LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE
(Mel Gibson, 2016)
di Pino Bertelli
angeli banditi dalle ali infrante,
vergini di legno dipinto che si scrostano,
e cristi in pietra a cui le intemperie hanno cancellato
i lineamenti alle porte delle chiese.
(Jean-Michel Maulpoix)
La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge)
di Mel Gibson è un'operazione commerciale furba… molto furba… racconta
la vera storia di Desmond T. Doss (con molta audacia cartolinesca),
primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore del
Congresso degli Stati Uniti (la più alta onorificenza militare
statunitense). Delle vicende biografiche di Doss si sono occupati
riviste, fumetti, libri e ora il film di Gibson… si tratta di un ragazzo
della Virginia, cresciuto secondo la fede della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno
(un movimento religioso, vegetariano, che osserva il riposo del sabato e
prega la seconda venuta di Gesù Cristo), che, dopo l'attacco dei
giapponesi alla base militare di Pearl Harbor (7 dicembre 1941, ore
7:58), va volontario sotto le armi (spinto dalla forza in Dio e dal
Patriottismo, che come sappiamo è l'ultimo rifugio delle carogne con o
senza divisa). Però non vuole impugnare il fucile, ma aiutare i feriti
sul campo… viene imprigionato e subisce un processo per vigliaccheria,
ma il tribunale gli dà ragione (con la mediazione di un generale amico
del padre, combattente decorato nella Prima guerra mondiale) e lo invia
in prima linea come aiuto medico (prima di partire ha una licenza e si
sposa)… riesce a salvare 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nel
giugno 1945, e sarà coperto di medaglie (Bronze Star, Purple Heart) e celebrato come un eroe fino alla sua scomparsa (23 marzo 2006).
La battaglia di Hacksaw Ridge è candidato a una messe di premi (Oscar, Critics’ Choice Movie Award, AACTA International Award, Golden Globe Award, BAFTA Award
ecc.)… non c'importa niente quanti ne potrà ricevere né c'importa se
critica e pubblico si trovano in accordo sull'intrattenimento
guerrafondaio e religioso di questo film ampolloso di sangue e
spettacolo dispensati con particolare attenzione a corpi bruciati, gambe
tagliate, braccia mozzate, teste piene di vermi e topi che pasteggiano
con le viscere dei soldati… gli affari sono affari… il box-office
conferma il successo e la guerra finta (come quella vera) porta un
brivido di piacere al pubblico rincitrullito della civiltà consumerista.
Il film armato di Gibson si attesta sulla confessione in
Dio e nel coraggio dei guerrieri in difesa della Patria e della
Famiglia… bella roba… porco cane! sempre il medesimo lezzo! ovunque!
l'imbecillità dilaga, al cinema e dappertutto! ogni imbecille è fiero di
sé! e d'imbecilli sono sempre stati fecondi i governi!… ma è
inconcepibile aderire a una religione, a un'ideologia, a una nazione
fondate sulla violenza… l'ottimismo, come è noto, è la dottrina dei
sudditi, dei servi, degli agonizzanti che confondono il boia col santo,
che poi è la medesima cosa… e non comprendono che una piccola cosca di
saprofiti produce le guerre e sono i popoli a subirle… disconoscere la
guerra significa disconoscere ogni potere che la sostiene… disobbedire,
disertare, opporsi ai bastardi della guerra, vuol dire combattere la
crudeltà dei potenti e ricacciarli nelle fogne da dove sono usciti.
L'obbedienza esiste solo fintantoché dura il consenso, come il re, il
papa o un capo di stato finché dura l'estasi. L'obbedienza non è mai
stata una virtù!
Il percorso iniziatico di Doss è quello di rispettare i
dieci comandamenti (le Tavole della Legge scritte sulla pietra) che Dio
dette a Mosè sul monte Sinai (c'è da ridere fino alla fine del mondo!)
e, in modo particolare, il quinto: Non uccidere. Il padre di Doss
frequenta il cimitero dove sono sepolti i suoi camerati in armi, è
sempre ubriaco e bastona i figli e la moglie… così, per educarli ai
valori del "sogno americano"… il ragazzo gioca nei boschi e, come si è
detto, dopo l'attacco dei giapponesi a Pearl Harbor si arruola… nel
campo di addestramento viene ritenuto un po' folle, strano, un pauroso
anche… alcuni commilitoni lo picchiano, altri affetti da fede cristiana
(come il suo comandante) cercano di comprenderlo… il battaglione finisce
a Okinawa. Gibson non ci risparmia la macelleria… ben sostenuta dalla
musica e dagli effetti speciali… i gialli sono tanti e attrezzati, gli
americani pochi e male armati… non è vero (anzi è tutto il contrario)…
come sostengono gli storici non avvezzi a chinare il capo (le perdite
degli Stati Uniti, compresi gli alleati di Regno Unito, Canada, Nuova
Zelanda e Australia, furono poco meno di 15.000, quelle dei giapponesi
ammontarono a oltre 100.000 uomini, molti dei quali rifiutarono di
arrendersi e si uccisero facendo harakiri)1.
Dietro un imperatore, un generale o un eroe c'è sempre un demente che
si prende sul serio o una mente disturbata… si deve concluderne che
esiste un legame fra i responsabili del genocidio e la disgregazione del
cervello!
Il volto (piuttosto anonimo e a tratti anche un po'
ebete) del buon Desmond T. Doss è quello di Andrew Garfield… che non ha
vitalità né capacità espressive tali da sostenere il "calvario" che si è
posto… del resto anche nei film precedenti, basti citare The Social Network (2010) di David Fincher o Silence (2016) di Martin Scorsese, compreso Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo (2009) di Terry Gilliam o Leoni per agnelli
(2007) di Robert Redford, Garfield non riesce mai a "bucare" il
lenzuolo dello schermo… in ogni film dà l'impressione di essere capitato
lì quasi per caso… un ruolo vale l'altro, senza mai capire cosa sia
l'autoritratto di una coscienza infelice o il suo contrario… è il
falsario inconsapevole e involontario di una macchina/cinema che produce
i propri miti nel più falso e artificiale dei cieli, quello dello
spettacolo. E lo spettacolo, come sappiamo, è il capitale giunto a un
tal grado d'accumulazione/riproduzione da divenire immagine del mondo2.
La ribalta dei comprimari de La battaglia di Hacksaw Ridge
è fitta di attori abbastanza anonimi o impersonali… Vincent Vaughn, Sam
Worthington, Luke Bracey, Ryan Corr sono i commilitoni dal cuore d'oro,
ma con un fucile in mano come un vaso da notte restano comunque ai
bordi della credibilità… Teresa Palmer, la mogliettina di Doss, sembra
appena uscita da una rivista di moda e ha poco a che vedere con
l'infermiera tutta acqua e sapone che ci viene propinata dal regista…
Hugo Wallace Weaving, il padre di Doss, invece, è il solo interprete di
statura del film… è un uomo che non sa cosa vuole e ubbidisce a qualcosa
in cui crede o, forse, alla vergogna di avere ucciso e di aver visto i
suoi amici uccisi per le ideologie dei signori della guerra. Un
disilluso insomma… in conformità alla morale dominante, sempre.
La sceneggiatura di Andrew Knight e Robert Schenkkan è
"classica"… prima il dispregio, poi la vicenda narrata con solenne
lentezza e quindi la salvezza e la santità militarista… il dovere verso
lo Stato è salvo! i morti non contano! gli eroi, come gli stupidi, sono
coperti di medaglie e quando va male basta un bel monumento nei giardini
pubblici! elevare nuovi idoli è un affare da capi di Stato, il compito
degli uomini del no! ad ogni guerra e ad ogni fede monoteista è quello
di abbattere gli idoli con i pregiudizi che si portano addosso! La
felicità umana si trova solo nelle mucche, diceva, o nel risentimento e
nella coscienza rivendicata dell'uomo in rivolta.
La fotografia di Simon Duggan, tutta giocata sui marroni,
sui neri e i cieli color cenere… lavora sui registri del
sentimentalismo… il naturalismo della prima parte rispolvera il
manierismo campagnolo del West (Gibson sembra non sapere che nel West
sono passati autori di gesta come John Ford, Don Siegel, Samuel Fuller),
per poi approdare nel convenzionalismo militarista e "anonimo" proprio
delle saghe o serie televisive che attanagliano per anni l'immaginario
collettivo (sovente giovanile) davanti alla scatola televisiva. La
musica di Rupert Gregson-Williams è smielata su tutta la catenaria
filmica e suscita la litania del falso a profitto della "plebe"
lacrimante… anche il montaggio di John Gilbert è parte integrante della
baracconata filmica di Gibson… i tempi lunghi delle sequenze di apertura
e quelli scorciati delle scene di guerra si fondono in un unico
barattolo di pomodori pelati e l'uscita dal cinema aiuta a
sentirsi meno stupidi e complici di tante sciocchezze. La seduzione
mercantile è una gran brutta cosa e va combattuta col fascino critico -
radicale - dell'impossibile e attentando all'idea di sistema globale che contiene.
Infine la regia di Gibson… lo sguardo è quello
fascistoide di sempre… se si vuole ancor più struggente di amore in Dio,
nella Patria e nello spettacolare… cose che fanno rabbrividire quanti
si pongono autenticamente dalla parte delle disuguaglianze sociali e
vedono l'urgenza di porvi rimedio… le inquadrature, i tagli, i movimenti
di macchina sono elementari e accattivanti… il teatro della guerra,
partecipato… tutti sono eroi e tutti sono belli… perfino i comandanti
giapponesi che si suicidano mostrano una certa elegia figurativa della
distruzione goduta. Il regista australiano non sembra aver studiato i
grandi film di guerra, almeno quelli moderni, come Ran (1985) di Kurosawa; Apocalypse Now (1979) di Coppola; Full Metal Jacket (1987) di Kubrick; La sottile linea rossa (1998) di Malick; Platoon (1987) di Stone… e senza avere il coraggio dell'ambiguità nazionalista di Clint Eastwood - in Flags of Our Fathers (2006) o Lettere da Iwo Jima (2009) - ne La battaglia di Hacksaw Ridge
assume la maschera del prete o del filosofo conservatore dei valori
imposti. Tagliamo corto… il film di Gibson è depositario della medesima
idiozia di quella incredibile cazzata di Bastardi senza gloria (2009) di
Tarantino… non ne vogliamo mangiare di questo pane… le certezze del
fanatismo ci fanno vomitare… il grande cinema non è una religione e
nemmeno una pubblicità di saponi o proclami elettorali… non dà risposte,
pone domande… indica i sentieri ininterrotti dell'utopia… fa a pezzi
l'infelicità della conoscenza dopo averla superata… il cinema
hollywoodiano è come la muffa, a frequentarlo a lungo contamina tutto e
tutto rovina. La stupidità abita la superficie desolata dello civiltà dello spettacolo
e trasferisce la miseria dei potenti nell'attività vergognosa dei
sudditi, che è quella di assorbire linguaggi, comportamenti, bisogni che
portano laddove l'umanismo della merce ha inghiottito l'intera
umanità. Ma niente è perduto… e alle persone sensibili lasciamo in sorte
le parole di mia nonna partigiana: «la battaglia contro il pensiero
dominante migliora quando si è passati a dare inizio alla sua
dissoluzione»… si tratta di cancellare alla radice una morale falsa e
sostituirla con un'etica giusta del vivere senza padroni né servi. Tutto
qui. Buona visione.
Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 19 volte febbraio 2017
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