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lunedì 14 settembre 2020

Le Classi Oppresse Si Ribellano Contro il Razzismo e la Discriminazione

 

 

 

 

 

 

 

L’assassinio di George Floyd negli Stati Uniti da parte della polizia ha scatenato un’ondata di indignazione popolare in quel paese e in tutto il mondo. Manifestazioni massicce, azioni dirette contro la polizia e in risposta alla repressione sono state comuni in queste ultime settimane. Questo omicidio, che si aggiunge a migliaia di altri, fa rivivere le proteste diffuse del 2014 negli Stati Uniti, dopo i numerosi omicidi di persone di colore, soprattutto di giovani. Questo fatto ha portato alla ribalta il profondo razzismo che esiste nelle società di oggi. In Europa, migliaia di immigrati rivendicano i loro diritti e chiedono di essere trattati su un piano di parità con la popolazione bianca, e viene rivendicato il diritto di asilo anche per le migliaia di persone che ogni giorno cercano di attraversare il Mediterraneo o di arrivare dalla Turchia in Europa, un tentativo in cui molti di loro muoiono e vengono duramente repressi o ospitati in campi profughi, che sempre più spesso sembrano carceri. Questo fenomeno evidenzia il ruolo storico del razzismo nella costruzione della società capitalistica. L’espansione del capitalismo – molto prima della Rivoluzione Industriale – ha avuto un elemento centrale: il saccheggio di interi continenti, il genocidio di intere popolazioni, l’appropriazione di territori, risorse e corpi da parte degli Stati europei e della loro borghesia, al fine di conseguire l’accumulazione di capitali successivamente investiti nello sviluppo di macchinari e industria nel XVIII secolo. Fu questa strategia coloniale di saccheggio delle risorse in tutte le Americhe, accompagnata dalla tratta degli schiavi e dal traffico di esseri umani in Africa e in Sud America, che permise il consolidamento del capitalismo. Poi, in un’altra fase di dispiegamento del sistema, già nel XIX secolo, si sviluppò l’espansione imperialista o coloniale europea su Africa, Asia e Oceania, con un numero innumerevole di morti, stupri e saccheggi, ripetendo la conquista fatta qualche secolo prima in America nel resto del pianeta. Così il capitalismo si espanse al resto del mondo e divenne un sistema globale. Il saccheggio, la distruzione e il genocidio sono inerenti al capitalismo; è nel suo DNA. Lo stesso accade con il razzismo o il patriarcato; il capitalismo è basato sullo sfruttamento dei corpi, trasformandoli in territori ed elementi che ne permettono il funzionamento e la riproduzione. Il razzismo è un elemento strutturale del sistema capitalistico. Perché per saccheggiare il resto del pianeta – anche all’interno dei paesi sviluppati – il sistema capitalista e le classi dirigenti devono stabilire chi è soggetto a dominazione e saccheggio. I conquistatori europei e i padroni coloniali hanno presto trovato la legittimazione di questa decisione in “teorie razziali” pseudo-scientifiche, che rivendicavano l’esistenza di diverse “razze umane” e le ordinavano in gerarchie, il cui capo era presumibilmente sempre “la razza bianca”, cioè gli europei stessi. Così, il razzismo ha posto, e continua a porre, gran parte della popolazione del pianeta, anche interi continenti, in posizioni subordinate. Ecco perché vediamo il rapporto tra paesi sviluppati (centri) e paesi sottosviluppati (periferie). Il sistema capitalista, basato sulla divisione tra classi sociali, ha in gran parte organizzato tali classi anche sulla base della discriminazione razziale o del colore della pelle. Oltre al razzismo, ci sono altri fattori che giocano un ruolo, alcuni dei quali sono intrecciati e reciprocamente dipendenti, come la costruzione della nazione, che divide uomini e donne oppressi e svaluta tutti coloro che non appartengono al collettivo nazionale. Così, la nazione costituisce uno dei fondamenti della normalità razzista e capitalista. In Europa e in America, la maggioranza dei neri e dei non bianchi sono poveri e portano tutta l’eredità della storia coloniale di cui abbiamo parlato. I neri e i non bianchi hanno sempre i lavori meno pagati, senza previdenza sociale o sussidi, scarso accesso alla salute e all’alloggio, e costanti molestie e violenze da parte della polizia, come dimostrato negli Stati Uniti, in Europa, ma che vediamo anche nelle favelas del Brasile con un vero e proprio processo di genocidio organizzato della giovane popolazione nera. In altre parole, il razzismo non è una derivazione della struttura economica della società capitalista, non è un problema secondario. Al contrario, dobbiamo dire che il sistema capitalista è stato installato sulla base del razzismo e della discriminazione razziale, un sistema che non è esclusivamente economico. È un sistema globale, dove gli aspetti ideologico-politici giocano un ruolo rilevante, così come gli aspetti legali che il capitale utilizza per la sua espansione, gli aspetti repressivi, gli aspetti di comunicazione, ecc. Sulla base di un discorso razzista, il sistema capitalista mantiene zone del pianeta condannate alla fame e a continue invasioni e guerre. Ciò è necessario perché questo sistema genocida continui; come è anche necessario, di tanto in tanto, “cambiare volto” per mostrarsi in modo diverso e permettere, ad esempio, l’arrivo nel governo statunitense di un presidente nero come Obama. Proprio sotto l’amministrazione Obama c’è stata una recrudescenza della violenza della polizia contro la popolazione nera, in una chiara dimostrazione che il razzismo è strutturale al sistema, annidato nelle sue forze repressive e nei gruppi razzisti e di supremazia bianca – anche se non solo in essi a livello sociale – e ha una chiara componente di classe. Il volto liberale del capitalismo ha permesso ad una piccola minoranza della popolazione nera di accedere al potere e alle classi dominanti, ma solo allo scopo di rinnovarsi come sistema e di diventare più forte. Il “capitalismo liberale” e lo “Stato democratico” non ha smesso di essere razzista perché pone un presidente o un uomo d’affari nero in una posizione privilegiata; sta sicuramente diventando più tecnico per aumentare il grado di saccheggio e di oppressione delle maggioranze sociali in tutto il pianeta. Per questo motivo, dal punto di vista dell’Anarchismo Organizzato Politicamente si parla della necessità di costruire un Fronte delle Classi Oppresse, che riunisca tutti quei settori che sono oppressi e dominati dal sistema. I lavoratori formali e precari, i contadini, le popolazioni indigene, i migranti, i disoccupati e gli sfollati, cioè tutti quei settori che nella loro vita quotidiana subiscono le conseguenze del sistema capitalista hanno un posto di lotta in tale Fronte. Questo è il soggetto sociale che oggi si manifesta nelle rivolte di tutto il mondo ed è il soggetto che deve essere costruito con una prospettiva di rafforzamento organizzativo del popolo per i processi di rottura, di rivoluzione sociale che noi promuoviamo e desideriamo. Poiché il sistema capitalista non è solo un sistema economico o distaccato esclusivamente dalle sue basi economiche, comprendiamo che la lotta contro il razzismo e la violenza dello Stato che lo sostiene è anche una lotta contro le strutture del sistema capitalista, un sistema di fame, morte e violenza contro gli oppressi del mondo, qualunque sia il colore della loro pelle o la loro lingua. Proprio contro quello Stato che non è stato “neutrale” nell’espansione del sistema capitalistico, ma un elemento centrale e organizzativo di esso – chiediamo quindi di favorire e sostenere sempre l’auto-organizzazione e la lotta di tutti e di ciascuno degli oppressi! Come i poteri economici e politici trattano come “altri” coloro che non giurano fedeltà ad essi, così, essi assumono il ruolo di “garante” di ogni conflitto nella sfera sociale per la propria sopravvivenza, gli attacchi razzisti e discriminatori nella società aumentano. Mentre il capitalismo e lo Stato aumentano la loro repressione e militarizzazione nella sfera sociale con nuove sostanze chimiche, pallottole e mobilitazioni razziste civili, la polizia e i militari; ora è il momento di combattere contro di loro! VIVA LA LOTTA DELLE CLASSI OPPRESSE CONTRO IL RAZZISMO E OGNI FORMA DI OPPRESSIONE! PER LA COSTRUZIONE DELL’AUTO-ORGANIZZAZIONE DELLE CLASSI OPPRESSE! ☆ Federación Anarquista Uruguaya – FAU (Uruguay) ☆ Embat-Organització Llibertària (Catalogna) ☆ Federación Anarquista Rosario – FAR (Argentina) ☆ Zabalaza Anarchist Communist Front – ZACF (Sud Africa) ☆ Anarchist Communist Group (Gran Bretagna) ☆ Anarchist Federation (Grecia) ☆ Bandilang Itim (Filippine) ☆ Devrimci Anarşist Faaliyet – DAF (Turchia) ☆ Melbourne Anarchist Communist Group – MACG (Australia) ☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement – AWSM (Nuova Zelanda) ☆ Coordenaçao Anarquista Brasileira – CAB (Brasile) ☆ Anarchist Union of Afghanistan and Iran – AUAI (Iran /Afghanistan) ☆ Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina) ☆ Union Communiste Libertaire – UCL (Francia) ☆ Alternativa Libertaria /FDCA (Italia) ☆ Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera) ☆ Workers Solidarity Movement – WSM (Irlanda) ☆ Die Plattform-Anarchakommunistische Organisation (Germania) ☆ Libertaere Aktion (Svizzera) ☆ Tekosina_Anarsist (Anarchist Struggle) (Rojava – Nord Est della Siria)

mercoledì 3 giugno 2020

Solidarietà con la Lotta del Popolo Nordamericano!

























Condanniamo il vile assassinio di George Floyd per mano dei poliziotti di Minneapolis, un altro atto razzista nel cuore di una potenza imperialista mondiale. Un ennesimo caso che si aggiunge all'innumerevole numero di uccisioni di persone di colore e della popolazione afro-americana perpretrate negli Stati Uniti, che continua dai tempi della schiavitù e non si è mai fermato: anche durante il governo di Obama ci sono state decine di uccisioni di giovani neri, come nei tempi razzisti degli anni Cinquanta e Sessanta.
La risposta all’epoca fu un rapido e organizzato sviluppo del movimento nero in tutto il paese; in questi momenti vediamo svilupparsi un enorme movimento di protesta, che rivela che la gente è stanca della violenza e dell'impunità della polizia. Una stazione di polizia di Minneapolis è stata bruciata dai manifestanti e alcune auto della polizia sono state attaccate. L'azione diretta è un'arma di resistenza, che si è moltiplicata in varie città con scontri tra manifestanti e poliziotti, persino Donald Trump ha ordinato all'esercito di scendere in strada e sono stati decisi coprifuoco in 25 città.
Il razzismo, elemento strutturale della società capitalistica, soprattutto nel capitalismo nordamericano, resta purtroppo intatto, ma sta emergendo anche la volontà di resistenza e lo spirito combattivo delle persone di colore e delle classi popolari.
Trump accusa gli anarchici e gli attivisti antifascisti di essere gli istigatori dei disordini. Questo movimento è una rivolta popolare, le decine di migliaia di persone che vi partecipano non sono anarchici o non rivendicano di appartenere a nessuna corrente politica, ma come sempre il potere cerca di trovare i responsabili da incolpare, perché non vengano messe in discussione le questioni strutturali e si arrivi alla conclusione che è lo Stato razzista, patriarcale e capitalista, che opprime e uccide le classi popolari, il vero istigatore delle rivolte.
IL RAZZISMO DEVE ESSERE SEPOLTO INSIEME AL CAPITALISMO. TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO E LA NOSTRA SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO NORDAMERICANO CHE LOTTA CONTRO LA VIOLENZA E GLI ABUSI DELLA POLIZIA E DELLO STATO.
Solo la solidarietà e l'aiuto reciproco ci permetteranno di resistere.

TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO ALLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ NERE!TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO AI NOSTRI E ALLE NOSTRE COMPAGNI/E ANARCHICI E ANARCHICHE NORDAMERICANI/E!
PER IL COMUNISMO ANARCHICO!

☆ Coordenação Anarquista Brasileira – CAB (Brasile)
☆ Federación Anarquista Uruguaya – FAU (Uruguay)
☆ Federación Anarquista Rosario – FAR (Argentina)
☆ Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina)
☆ Federación Anarquista Santiago – FAS (Chile)
☆ Vía Libre (Colombia)
☆ Union Communiste Libertaire (Francia)
☆ Embat - Organització Libertària de Catalunya (Catalogna)
☆ Alternativa Libertaria – AL/fdca (Italia)
☆ Die Plattform - Anarchakommunistische Organisation (Germania)
☆ Devrimci Anarşist Faaliyet – DAF (Turchia)
☆ Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera)
☆ Libertaere Aktion (Svizzera)
☆ Melbourne Anarchist Communist Group - MACG (Australia)
☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement - AWSM (Aotearoa / Nuova Zelanda)
☆ Zabalaza Anarchist Communist Front - ZACF (Sud Africa)
☆ Anarchist Unión of Afghanistan and Iran - AUAI
☆ Manifesto (Grecia)

domenica 3 aprile 2016

Come l’imperialismo e le classi dirigenti postcoloniali hanno saccheggiato l’Africa

 

Come l’imperialismo e le classi dirigenti postcoloniali hanno saccheggiato l’Africa

la lotta di classe ed il comunismo anarchico come soluzione Più o meno 50 anni fa abbiamo assistito allo smantellamento della maggior parte degli imperi coloniali europei in Africa. Grandi speranze avevano salutato le “nuove nazioni” che si erano formate – e certamente, c’era stato un loro progressivo discostarsi dal dominio coloniale, con il suo razzismo, il controllo esterno e l’economia estrattiva.
Delusioni dell’indipendenza
Tuttavia, molte delle speranze furono presto deluse. Politicamente, gli Stati africani più indipendenti si sono trasformati in dittature o in sistemi a partito unico, di solito guidati dal partito nazionalista che aveva preso il potere al momento dell’indipendenza – e, progressivamente anche l’esercito ha assunto un ruolo sempre più importante. Molti di questi stati erano altamente corrotti, anche predatori, e il divario tra le locali classi dirigenti indigene che si erano affermate e le masse, è cresciuto in misura esponenziale.
Queste piaghe non hanno avuto origine dal periodo coloniale, dato che molte società africane erano già molto divise, ma si sono reiterate e si sono sviluppate nel corso del tempo. Le nuove classi dirigenti erano emerse in gran parte da gruppi di classe media istruita e dalle aristocrazie tradizionali; invece, dall’indipendenza in poi, le masse non hanno mai gestito le “nuove nazioni”.
Sono poi seguite le ristrutturazioni neoliberiste degli anni ’80. La povertà e le disuguaglianze sono molto diffuse, la disoccupazione esiste su larga scala, con un tasso di persone in stato di assoluta povertà e in zone di guerra che qui supera quello di qualsiasi altra regione del mondo. I piani postcoloniali di industrializzazione delle economie con la costruzione di una industria  manifatturiera locale tramite economie chiuse e protette, sono in gran parte falliti. Oggi, l’intero PIL dell’Africa sub-sahariana, compresa la sua potenza economica, il Sud Africa, vale meno della metà di quello di un unico solo paese europeo come la Germania.
Respingere le spiegazioni razziste
Mettendo da parte il Sud Africa, che ha una storia peculiare tutta sua, come spiegare ciò che è successo all’economia africana? Possiamo subito sgombrare il campo da quelle interpretazioni secondo cui gli Africani sarebbero i più corrotti o i meno capaci.
Oltre ad essere basate su idee razziste, queste spiegazioni non tengono conto del fatto che i grandi fallimenti economici, le disuguaglianze, la repressione e bassi livelli di sviluppo industriale si possono riscontrare ovunque – comprese intere aree dell’Europa, specialmente nelle regioni orientali e meridionali.
Il ruolo del colonialismo
Una spiegazione molto più comune e diffusa nella sinistra dà la colpa quasi del tutto al colonialismo.
Questa argomentazione fa giustamente notare che l’inserimento di gran parte dell’Africa nell’economia mondiale capitalista come produttore di materie prime (agricole o estrattive) ha messo il continente in una condizione di svantaggio. Un paese in cui il nucleo dell’economia poggia sulla esportazione di merci come il cacao o il mais è un paese molto vulnerabile. Se le esportazioni  o i prezzi scendono, sorgono subito gravi problemi. Dal momento che queste economie  ‘agro-minerali’ devono importare beni costosi ma essenziali, ecco che sono doppiamente vulnerabili.
Molti piani di industrializzazione postcoloniali sono stati finanziati da entrate derivanti dalle esportazioni di materie prime – tramite le tasse e, dove la proprietà statale era soverchiante, dai profitti – ma questo flusso di capitali si prosciugò negli anni ’70 con la crisi globale del capitalismo. Per provare a salvare la situazione, molti Stati si indebitarono pesantemente, sprofondando sempre più nel vortice del debito. Alcuni paesi, come lo Zambia, ebbe una finestra di solo 9 anni dalla sua indipendenza (1964) alla crisi globale (1973) per cercare di cambiare un modello vecchio di un decennio; ma le loro prospettive non sono mai state granchè.
Le economie africane, pesantemente orientate verso l’esportazione di materie prime prodotte con madopera a basso costo, sono entrate in una grave crisi a partire dagli anni ’70.
Ma c’è molto di più oltre il colonialismo
Il problema che sorge con la spiegazione coloniale, è che essa ci dice molto poco sul perché i paesi che esportano materie prime di grande valore – come la Nigeria, con la sua grande industria petrolifera – si trovano anch’essi in una disastrosa situazione di ristrettezze economiche. Infatti, la Nigeria ha sistematicamente sia l’energia petrolifera che la carenza di benzina, pur essendo il 12° più grande produttore di petrolio al mondo. A questo proposito, va detto che non tutti i paesi con una storia coloniale alle spalle rimangono intrappolati nel destino di produttori di materie prime o di perdenti economici.
A parte esempi alquanto ovvi come gli Stati Uniti, una ex-colonia britannica, potremmo confrontare il Ghana e la Corea del Sud, l’uno colonia britannica e l’altra giapponese, divenuti indipendenti nel giro di pochi anni l’uno dall’altro, con similitudini sia nei problemi economici che nelle dimensioni della popolazione e dei periodi di dominio coloniale. Il Ghana ha sopportato decenni di crisi economica e ha perso da anni gli investimenti ed il business occidentali. La Corea del Sud è diventata, nonostante la guerra civile nel 1950, una grande potenza industriale, con un’economia più grande di quella di molti paesi occidentali.
Una storia coloniale inoltre non spiega, di per sé, perché – nonostante i problemi – la classe dirigente di questi paesi rimane incredibilmente ricca: c’è un problema qui relativo a come le risorse vengono controllate e che non trova spiegazioni guardando solo al colonialismo. Una accentuazione sui problemi esterni porta ad una cecità sulle dinamiche di classe interne.
Accumulazione con la corruzione
Ma quando si guardano più da vicino le strutture di classe interne, le risposte emergono. In gran parte dell’Africa subsahariana, le nuove classi dirigenti che hanno preso il posto delle potenze coloniali hanno utilizzato lo Stato per accumulare ricchezza. Il che ha preso la forma, in molti casi, della corruzione diretta, che a sua volta ha portato ad economie in declino mentre infrastrutture come l’energia e le strade hanno cominciato a crollare. Invece di servire gli interessi imperialisti, questa situazione ha portato alla caduta delle esportazioni di materie prime ed alla instabilità politica.
Dal momento che la chiave interpretativa qui è l’aumento dei governanti corrotti, occore dare una spiegazione anche alla corruzione. Al momento dell’indipendenza, a differenza di molte altre regioni, non c’era una classe capitalista locale. C’erano pochi industriali locali, a confronto ad esempio dell’India, il che significava ben poche pressioni a livello locale sulla capacità distributiva dello Stato.
Ma significava anche che c’era poco spazio per le classi dirigenti che avevano il potere al momento dell’indipendenza, di accumulare ricchezza altrimenti che ricorrendo allo Stato. Con lo Stato come luogo principale di accumulazione, sono scoppiati crudeli scontri tra fazioni delle classi dirigenti, portando ad un ciclo di repressione, di colpi di stato militari, di Stati a partito unico ed alla instabilità. Spesso le divisioni tribali, razziali e religiose si sono dispiegate a ventaglio in questi conflitti, portando alle violenze.
I rapporti di forza tra le classi
I movimenti della classe operaia non erano molto forti (i sindacati erano piuttosto piccoli) e la sinistra era spesso molto debole. Questo ha reso difficile iniziare a mettere i freni alle classi dirigenti corrotte. Col moltiplicarsi delle dittature, i sindacati e gli oppositori dissidenti sono stati repressi o cooptati. Nelle campagne, si è mantenuto il sistema di governo dei capi e dei re, già utilizzato dalle potenze coloniali. I piccoli agricoltori, molti dei quali contadini, sono sempre difficili da organizzare – ed il governo gestito dai capi ha reso la situazione peggiore.
Per cui, anche se la storia coloniale è una componente del problema, non la si dovrebbe usare per giustificare le locali classi di governo, che hanno saccheggiato i loro stessi paesi e represso le classi popolari.
Il disordine del libero mercato
Le misure neoliberiste adottate dagli anni ’80 hanno avuto risultati contrastanti. Dato che si dava  la colpa di tutti i problemi all’intervento statale, ignorando l’economia mondiale, molti dei piani neoliberisti sono stati completamente sbagliati – anche in termini capitalistici. In generale la povertà, la disoccupazione e i prezzi sono aumentati in modo drammatico, anche se questo probabilmente sarebbe accaduto comunque.
Ne sono scaturite rivolte di massa, che hanno portato ad un’ondata di governi dimissionari. Ma dal momento che questi movimenti di “seconda liberazione”, in generale, non avevano granchè in termini di programma politico, a parte alcune riforme democratiche, la maggior parte di loro sono degenerati. I diritti politici sono stati ampliati, ma resta lo Stato corrotto, così come la struttura economica agro-minerale. La recente crescita economica è trainata principalmente dalla maggiore domanda di materie prime dall’Asia, ma i problemi di fondo della povertà e della instabilità rimangono.
La necessità di una rottura radicale
Solo un cambiamento radicale – una nuova Africa, fondata su uno sviluppo socialista e libertario – può mettere fine a questo ciclo di violenza. Il che significa una lotta contro le classi dirigenti africane, come pure contro l’imperialismo. Ed è necessaria anche una rottura con le idee “terzomondiste” che ignorano la questione di classe all’interno dell’Africa, e col nazionalismo, il quale chiama all’unità di tutti gli Africani – cosa che può solo portare ad una sorta di inutile unità tra gli oppressori locali e le loro vittime.
Senza un programma politico promosso dalla sinistra progressista e dagli anarchici, le frustrazioni e la miseria delle masse troveranno risposte in idee vuote (come la  “democrazia”) o in movimenti reazionari (come Boko Haram) ed in sentimenti come il razzismo e l’odio verso gli immigrati.
LUCIEN VAN DER WALT
Pubblicato su ‘Tokologo,’ n° 5/6, pp. 17-19.
Link esterno: http://zabalaza.net
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)

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