ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

per giulio

lunedì 14 novembre 2016

Gli artigli del califfo: Erdoğan e i Curdi

La natura dittatoriale del regime Erdoğan è stata messa a nudo, insieme alla complicità delle potenze che hanno bisogno dei Curdi nella lotta contro lo Stato islamico, ma che chiudono un occhio davanti  alle brutali zampate del califfo di Ankara.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, aveva definito il colpo di stato del 15 luglio “come un dono di Dio”. E’ sempre più evidente oggi che cosa intendesse dire, dato che da allora ha usato questo golpe tiepido, mal organizzato e stupido, per far avanzare il suo progetto politico su due fronti principali: il consolidamento interno di uno stato autoritario  -fondato su una miscela di nazionalismo turco e fanatismo islamista- e una politica estera interventista,  come una sorta di imperialismo sub-regionale che cerca di far rivivere la nostalgia per il Sultanato-califfato dell’ epoca dell’impero ottomano. Dato lo sviluppo degli eventi post-putsch, sembra essere chiaro che c’è stata una manipolazione da parte del regime di alcuni settori dell’esercito che, forse inavvertitamente, hanno servito su un piatto d’argento la situazione perfetta perchè Erdoğan dichiarasse lo stato di emergenza, si sbarazzasse di ogni pretesa democratica per portare a termine il  consolidamento del suo potere assoluto nella struttura statuale turca [1].

Con la scusa di perseguitare i seguaci del suo ex alleato, ora trasformato in nemico, il religioso Abdullah Gul, Erdogan sta governando da mesi a colpi di decreti nel bel mezzo della sospensione dell’ordine democratico formale e sta cercando di rafforzare il suo controllo presidenziale, così come il sistema repressivo, puntando a reintrodurre la pena di morte. Con questo potere illimitato, ha chiuso più di 170 mezzi di comunicazione, molti dei quali curdi, di sinistra o addirittura laici [2], che non hanno nulla a che fare con nessun religioso, almeno 130 giornalisti sono stati arrestati [3] tra cui 13 giornalisti di Murat Sabuncu, il direttore del famoso giornale laico Cumhuriyet. Nel frattempo, più di 80.000 persone sono state arrestate in una purga politica senza precedenti e più di 100.000 dipendenti pubblici e decine di migliaia di insegnanti hanno perso il lavoro, sostituiti, ovviamente, da lacchè fedeli di Erdoğan. Con una mossa insolita, Erdoğan ha inferto un colpo al sistema di istruzione superiore arrogandosi il diritto di nominare personalmente i rettori delle università, mentre gli epurati vengono sostituiti con elementi provenienti dagli stessi ambienti del fanatismo religioso.

I Curdi sono stati forse i più duramente colpiti da questa offensiva reazionaria, anche se non hanno avuto nulla a che fare con il religioso Gul né con il putsch di luglio. La repressione ed il bagno di sangue ai loro danni erano già iniziati nella prima metà del 2015, in un contesto elettorale, in cui le manifestazioni del principale partito di sinistra e filo-curdo nello Stato turco, l’HDP, e le città curde erano stati vittime di un’ondata di attacchi in cui le forze di stato repressive erano libere di agire senza alcun tipo di difficoltà insieme ad elementi legati al fondamentalismo islamico. A questi attacchi sono seguite operazioni militari aperte contro i Curdi: in primo luogo, nella regione di Bakur (Kurdistan settentrionale che corrisponde al sud-est dello Stato turco); poi, nella regione di Rojava (Kurdistan occidentale che corrisponde alla Siria settentrionale), che aveva già sofferto dal 2014 gli attacchi portati attraverso la nota complicità  delle forze militari turche con lo Stato islamico, ma che  ora sono attacchi che vedono un coinvolgimento diretto dell’esercito turco con bombardamenti portati da operazioni militari di aria e di terra, come è stato evidente nella offensiva contro Jarablus [4], regione curda liberata dai guerriglieri YPG – poi attaccati dallo Stato turco, con la scusa di combattere lo Stato islamico. In realtà, questo territorio è stato consegnato a quell’accozzaglia eterogenea di fondamentalisti legati ad al Qaeda che sciamavano tra la “opposizione siriana”, protetti dallo Stato turco e dalle petro-monarchie del Golfo. Infine, la Turchia sta anche facendo pressione per un intervento militare nella regione del Basur (Kurdistan meridionale che corrisponde all’Iraq settentrionale), ancora una volta con la scusa di operazioni contro lo Stato islamico, in realtà con l’intenzione di fare la guerra contro il movimento di liberazione curdo.

Anche se Erdogan si è assicurato il sostegno dell’Unione Europea (utilizzando la minaccia di profughi), degli Stati Uniti (attraverso la sua appartenenza alla NATO) e della Russia (che ha saputo riconquistarsi con genuflessioni di ogni genere e promesse commerciali), i suoi interventi in Siria e in Iraq hanno scatenato reazioni di rabbia da parte dei governi di questi paesi, che hanno minacciato ritorsioni in caso di altri bombardamenti o attacchi, tanto che l’esercito turco ha operato con un po’ più di cautela nelle ultime settimane. Erdogan è un esperto nell’arte di allentare e tirare la corda. Eppure, la sua azione incendiaria è una delle principali cause della carneficina che oggi si vive in Medio Oriente.

Ultimamente, Erdogan ha spostato l’azione repressiva dalla persecuzione contro i funzionari pubblici, alla persecuzione aperta contro l’opposizione parlamentare. Mentre chiedeva un grande patto di unità nazionale all’indomani del colpo di stato -unità, ovviamente, tra nazionalisti laici e religiosi contro le comunità di sinistra e non turche nel territorio dello stato- toglieva l’immunità parlamentare ai deputati dell’HDP e cominciava ad accusarli e ad attaccarli violentemente. Questi attacchi hanno raggiunto l’apice, per ora, alla fine della scorsa settimana, con l’arresto, il 4 novembre, di Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, principali dirigenti del HDP. Insieme a loro, sono stati arrestati 11 deputati dello stesso partito, che è davvero l’unica opposizione legale che è rimasta nello stato turco: Nihat Akdogan, Nursel Aydogan, Idris Baluken, Leyla Birlik, Ferhat Encü, Selma Irmak, Sirri Süreyya Önder Ziya Pir, Imam Tascier, Gülser Abdullah Yildirim e Zeydan. Il 30 ottobre, sono stati arrestati -sempre con l’accusa di “terrorismo” – Gülten Kisanak e Firat Anli, che condividono la carica collegiale di sindaco di Amed (Diyarbakir), principale città curda dello Stato turco e si aggiungono agli altri 30 sindaci curdi che sono stati arrestati ed ai 70 che sono stati arbitrariamente rimossi dal loro incarico negli ultimi mesi. In tutti questi casi, la sostituzione è stata nominata direttamente dall’esecutivo, ed è stato imposto un qualche oscuro burocrate della capitale turca, Ankara [5]. Ci sono mandati di arresto nei confronti di altri quattro parlamentari dell’HDP, Tugba Hezer, Faysal Sariyildiz, Imam Tasci e Nihat Akdogan [6].

Alla luce di questi eventi, la natura dittatoriale del regime Erdoğan è stata messa a nudo, insieme alla complicità delle potenze che hanno bisogno dei Curdi nella lotta contro lo Stato islamico, ma che chiudono un occhio davanti alle brutali zampate del Califfo di Ankara. Anche quando il potere di Erdogan sembra illimitato come in questo momento, il malcontento nello Stato turco è molto esplosivo, come dimostrano le proteste giovanili a Gezi Park del 2013 e la resistenza curda che cresce dal 2014. Ogni volta, le azioni di Erdoğan non fanno che continuare ad alienargli sempre più settori. Proprio come Nerone, che secondo la leggenda, suonava la cetra mentre Roma bruciava, oggi Erdogan sta ottenendo le sue vittorie di Pirro, mentre lo Stato turco scende in una spirale di violenza e distruzione. A questo scenario si oppone  la ferma volontà di lottare dei movimenti popolari turchi  e del movimento di liberazione curdo che, alla fine, non potranno che  trovare uno spazio comune di azione -anche quando il costo umano che stanno pagando è decisamente agghiacciante.

José Antonio Gutiérrez D.
8 Novembre, 2016

Macchina diagnostica, agenzie della salute sovranazionali e campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione

di Gioacchino Toni
Conversazione con Piero Cipriano, “psichiatra riluttante”
pillola[ght] Dopo aver raccontato il manicomio fisico con La fabbrica della cura mentale (Elèuthera, 2013), con Il manicomio chimico (Elèuthera, 2015) [su Carmilla] hai ricostruito come si è giunti all’era della psichiatria chimica in cui il manicomio è somministrato al paziente attraverso gli psicofarmaci. Nell’ultimo libro, La società dei devianti (Elèuthera, 2016) [su Carmilla], ti soffermi soprattutto sull’aspetto diagnostico indicandolo come macchina in grado di conferire identità e destino all’individuo.
Leggendo la tua ricostruzione della storia del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders fino al DSM-5, manuale diagnostico sostanziale accettato e applicato acriticamente a livello mondiale, si ha la netta impressione di avere a che fare con l’ennesimo pacchetto normativo che si impone sull’umanità dettato da agenzie internazionali (come la World Health Organization) o da lobby che finiscono, di fatto, per dettar legge a livello internazionale (come l’American Psychiatric Association). Si tratta di agenzie che impongono a livello globale una precisa visione del mondo, in questo caso inerente alla salute/malattia degli individui, in strettissimi rapporti con un altro potentato sovranazionale: la lobby dell’industria farmaceutica.
Insomma, al lungo elenco di agenzie economiche e politiche internazionali che determinano la nostra vita – International Monetary Fund, World Bank, Goldman Sachs, European Union, United Nations, European Central Bank ecc. -, possiamo aggiungere anche agenzie ed associazioni come la World Health Organization e l’American Psychiatric Association con la loro bibbia diagnostica… Cosa ne pensi?
[pc] Sì, direi che è così. Una serie di etichette, da quelle mediche a quelle psichiatriche a quelle giudiziarie a quelle sociologiche, determinano una sequenza di percorsi terapeutici, rieducativi, riabilitativi, punitivi, espulsivi, a cui è sempre più difficile sottrarsi. Una società nosografica, che per forza di cose poi diventa società terapeutica: siamo anormali, dobbiamo curarci. Come? Coi farmaci, per lo più. Eccoci dunque in questa era della farmacocrazia.
[ght] Nel tuo La società dei devianti si parla dell’urgenza di intraprendere una campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione. Tale campagna, oltre che a fare pressione sui politici affinché si arrivi all’abolizione di tale pratica, deve necessariamente raggiungere l’opinione pubblica mettendola al corrente della pratica della contenzione e di quanto sia ancora diffuso il ricorso ad essa. Informare l’opinione pubblica comporta un’estensione della responsabilità; un’opinione pubblica sensibilizzata a proposito del ricorso a tale pratica costrittiva dovrebbe sentirsi in dovere di farsi carico della questione. La difficoltà maggiore mi sembra quella di individuare le modalità con cui raggiungere la gente comune in una realtà che vede i media interessati a tutto ciò che riguarda il disagio mentale solo quando ad esso è possibile imputare qualche forma di violenza particolarmente cruenta. Non di rado nel trattare tali episodi i media danno voce a una sempre meno celata “nostalgia di manicomio”. Sicuramente scriverne è importante e da questo punto di vista la tua “Trilogia della riluttanza” può essere considerata un ottimo contributo alla denuncia ed all’informazione così come tutte le iniziative di presentazione dei libri può essere utile a sensibilizzare l’opinione pubblica. Cos’altro si può fare di concreto, a tuo avviso, per supportare la campagna contro la contenzione?
[pc] Bella domanda. Che mi fai proprio in un momento in cui questa campagna, per slegare i cristi in croce legati nei luoghi non solo della psichiatria ma dell’intera medicina, un po’ langue, boccheggia, stenta. Perché stenta? Perché lo sapevamo che era un’iniziativa difficile, lunga, piena d’insidie, e che chi, come me, si esponeva (sono uno psichiatra che è contrario alle fasce e ne chiede l’abolizione, che tuttavia continua a lavorare in un reparto dove vengono, anche se sempre di meno, ancora adoperate), rischiava molto. Perché le fasce sono economiche. Sono comode. Sono facili, semplici. Non comportano il difficile esercizio del pensiero (per dirla con Hannah Arendt). Non comportano mettersi più di tanto in discussione. Basta un po’ di rimozione, o l’abitudine, abituarsi alla pratica, anche a torturare il torturatore in fondo si abitua (leggersi Notturno cileno o Stella distante, di Bolaño, per esempio), dopo essere stato opportunamente inziato. Difficile è sbarazzarsi delle fasce e domandarsi: e ora?, come faccio a relazionarmi con quest’uomo, o questa donna, o questo adolescente, o questo vecchio, o questo cocainomane, o questo ubriaco, che si agita, che mi aggredisce? Lì è la sfida. Invece ci addestrano a fare i legatori. Leghiamo l’umanità! E dopo averla legata (e torno alla tua domanda di prima) con le etichette diagnostiche che t’incanalano per sempre in percorsi obbligati, dopo averla legata con molecole che ti gessano i pensieri, te li paralizzano, o viceversa ti esaltano innaturalmente le emozioni, dopo averla legata con contenitori e luoghi d’ogni sorta, se tutto ciò non basta, per i più indomiti recalcitranti riluttanti, ecco il legamento più primitivo, e però più sicuro: le fasce.
Le fasce, come gli altri legamenti che le precedono, sono entrate ormai nel nostro immaginario, nelle prassi, in ospedale, tra gli addetti ai lavori, medici infermieri ausiliari psicologi ma anche tra i famigliari, ne troverai pochi che si scandalizzino. Lo scandalo, al contrario, lo procuriamo noi che proponiamo l’abolizione delle fasce. Siamo noi, i medici infermieri psicologi che contestano i legamenti a essere scandalosi, e dunque pericolosi, con questa nostra iniziativa velleitaria. La follia è pericolosa, il matto è da legare, e anche solo proporre l’eliminazione di questo millenario strumento per gestire la follia è scandaloso, ed è pericoloso.
Per questo la campagna per abolire la contenzione si profila come un modo per continuare a contestare la manicomialità. Mettendo in discussione, stavolta, non solo il manicomio civile o quello giudiziario, ma proprio l’ospedale generale, l’intera medicina dunque. Per cui, cosa si può fare?, mi domandi.
87oreRicominciamo con varie iniziative, a ottobre, per esempio, un convegno a Castiglione delle Stiviere, per andare a stanare questa pratica proprio nell’OPG perfetto (anche se ora si è trasformato in una mega REMS), talmente perfetto che si legano agevolmente gli internati, anzi, vi è internata una donna che da una decina d’anni è costantemente legata, di giorno in carrozzina e di notte al letto. Coinvolgere persone che possano raccontare questa battaglia fuori dallo specifico degli addetti ai lavori. Persone della società dello spettacolo, per dirla alla Debord, per esempio Pierpaolo Capovilla, del Teatro degli Orrori, che si sta spendendo molto su questo tema, e ne canta nei suoi dischi, o Paolo Virzì, che nel suo ultimo film descrive bene cosa succede a chi entra nella morsa del circuito psichiatrico, e ci mostra Michaela Ramazzotti legata al letto. Ma servirebbero altri, come loro. Che realizzino altre opere esplicite, film come 87 ore, per esempio, dove viene mostrata la lenta agonia del maestro Mastrogiovanni legato a un letto per quattro giorni fino a morire, ecco, questo è un documento che bisognerebbe proiettare nelle scuole. Cose così, insomma.
[ght] Questa campagna contro le fasce di contenzione deve fare i conti con una società sempre più cinica e propensa a delegare la soluzione di tutto ciò che individua come “problema” a comodi “specialisti” di turno. Cogliere i devianti come problema comporta facilmente la concessione di una sorta di “delega in bianco” in favore di ogni pratica volta a toglierli dalla vita sociale. Da questo punto di vista, evitata ad arte una terminologia troppo esplicita, la segregazione in luoghi separati e il ricorso a forme di contenzione tutto sommato possono anche non essere viste con ostilità dall’attuale opinione pubblica. Una volta etichettati come devianti, saranno gli “esperti”, i “tecnici”, a farsi carico del “problema-devianti”. Farmaco o non farmaco, cinghia o non cinghia, l’importante è lavarsene le mani una volta che il problema viene rimosso dalla vita pubblica. Ripensando alla battaglia di Franco Basaglia e Franca Ongaro viene da pensare che se da un certo punto di vista la società degli anni ’60 e ’70 non era poi tanto più “aperta” mentalmente rispetto all’attuale, è anche vero che proprio in quel periodo si stavano aprendo “brecce di libertà” all’interno della cultura e della società italiana che oggi onestamente è difficile individuare. Cosa ne pensi?
[pc] Sottoscrivo ciò che dici. Ci siamo tutti rassegnati e consegnati al potere/sapere degli psichiatri, che nell’arte della manomissione delle parole, per dirla con Carofiglio, sono dei veri talenti. Hanno suddiviso il grande contenitore della follia in più di trecento partizioni, come a dire che oggi nessuno più è folle, ma nessuno più può dirsi del tutto normale, tutti noi abbiamo almeno due tre diagnosi possibili, ormai. Diagnosi che accettiamo passivamente, supinamente. Anzi, siamo a tal punto acritici che talvolta ci presentiamo e ci raccontiamo con quella diagnosi, io sono un borderline, io sono un bipolare, poco ci manca che le mettiamo perfino nel nostro biglietto da visita: Mario Rossi, depresso. Le diagnosi psichiatriche ristrutturano la nostra identità, un po’ come accade per i segni zodiacali, con la differenza che i segni zodiacali lasciano il beneficio del dubbio (non è roba scientifica, per quanto suggestiva), le diagnosi psichiatriche invece non lasciano dubbi, perché sono opera di scienziati della mente (è scienza, insomma).
contenzioneMa pure rispetto ai loro luoghi, gli psichiatri hanno messo in gioco il meglio della loro semantica: i manicomi non esistono? Perfetto. Vuol dire che la manicomialità la distribuiremo in altri contenitori più piccoli, meno appariscenti, che chiameremo soprattutto con acronimi: SPDC, CSM, CT, OPG, REMS, eccetera. I ricoveri ad infinitum non sono più possibili? Non c’è problema. Esiste un gioco dell’oca della cronicità per cui realizzo l’internamento circolare: dieci giorni in SPDC, un mese in Casa di Cura che ora si chiama STIPT, sei mesi in CT. Compi un reato ma sei deviante? Un anno in REMS, e poi ricominci il giro, magari ripassando dal SPDC.
[ght] Nel tuo La società dei devianti ragioni sui comportamenti che possono adottare gli operatori psichiatrici nella pratica quotidiana al fine di evitare trattamenti disumani nei confronti dei devianti. Inviti, ad esempio, a praticare un colloquio continuo con i pazienti, a portarli fuori dai luoghi di ricovero, a revocare i TSO, a sciogliere i legati ed a ridurre i farmaci. Attraverso tali comportamenti, sostieni, sarebbe più facile convincere i giovani operatori del settore, i pazienti e i loro famigliari che esistono altri modi per affrontare i disturbi mentali. Naturalmente gli operatori, così come le famiglie dei pazienti, si trovano a vivere in un mondo in cui l’aspetto produttivo, con i suoi ritmi sempre più infernali e dilatati nel tempo e nello spazio, sottrae buona parte del tempo e delle energie che possono essere dedicate a chi è in difficoltà. La stanchezza psicofisica degli operatori e dei familiari di certo si riversa negativamente su chi è in difficoltà. Non credi che nel mondo degli operatori psichiatrici una campagna finalizzata a un trattamento “più umano” dei pazienti debba intrecciarsi a rivendicazioni di tipo sindacale volte a rendere il lavoro meno sfiancante? Mi riferisco al numero di operatori impiegati in rapporto ai pazienti, ai turni di lavoro ecc.
[pc] Assolutamente sì. Lavoro in un reparto dove ci sono minimo dodici persone ricoverate. Tre infermieri non bastano, non possono bastare. Però il numero fa la differenza, ovviamente. Se già con tre-infermieri-che-non-vogliono-legare è possibile non legare le persone, per mia esperienza, figuriamoci con sei (se quei sei vogliono non legare). E’ ovvio che se invece ti trovi con infermieri-che-vogliono-legare, anche con dodici (potendoti dunque permettere un rapporto uno a uno) leghi le persone, non si sfugge. Discorso a parte per i medici. I medici sono coloro che, in fin dei conti, decidono se legare o non legare. I medici, per mia esperienza, più sono e meno decidono. O meglio, più sono e meno sono coraggiosi, e più si nascondono dietro le fasce. E più legano. Ma perché legano? Non lo so. A me pare che la maggior parte dei medici abbiano più dimestichezza con i libri, con le diagnosi, con i farmaci, con le molecole, che con le persone in carne e ossa. Sarà per la lunga formazione a cui sono stati sottoposti, formazione medica che invece di avvicinarli alle persone li allontana, che in qualche modo li disumanizza, apprendistato che gli fa perdere di vista la persona, che li addestra quasi esclusivamente allo studio del caso (clinico), caso (clinico) che diventa cosa. Oggetto. E qui torna attuale Franca Ongaro Basaglia quando ci ricorda che la medicina si forma sul corpo morto, e il medico impara a conoscere l’uomo vivo (malato) studiando il cadavere nelle aule di anatomia patologica, e memore di questo debito tende, il medico, sempre, a ricondurre l’uomo vivo (malato), a corpo morto, disteso sul letto d’ospedale, allettato, clinico, esanime, o coi farmaci o con le fasce.

giovedì 10 novembre 2016

Radicalismo dell’arte e scelte di vita



sabato 12 Novembre 2016 ore 17,30
                 All’Ateneo degli Imperfetti

















incontro con
Riccardo Caldura
docente di Fenomenologia delle arti contemporanee presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia.



Radicalismo dell’arte e scelte di vita

Non di rado nell’ambito della sfera culturale, in questo caso riguardante le arti contemporanee, vi sono delle figure o dei movimenti che sembrano avere una loro definita riconoscibilità, diventando dei luoghi comuni di un sapere più o meno diffuso. Ne sono un esempio Hugo Ball e il dadaismo, considerando il primo figura di spicco per la nascita, a Zurigo nel 1916, del secondo. Cioè il movimento artistico più radicale del Novecento.



Come d’abitudine la convivialità post conferenza si regge sulla condivisione del cibo e del bere: è pertanto auspicabile che tutte le persone contribuiscano a rendere ricca e appetitosa la nostra mensa


Informiamo tutti i compagni, amici, frequentatori dell’Ateneo degli Imperfetti che il sito www.ateneoimperfetti.it è aggiornato sempre con le nuove iniziative e contiene l’archivio di tutte le attività finora svolte.














Ateneo degli Imperfetti
www.ateneoimperfetti.it   

mercoledì 9 novembre 2016

Altro che Hilary o Donald ... Sioux Standing Rock !

Sono ormai mesi che il progetto di costruzione di un oleodotto nel nord degli Stati Uniti è stato approvato, con una spesa di 3,7 miliardi di dollari quest'opera andrà ad aiutare l'industria nazionale del petrolio permettendo una produzione di 470 mila barili di grezzo al giorno. Un opera, quindi, che permeterrebe un potente boom per l'economia del paese, diminuendone la necessità delle importazioni petrolifere.

Ma l'oleodotto deve passare per il territorio della riserva sioux (uno dei popoli indigeni) di Standing Rock, il che implica nella distuzione di luoghi di culto e siti di di sepoltura durante i lavori, oltre che la possibilità di contaminazione delle acque del fiume Missouri nel caso di una falla nelle tubature, il che meterebbe a rischio la vita nell'intera regione del Dakota.

Molte proteste si stanno susseguendo in torno ai cantieri dell'oleodotto, ed è sorto un accampamento a difesa del territorio da parte dei sioux e altri solidali. Sono piu di 141 le persone arrestate, in un escalation di violenza che vede un impegno sempre piu militarizzato da parte dello Stato, malgrado i tentativi del movimento di impedire i lavori non solo con le proteste ma anche con ricorsi giudiziari

Tante anche le proteste di solidarietà in diverse parti degli USA, che vedono coinvolti diversi popoli indigeni uniti assieme con altre persone solidali ala causa.

Nella dinamica del conflitto che segue da piu di 500 anni nelle Americhe tra il capitale finaziario e la resistenza dei popoli che oggi chiamiamo originari, è importante impegnare la nostra solidarietà con Standing Rock.

Per piu info il sito del campo http://sacredstonecamp.org/


giovedì 3 novembre 2016

L'Italia vota NO alla messa al bando delle armi nucleari

Fonte: Campagna ICAN - Rete Disarmo - 28 ottobre 2016

All'Onu 123 Paesi per un Trattato di messa al bando delle armi nucleari, l'Italia vota no. La votazione del 27 ottobre 2016 al Primo Comitato sul Disarmo dell'Assemblea ONU di New York fa partire il percorso verso un Trattato di messa al bando degli ordigni nucleari per il 2017 Le Nazioni Unite hanno adottato a larga maggioranza una Risoluzione politica che chiede di avviare nel 2017 i negoziati per un Trattato internazionale volto a vietare le armi nucleari.

Questa decisione storica pone fine a due decenni di paralisi negli sforzi multilaterali per il disarmo nucleare. Nel corso di una riunione del Primo Comitato dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale, 123 nazioni hanno votato a favore della Risoluzione, mentre 38 (compresa l’Italia) hanno votato contro e ci sono stati 16 Paesi astenuti. Grazie a questa Risoluzione (denominata L.41) viene fissata un Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire dal marzo del prossimo anno: una riunione aperta a tutti gli Stati membri con il fine di negoziare uno "strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale". I negoziati a riguardo continueranno poi nel mese di giugno e luglio.

 La Campagna Internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN), coalizione mondiale della società civile attiva in 100 Paesi di cui anche Rete Italiana per il Disarmo è parte, ha salutato l'approvazione della Risoluzione come un importante passo positivo in avanti, che segna un cambiamento fondamentale nel modo in cui il mondo sta cercando di affrontare la minaccia degli ordigni nucleari. "Per sette decenni l'ONU ha messo in guardia contro i pericoli dell’arma nucleare e tantissime persone ed organizzazioni nel mondo hanno portato avanti campagne per la loro abolizione. Oggi la maggior parte degli Stati ha deliberato di bandire queste armi" ha commentato Beatrice Fihn, Direttore esecutivo di ICAN. Nonostante un continuo braccio di ferro a riguardo di questo percorso condotto dagli Stati dotati di armi nucleari la Risoluzione è stata adottata con una vasta maggioranza. Un totale di 57 nazioni sono stati co-sponsor (cioè primi firmatari) del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa ad essersi assunti il compito di redigere concretamente la Risoluzione.

Il voto delle Nazioni Unite è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento Europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli (con 124 contro e 74 astensioni) ad un invito verso tutti gli Stati membri dell'Unione europea a "partecipare in modo costruttivo" ai negoziati del prossimo anno. Un invito non raccolto dall’Italia che si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando, come nei passi precedenti di questo percorso, a sostenere la posizione degli Stati Uniti e di tutte le altre potenze nucleari. Ricordiamo che l’Italia è posta sotto “l’ombrello nucleare” della NATO e, a seguito degli accordi di cosiddetto “Nuclear Sharing”, ospita sul proprio territorio ordigni di tale natura. “Siamo davvero molto contenti del risultato dei due voti, quello all’ONU ma anche quello al Parlamento Europeo” afferma Lisa Clark dei Beati i Costruttori di Pace organismo membro di Rete Disarmo “Davvero grande e prezioso è stato il lavoro di mobilitazione della Campagna ICAN, che ha avuto lo straordinario merito di aver rilanciato il disarmo nucleare a livello di movimento popolare e non solo più come tema di discussione tra pochi addetti ai lavori”. “Si è riusciti finalmente a formare un fronte unito tra gli Stati che da sempre di impegnano per il disarmo e tutti quelli che finora hanno rispettato il loro impegno di non dotarsi di armi nucleari (impegno presente nel TNP) a condizione che le potenze nucleari smantellassero i propri arsenali” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo “Un risultato ottenuto poiché molti Paesi si sono stancati di non veder realizzata la parte dell'accordo in capo agli Stati nucleari”. “E' chiaro però che un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari che non veda tra i propri membri le potenze nucleari non sarà sufficiente per realizzare davvero un disarmo pieno” commenta ulteriormente Lisa Clark “Quindi dobbiamo prepararci un nuovo e lungo duplice lavoro. Da un lato portare avanti, a partire dall'anno prossimo, i lavori per il Trattato di messa al bando; dall'altro trasformare questo lavoro in un enorme movimento che entri dentro i meccanismi governativi delle potenze nucleari, facendo loro capire che quelle armi nei loro arsenali non sono il simbolo della loro potenza, ma solo la medaglia della vergogna che contraddistingue gli stati canaglia”.

Le armi nucleari rimangono le uniche armi di distruzione di massa non ancora fuori legge in modo globale e universale nonostante i loro catastrofici impatti ambientali e umanitari, ben chiari e documentati. "Un Trattato che vieti le armi nucleari rafforzerebbe la norma globale contro l'uso e il possesso di queste armi, già presente nel Trattato di Non Proliferazione, chiudendo le principali lacune del regime giuridico internazionale esistente e stimolando un’azione di disarmo che per molto tempo si è bloccata", ha aggiunto a margine della riunione del Primo Comitato Beatrice Fihn. "Il voto di oggi dimostra molto chiaramente che la maggior parte delle nazioni del mondo considera necessario, possibile e urgente un divieto chiaro di esistenza e possesso di armi nucleari. Tali Paesi vedono questa come l'opzione più praticabile per ottenere un reale progresso sul disarmo globale”. Le armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono topologie di ordigni tutte esplicitamente proibite dal diritto internazionale.

Attualmente per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire pesantemente nella modernizzazione dei propri arsenali. Venti anni sono passati dalla negoziazione del precedente strumento multilaterale di disarmo nucleare: il Comprehensive Nuclear-test Ban Treaty discusso nel 1996 ma che deve ancora entrare formalmente in vigore per l'opposizione di una manciata di nazioni. La risoluzione di oggi agisce a partire dalla raccomandazione elaborata da un Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sul disarmo nucleare che si è riunito a Ginevra durante quest'anno per valutare il merito di varie proposte avanzate nel consesso internazionale per realizzare un mondo senza armi nucleari.

Il risultato ottenuto deriva anche dalle tre importanti conferenze intergovernative sull'impatto umanitario delle armi nucleari tenute in Norvegia, Messico e Austria tra il 2013 e il 2014. Questi incontri hanno contribuito riformulare il dibattito concentrandosi sul danno che tali armi infliggono sulle persone. Le Conferenze hanno inoltre consentito alle nazioni non nucleari di svolgere un ruolo più assertivo nell'arena del disarmo globale. Con la terza e ultima conferenza di tale serie, che ha avuto luogo a Vienna nel dicembre 2014, la maggior parte dei Governi aveva già segnalato la loro volontà di mettere fuori legge le armi nucleari. In tutto questo processo, le vittime e i sopravvissuti di detonazioni di armi nucleari, tra cui i test nucleari, hanno contribuito attivamente al percorso. Setsuko Thurlow, una hibakusha (cioè superstite del bombardamento di Hiroshima), ha dichiarato dopo il voto all’ONU: "Questo è un momento davvero storico per il mondo intero. Per quelli di noi che sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, è un'occasione molto gioiosa. Abbiamo aspettato così a lungo che questo giorno arrivasse. Le armi nucleari sono assolutamente aberranti e tutte le nazioni dovrebbero partecipare ai negoziati del prossimo anno per metterle fuori legge. Spero di essere io stessa a ricordare ai delegati del indicibili sofferenze che le armi nucleari causano. E quanto sia grande la nostra responsabilità e il nostro compito nel fare in modo che tale sofferenza non accada mai più”.

Ci sono ancora più di 15.000 armi nucleari attualmente nel mondo, in particolare negli arsenali di appena due nazioni: gli Stati Uniti e la Russia. Sette altri Stati possiedono armi nucleari: Gran Bretagna, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. La maggior parte delle nove nazioni nucleari hanno votato contro la risoluzione Onu. Molti dei loro alleati, compresa l’Italia e gli altri Paesi in Europa che ospitano armi nucleari sul loro territorio come parte di un accordo NATO, non hanno sostenuto la risoluzione L.41. Ma le nazioni dell'Africa, dell’America Latina, dei Caraibi, del Sud-Est asiatico e del Pacifico hanno votato a grande maggioranza e ritorneranno ad essere protagonisti in occasione della Conferenza di negoziazione a New York il prossimo anno. Lunedì scorso 15 vincitori del premio Nobel per la Pace hanno esortato le nazioni a sostenere i negoziati auspicando "una conclusione tempestiva e di successo in modo che si possa procedere rapidamente verso l'eliminazione finale di questa minaccia esistenziale per l’Umanità". "Questo Trattato non riuscirà ad eliminare istantaneamente e con la bacchetta magica tutte le armi nucleari", ha concluso Beatrice Fihn. "Ma con esso si stabilirà un nuovo standard giuridico internazionale potente, che andrà a stigmatizzare le armi nucleari spingendo le nazioni ad intervenire con positiva urgenza nei processi di disarmo”.
In particolare il Trattato metterà grande pressione sulle nazioni, come l’Italia, che ricevono qualche forma di protezione dalle armi nucleari di un proprio alleato; uno stimolo ulteriore a porre fine a questo tipo di politica, che potrà avere come ulteriore risultato una spinta al disarmo completo degli attuali Paesi nucleari.

 Circolo Gramsci -Collettivo politico-culturale-Vittorio Veneto - TV - Italia

mercoledì 2 novembre 2016

Fonti scritte e orali per la storia dell'Organizzazione anarchica marchigiana

Collana OttocentoDuemila, Strumenti, 1

Fonti scritte e orali per la storia dell'Organizzazione anarchica marchigiana
Luigi Balsamini

(BraDypUS Communicating Cultural Heritage, 2016)
L’Organizzazione anarchica marchigiana è stata dal 1972 al 1979 l’organizzazione specifica della tendenza comunista anarchica, esterna alla Federazione anarchica italiana, presente con diverse sezioni sul territorio regionale. Questo libro ne ripercorre la storia attraverso due canali complementari. Nella prima parte viene presentato l’inventario del fondo archivistico riconosciuto di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica delle Marche nel 2013. Il fondo, che è attualmente conservato a Fano presso l’Archivio-Biblioteca Enrico Travaglini, contiene la documentazione prodotta e acquisita dalle diverse sezioni dell’Organizzazione: corrispondenza, documenti interni (circolari, relazioni, verbali di riunioni, resoconti della cassa comune, note), documentazione a stampa (opuscoli, periodici, numeri unici, volantini e manifesti), fotografie. La seconda parte contiene le trascrizioni di ventuno interviste a ex militanti dell’Organizzazione che, nella varietà dei loro attuali punti di vista, danno vita a un affresco corale sul comunismo anarchico marchigiano degli anni Settanta.

 
Indice
  • Introduzione
  •  L’Oam nel contesto storico del movimento anarchico in Italia
  •  Il Patto associativo
  •  Sezione fotografica
  •  Inventario del fondo Oam presso l’Archivio-Biblioteca Enrico Travaglini di Fano a cura di Matteo Sisti
    • 1. Organizzazione anarchica marchigiana
      • 1.1. Carteggio amministrativo
      • 1.2. Documenti a stampa
        • 1.2.1. Fascicoli organizzati per argomento
        • 1.2.2. Fascicoli organizzati per luogo di provenienza
        • 1.2.3. Fascicoli organizzati per tipologia documentaria e autore
      • 1.3. Fotografie
  • Le fonti orali: note metodologiche
  • Interviste
    • 1. Nicola Sabatino
    • 2. Michele Gianni
    • 3. Roberto Bernardini
    • 4. Carlo Migani
    • 5. Federico Sora
    • 6. Anna Maria Della Fornace
    • 7. Gianfranco Careri
    • 8. Tullio Bugari
    • 9. Michel Mattioli
    • 10. Patrizia De Santis
    • 11. Francesco Ribes
    • 12. Massimo Lanzavecchia
    • 13. Patrizio Nocchi
    • 14. Giordano Cotichelli (con testimonianza di Giulio Gabrielloni)
    • 15. Luciana Andreoli e Roberto Magnaterra
    • 16. Sandro Accardo
    • 17. Luigi Andreani
    • 18. Roberto Olivieri
    • 19. Pietropaolo Masè
    • 20. Aurora Maggio
    • 21. Roberto Sabatino
  •  Manifesti, opuscoli e altri documenti
  •  Bibliografia essenziale

Auguri FAU

Car* compagn*,
Alternativa Libertaria/fdca vi invia dall'Italia i migliori auguri per la festa del vostro 60° anniversario.
Se è vero che uno dei problemi delle organizzazioni rivoluzionarie, sia quelle politiche che quelle di massa,
è la loro durata nel tempo rispetto alla capacità di durare delle istituzioni del capitalismo, allora è il caso
di affermare senza tema di smentita che la storia, l'esperienza e la lunga durata della FAU dimostrano come
sia possibile nei decenni opporsi, resistere, sopravvivere alla repressione e riproporsi generazione dopo generazione come soggetto rivoluzionario,
soggetto di cambiamento e di costruzione di alternativa libertaria.
Quasi tre generazioni di militanti anarchici ed anarchiche hanno saputo così porsi come punto di riferimento per la lotta
nazionale ed internazionale contro le dittature, contro il turbocapitalismo dei giorni nostri, costruendo al tempo stesso
la casa dei rivoluzionari anarchici ed il motore necessario alle lotte delle masse sfruttate ed oppresse, ispirando la nascita ed il radicarsi di tante organizzazioni sorelle nel subcontinente
latinoamericano e tessendo proficue relazioni con le organizzazioni sorelle di tutto il mondo.
Le compagne ed i compagni di Alternativa LIbertaria/fdca prossimi a compiere il loro 30° anniversario come organizzazione politica,
desiderano ringraziare la FAU per tutto quello che ha fatto in 60 anni per il progetto comunista anarchico e libertario,
propugnando la teoria e la prassi delle especifismo e del poder popular quale luminoso esempio della capacità degli anarchici
organizzati nella classe lavoratrice di tenere sempre aperta l'opzione per la rivoluzione sociale, per l'uguaglianza e la libertà.
Con affetto e solidarietà
Alternativa LIbertaria/fdca



L'utopia si fa storia . Proiezione a Pordenone sabato 5 novembre


1986-2016: 30° anniversario di Alternativa Libertaria/fdca









Trent'anni di vita non sono pochi per una organizzazione politica, che pur essendo assai minoritaria nell'ambito della sinistra rivoluzionaria, si è resa protagonista di iniziative, campagne e lavoro quotidiano, sociale e sindacale, che l'hanno resa comunque un punto di riferimento nei territori in cui essa è presente e nelle mobilitazioni nazionali a cui ha partecipato.
E' nel divenire soggettivo e nella temperie delle lotte di questi tre decenni che questa organizzazione si è storicamente prodotta ed è giunta oggi ad alcuni traguardi importanti:
  • esser riuscita a compiere il ricambio generazionale necessario ad attraversare il tempo, superando e ricomponendo divisioni, a favore di un condiviso progetto collettivo, politico ed organizzativo, capace di aggregare militanti provenienti da diverse esperienze politiche e di lotta;
  • esser riuscita a valorizzare con intelligenza e senza fondamentalismi le tradizioni storico-politiche su cui è nata (quella "piattaformista", quella comunista libertaria di Georges Fontenis, quella de Los Amigos di [Buenaventura] Durruti, quella del comunismo anarchico italiano) per trarne basi teoriche stabili, un progetto strategico ed un'azione politica e programmatica concreta, utile, all'interno della società.
In questi 30 anni AL/fdca ha quindi cercato costantemente di agire e proporsi come organizzazione politica coesa e responsabile i/le cui militanti siano parte naturale degli organismi di massa, del sindacato, dei movimenti, dello sperimentare alternative possibili per essere al loro interno volano ed orientamento delle idee, organizzatori dal basso della forza collettiva di lotta e della solidarietà.
Un'organizzazione con un orizzonte internazionalista, composta da militanti protagonisti politici delle lotte, loro componente riconosciuta e riconoscibile, che vincono la timidezza dell'essere minoranza per proporsi come lievito di organizzazione antiburocratica, antigerarchica, ostile ad ogni opportunismo di matrice post-leninista, ad ogni spontaneismo velleitario e ad ogni ideologismo settario. Un'organizzazione capace di saper leggere nei mutamenti le indicazioni per l'aggiornamento e l'ampliamento dell'orizzonte di lotta e di lavoro politico.
Eppure, tutto questo non sarebbe stato possibile, non sarebbe durato così tanto, non avrebbe portato a nuove generazioni di militanti, se in AL/FdCA non si fossero inverati, tanto nelle relazioni politiche e personali dei suoi militanti quanto nella pratica politica, due aspetti fondamentali: il concetto e la prassi dell'unità, il concetto e la prassi della solidarietà.
Questi concetti si sono talmente radicati nel tessuto organizzativo e transazionale di AL/FdCA, da esserne diventati cuore e sguardo, cervello e azione della nostra vita politica.
Oggi, Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica dei militanti dell'anarchismo di classe e dei rivoluzionari libertari in Italia, colloca ed orienta il suo agire politico nelle classi sfruttate e nella società, secondo valori e coordinate quali:
  • la dimensione di classe, e cioè la capacità di saper esser soggetto di lotta e di relazione con gli organismi e le lotte di massa alla luce di una analisi materialistica dei rapporti di sfruttamento e di potere;
  • la pratica dell'azione diretta, e cioè la costruzione dei rapporti di forza e del conflitto alla base dei soggetti in lotta, in seno alla coscienza di classe collettiva espressa dai partecipanti alla lotta;
  • la pratica dell'auto-organizzazione, e cioè la rivendicazione dell'autonomia dei soggetti in lotta, impedendo ad interessi esterni alla coscienza collettiva di base di condizionarne l'orientamento o di imporle un ceto dirigente;
  • la prassi del dualismo organizzativo, e cioè la corretta relazione con tutte le espressioni organizzate di massa (sindacati, organismi di base, movimenti, comitati, reti e cooperative autogestionarie,...) al fine di combattere ogni collateralismo, ogni cinghia di trasmissione, ogni ideologismo e spontaneismo, per favorire invece un processo di osmosi e di arricchimento reciproco nell'autonomia dei ruoli e delle finalità politiche e sociali.
 




Il  ruolo di Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica rivoluzionaria è, quindi, quello
  • di costituirsi come funzione politica necessaria allo sviluppo della coscienza di classe quale speranza e prassi per la trasformazione ugualitaria e libertaria della società;
  • di mediazione fra le soggettività militanti che la compongono, alla ricerca continua dell'unità e dell'omogeneità necessarie a saper fare politica alternativa, elaborare strategia alternativa e vivere il e nel cambiamento;
  • di mediazione fra il progetto anarchico ed i soggetti della lotta di classe, perché propria dei militanti rivoluzionari libertari è la funzione di memoria storica degli interessi storici del proletariato, di riportare l'anarchismo al centro delle lotte di classe ed ai soggetti di queste lotte, di "mostrare" la coerenza delle lotte per l'uguaglianza e la libertà col progetto anarchico;
  • di mediazione tra il gradualismo rivoluzionario anarchico e conquiste graduali:
    1. per aprire sempre maggiori spazi di libertà e di contropotere nella società civile;
    2. su obiettivi programmatici anticapitalistici ed antiautoritari.
L'azione politica di Alternativa Libertaria/FdCA si sviluppa incessantemente per
  • il diritto all'alternativa sociale ed alla sperimentazione;
  • la lotta sul terreno dell'allargamento e conquiste di spazi di partecipazione contro l'esclusione sociale e contro la repressione delle lotte;
  • la lotta sindacale a favore della giustizia sociale (salario, diritti, servizi, ecc.);
  • rivendicazioni sulla qualità della vita, habitat, consumi ed autoproduzioni, solidarietà internazionale;
  • la costruzione di un tessuto di sinistra sociale che prenda forza dalla pratica e dalle proposte con mezzi, per noi, coerenti col fine e che possa eventualmente costituirsi ed agire come fronte anticapitalista rivoluzionario ed antiautoritario;
  • costruire sinergie per la politica libertaria (coordinamenti, reti, alleanze, poli multipli e pluralisti, fronti anticapitalisti rivoluzionari ed antiautoritari).
Nel breve periodo Alternativa Libertaria/FdCA intende
  • contribuire alla difesa, sviluppo ed estensione del movimento di classe dei lavoratori/trici, sostenendo tutte le forme di lotta  in cui l'autonomia dei lavoratori/trici si esprime con rivendicazioni che rompano con le compatibilità della ristrutturazione capitalistica in corso e con la legislazione lesiva delle libertà sindacali, contribuendo a processi di riaggregazione nel territorio e nei luoghi di lavoro;
  • contribuire allo sviluppo e radicamento dei movimenti sociali contro la guerra ed il militarismo, contro il liberismo, contro lo sfruttamento e la mercificazione di persone e risorse, contro il razzismo e la riduzione in schiavitù di donne e uomini, contro le discriminazioni sessiste ed il patriarcato, portandovi prassi e contenuti a carattere anticapitalistico, antiautoritario ed antifascista; 
  • contribuire - nei modi e nei contenuti caratteristici dei rivoluzionari comunisti anarchici - alla ricostruzione di un composito movimento di opposizione ai governi della ristrutturazione capitalistica in Italia ed in Europa, perché la sconfitta delle politiche dell'austerity avvenga nelle piazze, nelle strade e nei luoghi di lavoro senza cadere nelle illusioni elettorali;
  • contribuire allo sviluppo del movimento anarchico internazionale, sostenendo la rete Anarkismo, le sue organizzazioni ed i suoi progetti politici; partecipando alle forme di solidarietà internazionale a favore delle lotte sociali nel mondo;
  • contribuire allo sviluppo in Italia di un fronte libertario per la diffusione del progetto sociale anarchico;
  • contribuire alla costruzione di un fronte sociale delle forze di opposizione e rivendicative per accumulare capacità di lotta, di contropotere e di progettualità edificatrice dell'alternativa libertaria.
Alternativa Libertaria/FdCA
1 novembre 2016

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)