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giovedì 25 luglio 2013

in morte di Stalin

BILANCIO E SALDO DELL'«ERA STALINIANA»


Dopo la morte di Stalin

(«L'Impulso» n. 3-4 del 15 aprile 1953)



Non avendo fatto in occasione della morte di Stalin alcuna concessione all'ipocrisia necrologica ostentata dalle prediche della politica ufficiale ed elemosinata da una opposizione che non ha il coraggio di restare sola neppure nel cordoglio, anzi avendo tristemente riflettuto sulle consuetudini d'insincerità, di finzione e di conformismo che infestano la vita politica italiana, possiamo fin da ora formulare un giudizio sullo stalinismo come fatto storico, infischiandocene di ogni accusa di irriverenza.

Verso Stalin vivo noi non nutrimmo mai sentimenti di ammirazione o di gratitudine. Non c'è ragione per mutare il nostro stato d'animo ora che è morto. Anzi la sua morte ha posto il suo sigillo sulla nostra valutazione dell'uomo e del sistema che egli rappresentava: valutazione che poteva essere sconvolta da fatti nuovi imprevedibili che solo la vita poteva riserbarci.

L'ammirazione per la sua venticinquennale dittatura può essere condivisa da coloro che detengono come lui l'arma del potere e in lui perdono un socio cointeressato alla gestione del mondo, ora in veste di alleato ora in veste di antagonista, oppure da coloro che viziati da una lunga diseducazione servile sono attratti da un fascino che misura gloria e onore e grandezza su un metro di potere tanto più degno di venerazione quanto più abilmente e ferocemente perseguito e difeso. E neppure troviamo sufficienti ragioni di plauso nei formidabili progressi tecnici che la Russia ha compiuto sotto il regime di Stalin, non tanto perché rifuggiamo da ogni interpretazione individualistica e mitologica dei fatti storici, quanto perché riteniamo Stalin non il produttore ma il prodotto di una società che nella direzione della valorizzazione e della espansione economica era sospinta da ineluttabili condizioni oggettive.

Gratitudine neppure. Come avversari del fascismo, prescindendo da ogni valutazione politica sulla seconda guerra imperialista, noi non possiamo ignorare il fatto che l'U.R.S.S. fu coinvolta nella guerra anti-nazista, suo malgrado, dopo aver inizialmente favorito i successi militari e diplomatici di Hitler e che d'altra parte un riconoscimento delle conclamate benemerenze di Stalin non potrebbe essere dissociato da un analogo riconoscimento verso i suoi amici Roosevelt e Churchill! E da molto tempo noi abbiamo condannato la banda e le sue gesta, per istruire oggi una revisione del processo.

Come militanti del movimento operaio italiano non sappiamo di qual contributo dovremmo essere grati a Stalin. Forse per il fatto che la politica staliniana bloccò e deviò, fra il 1943 e il 1947 per le sue particolari esigenze la spinta rivoluzionaria del proletariato italiano? Forse perché essa fra il 1948 e il 1953 inquadrando le lotte del proletariato italiano negli schemi della propria strategia e scoprendo il fianco della classe operaia alle insidie della propaganda nemica, disarmò le nostre masse di ogni ardimento e di ogni fede, piombandole nell'attendismo e nel gregarismo passivo? Ma di tutto ciò rendan grazie a Stalin gli imperialisti americani e la borghesia italiana che hanno allungato la loro vita di parecchi anni, mercé la proroga ottenuta tramite la mediazione staliniana; non noi. Come anarchici e come rivoluzionari potremmo tenere in debito conto il contributo dato da Stalin ai problemi della rivoluzione proletaria - contributo che risale al periodo antecedente la sua ascesa al potere, quando egli usciva da una fresca esperienza di lotta - se una pratica burocratica di governo durata venticinque anni non avesse portato con sé la paralisi teorica di larghi settori del movimento operaio mondiale e non avesse spento nel sangue ogni minima gestazione di risveglio intellettuale rivoluzionario.

Se poi la figura di Stalin è collegata al regime che per molti anni essa ha incarnato, noi ci porremo una domanda preliminare:

"Sotto la dittatura di Stalin quali passi in avanti hanno compiuto le masse lavoratrici russe non solo sul piano dello standard di vita (anche il capitalismo compie questi miracoli: anche i re del petrolio e dello zucchero portarono ondate di benessere e non possono non portarne i re della pianificazione) ma sul piano della effettiva conquista del loro potere, nel senso dell'organizzazione di una nuova società socialista senza stato?".

Non si può rispondere a questa domanda con le cifre sulla produzione annua di kilowatt o con le statistiche sulla fabbricazione di escavatori. Si risponde a questa domanda con l'esempio vivente di un popolo libero, attivo nelle sue associazioni di base, alieno da ogni infatuazione militarista e patriottica, capace di una vita politica non turbata da complotti e da epurazioni perché sana e dotata di organici elementi di autodifesa, geloso della propria indipendenza verso i nemici esterni, ma anche della propria autonomia contro ogni involuzione burocratica e centralistica delle proprie istituzioni civili, allenato alla discussione dei propri problemi, refrattario ad ogni idolatria.

Questo esempio non ci è offerto dall'Unione Sovietica: anzi, per stare a fatti recenti, la stessa successione ai massimi centri di potere dell'Unione dopo la morte di Stalin si è effettuata con la totale assenza di volontà, della partecipazione anche passionale delle masse.

Ora, poiché per noi ogni critica della democrazia è valida in quanto miri a costituire condizioni più adatte per il suo sviluppo, senza rinnegarne il fine (tutta la critica antidemocratica del socialismo è indirizzata in questo senso, verso una democrazia sostanziale), è evidente che il regime staliniano non ha costituito un passo in avanti per la realizzazione di una società socialista; anzi esso ha fatto arretrare le masse lavoratrici russe da molte posizioni avanzate che in fatto di autogoverno esse avevano raggiunto con la rivoluzione del 1917.

Dir questo non significa tuttavia concludere che il regime staliniano abbia eluso o definitivamente eliminato dal processo di sviluppo della società russa ogni istanza di progresso. Tutt'altro. Potremmo dire che l'opera di Stalin ha anzi costituito le premesse per la disfatta dello stalinismo. La formazione di un potente proletariato industriale, forse più omogeneo che in qualsiasi altra parte del mondo, l'attrazione nell'orbita della civiltà delle macchine e dei piani, dei popoli dell'Asia Centrale, finora segregati dal resto del mondo, la "consumazione" dell'esperienza del capitalismo di stato per la conservazione della società divisa in classi: ecco che cosa ci ha dato l'era staliniana testé conclusasi.

Noi salutiamo la conclusione di quest'era che per l'aggravarsi di contraddizioni che da tempo maturano nella società russa metterà inevitabilmente nuove forze sociali in movimento. Dall'intervento di queste forze le masse lavoratrici di tutto il mondo, quando in se stesse e non nei miti ripongano ferma fiducia, niente hanno da perdere.

Lo hanno capito i leaders dell'imperialismo occidentale quando non hanno potuto nascondere il loro allarme e le loro paure per la scomparsa di quel "fattore di equilibrio e di stabilità" che Stalin rappresentava. Lo spettro della rivoluzione è per essi molto più minaccioso del volto, ormai noto e possibilmente cordiale, di un uomo fatto a loro immagine e somiglianza.

G.A.A.P. - Gruppi Anarchici di Azione Proletaria





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