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ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

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O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

lunedì 19 settembre 2016

per Abdesselem El Danaf


La morte di Abdesselem El Danaf lavoratore della logistica travolto da un tir che ha forzato il  presidio, a Montale (PC), davanti ad un magazzino della ditta GLS è una tragedia umana ed un fatto inaudito dal punto di vista sindacale.
Siamo in presenza dell’omicidio di un lavoratore che lottava e esercitava il diritto di sciopero.
La realtà drammatica vissuta  in molte situazioni dai facchini,  in particolare nel polo logistico di Piacenza (il più esteso d’italia), dopo anni di lotte continua ad essere caratterizzata dalla mancanza di diritti e di ogni  tutela,  da contratti non rispettati, da condizioni e rapporti che sono ai limiti della schiavitù. Il tutto basato su continui   ricatti occupazionali che attraversano tutti i lavoratori della filiera.
Eppure è  una realtà dove in cima a tutto c’è come prioritaria la richiesta di dignità dei lavoratori. A fronte di enormi guadagni dei padroni, basati sullo sfruttamento intensivo di questa parte della classe, composta in stragrande maggioranza da lavoratori migranti, e da presenze di appalti a false cooperative non sottoposte ad alcun controllo. Le lotte importanti e generose di questi anni hanno in molti casi portato a forme di stabilizzazione nel settore, ad esempio in Emilia Romagna,  dove la Regione ha varato un protocollo sugli appalti e la legalità al quale molte realtà (committenti) hanno aderito. Ma rimangono aree estese di padroni che agiscono al di fuori di qualsiasi norma calpestando diritti, tutele e dignità dei lavoratori.
La risposta a questo omicidio  deve essere  porsi l’obbiettivo di fare uscire dall’isolamento le lotte della logistica collegandole a più ampie iniziative di risposta al dominio dei padroni per riaffermare i diritti dei lavoratori.
La nostra  solidarietà attiva ai famigliari e ai compagni di lotta.
Alternativa Libertaria/fdca

24 settembre a Roma manifestazione "Piazza per il Kurdistan"

CONTRO L’OPPRESSIONE DEL POPOLO CURDO E LE PURGHE DI ERDOGAN CONTRO LE GUERRE ED IL TERRORE IN SIRIA ED IN IRAQ
SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA
AL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN ROJAVA
UNICA SPERANZA RIVOLUZIONARIA PER IL MEDIO ORIENTE
PER IL CESSATE IL FUOCO, AIUTI UMANITARI E RICOSTRUZIONE OVUNQUE
Alternativa Libertaria/fdca aderisce e partecipa alla manifestazione nazionale del 24 settembre a Roma a sostegno del popolo curdo, della rivoluzione democratica in Rojava e per la liberazione di Ocalan.
Il prepotente ingresso della Turchia sui campi di battaglia siriani ha come unico scopo quello di impedire che i cantoni curdi del Rojava  nel nord della Siria si saldino un una unità territoriale autonoma ed auto-organizzata nel confederalismo democratico.
L’obiettivo della Turchia è condiviso da tutti gli attori in campo: dal governo di Damasco ai suoi alleati diretti (Russia ed Iran), dai gruppi jihadisti sostenuti dalle monarchie sunnite agli Stati Uniti ed all’Unione Europea, che sono alleati della Turchia nell’ambito della NATO.
Le capacità militari e politiche dei Curdi del Rojava nel combattere, respingere ed incalzare l’ISIS, nel costruire un’alleanza come quella delle Forze Democratiche Siriane e contemporaneamente nell’edificare il confederalismo democratico, hanno dimostrato che può esistere una fondata speranza ed un’alternativa credibile al centralismo di Assad, al terrorismo dell’ISIS&Co., agli interessi delle potenze imperialiste e locali nel costruire un nuovo futuro per la Siria e per il Medio Oriente.
Questa speranza, questa alternativa deve essere sostenuta, perchè introduce elementi di libertà, di laicità, di uguaglianza e di pluralismo in un Medio Oriente storicamente statocentrico e perchè indica una strada rivoluzionaria e libertaria anche per le composite “democrazie” occidentali, incapaci di accogliere i profughi.
Ora, tutto ciò che in Rojava si è costruito è seriamente minacciato dal rapido convergere di interessi geopolitici che nulla hanno a che vedere con la lotta al terrorismo, con la sofferenza del popolo siriano, con i profughi, con la fine del conflitto.
Per questo, il popolo curdo, il confederalismo democratico in Rojava ed uno dei suoi maggiori esponenti come Ocalan hanno bisogno di tutta la solidarietà internazionalista possibile, di tutti gli sforzi possibili per far giungere la voce del popolo curdo in lotta per la sua libertà e di tutto il Medio Oriente in ogni angolo del mondo.
Alternativa Libertaria/fdca ed il movimento anarchico, sostenitori fin dagli inizi del confederalismo democratico curdo, non faranno mancare il loro appoggio.
Roma, 24 settembre 2016
Alternativa Libertaria/fdca

sabato 17 settembre 2016

IL VATICANO E IL FASCISMO



































SI PREGA DI FAR CIRCOLARE IL PIÚ POSSIBILE


in www.utopiarossa.blogspot.com


CONVEGNO INTERNAZIONALE «IL VATICANO E IL FASCISMO»
(Roma, 21 settembre 2016. Palazzo Falletti)

domenica 11 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE


STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE
di Pier Francesco Zarcone



L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.
In Transgiordania le cose non andarono male per i britannici: Abd Allah ibn Husayn ne diventò emiro sotto il protettorato di Londra e il suo staterello rimase il più stabile nella costruzione postbellica del Vicino Oriente. Lo stesso non può dirsi né per il Libano né per la Siria né per il nuovo Stato dell'Iraq. Quest'ultimo fu costituito mediante l'accorpamento delle tre provincie ottomane (vilayetler) di Baghdad, Basra (Bassora) e Mosul poste sotto la corona data a Faysal ibn Husayn. Sembrava la mossa giusta: il nuovo Re, principe arabo e alla testa della rivolta antiottomana, apparteneva alla stessa famiglia del Profeta ed era figlio dello Sharif custode dei Luoghi Santi. E invece no. Infatti Faysal era sunnita e per la maggioranza sciita della popolazione del suo regno la sua discendenza dal Profeta era un insufficiente formalismo, giacché per lo Sciismo essere "della famiglia del Profeta" (ahl al-bayt) significa "discendere da Fatima e Ali", cioè dalla figlia di Muhammad e dal primo Imam degli Sciiti. In conclusione, per la maggioranza dei nuovi sudditi Faysal mancava di legittimità (innanzitutto religiosa).
Proprio il problema della legittimità sarà (è) centrale in paesi come Iraq, Siria e Libano.
Quanto dianzi detto non vuol negare che a un certo punto anche nel Vicino Oriente si sia diffuso il virus nazionalistico; più semplicemente vuole introdurre due elementi specifici che non sono stati affatto privi di conseguenze: innanzitutto il "nazionalismo arabo" non ha mai raggiunto una definizione (o direzione) univoca, frammentandosi cioè tra sostenitori del panarabismo o del nazionalismo locale, per poi influire altrettanto confusamente su quelle confuse costruzioni a cui si dà il nome di "socialismo arabo". In ogni caso, tuttavia, funse da momentanea formula politica contro l'imperialismo occidentale.
Il secondo aspetto consiste nel non aver mai realmente attecchito tra le masse popolari sì da diminuirne l'influsso della religione. D'altro canto non ne aveva la forza intrinseca.

L'IMPOSSIBILE NASCITA DI NAZIONI SENZA BASI

A parte la particolare situazione storica e culturale dell'Egitto, è assai arduo individuare gli elementi "classici" della Nazione in entità come Siria, Libano e Iraq, i cui territori per una moltitudine di secoli e secoli sono stati inquadrati - e al loro interno suddivisi - come circoscrizioni amministrative di più vasti imperi multietnici e multireligiosi (da ultimi, l'Impero mamelucco e quello ottomano).
Tanto per non andare molto indietro nel tempo, ci limitiamo a questi ultimi due Imperi, per rilevare che si limitarono a imporre l'obbedienza al Sultano di turno, il cui potere semplicemente si sovrapponeva alle preesistenti - e ben più "naturali" - lealtà identitarie locali (religiose, etniche, tribali e famigliari), lealtà rimaste quindi con tutta la loro forza accumulata nel tempo.
Per nessuno dei tre casi in questione può parlarsi di "Stato nazionale", per cui era consequenziale che, trattandosi di entità elevate a Stato ma senza basi effettive, all'atto pratico per governarle non bastassero poteri centrali semplicemente definibili "forti": ci volevano governi dispotici, perché la democrazia avrebbe mandato a rotoli tutta la costruzione, dimostrando - come nella favola di Andersen - che "il re era nudo", non foss'altro per il semplice motivo della mancanza del "cittadino" ostile alla sudditanza.
In Siria, Iraq e Libano il cosiddetto cittadino da un lato è suddito dello Stato, e dall'altro è parte (suddito) di reti locali di lealtà che non si riferiscono né allo Stato né al partito dominante né ai vari partiti esistenti (come in Libano). Ne consegue che la sudditanza allo Stato non realizza una forza identitaria comparabile con quella delle altre appartenenze.
In più, i nuovi Stati - volendo (ma anche dovendo) agire da Stati moderni - sono apparsi come portatori di modernizzazioni forzate, il più delle volte dalla portata ridotta, che tuttavia nei rispettivi contesti multietnici, multireligiosi e (come in Iraq) multilinguistici, hanno pericolosamente insidiato le tradizionali influenze, autorità e strutture, portando da un lato a sviluppare dei "nazionalismi locali" e/o di gruppo, e dall'altro a mettere a disposizione dello Stato reti di influenza tradizionali, col risultato di controbilanciare gli iniziali sforzi del potere centrale per il loro contenimento, creando situazioni ancora irrisolte.
In merito ai partiti politici del Vicino Oriente, è ormai fenomeno diffuso la perdita delle caratterizzazioni ideologiche originarie (quando ci sono state), che hanno rapidamente perso d'importanza dopo la presa del potere, tutto diventando funzionale agli interessi dei gruppi dominanti all'interno di ciascun partito e delle sue clientele. Ovviamente il solo "progetto politico" rimasto è quello del mantenimento del potere. A maggior ragione nei partiti "personali". Si aggiunga che questi partiti non hanno mai costituito centri di dibattito politico, bensì di mera obbedienza alle decisioni prese dai vertici. Lo stesso discorso vale, mutatis mutandis, per i partiti etnici e religiosi, soprattutto se conquistano il potere. La situazione peggiore, al riguardo, si ha in Libano, dove la Francia ha lasciato un avvelenato assetto istituzionale basato su una lottizzazione religiosa, oltretutto per lungo tempo ancorata ai dati di un censimento fatto all'epoca del Mandato.
In Siria e Iraq il potere statale ha avuto modo di affermarsi con maggior forza, ma a fronte di questo la società civile si è dovuta lasciar annichilire dallo Stato senza poter fornirgli effettivi apporti politici, almeno fino a che lo Stato non è incorso in sconfitta bellica o grave crisi interna.
Nei tre paesi sopra menzionati un ulteriore ostacolo a che lo Stato diventasse forza unificante è costituito dalla presenza di forti diversità religiose ed etniche da secoli divise da odi e spargimenti di sangue. In genere i media accennano alle conflittualità tra Cristiani e Musulmani, o fra Sunniti e Sciiti, rimanendo però ignote quelle tra le diverse Chiese cristiane, la cui virulenza non è sempre di minor grado.
Finché quei territori erano strutturati in ripartizioni amministrative di entità superiori, la situazione nel complesso teneva: a volte bene, a volte male. Tutto è cambiato con le formazioni statali volute da Gran Bretagna e Francia; Stati assimilabili a contenitori non già di mosaici (che implicano un'armonia di insieme), bensì di insiemi non amalgamati di tessere; e mancando le condizioni per assetti democratici era ovvio che le rispettive popolazioni (eterogenee) finissero governate da minoranze, non tanto politiche quanto religiose e/o etniche, per giunta insensibili ai "diritti umani". Si tratta di situazioni che o non durano o durano ma a prezzo di sanguinose crisi seriali (come in Libano).
Ad aggravare le cose intervennero in certi casi operazioni di ingegneria istituzionale della potenza mandataria e necessità di contrappesi religiosi da parte del governo insediato dagli imperialisti. Il primo caso riguarda il Libano, dove le autorità mandatarie francesi estesero le zone attribuite ai Cattolici maroniti (loro tradizionali alleati) a scapito dei Musulmani; il secondo attiene all'Iraq, dove il primo sovrano, Faysal, ottenne a nord le zone dell'attuale Kurdistan iracheno, in prevalenza abitato da Sunniti (i Curdi sciiti non sono molti), per rafforzare questa componente a fronte della maggioranza sciita, che anche con questa mossa superò il 60%. L'iniziativa di Faysal creò il problema dell'inserimento nella compagine irachena di una consistente popolazione non araba, bensì indoeuropea (più affine agli Iraniani), ponendo basi per l'irrisolto problema curdo in Iraq. Infatti, fin dall'avvento della monarchia hashimita l'élite al potere - sunnita - pur discriminando e opprimendo la maggioranza sciita, cercò comunque di sviluppare qualcosa che desse agli abitanti un minimo di identificazione unitaria, ma il guaio fu che lo fece privilegiando l'arabicità, cioè a dire discriminando - e pesantemente - i Curdi e i Turcomanni del nord, non facendoli mai sentire realmente parte dell'Iraq, pur esigendosi da Baghdad il sentimento dell'inclusione.
Come già accennato, in tutto il Vicino Oriente esiste un problema di legittimità per chi governa, a motivo della tendenza degli esclusi dal potere - si tratti di maggioranze o di minoranze - che si sentono (e sono) oppresse e discriminate. In tali contesti, a seminare il caos ci vuole poco, e caos vuol dire massacri e creazione di nuovi rancori che si sedimentano con i vecchi.

LE DIFFICOLTÀ PRATICHE A SOLUZIONI "MORBIDE"

Purtroppo le soluzioni - ammettendo che ce ne siano - dipendono dagli interessi imperialistici sull'area. Gli Stati Uniti da tempo progettano - soprattutto per Iraq e Siria - la fine degli attuali Stati "unitari". Sdegno e opposizione da parte del variegato e residuale fronte antimperialistico, ma anche di grandi potenze interessate all'area come Russia e Cina, alle quali sembra essersi aggregata (per il momento) anche la Turchia. I motivi di tali opposizioni sono facilmente intuibili. Ad ogni modo - in ragione dell'esistenza di convivenze che solo eufemisticamente possono essere definite "difficilissime" in Siria, Iraq e Libano - anche i progetti di spartizione non sono affatto carenti di logica, anzi sembrerebbero la soluzione più facile, pur mettendo nel conto il "danno collaterale" inerente gli inevitabili scambi di popolazione.
Sembra che nell'autunno di quest'anno nel Kurdistan iracheno si terrà un referendum consultivo sull'indipendenza: fuor di dubbio che un esito indipendentista non sarebbe preso affatto bene a Baghdad, a motivo del petrolio nel Nord del paese, ai cui proventi né i Curdi né il governo dell'Iraq possono rinunciare per ragioni di sopravvivenza economica.
Ma c'è di più. La nuova Costituzione irachena prevede la possibilità che oltre al Kurdistan si formino ulteriori federazioni all'interno della Repubblica. A seconda dell'evoluzione degli avvenimenti politici e militari in corso non si può aprioristicamente escludere che di tale possibilità si avvalgano gli Sciiti del Centro-sud: se così fosse, automaticamente si aprirebbe la lotta con i Sunniti arabi per il controllo di Baghdad; e se questo dovesse avvenire dopo l'auspicata sconfitta dell'Isis, è praticamente certo che si avrebbe una reviviscenza del radicalismo islamista sunnita.
D'altro canto, oltre agli interessi dei soggetti interni (difficili da conciliare, poiché perduranti da molti secoli) ci sono in gioco troppe interferenze e troppi interessi di grandi potenze e di potenze regionali perché si possa arrivare alla diffusione di una convinta identità irachena che travalichi i particolarismi religiosi, etnici e linguistici. E inoltre la situazione irachena appare così incancrenita da rendere utopico solo pensare a sistemazioni indolori alla maniera ex cecoslovacca.
Il Libano è una realtà politico-istituzionale che stancamente sopravvive a se stessa, tipica creazione di un imperialismo presbite e miope, quello francese, che, pensando scioccamente di durare per chissà quanto tempo, ha usato il divide et impera senza criteri utili nemmeno per se stesso, e pensando che il mito della grandeur gallica potesse davvero assicurare alla Francia margini di influenza in un Levante che da tempo si capiva sarebbe diventato scenario di conflitti tra potenze diverse, perché ben più grandi di quella francese. Probabilmente continuerà a sopravvivere, malamente.
Circa la Siria anche fare ipotesi è del tutto prematuro.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 10 settembre 2016

Aprite quella porta Una passeggiata per promuovere l'accessibilità ai cittadini ai centri di salute mentale

VITTORIO VENETO - Una passeggiata e uno speaker's corner:  nuova iniziativa il 10 settembre a Vittorio Veneto promossa da Amici di Basaglia in collaborazione con A.P.S. Fuoritema, e Alternativa Libertaria NordEst a sostegno della campagna nazionale "E tu slegalo subito" per l'abolizione della contenzione nei luoghi di cura.

"Sentieri urbani" è una breve passeggiata per la salute psicofisica che partirà da Villa delle rose, dove il ritrovo sarà alle ore 10.00, e arriverà al parco Fenderl.  Lì  ci saranno interventi liberi per riflettere sulla salute mentale e sulla lotta allo stigma che fa di una persona affetta da disagio psichico un ammalato a vita e un pericolo per la società.
Obiettivo dell'iniziatva è promuovere la trasparenza e l'attraversabilità dei luoghi di cura permettendo l'accesso ai cittadini e alle associazioni.

7° Torneo Antirazzista di Calcio a 7 , San Vito al Tagliamento


Sabato 10 settembre a San Vito al Tagliamento, in Via Campo Sportivo (di fronte le piscine comunali di Prodolone)
Associazione Dai un calcio al razzismo Pordenone & PN REBEL sono lieti d'invitarvi al:

Kick Free: Football without borders - 7° Torneo Antirazzista di Calcio a 7
Inizio torneo di calcio h 9.30
Coppa Fair Play & Coppa Chiosco
premiazioni h 17.00 circa
Torneo con poche regole, se non la condivisione e il divertimento!
Per iscrivere la squadra o per maggiori informazioni, contattare via mail pnrebel@gmail.com

Dj-Set durante tutta la giornata con:
- Big Mountain Sound System [Tarvisio]

Ore 18.00: Assemblea aperta
STORIE DI CALCIO POPOLARE E RESISTENTE.
Intervengono:
- Domenico Mungo - insegnante, scrittore e ultras
- Centro Storico Lebowski - Squadra di calcio popolare di Firenze
- Associazione Dai un calcio al razzismo Pordenone

Tra marketing, stipendi milionari, business, caro biglietti e repressione il calcio è sempre più legato al mercato che allo spirito originale fatto di passione, sudore e divertimento.
Si stanno creando, però, sempre più realtà in Italia e nel mondo, società di calcio popolare, con nuovi modelli societari, basati su autogestione, azionariato popolare e con modelli organizzativi orizzontali e assembleari.
Orizzontalità, legame stretto con il territorio e i quartieri, oltre che la presenza di una tifoseria organizzata da serie maggiori e direttamente coinvolta nelle decisioni societarie, sono i tratti distintivi del calcio popolare.

Ore 21: CONCERTI
- THE AUTHENTICS
Ska, Rocksteady, Reggae Trieste
- The ATOM TANKS
ska-core Treviso

ENTRATA LIBERA

In caso di maltempo l'assemblea e i concerti si terranno presso l'ARCI-CRAL in via Vittorio Veneto 13 a Ligugnana di San Vito al Tagliamento (PN)

Associazione “Dai un calcio al razzismo” - Pordenone

giovedì 8 settembre 2016

QUESTIONE CURDA E CONFLITTO SIRIANO di Pier Francesco Zarcone



UNA QUESTIONE IRRISOLTA

Di recente nel quadro del già complicato scenario del conflitto siriano è esplosa la questione curda, con violenza e foriera di complicazioni notevoli per tutti i soggetti del Vicino e Medio Oriente che ne temono i contraccolpi. Le loro preoccupazioni sono aggravate dal palese e massiccio appoggio ai Curdi di Siria da parte degli Stati Uniti, direttamente presenti sul terreno a prescindere dal non esservi stati chiamati da quello che - piaccia o no - in base al diritto internazionale è il legittimo governo della Siria (simpatie e antipatie rimangono extragiuridiche) e con cui mantengono regolari rapporti paesi non di secondo piano come l'India e la Cina. I soggetti in questione sono notoriamente Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Emersa con la fine della Grande Guerra, la questione curda è rimasta irrisolta non tanto per la cattiveria e l'ottusità dei governanti di quei paesi - che tuttavia ci sono state e l'hanno aggravata - quanto e soprattutto a causa di due fattori geopolitici: la frammentazione del Kurdistan geografico all'interno delle entità statali costituite da Gran Bretagna e Francia per i rispettivi interessi imperialistici (il caso della Turchia kemalista è del tutto a parte); nonché i fragilissimi "equilibri" interni di tali nuovi Stati (dalle frontiere palesemente tracciate col righello sulla carta geografica) sotto i profili etnico, religioso e sociale; di modo che i loro poteri centrali hanno visto un concreto pericolo di disintegrazione nella pur minima concessione di autonomia alle minoranze curde.
In linea generale della questione curda per decenni e decenni non è importato molto alle potenze esterne all'area, mentre in essa gli Stati spesso e volentieri hanno cinicamente e in vario modo appoggiato i Curdi altrui mentre reprimevano quelli di casa propria. Mancando appoggi internazionali, è mancata altresì la strumentalizzazione esterna del problema, naturalmente a scapito ulteriore dei Curdi: non si dimentichi il male derivato agli Armeni alla fine dell'Impero ottomano a causa delle istigazioni esterne in senso nazionalistico senza proposizione di soluzioni concrete e possibili, ma sostenute da reiterate e mai mantenute promesse di aiuto e difesa.

LE PREMESSE

Esistendo l'Impero ottomano, era assente una «questione curda», al pari del nazionalismo arabo, limitato a ristrettissime élite senza radici popolari: il mito di Lawrence d'Arabia - sicuramente ben costruito sul piano mediatico - è del tutto fuorviante, tant'è che quel personaggio mobilitò (a pagamento) solo qualche migliaio di beduini del deserto fra le attuali Giordania e Arabia Saudita. Le cose invece cambiarono per tutti a seguito del crollo di quell'Impero.
Le grandi potenze europee vincitrici della Grande Guerra si limitarono a prospettare la nascita di un Kurdistan indipendente (destinato a finire sotto l'influenza britannica) nel Trattato di Sèvres (10 agosto 1920): i confini di questo Stato li avrebbe dovuti tracciare definitivamente un'apposita commissione della Società delle Nazioni. Quel Trattato nasceva però nella fase immediatamente postbellica, caratterizzata dall'illusione dei vincitori di poter estendere all'Anatolia la disintegrazione dei vecchi domini ottomani; illusione fatta presto naufragare dalla vittoriosa guerra d'indipendenza turca guidata da Mustafa Kemal. In conclusione, il successivo Trattato di Losanna (1923), firmato dagli Alleati e dal rappresentante di Kemal sulle ceneri di quello di Sèvres, non fece più menzione di un Kurdistan indipendente. A far "digerire" questo assetto giuridico ai nazionalisti curdi d'Anatolia ci pensò la repressione dell'esercito kemalista.
Ormai i Curdi erano essenzialmente suddivisi fra Turchia, Siria e Iraq. Ovviamente per ragioni di spazio dobbiamo fare dei salti storici, per cui diciamo solo - per quanto riguarda i Curdi di quest'ultimo paese - che una lunga e aspra lotta ha consentito loro di ritagliarsi un Kurdistan autonomo, poi federato all'interno della Repubblica irachena solo grazie alle contingenze belliche culminate nella caduta del regime di Saddam Husayn. Nel Kurdistan iracheno a dominare oggi è il Partito Democratico del Kurdistan (in curdo Pārtī Dīmūkrātī Kūrdistān), fondato nel 1946 dal leggendario "Mullah rosso" Mustafa Barzani - guidato oggi dall'attuale Presidente di quella entità, Mas'ud Barzani - insieme all'ex nemica Upk, ovvero Unione Patriottica del Kurdistan (Eketî Niştîmanî Kurdistan) di Jalal Talabani, a sua volta diventato Presidente dell'Iraq dopo la caduta del regime baathista. Per quanto riguarda la Turchia è nota la persistente guerriglia che dal 1984 conduce il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan, Pkk; in turco Kürdistan İşçi Partisi).
Dal punto di vista politico, fra la repressione irachena e quella turca esiste una differenza ideologica non lieve: in Iraq si è repressa un minoranza che era vista come tale, mentre in Turchia è stata addirittura negata ai Curdi la loro diversità etnica, linguistica e culturale in genere rispetto ai Turchi (per non complicare la vita, lasciamo stare cosa si debba intendere oggi per "turco") mediante il comodo (e fallace) termine di "Turchi della montagna".

I CURDI DI SIRIA CON ANKARA CHE NON STA A GUARDARE

In Siria il precipitare della crisi bellica ha propiziato tra i Curdi locali un'evoluzione del Partito dell'Unione Democratica, o Pyd (Partiya Yekîtiya Demokrat, in arabo Hizb al-Ittihad al-Dimuqratiy), nel senso di portare nel 2004 alla creazione di una forza paramilitare denominata Unità di Protezione Popolare (Yekîneyên Parastina Gel, Ypg) col compito originario di proteggere dai jihadisti le zone siriane a concentrazione curda (circa 600.000 abitanti). Dal 2014 l'Ypg ha dovuto fronteggiare l'espansione dell'Isis, ricevendo massicci rifornimenti statunitensi e conseguendo vari successi sul campo, a cominciare dalla difesa di Kobane.
Inizialmente il governo di Damasco, per quanto senza soverchia simpatia, non l'ha osteggiato, ma di recente la situazione si è capovolta e gli attuali scontri armati con l'Ypg nelle città di Hasakah e Qamishly - aiutati anche con chiare minacce all'Esercito Arabo Siriano da parte degli Stati Uniti – attestano che ormai si è aperto un nuovo fronte bellico fra truppe regolari siriane e Ypg. Un fronte estremamente pericoloso, in cui la Russia dovrà svolgere un improbo compito di contenimento per evitare che si arrivi a combattimenti coinvolgenti truppe statunitensi (che in Siria non dovrebbero esserci) e da cui solo l'Isis trarrebbe vantaggio.
È palese che, dopo i fallimentari esperimenti del cosiddetto Esercito Libero Siriano e dei ribelli musulmani "moderati", ovunque battuti da an-Nusra e dall'Isis (famoso il fallimento della Division 30 formata da turkmeni "moderati" addestrati dagli Usa e costati 500 milioni di dollari, letteralmente sbaragliata da an-Nusra appena arrivata in Siria), gli Stati Uniti abbiano individuato nei Curdi dell'Ypg uno strumento militarmente assai più valido al fine di creare basi più solide per la futura disgregazione della Siria. Da qui la presenza di militari statunitensi con divise curde, le cui foto sono comparse anche nella stampa italiana, e da qui i combattimenti ad Hasakah e Qamishly contro le truppe siriane.
Non a caso quelli dell'Ypg parlano apertamente di una Rojavayê Kurdistanê, o più semplicemente Rojava, cioè di una regione autonoma curda nel nord e nordest della Siria, per la quale a novembre del 2013 il Pyd aveva già annunciato la creazione di un governo interinale riguardante i tre "cantoni" di Afrin, Jazira e Kobane. Le manovre statunitensi con l'Ypg non potevano lasciare indifferente la Turchia; e infatti - oltre a quello curdo-siriano - si è aperto un fronte curdo-turco. Ricordiamo per inciso che per Ankara l'Ypg è semplicemente una filiale del Pkk; a complicare il quadro c'è che il partito curdo iracheno di Barzani è nemico tanto del Pkk quanto dell'Ypg.
Alle 4 del mattino del 24 agosto l'esercito turco ha avviato nel nord della Siria l'operazione "Scudo dell'Eufrate" al fine di eliminare le minacce dell'Isis ma soprattutto delle forze curde siriane, come ha dichiarato lo stesso Recep Tayyip Erdoğan, aggiungendo - tanto per esser chiari - che nessuno può pensare alla situazione siriana come indipendente dagli affari interni della Turchia. L'obiettivo è la città di Jarablus, e consisterebbe nel farvi entrare, prima dell'Ypg, elementi dell'Esercito Libero Siriano. Ma come se non bastasse, l'Agenzia Reuters ha raccolto la dichiarazione di un alto funzionario statunitense, il quale ha annunciato copertura aerea degli Stati Uniti alla Turchia durante l'operazione militare contro i terroristi dell'Isis a Jarablus! Qui la logica formale serve a poco.
D’altro canto - poiché l'Ypg fa parte della coalizione di Obama a cui partecipa (a parole) anche la Turchia - l'operazione "Scudo dell'Eufrate" verrebbe ad essere una specie di conflitto fra presunti coalizzati. Ma non già un'anomalia nelle politiche del Vicino Oriente, in cui i cambi di fronte non avvengono necessariamente in successione cronologica, bensì possono essere in contemporanea: vale a dire, l'alleanza di A, B e C contro D non esclude che a un certo punto alla comune lotta si aggiunga un conflitto tra A e C.
Certo è che la politica estera turca è oggi del tutto inaffidabile perché volatile, ed essendo decisa da un unico soggetto (Erdoğan) c'è da chiedersi se sappia cosa voglia e come ci voglia arrivare. Per Erdoğan l'asse Stati Uniti-Ypg è di estrema pericolosità e farà di tutto per ostacolarlo; questo l'ha portato a esternare la sua contrarietà a un assetto postbellico della Siria secondo linee etnico-confessionali, facendo pensare a taluni osservatori che ad Ankara adesso potrebbe anche andare bene la permanenza al potere di al-Assad e del Baath, cosa non del tutto sicura. Al momento i rapporti della Turchia col Kurdistan iracheno sembrano "normalizzati", e innegabilmente questa regione si è giovata assai degli investimenti economici turchi e di un certo appoggio politico; d'altra parte l'inimicizia di Barzani verso il Pkk è ancora una garanzia perdurante. Inoltre - e non da ultimo - l'esportazione di gas naturale e petrolio dal Kurdistan iracheno deve passare attraverso la Turchia. Proprio l'appoggio al - e del - governo curdo di Erbil appare essere una carta positiva per Erdoğan, a patto che riesca a evitare intese fra Curdi iracheni e Curdi di Siria e Turchia. È certo una scommessa, tenuto conto di quanto si dirà fra poco. Ma il vero problema di Ankara non è fuori dalle frontiere, poiché solo se riuscisse a realizzare un qualche grado di normalizzazione con i propri Curdi, così da ridurre di molto la presa del Pkk, potrebbe evitare che la carta curda sia giocabile dai propri nemici o alleati di dubbia lealtà.

INTANTO NEL KURDISTAN IRACHENO…

Non è chiaro cosa potrebbe derivare dal referendum (originariamente preannunciato per il 2014) che si dovrebbe presumibilmente tenere fra settembre e ottobre nel Kurdistan iracheno, qualora vincessero gli indipendentisti. Al riguardo la dirigenza di Erbil si è attestata su una posizione conciliante, avendo preannunciato che in ogni caso la questione verrebbe discussa col governo di Baghdad per evitare effetti dirompenti. Si può azzardare a ritenere che - a parità di condizioni - ritrovandosi l'eventuale Stato curdo mesopotamico stretto fra Iraq e Turchia soprattutto sul piano economico, forse la situazione non muterebbe granché. Ma i giochi restano aperti.
L'iniziativa referendaria - oltre a esprimere le forti differenze ideologiche tra i Curdi iracheni e i Curdi turchi e siriani, e quindi a mandare per aria i sogni (velleitari) di un Kurdistan unito - risponde a un grave contenzioso tra Erbil e Baghdad circa la ripartizione dei proventi da gas e petrolio, tanto che dal 2014 Erbil ha iniziato a effettuare vendite in autonomia, cioè senza passare per Baghdad. Il mancato trasferimento di fondi dalla capitale a Erbil avrebbe provocato una grave crisi economica e un deficit per i Curdi di almeno 406 milioni di dollari (ma l'opposizione curda al partito di Barzani accusa di nascondere il reale valore delle vendite di greggio e gas, e di fabbricare una crisi economica solo per reprimere le opposizioni e favorire politiche autoritarie).
Per la popolazione la crisi tuttavia morde. I dipendenti pubblici (oltre un milione e mezzo, pari al 25% della forza-lavoro) non ricevono il salario da cinque mesi, aumentano i disoccupati e il 20% del popolo vive sotto la soglia di povertà, giacché anche lì i proventi delle esportazioni energetiche vanno a favore di un'élite economica che è anche politica. Recentemente il governo di Baghdad ha promesso di scongelare il trasferimento congiunto per fronteggiare la crisi, aggravata dal crollo del prezzo del petrolio. Tutto questo per dire che anche il Kurdistan iracheno è meno stabile di quanto potesse apparire e che un suo eventuale collasso costituirebbe una catastrofe nella catastrofe, con Raqqa e Mosul ancora nelle mani dell'Isis.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

Comunicato dei promotori referendum sociali. Tetto firme non raggiunto.

RIFLETTIAMO LOTTANDO, COMUNICATO PROMOTORI REFERENDUM SOCIALI- TRIVELLE ZERO
by STOP DEVASTAZIONI
 
RIFLETTIAMO LOTTANDO
COMUNICATO
PROMOTORI REFERENDUM SOCIALI- TRIVELLE ZERO
Il quesito “ Trivelle Zero “, proposto dal net/work Stop Devastazioni e saccheggio ed approvato dopo un percorso assembleare conclusosi a Termoli in gennaio, rispondeva a due esigenze di base. Da una parte continuare, dopo la vittoria popolare su Ombrina e lo stop fino alle 12 miglia, la battaglia contro la petrolizzazione limitando il riflusso alla prevista sconfitta nel raggiungimento del quorum del Referendum del 17 aprile delle Regioni viste le prevalenti dinamiche partitiche più che ambientali che lo avevano mosso. Dall’altro volevamo rilanciare una stagione di lotta insieme ad altre forze sociali sui temi fondamentali riguardanti la “ costituzione materiale” del nostro vivere ( lavoro, scuola, territorio, energia ). Quella costituzione materiale sotto attacco da diversi anni e che il Governo Renzi sta portando a termine con estrema determinazione attraverso il Jobs Act, la Buona scuola, lo Sblocca Italia da un lato e con il cambiamento della Costituzione formale dall’altro. Si voleva agire verso una ricomposizione dal basso di livello nazionale che potesse rilanciare una vera alleanza sociale dopo quelle annunciate e promosse dall’alto da Fiom, Arci, Libera, etc.

A conclusione della raccolta firme confermiamo che per i 4 quesiti riguardanti la scuola sono state raggiunte le 510 mila firme, utili legalmente ma ancora poche per dare per sicura l’approvazione da parte della Cassazione. Per quello che riguarda il requisito “trivelle zero”, dopo un difficile e non esaustivo controllo , possiamo affermare che non si superano le 200 mila firme, numero molto vicino a quello della petizione sull’acqua. (già consegnate alla Presidente della Camera ). Quantità di firme senza della quale nemmeno i quesiti della scuola avrebbero avuto una chance. Lo diciamo a ragion veduta ed oltre lo stesso conto matematico perché chi ha raccolto le firme per il nostro quesito e quelle sull’acqua ha raccolto anche quelle della scuola. Al contrario le organizzazioni della scuola, ad esclusione dei Cobas, Uds, Gilda, etc. hanno raccolto solo quelle proprie nonostante avessero aderito espressamente e pubblicamente al lancio della campana unitaria.
 
Tra l’altro la responsabilità politica della FLC nel fallimento della campagna pregiudica anche la ricomposizione necessaria a superare il quorum richiesto se si voterà nel 2017. Inoltre la campagna è partita in ritardo anche perché molte sedi FLC locali hanno tardato a consegnare i moduli degli altri referendum come pattuito, visto che, con spirito unitario, avevamo inviato i moduli di tutti quesiti presso le loro sedi . La scorrettezza è continuata anche alla fine della conta quando i promotori dei referendum scuola, senza chiedere nulla agli altri, ha emesso un proprio comunicato di vittoria per il deposito in Cassazione delle firme, senza quella ragionevolezza e correttezza unitaria che invece, ingenuamente forse ma lealmente, hanno mantenuto molti altri temendo che le critiche al volta faccia FLC finissero per danneggiare la campagna stessa.
 
Comunque vogliamo sottolineare che, se si fosse mantenuta la parola data e l’unitarietà della campagna, tutti i quesiti avrebbero superato le firme necessarie e una nuova stagione di lotta avrebbe avuto più strumenti e speranze di oggi. Capiamo lo sconcerto di chi pensava che la CGIL aiutasse la FLC-CGIL nella raccolta firme tanto da poter fare a meno delle altre forze sociali e poi si è trovato con un pugno di mosche in mano. Capiamo la delusione verso vari responsabili FLC locali di fede centralista e renziana hanno “disatteso” il referendum scuola, non pensavamo che le beghe “partitiche” al loro interno fossero così profonde. E forse è per questo che le firme da loro raccolte hanno solo superato la metà.
Inoltre l’idea che la raccolta fosse a portata di mano ha spinto i docenti voler iniziare la raccolta dal 9 aprile con l’argomentazione per la quale una volta chiusa la scuola all’inizio di giugno non si potevano più raccogliere le firme. Acuendo così l’ingiustificata acredine con le quali le organizzazioni ambientaliste nazionali (e non solo) hanno accolto la campagna dei referendum sociali ritenendola pregiudizievole per quella del 17 aprile. Cosicché, nonostante avessimo concordato con il comitato nazionale del Referendum sulla durata delle concessioni di poter iniziare il 9 aprile, nonostante avessimo organizzato e partecipato a molte iniziative in tutta Italia per favorire il voto per il 17, dopo il non raggiungimento del quorum le organizzazioni ambientaliste non hanno aderito e/o non si sono impegnate per la raccolta firme continuando ad affidarsi ad una politica appiattita su quella delle Regioni. Comunque sul risultato della nostra raccolta per “trivelle zero” ha influito non poco la delusione post referendaria del 17 soprattutto sulle realtà organizzate, anche di movimento, che ben poco han fatto per continuare la lotta sul tema o che si sono attardate sul solo impegno elettoralistico. Così come non ha aderito ed ha raccolto ben poco la FIOM che, prima ha partecipato agli incontri dove si prepara la campagna sui referendum sociali e poi è sfilata silenziosamente forse perché appagata della decisione della CGIL di raccogliere le firme sul lavoro. CGIL che spesso ha impedito che si raccogliessero le firme nelle stesse piazze. Solo in alcuni territori queste meccaniche non hanno pesato e, nella diversità di modi e contenuti si sono raccolte nelle stesse piazze firme sul lavoro, sulla scuola, sull’acqua, sulle trivelle ed inceneritori. Troppo poco però per invertire la rotta disunitaria e partitista.
Un capitolo a parte meriterebbe il comportamento solipsistico di pezzi di movimento o di gruppi territoriali che, soprattutto per quel che riguarda gli inceneritori, non han raccolto le firme non per la bontà o meno del quesito o per motivazioni generali in merito ai percorsi referendari ma solo per contrasti pregressi con le realtà organizzative che lo aveva proposto. Questa piaga però è una nota caratteristica del nostro Paese ancora lunga a curarsi.
Comunque , al di la tutti questi fattori, dobbiamo ammettere di non essere riusciti a raccogliere più di 500 mila firme sul quesito Trivelle Zero e, insieme agli altri promotori, di non essere riusciti così a contribuire alla riapertura di una stagione di lotte sociali e dal basso. La campagna dei Referendum Sociali deve prendere atto di aver fatto errori di valutazione ( data inizio campagna, contemporaneità con le elezioni comunali in alcune grandi città, etc. ), di ingenuità ( come credere che appunto pezzi sindacali o di movimento importanti mantenessero la parola data o valutassero positivamente una stagione referendaria). Come ci son stati anche grossolani errori di organizzazione (poco coordinamento, sopravalutazione forze, scarsissima comunicazione a livello centrale, etc. ) Errori per i quali non hanno responsabilità altri se non noi. Dobbiamo riflettere per capire ed insieme pensare al domani. Allo stesso tempo valutiamo positivamente l’impegno di vari comitati territoriali , centri sociali, del popolo dell’acqua, delle forze sindacali cosiddette “ minoritarie” tra cui i Cobas, ma anche di alcune realtà territoriali studentesche o delle stesse CGIL e FLC, che hanno lavorato unitariamente e in modo trasparente per gli obbiettivi comuni. Nuove leve, nuove consapevolezze e capacità, nuove connessioni si sono sedimentate insieme alla conferma di esperienze già esistenti . Con tutte queste approfondiremo ragionamenti, elaboreremo proposte e pratiche di cambiamento necessarie a costruire un alternativa sociale e politica al sistema della barbarie sociale e della devastazione e saccheggio dei nostri territori e diritti.
Da settembre vi saranno molti appuntamenti di movimento per il rilancio dell’iniziativa sociale a partire dalla assemblea contro la privatizzazione dei servizi pubblici del 11 a Roma o l’assemblea generale alla Sapienza. E se in merito alla campagna Ombrina, ad avvenuto smantellamento in mare, abbiamo detto” Festeggiamo lottando “ , in merito alla esperienza vissuta con la campagna Referendum Sociali affermiamo “ Riflettiamo lottando”. Buona vita, buona lotta!

recensione a Fontenis

dal blog Vento Largo curato da Giorgio Amico di Savona

domenica 7 agosto 2016


Attualità di Georges Fontenis



Ripubblicato il Manifesto del comunismo libertario di George Fontenis che tanto fece discutere (e polemizzare) il movimento anarchico e da cui prese avvio la svolta marxista di Arrigo Cervetto.

Giorgio Amico

Attualità di Georges Fontenis

Che l'attuale sia un momento di grande disordine ci pare evidente, ma (con buona pace del fu “Grande Timoniere”) ciò nonostante la situazione non ci sembra per nulla eccellente. Per questo salutiamo con grande piacere la ristampa (una prima edizione italiana ci pare fosse uscita a Bari nel 1977) del Manifesto del comunismo libertario di Georges Fontenis.

Certo, rispetto al 77 la situazione è profondamente cambiata e questa nuova edizione lo testimonia proprio nella ricchezza di documenti e di materiali che accompagnano il testo. Un invito dunque al ripensamento critico di un'esperienza piuttosto che, come nel 77, un incitamento alla battaglia immediata.

Una riflessione estremamente necessaria, proprio nell'ottica di una ripresa di un movimento sociale che oggi pare languire o piuttosto scorrere come un fiume carsico sotto la superficie di un presente in larga parte fatto di passività.

D'altronde era stato lo stesso Fontenis a ricordare come:

“Un altro aspetto della natura della minoranza rivoluzionaria è la permanenza: ci sono dei periodi in cui la minoranza incarna ed esprime una maggioranza che tende a riconoscersi nella minoranza agente, ma ci sono dei periodi di riflusso nel corso dei quali la minoranza rivoluzionaria non è che un'isoletta nella tempesta. Essa, allora, deve conservarsi, per poter rapidamente inserirsi tra le masse, qualora le circostanze ridivengano favorevoli; anche se isolata e staccata dalle proprie basi popolari, essa deve mantenere il suo programma contro venti e mareggiate”.

Ed è proprio quello che i compagni del Centro Documentazione Franco Salomone di Fano stanno facendo da anni, libro dopo libro, iniziativa dopo iniziativa.

Un'opera importante, quella di Fontenis, apparsa in un momento estremamente difficile per il movimento operaio, quel 1953 segnato in tutta Europa dalla feroce repressione delle lotte e dalla minaccia (che allora pareva incombente) di una nuova guerra mondiale.

Un invito forte alla riflessione e all'organizzazione che anche a noi, che pure veniamo da tutt'altra storia, appare ancora oggi (o meglio, soprattutto oggi) di estrema attualità

Un appello che suscitò echi profondi anche in Italia in quei GAAP di Masini e Cervetto alla cui storia il Centro Documentazione Franco Salomone ha dedicato un altro bel volume: I figli dell'officina. Storia dei Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP) 1949-1957 di Guido Barroero, militante e storico genovese prematuramente mancato qualche mese fa.

E a questo proposito proprio nel Manifesto crediamo vadano cercati i prodromi della svolta radicale del pensiero di Arrigo Cervetto, il cui approdo al marxismo allora e per molti anni ancora risentirà più dell'influsso di Fontenis che di una lettura approfondita delle opere di Lenin.

Che poi questo (compresi gli sviluppi ultracentralistici di Lotta Comunista) sia stato un bene o un male lasciamo sia il lettore a deciderlo.

Per informazioni o richiesta di copie:

Contattare fdca@fdca.it, oppure scrivere a: Alternativa Libertaria, CP 27, 61032 Fano (PU)




Dall'indice del volume:

Prefazione di José Antonio Gutiérrez D.
Introduzione dell'edizione originale del 1953

Georges Fontenis
Manifesto del Comunismo Libertario

Appendici:

L'Internazionale Comunista Libertaria ha tenuto il suo congresso (Parigi, 5-6-7 giugno 1954)
Che cos'era l'Internazionale Comunista Libertaria? (giugno 1954 - luglio 1958), di Georges Fontenis
Dal Manifesto del Comunismo Libertario ai nostri giorni: breve storia del movimento libertario francese 1945-2000, di Lorenzo Mejías
Georges Fontenis: una vita da militante e il futuro dell'alternativa libertaria, di José Antonio Gutiérrez D.
Georges Fontenis, 1920-2010, di David Berry e Guillaume Davranche

L'errore di Fanelli Diego Camacho *





Giuseppe Fanelli (1827-1877)

Il viaggio di Fanelli in Spagna fu tutt'altro che facile; perfino l'indirizzo di Barcellona datogli da Bakunin, per stabilire un contatto con Elisée Reclus, era sbagliato. Il vecchio italiano, però, era uomo dalle mille risorse e non si demoralizzò per questo contrattempo. I soldi a sua disposizione finirono rapidamente, ma il "caso" gli diede la possibilità di tenere, con un suo amico, una conferenza pubblica. Con denaro prestatogli, non conoscendo una parola di spagnolo, dopo aver fallito nell'intento di organizzare una Sezione dell'Internazionale a Barcellona, partì per Madrid per vedere se nella capitale avrebbe avuto maggiore fortuna. Erano gli ultimi giorni del dicembre 1868, in pieno riflusso del movimento rivoluzionario, iniziatosi in Spagna dopo la deposizione di Isabella II e dopo i tentativi fatti dal generale Primo per dare al paese un re che non discendesse dalla casa dei Borboni. Lo trovò in Italia: era un principe della Casa dei Savoia, che regnò in Spagna, come Amedeo I, solo nove mesi.
Si stufò degli spagnoli e "li mandò al diavolo". Fanelli, quindi, giunse a Madrid in un periodo politicamente molto turbolento.
Giuseppe Fanelli era membro della "Alleanza della Democrazia Socialista", ‘organizzazione segreta organizzata da Bakunin per propagandare nel mondo l'ideale anarchico.
Fanelli aveva il compito di stabilire contatti con giovani spagnoli di idee radicali e di propagandare fra loro i principi dell'AIT e dell'Alleanza e, nel caso che queste idee fossero bene accolte, fondare una sezione dell'AIT e un gruppo dell'Alleanza. Ebbe la fortuna di farsi conoscere, con Tomás González Morago e Anselmo Lorenzo, due giovani piimargallisti e conoscitori delle teorie federaliste di Proudhon lette in traduzione realizzata da Pi i Margall, divulgatore delle idee dell'anarchico di Besançon in Spagna.
Fanelli si impegnò così tanto nella sua missione che, in poco meno di un mese, quando partì da Madrid per la volta di Barcellona, lasciò "formalizzata" una Sezione dell'AIT e fondato un gruppo dell'Alleanza. Il materiale teorico che l'inviato dell'Alleanza mise nelle mani dei giovani iniziati, consisteva in un Richiamo dell'AIT a tutti i lavoratori del mondo e la dichiarazione dei Principi dell'Alleanza.
Gli spagnoli confrontarono i due documenti e li fusero. Con la sintesi operata, fondarono l'AIT con i principi dell'Alleanza. Fecero anche di peggio. Dei trenta giovani che parteciparono alle riunioni organizzate per ascoltare Fanelli in italiano, quelli che meglio si conoscevano fra di loro fondarono un gruppo dell'Alleanza. Senza volerlo, con la sintesi operata dell'AIT e dell'Alleanza, avevano posto la prima pietra sulla quale si sarebbe basato quel movimento che successivamente prese il nome di anarcosindacalismo. Quando Fanelli giunse in Italia e, soddisfatto del compito svolto in Spagna, informò Bakunin circa i risultati ottenuti, il vecchio rivoluzionario russo si arrabbiò seriamente con il compagno italiano, rimproverandogli di aver organizzato l'AIT con i Principi dell'Alleanza e, per di più, ambedue i gruppi con le stesse persone. "Che guaio!" commentò Bakunin con i compagni più intimi, aggiungendo:"Quello che oggi ai nostri compagni spagnoli pare un vantaggio, alla lunga creerà loro molte complicazioni". Bakunin non si sbagliava. Le complicazioni comparvero presto e si trascinarono pericolosamente, come impedimento alla vittoria dell'anarchismo in Spagna.
La "sacralizzazione dell'organizzazione" e la "responsabilità del militante"
Tomás González Morago, uno dei personaggi più polemici agli inizi dell'Internazionale in Spagna, fu il primo corrispondente con Bakunin. Fu anche colui che maggiormente simpatizzò con Bakunin, probabilmente perché caratterialmente si assomigliavano molto. Tomás González Morago assimilò velocemente le idee fondamentali di Bakunin e tentò, da parte sua, di rimediare l'errore compiuto da Fanelli, ma era già troppo tardi.
I neo-iniziati all'anarchismo svolsero il loro compito con tanto ardore e entusiasmo nella misura in cui l'atmosfera ed il clima erano loro favorevoli: in un anno di lavoro furono in condizione di convocare il primo Congresso Operaio, fondatore dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori in Spagna.
Il Congresso si svolse nel giugno del 1870 a Barcellona. Erano rappresentati quarantamila operai ed operaie di tutto il paese. Improvvisamente la Sezione Spagnola dell'AIT si manifestava come la più numerosa dell'Internazionale.
In linea di massima, il Congresso si dichiarò anarchico.
Lo sforzo maggiore per giungere a questa definizione fu opera di membri dell'Alleanza, circa venti in Spagna, che ben si distinguevano dagli altri per le loro capacità intellettuali (vi erano scrittori, medici, studenti, tipografi, grafici, ecc.) e per la chiarezza delle loro idee. Rafael Fargas Pellicer, direttore del settimanale "La Federación", organo delle Associazioni Operaie Federate di Barcellona, realizzò, attraverso il periodico, una grande opera di divulgazione dei testi anarchici dell'epoca, molti dei quali scritti da Bakunin.
Il Congresso approvò alcuni Regolamenti Tipici nei quali si definiva la struttura generale dell'Organizzazione Operaia. Erano così convinti di ciò, che prefiguravano nella vittoria e nell'applicazione di questa struttura quello che avrebbe potuto essere il funzionamento della società che si sarebbe sostituita al sistema borghese una volta attuata la liquidación social.
Prima del perfezionamento di questi regolamenti, come strumento di organizzazione, cominciò a farsi spazio l'idea di utilizzarli come base pratica per il funzionamento della società futura. Così, con questa identificazione e basandosi sulle finalità dell'organizzazione come portatrice del germe della futura società, l'organizzazione si trasformava, non in un mezzo per far trionfare le forze operaie rivoluzionarie, bensì essa stessa si convertiva in finalità. Il guaio che Bakunin aveva previsto cominciava già a manifestarsi con l'unione dell'associazionismo operaio e dell'anarchismo. Però, probabilmente, il processo di "sacralizzazione dell'organizzazione" e della "responsabilità del militante" non sarebbe stato così rapido se si fosse cercato di mediare la scissione dell'AIT nel 1872 con le lotte interne che questo fatto produsse in Spagna. La denuncia pubblica dell'esistenza in Spagna dell'Alleanza come organizzazione segreta all'interno dell'AIT, che fece Paul Lafargue e, infine, la delegalizzazione dell'Internazionale, dopo il golpe militare del generale Pavia del 1874, sono elementi che si svilupparono e si combinarono confusamente durante i sette anni di clandestinità ai quali fu sottomessa l'Internazionale. L'illegalità non è mai favorevole ad una organizzazione la cui pratica si fonda sulle decentralizzazione e sul federalismo perché, per le circostanze in cui deve svilupparsi, deve ricorrere a procedimenti, talvolta troppo sbrigativi, che finiscono per danneggiare il federalismo. A questi inconvenienti si può aggiungere che talune pratiche imposte dalla clandestinità rimasero in vita anche nel successivo periodo di legalità.
Il periodo che va dal 1881 fino al 1910, ano della fondazione della CNT fu, probabilmente, il più brillante per l'anarchismo, nonostante le ripercussioni che ebbe in Spagna il Congresso di Londra del 1881 e il cosiddetto "terrorismo anarchico" nell'ultimo decennio del XIX secolo. Nonostante gli inconvenienti appena menzionati venne fatto uno sforzo notevole per separare l'anarchismo dall'associazionismo operaio. In più fu proprio in questo periodo che ebbe luogo l'interessante polemica tra collettivismo e comunismo che metteva in discussione il carattere dell'organizzazione e la funzione dell'anarchismo all'interno di essa. Ma, nonostante gli sforzi fatti, il guasto prodotto da Fanelli era sempre vivo e l'associazionismo, come la fenice, rinasceva sempre più forte, anche quando lo Stato, a causa della clandestinità, lo credeva già morto. Diversamente l'anarchismo decadeva: i suoi migliori militanti dovevano dedicarsi al mantenimento dell'organizzazione operaia nei difficili periodi di clandestinità e, più tardi, con il ritorno della legalità, si dedicarono al sindacalismo piuttosto che all'anarchismo.
Anarchismo e sindacalismo
In un paese come la Spagna, nel quale le strutture latifondiste in grandi zone rurali (Andalusia, La Mancha, Estremadura, ecc.) esistevano sin dai tempi della Riconquista, sfidando l'evolversi dei tempi, non può stupirci il fatto che l'antagonismo di classe abbia assunto i livelli di una guerra sociale. E se vi aggiungiamo il "senoritismo" (il rapporto tra padrone e contadino che vedeva il padrone agire nella vita sociale come padrone di vite umane e di terre) questa guerra sociale assumeva contorni di dignità umana, elemento che si aggiungeva alla lotta dell'oppresso contro l'oppressore.
Il "socialismo istintivo" del quale parla Diaz del Moral nella sua storia sulle agitazioni contadine in Andalusia, dava alla lotta contadina contorni etici.
La coscienza, ben radicata nei contadini, della divisione in classi si traduceva, logicamente, in odio verso tutto ciò che rappresentava il mondo aristocratico, latifondista e religioso, perché i preti erano, con il loro comportamento, il sostegno spirituale più solido dell'ingiustizia sociale.
E al tempo stesso la lotta si rivolgeva contro gli anacronismi esistenti nell'industria.
Così come nei campi, la borghesia si comportava con gli operai in fabbrica e nelle officine: i signori feudali con i servi. Gli elementi che promuovevano e alimentavano la guerra sociale si differenziavano poco tra i lavoratori della città con quelli campagna. Agli uni e agli altri l'anarchismo offrì l'opportunità di trasformare la loro disperazione in una forza cosciente attraverso la quale potevano porre fine alla loro condizione di sfruttati ed umiliati, per raggiungere la loro "elevazione" in quella società comunista libertaria che vedevano concretizzarsi in ogni scontro e in ogni lotta con la forza pubblica, sempre dura nella repressione. L'utopia assumeva i contorni di realtà nella misura in cui la lotta si radicalizzava. Bisognava solo unirsi, unirsi con forza per raggiungerla. L'unione derivava dall'organizzazione e l'organizzazione si trasformava in un simbolo, in qualcosa al di fuori di ogni discussione, qualcosa di quasi sacro.
La ricomparsa dell'anarcosindacalismo nel 1910, con la costituzione della Confederación Nacional del Trabajo (CNT), riceveva l'eredità di quarant'anni di lotte operaie e contadine, disseminate di sangue, carceri, confini e fucilazioni. E vedeva la luce dopo quella semana trágica di alcuni mesi prima causata da una protesta adirata contro la guerra coloniale in Marocco.
La repressione alla quale fu sottoposto il proletariato sia da parte della forza pubblica sia dal terrorismo padronale ed ecclesiastico, che giunse al punto di fucilare il pedagogo Francisco Ferrer y Guardia, non intaccò nelle forze operaie e contadine il senso dell'organizzazione e la loro imperiosa necessità di distruggere il mondo borghese, la Chiesa e lo Stato. Inoltre, la CNT, che si stava ricostruendo, si arricchiva di una nuova tattica, lo sciopero generale, come inizio della rivoluzione e fine del sistema borghese e statale. La teoria del sindacalismo, che si riteneva in grado di instaurare da solo l'anarchia, si consolidò presto nel proletariato che ora ci accingiamo a descrivere.
Tre anni prima della costituzione della CNT in Spagna, ad Amsterdam, la strategia dello sciopero generale venne proposta dal sindacalista rivoluzionario francese Monatte, come "detonatore" della rivoluzione sociale.
A questa strategia si oppose Malatesta che, con chiara conoscenza del compito dell'anarchismo nella società e nel movimento operaio, disgiunse i concetti di anarchismo e sindacalismo, dando a "Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio".
Non abbiamo alcun dubbio che il Congresso Anarchico di Amsterdam abbia avuto rispondenza in Spagna: i periodici anarchici, infatti, si impegnarono a divulgare i nuovi principi relativi all'organizzazione anarchica, al sindacalismo, al terrorismo, all'antimilitarismo, ecc. L'attività principale del movimento anarcosindacalista si concentrava però sui temi più urgenti per il paese e cioè, come abbiamo già segnalato, costituire un'organizzazione operaia a livello nazionale. Questione sempre più impellente visto il rapido avanzare dell'UGT (di tendenza sindacalista-riformista) negli ambienti operai.
Abbiamo segnalato questo per evidenziare che la maggior attività svolta dall'anarcosindacalismo in Spagna si concentrava sull'organizzazione operaia e sulle lotte che essa sosteneva, sempre violente, contro la borghesia. Se ne può dedurre che il compito specificatamente anarchico veniva spesso accantonato. Se qualcosa veniva fatto in questo campo era grazie ad alcuni gruppi anarchici che, al di fuori dell'organizzazione operaia, si occupavano della propaganda anarchica scritta e di sostenere la Scuola Moderna che Francisco Ferrer aveva fondato in Spagna agli inizi del secolo.
La CNT partì col piede sbagliato, un anno dopo la sua fondazione era già fuori legge, misura presa dal governo dopo l'attentato che costò la vita al capo del governo Canalejas, nel 1912. L'attentato a Canalejas, come in realtà tutti gli attentati ad opera di anarchici, fu iniziativa individuale e causata da una legge che autorizzava lo Stato a mobilitarsi, in caso di sciopero dei treni, contro gli operai delle ferrovie. Naturalmente la CNT solidarizzò con l'autore dell'attentato e lanciò una campagna propagandistica a suo favore. I risultati di tutto ciò furono le misure repressive che il governo, ancora una volta, adottava contro gli anarchici e il dichiarare, come ho già detto, "fuori legge" la CNT.
Fino alla dichiarazione della Prima Guerra Mondiale, la CNT rimase nella clandestinità, ma alla fine della guerra, grazie all'aumento degli addetti all'industria che si sviluppava sempre più, la CNT crebbe velocemente.
Barcellona fu, durante la guerra - grazie alla neutralità della Spagna in questo conflitto - un centro di spionaggio, soprattutto di agenti tedeschi che trovavano facili appoggi da parte dell'autorità monarchica e della borghesia catalana. Allo spionaggio si aggiunsero anche gruppi di avventurieri che, comprando prodotti e vendendoli ai belligeranti, traevano grossi benefici dal conflitto bellico, i soldi così correvano velocemente per bische, cabaret, sale da gioco. Fu in questo periodo, come abbiamo già detto, che la CNT si sviluppò notevolmente, ma attraverso questa crescita si infiltrarono anche personaggi discutibili, avventurieri insomma.
Ángel Pestaña, analizzando le origini del "gangsterismo" padronale, nato in questo periodo con lo scopo di eliminare gli esponenti della CNT, crede che le ragioni che spinsero alcuni giovani della CNT all'uso della violenza, delle rapine e degli attentati, furono indotte dagli infiltrati che tenevano il piede in due scarpe: istigavano i giovani e poi li denunciavano alla polizia. A Pestaña non mancano ragioni per fare questa affermazione perché, in generale, è in questi periodi di scarsa chiarezza che i provocatori agiscono trovando ascolto fra persone inesperte che facilmente vengono spinte ad azioni le cui responsabilità ricadono su tutta la collettività.
Il gangsterismo fu anche una montatura della polizia per interrompere il successo della CNT, specialmente a Barcellona. Dal 1918 al 1923 morirono, in imboscate organizzate dalla polizia, più di duecento tra i migliori militanti della CNT. Dominava la logica della violenza ed era necessario girare armati ed essere pronti a difendersi se non si voleva morire come "tonti". Fu un'epoca di "golpe" contro "golpe".
Il comitato nazionale della CNT si vide costretto a richiamare urgentemente i gruppi anarchici fuori della CNT perché la aiutassero a mantenere le strutture organizzative che stavano per dissolversi. I gruppi anarchici organizzarono una conferenza nel 1918 per rispondere all'appello della CNT. Anche se non si giunse ad un accordo (perché l'anarchismo era organizzato in modo informale e non si fondava su risoluzioni collettive ma ribadiva l'autonomia dell'individuo e del gruppo) vi fu una risposta di massa. Da allora al 1936, intervallato dalla fondazione della FAI nel 1927, tornarono a fondersi anarchismo e sindacalismo, con l'aggravante che molti militanti anarchici dovettero ricoprire ruoli direttivi in sindacati e comitati.
Se si approfondisce l'analisi di questo periodo si può già rilevare la comparsa di un certo dogmatismo e un notevole calo qualitativo di alcuni anarchici già attivi nella CNT. Fu anche in questo periodo - sotto l'influenza della Rivoluzione Russa - che prese corpo un certo "blanquismo" come strategia rivoluzionaria. Le insurrezioni del 1933, in quel momento ampiamente giustificate, corrispondono a questa strategia. Però...
L'ambiguità dell'anarchismo organizzato
E' fuori dubbio che il fallimento della seconda Repubblica apre le porte alla rivoluzione. La classe operaia e contadina non aveva altra possibilità che realizzare da sola ciò che sperava la Repubblica dovesse realizzare per il miglioramento della condizione operaia. L'idea della rivoluzione era ormai ben radicata nella classe sfruttata, ma mancava una strategia per poterla realizzare. In questa situazione l'aspetto peggiore era dato dal fatto che la CNT e la FAI in ogni momento esaltavano l'idea rivoluzionaria e passavano all'azione scatenando insurrezioni. Ma con quale obiettivo? Indebolire semplicemente il potere? Che fare? La classe militare non era neutrale in questa guerra sociale ed era pronta ad intervenire. Se si creava un vuoto di potere, come si poteva impedire la dittatura militare? Si capisce così come, di fronte a questa situazione, appaia la tendenza anarco-bolscevica e come si affermi la questione della presa del potere o "dittatura anarchica" come più tardi verrà definita da García Oliver.
Vista la situazione, la rivoluzione, ovvero un confronto armato, poteva ritardare ma era comunque inevitabile. L'inefficacia della Repubblica, politicamente parlando, la rendeva indispensabile ed inevitabile, così come il suo crollo nel momento in cui si giunse al confronto armato tra la borghesia con i suoi alleati e la classe operaia e contadina.
Per capire non "come" ma "perché" accadde ciò che accadde il 20 luglio 1936, dobbiamo approfondire lo studio della forma organizzativa dell'anarchismo in Spagna, il suo processo di sviluppo e la condizione politico-sociale nella quale agisce e a tre diversi tipi di proposte che venivano avanzate:
  1. ritornare alle fonti naturali dell'anarchismo ed alla sua posizione primigenia della rivoluzione (indispensabile), il che implicava riconsiderare la sua attività nella CNT e ridefinire la funzione della FAI.
  2. Dare alla funzione della CNT-FAI un'attitudine politica, attraverso l'alleanza operaia con la UGT e i socialisti, cercando un terreno di azione così come lo presentava Orobón Fernández e come lo praticarono nel 1934 la CNT e la UGT nelle Asturie. Questo comporta implicitamente una riconsiderazione di ciò che intendeva per potere politico, con i naturali rischi teorici che derivano da tale riconsiderazione.
  3. Mantenere l'ambiguità (ovvero non essere né carne né pesce) e lanciarsi nudi all'avventura. Questa era la peggiore delle proposte poiché era senza principi. Nonostante ciò, questa fu quella che prevalse nella CNT e nella FAI il 20 luglio 1936.
Avrebbe potuto essere diversamente? Visto che non fu ciò che non poteva essere. I principi cominciarono ad attenuarsi lentamente, attraverso i successi che andavano ad ottenere. Nella vita non si può essere né carne né pesce. Bisogna essere una o l'altra cosa. E ciò pone all'anarchismo organizzato, alla luce della rivoluzione spagnola, una domanda di fondo: si può continuare a vivere e ad agire ambiguamente rispetto all'anarchismo, alla rivoluzione e al potere politico? Se l'anarchismo non risolverà questo problema, situazioni come quella spagnola continueranno a ripetersi. I precedenti non esistono solo in Spagna, caso analogo si presentò negli anni ‘40 alla Federazione Anarchica Coreana durante la resistenza e con la costituzione, dopo l'espulsione dell'esercito giapponese, di un Governo Provvisorio a cui parteciparono, con loro ministri, gli anarchici.
(traduzione di Antonia Zanardini)

Bibliografia
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GARCIA OLIVER J., Comité Central de Milicias, in De julio a julio, CNT, Valencia, 1937
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JENSEN A., La CNT FAI, el Estado y el Gobierno, "Revista Timon", Barcellona, Agosto 1938
LEVAL G., L’impossible réalisation totalitaire, "Le Libertaire", 21 ottobre 1937
MONTESENY F., Las lecciones di una experiencia histórica, "Inquietudes" N.3 Luglio 1947
PEIRATS J., La Cnt en la Revolución Española, "Manifesto del Comitato Centrale della CNT", 14 febbraio 1936 (ed. it. La Cnt nella rivoluzione spagnola, Antistato, 1977)
PEIRATS J., ¿Se renunció a la Revolución? Encuesta, "Presencia" N.5, settembre 1966 [http://www.fondation-besnard.org/article.php3?id_article=299]
RICHARDS V., Enseñanzas de la revolución española (ed. it. Insegnamenti della rivoluzione spagnola, Vallera, Pistoia, 1974)
RODRIGUEZ H., La experiencia española, las tacticas y la organización de la Ait, "Internacional", N.3-4, luglio-agosto 1938
SCHAPIRO A., Notre prétendu désaccord avec la Cnt, "Combat Syndcaliste", luglio 1937
FAURE S., La pente fatal, "Le Libertaire", 8 luglio 1937


* Diego Camacho (Abel Paz) è nato in Almeria nel 1921, fa parte della CNT e della JJ.LL.; dal 1935 ha militato tra gli anarchici e, per questa ragione, ha trascorso in carcere gli anni dal 1942 al 1953. Autore di vari libri tra i quali Durruti, il popolo in armi tradotto in 8 lingue ed un saggio storico su Origine, evoluzione e scissione del movimento operaio in Spagna (1868-1872).
 

Articolo tratto da "Volontà" n°4/1986.
 

venerdì 2 settembre 2016

L'"affaire" del Burkini. La Francia sta diventando matta Alternative Libertaire* - 24 agosto 2016

L'"affaire" del Burkini. La Francia sta diventando matta
Alternative Libertaire* - 24 agosto 2016 –



Perseguitando la minoranza musulmana nella maniera più assurda i politici francesi fomentano il razzismo e creano fratture nella società. In breve, fanno esattamente il gioco dello Stato Isamico che recluta e si rafforza sull'odio e sul risentimento.
Uno scandalo lanciato dal Front National su una "giornata burkini" in una piscina privata dalle parti di Marsiglia; una rissa da spiaggia falsamente attribuita a una storia di burkini; diversi Comuni che seguono il Sindaco di Cannes che, il 28 lugio, ha vietato l'accesso in spiaggia " a tutte le persone che non abbiano una corretta tenuta, rispettosa della corretta educazione e della laicità"; dei poliziotti che si rendono ridicoli obbligando una donna a spogliarsi in spiaggia in nome dell'"ordine pubblico"..
Estate triste, listata a lutto dall'attentato di Nizza, poi appannata dalla polemica patetica che si è scatenata attorno al "burkini", un costume da bagno che copre il corpo delle donne musulmane che sperano così, conformemente alla loro intepretazione dell'Islam, di "proteggere la propria modestia".
L'abbigliamento strappato alla stretta libertà individuale! Il divieto da parte di diversi Comuni (completamente illegale, tra l'altro, in seguito allo stop dato dal Consiglio di Stato del 36 agosto) la dice lunga sulla furia islamofobica che infetta la società francese.


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Nice, le 23 août 2016.
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Bisogna d'altra parte sottolineare che il pretesto femminista, finora usato fino allo sfinimento, non è neanche più utilizzato dai censori. Ormai è l'antiterrorismo che prevale, quando dei giudici amministrativi giustificano i divieti anti-burkini spiegando che questa tenuta " non può in effetti essere interpretata solo come un semplice segno di religiosità [...] nel contesto di stato di emergenza e dei recenti attentati islamisti".
Si mischia tutto, alla faccia del buon senso e della realtà dei fatti.
Per i politici del PS, del partito di Sarkozy, o del Front National, il gioco è semplice: limitare l dibattito pubblico alla questione identitaria per passare sotto silenzio i veri problemi che minano la società. Perchè quello che, ogni giorno, che rende la vita dura alle classi popolari non è nè la lunghezza delle gonne, nè i pasti sostitutivi a mensa, nè i burkini in spiaggia ma lo sfruttamento, la precarizzazione, la disoccupazione, le discriminazioni razziste e sessiste....
Alternative Libertaire rifiuta l'assimilazione tra la religione islamica e il terrorismo, e rifiuta questi tentativi vergognosi di rendere invisibile una minoranza e scluderla dallo spazio pubblico.
Con i nostri colleghi, nelle nostre famiglie, a scuola o al lavoro, non lasciamo campo libero al razzismo.
*Alternative Libertaire, Segretariato alle relazioni esterne

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)