancora più complicate sia la condivisione di azioni e percorsi condivisi che la semplice comunicazione, ormai sostanzialmente privata di codici di riferimento comuni, fatta eccezione del “pensiero unico” capitalistico che trasforma -inesorabilmente- tutto quello che tocca, in “merce” acquistabile con il denaro.
Sempre più assistiamo ad un sostanziale allontanamento della prassi delle istituzioni e di molte organizzazioni partitiche    “ufficiali” dalla difesa dei diritti e dal dare risposta ai bisogni umani primari (diritto al reddito e alle tutele: malattia, maternità, previdenza; equa redistribuzione del reddito; formazione…); organizzazioni ormai sostanzialmente asservite -complessivamente- al mantenimento del regime capitalistico.
In queste condizioni, singole persone, anche interessate e disponibili a partecipare a processi di trasformazione socioeconomica equi e di interesse generale, non trovano ad oggi molte sedi -affidabili- in cui essere ascoltate e prese in considerazione. Si diffonde così la perdita della speranza nella capacità di costruire orizzonti comuni di emancipazione e prevale la cultura dell’individualismo possessivo, che fomenta la divisione e la guerra tra poveri, aumentando paura, insicurezza e “manovrabilità”.
Il nostro contesto
Da tempo partecipiamo, seguiamo, parliamo di forme di economie collettive e solidali. In effetti queste realtà, nel loro procedere, ci offrono diversi spunti interessanti di riflessione, per come cercano di costruire possibile risposte al disagio sociale. esperienze produttive e di vita in cui protagonisti sociali, persone o organismi collettivi si confrontano, in modo partecipativo ed orizzontale, nei loro ambiti naturali (culturali, produttivi, vertenziali, territoriali) innescando processi propositivi di percorsi di cooperazione e di condivisione produttiva, distributiva e di servizio:
persone che vogliono costituire insieme realtà economiche sostenibili, sia dal punto di vista ecologico che sociale, con una ottica di radicale alternativa al capitalismo, dando vita, forza e riconoscimento a nuclei di resistenza attiva connessi in rete, capaci di dare alcune risposte ai bisogni primari, individuali e sociali; persone intenzionate a collaborare collettivamente alla conquista di una autodeterminazione territoriale che permetta a chiunque di vivere una esistenza sempre più autonoma dai dictact delle multinazionali e delle banche, e capace -nel tempo- di dare vita ad una “autodeterminazione sociale di esistenza” sempre più generalizzata,
che fondano
realtà produttive
che vivono le dinamiche che le sostanziano, autogestione, mutualismo, ecosostenibilità, il sottrarsi allo sfruttamento e al lavoro gerarchico
e che insieme a
soggetti collettivi,
disposti alla relazione circolare e alla co-progettazione verso obiettivi comuni, che partono dai bisogni primari, lavorano con successo alla trasformazione della società, alla difesa dei beni comuni, alla riconquista di forme di lavoro qualificanti, in un quadro autogestionario oltre che solidale
cercano di pensare e costruire
realtà sociali territoriali (ecoreti) che facciano partire sul territorio meccanismi progettuali e decisionali
di mutuo sostegno e di trasformazione, realtà che vivono le contraddizioni vecchie e nuove di un potere popolare che acquista coscienza di sé sulla base delle piccole rivendicazioni quotidiane finalizzate ad emanciparci dal giogo dello sfruttamento del profitto capitalistico nelle sue varie forme;
In particolare colpiscono alcuni aspetti che merita citare espressamente.
Il lavoro
In primo luogo l’idea del
lavoro che in queste realtà che sperimentano forme di economia solidale, riacquista la sua dignità, cercando di sfuggire almeno in parte all’ alienazione sia da un punto di vista economico, sottraendosi allo sfruttamento e all’estrazione di plusvalore da lavoro dipendente, sia con il recupero del lavoro come momento creativo e non eterodiretto. Così l’oggetto del prodotto del lavoro stesso tende ad allontanarsi dal concetto di “merce” acquistabile al minor prezzo possibile, ricollegandosi alla vita della persona -in carne ed ossa- che mette a disposizione tempo, attività e saperi, per rispondere al bisogno di un’altra persona; spostando quindi l’attenzione in direzione del rispetto dei diritti e dei doveri delle persone coinvolte nello scambio di beni e/o servizi; ma con l’intenzione di determinare insieme il valore dello scambio: delle cose, delle ore e del lavoro impiegato per produrle; a prezzi equi per la produzione ma anche accessibili a chi si rende disponibile a mettersi in gioco in una “relazione circolare”, impegnandosi ad un loro uso o acquisto prefissato. In questa dinamica cresce la spinta a un superamento della dimensione lavorativa individuale o familiare verso forme di condivisione di risorse e, in prospettiva, di proprietà e gestione collettiva.
L’intenzione di migliorare la propria qualità della vita
Questo nuovo tipo di unità produttive -interessate ad organizzarsi per rispondere al meglio ai propri bisogni vitali quotidiani- costituite da persone che si relazionano tra di loro per migliorare la propria qualità della vita, favorisce relazioni di scambio centrate sulla persona nella sua globalità e non come “strumento” -più o meno occasionale- da usare per raggiungere il proprio esclusivo interesse; cioè con modalità sempre più vicine alle esigenze di autodeterminazione esistenziale, propria ed altrui; “irriducibili” quindi al capitalismo, forma esclusiva -e cieca- di accumulazione del profitto fine a se stesso;
Lo sviluppo della coscienza politica
La relazione circolare tipica dell’eco-rete, centrata sul soddisfacimento dei bisogni sociali primari, individuali e collettivi e sull’integrazione tra lavoro e vita attraverso una pratica organizzativa continuativa in comunità tendenzialmente solidali e di mutuo soccorso, può diventare fattore di sviluppo di una presa di coscienza politica, nel momento in cui sia possibile verificare concretamente l’efficacia di alleanze ampie funzionali al raggiungimento di obiettivi specifici. Cioè quando si possono sperimentare -concretamente- situazioni in cui le proprie esigenze vitali possono essere soddisfatte meglio se si riescono a costruire alleanze di scopo o patti territoriali per la trasformazione sociale e ambientale dei territori.
Si viene allora ad acquisire una maggiore consapevolezza delle difficoltà reali connesse alla realizzazione di un progetto, facilitando la riconquista della fiducia nella relazione e in una progettualità assembleare e orizzontale, autogestita e solidale. Queste sperimentazioni possono assumere un ruolo prefigurativo dove far crescere forme di solidarietà sociale e di diversi rapporti di produzione e di orientamento e gestione del territorio su basi federaliste e libertarie, per riguadagnare nell’orizzonte del possibile una società più giusta e solidale.

lunedì 14 dicembre 2015

Storia: Francia 1900 (da AL)

traduzione di articolo apparso sul periodico dell'omonima organizzazione Alternative Libertaire a cura di Massimo Cardellini

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Settembre 1900: La fusione tra l'anarchismo e la sinistra socialista

Il 19 settembre 1900, in nome delle leggi anti-anarchiche del 1894, il governo francese proibisce il congresso internazionale antiparlamentare convocato a Parigi. Senza saperlo, ha portato il colpo di grazie a una strategia di riavvicinamento tra l'anarchismo e la sinistra socialista europea, iniziato sette anni prima. Un preludio sconosciuto all'emergere del sindacalismo rivoluzionario.

Nel settembre 1900, Parigi è al contempo la capitale del mondo borghese e del movimento operaio internazionale. L'Esposizione universale attirerà 50 milioni di visitatori e, approfittando dell'avvenimento, la CGT e la Federazione delle borse di lavoro (Fédération des bourses du travail) hanno annunciato che avrebbero organizzato ognuna il loro congresso nazionale e un congresso internazionale in questa data a Parigi. La II Internazionale ha scelto anch'essa il 1900 per tenere un congresso a Parigi e il quadro è completo con gli anarchici che, per la volta dal 1889, vi organizzeranno dei convegni internazionali. Di quest'ultimi, la Storia ricorda soprattutto che erano stati proibiti dal governo francese, e che i delegati venuti a decine erano stati dispersi.

Di fatto, si deve sapere che questi convegni dovevano essere il culmine di una strategia di convergenza tra l'anarchismo e la sinistra del socialismo iniziata sette anni prima, e che dovevano far nascere un'internazionale socialista anti-autoritaria opposta alla II Internazionale. L'episodio non doveva tuttavia restare senza futuro. In Francia, rappresentò il preludio dell'emergere del sindacalismo rivoluzionario.



Zurigo 1893: ribellione nel socialismo



L'idea di una ricomposizione possibile tra l'anarchismo e la sinistra socialista trova il suo punto di partenza nell'avvicinamento osservato al congresso socialista internazionale di Zurigo, nell'agosto del 1893. All'epoca, la II Internazionale è ancora relativamente eterogenea, e non ancora del tutto allineata sulla potente socialdemocrazia tedesca. Nelle delegazioni, ritroviamo tutta la gamma del socialismo, dal più moderato al più radicale, incarnato dagli anarchici. Ora, durante questo congresso, la delegazione tedesca ha fatto scandalo espellendo dalla sala gli “indipendenti” di Gustav Landauer, una frazione tedesca dissidente che rifiuta il parlamentarismo e il riformismo. Indignati da quest'atto di intolleranza, circa 50 delegati su 500 solidarizzarono con gli esclusi abbandonando la sala. Tra di loro, il francese Jean Allemane. Questo vecchio comunardo è il porta parola di quel che era allora la principale organizzazione socialista francese, il Partito operaio socialista rivoluzionario (POSR), che presenta forti tendenze antiparlamentari, anche se partecipa alle elezioni a scopo propagandistico. Gli allemanisti, che aborriscono l'integrazione nelle istituzioni repubblicane, cercano cercano di collocare la lotta anticapitaliste tra le mani degli stessi lavoratori e lavoratrici. Essi fanno dunque del sindacalismo uno strumento primario e promuovono lo sciopero generale. In questo si oppongono agli epigoni francesi della socialdemocrazia tedesca: i “guesdisti”, militanti, militanti del Partito operaio francese (POF) di Jules Guesde. Questa questione dello sciopero generale non è aneddotica: negli anni 90 del XIX secolo, è il pomo della discordia del socialismo, almeno in Francia. Condiziona due visioni concorrenti: una in cui l'emancipazione dei lavoratori è affidata allo Stato e ai politici; l'altra in cui essa è affidata all'intervento diretto dei lavoratori stessi [1].

A partire dall'11 agosto, i dissidenti del congresso di Zurigo tengono delle sedute separate nella sala del Plattengarten. Vi si ritrovano riuniti degli anarchici inglesi, italiani o francesi (Fernand Pelloutier), la maggioranza dei socialisti olandesi (insieme a Domela Nieuwenhuis e Christian Cornélissen), ma anche dei socialisti francesi di tendenza antiparlamentare, come Jean Allemane. È al Plattengarten che Domela Nieuwenhuis formula per la prima volta che “la fusione di tutti gli elementi rivoluzionari è possibile” [2].



L'idea di una fusione con gli anarchici



Questa assemblea al Plattengarten, che sarà a volte considerata come “il primo congresso anarchico internazionale” [3], stimolerà l'immaginazione di alcuni militanti tra i quali Bernard Lazare. Alcuni giorni dopo Zurigo, questo militante francese lancia un appello su La Revue anarchiste [4], per la costituzione di un “grande partito rivoluzionario internazionale antiparlamentare e anti-stato” in cui si unirebbero da una parte i socialisti antiparlamentari tedeschi, olandesi, francesi e inglesi che si sono evidenziati a Zurigo, e dall'altra parte gli anarchici francesi, spagnoli, americani, italiani e ebrei d'Inghilterra. L'idea seduce gli Indipendenti tedeschi e gli Olandesi. Lazare inizia a redigere anche, insieme all'anarchico italiano Malatesta, un appello alla costituzione di questo “Grande partito internazionale” [5], ma il progetto non viene realizzato a causa dell'ondata repressiva dovuta alla “ravacholite”, che obbliga i militanti a rifugiarsi all'estero [6].

In Francia, questa convergenza tra allemanisti e anarchici malgrado tutto compirà dei progressi, spostandosi dal terreno politico al terreno sindacale.

A Nantes, nel settembre del 1894, deve infatti svolgersi un congresso unitario che riunisce le corse di lavoro e le federazioni di sindacati. Alla Federazione delle borse, Fernand Pelloutier pensa di poter utilizzare l'antiguesdismo in aumento negli ambienti sindacali per eliminare i politici, l'obiettivo sarebbe stato fuori di portata – ma del sindacalismo. Il congresso di Nantes si conclude infatti con la loro completa sconfitta: l'obiettivo dello sciopero generale è proclamato e i guesdisti, delusi, abbandonano la sala in massa. Presto, il congresso programma, per l'anno successivo, la fondazione di una nuova formazione operaia. Indipendente da ogni partito politico: sarà la Confédération générale du travail (Confederazione generale del Lavoro), (CGT).

Alcuni mesi dopo, Fernand Pelloutier svela la sua visione strategica sul settimanale anarchico Les Temps nouveaux. Per lui, il socialismo è alla vigilia di una ricomposizione generale che porrà in evidenza due campi: da una parte il socialismo anti-autoritario (anarchici, allemanisti, sindacalisti), dall'altra, il socialismo autoritario (guesdisti, riformisti, blanquisti, “indipendentisti” tipo Jaurès, Millerand, Viviani…) [7]. Nell'attesa, è possibile spingere il vantaggio ottenuto al congresso di Nantes, e portare a scala internazionale i divorzio tra socialismo parlamentare e sindacalismo.


Londra 1896: la socialdemocrazia travolta


Questa nuova battaglia sarà scatenata al congresso socialista internazionale di Londra, nell'agosto del 1896. La lezione di Zurigo è stata assimilata: questa volta gli anarchici, allemanisti e loro corrispondenti internazionali metteranno in piedi una vera operazione politica.

Nei mesi che precedono il congresso di Londra, Una vera “corsa ai mandati” si scatena tra una parte gli anarchici e allemanisti e dall'altra i guesdisti e blanquisti. Per ogni campo, si tratta di radunarne il più possibile per avere la maggioranza all'interno della delegazione francese a Londra. Ma poiché gli anarchici sono proscritti dalla II Internazionale da Zurigo, la ventina di militanti libertari che andranno a Londra saranno coperti da dei mandati di sindacati sostenenti lo sciopero generale e anche delle sezioni del POSR.

Questo serie di espedienti con i mandati può sembrare meschina. Ma è irrisoria in confronto alle manovre dei guesdisti e dei socialdemocratici tedeschi e inglesi.

Perché una volta a Londra, il fatto che la delegazione francese sia – per due mandati! - composta in maggioranza da allemanisti e da anarchici provocherà un vero psicodramma che paralizzerà quasi il congresso... Per espellere gli anarchici, i socialdemocratici saranno costretti ad espellere, dallo stesso movimento, i sindacati, dando piena soddisfazione a Fernand Pelloutier e ai suoi amici. Esasperati da questo settarismo, una parte dei delegati socialisti andranno a collocarsi a fianco dei libertari in assemblee e conferenze antiparlamentari tenute parallelamente al congresso. L'Internazionale socialista si divide, il polo anti-autoritario si profila. Gli anarchici hanno dunque tratto quanto di meglio potevano da una situazione minoritaria: hanno paralizzato la socialdemocrazia impantanata nel suo settarismo; hanno accentuato la separazione tra socialismo parlamentare e sindacalismo; hanno fatto fronte comune con la sinistra del socialismo europeo.


Esaurimento di una strategia


La seguente tappa sarà decisiva. Dopo Zurigo, Nantes e Londra, che sono stati dei congressi di delimitazione, si tratta a presente di fondare una internazionale antiparlamentare che raccolga anarchici e socialisti di sinistra. Durante l'autunno del 1898, l'Olandese Domela Nieuwenhuis, Émile Pouget e Fernand Pelloutier firmano congiuntamente un appello per svolgere un congresso nel settembre del 1900 [8]. E sin da marzo 1899, Émile Pouget, in Le Journal du peuple – un quotidiano dreyfusardo libertario – fa la promozione pubblica di questo congresso che deve scalzare la pretesa dei “socialisti parlamentari di atteggiarsi, come portaparola del movimento socialista mondiale” [9].

Tuttavia, nell'intervallo di quattro anni che separa Londra da Parigi, la strategia del riavvicinamento tra anarchici e socialisti antiparlamentari, che era stata così fruttuosa tra 1893 e 1896, si esaurirà. Infine, il divieto del congresso del 1900 non farà che portargli il colpo di grazia. Quali ne sono le ragioni?

Delle ragioni ideologiche dottrinali innanzitutto: le correnti comuniste anarchiche e socialiste rivoluzionarie non sono riuscite ad accordarsi sul piano teorico, malgrado i tentativi di elaborazione di un progetto comune con Bernard Lazare, Malaesta, Merlino et Cornélissen [10]. Anarchici e socialisti antiparlamentari non giungono dunque ad operare una sintesi programmatica al di là del loro rifiuto della socialdemocrazia. Prima difficoltà.

Seconda difficoltà: il piccolo gruppo di militanti uniti che ha orchestrato questa strategia dal 1893 di disgrega: Merlino si allinea all'elettoralismo, seguito presto da Bernard Lazare; Hamon è attaccato da Jean Grave per il suo antisemitismo; Fernand Pelloutier è sempre più malato e non può assecondare efficacemente Pouget nell'organizzazione del congresso.

La terza difficoltà – e la principale – risiede nel riassorbimento delle correnti socialiste antiparlamentari europee. Nei Paesi Bassi e in Germania, esse si disgregano e lasciano che delle frazioni passate nettamente all'anarchismo. In Gran Bretagna, è l'evoluzione rivoluzionaria e antiparlamentare di una parte del socialismo e delle trade-union che non ha avuto luogo. In Francia, il POSR ha iniziato, all'indomani del congresso di Londra, un vero declino, dilaniato tra una strategia dello sciopero generale che ha portato gli allemanisti a svolgere un ruolo motore nel sindacalismo, e una pratica elettorale che non gli ha occasionato che delle delusioni. Balcanizzato, il POSR ha tenuto, nel settembre del 1897, il suo ultimo congresso. Nel 1900, Allemane, sentendosi obbligato a salvare ciò che resta del suo partito, si volge piuttosto verso l'unità socialista che verso l'anarchismo. Il POSR sostiene per la forma il congresso internazionale antiparlamentare, ma non vi partecipa che da lontano.


Parigi 1900: fallimento e posterità


Malgrado tutto, il congresso antiparlamentare beneficia di un'innegabile infatuazione: 58 contributi (212 pagine) vengono redatte da 10 paesi. Sin dai primi mesi di preparazione, Christian Cornelissen consegna un testo che propone di formare “un'intesa durevole tra i gruppi anarchici e comunisti rivoluzionari”. La vigilia dell'apertura, si contano a Parigi dei delegati di 12 nazionalità, una cosa mai vista nel movimento libertario internazionale. Ma, all'ultimo momento, lo Stato francese proibisce il congresso. Gli organizzatori tentano in extremis di trovare delle sale aperte, ma tutte sono bloccate dalla polizia. Soltanto un piccolo gruppo di delegati riescono a riunirsi per discutere della creazione di una “intesa internazionale” [11]... che resterà lettera morta. E ognuno deve rientrare a casa sua, a mani vuote.

Nel settembre 1900, è dunque finita con il tentativo di creare un'internazionale anti-autoritaria alternativa alla II Internazionale. Il vento è cambiato. Si deve far evolvere la strategia, spostare il soggetto. Tanto peggio per il polo socialista anti-autoritario. Tanto peggio per il POSR moribondo, quel che fa il valore degli allemanisti – la loro fede nell'azione operaia e sindacale, il loro sciopero generale – sopravviverà loro nella CGT. Gli anarchici prenderanno la loro rilevanza come forza motrice del sindacalismo. Quest'episodio di riavvicinamento non sarà dunque stato improduttivo per il movimento operaio.

Il “grande partito” antiparlamentare internazionale non vedrà la luce. Ma in Francia, i militanti anarchici tenteranno di fare assumere questo ruolo alla CGT. Il sindacalismo rivoluzionario – o per riprendere un'espressione di Hubert Lagardelle, il “socialismo operaio” - diventerà allora l'alternativa al socialismo di Stato.


Guilum Davrnch (AL 93)


NOTE


[1] A questo proposito, leggere Miguel Chueca, Déposséder les possédants. La grève générale aux “temps héroïques” du syndicalisme révolutionnaire (1895-1906), Agone, 2008.

[2] Le Temps, 12 août 1893.

[3] Arianne Miéville, Maurizio Antonioli, Anarchisme & Syndicalisme. Le congrès international d’Amsterdam (1907), Nautilus / Le Monde libertaire, 1997.

[4] Bernard Lazare, “L’entente possible et l’entente impossible”, La Revue anarchiste n° 1, 15-31 agosto 1893.

[5] Una tale esperienza aveva avuto luogo due anni prima in Italia quando, durante il congresso di Capolago, Malatesta, Merlino e Molinari avevano cofondato un Partito socialista anarchico rivoluzionario (PSAR), che riuniva anarchici e socialisti rivoluzionari antiparlamentari. Lo PSAR era stato smantellato dalla repressione in capo a sei mesi.

[6] Philippe Oriol, Bernard Lazare, Stock, 2003.

[7] Fernand Pelloutier, “La situation actuelle du socialisme”, Les Temps nouveaux, 6 luglio 1895.

[8] Le Père Peinard, 16-30 aprile 1899.

[9] Émile Pouget, “Les congrès de 1900”, Le Journal du peuple, 8 mars 1899.

[10] Anthony Lorry, “Une lettre inédite de Fernand Pelloutier à propos du Congrès de Londres (1896)”, Les Temps maudits n° 11, ottobre 2001.

[11] Circolare del comitato d'organizzazione del “Congresso operaio rivoluzionario internazionale”, (Musée social, Paris 7e).

IX Congresso Nazionale della FdCA

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