Fonte: Campagna ICAN - Rete Disarmo - 28 ottobre 2016
All'Onu 123 Paesi per un Trattato di messa al bando delle armi nucleari, l'Italia vota no. La votazione del 27 ottobre 2016 al Primo Comitato sul Disarmo dell'Assemblea ONU di New York fa partire il percorso verso un Trattato di messa al bando degli ordigni nucleari per il 2017
Le Nazioni Unite hanno adottato a larga maggioranza una Risoluzione politica che chiede di avviare nel 2017 i negoziati per un Trattato internazionale volto a vietare le armi nucleari.
Questa decisione storica pone fine a due decenni di paralisi negli sforzi multilaterali per il disarmo nucleare.
Nel corso di una riunione del Primo Comitato dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale, 123 nazioni hanno votato a favore della Risoluzione, mentre 38 (compresa l’Italia) hanno votato contro e ci sono stati 16 Paesi astenuti.
Grazie a questa Risoluzione (denominata L.41) viene fissata un Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire dal marzo del prossimo anno: una riunione aperta a tutti gli Stati membri con il fine di negoziare uno "strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale". I negoziati a riguardo continueranno poi nel mese di giugno e luglio.
La Campagna Internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN), coalizione mondiale della società civile attiva in 100 Paesi di cui anche Rete Italiana per il Disarmo è parte, ha salutato l'approvazione della Risoluzione come un importante passo positivo in avanti, che segna un cambiamento fondamentale nel modo in cui il mondo sta cercando di affrontare la minaccia degli ordigni nucleari.
"Per sette decenni l'ONU ha messo in guardia contro i pericoli dell’arma nucleare e tantissime persone ed organizzazioni nel mondo hanno portato avanti campagne per la loro abolizione. Oggi la maggior parte degli Stati ha deliberato di bandire queste armi" ha commentato Beatrice Fihn, Direttore esecutivo di ICAN.
Nonostante un continuo braccio di ferro a riguardo di questo percorso condotto dagli Stati dotati di armi nucleari la Risoluzione è stata adottata con una vasta maggioranza. Un totale di 57 nazioni sono stati co-sponsor (cioè primi firmatari) del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa ad essersi assunti il compito di redigere concretamente la Risoluzione.
Il voto delle Nazioni Unite è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento Europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli (con 124 contro e 74 astensioni) ad un invito verso tutti gli Stati membri dell'Unione europea a "partecipare in modo costruttivo" ai negoziati del prossimo anno. Un invito non raccolto dall’Italia che si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando, come nei passi precedenti di questo percorso, a sostenere la posizione degli Stati Uniti e di tutte le altre potenze nucleari. Ricordiamo che l’Italia è posta sotto “l’ombrello nucleare” della NATO e, a seguito degli accordi di cosiddetto “Nuclear Sharing”, ospita sul proprio territorio ordigni di tale natura.
“Siamo davvero molto contenti del risultato dei due voti, quello all’ONU ma anche quello al Parlamento Europeo” afferma Lisa Clark dei Beati i Costruttori di Pace organismo membro di Rete Disarmo “Davvero grande e prezioso è stato il lavoro di mobilitazione della Campagna ICAN, che ha avuto lo straordinario merito di aver rilanciato il disarmo nucleare a livello di movimento popolare e non solo più come tema di discussione tra pochi addetti ai lavori”.
“Si è riusciti finalmente a formare un fronte unito tra gli Stati che da sempre di impegnano per il disarmo e tutti quelli che finora hanno rispettato il loro impegno di non dotarsi di armi nucleari (impegno presente nel TNP) a condizione che le potenze nucleari smantellassero i propri arsenali” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo “Un risultato ottenuto poiché molti Paesi si sono stancati di non veder realizzata la parte dell'accordo in capo agli Stati nucleari”.
“E' chiaro però che un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari che non veda tra i propri membri le potenze nucleari non sarà sufficiente per realizzare davvero un disarmo pieno” commenta ulteriormente Lisa Clark “Quindi dobbiamo prepararci un nuovo e lungo duplice lavoro. Da un lato portare avanti, a partire dall'anno prossimo, i lavori per il Trattato di messa al bando; dall'altro trasformare questo lavoro in un enorme movimento che entri dentro i meccanismi governativi delle potenze nucleari, facendo loro capire che quelle armi nei loro arsenali non sono il simbolo della loro potenza, ma solo la medaglia della vergogna che contraddistingue gli stati canaglia”.
Le armi nucleari rimangono le uniche armi di distruzione di massa non ancora fuori legge in modo globale e universale nonostante i loro catastrofici impatti ambientali e umanitari, ben chiari e documentati.
"Un Trattato che vieti le armi nucleari rafforzerebbe la norma globale contro l'uso e il possesso di queste armi, già presente nel Trattato di Non Proliferazione, chiudendo le principali lacune del regime giuridico internazionale esistente e stimolando un’azione di disarmo che per molto tempo si è bloccata", ha aggiunto a margine della riunione del Primo Comitato Beatrice Fihn. "Il voto di oggi dimostra molto chiaramente che la maggior parte delle nazioni del mondo considera necessario, possibile e urgente un divieto chiaro di esistenza e possesso di armi nucleari. Tali Paesi vedono questa come l'opzione più praticabile per ottenere un reale progresso sul disarmo globale”.
Le armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono topologie di ordigni tutte esplicitamente proibite dal diritto internazionale.
Attualmente per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire pesantemente nella modernizzazione dei propri arsenali.
Venti anni sono passati dalla negoziazione del precedente strumento multilaterale di disarmo nucleare: il Comprehensive Nuclear-test Ban Treaty discusso nel 1996 ma che deve ancora entrare formalmente in vigore per l'opposizione di una manciata di nazioni.
La risoluzione di oggi agisce a partire dalla raccomandazione elaborata da un Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sul disarmo nucleare che si è riunito a Ginevra durante quest'anno per valutare il merito di varie proposte avanzate nel consesso internazionale per realizzare un mondo senza armi nucleari.
Il risultato ottenuto deriva anche dalle tre importanti conferenze intergovernative sull'impatto umanitario delle armi nucleari tenute in Norvegia, Messico e Austria tra il 2013 e il 2014. Questi incontri hanno contribuito riformulare il dibattito concentrandosi sul danno che tali armi infliggono sulle persone. Le Conferenze hanno inoltre consentito alle nazioni non nucleari di svolgere un ruolo più assertivo nell'arena del disarmo globale. Con la terza e ultima conferenza di tale serie, che ha avuto luogo a Vienna nel dicembre 2014, la maggior parte dei Governi aveva già segnalato la loro volontà di mettere fuori legge le armi nucleari.
In tutto questo processo, le vittime e i sopravvissuti di detonazioni di armi nucleari, tra cui i test nucleari, hanno contribuito attivamente al percorso. Setsuko Thurlow, una hibakusha (cioè superstite del bombardamento di Hiroshima), ha dichiarato dopo il voto all’ONU: "Questo è un momento davvero storico per il mondo intero. Per quelli di noi che sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, è un'occasione molto gioiosa. Abbiamo aspettato così a lungo che questo giorno arrivasse. Le armi nucleari sono assolutamente aberranti e tutte le nazioni dovrebbero partecipare ai negoziati del prossimo anno per metterle fuori legge. Spero di essere io stessa a ricordare ai delegati del indicibili sofferenze che le armi nucleari causano. E quanto sia grande la nostra responsabilità e il nostro compito nel fare in modo che tale sofferenza non accada mai più”.
Ci sono ancora più di 15.000 armi nucleari attualmente nel mondo, in particolare negli arsenali di appena due nazioni: gli Stati Uniti e la Russia. Sette altri Stati possiedono armi nucleari: Gran Bretagna, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord.
La maggior parte delle nove nazioni nucleari hanno votato contro la risoluzione Onu. Molti dei loro alleati, compresa l’Italia e gli altri Paesi in Europa che ospitano armi nucleari sul loro territorio come parte di un accordo NATO, non hanno sostenuto la risoluzione L.41. Ma le nazioni dell'Africa, dell’America Latina, dei Caraibi, del Sud-Est asiatico e del Pacifico hanno votato a grande maggioranza e ritorneranno ad essere protagonisti in occasione della Conferenza di negoziazione a New York il prossimo anno.
Lunedì scorso 15 vincitori del premio Nobel per la Pace hanno esortato le nazioni a sostenere i negoziati auspicando "una conclusione tempestiva e di successo in modo che si possa procedere rapidamente verso l'eliminazione finale di questa minaccia esistenziale per l’Umanità".
"Questo Trattato non riuscirà ad eliminare istantaneamente e con la bacchetta magica tutte le armi nucleari", ha concluso Beatrice Fihn. "Ma con esso si stabilirà un nuovo standard giuridico internazionale potente, che andrà a stigmatizzare le armi nucleari spingendo le nazioni ad intervenire con positiva urgenza nei processi di disarmo”.
In particolare il Trattato metterà grande pressione sulle nazioni, come l’Italia, che ricevono qualche forma di protezione dalle armi nucleari di un proprio alleato; uno stimolo ulteriore a porre fine a questo tipo di politica, che potrà avere come ulteriore risultato una spinta al disarmo completo degli attuali Paesi nucleari.
Circolo Gramsci -Collettivo politico-culturale-Vittorio Veneto - TV - Italia
„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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giovedì 3 novembre 2016
martedì 5 gennaio 2016
L'invitato di pietra della COP21 - Giorgio Nebbia
L'invitato di pietra della COP21 (apparso sul sito del circolo Gramsci di Vittorio Veneto )
A proposito della conferenza COP21 di Parigi si sono sentiti tanti commenti, ma, a mio parere, ben poco o niente si è parlato del vero protagonista nascosto: le merci. Sono stati discussi e proposti strumenti fiscali, economici, incentivi e commerci per diminuire le modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera dovuta alle emissioni di “gas serra”, come anidride carbonica, metano, ossidi di azoto, composti organici alogenati, eccetera, e ai cambiamenti dei terreni agricoli e delle foreste.
http://www.cgvv.org/index.php?option=com_content&view=article&id=61:l-invitato-di-pietra-della-cop21&catid=11:ambiente&Itemid=168
Si parla di circa 50 miliardi di tonnellate all’anno di gas serra: una parte viene eliminata dall’atmosfera trascinata dalle piogge nei mari; una parte contribuisce alla fotosintesi; una parte, circa 25 miliardi di tonnellate ogni anno, va ad aggiungersi ai circa 3000 miliardi di tonnellate di gas serra che già sono presenti nei 5 milioni di miliardi di tonnellate di gas dell’atmosfera. Tenendo conto del peso specifico dei vari gas, il volume dei gas serra nell’atmosfera aumenta ogni anno di circa due volumi ogni milione di volumi di gas totali (ppm in volume).
Tutti parlano di aumento della temperatura terrestre, del pericolo di avanzata dei deserti, di tempeste tropicali, di fusione dei ghiacciai, di aumento del livello dei mari, tutti guai dovuti principalmente alla domanda di energia la quale, a sua volta, dipende, direttamente o indirettamente dai combustibili fossili. L’energia non è una cosa astratta, ma “serve” per produrre merci (cemento o acciaio, grano o plastica, navi o telefoni mobili, eccetera) o servizi (mobilità o sanità, o istruzione; c’è energia anche “dentro” i libri o i banchi di scuola, eccetera). Per rallentare i cambiamenti climatici non è possibile diminuire i gas serra che già sono nell’atmosfera; si può solo aggiungerne di meno ogni anno e per fare questo ogni anno bisogna usare meno energia fossile.
Molti governanti cominciano ad essere spaventati dal fatto che i cambiamenti climatici comportano dei costi, necessari per risarcire i proprietari della case allagate, dei campi alluvionati, delle strade franate, e fanno arrabbiare gli elettori, e da anni si incontrano, senza successo, per arzigogolare qualche strumento fiscale o monetario o per incentivare qualche forma di energia che emetta meno gas serra: solare, eolico, o anche (chi si vede ?) nucleare. Senza contare che anche le macchine che producono elettricità o calore rinnovabili o con la fissione nucleare, proposti come soluzioni “decarbonizzate”, l’orribile neologismo, sono anche loro merci che, andando a ritroso nel ciclo produttivo che le ha fabbricate, hanno richiesto fonti energetiche fossili. Dall’albero della conoscenza non pendeva una mela ma pendevano barili di petrolio, sacchi di carbone, bombole di metano.
Alcuni paesi, e anche il nostro, stanno timidamente facendo qualche passo per cambiare le attuali tecnologie e gli attuali prodotti, per ottenere automobili, frigoriferi, plastica, dissalatori, centrali, abitazioni, che hanno richiesto o richiedono meno energia nella fabbricazione o nel funzionamento, che consumano un po’ meno energia per tonnellata di grano o per chilometro percorso o per chilo di cibo conservato al freddo o per metro quadrato di spazio abitabile; macchine o beni o servizi talvolta baldanzosamente pubblicizzati come “energia zero”. Niente è possibile ottenere senza energia; la natura non da niente gratis.
Altri passi avanti potranno essere fatti, soprattutto se progrediranno i metodi, ancora balbettanti, di corretta misurazione del “costo energetico”, cioè della quantità di energia richiesta per unità di peso o di servizio, una operazione che richiede il contributo della Merceologia, la scienza capace di descrivere i flussi di materia e di energia e la qualità delle merci.
L’auspicabile diminuzione del costo energetico delle merci è però neutralizzata dall’aumento della loro quantità, imposto dalle regole della società dei consumi e del profitto. Se i governanti avessero una sincera intenzione di rallentare gli effetti disastrosi, e costosi, dei cambiamenti climatici dovrebbero avere il coraggio di incoraggiare la diminuzione dei consumi di merci --- e quindi di energia --- anche a costo di disturbare gli interessi della maggior parte degli elettori, venditori di combustibili, fabbricanti di merci, padroni e lavoratori e commercianti e gli stessi “consumatori” intossicati dalla pubblicità, complici e vittime. Se i potenti della Terra non hanno voglia di mettere in discussione il mondo dei soldi e degli affari, si tengano le città allagate e i campi inariditi.
Giorgio Nebbia 17 dicembre 2015Tutti parlano di aumento della temperatura terrestre, del pericolo di avanzata dei deserti, di tempeste tropicali, di fusione dei ghiacciai, di aumento del livello dei mari, tutti guai dovuti principalmente alla domanda di energia la quale, a sua volta, dipende, direttamente o indirettamente dai combustibili fossili. L’energia non è una cosa astratta, ma “serve” per produrre merci (cemento o acciaio, grano o plastica, navi o telefoni mobili, eccetera) o servizi (mobilità o sanità, o istruzione; c’è energia anche “dentro” i libri o i banchi di scuola, eccetera). Per rallentare i cambiamenti climatici non è possibile diminuire i gas serra che già sono nell’atmosfera; si può solo aggiungerne di meno ogni anno e per fare questo ogni anno bisogna usare meno energia fossile.
Molti governanti cominciano ad essere spaventati dal fatto che i cambiamenti climatici comportano dei costi, necessari per risarcire i proprietari della case allagate, dei campi alluvionati, delle strade franate, e fanno arrabbiare gli elettori, e da anni si incontrano, senza successo, per arzigogolare qualche strumento fiscale o monetario o per incentivare qualche forma di energia che emetta meno gas serra: solare, eolico, o anche (chi si vede ?) nucleare. Senza contare che anche le macchine che producono elettricità o calore rinnovabili o con la fissione nucleare, proposti come soluzioni “decarbonizzate”, l’orribile neologismo, sono anche loro merci che, andando a ritroso nel ciclo produttivo che le ha fabbricate, hanno richiesto fonti energetiche fossili. Dall’albero della conoscenza non pendeva una mela ma pendevano barili di petrolio, sacchi di carbone, bombole di metano.
Alcuni paesi, e anche il nostro, stanno timidamente facendo qualche passo per cambiare le attuali tecnologie e gli attuali prodotti, per ottenere automobili, frigoriferi, plastica, dissalatori, centrali, abitazioni, che hanno richiesto o richiedono meno energia nella fabbricazione o nel funzionamento, che consumano un po’ meno energia per tonnellata di grano o per chilometro percorso o per chilo di cibo conservato al freddo o per metro quadrato di spazio abitabile; macchine o beni o servizi talvolta baldanzosamente pubblicizzati come “energia zero”. Niente è possibile ottenere senza energia; la natura non da niente gratis.
Altri passi avanti potranno essere fatti, soprattutto se progrediranno i metodi, ancora balbettanti, di corretta misurazione del “costo energetico”, cioè della quantità di energia richiesta per unità di peso o di servizio, una operazione che richiede il contributo della Merceologia, la scienza capace di descrivere i flussi di materia e di energia e la qualità delle merci.
L’auspicabile diminuzione del costo energetico delle merci è però neutralizzata dall’aumento della loro quantità, imposto dalle regole della società dei consumi e del profitto. Se i governanti avessero una sincera intenzione di rallentare gli effetti disastrosi, e costosi, dei cambiamenti climatici dovrebbero avere il coraggio di incoraggiare la diminuzione dei consumi di merci --- e quindi di energia --- anche a costo di disturbare gli interessi della maggior parte degli elettori, venditori di combustibili, fabbricanti di merci, padroni e lavoratori e commercianti e gli stessi “consumatori” intossicati dalla pubblicità, complici e vittime. Se i potenti della Terra non hanno voglia di mettere in discussione il mondo dei soldi e degli affari, si tengano le città allagate e i campi inariditi.
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