ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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lunedì 13 aprile 2020

lotta di classe al tempo del corona virus

 

















L’italia con sessanta milioni di abitanti ed al vertice, insieme a Germania e Giappone, della classifica delle popolazioni più anziane, ha centocinquantamila posti letto nella sanità pubblica e quarantamila in quella privata.
Complessivamente fra le strutture pubbliche e le strutture private, cinquemila sono i posti letto abilitati per la terapia intensiva.
Oltre 3600 sono nelle strutture della sanità pubblica, mentre gli altri 1400 sono nelle strutture private convenzionate.
Lo sforzo e l’obiettivo che il governo nazionale insieme alle Regioni, come si sa titolari della sanità pubblica e convenzionata, stanno mettendo in campo è quello di arrivare per fine di questo mese a disporre di 6100 posti letto.
Se questi sono alcuni dati generali ciò che è necessario capire e su cui riflettere è per quale motivo ci stiamo tragicamente avvicinando a quel punto limite nel quale possono mancare posti letto di terapia intensiva.
Stiamo concretamente rischiando di arrivare a porsi il dilemma di dover sceglier chi salvare (intubare) e chi no.
Occorre ricordare inoltre che per ogni posto di terapia intensiva necessario a una persona in grave rischio di vita, bisogna avere, oltre alle attrezzature mediche, personale medico e infermieristico specializzato, secondo standard definiti di 12 medici e 24 infermieri per unità di 8 posti letto, oltre al personale non specializzato (OSS) e dei servizi generali .
La logica privatistica introdotta nella sanità pubblica, l’estensione del concetto della competitività con il corrispettivo allargamento di quella privata, ha portato ad una costante ed ineluttabile riduzione di posti letto complessivi.
Chiusure di Ospedali “minori” riduzione di presidi territoriali, applicazione alle ASL della stessa logica di centralizzazione e concentrazione del capitale privato manifatturiero, applicando alla sanità gli stessi approcci produttivistici come il just in time, la riduzione delle scorte, ecc.. come se la nostra salute fosse una merce qualsiasi.
Ciò ha determinato che abbiamo un posto di terapia intensiva ogni cirva 11870 abitanti mentre in Germania abbiamo un rapporto di un posto letto ogni 3000 abitanti, essendo i posti letto complessivi di terapia intensiva 28000, oltre cinque volte di più dell’italia pur non essendo affatto e la popolazione tedesca il quintuplo degli italiani.
Oltre a questa falcidia nel 2015 il Governo Renzi nel regolamento per gli standard ospedalieri definito con decreto (Decreto n70 del 02\04\2015) ha stabilito che un utilizzo medio dell’ 80/90 % dei posti letto durante l’anno deve essere ritenuto sufficiente.
I Reparti di rianimazione quindi, in assenza di corona virus, sono quasi al completo .
Ciò significa che dei circa 5000 posti letto nei Reparti di terapia intensiva quelli liberi per l’emergenza Covid-19 in realtà sono meno di un migliaglio a livello nazionale.
Quindi basta che i pazienti di Covid-19 raggiungano il 10/20 % dei posti letto di rianimazione a disposizione per saturare i Reparti.
Sappiamo che nei casi di corona virus rilevati, uno su cinque, sviluppa complicazioni polmonari serie o gravi e la metà deve essere ricoverato in terapia intensiva, pena una rapida morte per asfissia. Quindi uno su dieci ha bisogno di essere intubato.
Dunque, il punto di crisi, in condizioni normali, della sanità italiana è di circa cinquantamila.
Ipotizzando che il contagio da corona virus possa arrivare a cinquantamila (attualmente, mentre scriviamo queste note i dati disponibili dell’ infezione sono arrivati a oltre 20000) si saturerebbero completamente i posti letto disponibili e dopo questo numero chi dovesse avere un infarto, o un decorso post operatorio complesso rischierebbe di morire per assenza di trattamento idoneo.
Inoltre lo stato dell’arte della sanità italiana è caratterizzata dalla mancanza cronica di medici e infermieri.
In Italia mancano 10mila medici, 53mila infermieri e 70mila OSS e sono oltre 2mila tra medici e infermieri i contagiati durante le ore di servizio fino a questo momento.
Non possiamo accettare che le necessarie misure di contenimento della malattia ricadano sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori così come sulle nuove generazioni di precari e precarie, lavoratrici e lavoratori autonomi.
A fronte del divieto di mobilità, oramai sul tutto territorio nazionale ed alla chiusura delle attività commerciali ad esclusione delle filiere alimentari, non sono state fermate le fabbriche e gli altri posti di lavoro, non sono state organizzate al loro interno forme sufficienti di garanzia e protezione rispetto alla possibile epidemia del virus.
I Padroni, attraverso Confindustria, hanno fortemente condizionato il governo per non arrivare al blocco totale della produzione.
Questo ha determinato e sta determinando un crescendo di scioperi aziendali indetti da parte della maggioranza delle strutture sindacali tutte, dalla CGIL passando per la CISL e la UIL fino ai sindacati di base.
La richiesta minima di queste agitazioni, che in alcuni casi stanno subendo gravi intimidazioni e repressioni, è quella di dotarsi di DPI (dispositivi di protezione individuale) fino alla giusta richiesta di non perdere salario o il lavoro a causa del corona virus.
Lo stesso protocollo di sicurezza per i lavoratori siglato fra Confindustria e Organizzazioni Sindacali non rappresenta una soluzione effettiva in quanto il rispetto dello stesso protocollo viene demandato alle strutture aziendali. RSA, RSU ed RSL, non tenendo minimamente di conto, in maniera pilatesca, della situazione delle migliaia di picccole o piccolissime fabbriche e posti di lavoro non sindacalizzati o dove il ricatto padronale è forte o la dove queste realtà spesso lavorano dentro la fliera dell’aziende industriali più grandi e se noin si ferma la capofila non possono fermarsi nemmeno loro.
il diritto alla nostra salute viene prima del loro profitto
Occorre subito una forte assunzione di infermieri e Operatori Socio-Sanitari (OSS) e internalizzare stabilizzandoli, tutti i lavoratori precari della Sanità.
Fare un grosso piano di assunzioni con bandi rapidi e agevolati.
Occorre uno stanziamento di risorse straordinarie, anche attraverso una patrimoniale, per la garanzia dei posti di lavoro, compreso per i precari che lavorano negli appalti e per la copertura integrale del salario.
E’ altresì necessario contrastare il tentativo di promuovere un nuovo clima di “unità nazionale”.
Non è accettabile che in nome dell’ennesima emergenza si occulti le responsabilità della classe dominante e dei governi dei tagli e delle privatizzazioni alla sanità cosi come lo scadimento e la riduzione dei servizi.
Occorre promuovere e sostenere tutte le mobilitazioni dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati vei disoccupati che c’erano  e di quelli  nuovi creati dall’emergenza sanitaria, per il lavoro e il reddito.
Occorre trasformare questa gravissima e pericolosissima pandemia in un processo di unità e autonomia internazionale del movimemnto dei lavoratori nei confronti di tutti i governi, intenti esclusivamente a sostenere le classi dominanti e le rispettive borghesie nazionali preoccupate esclusivamente di non perdere quote di mercato rispetto ai competitori europei e/o mondiali.
La motivazione di non fermare totalmente le produzioni ad esclusione dei beni di prima necessità come i generi alimentari e quelli farmaceutici risponde esattamente a questa insaziabile sete di profitto a scapito della stessa salute dei propri operai, confermando vieppiù l’assioma della produzione capitalistica e la sua sostanziale irrazionalità e la necessità di una società comunista e libertaria per non sprofondare nella barbarie.
I militanti e le militanti di Alternativa Libertaria/FdCA sono all’unisono accanto ed a sostegno delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, dei loro bisogni, della loro capacità organizzativa.

domenica 30 aprile 2017

1 MAGGIO 2017, PER UNA TRASFORMAZIONE AUTOGESTIONARIA DELLA VITA SOCIALE

Quando, l’1 Maggio 1886, la Federazione dei Lavoratori di USA e Canada proclamò lo sciopero generale per le 8 ore di lavoro, la prima reazione delle/gli anarchici di Chicago fu quella di giudicare lo sciopero generale come insufficiente. Ma si resero successivamente conto della necessità di sostenere lo sciopero, in quanto furono capaci di vedere nella lotta per le otto ore non solo una semplice riforma, ma una profonda discontinuità col sistema capitalistico.
Gli slogan che si riferivano a 8 ore di lavoro, 8 ore per il riposo e 8 ore di tempo libero, coinvolgevano in quest’ottica il bisogno di coloro che lottano per farsi carico della propria vita, di scegliere qual è il senso del tempo, il senso del lavoro e della vita sociale in generale. Per questo nella campagna dei primi mesi del 1886, furono gli anarchici che pronunciarono i più ardenti discorsi contro l’ordine costituito e per la costruzione di una società di uguali, davanti a migliaia di scioperanti che si erano mobilitati negli Stati Uniti.
La feroce repressione e la persecuzione da parte dello Stato cadde su proprio su coloro che si erano mobilitati in quei giorni lasciando diversi morti e imprigionando quelli che in seguito divennero noti come i martiri di Chicago.
In oltre 130 anni di dominio da quel 1 Maggio 1886, il capitalismo ha raggiunto una globalizzazione senza precedenti. Ha esteso la sua politica neoliberista su gran parte del pianeta. Le sue organizzazioni internazionali agiscono con coerenza travolgente a beneficio di un piccolo gruppo di potenti, e per la frammentazione di ogni forma di resistenza. Distruggono il mondo del lavoro, i legami di solidarietà, la vita sociale, incrementano lo sfruttamento e peggiorano le condizioni di lavoro, creano enormi masse di povertà e di indigenza in tutto il mondo, reprimono le lotte sindacali e disincentivano la creazione di sindacati nei posti di lavoro.
In questa fase di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici perseguitati dalle guerre guerreggiate e dalla devastante ristrutturazione capitalistica in atto da 10 anni, dobbiamo costruire una strategia di rottura con il sistema di dominio. Per fare questo abbiamo bisogno di organizzare, in tutte le sfere della vita sociale una trasformazione radicale. In questo senso la costruzione di una forza capace di autogestione sociale è indispensabile se vogliamo sconfiggere le classi dominanti, per difenderci dai meccanismi economici e dalle istituzioni che ci opprimono con le politiche securitarie nonchè rafforzando le gerarchie sociali di comando e obbedienza.
E’ necessario costruire e partecipare in tutto il mondo a organizzazioni di classe che si oppongono al neoliberismo, che lottano contro la precarizzazione e le forme di distruzione della vita sociale: non bastano improbabili riforme bensì occorre un ribaltamento della prospettiva di vita e di organizzazione sociale in nome della solidarietà, della partecipazione, della soggettività individuale e collettiva che è in costante conflitto con il sistema capitalistico.
Il comunismo anarchico è la prassi storica degli oppressi, che si traduce nella costruzione di un progetto sociale che propone il primato della autogestione a tutti i livelli della vita sociale: questo è il percorso che abbiamo scelto per costruire un mondo senza dominio, per costruire questo orizzonte di libertà e, come i martiri di Chicago, come i tanti compagni e le tante compagne che nella nostra storia hanno dedicato la loro vita a questo, ora spetta a noi trovare il modo di impegnarci e lottare per questa causa.
Qui ed ora.

venerdì 20 gennaio 2017

IL GIUSTIFICATO MOTIVO OGGETTIVO


IL GIUSTIFICATO MOTIVO OGGETTIVO 
 
Il 7 dicembre 2016 la Corte di Cassazione stabilisce in una sentenza: “si può licenziare per fare più profitti”; il padrone, per aumentare efficienza e produttività, per meglio organizzare la produzione, può   procedere   ai licenziamenti monetizzando. Ovviamente versando al lavoratore il meno possibile.
Non si tratta quindi di una esigenza, come sottolineano sempre,   legata alla crisi dell’azienda, alla sua sopravvivenza, ma al semplice” il lavoratore non mi serve più”, viene sostituto con un robot,   con fornitori esterni più economici, la sua mansione entra in un’altra “organizzazione”.
Si tratta dell’applicazione della prima frase dell’ART. 41 della costituzione più bella del mondo – libertà di iniziativa economica- il resto è frutto della legge fornero e del jobs act ovvero la flessibilità in uscita.
Il diritto del lavoro è diventato inservibile: “nessuno”, nessuna dottrina giuridica, può” entrare” sostituendosi alle scelte organizzative dell’azienda.
Il mercato della forza lavoro compone l’altro tassello che mancava al sogno padronale: dopo aver imposto la massima flessibilità in entrata, la precarizzazione funziona da 20 anni, e l’uso del lavoro accessorio, i voucher.
La   falsa discussione in atto sui voucher, che punta a mantenerli, sul loro dilagare in tutti i settori, compresa la copertura all’altra parte -il lavoro in nero- e si potrebbe continuare, non fa emergere il punto fondamentale: sono lo strumento per la decontratualizzazione del lavoro e dell’affermazione del rapporto individuale lavoratore- padrone. L’uscita dallo schema classico del lavoro entra direttamente nella cultura sociale e nei comportamenti collettivi e dei singolo lavoratori.
Sempre più ampia la forbice tra lavoratori che pure senza diritti e tutele adeguate sono remunerati e svolgono lavoro di qualità e una larga fetta di classe che vive a stretto contatto con questa ma svolge lavoro precario e non pagato.
La Ferrari Auto distribuisce un premio a tutti i suoi dipendenti di 5000 € per aver lavorato forte e bene raggiungendo gli obiettivi stabiliti dall’azienda, la comunicazione è stata   fatta direttamente da Marchionne in assemblea. Ma il dipendente Ferrari inoltre ha la previdenza integrativa con contributi maggiorati,la sanità integrativa anche per i famigliari e altro welfare.
Il 30 dicembre 2016 la multi utility   IREN ha disdettato i 200   contratti aziendali delle varie sedi: nulla di nuovo, iniziò la FIAT nel 2009 e tanti altri.
I lavoratori di 2 false cooperative di facchinaggio, di Montese MO, sono stati licenziati con la solita consolidata procedura: i lavoratori hanno picchettato, il committente, la ditta Levoni, che smonta la carne per i supermercati, ha chiesto agibilità : cariche della polizia e lacrimogeni.
Possiamo continuare con Barilla che per ” favorire” 200 impiegate sposta il lavoro a domicilio: gli elogi si sprecano ma in particolare le lavoratrici si sentono più libere.
Oggi la classe viene scomposta, individualizzata, in competizione, si accetta di lavorare gratis perchè fa curriculum e ci si sente partecipi di qualcosa.
L’ultimo snodo: il lavoro sembra perdere il suo carattere di subordinazione creando una situazione dove segmenti di classe sembrano aderire ad una cultura sempre più egemonica: sostanzialmente individualista fatta di competitività e antisolidaristica; anche se inserito in strutture definite vivi il tuo lavoro in modo individuale come se fossi in una condizione di competitività costante.
E quest’ultima   parte dell’analisi critica dei rapporti di produzione, non più esterna ma tutta interna,  va indagata come parte del rapporto e costruzione del soggetto e della forma che definiamo di dominio sui lavoratori.
96° Consiglio dei Delegati
Alternativa Libertaria/FdCA

mercoledì 2 novembre 2016

Fonti scritte e orali per la storia dell'Organizzazione anarchica marchigiana

Collana OttocentoDuemila, Strumenti, 1

Fonti scritte e orali per la storia dell'Organizzazione anarchica marchigiana
Luigi Balsamini

(BraDypUS Communicating Cultural Heritage, 2016)
L’Organizzazione anarchica marchigiana è stata dal 1972 al 1979 l’organizzazione specifica della tendenza comunista anarchica, esterna alla Federazione anarchica italiana, presente con diverse sezioni sul territorio regionale. Questo libro ne ripercorre la storia attraverso due canali complementari. Nella prima parte viene presentato l’inventario del fondo archivistico riconosciuto di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica delle Marche nel 2013. Il fondo, che è attualmente conservato a Fano presso l’Archivio-Biblioteca Enrico Travaglini, contiene la documentazione prodotta e acquisita dalle diverse sezioni dell’Organizzazione: corrispondenza, documenti interni (circolari, relazioni, verbali di riunioni, resoconti della cassa comune, note), documentazione a stampa (opuscoli, periodici, numeri unici, volantini e manifesti), fotografie. La seconda parte contiene le trascrizioni di ventuno interviste a ex militanti dell’Organizzazione che, nella varietà dei loro attuali punti di vista, danno vita a un affresco corale sul comunismo anarchico marchigiano degli anni Settanta.

 
Indice
  • Introduzione
  •  L’Oam nel contesto storico del movimento anarchico in Italia
  •  Il Patto associativo
  •  Sezione fotografica
  •  Inventario del fondo Oam presso l’Archivio-Biblioteca Enrico Travaglini di Fano a cura di Matteo Sisti
    • 1. Organizzazione anarchica marchigiana
      • 1.1. Carteggio amministrativo
      • 1.2. Documenti a stampa
        • 1.2.1. Fascicoli organizzati per argomento
        • 1.2.2. Fascicoli organizzati per luogo di provenienza
        • 1.2.3. Fascicoli organizzati per tipologia documentaria e autore
      • 1.3. Fotografie
  • Le fonti orali: note metodologiche
  • Interviste
    • 1. Nicola Sabatino
    • 2. Michele Gianni
    • 3. Roberto Bernardini
    • 4. Carlo Migani
    • 5. Federico Sora
    • 6. Anna Maria Della Fornace
    • 7. Gianfranco Careri
    • 8. Tullio Bugari
    • 9. Michel Mattioli
    • 10. Patrizia De Santis
    • 11. Francesco Ribes
    • 12. Massimo Lanzavecchia
    • 13. Patrizio Nocchi
    • 14. Giordano Cotichelli (con testimonianza di Giulio Gabrielloni)
    • 15. Luciana Andreoli e Roberto Magnaterra
    • 16. Sandro Accardo
    • 17. Luigi Andreani
    • 18. Roberto Olivieri
    • 19. Pietropaolo Masè
    • 20. Aurora Maggio
    • 21. Roberto Sabatino
  •  Manifesti, opuscoli e altri documenti
  •  Bibliografia essenziale

Auguri FAU

Car* compagn*,
Alternativa Libertaria/fdca vi invia dall'Italia i migliori auguri per la festa del vostro 60° anniversario.
Se è vero che uno dei problemi delle organizzazioni rivoluzionarie, sia quelle politiche che quelle di massa,
è la loro durata nel tempo rispetto alla capacità di durare delle istituzioni del capitalismo, allora è il caso
di affermare senza tema di smentita che la storia, l'esperienza e la lunga durata della FAU dimostrano come
sia possibile nei decenni opporsi, resistere, sopravvivere alla repressione e riproporsi generazione dopo generazione come soggetto rivoluzionario,
soggetto di cambiamento e di costruzione di alternativa libertaria.
Quasi tre generazioni di militanti anarchici ed anarchiche hanno saputo così porsi come punto di riferimento per la lotta
nazionale ed internazionale contro le dittature, contro il turbocapitalismo dei giorni nostri, costruendo al tempo stesso
la casa dei rivoluzionari anarchici ed il motore necessario alle lotte delle masse sfruttate ed oppresse, ispirando la nascita ed il radicarsi di tante organizzazioni sorelle nel subcontinente
latinoamericano e tessendo proficue relazioni con le organizzazioni sorelle di tutto il mondo.
Le compagne ed i compagni di Alternativa LIbertaria/fdca prossimi a compiere il loro 30° anniversario come organizzazione politica,
desiderano ringraziare la FAU per tutto quello che ha fatto in 60 anni per il progetto comunista anarchico e libertario,
propugnando la teoria e la prassi delle especifismo e del poder popular quale luminoso esempio della capacità degli anarchici
organizzati nella classe lavoratrice di tenere sempre aperta l'opzione per la rivoluzione sociale, per l'uguaglianza e la libertà.
Con affetto e solidarietà
Alternativa LIbertaria/fdca



1986-2016: 30° anniversario di Alternativa Libertaria/fdca









Trent'anni di vita non sono pochi per una organizzazione politica, che pur essendo assai minoritaria nell'ambito della sinistra rivoluzionaria, si è resa protagonista di iniziative, campagne e lavoro quotidiano, sociale e sindacale, che l'hanno resa comunque un punto di riferimento nei territori in cui essa è presente e nelle mobilitazioni nazionali a cui ha partecipato.
E' nel divenire soggettivo e nella temperie delle lotte di questi tre decenni che questa organizzazione si è storicamente prodotta ed è giunta oggi ad alcuni traguardi importanti:
  • esser riuscita a compiere il ricambio generazionale necessario ad attraversare il tempo, superando e ricomponendo divisioni, a favore di un condiviso progetto collettivo, politico ed organizzativo, capace di aggregare militanti provenienti da diverse esperienze politiche e di lotta;
  • esser riuscita a valorizzare con intelligenza e senza fondamentalismi le tradizioni storico-politiche su cui è nata (quella "piattaformista", quella comunista libertaria di Georges Fontenis, quella de Los Amigos di [Buenaventura] Durruti, quella del comunismo anarchico italiano) per trarne basi teoriche stabili, un progetto strategico ed un'azione politica e programmatica concreta, utile, all'interno della società.
In questi 30 anni AL/fdca ha quindi cercato costantemente di agire e proporsi come organizzazione politica coesa e responsabile i/le cui militanti siano parte naturale degli organismi di massa, del sindacato, dei movimenti, dello sperimentare alternative possibili per essere al loro interno volano ed orientamento delle idee, organizzatori dal basso della forza collettiva di lotta e della solidarietà.
Un'organizzazione con un orizzonte internazionalista, composta da militanti protagonisti politici delle lotte, loro componente riconosciuta e riconoscibile, che vincono la timidezza dell'essere minoranza per proporsi come lievito di organizzazione antiburocratica, antigerarchica, ostile ad ogni opportunismo di matrice post-leninista, ad ogni spontaneismo velleitario e ad ogni ideologismo settario. Un'organizzazione capace di saper leggere nei mutamenti le indicazioni per l'aggiornamento e l'ampliamento dell'orizzonte di lotta e di lavoro politico.
Eppure, tutto questo non sarebbe stato possibile, non sarebbe durato così tanto, non avrebbe portato a nuove generazioni di militanti, se in AL/FdCA non si fossero inverati, tanto nelle relazioni politiche e personali dei suoi militanti quanto nella pratica politica, due aspetti fondamentali: il concetto e la prassi dell'unità, il concetto e la prassi della solidarietà.
Questi concetti si sono talmente radicati nel tessuto organizzativo e transazionale di AL/FdCA, da esserne diventati cuore e sguardo, cervello e azione della nostra vita politica.
Oggi, Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica dei militanti dell'anarchismo di classe e dei rivoluzionari libertari in Italia, colloca ed orienta il suo agire politico nelle classi sfruttate e nella società, secondo valori e coordinate quali:
  • la dimensione di classe, e cioè la capacità di saper esser soggetto di lotta e di relazione con gli organismi e le lotte di massa alla luce di una analisi materialistica dei rapporti di sfruttamento e di potere;
  • la pratica dell'azione diretta, e cioè la costruzione dei rapporti di forza e del conflitto alla base dei soggetti in lotta, in seno alla coscienza di classe collettiva espressa dai partecipanti alla lotta;
  • la pratica dell'auto-organizzazione, e cioè la rivendicazione dell'autonomia dei soggetti in lotta, impedendo ad interessi esterni alla coscienza collettiva di base di condizionarne l'orientamento o di imporle un ceto dirigente;
  • la prassi del dualismo organizzativo, e cioè la corretta relazione con tutte le espressioni organizzate di massa (sindacati, organismi di base, movimenti, comitati, reti e cooperative autogestionarie,...) al fine di combattere ogni collateralismo, ogni cinghia di trasmissione, ogni ideologismo e spontaneismo, per favorire invece un processo di osmosi e di arricchimento reciproco nell'autonomia dei ruoli e delle finalità politiche e sociali.
 




Il  ruolo di Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica rivoluzionaria è, quindi, quello
  • di costituirsi come funzione politica necessaria allo sviluppo della coscienza di classe quale speranza e prassi per la trasformazione ugualitaria e libertaria della società;
  • di mediazione fra le soggettività militanti che la compongono, alla ricerca continua dell'unità e dell'omogeneità necessarie a saper fare politica alternativa, elaborare strategia alternativa e vivere il e nel cambiamento;
  • di mediazione fra il progetto anarchico ed i soggetti della lotta di classe, perché propria dei militanti rivoluzionari libertari è la funzione di memoria storica degli interessi storici del proletariato, di riportare l'anarchismo al centro delle lotte di classe ed ai soggetti di queste lotte, di "mostrare" la coerenza delle lotte per l'uguaglianza e la libertà col progetto anarchico;
  • di mediazione tra il gradualismo rivoluzionario anarchico e conquiste graduali:
    1. per aprire sempre maggiori spazi di libertà e di contropotere nella società civile;
    2. su obiettivi programmatici anticapitalistici ed antiautoritari.
L'azione politica di Alternativa Libertaria/FdCA si sviluppa incessantemente per
  • il diritto all'alternativa sociale ed alla sperimentazione;
  • la lotta sul terreno dell'allargamento e conquiste di spazi di partecipazione contro l'esclusione sociale e contro la repressione delle lotte;
  • la lotta sindacale a favore della giustizia sociale (salario, diritti, servizi, ecc.);
  • rivendicazioni sulla qualità della vita, habitat, consumi ed autoproduzioni, solidarietà internazionale;
  • la costruzione di un tessuto di sinistra sociale che prenda forza dalla pratica e dalle proposte con mezzi, per noi, coerenti col fine e che possa eventualmente costituirsi ed agire come fronte anticapitalista rivoluzionario ed antiautoritario;
  • costruire sinergie per la politica libertaria (coordinamenti, reti, alleanze, poli multipli e pluralisti, fronti anticapitalisti rivoluzionari ed antiautoritari).
Nel breve periodo Alternativa Libertaria/FdCA intende
  • contribuire alla difesa, sviluppo ed estensione del movimento di classe dei lavoratori/trici, sostenendo tutte le forme di lotta  in cui l'autonomia dei lavoratori/trici si esprime con rivendicazioni che rompano con le compatibilità della ristrutturazione capitalistica in corso e con la legislazione lesiva delle libertà sindacali, contribuendo a processi di riaggregazione nel territorio e nei luoghi di lavoro;
  • contribuire allo sviluppo e radicamento dei movimenti sociali contro la guerra ed il militarismo, contro il liberismo, contro lo sfruttamento e la mercificazione di persone e risorse, contro il razzismo e la riduzione in schiavitù di donne e uomini, contro le discriminazioni sessiste ed il patriarcato, portandovi prassi e contenuti a carattere anticapitalistico, antiautoritario ed antifascista; 
  • contribuire - nei modi e nei contenuti caratteristici dei rivoluzionari comunisti anarchici - alla ricostruzione di un composito movimento di opposizione ai governi della ristrutturazione capitalistica in Italia ed in Europa, perché la sconfitta delle politiche dell'austerity avvenga nelle piazze, nelle strade e nei luoghi di lavoro senza cadere nelle illusioni elettorali;
  • contribuire allo sviluppo del movimento anarchico internazionale, sostenendo la rete Anarkismo, le sue organizzazioni ed i suoi progetti politici; partecipando alle forme di solidarietà internazionale a favore delle lotte sociali nel mondo;
  • contribuire allo sviluppo in Italia di un fronte libertario per la diffusione del progetto sociale anarchico;
  • contribuire alla costruzione di un fronte sociale delle forze di opposizione e rivendicative per accumulare capacità di lotta, di contropotere e di progettualità edificatrice dell'alternativa libertaria.
Alternativa Libertaria/FdCA
1 novembre 2016

giovedì 24 marzo 2016

Si salvi chi può! Prima le banche e le imprese.A spese di lavoratori, migranti, profughi.


Si salvi chi può! Prima le banche e le imprese.

 

Il bazooka per salvare l'Europa dei profitti

Da tempo la BCE si sforza nel tentativo di stimolare la declinante economia dell'area-euro e di impedire l'affermarsi della deflazione. Già  un anno fa  dava inizio al suo cospicuo programma di alleggerimento finanziario dei rischi delle banche,  tramite quantitative easing, (QE), acquistando 60 miliardi di euro di titoli  al mese,  programma  che aveva avuto una proroga di 6 mesi, fino al marzo 2017, ed ha aumentato la quota di QE  a€80 miliardi al mese da aprile.

E' questa la misura più vistosa, certo non risolutiva, presa dalla BCE il 10 marzo. Inoltre i tassi dei depositi bancari presso la BCE, già divenuti negativi (da -0,2% a -0,3% in dicembre 2015) sono stati ulteriormente abbassati al -0.4%, mentre i tassi sui finanziamenti sono scesi dal già ridicolo 0,05% a zero. Fino ad ora, gli acquisti di assets riguardavano i titoli di Stato, insieme a titoli assicurativi emessi dalle banche. Ora entrano nel carrello di spesa della BCE anche le obbligazioni societarie. La BCE condurrà anche quattro nuove operazioni di finanziamento, tra giugno e marzo 2017, ciascuno con una durata di quattro anni, volte a rafforzare il credito al settore privato, fornendo finanziamenti a condizioni estremamente favorevoli.

Sono misure che cercano di rispondere alle mancate attese. Tutte le previsioni vengono riviste al ribasso.  Le previsioni per il 2016 sono dell'1,4% (invece dell'1,7% atteso), mentre i prezzi al consumo nel 2016 aumenteranno solo dello 0,1% (invece dell'1,0%).

Sebbene i tassi negativi sui depositi non entusiasmino le banche, le 4 operazioni di finanziamento di prestiti della BCE ridaranno ossigeno alle stesse banche, mentre l'acquisto di obbligazioni emesse dalle imprese, by-passando le banche, inietta liquidità direttamente nei bilanci del capitale industriale europeo.

E come  accaduto per tutte le precedenti misure “di stimolo” prese dalla BCE (LTRO, QE), finiranno per salvare profitti finanziari delle banche (ed ora anche delle imprese) senza “stimolare” in nessun modo il lavoro, l'occupazione, il reddito, i salari, la domanda.

Ma se le condizioni di milioni di persone della classe lavoratrice europea sono agli ultimi posti delle priorità dei governi della UE, c'è almeno un altro milione di persone che si trova proprio in fondo alle preoccupazioni dei governi europei e della UE. Sono i profughi.

 Le cui sorti vengono ben dopo gli effetti speciali di Draghi, ben dopo le preoccupazioni per gli 86 miliardi di euro che la Grecia deve garantire, ben dopo il conflitto in Ucraina orientale, ben dopo  le ansie per il referendum britannico sulla permanenza nella UE. E comunque in attesa delle elezioni del 2017 in Germania.

Per profughi di guerra e migranti nessuna salvezza

La primavera è vicina e propizia per ulteriori arrivi di migliaia di profughi, ma l'Europa si chiude a fortezza con un effetto domino di confini sigillati per impedirne il passaggio. Se le rotte balcaniche dovessero risultare interdette, i flussi migratori potrebbero spostarsi in paesi come la Bosnia e la Romania, tornare ad attraversare l'Adriatico verso l'Italia, concentrarsi in Grecia.

Lo sgombero delle “giungle” di Ventimiglia e di Calais, le carovane di prifughi trasbordati da autobus in autobus lungo frontiere mai attraversabili dimostrano una volontà politica repressiva e respingente, ma senza alcun futuro se non la violenza ed il terrore come soluzione. Si aprono concrete possibilità per una recrudescenza dei nazionalismi e del razzismo, per la costruzione di lager di contenimento e di detenzione in tutto il continente.

Ma non servirà.

Dieci anni fa l'agenzia ONU contava 38 milioni di profughi. Oggi siamo a 60 milioni. Tra questi, fiumi di umanità che si spostano verso l'Europa dal Medio Oriente, dall'Africa e da ancora più lontano.

Cosa li spinge? La guerra. La disoccupazione. La miseria. La fame.

Arriveranno i Siriani. Sono già 5 milioni i Siriani rifugiati nei paesi circostanti, dove non hanno il permesso di lavorare, dove aiuti alimentari e fondi dell'ONU non arrivano più.

Arriveranno i Curdi, perseguitati dalla guerra scatenatagli contro dalla Turchia di Erdogan, pronto a incassare 6 miliardi di euro per mettere i profughi -che l'Europa non vuole-  in enormi campi di concentramento.

Arriveranno gli Afghani da un paese dove la guerra non è mai finita dal lontano 2001. Come dall'Iraq dove la guerra non è mai finita dal 2003.

Arriveranno dallo Yemen, il più povero paese arabo, da cui sono fuggiti già 1 milione di Yemeniti.

E poi arriveranno dall'Africa, in fuga dai conflitti nel Sahel, in Somalia, nell'area de Grandi Laghi, dalla Libia.

A tentare la fortuna attraverso il Mediterraneo.

A passare per i Balcani prima che la Turchia chiuda i cancelli.

No border!

L'Europa deve aprire le sue frontiere accogliendo profughi direttamente dalla Turchia, dalla Giordania, dal Libano,  ridistribuendo lavoratori e famiglie profughe su tutto il suo territorio, provvedendo ad alloggi, assistenza sanitaria, accesso al mercato del lavoro, diritto all'istruzione per tutti, chiudendo tutti i centri di detenzione e respingimento.

Questo il programma per un grande movimento europeo solidale, internazionalista, di classe, attraverso i confini perchè non ci sia più nessun confine.

Alternativa Libertaria/fdca

93° Consiglio dei Delegati

Fano, 19 marzo 2016

Tripoli bel.... business core


L'Italia ha sempre voluto Tripoli.

Ora più che mai. Ma è dal 2011 che i tamburi di guerra non hanno mai smesso di suonare.

Prima del 2011, la Libia era al primo posto in Africa in base all'indice ONU dello sviluppo umano.

Dopo l'attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all'Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.

Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l'esportazione di petrolio.

In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme a gas, è in grado di estrarre solo l'ENI in Tripolitania. Una posizione di privilegio intollerabile per gli alleati occidentali dell'Italia. Una situazione che deve finire, possibilmente con un contributo militare dell'Italia stessa, con l'invio di 5mila uomini, con la promessa di un comando militare offerto a chi, dopo aver perso 5 miliardi di commesse a causa della fine di Gheddafi, viene oggi ritenuto irrilevante.

Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d'influenza.

La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.

Alla Francia la guardia del Sahel nel  Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.

All'Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.

Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.

Tutto questo non piacerà alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.

Ma altri protagonisti possono adoperarsi per mandare a monte la triplice spartizione della Libia. E' il caso della Russia, estromessa nel 2011 perchè contraria ai bombardamenti, che potrebbe istigare il suo acquirente di armi Al Sisi d'Egitto a rivendicare territori in Cirenaica come nel 1943.

E' il caso degli sponsor arabi delle varie fazioni libiche: l'Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk contro gli islamisti radicali di Tripoli; il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli; gli Emirati che appoggiano Tobruk; la Turchia che ha spostato o jihadisti libici dalla Siria alla Sirte.

Anche se dalle basi italiane non si alzasse neanche un aereo, l'Italia in guerra c'è già, in un'alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l'Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. In Libia, i nemici –reali o finti,       ISIS o altri- sono coloro che minano la sicurezza dello sfruttamento del petrolio e del gas libici.

Un'altra sporca guerra per le risorse. Una guerra da contestare in Italia come in Francia, in Gran Bretagna come negli USA.

Antimilitarismo e lotta di classe

Alternativa Libertaria/fdca

93° Consiglio dei Delegati

Fano, 19 marzo 2016

giovedì 20 novembre 2014

Per l'Alternativa Libertaria

DOCUMENTO FINALE del IX Congresso della FdCA Il IX Congresso della FdCA, tenutosi l'1 e 2 novembre 2014 presso la Comune di Cascina Cingia in località Cingia de' Botti (CR), decide di adottare ed adattare la denominazione della Federazione in Alternativa Libertaria/FdCA, tanto a livello nazionale che internazionale. 1. Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica dei militanti dell'anarchismo di classe e dei rivoluzionari libertari in Italia, colloca ed orienta il suo agire politico nelle classi sfruttate e nella società, secondo valori e coordinate quali: •la dimensione di classe, e cioè la capacità di saper esser soggetto di lotta e di relazione con gli organismi e le lotte di massa alla luce di una analisi materialistica dei rapporti di sfruttamento e di potere; •la pratica dell’azione diretta, e cioè la costruzione dei rapporti di forza e del conflitto alla base dei soggetti in lotta, in seno alla coscienza di classe collettiva espressa dai partecipanti alla lotta; •la pratica dell’auto-organizzazione, e cioè la rivendicazione dell’autonomia dei soggetti in lotta, impedendo ad interessi esterni alla coscienza collettiva di base di condizionarne l’orientamento o di imporle un ceto dirigente. •La prassi del dualismo organizzativo, e cioè la corretta relazione con tutte le espressioni organizzate di massa (sindacati, organismi di base, movimenti, comitati,...) al fine di combattere ogni collateralismo, ogni cinghia di trasmissione, ogni ideologismo e spontaneismo, per favorire invece un processo di osmosi e di arricchimento reciproco nell'autonomia dei ruoli e delle finalità politiche e sociali. 2. Il ruolo di Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica rivoluzionaria è, quindi, quello •di costituirsi come funzione politica necessaria allo sviluppo della coscienza di classe quale speranza e prassi per la trasformazione ugualitaria e libertaria della società; •di mediazione fra le soggettività militanti che la compongono, alla ricerca continua dell’unità e dell’omogeneità necessarie a saper fare politica alternativa, elaborare strategia alternativa e vivere il e nel cambiamento; •di mediazione fra il progetto anarchico ed i soggetti della lotta di classe, perché propria dei militanti rivoluzionari libertari è la funzione di memoria storica degli interessi storici del proletariato, di riportare l’anarchismo al centro delle lotte di classe ed ai soggetti di queste lotte, di “mostrare” la coerenza delle lotte per l’uguaglianza e la libertà col progetto anarchico; •di mediazione tra il gradualismo rivoluzionario anarchico e conquiste graduali: a.per aprire sempre maggiori spazi di libertà e di contropotere nella società civile; b.su obiettivi programmatici anticapitalistici ed antiautoritari. 3. Alternativa Libertaria/FdCA intende, perciò, sviluppare la sua azione politica per •il diritto all’alternativa sociale ed alla sperimentazione; •la lotta sul terreno dell’allargamento e conquiste di spazi di partecipazione contro l’esclusione sociale e contro la repressione delle lotte; •la lotta sindacale a favore della giustizia sociale (salario, diritti, servizi, …); •rivendicazioni sulla qualità della vita, habitat, consumi ed autoproduzioni, solidarietà internazionale; •la costruzione di un tessuto di sinistra sociale che prenda forza dalla pratica e dalle proposte con mezzi, per noi, coerenti col fine e che possa eventualmente costituirsi ed agire come fronte anticapitalista rivoluzionario ed antiautoritario; •costruire sinergie per la politica libertaria (coordinamenti, reti, alleanze, poli multipli e pluralisti, fronti anticapitalisti rivoluzionari ed antiautoritari). 4. Nel breve periodo Alternativa Libertaria/FdCA intende •contribuire alla difesa, sviluppo ed estensione del movimento di classe dei lavoratori/trici, sostenendo tutte le forme di lotta auto-organizzate in cui l’autonomia dei lavoratori/trici si esprime con rivendicazioni che rompano con le compatibilità della ristrutturazione capitalistica in corso e con la legislazione lesiva delle libertà sindacali, per lo sviluppo del sindacalismo conflittuale in seno al movimento dei lavoratori/trici; •contribuire allo sviluppo e radicamento dei movimenti antagonisti contro la guerra, il liberismo, lo sfruttamento e la mercificazione di persone e risorse, la riduzione in schiavitù di donne e uomini, le discriminazioni sessiste ed il patriarcato, portandovi prassi e contenuti a carattere anticapitalistico ed antiautoritario; •contribuire – nei modi e nei contenuti caratteristici dei rivoluzionari comunisti anarchici- alla ricostruzione di un composito movimento di opposizione ai governi della ristrutturazione capitalistica in Italia ed in Europa, perché la sconfitta delle politiche dell'austerity avvenga nelle piazze, nelle strade e nei luoghi di lavoro senza cadere nelle illusioni elettorali; •contribuire allo sviluppo del movimento comunista anarchico internazionale, sostenendo la rete Anarkismo e rafforzando i rapporti con organizzazioni politiche sorelle sulla base di progetti politici e di diffusione del pensiero e dell’azione dei comunisti-anarchici, comunisti libertari e rivoluzionari anarchici su posizioni di classe; •contribuire allo sviluppo in Italia di un fronte libertario per la diffusione del progetto sociale anarchico; •contribuire alla costruzione di un fronte sociale delle forze di opposizione e rivendicative per accumulare capacità di lotta, di contropotere e di progettualità edificatrice dell'alternativa libertaria. 88° Consiglio dei Delegati di Alternativa Libertaria/FdCA Cingia de' Botti (CR), 2 novembre 2014

martedì 11 novembre 2014

VARCANDO UN SENTIERO CHE COSTEGGIA IL MARE-L’avventurosa vita di Danilo Mannucci

CAMERA DEL LAVORO di Milano (sala De Carlini) Corso di Porta Vittoria 43 GIOVEDI’ 13 NOVEMBRE 2014, ORE 21 Presentazione del libro VARCANDO UN SENTIERO CHE COSTEGGIA IL MARE L’avventurosa vita di Danilo Mannucci di Ubaldo Baldi con la collaborazione di Giuseppe Mannucci - Editrice Gaia, Angri (Salerno) Oltre agli Autori interverranno Dino Erba e Filippo Lisitano Danilo Mannucci seppe legare la sua vita, certamente avventurosa, alle vicende di un periodo assai caldo della storia italiana, gli anni che abbracciano le speranze accese dalla Rivoluzione Russa e le tragedie del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Sempre impegnato nella lotta per un futuro migliore, Danilo Mannucci fu il rappresentante tipico di una generazione proletaria che non si arrese. A cura del Centro Filippo Buonarroti info@centrofilippobuonarroti.com www.centrofilippobuonarroti.com tel 0245491072

venerdì 24 ottobre 2014

Verso lo sciopero generale e sociale nel mondo del lavoro, nei territori, nelle piazze.

Unità nella lotta, unità nell'opposizione, unità nella ricostruzione sociale delle libertà e dei diritti. Come era facilmente prevedibile le rassicurazioni diffuse e propagandate a piene mani da politici, affaristi, finanzieri e confindustriali sulla possibilità di riprendersi da quella che veniva chiamata crisi si sono dimostrate una colossale bugia. Con una ingombrante operazione di depistaggio mediatico all’insegna di “dobbiamo abbattere il debito pubblico” o “ dobbiamo abbattere le Tasse”, “l’Europa ce lo chiede”, “ dobbiamo rispettare i vincoli del deficit imposto” , si è proceduto alla cancellazione quasi totale dei diritti dei lavoratori. Sacrificati sull’altare del profitto dei pochi ed ipotecato ogni futuro, ciò che ci aspetta sarà una miseria sempre più diffusa nei prossimi decenni; non si potrà mai più tornare ai livelli di vita precedenti, la ristrutturazione del capitale in atto non prevede nessuno scambio, fissa il livello di mercificazione dei lavoratori al massimo ribasso, vicini alla schiavitù, piegati al ricatto della più violenta concorrenza tra poveri. Il Jobs Act non è altro che il tentativo finale di rompere quelle sacche di resistenza solidale che ancora resistono nel mondo sindacale, spezzare il legame sociale dei lavoratori e metterli in condizione di non poter contrattare collettivamente le proprie condizioni sociali, mettendo a rischio il rapporto sindacato- lavoratore, togliendo ruolo a quest’ultimo e salvaguardando una burocrazia sindacale complice delle scelte del capitale. Oggi le piazze si riempiono di lavoratori che non hanno mai abdicato! Lo confermano le mobilitazioni e gli scioperi nazionali nel settore scuola e contro il Jobs Act (17 settembre, 10 ottobre, 24 ottobre e 25 ottobre, 14 novembre,....) nella logistica (16 ottobre), quelle locali (metalmeccanici a Torino il 17 ottobre, Bologna il 16 ottobre....) Con le difficoltà che l’attacco padronale crea alla organizzazione sindacale rispondiamo dunque con la nostra capacità di mobilitazione, ben sapendo che la costruzione di un rapporto di forza favorevole alla nostra classe passa per un lavoro lungo e meticoloso, dal basso, per riconnettere lotte ed esperienze, che metta al lavoro l’intelligenza e la volontà di tutti al fine di ricostruire la partecipazione dei lavoratori scomposta in troppe filiere. Sappiamo però che non potrà essere il Governo a risolvere il problemi dei lavoratori. Chi oggi siede sui banchi del parlamento non può essere la soluzione ai problemi sociali che hanno contribuito a scatenare; la classe politica europea, mediocre ed arraffona, è l’espressione del grande capitale, in piena fase di ristrutturazione e consapevole che i livelli di accumulazione si garantiscono con la forza contro i lavoratori Milioni di disoccupati, sottoccupati, ricattati, poveri sono la fotografia di questa Europa travolta dalla violenza della crisi capitalistica, non si intravedono salvatori all’orizzonte e nemmeno ne auspichiamo la stregonesca necessità. Ancora una volta tocca agli uomini ed alle donne che questa crisi la subiscono costruire gli strumenti politici e sindacali a difesa della classe dei lavoratori. L’arroganza del potere non riesce più a nascondersi dietro le elemosine caritatevoli che si vogliono sostituire a diritti universali: è sotto gli occhi di tutti ormai, nei fatti, questa classe di politicanti e di affaristi ormai messi a nudo, e chi ancora coltiva riserve, a su coloro i quali pensavano di trovare nel governo amico la possibilità di salvare l’apparenza della funzione burocratica del sindacato pesano i fatti a loro smentita. Oggi, dopo la tragedia scaturita dalla legge Fornero del governo Monti sulla condanna al lavoro a vita per gli occupati e per l’esclusione a vita dal mondo del lavoro di milioni di giovani (legge votata dallo stesso ceto politico che oggi siede sugli scranni dorati del parlamento), dopo che un ceto burocratico sindacale non adatto a questo livello di conflitto ha abdicato alla lotta, sono ancora i lavoratori, i giovani, i disoccupati, i ceti subalterni che riprendono il cammino per le strade e per le piazze di tutta Europa a creare conflitto e dare speranze in una risposta solidale ed egualitaria, democratica e libertaria, come sempre è l’impegno di tutti in prima persona che può mutare lo stato di cose esistente. E non sicuramente un ceto burocratico e politico ormai screditato ed inutilizzabile alle sfide di oggi dei lavoratori europei. Il Jobs Act, il patto di stabilità, la “buona scuola renziana” e le politiche sociali di questo governo non si possono cambiare; non si possono creare illusioni e spacciare per buone mediazioni sociali inaccettabili. La ripresa della lotta di classe passa anche attraverso la lotta contro i governi dell’oligarchia finanziaria, e quindi anche contro il governo Renzi. Nei luoghi di lavoro e nei territori, saldando le diverse soggettività e le generazioni in una mobilitazione globale, valorizzando le diversità sindacali nel sindacalismo conflittuale, accumulando capacità di lotta e di progettualità dal basso, per costruire l'alternativa libertaria. Verso lo sciopero generale e sociale nel mondo del lavoro, nei territori, nelle piazze. Unità nella lotta, unità nell'opposizione, unità nella ricostruzione sociale delle libertà e dei diritti. Federazione dei Comunisti Anarchici www.fdca.it

mercoledì 16 luglio 2014

Solidarietà alle compagne e ai compagni della Mensa occupata

Questa mattina alle 11 nella zona universitaria di Padova la polizia ha sgombrato la Mensa Occupata di via Marzolo in esecuzione di un provvedimento di sequestro preventivo dell'autorità giudiziaria. I 13 compagni identificati durante lo sgombero sono stati denunciati. Il sindaco leghista Massimo Bitonci ha subito colto l'occasione per esternare il suo pensiero reazionario: «A nome dell'amministrazione ringrazio le donne e gli uomini della questura e del comando di polizia locale che hanno portato a termine lo sgombero dell'ex mensa di via Marzolo, occupata da gruppi antagonisti. Padova è una città aperta e accogliente, che vuole valorizzare creatività e culture giovanili, anche critiche, ma solo nell'ambito del rispetto delle regole. Regole senza le quali non vi può essere alcuna crescita sociale» Dovrebbe spiegare il sindaco leghista quali siano le «regole» che hanno permesso all'Università di Padova di chiudere la mensa nel 2010 e di tenerla chiusa per i quattro anni successivi, quale sia la città «aperta ed accogliente» che priva gli studenti di una mensa e di una casa dello studente mentre l'Ente Regionale per il Diritto alla Studio e l'Università spendono centinaia di migliaia di euro in una causa tra loro per decidere chi ne sia proprietario e chi debba affrontare le spese necessarie a riaprirla. Dovrebbe spiegare il sindaco leghista quale tipo di «crescita sociale» rappresenti una mensa ristrutturata nel 2005 che viene chiusa dopo solo 5 anni per un danno strutturale senza che nessuno paghi per lo scempio di denaro pubblico. Ma le uniche regole che interessano al sindaco leghista sono quelle che servono a disciplinare chi sta in basso. I padroni della città possono invece dormire sonni tranquilli. Per loro evidentemente non ci sono regole da rispettare. Da questo punto di vista il sindaco leghista Bitonci è degno erede dei suoi predecessori. Tutta la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne che nel gennaio di quest'anno avevano occupato l'ex mensa Marzolo restituendola alla città e che oggi sono in mobilitazione contro lo sgombero. Rete dei Comunisti - Padova

martedì 3 giugno 2014

APPELLO CONTRO LICENZIAMENTI, CHIUSURE, DELOCALIZZAZIONI, E PRECARIETÀ LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI!

compagni stiamo raccogliendo adesioni e partecipazione a questo appello che al momento e ristretto alla lombardia... per info 3494906191 mandateci tante adesioni di rsu e comitati di lotta APPELLO CONTRO LICENZIAMENTI, CHIUSURE, DELOCALIZZAZIONI, E PRECARIETÀ LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI! La condizione generale delle lavoratrici e dei lavoratori nel nostro paese peggiora di giorno in giorno. Il Renziano job act è un ulteriore colpo alle nostre condizioni di vita e di lavoro. La precarietà assoluta è sempre più diffusa e le aziende dove ancora esiste il contratto a tempo indeterminato chiudono, licenziano e delocalizzano. I PADRONI si scannano tra di loro per accaparrarsi mercati e guadagni, ma sono, assieme ai loro governi, UNITI contro i lavoratori. Ormai lo dicono spudoratamente: per massimizzare i profitti bisogna tagliare il costo del lavoro. Sempre più precari, sempre più sfruttati e con sempre meno diritti. Questa è l’essenza dell’europea austerity. È chiaro che continuano a proseguire su questa strada indisturbati perché siamo divisi. Ognuno fa la sua lotta nella propria azienda, nel proprio comparto, nel proprio piccolo o grande sindacato. DOBBIAMO ROMPERE CON LE DIVISIONI E COSTRUIRE L’UNITÀ SEMPRE PIÙ ESTESA DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI. A Milano e in tutta la sua provincia ci sono centinaia di vertenze e lotte in corso. I metalmeccanici della Marcegaglia, della Jabil, e dell’Alcatel, i precari del comune di Milano, i facchini delle cooperative della grande distribuzione, i postali e tante altre. Crediamo sia giunto il momento di costruire un GRANDE MOVIMENTO PER IL LAVORO, IL SALARIO, IL REDDITO, I DIRITTI. Crediamo che questo movimento debba essere promosso e diretto dalle lavoratrici e dai lavoratori che queste lotte le stanno portando avanti con sacrificio e determinazione. Dobbiamo prima di tutto organizzare una giornata di mobilitazione comune di tutte le lotte in corso, sia nei luoghi di lavoro e sia nel territorio (contro EXPO - contro la TAV ecc). Per organizzare questo percorso ci AUTOCONVOCHIAMO in una assemblea di tutte le lotte. Il 7 giugno a Sesto san Giovanni, nello storico viale della Breda all’altezza dei cancelli della Marcegaglia Buildtech e dell’ex presidio Mangiarotti Alle ore 17. IL PRESENTE È LOTTA MA IL FUTURO È NOSTRO! PROMUOVONO: Comitato Autoconvocato di Lotta Marcegaglia – coordinamento lavoratori CUB Pirelli – Comitato di lotta precari comune di Milano RSU CUB gruppo gesafin spa, RSA fast dussman spa, RSA iscot appalti ferroviari -

il nostro dolore è il seme della nostra rabbia

il nostro dolore è il seme della nostra rabbia L'incendio che si è propagato nella miniera di carbone di Manisa-Soma il 13 maggio è uno dei più grandi massacri accaduti da queste parti. A causa dell'incendio, centinaia i minatori sono rimasti soffocati dall'alto livello di monossido di carbonio. Il numero dei lavoratori morti aumenta di ora in ora. Il ministro dell'energia, quello del lavoro ed il primo ministro hanno cercato di nascondere il vero numero dei morti mentre dichiaravano che "si era trattato di un triste incidente sul lavoro”. Il primo ministro ha dichiarato che “Questo tipo di incidenti potrebbe accadere in qualsiasi momento”. Mentre migliaia di persone stavano in attesa fuori della miniera, cercando di avere notizia sui loro parenti che si trovavano dentro, le ambulanze, i carri funebri e i camion-frigorifero intorno lasciavano presagire la gravità del massacro. Il numero dei minatori morti aumentava sempre di più: 78, 151, 245, 282… E non è finita. I responsabili di questo massacro stanno cercando di legittimare le "morti" dicendo che si tratta di "destino". Ci sono proteste in tutto il paese. Le persone in strada hanno protestato dicendo che il destino non c'entra niente, che non è stato un incidente, ma un massacro di di cui sono responsabili lo Stato e gli imprenditori. Il 14 maggio, la polizia ha attaccato le persone che stavano manifestanto contro gli autori del massacro. Lo Stato e le forze armate pensavano di poter impedire la rabbia popolare con i proiettili di plastica, i lacrimogeni o candelotti di gas. Ma chi era in strada urlava all'unisono: “Stato assassino”. Esponenti dello Stato e delle compagnie dell'energia si dichiarano addolorati. Ma sono loro gli assassini che hanno costretto i minatori a lavorare a centinaia di metri sottoterra per potersi guadagnare il denaro per vivere. Sono loro gli assassini che hanno costretto i minatori a lavorare in condizioni tali per cui la morte diventa inevitabile. Siamo addolorati per coloro che sono stati uccisi in miniera dai capitalisti e dallo Stato. Siamo in strada per esprimere la nostra rabbia contro questi assassini. Non è lutto, ma ribellione. Il nostro dolore è la nostra rabbia! Devrimci Anarşist Faaliyet - Revolutionary Anarchist Action-DAF (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali) Link esterno: http://anarsistfaaliyet.org/sokak/uzuntumuz-ofkemizin-t...ur-2/

PALESTINA - ISRAELE , ALTERNATIVA N°6 - documento di AHDUT (UNITà) sulla lotta palestinese

Adottato il 25 Aprile 2014 dai militanti dell'organizzazione comunista-anarchica Ahdut (Unità) attiva in Palestina/Israele Il progetto coloniale sionista, sponsorizzato dalle potenze imperialiste, ha soggiogato la Palestina sia compiendo ogni sforzo possibile per l'espulsione delle popolazioni indigene residenti nell'area interessata, sia concentrandole in enclaves chiuse. Una parte della popolazione palestinese ha evitato l'espulsione diventando cittadini di Israele ed andando incontro a discriminazioni sia giuridiche che pratiche. E lo Stato di Israele persiste nell'adottare misure che ne fanno cittadini emarginati. Recentemente queste misure si sono concentrate nel Piano Prawer per il Negev, che evoca il piano di giudaizzazione della Galilea degli anni '70 insieme ai fatti della Giornata della Terra del 30 marzo 1976. Un'altra parte della popolazione palestinese vive nei territori occupati da Israele nel 1967, per lo più sotto giurisdizione militare. In questi territori, le autorità militari israeliane hanno una grande libertà di azione nel decidere se sgomberare i palestinesi o concentrarli in enclave, più di quanta ne possano avere all'interno degli stessi confini israeliani. Oltre a porre gradualmente sotto assedio la maggior parte delle terre palestinesi, Israele impedisce ogni sviluppo economico sia individuale che collettivo della popolazione palestinese, nega la libertà di movimento, di riunione e di parola e reprime con vari mezzi la resistenza dei palestinesi contro l'occupazione e la colonizzazione in atto. Tuttavia, è il caso di notare che in Palestina non ci sono due economie separate: nelle aree del 1948 i Palestinesi erano pienamente integrati nell'economia israeliana – sia come lavoratori salarialmente discriminati sia come residenti di città e di di villaggi sotto-sviluppati ed una parte considerevole dei Palestinesi in Cisgiordania lavora per proprietari israeliani o per imprese locali, che vendono i loro prodotti sul mercato israeliano – sia negli insediamenti coloniali in Cisgiordania sia nel mercato interno israeliano. La maggior parte dei Palestinesi espulsi dal paese nonchè i loro discendenti, come pure molti di coloro che hanno evitato l'ondata di sgomberi e di espulsioni, vivono internamente come profughi o come persone sfollate, sia nei territori conquistati da Israele nel 1948 o nel 1967 sia nei paesi confinanti. Nel corso degli anni, i Palestinesi hanno resistito agli sgomberi, all'oppressione ed allo sfruttamento. In varie località, la resistenza ha assunto varie forme: a volte solo dimostrative o simboliche, a volte di azione diretta, a volte di lotta armata, altre volte non-violente o ancora violente ma non armate. La maggior parte delle azioni di resistenza non prevedono la cooperazione con israeliani oppositori della politica sionista, ma altre forme di resistenza sì. La multiforme resistenza palestinese espressa dalla popolazione nel corso degli anni è riuscita soprattutto a ritardare ed a contenere i processi di sottomissione, ma purtroppo senza essera riuscita generalmente e rimettere indietro le lancette dell'orologio. Noi non condividiamo l'illusione di alcune componenti in lotta tanto palestinesi che israeliane per le quali in questa spiacevole situazione si deve accettare la "soluzione dei due Stati". La divisione della Palestina in due Stati è stata promossa per un centinaio di anni da potenze mondiali come il Regno Unito, la Francia, gli USA e l'URSS. Rientrava nelle loro strategie sul Medio Oriente, che è stato così condannato all'immobilismo, a regimi dispotici, ad uno stato di ostilità e di belligeranza etnica e religiosa, soffocando le aspirazioni ad uno sviluppo economico e politico delle popolazioni proletarie residenti nella regione. La costituzione di uno Stato Palestinese, su un territorio pari al 15% o al 25% della Palestina sotto l'ex-mandato britannico, non risolverebbe i problemi fondamentali del paese e certamente non "metterebbe fine al conflitto": tutt'al più sarebbe un accordo di compromesso tra l'elite capitalistica israeliana ed il collaborazionista regime dell'Autorità Palestinese; agenti locali acquisirebbero così una franchigia legale per opprimere e sfruttare direttamente la popolazione palestinese a proprio vantaggio ed a vantaggio di interessi stranieri. Certamente, un ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967 metterebbe un freno ai processi diretti allo spossessamento ed alla oppressione delle masse proletarie palestinesi che vivono lì sotto l'occupazione delle forze armate israeliane. Verosimilmente si ridurebbero le occasioni di frizione e di scontro tra gli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza da una parte e le forze armate ed i coloni israeliani dall'altra, come pure si ridurrebbero le offensive militari israeliane, che alimentano le fiamme di un odio diffuso e rafforzano il nazionalismo che serpeggia tra i conquistatori come tra i conquistati. Nell'eventualità di un ritiro ci potrebbe essere anche un limitato ritorno dei rifugiati nei territori dello stato palestinese. C'è da dire che un accordo che renda possibile uno stato palestinese solleverebbe a livello internazionale il problema della legittimità delle conquiste israeliane nella guerra del 1948 e della nakbah – cioè dello spossessamento, sradicamento ed espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dell'epoca (diventati oggi milioni). Un tale accordo porterebbe anche al rafforzamento della separazione politica ed economica del paese in due parti, in ognuna delle quali ci sono abitanti palestinesi, ma anche ad una separazione tra popolazione araba e popolazione ebrea. Il che ostacolerebbe la lotta per una giusta conclusione dello scontro con il movimento sionista -di cui le vittime principali sono i proletari palestinesi, ma che colpisce in vari modi anche i proletari ebrei all'interno di Israele. Finchè i profughi non ritorneranno e riavranno ciò che gli è stato rubato, finchè esisterà il regime nazional-sionista israeliano -che esclude, discrimina ed opprime i suoi sudditi palestinesi ed i cittadini-, non ci sarà nessuna "fine al conflitto". Un'altra parte dei proletari, specialmente tra i Palestinesi, è per la costituzione di uno stato democratico per tutti gli abitanti in Palestina-Israele. Si dovesse costituire un solo stato, si potrebbero assicurare diritti civili uguali per tutti i cittadini e mettere fine alla discriminazione istituzionale ufficiale contro i Palestinesi. Si potrebbe ugualmente rendere possibile il ritorno dei profughi. Ma significherebbe anche lo smantellamento dello Stato di Israele e dell'Autorità Palestinese, sfidando le strategie delle potenze imperialiste. Un programma simile si baserebbe su una misura di speranza e non di disperazione o di acquiescenza con l'esistente ordine politico. Tuttavia questa speranza viene sviata, perchè finchè non sarà sconfitta l'elite capital-sionista che governa Israele, l'unico solo stato disponibile è quello attualmente esistente. Anche se il tentativo di costituire un solo stato democratico avesse successo, non dimentichiamo che gli Stati in generale e quelli democratici in particolare, sono forme politiche costituite e gestite da una minoranza fatta di classi dominanti, allo scopo di mantenere un sistema di relazioni sociali fondato sull'oppressione e sullo sfruttamento. Il carattere di oppressione e di sfruttamento varia e diviene più sofisticato nei paesi più sviluppati, ma la sua essenza fondamentale non viene meno neanche per un istante. In uno stato del genere, i proletari palestinesi ed ebrei potrebbero ritrovarsi a vivere in una società futura simile a quella del Sud Africa, in cui c'è una piccola minoranza di capitalisti bianchi che insieme ai loro giovani soci non-bianchi possiedono la maggior parte dei mezzi di produzione e della terra, mentre le multinazionali godono di un'ampia libertà d'azione. Noi riaffermiamo la conclusione a cui sono giunti i nostri predecessori nella lotta: sconfiggere la classe dominante capital-sionista ed insieme il suo progetto di colonizzazione e di spossessamento richiede una profonda rivoluzione sociale; dunque non solo una rivoluzione politica, ma una trasformazione delle relazioni di produzione e di tutte le altre relazioni sociali fondamentali. Inoltre, è ragionevole assumere che una tale rivoluzione sarà possibile solo su scala regionale e quindi anche in parecchi paesi vicini piuttosto che in maniera separata solo in Palestina-Israele. Solo una simile trasformazione renderebbe possibile la costruzione di una società non-autoritaria libera dallo sfruttamento, in cui la libertà, l'uguaglianza e la fratellanza potrebbero davvero imporsi ed in cui verrebbe meno l'ostilità nazionalista accumulata nel tempo. Oltre a quanto fin qui detto, ci corre l'obbligo di ribadire ciò che è ovvio: noi parteciperemo, sia come organizzazione sia come individualità, unitamente ai palestinesi residenti in Cisgiordania e ad altri attivisti israeliani, alla quotidiana lotta contro tutti gli aspetti dell'occupazione e dell'oppressione nei territori occupati dal 1967; noi sosterremo e coopereremo al meglio delle nostre capacità con la lotta degli abitanti di Gaza contro l'aggressione di Israele e contro l'assedio israelo-egiziano; e saremo attivi all'interno dei confini del 1948 contro la discriminazione, contro l'oppressione e contro lo spossessamento dei proletari palestinesi che hanno la cittadinanza israeliana. Ahdut (Unità) (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali) blog: http://unityispa.wordpress.com/

martedì 6 maggio 2014

Dove sono in nostri

Numeri. Assoluti ed in percentuale. E poi grafici. Istogrammi. E le "torte". In bianco e nero. Sono la prima cosa che lo sguardo coglie al solo sfogliare questo volume di 200 pagine circa. Beh, di questi tempi è una caratteristica sorprendente che, sì, colpisce. Setacciate le fonti Istat (classificazione Ateco delle attività economiche appunto), fonti INPS, ministeriali, Eurostat, OCSE, ABI, sindacali... Riprese fonti classiche: insostituibile Marx soprattutto. E un pizzico di Debord. Per costruire un duplice telaio. Quello tematico: ri-trovare oggi nella materialità dei numeri e nella loro interpretazione i nostri: il proletariato, gli sfruttati, i non-possessori dei mezzi di produzione, la classe, i subordinati, i dipendenti salariati, le trasformazioni avvenute nel mondo del lavoro. Quello politico: smontare alcuni miti costruiti negli ultimi 20 anni (deindustrializzazione, scomparsa della classe, fine del proletariato, era della moltitudine, del precariato cognitivo, delle lotte madri di tutte le altre, delle disobbedienze di turno) per riposizionarsi nell'unica centralità che conta (quella proletaria), e ri-costruire sulla base della materialità dei dati una precisa prassi di lotta: "supportare la resistenza" vertenziale, "ma preparare l'offensiva" politica. Sullo studio di questa impressionante mole di dati si fonda dunque questa presa di posizione netta che caratterizza l'attività di ricerca e di lotta del collettivo Clash City Workers, al momento attivo - si apprende dalla quarta di copertina - a Napoli, Roma, Firenze, Padova. Dati pubblici, già disponibili ed usati anche in maniera superficiale in precedenza. Ma qui diventano dati economicamente intellegibili, politicamente significativi per un uso collettivo anticapitalista. Non si può dunque che salutare con piacere questo ritorno ad un'analisi strutturale classica. Ma, per ogni settore lavorativo, dopo aver dato conto della sua materialità, il collettivo CCW prova a dare anche indicazioni di intervento, senza nascondersi difficoltà e con opportuna prudenza. Con un obiettivo che però attraversa la lotta sindacale e che è quello di acquisire la "coscienza di sé, la coscienza di classe" (pag.197). Ma come? Vediamo. Nel capitolo finale, gli autori - senza presumere di inventare nulla di nuovo - si preoccupano di dare delle opportune indicazioni pratiche che qui scorriamo velocemente. La prima è "ricostruire la filiera [di un settore produttivo] agendo su ogni punto per creare l'alleanza più vasta possibile fra i lavoratori coinvolti nella produzione estesa" (pag.180). Ma farlo anche ad un livello internazionale, creando network internazionali di filiera. Agire sulle contraddizioni della questione femminile e degli immigrati (pag.183-186). Saper collocare la questione meridionale nella questione sociale nazionale e viceversa (pag.186-190). Lotta al neocorporativismo (pag.190-197). Qui un'analisi non ideologica del ruolo del sindacalismo confederale dal 1992 in poi. "Evitare un errore che è stato fatto e rifatto dalla sinistra negli ultimi venti anni. Quello di pensare che ci siano scorciatoie che ci permettano di rappresentare la classe, attraverso parole d'ordine o cartelli elettorali" (pag.197) A pag. 198, gli autori sembrano dichiarare a quale livello intendono fissare il loro compito: "(...) ogni forma sindacale (dall'autorganizzazione dei lavoratori, al sindacato di base, fino a quello confederale e autonomo) può e deve essere impiegata per entrare in contatto con quanti più lavoratori è possibile". E fin qui siamo nella prima parte dell'indicazione strategico-tattica "supportare la resistenza, ma preparare l'offensiva" (pag. 200). Per preparare l'offensiva politica occorre che ogni opzione, ogni formula, ogni pratica va valutata in base alla "definizione quanto più chiara possibile dell'interesse proletario" (pag. 200). "Parliamo dei rapporti di produzione!" (pag. 200). "Siamo per il massimo sviluppo delle forze produttive, per l'organizzazione del lavoro e per le innovazioni tecnologiche che liberano il tempo e alleggeriscono il lavoro, per l'utilizzo a nostro vantaggio di tutto ciò che il capitale unisce" (pag. 200). "(...) accumulare le forze ... prendendoci le case, le merci, i trasporti, il denaro e tutto ciò che abbiamo prodotto e di cui la borghesia si è appropriata" (pag. 200). Infine "(...) lavorare tutti, lavorare meno e a salari più alti" (pag. 202) è la rivendicazione che deriva dal fatto che "l'indice più chiaro per misurare i rapporti di forza tra le classi è la quota di plusvalore che viene estratto dal proletariato (...)" (pag. 201-202). Non è esattamente il linguaggio che si era soliti ascoltare negli ambienti di movimento fino a pochi anni fa. Rimane però non esplicitata fino in fondo qual è la funzione politica a cui gli autori pensano. Se il contatto con la classe può e deve avvenire per via vertenziale/rivendicativa nonché organizzata sindacalmente, vi è una sola strada: far parte di quella filiera produttiva in quanto lavoratore o lavoratrice ed organizzare il conflitto insieme agli/alle altri/e, contribuendo a far crescere la coscienza di classe nella lotta sul posto di lavoro. Oppure incontrare i/le lavoratori/lavoratrici nel territorio sulla faglia di altre contraddizioni sociali costruendo organismi di base con cui sollevare vertenzialità e conflitto (abitare, servizi, ambiente...) e di cui si è membri naturali, perché residenti nel medesimo quartiere o nel medesimo territorio. Nella prassi del "dualismo organizzativo" di cultura comunista-anarchica, la funzione espressa dall'organizzazione politica è del tutto dialettica e dinamica rispetto all'organizzazione di massa (sindacato, comitato di lotta, di quartiere, ecc.); i militanti dell'organizzazione politica sono parte della classe, in cui vi svolgono un ruolo interno di orientamento delle idee e non di direzione esterna. Stare col proletariato vuol dire porsi inizialmente al livello di coscienza di classe che esso esprime in un dato momento storico. Partecipare con tutti/e alla crescita della coscienza di sé e della coscienza del proprio ruolo come classe. Le esperienze storico-politiche sostitutive della classe (quella leninista in generale) oppure quale organo della classe (quelle bordighiste in generale) hanno - su questo versante - dimostrato ampiamente i loro limiti ed errori, alimentando un processo di cessione di coscienza di sé e di titolarità decisionale alle strutture esterne del partito. Con conseguente deleteri meccanismi di delega, di deresponsabilizzazione, di inutilità degli organismi di base. Oggi quel poco che si muove sul piano delle lotte sociali e proletarie "del grigio lavoro quotidiano" (pag.197), cerca di farlo su basi completamente diverse: lo fa su basi di prassi libertaria. Ma questo gli autori di questo straordinario contributo all'analisi ed alle sorti della lotta di classe lo sanno benissimo.

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)