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lunedì 5 dicembre 2016

Murray Bookchin— Anarchismo senza classe lavoratrice

Murray Bookchin— Anarchismo senza classe lavoratrice

category north america / mexico | anarchist movement | debate author Thursday December 03, 2015 13:40author by Wayne Priceauthor email drwdprice at aol dot com Segnalare questo messaggio alla redazione
L'Anarchismo ha bisogno della rivoluzione della classe lavoratrice
Murray Bookchin è stato un prolifico autore ed un influente teorico anarchico. Recentemente il suo lavoro è tornato alla ribalta. Se da un lato si possono apprezzare  i suoi significativi contributi, dall'altro egli commise un grave errore nel rifiutare il ruolo della classe lavoratrice quale importante componente all'interno della rivoluzione anarchica. In questo articolo si mette a fuoco il percorso teorico di Bookchin al riguardo e -di converso- si dimostra come la classe lavoratrice debba essere considerata quale forza decisiva perchè la rivoluzione anarchica abbia successo.
Murray
          Bookchin in 1989
Murray Bookchin nel 1989

L'Anarchismo ha bisogno della rivoluzione della classe lavoratrice

Sebbene sia morto nel 2006, di Murray Bookchin se ne parla ancora oggi.  Compassati giornali borghesi scrivono, con apparente sorpresa, che parte del movimento rivoluzionario nazionale curdo è stato influenzato dalle idee di Murray Bookchin, un anarchico statunitense (Enzinna 2015).  Ad ogni modo, non è di questi sviluppi che intendo parlare. Quanto segue non si occupa di come la filosofia politica di Bookchin si possa essere applicare ai Curdi della Rojava (cosa per altro importante), bensì di come si potrebbe applicare agli USA e ad altri paesi industrializzati o in via di industrializzazione.

Non è mio scopo nemmeno ripercorrere l'intero percorso della vita e dell'opera di Bookchin (vedi White 2008).   Bookchin ha dato un enorme contributo all'anarchismo, specialmente -ma non solo- per aver correlato l'ecologia all'anarchismo. Al tempo stesso, secondo me, la sua opera risente fortemente della sua scelta di negare alla classe lavoratrice il ruolo di soggetto principale nella transizione dal capitalismo al socialismo anti-autoritario. Al pare di altri rivoluzionari del secondo dopo-guerra, egli rimase colpito dalle sconfitte subite dalla classe lavoratrice mondiale tra gli anni '30 e '40, mentre guardava impressionato alla prosperità ed alla stabilità del mondo occidentale all'indomani della Seconda Guerra Mondiale. Dopo essere stato comunista e poi trotskyista, abbracciò infine una versione dell'anarchismo che non prevedeva una rivoluzione ad opera della classe lavoratrice. 

Il che era invece la visione storicamente dominante nell'anarchismo.  Bakunin, Kropotkin, Malatesta, Makhno, la Goldman, Durruti,  gli anarcosindacalisti ed i comunisti-anarchici ritenevano che  “l'anarchismo è una forma di socialismo libertario, rivoluzionario, internazionalista basato sulla lotta di classe... Il sindacalismo rivoluzionario era una sorta di anarchismo di massa…e venne fatto proprio dalla grande maggioranza degli anarchici.” (cfr. Schmidt & van der Walt 2009; pag.170)  Per loro la “più ampia tradizione anarchica” era “‘anarchismo fondato sulla 'lotta di classe', a volta definito come comunismo anarchico rivoluzionario...” (19)

Tuttavia, nel suo lavoro del 1969, “Listen, Marxist!” (ripubblicato in Bookchin 1986; 195—242), Bookchin denunciava “il mito del proletariato.”  Così scriveva: "Abbiamo visto la classe lavoratrice neutralizzata quale "agente del mutamento rivoluzionario',  benchè lottasse ancora all'interno del sistema borghese per aumenti salariali [e] riduzioni dell'orario di lavoro ….La lotta di classe... è [stata]…co-optata all'interno del capitalismo…. " (202). Nell'ultima raccolta di suoi scritti egli torna a ripetere la sua convinzione “…La Seconda Guerra Mondiale…ha portato alla fine di tutta l'era del socialismo rivoluzionario e proletario…che aveva fatto la sua comparsa nel giugno del 1848” (Bookchin 2015; 127). Rispetto all' “era del socialismo rivoluzionario proletario” egli non menziona che c'erano state rivoluzioni vinte dai lavoratori, ma solo che c'erano stati movimenti di massa di lavoratori (socialisti, comunisti ed anarchici), ed un certo numero di tentativi rivoluzionari.

Scriveva Bookchin: “…L'operaio [è] dominato dalla gerarchia di fabbrica, dalla routine industriale, e dall'etica del lavoro….In ogni giornata lavorativa, la produzione capitalista rinnova non solo le relazioni sociali del capitalismo...ma anche la psiche, i valori e l'ideologia del capitalismo” (Bookchin 1986; 203 & 206). (Sul perchè questi stessi effetti mortali della produzione industriale capitalista non abbiano impedito l'esistenza di un movimento per "il socialismo rivoluzionario proletario" per "tutta un'era" dal 1848 alla Seconda Guerra Mondiale, Bookchin non dava alcuna spiegazione).

Bookchin non negava che c'erano ancora lotte per miglioramenti salariali e riduzione dell'orario di lavoro, ma non vedeva più in questo conflitto di bassa intensità un potenziale significativo per una rivoluzione operaia. Non negava nemmeno che i lavoratori potessero diventare rivoluzionari, ma solo a condizione -sosteneva- che essi smettessero di pensarsi come lavoratori, concentrati solo su questioni relative al loro lavoro quotidiano, per considerarsi invece "cittadini" e non più classe.

Comunalismo versus Anarchismo & Marxismo

Prima di addentrarci nelle ragioni per cui Bookchin non prendeva in considerazione una rivoluzione ad opera della classe lavoratrice —e nelle ragioni per le quali io credo che egli avesse torto- è opportuno dare menzione di un un altro sviluppo della sua teoria.  Dopo essersi definito per 40 anni come anarchico, Bookchin decise di accantonare questa definizione. Infatti ridefinì il suo programma come “comunalismo” (pur continuando a mantenere le definizioni correlate di "municipalismo libertario" e di "ecologia sociale").  Nella sua ultima opera (Bookchin 2015), compaiono suoi saggi (scritti nel 2002) che spiegano il suo pensiero.

Trovo questa sua scelta alquanto strana, dal momento che egli continuò ad opporsi allo Stato (quale organizzazione burocratico-militare al di sopra del resto della società), respingendo l'idea marxista di Stato "di transizione" o di Stato "operaio". Continuava ad opporsi al capitalismo ed al mercato. Ed a tutte le altre forme di dominazione, di oppressione e di gerarchia (sessismo, razzismo, omofobia, imperialismo e così via). Francamente, l'opporsi allo Stato, al capitalismo ed a tutti gli altri aspetti di oppressione è proprio ciò che caratterizza la mia definizione di anarchico.  

Col “comunalismo” Bookchin intendeva una “confederazione” (una federazione decentralizzata) di quartieri e territori ecologicamente bilanciati. In cui sia l'economia che l'ordinamento politico (“governo” senza Stato) sarebbero gestiti dalle assemblee dei cittadini a democrazia diretta, dal popolo auto-organizzato.  In qualunque modo si voglia definire questa impostazione (Bookchin non prevedeva assemblee di lavoratori nei luoghi di lavoro, nemmeno sotto la direzione generale da parte dell'assemblea comunale), si tratta di una possibilità prevista dall'anarchismo.  (Per una esaustiva esposizione del suo programma politico ed economico, cfr. Biehl 1998.)

Bookchin si lasciava così alle spalle sia l'anarchismo che il marxismo, sostenendo che il comunalismo incorporava il meglio di entrambi ma andava ben oltre.  In realtà, nel compiere questo passo, egli tendeva a dividere l'anarchismo in due categorie: l'anarchismo propriamente detto ed il sindacalismo rivoluzionario. Questa seconda accezione comprendeva apparentemente tutte le possibilità di anarchismo basato sulla lotta di classe e non solo l'anarcosindacalismo. Ma se togliamo tutti gli aspetti di classe dall'anarchismo (cancellando la grande tradizione anarchica), tutto quello che ci rimane è un "anarchismo" di tipo individualista, personalista, estremista ma senza essere rivoluzionario, un anarchismo anti-organizzatore, "come stile di vita" ed irresponsabile. Cioè proprio le cose che lo stesso Bookchin aveva sempre criticato come sbagliate nell'anarchismo! Bookchin ha sempre denunciato nell'anarchismo queste correnti riformiste, alternativo-istituzionali, cosiddette "da stile di vita", salvo avere in comune con esse il rifiuto per la rivoluzione ad opera della classe lavoratrice.

La stessa cosa vale per il marxismo. Se togliamo la classe lavoratrice dal marxismo di Marx -se abbandoniamo "L'emancipazione della classe lavoratrice sarà opera della classe lavoratrice stessa"- allora del marxismo non rimangono che il centralismo, il determinismo, lo scientismo e lo statalismo. Cioè restano solo le basi per il totalitarismo stalinista.

Il concetto principale che Bookchin trasse dal marxismo fu l'analisi del capitalismo come sistema di produzione di merci che deve espandersi se non vuole morire. Sotto la pressione della competizione, ogni fabbrica, tutte le fabbriche, devono produrre sempre di più, vendere di più, fare più profitti, crescere sempre di più, accumulare ed accumulare. Bookchin vedeva come la tendenza fondamentale assunta dal capitalismo avrebbe inevitabilmente minacciato la necessità di un equilibrio dei limiti ecologici mondiali. (Egli ne scrisse ben prima che l'attuale generazione di studiosi marxisti ecologisti iniziasse a pubblicare le loro teorie)

Purtroppo, egli non capì che parlare della tendenza del capitalismo ad accumulare significa parlare della sua necessità di sfruttare i lavoratori. Nella sua essenza il capitalismo non è altro che la relazione capitale/lavoro, mentre esso considera la natura come priva di valore. L'accumulazione di merci e di denaro proviene dal lavoro umano e dal fatto che i lavoratori ricevono un salario inferiore al valore di ciò che producono. Nell'economia delle merci del capitalismo, anche la capacità di lavoro dei lavoratori (la loro "forza-lavoro") è una merce, che deve essere acquistata dai capitalisti ad un prezzo inferiore di quello che possono produrre. 

Questo non comporta necessariamente che i lavoratori diventino più poveri (vedi la supposta teoria dell' "immiserimento").  Dal momento che i beni vengono prodotti sempre più a buon mercato, risultano più accessibili ai lavoratori, che però continuano ad avere meno del totale che essi producono. E' questo plusvalore (il profitto), che i lavoratori producono ma non ricevono, che viene accumulato. Il plusvalore consente il ciclo infinito della crescita. Comunque la pensi Bookchin, la classe lavoratrice rimane essenziale e centrale per il capitalismo. E dunque essa deve essere essenziale e centrale in ogni rovesciamento del capitalismo.

Quando il plusvalore decresce (a causa dei monopoli, della sovraproduzione, della caduta tendenziale del saggio di profitto, dell'aumento dei costi per l'accesso alle risorse naturali, ecc.), allora le imprese cercano di fare maggiori profitti.  Così attaccano i lavoratori per cercare di ridurre la loro quota nella produzione. Così è andata quando -verso il 1970- vennero meno le condizioni che avevano permesso i 30 anni di prosperità nel secondo dopoguerra. Bookchin (e con lui la maggior parte dei teorici di sinistra degli anni '50 e '60) non si aspettavano la fine della prosperità post-bellica, così come facevano i teorici liberali e conservatori. Bookchin scrisse anche: “…Il capitalismo mondiale uscito dalla Seconda Guerra Mondiale non è mai stato così forte in tutta la sua storia….[C'era] un'assenza di ‘crisi generale' del capitalismo….” (2015; 128).

Bookchin respingeva l'approccio sia della Luxemburg che di Lenin (nonchè della "ultra-sinistra" marxista-libertaria che era politicamente vicina all'anarchismo) i quali sulla 1 Guerrra Mondiale dicevano che iI “…capitalismo era passato da una fase progressista ad una in gran parte reazionaria….” (Bookchin 2015; 124) Invece secondo Bookchin: “Gli ultimi 50 anni ci hanno dimostrato che quell'unico periodo di rivoluzioni tra il 1917 ed il 1939 non era la prova di un capitalismo molle ed in declino, come Lenin [e altri!—nda] sostenevano. Piuttosto quello fu un periodo di transizione sociale, [con l']…emergere di nuove questioni che si spingevano ben al di là delle analisi in chiave operaista care alla sinistra classica” (149). Negando che il capitalismo avesse attraversato una fase di reazione e di declino, Bookchin era certo che la prosperità post-bellica fosse non temporanea, che la prosperità e la forza del capitalismo mondiale non sarebbero finite, che non ci sarebbe stata la ricomparsa di una fase di crisi generale del capitalismo. Egli non si aspettava un nuovo attacco capitalista contro i lavoratori, non credeva ad una nuova guerra di classe portata dall'alto verso il basso. (Questi temi sono stati affrontati da Price nel 2013).

Perchè Bookchin non credeva più nel ruolo della classe lavoratrice

Contrariamente alle aspettative di Marx, la classe operaia industriale è numericamente in calo e sta inesorabilmente perdendo la sua tradizionale identità in quanto classe….La cultura odierna [ed]…i modi di produzione…hanno fatto del proletariato in gran parte uno strato della piccola borghesia...Il proletario …sarà completamente sostituito da mezzi di produzione automatizzati e persino miniaturizzati….Le categorie di classe sono ora mescolate a categorie gerarchiche basate sulla razza, sul genere, sulle preferenze sessuali e certamente sulle differenze nazionali o regionali.” (Bookchin 2015; 5)

Queste affermazioni di Bookchin dimostrano diverse incomprensioni della prospettiva della classe lavoratrice. Nè il marxismo e certamente nemmeno l'anarco-sindacalismo hanno definito il "proletariato" entro i limiti della "classe operaia industriale". Coloro i quali vendono la loro forza-lavoro ai padroni, in cambio di paghe o salari, partecipando alla produzione di merci e soprattutto alla produzione del plus-valore, sono i lavoratori del capitalismo. (La “classe lavoratrice” è una categoria più ampia rispetto a quella dei lavoratori dipendenti.  La classe include anche coloro che dipendono dal lavoro salariato —i loro figli e le casalinghe—come pure i lavoratori in pensione, quelli attualmente senza lavoro, la maggior parte degli studenti universitari in quanto lavoratori futuri e così via).

La grande maggioranza degli Americani fa parte della classe lavoratrice. Sono lavoratori qualificati e non qualificati, nell'industria manifatturiera e nei servizi, uomini e donne di tutte le razze.… Sono camionisti, sono operatori davanti ad un computer, utilizzano macchinari, fanno i camerieri, ordinano e consegnano la posta, lavorano sulle linee di assemblaggio, stanno tutto il giorno in piedi dietro gli sportelli bancari, fanno migliaia di lavori in ogni settore dell'economia. Per quanto diversificato sia il lavoro, chi fa parte della classe lavoratrice ha con tutti gli altri un ruolo in comune all'interno della produzione, quello di avere ben poco controllo relativo sul ritmo e sul contenuto del loro lavoro e quello di non essere i padroni di nessun altro. Sono loro che producono la ricchezza delle nazioni, ma di questa ricchezza ricevono solo quella parte che possono acquistare col [loro] salario….Quando li mettiamo tutti insieme, essi rappresentano oltre il 60% della forza lavoro [degli Stati Uniti]” (Zweig 2000; 3).

Una delle ragioni del declino del nucleo della classe lavoratrice industriale negli USA è stata l'espandersi della delocalizzazione della produzione da parte delle imprese statunitensi. Per quanto ciò possa aver avuto effetti sugli USA, ha causato d'altra parte un rilevante aumento numerico della classe lavoratrice internazionale, in Asia ed in altre regoni più povere (“il Terzo Mondo”). Il che non si può certo dire sia una prova contro una prospettiva di classe!  Bookchin ha usato anche gli esempi della rivoluzione russa e della rivoluzione spagnola degli anni '30. Da queste esperienze ha ricavato la convinzione che le classi lavoratrici più rivoluzionarie siano quelle composte da molti nuovi lavoratori, giunti dalle campagne. “Generalmente il ‘proletariato’ si è dimostrato più rivoluzionario nei periodi di transizione, quando.... i lavoratori venivano sradicati da un ambiente contadino….” (Bookchin 1986; 211). Presumibilmente questa deve essere stata un'altra ragione per ritenere i lavoratori statunitensi quali conservatori. Ma, per quanto questo possa essere vero,  implica al tempo stesso che ci si può aspettare che le nuove classi lavoratrici in espansione nelle nazioni oppresse siano militanti e radicali. (In Bookchin 2015, c'è un capitolo sul nazionalismo e sull'internazionalismo, in cui nulla si dice sulla classe lavoratrice internazionale o sulla sua attuale espansione.)

L'argomento principale a sostegno della visione anti-proletaria di Bookchin sta nel fatto empirico che i lavoratori statunitensi sono un insieme che al presente non si riconosce nell'anarchismo, nemmeno nel socialismo, nel comunismo o nella rivoluzione e che non si identifica neanche con la classe più ampia di cui fanno parte (“stanno inesorabilmente perdendo la loro tradizionale identità in quanto classe”). Nè vi è attualmente una pur significativa minoranza che possa ritenersi in qualche modo radicale. Infatti, molti lavoratori bianchi sono abbastanza conservatori.

Tuttavia, un orientamento di classe non pone come fatto inevitabile che i lavoratori—o spezzoni di essi—svilupperanno una coscienza di classe per diventare socialisti (anarchici, comunisti) rivoluzionari. Ci sono forze che spingono i lavoratori verso la radicalizzazione: la concentrazione di lavoratori nelle fabbriche e nei posti di lavoro (e, sì, nelle città), laddove sperimentano cos'è lo sfruttamento, l'alienazione, la povertà, la repressione, la disoccupazione, come pure i mali apparentemente "non-di classe" del capitalismo, quali le guerre e la distruzione dell'ambiente. Ma ci sono anche forze che li allontanano dalla radicalizzazione: il razzismo, il sessismo, il patriottismo, la maggior parte delle religioni, l'ignoranza, ecc. I lavoratori meglio pagati (la presunta "aristocrazia operaia”) stanno bene e non vogliono mettere a repentaglio le conquiste ottenute. I lavoratori peggio pagati si sentono demoralizzati e sopraffatti. Alcune delle questioni che Bookchin ha sollevato, quali i possibili effetti conservatori derivanti dal lavorare in condizioni di autoritarismo come in una fabbrica, potrebbero anche essere prese in considerazione in quanto parte delle forze che portano alla de-radicalizzazione.

Ci si augura che nel corso del tempo le forze che fanno crescere la coscienza di classe ce la faranno, ma questo non è un esito assicurato - non necessariamente in tempo per impedire una crisi economica, una guerra mondiale e/o una catastrofe ambientale. Non siamo davanti ad un processo meccanico ma di fronte ad una questione di scelte che coinvolge un grande numero di persone. "Definire il proletariato come classe rivoluzionaria è un condensato di più significati: quello del proletariato come classe che ha il potenziale storico di fare la rivoluzione, quello di etichetta per un orientamento sociale, ma non quello della descrizione degli eventi in corso".  (Draper 1978; 51).

Come lo stesso Bookchin ammette, c'è stata  “tutta un'era di socialismo proletario rivoluzionario.” Decine di milioni di operai (e contadini ed altri) hanno partecipato ai movimenti di massa che si sono richiamati ad un un qualche tipo di socialismo. Persino gli USA hanno avuto in passato grandi lotte operaie, in genere influenzate da una minoranza rivoluzionaria. Dubito che ci sia stato un tale cambiamento nella tecnologia senza che un nuovo periodo di crisi capitalista provocasse un nuovo effetto di radicalizzazione.

…La classe operaia, in quanto strato più basso nel sistema di classe, non può muoversi senza dotarsi oggettivamente di un programma, anche quando coscientemente ne farebbe a meno: si tratta della assunzione di responsabilità sociale da parte di un popolo democraticamente organizzato…un programma che, in concreto, preveda l'abolizione del capitalismo...La questione non è come il proletariato, al pari di ogni altra classe, possa essere ingannato, tradito, sedotto, corrotto, deviato o manipolato dalle forze dominanti della società. Il punto fondamentale sta nel fatto che è il proletariato che è decisivo per ingannare, sedurre e via dicendo.” (Draper 1978; 47-48)

Tali correnti trasversali nella coscienza dei lavoratori ed altri mi inducono a concordare con Bookchin sulla necessità di  “…un corpo organizzato di rivoluzionari….” (2015; 54). Le rivoluzioni sono fallite a causa della mancanza di “un affidabile, revocabile, gruppo di militanti confederati che esplicitamente sfidasse tutte le organizzazioni stataliste in quanto tali” (Bookchin 1996; 10). A differenza di Bookchin, io vorrei un'organizzazione con una programma di classe anarchico globale. Un'organizzazione di rivoluzionari anarchici che non sarebbero un partito in quanto non cercherebbero di "prendere il potere" per se stessi impadronendosi dello Stato (sia di quello esistente che di uno Stato nuovo e rivoluzionario). Tale organizzazione esisterebbe solo per mettere insieme la minoranza dei rivoluziori socialisti libertari, al fine di incoraggiare la formazione popolare di assemblee radicalmente democratiche e di lottare contro i partiti autoritari dei leninisti, dei liberali, dei social-democratici e persino del fascisti.  Questa organizzazione non dovrebbe essere separata dall'autorganizzazione della classe lavoratrice ma essere parte integrante nel processo rivoluzionario.

Bookchin ha ragione quando sostiene che "le categorie di classe sono ora mescolate con categorie gerarchiche basate sulla razza, sul sesso, sull'orientamento sessuale ...." In realtà la classe è sempre stata mescolata con questi aspetti  "non-di-classe", non solo "ora", ma anche durante "l'era del socialismo proletario". Ci sono state alcune "vulgate marxiste" e  alcuni  sindacalisti testoni che a torto hanno considerato la classe come l'unico aspetto. Ma non c'è nulla di inerente ad un orientamento di classe globale che richieda di ignorare queste questioni vitali. La classe interagisce con, e si sovrappone a razza, sesso, orientamento sessuale, oppressione nazionale, ecologia, imperialismo, e così via. (Come già detto, per esempio, la crisi ecologica può sembrare un problema trasversale di classe, dal momento che riguarda tutti. Ma essa è causata dalla tendenza del capitalismo ad accumulare, cosa che affonda le sue radici nello sfruttamento da parte del capitalismo della classe operaia). Schmidt & van der Walt (2009) esplorano la storia degli anarchici che si sono occupati di sesso, razza, oppressione nazionale e altri problemi, attraverso l'organizzazione sul territorio, costituendo scuole, e in generale integrando la liberazione della classe operaia con tutte le altre lotte di liberazione.

In nessuno dei suoi lavori Bookchin trova una ragione decisiva per guardare alla classe operaia (vale a dire, alle persone in quanto lavoratori). E' una scelta strategica. Come lavoratori, le persone hanno un enorme potere potenziale. Oltre ad avere i numeri (essendo la maggior parte della popolazione nazionale), i lavoratori hanno nelle loro mani i mezzi di produzione, di trasporto, di comunicazione, dei servizi sociali e delle transazioni commerciali. La classe lavoratrice potrebbe fermare tutto per ricominciare in un modo nuovo, se solo scegliesse di farlo. L'unico potere paragonabile di cui dispongono i capitalisti  è il controllo statale della polizia e dei militari (ma nelle fila dei militari ci sono per lo più i figli e le figlie della classe lavoratrice a cui fare appello in caso di una ribellione della classe operaia). Come "cittadini", invece, le persone non hanno tale potere potenziale.

Uno dei contributi di Bookchin sono i suoi studi storici sulle rivoluzioni (vedi Bookchin 1996). Leggiamone un passo: "Dalle guerre di gran parte dei contadini medievali durante la Riforma del XVI secolo fino alle rivolte moderne di operai e contadini, i popoli oppressi hanno creato le proprie forme popolari di associazione sul territorio-potenzialmente l'infrastruttura popolare di una nuova società ... .Durante il corso delle rivoluzioni, queste associazioni hanno preso la forma istituzionale di assemblee locali ... o consigli rappresentativi dei delegati con mandato revocabile "(1996, 4). Questa è la base del programma rivoluzionario anarchico. L'attenzione di Bookchin andava alle assemblee ed ai consigli di città e dei quartieri popolari. Eppure, nelle società industrializzate, a partire dall'inizio del 20° secolo, la forma dominante di tali assemblee e consigli è stata quella dei comitati di fabbrica e sul posto di lavoro. Ripetutamente, gli operai hanno preso il controllo dei loro posti di lavoro ed hanno creato assemblee democratiche con capacità di gestione, associate in senso orizzontale. Dopo la rivoluzione russa d'ottobre, i bolscevichi riuscirono a consolidare il loro potere quando sconfissero i consigli di fabbrica scontrandosi con l'opposizione di anarchici e comunisti di sinistra (vedi Brinton 2004). Tuttavia, Bookchin ha dichiarato soltanto che non era contrario a consigli di fabbrica temporanei, a condizione che "i consigli [operai]  fossero alla fine assimilati in un'assemblea popolare ...." (1986, 168).

La strategia di Murray Bookchin

Nel fare a meno della classe lavoratrice, Bookchin deve guardare ad altre forze sociali in grado di produrre un mutamento — un altro soggetto rivoluzionario. Nel 1970 (nella sua prima “Introduzione” a Bookchin 1986), egli guardava “al mondo della controcultura e della rivolta giovanile (32), agli “hippie[s]” (27), ed al “tribalismo” (25). “Lo stile di vita è indispensabile nel preservare l'integrità dei rivoluzionari….” (18). Ma in occasione della sua seconda (1985) “Introduzione”, egli si dimostrava  disilluso rispetto al mondo della “controcultura”. E si stava muovendo in una direzione che lo portò a denunciare lo "stile-di-vita", per guardare ai "fenomeni trasversali alle classi - al riemergere del 'Popolo’….” (1986; 41)

Nei suoi ultimi scritti, Bookchin ha rielaborato  il suo punto di vista per cui le persone non dovrebbero organizzarsi sulla base dei loro propri interessi materiali o bisogni, ma come "cittadini" senza -classe, sulla base di appelli morali. "... I lavoratori di diversi settori avrebbe posto nelle assemblee popolari non come lavoratori - siano essi tipografi, idraulici, operai di fonderia  e simili ... -bensì come cittadini, la cui preoccupazione principale sarebbe l'interesse generale della società in cui vivono. I cittadini devono essere liberati della loro identità particolaristica ... .e dei loro interessi particolari"(Bookchin 2015; 20). Questa è la "trasformazione dei lavoratori da meri esseri di classe in semplici  cittadini" (21). Naturalmente, questa trasformazione "transclassista" non si limita ai lavoratori, ma comprende anche i manager, i capitalisti, politici e generali. Presumibilmente, anche loro sarebbero da trasformare da "esseri di classe in semplici cittadini", in questo Fronte Popolare comunalista.

Negli anni '80, Ellen Meiksins Wood scrisse una brillante critica rivolta ai dirigenti marxisti britannici e francesi che si accingevano ad abbandonare la classe lavoratrice per ragioni molto simili a quelle di Bookchin (anche loro erano stati influenzati dalla lunga prosperità e stabilità seguita alla 2GM). Leggiamone un passo:

"[Queste teorie] comportano  che le condizioni di sfruttamento capitalistico non sono più consequenziali nel determinare la situazione di vita e l'esperienza dei lavoratori rispetto a tutte le altre condizioni ed imprevisti che possono toccare le loro vite ... .L'implicazione è che i lavoratori non sono sfruttati dal capitalismo più di quanto lo siano tutti gli altri esseri umani che non sono essi stessi oggetto diretto di sfruttamento. Ciò implica anche che i capitalisti non trarrebbero alcun vantaggio fondamentale dallo sfruttamento dei lavoratori, che i lavoratori non subirebbero alcun svantaggio fondamentale dal loro sfruttamento da parte del capitale, che i lavoratori non trarrebbero alcun vantaggio fondamentale dal cessare di essere sfruttati, che la condizione di essere sfruttati non comporterebbe un 'interesse' alla cessazione dello sfruttamento di classe, che le relazioni tra capitale e lavoro non hanno conseguenze fondamentali per l'intera struttura di potere sociale e politico, e che gli interessi in conflitto tra capitale e lavoro sono tutti negli occhi degli spettatori. (Non importa che tutto ciò renda assurda ...  l'intera storia delle lotte operaie contro il capitale) "(Wood 1998; 61).

Gli anarchici hanno a lungo criticato il marxismo per la sua mancanza di un aspetto morale. Marx stesso era certamente motivato da passioni morali, ma non entravano nel suo sistema. Come sistema, il marxismo sembrava dire che i lavoratori avrebbero combattuto per il socialismo, in virtù del divenire del processo storico. Da nessuna parte Marx ha scritto che i lavoratori e altri avrebbero dovuto essere a favore del socialismo, in quanto moralmente giusto. Tuttavia la critica anarchica al determinismo marxista ed al suo non-moralismo non significa che non dobbiamo guardare verso l'auto-interesse dei lavoratori. E' nel loro interesse fermare lo sfruttamento e  creare una società  libera e senza classi, che sono tutti obiettivi morali. I cittadini di Bookchin, come parte del Popolo, non hanno motivo di opporsi al capitalismo se non che è moralmente giusto  farlo. Né hanno alcun potere strategico per fermare il capitalismo, come fanno i lavoratori in sciopero. Non vi è apparentemente alcun motivo in più per una lavoratrice afro-americana di essere a favore delle assemblee dei cittadini di Bookchin di quanti ne abbia un top manager di una grande società o di un agente di polizia. Fanno tutti parte dei "fenomeni transclassisti" del "popolo".

Bookchin aveva elaborato una strategia per raggiungere l'obiettivo del comunalismo (Biehl 1998). Strategia basata sulla sua analisi che il conflitto fondamentale nella società capitalista non è tra la classe operaia e il capitale, ma tra la comunità locale e l'opprimente Stato centralizzato. Egli non ha mai sostenuto quelle rivolte che vomitano assemblee rivoluzionarie, come nell'esempio da egli citato spesso della rivoluzione francese. Invece, ha proposto che i cittadini creassero  pacificamente e legalmente assemblee di massa a livello di villaggi, di piccole città e di quartieri delle città. Con l'obiettivo di rendere queste assemblee ufficiali, gli epigoni di Bookchin si sarebbero candidati alle elezioni locali. Nel tentativo di prendere in carico Comuni e organismi analoghi. Essi avrebbero cercato di cambiare gli statuti di città e comuni, al fine di sostituire i governi delle città, dei paesi, dei villaggi e dei quartieri con assemblee popolari. Per quanto possibile, avrebbero cercato di prendere in consegna le imprese locali e le industrie, per "municipalizzare" l'economia. Ciò presumibilmente per porre le basi di un comunismo libertario (con la "c" minuscola).

Mano a mano che ogni località si trasforma in assemblee comunali, si dovrebbero presumibilmente associare tra loro, cominciando a formare una confederazione generale. (Tuttavia, tali organismi  non avrebbero cercato di prendersi lo Stato o il governo nazionale tramite le elezioni; Bookchin ha respinto tale possibilità come riformismo statalista.) Questi diffusione di entità comunali dovrebbero minare lo stato e il capitalismo. Ad un certo punto, lo Stato e la classe dei capitalisti avrebbero cercato di fermare il processo. Ci sarebbe stato uno scontro, non violento o violento, a seconda delle circostanze. Se la confederazione comunale fosse risultata vincitrice, sarebbe stata  una rivoluzione!

Con tutto il rispetto per le idee e gli insegnamenti di Murray Bookchin, considero tutto questo come una bizzarra fantasia. L'idea di costruire assemblee e associazioni locali è una possibilità di organizzazione della comunità, a cui gli anarchici sono favorevoli. Ma il governo municipale è parte dello Stato; il farsi eleggere ad un tale governo municipale pone gli stessi problemi che gli anarchici hanno sempre sollevato rispetto agli sforzi di marxisti ed altri a farsi eleggere a qualsiasi livello di governo. Per dirla con Kropotkin, "... Gli anarchici si rifiutano di essere parte delle esistenti organizzazioni statali ... .Essi non cercano di costituire, ed invitano gli operai a non costituire, partiti politici nei parlamenti ... Gli anarchici hanno cercato di promuovere direttamente le loro idee tra le organizzazioni sindacali e di indurre i sindacati a una lotta diretta contro il capitale, senza porre alcuna fiducia nella legislazione parlamentare "(Kropotkin 2002; 287).

Anche se può essere più facile per i rivoluzionari assumere il controllo dei governi locali, questi  hanno anche la minor quantità di potere rispetto ai governi statali e nazionali. Se una città adotta un programma anticapitalista, il mondo d'affari sia locale che nazionale se ne tirerà fuori, sabotando l'economia locale. Nel frattempo le città ed i paesi sono legalmente regolamentati dal governo dello stato e sono ufficialmente creature di quel governo. Se il governo locale diventa troppo radicale, il governo dello Stato  prenderà il sopravvento. Nella mia esperienza, ho visto  il bilancio di New York essere rilevato da una speciale agenzia di Stato presumibilmente a causa di problemi finanziari. In questo momento, i sistemi scolastici e le amministrazioni cittadine sono sotto sequestro di tribunali e governi statali. L'idea che la gente possa votare in condizioni di  municipalismo libertario a livello locale è una scelta riformista come l'idea impraticabile che si possa votare per il socialismo a livello nazionale. (prendere in considerazione l'esempio attuale di Syriza in Grecia).

I tentativi di Bookchin e dei suoi epigoni nel mettere in pratica questa strategia sono falliti (i Curdi nel Rojava sembrano usare una strategia differente; di nuovo, nulla in questo saggio ha a che fare con la situazione in Rojava). Neanche il mondo anarchico, con tutti i i suoi problemi, ha fatto proprio il municipalismo libertario. Può essere questa la ragione per cui alla fine Bookchin ha dichiarato di non essere più anarchico. Per essere onesti, va anche detto che nemmeno l'anarchismo di classe può vantare dei successi recenti. Tuttavia l'anarchismo di classe ha una grande storia alle sue spalle e sembra essere in ripresa a livello internazionale.

Conclusioni

Murray Bookchin è stato un teorico prolifico ed con una certa influenza. Ha compiuto un'importante integrazione tra anarchismo e pensiero ecologista, oltre che con gli aspetti del marxismo. Egli ha dimostrato che la crisi ecologica è radicata nella tendenza del capitalismo alla accumulazione. Ha sviluppato un modello di una società post-capitalista che dovrebbe essere studiato e pensato, non come una cianografia o una nuova ortodossia, ma come raccolta di idee su come il socialismo libertario potrebbe funzionare. Ci ha dato altri contributi, come ad esempio gli studi storici sulle rivoluzioni. In questo saggio, ho appena toccato il vasto corpo del suo lavoro. Ma non sono d'accordo con l'affermazione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan che Bookchin "è stato il più grande scienziato sociale del 20° secolo" (Enzinna 2015; 46).

Bookchin ha commesso un errore fondamentale nel rinunciare alla classe lavoraatrice come almeno una delle principali forze nel fare una rivoluzione. Non ha capito la centralità dei lavoratori nel capitalismo, e quindi il loro interesse a porvi fine,  il loro potere potenziale per farlo, in alleanza con tutti i popoli oppressi. Oltre a  questo, ha travisato la natura del periodo. Ha visto il boom del dopoguerra come una nuova fase dello sviluppo capitalistico, piuttosto che come una stabilizzazione temporanea di un sistema profondamente in crisi. La sua analisi della crisi ecologica avrebbe dovuto dimostrare proprio questo. Rinunciando alla classe operaia, ha cercato la non-classe, la classe trasversale, le forze di immaginari ed  astratti, "cittadini", motivati solo da preoccupazioni immaginarie, astratte, morali. Con questa strategia, avrebbero cambiato il capitalismo facendosi eleggere nei governi locali. Una tale prospettiva non può creare un movimento e tanto meno una rivoluzione.
Wayne Price
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)



Bibliografia

Biehl, Janet, with Bookchin, Murray (1998).  The Politics of Social Ecology: Libertarian Municipalism.  Montreal/NY:  Black Rose Books.
Bookchin, Murray (1986).  Post-Scarcity Anarchism (2nd rev. ed.).  Montreal/Buffalo:  Black Rose Books.
Bookchin, Murray (1996). The Third Revolution; Vol. 1: Popular Movements in the Revolutionary Era. London/NY: Cassell.
Bookchin, Murray (2015).  The Next Revolution: Popular Assemblies and the Promise of Direct Democracy; Essays by Murray Bookchin (Ed.: Debbie Bookchin & Blair Taylor).  London/NY:  Verso Books.
Brinton, Maurice (2004). “The Bolsheviks and Workers’ Control, 1917—1921: The State and Counter-Revolution.” In For Workers’ Power; The Selected Writings of Maurice Brinton (ed.: David Goodway). Oakland CA/Edinburgh UK: AK Press. Pp. 293—378.
Draper, Hal (1978). Karl Marx’s Theory of Revolution; Vol. II: The Politics of Social Classes. NY/London: Monthly Review Press.
Enzinna, Wes (12/29/2015). “The Rojava Experiment.” The New York Times Magazine. Pp. 38—45.
Kropotkin, Peter (2002). Anarchism: A Collection of Revolutionary Writings (ed. Roger Baldwin). Mineola NY: Dover Publications.
Price, Wayne (2013). The Value of Radical Theory; An Anarchist Introduction to Marx’s Critique of Political Economy. Oakland CA: AK Press.
Schmidt, Michael & van der Walt, Lucien (2009).  Black Flame:  The Revolutionary Class Politics of Anarchism and Syndicalism; Vol. 1.  Oakland:  AK Press.
White, Damien F. (2008). Bookchin: A Critical Appraisal. London: Pluto Press.
Wood, Ellen Meiksins (1998). The Retreat from Class; A New ‘True’ Socialism. London/NY: Verso.
Zweig, Michael (2000). The Working Class Majority: America’s Best Kept Secret. Ithaca NY/London UK: Cornell University Press/ILR Press.

Referendum: un esito che spariglia la partita tra padroni e proletari

I votanti sono stati il 68,48%, gli astenuti il 31,52%.
I NO sono il 59,95%, pari al 41,05% dei votanti.
I sono il 40,05%, pari al 27,42% dei votanti.
La vittoria del NO era scontata, ma forse non in queste proporzioni che esprimono l’addensarsi di una nebulosa sociale dai contorni politici assai sfumati e incerti.
Era scontata perché il referendum ha assunto la connotazione di un plebiscito sull’operato di un governo che gode di una trista popolarità.
Il ha vinto nella provincia autonoma di Bolzano (63,69%) dove meno si è sentito il peso negativo della politica governativa. Ha vinto in Toscana (52,51%, a Firenze il 57,71% e a Siena il 57,18%), feudo clientelare della cosca governativa Renzi, Boschi & Co., e di misura in Emilia Romagna (un risicato 50,39%), dove nonostante tutto resiste il modello affaristico/cooperativistico tanto caro al PD.
La vittoria del NO era scontata anche perché la maggior parte dell’elettorato è costituito da anziani che sono poco propensi a cambiamenti, viste le batoste subite in questi ultimi anni. Mentre i giovani scelgono l’astensione, e non solo per la dannazione del Jobs Act, ma per la crescente sfiducia nelle istituzioni di uno Stato oppressivo e sfruttatore.
Dopo il referendum, si apre uno scenario di incertezze, poiché, come è evidente, il fronte del NO è assai contraddittorio, abbraccia componenti che vanno dalla Lega di Salvini ai movimenti di sinistra (il cosiddetto NO sociale), passando per i 5 Stelle.
La vittoria del NO è stata significativa in aree politicamente assai eterogenee, motivo per cui è assolutamente aleatorio attribuirle una precisa connotazione politica. Per esempio, al Sud, dove la Lega ha poche carte da giocare, il NO è attorno al 70%. Mentre negli storici feudi leghisti il NO sfiora a malapena il 60%. Ed è comunque condiviso con altre forze politiche, spesso in concorrenza.
Ma l’incertezza risiede soprattutto in ciò che il NO sottende e implica; l’incertezza  risiede in coloro che non si riconoscono in nessun partito; risiede anche nel 31% di astensionisti che nel Sud superano abbondantemente il 40%, con punte di oltre il 50% (Crotone).
In queste condizioni, è assolutamente improbabile che nasca una coalizione di governo omogenea e altrettanto difficilmente le eventuali elezioni anticipate potranno dare una risposta che soddisfi gli appetiti dei padroni e degli affaristi che dominano la vita economica.
Ma c’è del buono. L’incertezza rappresenta sicuramente un’attenuazione degli attacchi contro le condizioni di vita e di lavoro dei proletari, dei lavoratori dipendenti, dei pensionati dei disoccupati.
C’è del buono, perché può essere un’occasione per riflettere e dar vita a iniziative all’altezza della situazione. I giochi sono aperti.
Dino Erba, Milano, 5 dicembre 2016.

venerdì 2 dicembre 2016

Per quel poco di democrazia - Antonio Cardella da Umanità Nova n°33 13 novembre 2016




















di Antonio Cardella

Premetto che, di fronte all’immane tragedia che ha colpito il centro d’Italia, la questione e i contenuti del referendum appaiono ancor più risibili, se non surreali.
Ciononostante vorrei chiarire il senso della mia proposta di rispondere NO al referendum per la riforma della costituzione.
In sessanta anni di militanza nel movimento anarchico non mi sono mai sognato di spostarmi dalla consuetudine, politicamente convincente, dell’astensionismo anarchico. Non lo faccio neppure in questa circostanza, anche se con la mia proposta sembri che me ne allontani. Non è affatto così; non penso che un NO o un SÌ al prossimo referendum sposti sostanzialmente le posizioni e le forze in campo. Penso però che nella riforma renziana vi sia una riduzione essenziale di quel poco di democrazia che ancora oggi ci consente di condurre le nostre battaglie sul territorio.
È certamente una democrazia malata, che risponde alle esigenze di un capitalismo selvaggio, condotto a vantaggio di pochi, che sposta costantemente risorse dai più poveri ai più ricchi. Ma la malattia più profonda è che le ferree leggi del capitalismo contemporaneo sottraggono sempre di più margini di libertà a una politica che sostenga le ragioni dei poveri e degli oppressi. Quindi non sono le forme di democrazia, per quanto imperfette e discutibili, a produrre una riduzione degli spazi politici operativi, ma è al contrario la prepotenza dell’economia globalizzata che spinge gli apparati democratici verso una deriva sempre più oppressiva.
La riforma costituzionale proposta dal governo Renzi, anziché agire per tentare di riequilibrare questo scompenso, lo allarga a dismisura, sottraendo a quel poco che resta di politico ogni possibilità di agire.
Letta la realtà attuale in questo senso, c’è da chiedersi in quale misura l’astensionismo anarchico acquisti significato politico compiuto nell’immediata contingenza.
Nella razionalità malata dell’odierno sistema capitalistico credo che non ci sia spazio per la difesa della purezza dei principi o per suggestioni ideologiche. Se il movimento anarchico vuole essere in grado di intervenire sul reale deve essere capace di intenderne le tendenze, di “sporcarsi le mani” per così dire, in modo da insinuarsi – individualmente e collettivamente – negli spazi, negli interstizi che il sistema volta a volta presenta, al fine di incepparne il funzionamento, sia pure parzialmente e temporaneamente. Ciò senza pretendere per questo di costruire le premesse di una futura rivoluzione, ma lavorando per la trasformazione del presente (in modo sempre locale e parziale), lottando contro ogni aspetto del dominio e uscendo dall’isolamento per passare all’azione insieme con gli altri che, pur non dichiarandosi anarchici, condividono il rifiuto di questo sistema globalizzato, fondato sul dominio, sulla gerarchizzazione, sulla rincorsa al denaro divenuto feticcio.
Scrive Tomás Ibáňez in Anarchismo in movimento (Eleuthera 2015): «La rivoluzione […] non si situa nel futuro, ma ha come unica dimora il presente e si produce in ogni spazio e in ogni momento che si riescono a sottrarre al sistema […] Si tratta quindi di attaccare le infiltrazioni e le manifestazioni locali del dominio». E ancora: «Oggi il movimento anarchico non è più l’unico depositario, l’unico difensore, di certi principi anti-gerarchici, di certe pratiche non autoritarie, di forme di organizzazione orizzontale, della capacità di intraprendere lotte dai toni libertari, o della diffidenza verso qualunque dispositivo di potere. Questi elementi si sono disseminati al di fuori del movimento anarchico, e oggi vengono ripresi da collettivi che non si identificano come anarchici e che talora rifiutano apertamente di farsi rinchiudere entro le pieghe di questa identità».
Cosa significa dunque proporre di votare NO al referendum? Oltre al fatto contingente di opporsi ai contenuti del referendum, si tratta di riallacciare rapporti meno episodici con quei movimenti e correnti di pensiero contemporaneo che, come noi anarchici, combattono il sistema e contemporaneamente ricercano vie alternative per ricostruire comunità a dimensione umana.


La Tragedia del Potere .... Shakespeare . Conversazione con Massimo Donà




12-20 DICEMBRE 2016: CAMPAGNA ABBONAMENTI DI RADIO ONDA D’URTO. SOSTIENICI!










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Anche quest’anno, nei giorni dell’anniversario della sua nascita (quest’anno il 31esimo), Radio Onda d’Urto sarà in campagna abbonamenti. L’appuntamento è da lunedì 12 a martedì 20 dicembre 2016.
Per l’occasione la Radio alcune iniziative culturali e di socialità. Come di consueto verranno dedicati all’evento anche diversi spazi radiofonici all’interno del palinsesto.
VENERDI’ 16 DICEMBRE dalle ore 18.30 al CSA Magazzino 47, via Industriale, 10 – Brescia:
Aperitivo e presentazione del libro “LA SOCIETA’ DEI DEVIANTI: depressi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali di ogni sorta” (ed. Elèuthera, 2016). Interverrà l’autore Piero Cipriano, psichiatra, e discuterà con lui Nicola Montagna, docente di Sociologia presso la Middlesex University di Londra.
A seguire, alle ore 20.30, CENA BENEFIT SPESE LEGALI. Per info e prenotazioni chiamare lo 030 – 45670.
SABATO 17 DICEMBRE dalle ore 11 presso la sede di Radio Onda d’Urto in via Luzzago 2/b a Brescia
APERITIVO IN RADIO! Anche quest’anno apriamo gli studi della nostra e vostra Radio in movimento per una mattinata nella quale sarà possibile mangiare, bere, visitare gli studi, intervenire ai microfoni in diretta ma soprattutto sottoscrivere il proprio abbonamento.
DOMENICA 18 DICEMBRE dalle ore 13 al CSA Magazzino 47 in via Industriale, 10 – Brescia:
SPIEDO BRESCIANO PER IL COMPLEANNO DELLA RADIO – Per info e prenotazioni chiamare lo 030 – 45670 – Alternativa vegan! (Spiedo 20 euro – Vegan 15 euro)
Alle ore 16.00: Presentazione del libro “L’ONDA D’URTO. Autobiografia di una radio in movimento” (ed. Agenzia X) con reading, mostra fotografica e gli interventi degli autori. Con la partecipazione anche di Marco Philopat e Marc Tibaldi di Agenzia X, che hanno collaborato alla stesura del testo.
MARTEDI’ 20 DICEMBRE alle ore 18 aperitivo con ricco buffet al Circolo di Radio Onda d’Urto in via Battaglie 29, quartiere Carmine, Brescia.
Alle 20.30 tutte e tutti al Cinema Nuovo Eden in via Nino Bixio 9 a Brescia per la prima proiezione in città del film “OUR WAR”. Saranno presenti in sala i registi Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravallotti e Claudio Jampaglia.
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giovedì 1 dicembre 2016

“NOI RIFIUTIAMO L’OCCUPAZIONE!” sostegno ai Refusnik


1 Dicembre 2016
Giornata Internazionale di solidarietà
mobilitiamoci in sostegno dei refusnik - chi vuole fare azioni il 1 dicembre
scriva a AssopacePalestina - lmorgantiniassopace@gmail.com tel. 348 3921465
Tamar Alon, Atalya Ben Abba and Tamar Ze'evi, tre giovani donne israeliane, rischiano di finire in prigione perché si rifiutano di collaborare con l’occupazione israeliana e si rifiutano di prestare il servizio militare nell'esercito israeliano.
Sostenetele unendovi a noi il 1° dicembre per una giornata di azione internazionale.
Ognuno può fare qualcosa: veglie di fronte a stabilimenti di produzione delle armi e in altre località, eventi pubblici, filmati, sit-in davanti alle istituzioni, volantinaggi tra la popolazione.
Tutto per fare appello ai governi affinché smettano di armare l’occupazione israeliana invece di trarne profitto e manifestino la loro solidarietà ai giovani refusnk israeliani.
Finché l’Europa farà affari con l’industria israeliana degli armamenti, l’occupazione continuerà. Finché gli USA continueranno ad armare Israele e a comprare le sue armi, giovani israeliani continueranno ad essere imprigionati perché si rifiutano di puntare queste armi contro i civili.
***
LORO SI RIFIUTANO di usare il gas contro i civili – ma GLI USA si rifiuteranno di comprare i gas lacrimogeni israeliani?
LORO SI RIFIUTANO di sparare ai civili– ma i PAESI DELL’EST ASIATICO si rifiuteranno di comprare le armi israeliane?
LORO SI RIFIUTANO di bombardare Gaza – ma noi impegneremo i NOSTRI GOVERNI a non commerciare droni e armi con Israele?
LORO SI RIFIUTANO di servire l’occupazione, NOI ci rifiutiamo di trarne un profitto.
***
Nel corso di novembre e dicembre prossimi, tre giovani donne israeliane si rifiuteranno di fare il servizio militare, che è lo strumento con cui Israelemantiene l’occupazione.
Preferiscono finire in prigione pur di non contribuire all’imposizione del regime militare in Cisgiordania e all’oppressione dei Palestinesi.
Per mantenere l’occupazione della Palestina, Israele ha bisogno –oltre ai militari di leva– anche di armi.
Israele compra armi e munizioni da usare in Cisgiordania e a Gaza, mentre i produttori israeliani di armamenti vendono armi “collaudate in battaglia” a 130 paesi.
Chi vende armi a Israele trae guadagno dall’occupazione; chi compra armi da Israele ha un forte interesse che l’occupazione continui.
Il 1 dicembre 2016, giorno internazionale dei Prigionieri per la Pace, organizzazioni di tutto il mondo faranno manifestazioni di protesta (in USA, Italia, Germania, Francia, Grecia, Regno Unito e Israele), per chiedere ai rispettivi governi di non fornire armi e ai fabbricanti di armi di non fare profitti dall’occupazione militare israeliana della Palestina.
Queste saranno dimostrazioni di solidarietà con la sempre più nutrita corrente di Obiettori di Coscienza israeliani, giacché –come loro– anche noi ci rifiutiamo di prender parte all’occupazione e di trarne un qualsiasi profitto.
Volete unirvi a un gruppo già attivo o organizzarne uno nuovo? in Israele mettetevi in contatto con: mesarvot.im@gmail.com
in Italia con : AssopacePalestina - lmorgantiniassopace@gmail.com tel. 348 3921465
Per maggiori informazioni sul coinvolgimento del commercio di armi nell’occupazione, visitate: ‘The Lab’: http://www.whoprofits.org/…/defa…/files/weapons_report-8.pdf
‘Who Profits’’s report: http://www.gumfilms.com/projects/lab
La giornata di azione internazionale è organizzata da Mesarvot, una rete israeliana di organizzazioni, gruppi e individui che sostengono gli Obiettori di Coscienza politici, War Resisters' International, Refuser Solidarity Network, Association France Palestine Solidarity, AssoPacePalestina- Italia e Connection.ev.

Tel. 348 3921465 lmorgantiniassopace@gmail.com

mercoledì 30 novembre 2016

Il femminismo è una questione di vita o di morte

 category bolivia / peru / ecuador / chile | género | portada author Sunday October 30, 2016 18:03author by Melissa Sepúlveda - El Ciudadano


In queste ultime settimane, le reti sociali si sono riempite di rabbia e di frustrazione davanti all'evidenza, ancora una volta, di ciò che accade da moltissimo tempo: tortura, stupri e omicidi di donne, per il solo fatto di essere donne. 
Vanno e vengono commenti di tutti i tipi. La risposta da parte di donne da tutto il mondo è stata l'organizzazione di marce di solidarietà, incontri e attività sotto lo slogan "Ni una menos". E dall'altra parte si sono manifestate reazioni viscerali da parte di uomini che, volendo giocare all'empatia, avanzano lo slogan assurdo di "nadie menos” (nessuno di meno), evidenziando così che non è tanto facile, nemmeno quando si parla di donne uccise, che gli uomini abbandonino i loro privilegi di dominazione. Oggi è sempre più chiaro che questa guerra silenziosa è una questione di vita o di morte, e la riflessione è il primo strumento che abbiamo per combattere questa lunga storia di dominazione patriarcale.

Analizzare ciò che si nasconde dietro questi eventi non è per niente facile, poiché dobbiamo mettere in discussione il senso comune che è profondamente radicato nella società. Vorrei iniziare con una domanda chiave: a chi appartiene il corpo delle donne? Sembra che tutti vogliano possederne almeno una parte: lo Stato obbliga alla maternità attraverso il divieto dell'aborto. Il marito maltratta e trattiene la donna attraverso la dipendenza economica ed emozionale. Il padre decide delle sue figlie attraverso la sua doppia autorità, e lo sconosciuto si sente in diritto di guardare e toccare il corpo della donna quando vuole. D'altra parte, l'idea che siamo soggetti che necessitano protezione e cura, ovvero l'associazione apparentemente ovvia tra femminilità e debolezza, stabilisce un'alleanza tra il ruolo sociale e l'autopercezione della donna, cosa che permette il consolidamento di un vincolo che, visto da vicino, assomiglia ad una schiavitù, ma che fino ad oggi non scandalizza nessuno, se non le femministe più convinte. A questo proposito è significativa la frase di Simone de Beauvoir: "L'oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse".

È come se dovessimo necessariamente appartenere a qualcuno, che sia il padre, il fidanzato, il marito o lo Stato, ad un grado tale di brutalità che la proprietà sul nostro corpo legittima anche il diritto di porre fine alle nostre vite. Questa è la massima autorità del "pater". D'altra parte, bisogna chiedersi: cos'è che succede alla soggettività maschile che è capace di commettere le atrocità di cui siamo testimoni? Alcuni si appellano all'infermità mentale, ma gli stupratori sono effettivamente tutti uomini psicotici senza coscienza e volontà, o per lo meno, tanto malati da essere giudicati in base alla loro capacità di intendere e di volere? Il numero elevato dei casi di violenza fisica e psicologica contro le donne nel mondo sono tipici di una società profondamente malata. Le giustificazioni individuali di questi fatti che si ripetono sistematicamente non fanno che spostare il punto d'interesse dell'analisi, cosa che si esprime in maniera esemplare nella stampa quando descrive i femminicidi più cruenti come "pazzie d'amore" o "crimini passionali", dove naturalmente abbondano gli argomenti e i commenti sul vestito indossato dalla donna, sull'eventuale consumo di droghe o sulla sua presunta infedeltà, come giustificazioni perfette per far valere il massimo grado del potere maschile. La difesa della proprietà privata grida: "L'ho uccisa perché era mia", questione che è presente anche dall'altro lato della medaglia: "Poteva essere mia sorella, mia madre o mia moglie". Mia. L'invisibilità delle molestie per strada agli occhi degli uomini potrebbe spiegarsi con il fatto che, stranamente, basta un solo uomo in un gruppo di donne perché il codice patriarcale riconosca che l'uomo è il proprietario di quelle donne. Così, praticamente in tutta la storia della civiltà occidentale il corpo della donna è stato utilizzato come merce o come simbolo di sovranità, essendo lo stupro di donne e bambine nei territori conquistati in guerra un ripetuto e doloroso esempio nella nostra memoria.

Quali sono le soluzioni? E qui viene il problema più grande. Molti compagni sostengono che sia necessaria una pena esemplare: ergastolo, o pena di morte. Senza dubbio la questione cruciale è che gli uomini non sono capaci di riconoscere i loro privilegi nei confronti delle donne. Sono sempre "altri uomini" che abusano, uccidono o violentano, e sembra non esserci una relazione tra i casi di femminicidio e altre forme più sottili - ma ugualmente violente - proprie della "cultura dello stupro". 
Per esempio, nella marcia di domenica scorsa contro la AFP(1), durante un intervento artistico che proponeva un viaggio attraverso i luoghi comuni che vivono quotidianamente i cileni, come l'umiliazione di fronte al capo e l'insofferenza di fronte all'esclusione, si affermava: "Siamo persone, entriamo in un bar con le nostre gambe, guardiamo e tocchiamo tette e culi caldi". Quanto è ormai interiorizzato il fatto che l'uomo possa comprare il corpo della donna, sia che passi attraverso la pubblicità che accompagna un prodotto o attraverso un magnaccia in un bordello. Però non bisogna dimenticare che il patriarcato non è solo capitalismo. L'accesso al corpo della donna non è solo mediato dal mercato, e per capirlo possiamo osservare uno spazio dove la relazione commerciale non è presente: la famiglia.

Di fronte all'inevitabile mobilitazione sociale delle donne le autorità del governo traboccano d'ipocrisia. Le politiche contro la violenza intrafamiliare sono state inefficaci dalla creazione del Sernam(2) e la legge sul femminicidio in Cile si limita agli omicidi commessi contro la donna che è o è stata coniuge o convivente dell'autore del crimine. La legge sull'aborto dorme in parlamento e il recente Ministero della donna investe in opuscoli sull'uso di un linguaggio inclusivo senza nessuna interpellanza o sanzione ai mezzi di comunicazione che quotidianamente sono complici di una cultura misogina. Le domande le rivolgiamo ora a noi stesse e a noi stessi: perché permettiamo che quotidianamente il sostentamento culturale dei femminicidi venga trattano con ironia? Perché non reagiamo di fronte alla violenza simbolica nello stesso modo in cui reagiamo alle donne assassinate? Perché permettiamo che "Morandé con compañía"(3) riempia gli spazi del tempo libero del popolo lavoratore?

A seguito dei casi di femminicidio che oggi commuovono l'America Latina e il mondo è necessario riflettere profondamente sulle forme in cui riproduciamo il patriarcato e come questi cinquemila anni di dominazione siano profondamente radicati nel nostro senso comune. Non possiamo sottovalutare la possibilità che ci offre il femminismo di osservare e trasformare quello che succede quando il dirigente sindacale, politico o sociale torna a casa; o ciò che succede nelle relazioni sociali delle nostre città. Sfortunatamente è in questa intimità, con la complicità della famiglia, che avvengono gli orrori più grandi. E' difficile vedere quanto il nemico sia vicino, però i compagni devono assumere e riconoscere i privilegi che ostentano in questa società patriarcale - e abbandonarli, se realmente vogliono lottare per l'emancipazione dell'umanità.

Alle mie sorelle, lamngen(4), e donne di tutto il mondo voglio dire che abbiamo una battaglia da vincere, che è probabilmente la madre di tutte le battaglie: costruire un mondo nuovo, proteggere il territorio, che è il nostro corpo e la nostra terra. Questo è un appello femminista alla costruzione di reti di autodifesa: proteggiamoci, diffondiamo solidarietà tra di noi, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole e nelle nostre organizzazioni. Non tolleriamo più questa violenza sistematica. Unite vinceremo!


(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


note:
1) AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones) sono istituzioni finanziarie private incaricate di amministrare i fondi pensione.
2) Il Sernam (Servicio Nacional de la Mujer) è un organismo che promuove l'uguaglianza delle opportunità tra uomini e donne fondato nel 1990.
3) Programma televisivo cileno con evidenti contenuti sessisti, oggetto di diverse polemiche.
4) “Sorelle” in lingua mapuche.

giovedì 24 novembre 2016

Palestina-Israele, dopo 13 anni di lotta unitaria (12 a Bil'in), abbiamo conquistato il diritto a tenere manifestazioni non-armate contro il muro della separazione, contro i coloni e contro l'occupazione*

 
Bil'in, Ni'ilin, Qaddum, Shikh Jarrah e Colline Sud di Hebron
All'inizio, erano più di 450 gli Israeliani della sinistra radicale che si unirono alle centinaia di Palestinesi di Bil'in e della regione nella lotta contro il furto delle terre del villaggio per costruirvi sopra l'insediamento coloniale di Modi'in Elit protetto dal muro della separazione. Ci son voluti 7 anni perchè le forze di stato smettessero di impedire agli attivisti israeliani di recarsi a Bil'in ogn venerdì per le manifestazioni unitarie. E ci sono voluti altri 5 anni perchè la smettessero di spararci addosso gas lacrimogeni e proiettili "non-letali". Due abitanti di Bil'in hanno perso la vita, centinaia di Palestinesi e di Israeliani sono rimasti feriti, fermati e persino arrestati (per i Palestinesi fino ad un anno e mezzo di detenzione, per gli Israeliani non più di uno o due giorni). Diverse migliaia di attivisti internazionali hanno partecipato insieme a noi alle manifestazioni e contribuito ad allargare la lotta contro l'occupazione a livello internazionale. Proseguono i maltrattamenti notturni contro gli attivisti del villaggio, ma la lotta non si fermerà.













 
 
*Ilan Shalif

http://ilanisagainstwalls.blogspot.com/



Anarchici Contro Il Muro

http://www.awalls.org



Blog di Ahdut (Unità - organizzazione comunista anarchica israeliana): http://unityispa.wordpress.com/



(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

mercoledì 23 novembre 2016

Plutarco , Leopardi : l'animale buono da pensare . Gino Datadi + Cowspiracy







Donne Contro a Pordenone il 1 dicembre e Staranzano (GO) il 2 dicembre

Giovedì 1 Dicembre ore 20.45
Al Prefabbrikato via Pirandello 22
quartiere Villanova Pordenone

Presentazione del libro:
Donne Contro
Interviste a dieci donne anarchiche, marxiste e femministe incontrate tra la Catalonia, la Francia e l' Italia
del marzo 1977 al febbraio 2013
Con la presenza dell' autrice: Isabella Lorusso

Incontro organizzato dal Circolo Libertario E. Zapata

ENTRATA LIBERA

Contatti:
Pagina fb: https://www.facebook.com/amicizapatisti/
Blog :www.zapatapn.org
E-mail: info@zapatapn.org

Piero Cipriano e PierPaolo Capovilla al Django di Treviso

 al Django di Treviso



 Questa settimana abbiamo in serbo grandi cose!
Si comincia venerdì sera, dalle ore 20.30 con la presentazione del libro di Piero Cipriano, La società dei devianti.
Sarà un'occasione per approfondire il tema della percezione del disagio psicologio all'interno della nostra società e per fare due chiacchiere con l'autore.
A seguire, Nadàr Solo + Hope You're Fine Blondie - SISMA at Cs Django!

































Affronteremo con l'autore Piero Cipriano cosa comporta oggi la medicalizzazione del disagio psicologico, la volontà affannosa di attribuire ad ogni stato d'animo una diagnosi definita per poi poter affibbiare la cura data per certa. Ecco allora che per un lutto, un disagio legato all'età evolutiva, un periodo di profonda tristezza si dispensano pillole, definizioni oscure, predizioni fantasiose.
Interverrano Pierpaolo Capovilla de Il Teatro degli Orrori e Dario Marini di Alternativa Libertaria!

"Ho vissuto metà del mio tempo nei luoghi dove si deposita la follia più indesiderata e tutta la possibile devianza dalla norma. E ho visto, da questo luogo privilegiato, in che modo gli uomini si trasformano, siano essi i curanti o i devianti.

Si chiude con queste crude storie che raccontano il mal di vivere della nostra epoca la trilogia della riluttanza iniziata con La fabbrica della cura mentale e proseguita con Il manicomio chimico. A partire dalla sua frequentazione quotidiana con la sofferenza psichica, Cipriano si misura con quella stanchezza esistenziale, sbrigativamente definita depressione, che la nostra società antropofaga prima alimenta e poi cerca di etichettare con quel furore diagnostico e categoriale che le è proprio. A ogni deviante la sua etichetta, medica o psichiatrica, ma anche sociologica o giudiziaria, che così diventa una sorta di tatuaggio identitario, un destino imposto da cui tutto il resto deriva: gli obblighi, i percorsi, le scuole, le cure, i farmaci, le prigioni, ciò che ognuno potrà o non potrà fare (ed essere) nella sua vita."

lunedì 14 novembre 2016

Vulnerabilità sismica e lacrime di coccodrillo

denti

 










Il terremoto è un evento naturale diffusissimo sul nostro pianeta.
In un anno se ne registrano nel mondo circa un milione, di cui alcune migliaia sono abbastanza forti da essere percepite dall’essere umano, ma di cui solo qualche decina è in grado di causare gravi danni. Per fare qualche esempio generalmente avvengono più di 14000 terremoti all’anno con M > 4 e più di 130000 con M > 3. Se per ogni territorio riuscissimo a definire in maniera sufficientemente precisa l’energia di un terremoto ed a stabilirne in modo preciso il tempo di accadimento, avremmo risolto il discorso della previsione dei terremoti. Ma ciò non è possibile sia perché non abbiamo un arco temporale sufficientemente rappresentativo di osservazione scientifica degli eventi sismici, e sia perché, alla luce delle attuali conoscenze pare che i terremoti che si susseguono in un determinato territorio non siano assolutamente periodici.
L’unica previsione a lungo termine che si può fare è quella storico-probabilistica che viene impiegata per definire la pericolosità sismica di base di una determinata area, e che è funzione della probabilità di superamento di un determinato livello energetico del sisma, in un determinato intervallo di tempo.
Anche perché sul versante della previsione a corto termine non siamo messi benissimo; poco di preciso si sa infatti sul comportamento dei precursori sismici, tutti quei fenomeni che sembra possano in qualche modo preavvisare un evento sismico di grande dimensione. Sembra infatti che l’aumento della concentrazione del gas radon o il manifestarsi di sciami sismici, o il conclamarsi di altri fenomeni che a volte anticipano i terremoti non sempre preannunciano scosse importanti e
inoltre che molti eventi catastrofici che si sono verificati negli ultimi anni
non sono stati purtroppo preannunciati da alcun fenomeno precursore.
L’unico aspetto, quindi, su cui si può fare leva per difenderci da questi eventi naturali è la prevenzione, ossia prevedere i loro effetti. E cosa significa fare prevenzione rispetto ai terremoti?
Dal punto di vista della prevenzione contro gli effetti del terremoto, inquadrare una determinata area e considerare l’interazione fra il terremoto, le opere umane e le persone presenti sull’area, significa definirne il Rischio Sismico.
Il Rischio Sismico quantitativamente è espresso dal prodotto di tre grandezze: pericolosità, vulnerabilità ed esposizione.
La pericolosità sismica è una grandezza oggettiva, indipendente dall’intervento umano, ed è la probabilità che si verifichi, in una data area, entro un dato periodo di tempo, un terremoto di una data energia; la vulnerabilità sismica esprime la propensione delle opere costruttive umane a resistere ai terremoti; la vulnerabilità, a differenza della pericolosità, è una grandezza soggettiva perché dipende dalla qualità con cui vengono costruiti gli edifici; infine l’esposizione, anch’essa una grandezza soggettiva, rappresenta la presenza di popolazione, strutture, infrastrutture, attività o comunque beni in termini di vite umane, economici, storici e strategici che possono essere danneggiati da eventi sismici.
Consideriamo le implicazioni di queste grandezze a livello sociale.
La pericolosità sismica esprime quindi, per una determinata area o per una determinata costruzione, il terremoto che ci si può aspettare in termini energetici in un determinato periodo di tempo. Essa dipende essenzialmente da due gruppi di condizioni al contorno: il primo, che definisce la pericolosità sismica di base, è caratterizzato dalla posizione dell’area, o dell’edificio, rispetto alle zone sismogenetiche (le aree dove si generano i terremoti); il secondo, che definisce gli effetti sismici locali, è caratterizzato dalle caratteristiche geologiche e topografiche del sito dell’area o dell’edificio considerati.
La pericolosità sismica di base viene definita con metodologie storico-probabilistiche: vengono prima ricostruiti i cataloghi storici degli eventi che successivamente vengono trattati con criteri probabilistici e spalmati sul territorio dopo essere stati sottoposti a leggi di attenuazione.
Si capisce che a seconda dei criteri probabilistici e delle leggi di attenuazione impiegati, possono derivare, per un medesimo territorio, diverse classificazioni.
Per definire al meglio la pericolosità sismica (ossia ricordiamo l’energia di un terremoto in funzione dell’intervallo di tempo considerato) vanno considerati anche i già accennati effetti sismici locali, dipendenti come abbiamo visto dalla geologia e dalla topografia di un certa area.
Alcune tipologie di terreni hanno infatti la capacità di amplificare l’ampiezza delle onde sismiche e di modificarne le frequenze, in funzione dei loro spessori e delle loro caratteristiche geofisiche; inoltre i fenomeni di amplificazione si verificano anche in determinate condizioni morfologiche (pendii ripidi, creste affilate, fondo valli stretti, ecc).
A questi effetti vanno poi aggiunti altri fenomeni locali legati al sisma come le frane indotte ex novo o riattivate in seguito allo scuotimento ripetuto e continuato di suoli instabili; la liquefazione dei terreni che si verifica in determinate condizioni geotecniche ed idrogeologiche, in seguito a carico ciclico causato dalle onde sismiche su sedimenti immersi in falda; la fagliazione che si verifica quando le rotture che generano il terremoto arrivano fino in superficie ad interessare le opere umane.
Ora, se per la determinazione della pericolosità sismica di base del territorio italiano si può al limite discutere e obiettare sui criteri utilizzati nel definirla, per quanto riguarda la definizione degli effetti sismici locali siamo ancora indietro, e non per un’arretratezza delle teorie e delle tecniche scientifiche al riguardo, quanto invece per una colpevole ignavia di molte amministrazioni pubbliche competenti e per una generale resistenza dei proprietari delle strutture costruttive, privati o pubblici che siano.
E questo dovrebbe essere un aspetto da non trascurare visto che gran parte degli edifici delle grandi città italiane, compresi edifici sensibili come scuole ed ospedali, sono situati su aree suscettibili di amplificazione sismica.
Quindi, se dal punto di vista della pericolosità sismica di base (macrozonazione) siamo messi non malissimo (pur con tutti i limiti legati alla scelta dei criteri probabilistici per definirla ed a quelli legati ai limiti delle conoscenze storiche degli avvenimenti sismici) e per quanto riguarda la conoscenza degli effetti sismici locali siamo indietro, dal punto di vista della Vulnerabilità sismica siamo messi malissimo. (Ricordiamo che la Vulnerabilità sismica di un edificio è data dalla sua propensione a resistere ad un terremoto di una certa energia e determinato contenuto in frequenza).
Non raramente infatti si sentono diversi tecnici delle amministrazioni locali ammettere candidamente di non conoscere la Vulnerabilità sismica della stragrande maggioranza degli edifici dei propri territori di pertinenza. E non solo di quelli relativi alle abitazioni private, ma anche dei vari edifici sensibili come scuole ed ospedali.
Il problema è enorme se si considera il fatto che più del 50% del patrimonio edilizio italiano è stato costruito prima che ci fosse una precisa normativa antisismica, ed anche molti edifici relativamente nuovi sono stati costruiti senza criteri antisismici, perché costruiti prima del 2003, prima cioè che il loro sito fosse classificato con una classe di pericolosità sismica maggiore rispetto a prima.
Se vogliamo fare un altro esempio calzante rispetto al problema della Vulnerabilità sismica, in Italia abbiamo un’edilizia scolastica che per più del 60% è costituita da edifici costruiti prima che, in fase progettuale, venisse presa in considerazione quantitativamente qualsiasi azione sismica. Ma a mio parere non possiamo essere certi di quelli costruiti anche quando le normative tecniche relative alle azioni sismiche erano state delineate perché sappiamo bene come si è sviluppata ad esempio l’edilizia romana negli anni ’70 e ’80 del secolo passato.
È chiaro che ci troviamo di fronte ad un enorme problema di valutazione della reale ed attuale Vulnerabilità Sismica e del conseguente adeguamento delle vecchie strutture alle nuove normative.
E se si vuole affrontare il problema in maniera seria e reale, andrebbero approntate delle indagini strutturali con lo scopo di: verificare la qualità dei materiali impiegati nella costruzione della struttura, verificare la funzionalità degli elementi strutturali che compongono la struttura, verificare la funzionalità della struttura in toto. E una volta verificata l’eventuale incompatibilità della struttura a resistere alle azioni del sisma, questa andrebbe adeguata aumentandone le resistenze.
Ma abbiamo anche imparato sulla nostra pelle che la sicurezza sociale nei territori è spesso, se non sempre, sacrificata sull’altare del profitto e degli euro-sacrifici.
Anche perché in realtà le risorse tecniche ed economiche per affrontare la problematica del rischio sismico e degli altri tipi di rischi ambientali ci sono.
Bisognerebbe sottrarle alle amministrazioni statali, centrali e periferiche, che le sprecano nel mantenere l’esercito del consenso all’interno delle aziende pubbliche o a capitale misto o nel mantenere gli eserciti propriamente detti in giro per il mondo a garantire quella pace essenziale agli affari delle multinazionali, bisognerebbe sottrarle dalle cifre che vengono regalate agli imprenditori delle finte cooperative con le esternalizzazioni dei servizi, o a quanto viene distribuito ad un imponente esercito di dirigenti totalmente inutili alla collettività.
Per non parlare degli enormi costi della politica rappresentativa.
Con il beneplacito delle amministrazioni e la tracotanza delle lobby affaristiche si continua a disseminare il nostro territorio di costruzioni inutili alla collettività, sottraendo risorse che potrebbero essere impiegate per migliorare e aumentare la sicurezza sismica delle nostre scuole, ospedali e case. Non aspettiamoci nulla da chi ci amministra. Dopo le lacrime di coccodrillo tutto tornerà come prima.
Zatarra – AL Roma

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)