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mercoledì 7 dicembre 2016

Fidel Castro



Fidel Castro

(1926-2016)

Samuel Farber
26/11/16

Dopo una lunga malattia che lo ha costretto a ritirarsi dalla carica nel luglio 2006, Fidel Castro è morto lo scorso 25 novembre. Nel corso della sua vita Castro era sopravvissuto a molti sforzi degli Stati Uniti per rovesciare il suo governo ed anche eliminarlo fisicamente, vedi la sponsorizzazione di invasioni, numerosi tentativi di assassinio e attacchi terroristici. Castro ha tenuto il potere politico supremo a Cuba per più di 47 anni, e anche dopo aver lasciato il suo alto ufficio ha continuato ad essere politicamente impegnato per diversi anni incontrando numerose personalità straniere e scrivendo le sue Reflexiones sulla stampa del Partito Comunista Cubano.

Fidel era figlio della cubana Lina Ruz e del galiziano immigrato Ángel Castro, che diventò poi un ricco latifondista dello zucchero nell'isola. Fidel frequentò il liceo dai gesuiti, considerato come una delle migliori scuole a Cuba. Iscrittosi alla Facoltà di Legge dell'Università di L'Avana nel 1945, ha iniziato la sua vita politica collaborando con uno dei vari gruppi di gangster politici che affliggevano l'università. Da universitario attivista e militante, Fidel partecipò, nel 1947, al tentativo di invadere la Repubblica Dominicana per provocare una rivolta contro Trujillo ed al "Bogotazo" del 1948, la ampia rivolta che scosse la capitale colombiana dopo l'assassinio del leader liberale Eliecer Gaitán. La natura disorganizzata e caotica di queste imprese fallite ha svolto un ruolo importante nel plasmare le opinioni di Castro sulla disciplina politica e sulla soppressione di opinioni e fazioni dissidenti all'interno del movimento rivoluzionario.

Aderì poi alla crociata del Partito Ortodoxo guidata dal carismatico senatore Eduardo "Eddy" Chibás, candidandosi per la Camera dei Rappresentanti. Quello Ortodoxo era un partito riformista, democratico e progressista inequivocabilmente contrario al comunismo, ed incentrato sulla eliminazione della corruzione politica diffusa nell'isola. Fu la sezione giovanile di questo partito che offrì a Fidel Castro le basi fondamentali per la sua formazione, quando si spostò su posizioni di lotta armata contro la nuova dittatura militare appena instaurata dal generale in pensione Fulgencio Batista.

Batista aveva preso il potere con un colpo di Stato il 10 marzo 1952, per evitare che si tenessero le elezioni generali che avrebbe dovuto aver luogo, e che egli era certo di perdere- il 1 ° giugno dello stesso anno. Verso la fine del 1956, poco più di due anni prima che Batista fosse rovesciato, il Movimento 26 Luglio di Castro, aveva preso il nome dal giorno del suo attacco armato fallito nel 1953 ed aveva cominciato a emergere come il polo egemone nell'opposizione alla dittatura. Ciò venne reso possibile, in parte, dal crollo dei partiti politici più vetusti di Cuba, tra cui quello Ortodoxo, e dal fallimento dei moti guidati da altre organizzazioni. Ma la sua egemonia tra le fila rivoluzionarie si deve anche alle sue doti politiche. Castro è stato uno scaltro rivoluzionario ed un maestro nell'utilizzare gli elementi chiave della prevalente ideologia politica democratica in opposizione a Batista per attrarre e ampliare il sostegno di tutte le classi sociali di Cuba. Ne è una conferma il suo ripetuto sostegno, prima della vittoria del movimento rivoluzionario, alla costituzione progressista e democratica del 1940, che era molto popolare. Come pure il modo, senza nulla togliere alla sua militanza politica, con cui ha minimizzato il ruolo del radicalismo sociale nel suo libro del 1953, La Storia mi assolverà.

Fidel Castro è stato anche un tattico consumato che intuiva immediatamente e agiva sulle questioni chiave del momento. Ad esempio, dopo essere stato rilasciato dal carcere e aver trovato rifugio in Messico nel 1955, coniò lo slogan "nel 1956, saremo tutti martiri o uomini liberi." Lui sapeva che con questo impegno doveva per forza far ritorno a Cuba in quell'anno, anche se non era militarmente pronto, oppure correre l'immenso rischio di perdere credibilità. Tuttavia, decise che questo era necessario per differenziare il suo gruppo dai suoi concorrenti armati e per rilanciare la coscienza politica popolare soprattutto tra i giovani, che era stata così erosa dalla disillusione. Mantenne la sua parola sbarcando a Cuba con 81 altri uomini a bordo della Granma nella prima parte del mese di dicembre 1956, cosa che aumentò significativamente il suo prestigio.

Dopo la vittoria

La totale sconfitta dell'esercito di Batista da parte di Fidel Castro aprì la strada alla trasformazione di una rivoluzione politica democratica interclassista in una rivoluzione sociale. Nei primi due anni dopo la rivoluzione, Fidel Castro cementò il suo schiacciante sostegno popolare con una radicale redistribuzione della ricchezza che poi si trasformò in una nazionalizzazione dell'economia che comprendeva anche le più piccole imprese al dettaglio. Questa economia altamente burocratizata ebbe risultati molto scarsi, per di più aggravati dal criminale blocco economico che gli Stati Uniti avevano imposto a Cuba già nel 1960. Fu il massiccio aiuto sovietico a Cuba che rese possibile al regime mantenere un austero tenore di vita che garantiva la soddisfazione dei bisogni più elementari della popolazione, in particolare l'istruzione e la sanità. Altrettanto significativo nel rafforzare il sostegno popolare per il regime di Castro fu la rinascita di un anti-imperialismo popolare che era rimasto dormiente nell'isola fin dagli anni Trenta.

Controllo Organizzativo

Il governo di Fidel Castro incanalava il sostegno popolare in mobilitazione popolare. Questo è stato il contributo più significativo del governo cubano alla tradizione comunista internazionale. Ma mentre incoraggiava la partecipazione popolare, Fidel ha impedito il controllo democratico popolare, e mantenuto per sè tutto il comando politico che poteva.

Sotto la sua guida, lo Stato del partito unico cubano è stato istituito agli inizi degli anni '60 ed è stato legalmente sancito dalla Costituzione adottata nel 1976. Il Partito Comunista utilizza le "organizzazioni di massa", come cinghie di trasmissione per gli "orientamenti" del partito. Quando queste "organizzazioni di massa "vennero originariamente fondate nel 1960, tutte le organizzazioni indipendenti già esistenti che avrebbero potuto potenzialmente concorrere con le istituzioni ufficiali vennero eliminate. Tra queste vi era la "Sociedades de color", che per lungo tempo era stato il fondamento della vita organizzata dei neri a Cuba, le numerose organizzazioni di donne per lo più impegnate in attività di assistenza, e le organizzazioni sindacali, che vennero incorporate nell'apparato statale dopo una vasta purga di tutte le opinioni dissenzienti.

Il controllo personale e verticistico di Fidel Castro era una delle principali fonti di irrazionalità economica e degli sprechii. Il saldo complessivo dei suoi interventi personali negli affari economici è del tutto negativo. Si va dalla campagna economicamente disastrosa per un raccolto di 10 milioni di tonnellate di zucchero nel 1970, che non riuscì a raggiungere i suoi obiettivi e danneggiò a lungo il resto dell'economia, fino alla incoerenza economica ed all'invadente micro-gestione della sua "Battaglia delle Idee "poco prima di lasciare l'incarico.

Manipolazione e repressione

Una delle caratteristiche principali dei 47 anni di governo di Fidel Castro era la sua manipolazione del consenso popolare. Questo fu particolarmente evidente nei primi due anni della rivoluzione (1959-1960), durante i quali non rivelò mai nemmeno ai suoi sostenitori dove aveva intenzione di andare politicamente. La censura sistematica che il suo governo aveva istituito dal 1960 era intrinseca alla politica di manipolazione del suo regime, ed è continuata con Raúl Castro. I mass media, nel rispetto degli "orientamenti" del Dipartimento ideologico del Partito Comunista di Cuba, pubblicano solo le notizie che soddisfano le esigenze politiche del governo. La censura colpisce di più in radio e televisione, che sono sotto l'egida del ICRT (Instituto Cubano de Radio y Television), un'istituzione disprezzata da molti artisti e intellettuali per le sue pratiche censorie e arbitrarie. La sistematica assenza di trasparenza nelle operazioni del governo cubano è continuata con il governo di Raúl Castro. Un chiaro esempio ne è la rimozione improvvisa, nel 2009, di due leader politici di vertice, il ministro degli Esteri Felipe Pérez Roque e il vicepresidente Carlos Lage, senza una spiegazione completa da parte del governo per questa decisione. Da allora esiste un video che mostra la versione del governo su tale questione, ma viene mostrato solo ad un pubblico selezionato di dirigenti e quadri del Partito comunista cubano. La censura e la mancanza di trasparenza a volte si sono trasformate in menzogna vera e propria, come nel caso di ripetute smentite di maltrattamenti fisici nelle prigioni cubane di Fidel Castro, a fronte della sua esistenza ben documentata da numerose organizzazioni indipendenti per i diritti umani.

Fidel Castro aveva creato un sistema politico che non esitava a usare la repressione, e non solo contro i nemici di classe, per cementare il suo potere. Si tratta di un sistema che ha fatto ricorso alla polizia ed a metodi amministrativi per risolvere il conflitto politico. Questo sistema ha utilizzato il sistema giuridico in modo arbitrario per soffocare il dissenso politico e l'opposizione. Tra le leggi che ha invocato per raggiungere questo obiettivo ci sono quelle che puniscono la propaganda nemica, il disprezzo per l'autorità (desacato), la ribellione, chi agisce contro la sicurezza dello Stato, la stampa clandestina, la distribuzione di notizie false, la pericolosità sociale pre-criminale, le associazioni illecite, incontri e manifestazioni , la resistenza, la diffamazione e la calunnia. Nel 2006, Fidel Castro ha ammesso che un tempo vi erano 15.000 prigionieri politici a Cuba, anche se nel 1967 aveva detto che erano 20.000.

Politica estera

Per molti latinoamericani e tante altre persone del Terzo Mondo non è stata la creazione del comunismo a Cuba, che ha suscitato la loro simpatia per il leader cubano. E' stata piuttosto la sua sfida ostinata all'impero nordamericano e la sua persistenza ostinata in questo sforzo, non solo affermando l'indipendenza cubana, ma anche il sostegno e la sponsorizzazione ai movimenti all'estero contro le classi dominanti locali e l'impero degli Stati Uniti. Il governo di Fidel ne ha pagato il prezzo con la sponsorizzazione di Washington di invasioni militari, di tentativi di assassinio e campagne di terrore, oltre al blocco economico di lunga data dell'isola. Restare in piedi davanti al Golia del Nord America non era solo una questione di superare una potenza di gran lunga superiore, ma anche di battere l'arroganza e il razzismo del potente vicino del nord. Come lo storico Louis A. Perez ha notato, Washington guardava spesso ai cubani come a bambini a cui si è dovuto insegnare come comportarsi.

Eppure ci sono numerose idee sbagliate nella sinistra sulla politica estera cubana. Se è vero che Fidel Castro ha mantenuto la sua opposizione all'impero degli Stati Uniti fino al suo ultimo respiro, la politica estera cubana, soprattutto dopo la fine del 1960, è stata spostata più sulla difesa degli interessi dello Stato cubano, come definito da lui e dalla sua alleanza con l'URSS, che sulla ricerca della rivoluzione anticapitalista come tale. Poiché l'Unione Sovietica considerava l'America Latina come parte della sfera d'influenza degli Stati Uniti, esercitò una forte pressione politica ed economica su Cuba perchè diminuisse il suo sostegno aperto per la guerriglia in America Latina. Entro la fine del 1960, l'URSS era riuscita in questo sforzo e questo è il motivo per cui nel 1970 Cuba si interessò all'Africa con un vigore che veniva dal sapere che le sue politiche in quel continente erano strategicamente più compatibili con gli interessi sovietici, nonostante le molte divergenze tattiche . Questa alleanza strategica con l'URSS aiuta a spiegare perché la politica africana di Cuba ha avuto implicazioni molto diverse per l'Angola e l'apartheid del Sud Africa dove si collocava generalmente a sinistra, anzichè per il Corno d'Africa, dove non lo era. In questa parte del continente, il governo di Fidel Castro ha sostenuto una sanguinaria dittatura di "sinistra" in Etiopia e, indirettamente, ha contribuito agli sforzi del governo etiope per sopprimere l'indipendenza dell'Eritrea. Il solo fattore più importante per spiegare la politica di Cuba in quella zona era che il nuovo governo etiope si era schierato dalla parte dei sovietici nella guerra fredda. E 'stato per le stesse ragioni che Fidel Castro, con grande sorpresa e delusione del popolo cubano, sostenne l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, anche se era chiaro che l'avversione politica di Castro per le politiche liberali di Dubcek ha giocato un ruolo importante nella sua decisione di sostenere l'azione sovietica. Fidel Castro ha inoltre sostenuto, almeno implicitamente, l'invasione sovietica dell'Afghanistan nel 1979, anche se lo ha fatto con molto disagio e in sordina, perché, di fatto, Cuba aveva appena assunto la guida del Movimento dei Paesi Non Allineati, la cui grande maggioranza si oppose con forza all'intervento sovietico.

Come regola generale, la Cuba di Fidel Castro, anche nelle prime fasi della sua politica estera nei primi anni '60, aveva evitato di sostenere i movimenti rivoluzionari contro i governi che avevano buoni rapporti con L'Avana e avevano respinto la politica degli Stati Uniti verso l'isola, indipendentemente dalla colorazione ideologica di quei governi. I casi più paradigmatici dell'approccio basato sulle "ragioni di Stato" della politica estera cubana sono i rapporti molto amichevoli che Cuba ha mantenuto con il Messico del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) e con la Spagna di Franco. E 'anche interessante notare che in diversi paesi dell'America Latina come il Guatemala, El Salvador e Venezuela, il governo di Fidel Castro ha favorito alcuni movimenti di guerriglia e di opposizione e altri che si opponevano a seconda del grado in cui erano disposti a sostenere le politiche di Cuba.

Fidel Castro in prospettiva storica

L'istituzione di un regime di tipo sovietico a Cuba, non può essere spiegato sulla base delle generalizzazioni riguardo il sottosviluppo, la dittatura e l'imperialismo, che sono state applicate a tutta l'America Latina. Il solo fattore più importante che spiega l'unicità dello sviluppo di Cuba è la direzione politica di Fidel Castro che ha fatto la grande differenza nel trionfo contro Batista e nel determinare il corso preso dalla rivoluzione cubana dopo che è salito al potere. A sua volta, il ruolo di Fidel Castro è stato reso possibile dalla particolare struttura socio-economica e politica della Cuba della fine degli anni '50. Vi erano classi capitaliste economicamente abbienti ma politicamente deboli, poi la classe media e la classe lavoratrice; un esercito di professionisti e per molti versi mercenario, la cui leadership aveva legami deboli con le classi economicamente potenti; e un sistema notevolmente decaduto di partiti politici tradizionali.

L'eredità di Castro, però, si è fatta incerta dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Con Raúl Castro, il governo, in particolare dopo il sesto congresso del Partito comunista nel 2011, ha promesso cambiamenti significativi nell'economia cubana che puntano nella direzione generale del modello sino-vietnamita che combina una apertura al mercato capitalistico con l'autoritarismo politico. Il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti annunciato nel mese di dicembre del 2014, e che Fidel Castro a malincuore ha approvato qualche tempo dopo, è probabile che possa facilitare questa strategia economica soprattutto nel caso improbabile che il Congresso degli Stati Uniti modifichi o abroghi la legge Helms Burton approvata nel 1996 (con il consenso del presidente Clinton) trasformando in legge il blocco economico degli Stati Uniti sull'isola. Nel frattempo, la corruzione e le disuguaglianze stanno crescendo e corrodono la società cubana, contribuendo ad un senso generale di pessimismo e il desiderio di molti in particolare i giovani, dilasciare il paese alla prima occasione.

Alla luce di un probabile futuro stato di transizione capitalista e del ruolo che il capitale straniero e poteri politici, come gli Stati Uniti, il Brasile, la Spagna, il Canada, la Russia e la Cina possono svolgervi, le prospettive della sovranità nazionale di Cuba -forse l'elemento più inequivocabilmente positivo del lascito di Fidel Castro - sono altamente incerte.

Samuel Farber*

(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


*Samuel Farber è professore di scienze politiche al Brooklyn College. Nato e cresciuto a Cuba, fra i suoi libri troviamo Revolution and Reaction in Cuba, 1933-1960, The Origins of the Cuban Revolution Reconsidered, e più recentemente The Politics of Che Guevara: Theory and Practice (Haymarket Books, 2016)

venerdì 2 dicembre 2016

Per quel poco di democrazia - Antonio Cardella da Umanità Nova n°33 13 novembre 2016




















di Antonio Cardella

Premetto che, di fronte all’immane tragedia che ha colpito il centro d’Italia, la questione e i contenuti del referendum appaiono ancor più risibili, se non surreali.
Ciononostante vorrei chiarire il senso della mia proposta di rispondere NO al referendum per la riforma della costituzione.
In sessanta anni di militanza nel movimento anarchico non mi sono mai sognato di spostarmi dalla consuetudine, politicamente convincente, dell’astensionismo anarchico. Non lo faccio neppure in questa circostanza, anche se con la mia proposta sembri che me ne allontani. Non è affatto così; non penso che un NO o un SÌ al prossimo referendum sposti sostanzialmente le posizioni e le forze in campo. Penso però che nella riforma renziana vi sia una riduzione essenziale di quel poco di democrazia che ancora oggi ci consente di condurre le nostre battaglie sul territorio.
È certamente una democrazia malata, che risponde alle esigenze di un capitalismo selvaggio, condotto a vantaggio di pochi, che sposta costantemente risorse dai più poveri ai più ricchi. Ma la malattia più profonda è che le ferree leggi del capitalismo contemporaneo sottraggono sempre di più margini di libertà a una politica che sostenga le ragioni dei poveri e degli oppressi. Quindi non sono le forme di democrazia, per quanto imperfette e discutibili, a produrre una riduzione degli spazi politici operativi, ma è al contrario la prepotenza dell’economia globalizzata che spinge gli apparati democratici verso una deriva sempre più oppressiva.
La riforma costituzionale proposta dal governo Renzi, anziché agire per tentare di riequilibrare questo scompenso, lo allarga a dismisura, sottraendo a quel poco che resta di politico ogni possibilità di agire.
Letta la realtà attuale in questo senso, c’è da chiedersi in quale misura l’astensionismo anarchico acquisti significato politico compiuto nell’immediata contingenza.
Nella razionalità malata dell’odierno sistema capitalistico credo che non ci sia spazio per la difesa della purezza dei principi o per suggestioni ideologiche. Se il movimento anarchico vuole essere in grado di intervenire sul reale deve essere capace di intenderne le tendenze, di “sporcarsi le mani” per così dire, in modo da insinuarsi – individualmente e collettivamente – negli spazi, negli interstizi che il sistema volta a volta presenta, al fine di incepparne il funzionamento, sia pure parzialmente e temporaneamente. Ciò senza pretendere per questo di costruire le premesse di una futura rivoluzione, ma lavorando per la trasformazione del presente (in modo sempre locale e parziale), lottando contro ogni aspetto del dominio e uscendo dall’isolamento per passare all’azione insieme con gli altri che, pur non dichiarandosi anarchici, condividono il rifiuto di questo sistema globalizzato, fondato sul dominio, sulla gerarchizzazione, sulla rincorsa al denaro divenuto feticcio.
Scrive Tomás Ibáňez in Anarchismo in movimento (Eleuthera 2015): «La rivoluzione […] non si situa nel futuro, ma ha come unica dimora il presente e si produce in ogni spazio e in ogni momento che si riescono a sottrarre al sistema […] Si tratta quindi di attaccare le infiltrazioni e le manifestazioni locali del dominio». E ancora: «Oggi il movimento anarchico non è più l’unico depositario, l’unico difensore, di certi principi anti-gerarchici, di certe pratiche non autoritarie, di forme di organizzazione orizzontale, della capacità di intraprendere lotte dai toni libertari, o della diffidenza verso qualunque dispositivo di potere. Questi elementi si sono disseminati al di fuori del movimento anarchico, e oggi vengono ripresi da collettivi che non si identificano come anarchici e che talora rifiutano apertamente di farsi rinchiudere entro le pieghe di questa identità».
Cosa significa dunque proporre di votare NO al referendum? Oltre al fatto contingente di opporsi ai contenuti del referendum, si tratta di riallacciare rapporti meno episodici con quei movimenti e correnti di pensiero contemporaneo che, come noi anarchici, combattono il sistema e contemporaneamente ricercano vie alternative per ricostruire comunità a dimensione umana.


La Tragedia del Potere .... Shakespeare . Conversazione con Massimo Donà




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Anche quest’anno, nei giorni dell’anniversario della sua nascita (quest’anno il 31esimo), Radio Onda d’Urto sarà in campagna abbonamenti. L’appuntamento è da lunedì 12 a martedì 20 dicembre 2016.
Per l’occasione la Radio alcune iniziative culturali e di socialità. Come di consueto verranno dedicati all’evento anche diversi spazi radiofonici all’interno del palinsesto.
VENERDI’ 16 DICEMBRE dalle ore 18.30 al CSA Magazzino 47, via Industriale, 10 – Brescia:
Aperitivo e presentazione del libro “LA SOCIETA’ DEI DEVIANTI: depressi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali di ogni sorta” (ed. Elèuthera, 2016). Interverrà l’autore Piero Cipriano, psichiatra, e discuterà con lui Nicola Montagna, docente di Sociologia presso la Middlesex University di Londra.
A seguire, alle ore 20.30, CENA BENEFIT SPESE LEGALI. Per info e prenotazioni chiamare lo 030 – 45670.
SABATO 17 DICEMBRE dalle ore 11 presso la sede di Radio Onda d’Urto in via Luzzago 2/b a Brescia
APERITIVO IN RADIO! Anche quest’anno apriamo gli studi della nostra e vostra Radio in movimento per una mattinata nella quale sarà possibile mangiare, bere, visitare gli studi, intervenire ai microfoni in diretta ma soprattutto sottoscrivere il proprio abbonamento.
DOMENICA 18 DICEMBRE dalle ore 13 al CSA Magazzino 47 in via Industriale, 10 – Brescia:
SPIEDO BRESCIANO PER IL COMPLEANNO DELLA RADIO – Per info e prenotazioni chiamare lo 030 – 45670 – Alternativa vegan! (Spiedo 20 euro – Vegan 15 euro)
Alle ore 16.00: Presentazione del libro “L’ONDA D’URTO. Autobiografia di una radio in movimento” (ed. Agenzia X) con reading, mostra fotografica e gli interventi degli autori. Con la partecipazione anche di Marco Philopat e Marc Tibaldi di Agenzia X, che hanno collaborato alla stesura del testo.
MARTEDI’ 20 DICEMBRE alle ore 18 aperitivo con ricco buffet al Circolo di Radio Onda d’Urto in via Battaglie 29, quartiere Carmine, Brescia.
Alle 20.30 tutte e tutti al Cinema Nuovo Eden in via Nino Bixio 9 a Brescia per la prima proiezione in città del film “OUR WAR”. Saranno presenti in sala i registi Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravallotti e Claudio Jampaglia.
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giovedì 1 dicembre 2016

“NOI RIFIUTIAMO L’OCCUPAZIONE!” sostegno ai Refusnik


1 Dicembre 2016
Giornata Internazionale di solidarietà
mobilitiamoci in sostegno dei refusnik - chi vuole fare azioni il 1 dicembre
scriva a AssopacePalestina - lmorgantiniassopace@gmail.com tel. 348 3921465
Tamar Alon, Atalya Ben Abba and Tamar Ze'evi, tre giovani donne israeliane, rischiano di finire in prigione perché si rifiutano di collaborare con l’occupazione israeliana e si rifiutano di prestare il servizio militare nell'esercito israeliano.
Sostenetele unendovi a noi il 1° dicembre per una giornata di azione internazionale.
Ognuno può fare qualcosa: veglie di fronte a stabilimenti di produzione delle armi e in altre località, eventi pubblici, filmati, sit-in davanti alle istituzioni, volantinaggi tra la popolazione.
Tutto per fare appello ai governi affinché smettano di armare l’occupazione israeliana invece di trarne profitto e manifestino la loro solidarietà ai giovani refusnk israeliani.
Finché l’Europa farà affari con l’industria israeliana degli armamenti, l’occupazione continuerà. Finché gli USA continueranno ad armare Israele e a comprare le sue armi, giovani israeliani continueranno ad essere imprigionati perché si rifiutano di puntare queste armi contro i civili.
***
LORO SI RIFIUTANO di usare il gas contro i civili – ma GLI USA si rifiuteranno di comprare i gas lacrimogeni israeliani?
LORO SI RIFIUTANO di sparare ai civili– ma i PAESI DELL’EST ASIATICO si rifiuteranno di comprare le armi israeliane?
LORO SI RIFIUTANO di bombardare Gaza – ma noi impegneremo i NOSTRI GOVERNI a non commerciare droni e armi con Israele?
LORO SI RIFIUTANO di servire l’occupazione, NOI ci rifiutiamo di trarne un profitto.
***
Nel corso di novembre e dicembre prossimi, tre giovani donne israeliane si rifiuteranno di fare il servizio militare, che è lo strumento con cui Israelemantiene l’occupazione.
Preferiscono finire in prigione pur di non contribuire all’imposizione del regime militare in Cisgiordania e all’oppressione dei Palestinesi.
Per mantenere l’occupazione della Palestina, Israele ha bisogno –oltre ai militari di leva– anche di armi.
Israele compra armi e munizioni da usare in Cisgiordania e a Gaza, mentre i produttori israeliani di armamenti vendono armi “collaudate in battaglia” a 130 paesi.
Chi vende armi a Israele trae guadagno dall’occupazione; chi compra armi da Israele ha un forte interesse che l’occupazione continui.
Il 1 dicembre 2016, giorno internazionale dei Prigionieri per la Pace, organizzazioni di tutto il mondo faranno manifestazioni di protesta (in USA, Italia, Germania, Francia, Grecia, Regno Unito e Israele), per chiedere ai rispettivi governi di non fornire armi e ai fabbricanti di armi di non fare profitti dall’occupazione militare israeliana della Palestina.
Queste saranno dimostrazioni di solidarietà con la sempre più nutrita corrente di Obiettori di Coscienza israeliani, giacché –come loro– anche noi ci rifiutiamo di prender parte all’occupazione e di trarne un qualsiasi profitto.
Volete unirvi a un gruppo già attivo o organizzarne uno nuovo? in Israele mettetevi in contatto con: mesarvot.im@gmail.com
in Italia con : AssopacePalestina - lmorgantiniassopace@gmail.com tel. 348 3921465
Per maggiori informazioni sul coinvolgimento del commercio di armi nell’occupazione, visitate: ‘The Lab’: http://www.whoprofits.org/…/defa…/files/weapons_report-8.pdf
‘Who Profits’’s report: http://www.gumfilms.com/projects/lab
La giornata di azione internazionale è organizzata da Mesarvot, una rete israeliana di organizzazioni, gruppi e individui che sostengono gli Obiettori di Coscienza politici, War Resisters' International, Refuser Solidarity Network, Association France Palestine Solidarity, AssoPacePalestina- Italia e Connection.ev.

Tel. 348 3921465 lmorgantiniassopace@gmail.com

mercoledì 30 novembre 2016

Il femminismo è una questione di vita o di morte

 category bolivia / peru / ecuador / chile | género | portada author Sunday October 30, 2016 18:03author by Melissa Sepúlveda - El Ciudadano


In queste ultime settimane, le reti sociali si sono riempite di rabbia e di frustrazione davanti all'evidenza, ancora una volta, di ciò che accade da moltissimo tempo: tortura, stupri e omicidi di donne, per il solo fatto di essere donne. 
Vanno e vengono commenti di tutti i tipi. La risposta da parte di donne da tutto il mondo è stata l'organizzazione di marce di solidarietà, incontri e attività sotto lo slogan "Ni una menos". E dall'altra parte si sono manifestate reazioni viscerali da parte di uomini che, volendo giocare all'empatia, avanzano lo slogan assurdo di "nadie menos” (nessuno di meno), evidenziando così che non è tanto facile, nemmeno quando si parla di donne uccise, che gli uomini abbandonino i loro privilegi di dominazione. Oggi è sempre più chiaro che questa guerra silenziosa è una questione di vita o di morte, e la riflessione è il primo strumento che abbiamo per combattere questa lunga storia di dominazione patriarcale.

Analizzare ciò che si nasconde dietro questi eventi non è per niente facile, poiché dobbiamo mettere in discussione il senso comune che è profondamente radicato nella società. Vorrei iniziare con una domanda chiave: a chi appartiene il corpo delle donne? Sembra che tutti vogliano possederne almeno una parte: lo Stato obbliga alla maternità attraverso il divieto dell'aborto. Il marito maltratta e trattiene la donna attraverso la dipendenza economica ed emozionale. Il padre decide delle sue figlie attraverso la sua doppia autorità, e lo sconosciuto si sente in diritto di guardare e toccare il corpo della donna quando vuole. D'altra parte, l'idea che siamo soggetti che necessitano protezione e cura, ovvero l'associazione apparentemente ovvia tra femminilità e debolezza, stabilisce un'alleanza tra il ruolo sociale e l'autopercezione della donna, cosa che permette il consolidamento di un vincolo che, visto da vicino, assomiglia ad una schiavitù, ma che fino ad oggi non scandalizza nessuno, se non le femministe più convinte. A questo proposito è significativa la frase di Simone de Beauvoir: "L'oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse".

È come se dovessimo necessariamente appartenere a qualcuno, che sia il padre, il fidanzato, il marito o lo Stato, ad un grado tale di brutalità che la proprietà sul nostro corpo legittima anche il diritto di porre fine alle nostre vite. Questa è la massima autorità del "pater". D'altra parte, bisogna chiedersi: cos'è che succede alla soggettività maschile che è capace di commettere le atrocità di cui siamo testimoni? Alcuni si appellano all'infermità mentale, ma gli stupratori sono effettivamente tutti uomini psicotici senza coscienza e volontà, o per lo meno, tanto malati da essere giudicati in base alla loro capacità di intendere e di volere? Il numero elevato dei casi di violenza fisica e psicologica contro le donne nel mondo sono tipici di una società profondamente malata. Le giustificazioni individuali di questi fatti che si ripetono sistematicamente non fanno che spostare il punto d'interesse dell'analisi, cosa che si esprime in maniera esemplare nella stampa quando descrive i femminicidi più cruenti come "pazzie d'amore" o "crimini passionali", dove naturalmente abbondano gli argomenti e i commenti sul vestito indossato dalla donna, sull'eventuale consumo di droghe o sulla sua presunta infedeltà, come giustificazioni perfette per far valere il massimo grado del potere maschile. La difesa della proprietà privata grida: "L'ho uccisa perché era mia", questione che è presente anche dall'altro lato della medaglia: "Poteva essere mia sorella, mia madre o mia moglie". Mia. L'invisibilità delle molestie per strada agli occhi degli uomini potrebbe spiegarsi con il fatto che, stranamente, basta un solo uomo in un gruppo di donne perché il codice patriarcale riconosca che l'uomo è il proprietario di quelle donne. Così, praticamente in tutta la storia della civiltà occidentale il corpo della donna è stato utilizzato come merce o come simbolo di sovranità, essendo lo stupro di donne e bambine nei territori conquistati in guerra un ripetuto e doloroso esempio nella nostra memoria.

Quali sono le soluzioni? E qui viene il problema più grande. Molti compagni sostengono che sia necessaria una pena esemplare: ergastolo, o pena di morte. Senza dubbio la questione cruciale è che gli uomini non sono capaci di riconoscere i loro privilegi nei confronti delle donne. Sono sempre "altri uomini" che abusano, uccidono o violentano, e sembra non esserci una relazione tra i casi di femminicidio e altre forme più sottili - ma ugualmente violente - proprie della "cultura dello stupro". 
Per esempio, nella marcia di domenica scorsa contro la AFP(1), durante un intervento artistico che proponeva un viaggio attraverso i luoghi comuni che vivono quotidianamente i cileni, come l'umiliazione di fronte al capo e l'insofferenza di fronte all'esclusione, si affermava: "Siamo persone, entriamo in un bar con le nostre gambe, guardiamo e tocchiamo tette e culi caldi". Quanto è ormai interiorizzato il fatto che l'uomo possa comprare il corpo della donna, sia che passi attraverso la pubblicità che accompagna un prodotto o attraverso un magnaccia in un bordello. Però non bisogna dimenticare che il patriarcato non è solo capitalismo. L'accesso al corpo della donna non è solo mediato dal mercato, e per capirlo possiamo osservare uno spazio dove la relazione commerciale non è presente: la famiglia.

Di fronte all'inevitabile mobilitazione sociale delle donne le autorità del governo traboccano d'ipocrisia. Le politiche contro la violenza intrafamiliare sono state inefficaci dalla creazione del Sernam(2) e la legge sul femminicidio in Cile si limita agli omicidi commessi contro la donna che è o è stata coniuge o convivente dell'autore del crimine. La legge sull'aborto dorme in parlamento e il recente Ministero della donna investe in opuscoli sull'uso di un linguaggio inclusivo senza nessuna interpellanza o sanzione ai mezzi di comunicazione che quotidianamente sono complici di una cultura misogina. Le domande le rivolgiamo ora a noi stesse e a noi stessi: perché permettiamo che quotidianamente il sostentamento culturale dei femminicidi venga trattano con ironia? Perché non reagiamo di fronte alla violenza simbolica nello stesso modo in cui reagiamo alle donne assassinate? Perché permettiamo che "Morandé con compañía"(3) riempia gli spazi del tempo libero del popolo lavoratore?

A seguito dei casi di femminicidio che oggi commuovono l'America Latina e il mondo è necessario riflettere profondamente sulle forme in cui riproduciamo il patriarcato e come questi cinquemila anni di dominazione siano profondamente radicati nel nostro senso comune. Non possiamo sottovalutare la possibilità che ci offre il femminismo di osservare e trasformare quello che succede quando il dirigente sindacale, politico o sociale torna a casa; o ciò che succede nelle relazioni sociali delle nostre città. Sfortunatamente è in questa intimità, con la complicità della famiglia, che avvengono gli orrori più grandi. E' difficile vedere quanto il nemico sia vicino, però i compagni devono assumere e riconoscere i privilegi che ostentano in questa società patriarcale - e abbandonarli, se realmente vogliono lottare per l'emancipazione dell'umanità.

Alle mie sorelle, lamngen(4), e donne di tutto il mondo voglio dire che abbiamo una battaglia da vincere, che è probabilmente la madre di tutte le battaglie: costruire un mondo nuovo, proteggere il territorio, che è il nostro corpo e la nostra terra. Questo è un appello femminista alla costruzione di reti di autodifesa: proteggiamoci, diffondiamo solidarietà tra di noi, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole e nelle nostre organizzazioni. Non tolleriamo più questa violenza sistematica. Unite vinceremo!


(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


note:
1) AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones) sono istituzioni finanziarie private incaricate di amministrare i fondi pensione.
2) Il Sernam (Servicio Nacional de la Mujer) è un organismo che promuove l'uguaglianza delle opportunità tra uomini e donne fondato nel 1990.
3) Programma televisivo cileno con evidenti contenuti sessisti, oggetto di diverse polemiche.
4) “Sorelle” in lingua mapuche.

giovedì 24 novembre 2016

Palestina-Israele, dopo 13 anni di lotta unitaria (12 a Bil'in), abbiamo conquistato il diritto a tenere manifestazioni non-armate contro il muro della separazione, contro i coloni e contro l'occupazione*

 
Bil'in, Ni'ilin, Qaddum, Shikh Jarrah e Colline Sud di Hebron
All'inizio, erano più di 450 gli Israeliani della sinistra radicale che si unirono alle centinaia di Palestinesi di Bil'in e della regione nella lotta contro il furto delle terre del villaggio per costruirvi sopra l'insediamento coloniale di Modi'in Elit protetto dal muro della separazione. Ci son voluti 7 anni perchè le forze di stato smettessero di impedire agli attivisti israeliani di recarsi a Bil'in ogn venerdì per le manifestazioni unitarie. E ci sono voluti altri 5 anni perchè la smettessero di spararci addosso gas lacrimogeni e proiettili "non-letali". Due abitanti di Bil'in hanno perso la vita, centinaia di Palestinesi e di Israeliani sono rimasti feriti, fermati e persino arrestati (per i Palestinesi fino ad un anno e mezzo di detenzione, per gli Israeliani non più di uno o due giorni). Diverse migliaia di attivisti internazionali hanno partecipato insieme a noi alle manifestazioni e contribuito ad allargare la lotta contro l'occupazione a livello internazionale. Proseguono i maltrattamenti notturni contro gli attivisti del villaggio, ma la lotta non si fermerà.













 
 
*Ilan Shalif

http://ilanisagainstwalls.blogspot.com/



Anarchici Contro Il Muro

http://www.awalls.org



Blog di Ahdut (Unità - organizzazione comunista anarchica israeliana): http://unityispa.wordpress.com/



(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

mercoledì 23 novembre 2016

Plutarco , Leopardi : l'animale buono da pensare . Gino Datadi + Cowspiracy







Donne Contro a Pordenone il 1 dicembre e Staranzano (GO) il 2 dicembre

Giovedì 1 Dicembre ore 20.45
Al Prefabbrikato via Pirandello 22
quartiere Villanova Pordenone

Presentazione del libro:
Donne Contro
Interviste a dieci donne anarchiche, marxiste e femministe incontrate tra la Catalonia, la Francia e l' Italia
del marzo 1977 al febbraio 2013
Con la presenza dell' autrice: Isabella Lorusso

Incontro organizzato dal Circolo Libertario E. Zapata

ENTRATA LIBERA

Contatti:
Pagina fb: https://www.facebook.com/amicizapatisti/
Blog :www.zapatapn.org
E-mail: info@zapatapn.org

Piero Cipriano e PierPaolo Capovilla al Django di Treviso

 al Django di Treviso



 Questa settimana abbiamo in serbo grandi cose!
Si comincia venerdì sera, dalle ore 20.30 con la presentazione del libro di Piero Cipriano, La società dei devianti.
Sarà un'occasione per approfondire il tema della percezione del disagio psicologio all'interno della nostra società e per fare due chiacchiere con l'autore.
A seguire, Nadàr Solo + Hope You're Fine Blondie - SISMA at Cs Django!

































Affronteremo con l'autore Piero Cipriano cosa comporta oggi la medicalizzazione del disagio psicologico, la volontà affannosa di attribuire ad ogni stato d'animo una diagnosi definita per poi poter affibbiare la cura data per certa. Ecco allora che per un lutto, un disagio legato all'età evolutiva, un periodo di profonda tristezza si dispensano pillole, definizioni oscure, predizioni fantasiose.
Interverrano Pierpaolo Capovilla de Il Teatro degli Orrori e Dario Marini di Alternativa Libertaria!

"Ho vissuto metà del mio tempo nei luoghi dove si deposita la follia più indesiderata e tutta la possibile devianza dalla norma. E ho visto, da questo luogo privilegiato, in che modo gli uomini si trasformano, siano essi i curanti o i devianti.

Si chiude con queste crude storie che raccontano il mal di vivere della nostra epoca la trilogia della riluttanza iniziata con La fabbrica della cura mentale e proseguita con Il manicomio chimico. A partire dalla sua frequentazione quotidiana con la sofferenza psichica, Cipriano si misura con quella stanchezza esistenziale, sbrigativamente definita depressione, che la nostra società antropofaga prima alimenta e poi cerca di etichettare con quel furore diagnostico e categoriale che le è proprio. A ogni deviante la sua etichetta, medica o psichiatrica, ma anche sociologica o giudiziaria, che così diventa una sorta di tatuaggio identitario, un destino imposto da cui tutto il resto deriva: gli obblighi, i percorsi, le scuole, le cure, i farmaci, le prigioni, ciò che ognuno potrà o non potrà fare (ed essere) nella sua vita."

lunedì 14 novembre 2016

Vulnerabilità sismica e lacrime di coccodrillo

denti

 










Il terremoto è un evento naturale diffusissimo sul nostro pianeta.
In un anno se ne registrano nel mondo circa un milione, di cui alcune migliaia sono abbastanza forti da essere percepite dall’essere umano, ma di cui solo qualche decina è in grado di causare gravi danni. Per fare qualche esempio generalmente avvengono più di 14000 terremoti all’anno con M > 4 e più di 130000 con M > 3. Se per ogni territorio riuscissimo a definire in maniera sufficientemente precisa l’energia di un terremoto ed a stabilirne in modo preciso il tempo di accadimento, avremmo risolto il discorso della previsione dei terremoti. Ma ciò non è possibile sia perché non abbiamo un arco temporale sufficientemente rappresentativo di osservazione scientifica degli eventi sismici, e sia perché, alla luce delle attuali conoscenze pare che i terremoti che si susseguono in un determinato territorio non siano assolutamente periodici.
L’unica previsione a lungo termine che si può fare è quella storico-probabilistica che viene impiegata per definire la pericolosità sismica di base di una determinata area, e che è funzione della probabilità di superamento di un determinato livello energetico del sisma, in un determinato intervallo di tempo.
Anche perché sul versante della previsione a corto termine non siamo messi benissimo; poco di preciso si sa infatti sul comportamento dei precursori sismici, tutti quei fenomeni che sembra possano in qualche modo preavvisare un evento sismico di grande dimensione. Sembra infatti che l’aumento della concentrazione del gas radon o il manifestarsi di sciami sismici, o il conclamarsi di altri fenomeni che a volte anticipano i terremoti non sempre preannunciano scosse importanti e
inoltre che molti eventi catastrofici che si sono verificati negli ultimi anni
non sono stati purtroppo preannunciati da alcun fenomeno precursore.
L’unico aspetto, quindi, su cui si può fare leva per difenderci da questi eventi naturali è la prevenzione, ossia prevedere i loro effetti. E cosa significa fare prevenzione rispetto ai terremoti?
Dal punto di vista della prevenzione contro gli effetti del terremoto, inquadrare una determinata area e considerare l’interazione fra il terremoto, le opere umane e le persone presenti sull’area, significa definirne il Rischio Sismico.
Il Rischio Sismico quantitativamente è espresso dal prodotto di tre grandezze: pericolosità, vulnerabilità ed esposizione.
La pericolosità sismica è una grandezza oggettiva, indipendente dall’intervento umano, ed è la probabilità che si verifichi, in una data area, entro un dato periodo di tempo, un terremoto di una data energia; la vulnerabilità sismica esprime la propensione delle opere costruttive umane a resistere ai terremoti; la vulnerabilità, a differenza della pericolosità, è una grandezza soggettiva perché dipende dalla qualità con cui vengono costruiti gli edifici; infine l’esposizione, anch’essa una grandezza soggettiva, rappresenta la presenza di popolazione, strutture, infrastrutture, attività o comunque beni in termini di vite umane, economici, storici e strategici che possono essere danneggiati da eventi sismici.
Consideriamo le implicazioni di queste grandezze a livello sociale.
La pericolosità sismica esprime quindi, per una determinata area o per una determinata costruzione, il terremoto che ci si può aspettare in termini energetici in un determinato periodo di tempo. Essa dipende essenzialmente da due gruppi di condizioni al contorno: il primo, che definisce la pericolosità sismica di base, è caratterizzato dalla posizione dell’area, o dell’edificio, rispetto alle zone sismogenetiche (le aree dove si generano i terremoti); il secondo, che definisce gli effetti sismici locali, è caratterizzato dalle caratteristiche geologiche e topografiche del sito dell’area o dell’edificio considerati.
La pericolosità sismica di base viene definita con metodologie storico-probabilistiche: vengono prima ricostruiti i cataloghi storici degli eventi che successivamente vengono trattati con criteri probabilistici e spalmati sul territorio dopo essere stati sottoposti a leggi di attenuazione.
Si capisce che a seconda dei criteri probabilistici e delle leggi di attenuazione impiegati, possono derivare, per un medesimo territorio, diverse classificazioni.
Per definire al meglio la pericolosità sismica (ossia ricordiamo l’energia di un terremoto in funzione dell’intervallo di tempo considerato) vanno considerati anche i già accennati effetti sismici locali, dipendenti come abbiamo visto dalla geologia e dalla topografia di un certa area.
Alcune tipologie di terreni hanno infatti la capacità di amplificare l’ampiezza delle onde sismiche e di modificarne le frequenze, in funzione dei loro spessori e delle loro caratteristiche geofisiche; inoltre i fenomeni di amplificazione si verificano anche in determinate condizioni morfologiche (pendii ripidi, creste affilate, fondo valli stretti, ecc).
A questi effetti vanno poi aggiunti altri fenomeni locali legati al sisma come le frane indotte ex novo o riattivate in seguito allo scuotimento ripetuto e continuato di suoli instabili; la liquefazione dei terreni che si verifica in determinate condizioni geotecniche ed idrogeologiche, in seguito a carico ciclico causato dalle onde sismiche su sedimenti immersi in falda; la fagliazione che si verifica quando le rotture che generano il terremoto arrivano fino in superficie ad interessare le opere umane.
Ora, se per la determinazione della pericolosità sismica di base del territorio italiano si può al limite discutere e obiettare sui criteri utilizzati nel definirla, per quanto riguarda la definizione degli effetti sismici locali siamo ancora indietro, e non per un’arretratezza delle teorie e delle tecniche scientifiche al riguardo, quanto invece per una colpevole ignavia di molte amministrazioni pubbliche competenti e per una generale resistenza dei proprietari delle strutture costruttive, privati o pubblici che siano.
E questo dovrebbe essere un aspetto da non trascurare visto che gran parte degli edifici delle grandi città italiane, compresi edifici sensibili come scuole ed ospedali, sono situati su aree suscettibili di amplificazione sismica.
Quindi, se dal punto di vista della pericolosità sismica di base (macrozonazione) siamo messi non malissimo (pur con tutti i limiti legati alla scelta dei criteri probabilistici per definirla ed a quelli legati ai limiti delle conoscenze storiche degli avvenimenti sismici) e per quanto riguarda la conoscenza degli effetti sismici locali siamo indietro, dal punto di vista della Vulnerabilità sismica siamo messi malissimo. (Ricordiamo che la Vulnerabilità sismica di un edificio è data dalla sua propensione a resistere ad un terremoto di una certa energia e determinato contenuto in frequenza).
Non raramente infatti si sentono diversi tecnici delle amministrazioni locali ammettere candidamente di non conoscere la Vulnerabilità sismica della stragrande maggioranza degli edifici dei propri territori di pertinenza. E non solo di quelli relativi alle abitazioni private, ma anche dei vari edifici sensibili come scuole ed ospedali.
Il problema è enorme se si considera il fatto che più del 50% del patrimonio edilizio italiano è stato costruito prima che ci fosse una precisa normativa antisismica, ed anche molti edifici relativamente nuovi sono stati costruiti senza criteri antisismici, perché costruiti prima del 2003, prima cioè che il loro sito fosse classificato con una classe di pericolosità sismica maggiore rispetto a prima.
Se vogliamo fare un altro esempio calzante rispetto al problema della Vulnerabilità sismica, in Italia abbiamo un’edilizia scolastica che per più del 60% è costituita da edifici costruiti prima che, in fase progettuale, venisse presa in considerazione quantitativamente qualsiasi azione sismica. Ma a mio parere non possiamo essere certi di quelli costruiti anche quando le normative tecniche relative alle azioni sismiche erano state delineate perché sappiamo bene come si è sviluppata ad esempio l’edilizia romana negli anni ’70 e ’80 del secolo passato.
È chiaro che ci troviamo di fronte ad un enorme problema di valutazione della reale ed attuale Vulnerabilità Sismica e del conseguente adeguamento delle vecchie strutture alle nuove normative.
E se si vuole affrontare il problema in maniera seria e reale, andrebbero approntate delle indagini strutturali con lo scopo di: verificare la qualità dei materiali impiegati nella costruzione della struttura, verificare la funzionalità degli elementi strutturali che compongono la struttura, verificare la funzionalità della struttura in toto. E una volta verificata l’eventuale incompatibilità della struttura a resistere alle azioni del sisma, questa andrebbe adeguata aumentandone le resistenze.
Ma abbiamo anche imparato sulla nostra pelle che la sicurezza sociale nei territori è spesso, se non sempre, sacrificata sull’altare del profitto e degli euro-sacrifici.
Anche perché in realtà le risorse tecniche ed economiche per affrontare la problematica del rischio sismico e degli altri tipi di rischi ambientali ci sono.
Bisognerebbe sottrarle alle amministrazioni statali, centrali e periferiche, che le sprecano nel mantenere l’esercito del consenso all’interno delle aziende pubbliche o a capitale misto o nel mantenere gli eserciti propriamente detti in giro per il mondo a garantire quella pace essenziale agli affari delle multinazionali, bisognerebbe sottrarle dalle cifre che vengono regalate agli imprenditori delle finte cooperative con le esternalizzazioni dei servizi, o a quanto viene distribuito ad un imponente esercito di dirigenti totalmente inutili alla collettività.
Per non parlare degli enormi costi della politica rappresentativa.
Con il beneplacito delle amministrazioni e la tracotanza delle lobby affaristiche si continua a disseminare il nostro territorio di costruzioni inutili alla collettività, sottraendo risorse che potrebbero essere impiegate per migliorare e aumentare la sicurezza sismica delle nostre scuole, ospedali e case. Non aspettiamoci nulla da chi ci amministra. Dopo le lacrime di coccodrillo tutto tornerà come prima.
Zatarra – AL Roma

Gli artigli del califfo: Erdoğan e i Curdi

La natura dittatoriale del regime Erdoğan è stata messa a nudo, insieme alla complicità delle potenze che hanno bisogno dei Curdi nella lotta contro lo Stato islamico, ma che chiudono un occhio davanti  alle brutali zampate del califfo di Ankara.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, aveva definito il colpo di stato del 15 luglio “come un dono di Dio”. E’ sempre più evidente oggi che cosa intendesse dire, dato che da allora ha usato questo golpe tiepido, mal organizzato e stupido, per far avanzare il suo progetto politico su due fronti principali: il consolidamento interno di uno stato autoritario  -fondato su una miscela di nazionalismo turco e fanatismo islamista- e una politica estera interventista,  come una sorta di imperialismo sub-regionale che cerca di far rivivere la nostalgia per il Sultanato-califfato dell’ epoca dell’impero ottomano. Dato lo sviluppo degli eventi post-putsch, sembra essere chiaro che c’è stata una manipolazione da parte del regime di alcuni settori dell’esercito che, forse inavvertitamente, hanno servito su un piatto d’argento la situazione perfetta perchè Erdoğan dichiarasse lo stato di emergenza, si sbarazzasse di ogni pretesa democratica per portare a termine il  consolidamento del suo potere assoluto nella struttura statuale turca [1].

Con la scusa di perseguitare i seguaci del suo ex alleato, ora trasformato in nemico, il religioso Abdullah Gul, Erdogan sta governando da mesi a colpi di decreti nel bel mezzo della sospensione dell’ordine democratico formale e sta cercando di rafforzare il suo controllo presidenziale, così come il sistema repressivo, puntando a reintrodurre la pena di morte. Con questo potere illimitato, ha chiuso più di 170 mezzi di comunicazione, molti dei quali curdi, di sinistra o addirittura laici [2], che non hanno nulla a che fare con nessun religioso, almeno 130 giornalisti sono stati arrestati [3] tra cui 13 giornalisti di Murat Sabuncu, il direttore del famoso giornale laico Cumhuriyet. Nel frattempo, più di 80.000 persone sono state arrestate in una purga politica senza precedenti e più di 100.000 dipendenti pubblici e decine di migliaia di insegnanti hanno perso il lavoro, sostituiti, ovviamente, da lacchè fedeli di Erdoğan. Con una mossa insolita, Erdoğan ha inferto un colpo al sistema di istruzione superiore arrogandosi il diritto di nominare personalmente i rettori delle università, mentre gli epurati vengono sostituiti con elementi provenienti dagli stessi ambienti del fanatismo religioso.

I Curdi sono stati forse i più duramente colpiti da questa offensiva reazionaria, anche se non hanno avuto nulla a che fare con il religioso Gul né con il putsch di luglio. La repressione ed il bagno di sangue ai loro danni erano già iniziati nella prima metà del 2015, in un contesto elettorale, in cui le manifestazioni del principale partito di sinistra e filo-curdo nello Stato turco, l’HDP, e le città curde erano stati vittime di un’ondata di attacchi in cui le forze di stato repressive erano libere di agire senza alcun tipo di difficoltà insieme ad elementi legati al fondamentalismo islamico. A questi attacchi sono seguite operazioni militari aperte contro i Curdi: in primo luogo, nella regione di Bakur (Kurdistan settentrionale che corrisponde al sud-est dello Stato turco); poi, nella regione di Rojava (Kurdistan occidentale che corrisponde alla Siria settentrionale), che aveva già sofferto dal 2014 gli attacchi portati attraverso la nota complicità  delle forze militari turche con lo Stato islamico, ma che  ora sono attacchi che vedono un coinvolgimento diretto dell’esercito turco con bombardamenti portati da operazioni militari di aria e di terra, come è stato evidente nella offensiva contro Jarablus [4], regione curda liberata dai guerriglieri YPG – poi attaccati dallo Stato turco, con la scusa di combattere lo Stato islamico. In realtà, questo territorio è stato consegnato a quell’accozzaglia eterogenea di fondamentalisti legati ad al Qaeda che sciamavano tra la “opposizione siriana”, protetti dallo Stato turco e dalle petro-monarchie del Golfo. Infine, la Turchia sta anche facendo pressione per un intervento militare nella regione del Basur (Kurdistan meridionale che corrisponde all’Iraq settentrionale), ancora una volta con la scusa di operazioni contro lo Stato islamico, in realtà con l’intenzione di fare la guerra contro il movimento di liberazione curdo.

Anche se Erdogan si è assicurato il sostegno dell’Unione Europea (utilizzando la minaccia di profughi), degli Stati Uniti (attraverso la sua appartenenza alla NATO) e della Russia (che ha saputo riconquistarsi con genuflessioni di ogni genere e promesse commerciali), i suoi interventi in Siria e in Iraq hanno scatenato reazioni di rabbia da parte dei governi di questi paesi, che hanno minacciato ritorsioni in caso di altri bombardamenti o attacchi, tanto che l’esercito turco ha operato con un po’ più di cautela nelle ultime settimane. Erdogan è un esperto nell’arte di allentare e tirare la corda. Eppure, la sua azione incendiaria è una delle principali cause della carneficina che oggi si vive in Medio Oriente.

Ultimamente, Erdogan ha spostato l’azione repressiva dalla persecuzione contro i funzionari pubblici, alla persecuzione aperta contro l’opposizione parlamentare. Mentre chiedeva un grande patto di unità nazionale all’indomani del colpo di stato -unità, ovviamente, tra nazionalisti laici e religiosi contro le comunità di sinistra e non turche nel territorio dello stato- toglieva l’immunità parlamentare ai deputati dell’HDP e cominciava ad accusarli e ad attaccarli violentemente. Questi attacchi hanno raggiunto l’apice, per ora, alla fine della scorsa settimana, con l’arresto, il 4 novembre, di Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, principali dirigenti del HDP. Insieme a loro, sono stati arrestati 11 deputati dello stesso partito, che è davvero l’unica opposizione legale che è rimasta nello stato turco: Nihat Akdogan, Nursel Aydogan, Idris Baluken, Leyla Birlik, Ferhat Encü, Selma Irmak, Sirri Süreyya Önder Ziya Pir, Imam Tascier, Gülser Abdullah Yildirim e Zeydan. Il 30 ottobre, sono stati arrestati -sempre con l’accusa di “terrorismo” – Gülten Kisanak e Firat Anli, che condividono la carica collegiale di sindaco di Amed (Diyarbakir), principale città curda dello Stato turco e si aggiungono agli altri 30 sindaci curdi che sono stati arrestati ed ai 70 che sono stati arbitrariamente rimossi dal loro incarico negli ultimi mesi. In tutti questi casi, la sostituzione è stata nominata direttamente dall’esecutivo, ed è stato imposto un qualche oscuro burocrate della capitale turca, Ankara [5]. Ci sono mandati di arresto nei confronti di altri quattro parlamentari dell’HDP, Tugba Hezer, Faysal Sariyildiz, Imam Tasci e Nihat Akdogan [6].

Alla luce di questi eventi, la natura dittatoriale del regime Erdoğan è stata messa a nudo, insieme alla complicità delle potenze che hanno bisogno dei Curdi nella lotta contro lo Stato islamico, ma che chiudono un occhio davanti alle brutali zampate del Califfo di Ankara. Anche quando il potere di Erdogan sembra illimitato come in questo momento, il malcontento nello Stato turco è molto esplosivo, come dimostrano le proteste giovanili a Gezi Park del 2013 e la resistenza curda che cresce dal 2014. Ogni volta, le azioni di Erdoğan non fanno che continuare ad alienargli sempre più settori. Proprio come Nerone, che secondo la leggenda, suonava la cetra mentre Roma bruciava, oggi Erdogan sta ottenendo le sue vittorie di Pirro, mentre lo Stato turco scende in una spirale di violenza e distruzione. A questo scenario si oppone  la ferma volontà di lottare dei movimenti popolari turchi  e del movimento di liberazione curdo che, alla fine, non potranno che  trovare uno spazio comune di azione -anche quando il costo umano che stanno pagando è decisamente agghiacciante.

José Antonio Gutiérrez D.
8 Novembre, 2016

Macchina diagnostica, agenzie della salute sovranazionali e campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione

di Gioacchino Toni
Conversazione con Piero Cipriano, “psichiatra riluttante”
pillola[ght] Dopo aver raccontato il manicomio fisico con La fabbrica della cura mentale (Elèuthera, 2013), con Il manicomio chimico (Elèuthera, 2015) [su Carmilla] hai ricostruito come si è giunti all’era della psichiatria chimica in cui il manicomio è somministrato al paziente attraverso gli psicofarmaci. Nell’ultimo libro, La società dei devianti (Elèuthera, 2016) [su Carmilla], ti soffermi soprattutto sull’aspetto diagnostico indicandolo come macchina in grado di conferire identità e destino all’individuo.
Leggendo la tua ricostruzione della storia del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders fino al DSM-5, manuale diagnostico sostanziale accettato e applicato acriticamente a livello mondiale, si ha la netta impressione di avere a che fare con l’ennesimo pacchetto normativo che si impone sull’umanità dettato da agenzie internazionali (come la World Health Organization) o da lobby che finiscono, di fatto, per dettar legge a livello internazionale (come l’American Psychiatric Association). Si tratta di agenzie che impongono a livello globale una precisa visione del mondo, in questo caso inerente alla salute/malattia degli individui, in strettissimi rapporti con un altro potentato sovranazionale: la lobby dell’industria farmaceutica.
Insomma, al lungo elenco di agenzie economiche e politiche internazionali che determinano la nostra vita – International Monetary Fund, World Bank, Goldman Sachs, European Union, United Nations, European Central Bank ecc. -, possiamo aggiungere anche agenzie ed associazioni come la World Health Organization e l’American Psychiatric Association con la loro bibbia diagnostica… Cosa ne pensi?
[pc] Sì, direi che è così. Una serie di etichette, da quelle mediche a quelle psichiatriche a quelle giudiziarie a quelle sociologiche, determinano una sequenza di percorsi terapeutici, rieducativi, riabilitativi, punitivi, espulsivi, a cui è sempre più difficile sottrarsi. Una società nosografica, che per forza di cose poi diventa società terapeutica: siamo anormali, dobbiamo curarci. Come? Coi farmaci, per lo più. Eccoci dunque in questa era della farmacocrazia.
[ght] Nel tuo La società dei devianti si parla dell’urgenza di intraprendere una campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione. Tale campagna, oltre che a fare pressione sui politici affinché si arrivi all’abolizione di tale pratica, deve necessariamente raggiungere l’opinione pubblica mettendola al corrente della pratica della contenzione e di quanto sia ancora diffuso il ricorso ad essa. Informare l’opinione pubblica comporta un’estensione della responsabilità; un’opinione pubblica sensibilizzata a proposito del ricorso a tale pratica costrittiva dovrebbe sentirsi in dovere di farsi carico della questione. La difficoltà maggiore mi sembra quella di individuare le modalità con cui raggiungere la gente comune in una realtà che vede i media interessati a tutto ciò che riguarda il disagio mentale solo quando ad esso è possibile imputare qualche forma di violenza particolarmente cruenta. Non di rado nel trattare tali episodi i media danno voce a una sempre meno celata “nostalgia di manicomio”. Sicuramente scriverne è importante e da questo punto di vista la tua “Trilogia della riluttanza” può essere considerata un ottimo contributo alla denuncia ed all’informazione così come tutte le iniziative di presentazione dei libri può essere utile a sensibilizzare l’opinione pubblica. Cos’altro si può fare di concreto, a tuo avviso, per supportare la campagna contro la contenzione?
[pc] Bella domanda. Che mi fai proprio in un momento in cui questa campagna, per slegare i cristi in croce legati nei luoghi non solo della psichiatria ma dell’intera medicina, un po’ langue, boccheggia, stenta. Perché stenta? Perché lo sapevamo che era un’iniziativa difficile, lunga, piena d’insidie, e che chi, come me, si esponeva (sono uno psichiatra che è contrario alle fasce e ne chiede l’abolizione, che tuttavia continua a lavorare in un reparto dove vengono, anche se sempre di meno, ancora adoperate), rischiava molto. Perché le fasce sono economiche. Sono comode. Sono facili, semplici. Non comportano il difficile esercizio del pensiero (per dirla con Hannah Arendt). Non comportano mettersi più di tanto in discussione. Basta un po’ di rimozione, o l’abitudine, abituarsi alla pratica, anche a torturare il torturatore in fondo si abitua (leggersi Notturno cileno o Stella distante, di Bolaño, per esempio), dopo essere stato opportunamente inziato. Difficile è sbarazzarsi delle fasce e domandarsi: e ora?, come faccio a relazionarmi con quest’uomo, o questa donna, o questo adolescente, o questo vecchio, o questo cocainomane, o questo ubriaco, che si agita, che mi aggredisce? Lì è la sfida. Invece ci addestrano a fare i legatori. Leghiamo l’umanità! E dopo averla legata (e torno alla tua domanda di prima) con le etichette diagnostiche che t’incanalano per sempre in percorsi obbligati, dopo averla legata con molecole che ti gessano i pensieri, te li paralizzano, o viceversa ti esaltano innaturalmente le emozioni, dopo averla legata con contenitori e luoghi d’ogni sorta, se tutto ciò non basta, per i più indomiti recalcitranti riluttanti, ecco il legamento più primitivo, e però più sicuro: le fasce.
Le fasce, come gli altri legamenti che le precedono, sono entrate ormai nel nostro immaginario, nelle prassi, in ospedale, tra gli addetti ai lavori, medici infermieri ausiliari psicologi ma anche tra i famigliari, ne troverai pochi che si scandalizzino. Lo scandalo, al contrario, lo procuriamo noi che proponiamo l’abolizione delle fasce. Siamo noi, i medici infermieri psicologi che contestano i legamenti a essere scandalosi, e dunque pericolosi, con questa nostra iniziativa velleitaria. La follia è pericolosa, il matto è da legare, e anche solo proporre l’eliminazione di questo millenario strumento per gestire la follia è scandaloso, ed è pericoloso.
Per questo la campagna per abolire la contenzione si profila come un modo per continuare a contestare la manicomialità. Mettendo in discussione, stavolta, non solo il manicomio civile o quello giudiziario, ma proprio l’ospedale generale, l’intera medicina dunque. Per cui, cosa si può fare?, mi domandi.
87oreRicominciamo con varie iniziative, a ottobre, per esempio, un convegno a Castiglione delle Stiviere, per andare a stanare questa pratica proprio nell’OPG perfetto (anche se ora si è trasformato in una mega REMS), talmente perfetto che si legano agevolmente gli internati, anzi, vi è internata una donna che da una decina d’anni è costantemente legata, di giorno in carrozzina e di notte al letto. Coinvolgere persone che possano raccontare questa battaglia fuori dallo specifico degli addetti ai lavori. Persone della società dello spettacolo, per dirla alla Debord, per esempio Pierpaolo Capovilla, del Teatro degli Orrori, che si sta spendendo molto su questo tema, e ne canta nei suoi dischi, o Paolo Virzì, che nel suo ultimo film descrive bene cosa succede a chi entra nella morsa del circuito psichiatrico, e ci mostra Michaela Ramazzotti legata al letto. Ma servirebbero altri, come loro. Che realizzino altre opere esplicite, film come 87 ore, per esempio, dove viene mostrata la lenta agonia del maestro Mastrogiovanni legato a un letto per quattro giorni fino a morire, ecco, questo è un documento che bisognerebbe proiettare nelle scuole. Cose così, insomma.
[ght] Questa campagna contro le fasce di contenzione deve fare i conti con una società sempre più cinica e propensa a delegare la soluzione di tutto ciò che individua come “problema” a comodi “specialisti” di turno. Cogliere i devianti come problema comporta facilmente la concessione di una sorta di “delega in bianco” in favore di ogni pratica volta a toglierli dalla vita sociale. Da questo punto di vista, evitata ad arte una terminologia troppo esplicita, la segregazione in luoghi separati e il ricorso a forme di contenzione tutto sommato possono anche non essere viste con ostilità dall’attuale opinione pubblica. Una volta etichettati come devianti, saranno gli “esperti”, i “tecnici”, a farsi carico del “problema-devianti”. Farmaco o non farmaco, cinghia o non cinghia, l’importante è lavarsene le mani una volta che il problema viene rimosso dalla vita pubblica. Ripensando alla battaglia di Franco Basaglia e Franca Ongaro viene da pensare che se da un certo punto di vista la società degli anni ’60 e ’70 non era poi tanto più “aperta” mentalmente rispetto all’attuale, è anche vero che proprio in quel periodo si stavano aprendo “brecce di libertà” all’interno della cultura e della società italiana che oggi onestamente è difficile individuare. Cosa ne pensi?
[pc] Sottoscrivo ciò che dici. Ci siamo tutti rassegnati e consegnati al potere/sapere degli psichiatri, che nell’arte della manomissione delle parole, per dirla con Carofiglio, sono dei veri talenti. Hanno suddiviso il grande contenitore della follia in più di trecento partizioni, come a dire che oggi nessuno più è folle, ma nessuno più può dirsi del tutto normale, tutti noi abbiamo almeno due tre diagnosi possibili, ormai. Diagnosi che accettiamo passivamente, supinamente. Anzi, siamo a tal punto acritici che talvolta ci presentiamo e ci raccontiamo con quella diagnosi, io sono un borderline, io sono un bipolare, poco ci manca che le mettiamo perfino nel nostro biglietto da visita: Mario Rossi, depresso. Le diagnosi psichiatriche ristrutturano la nostra identità, un po’ come accade per i segni zodiacali, con la differenza che i segni zodiacali lasciano il beneficio del dubbio (non è roba scientifica, per quanto suggestiva), le diagnosi psichiatriche invece non lasciano dubbi, perché sono opera di scienziati della mente (è scienza, insomma).
contenzioneMa pure rispetto ai loro luoghi, gli psichiatri hanno messo in gioco il meglio della loro semantica: i manicomi non esistono? Perfetto. Vuol dire che la manicomialità la distribuiremo in altri contenitori più piccoli, meno appariscenti, che chiameremo soprattutto con acronimi: SPDC, CSM, CT, OPG, REMS, eccetera. I ricoveri ad infinitum non sono più possibili? Non c’è problema. Esiste un gioco dell’oca della cronicità per cui realizzo l’internamento circolare: dieci giorni in SPDC, un mese in Casa di Cura che ora si chiama STIPT, sei mesi in CT. Compi un reato ma sei deviante? Un anno in REMS, e poi ricominci il giro, magari ripassando dal SPDC.
[ght] Nel tuo La società dei devianti ragioni sui comportamenti che possono adottare gli operatori psichiatrici nella pratica quotidiana al fine di evitare trattamenti disumani nei confronti dei devianti. Inviti, ad esempio, a praticare un colloquio continuo con i pazienti, a portarli fuori dai luoghi di ricovero, a revocare i TSO, a sciogliere i legati ed a ridurre i farmaci. Attraverso tali comportamenti, sostieni, sarebbe più facile convincere i giovani operatori del settore, i pazienti e i loro famigliari che esistono altri modi per affrontare i disturbi mentali. Naturalmente gli operatori, così come le famiglie dei pazienti, si trovano a vivere in un mondo in cui l’aspetto produttivo, con i suoi ritmi sempre più infernali e dilatati nel tempo e nello spazio, sottrae buona parte del tempo e delle energie che possono essere dedicate a chi è in difficoltà. La stanchezza psicofisica degli operatori e dei familiari di certo si riversa negativamente su chi è in difficoltà. Non credi che nel mondo degli operatori psichiatrici una campagna finalizzata a un trattamento “più umano” dei pazienti debba intrecciarsi a rivendicazioni di tipo sindacale volte a rendere il lavoro meno sfiancante? Mi riferisco al numero di operatori impiegati in rapporto ai pazienti, ai turni di lavoro ecc.
[pc] Assolutamente sì. Lavoro in un reparto dove ci sono minimo dodici persone ricoverate. Tre infermieri non bastano, non possono bastare. Però il numero fa la differenza, ovviamente. Se già con tre-infermieri-che-non-vogliono-legare è possibile non legare le persone, per mia esperienza, figuriamoci con sei (se quei sei vogliono non legare). E’ ovvio che se invece ti trovi con infermieri-che-vogliono-legare, anche con dodici (potendoti dunque permettere un rapporto uno a uno) leghi le persone, non si sfugge. Discorso a parte per i medici. I medici sono coloro che, in fin dei conti, decidono se legare o non legare. I medici, per mia esperienza, più sono e meno decidono. O meglio, più sono e meno sono coraggiosi, e più si nascondono dietro le fasce. E più legano. Ma perché legano? Non lo so. A me pare che la maggior parte dei medici abbiano più dimestichezza con i libri, con le diagnosi, con i farmaci, con le molecole, che con le persone in carne e ossa. Sarà per la lunga formazione a cui sono stati sottoposti, formazione medica che invece di avvicinarli alle persone li allontana, che in qualche modo li disumanizza, apprendistato che gli fa perdere di vista la persona, che li addestra quasi esclusivamente allo studio del caso (clinico), caso (clinico) che diventa cosa. Oggetto. E qui torna attuale Franca Ongaro Basaglia quando ci ricorda che la medicina si forma sul corpo morto, e il medico impara a conoscere l’uomo vivo (malato) studiando il cadavere nelle aule di anatomia patologica, e memore di questo debito tende, il medico, sempre, a ricondurre l’uomo vivo (malato), a corpo morto, disteso sul letto d’ospedale, allettato, clinico, esanime, o coi farmaci o con le fasce.

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)