ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

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O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

per giulio

mercoledì 7 giugno 2017

La città é nuda - urbanistica libertaria a Pordenone






Prefabbricato, Villanova / Pordenone
Via Pirandello, 22 - Ore 20.30
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9 giugno
Franco Bunčuga*
urbanistica e libertà
“relazioni tra territorio e progettualità libertaria”

16 giugno
Andrea Staid**
abitare illegale
“Etnografia del vivere ai margini in Occidente”

23 giugno
Tullio Zampedri**
paesaggio,
architettura e energia
“connessioni, relazioni e articolazioni
tra architettura e ambiente”

Naon jazz up! Per una cultura diffusa, libera e solidale a Pordenone

Naon jazz up! Per una cultura diffusa, libera e solidale.
È sulla base di questo messaggio semplice ma incisivo, rivolto alla città come monito di fronte al pericolo di una deriva settaria e negazionista, che nasce uno straordinario evento musicale al quale hanno aderito i migliori jazzisti nostrani (Bruno Cesselli, Massimo De Mattia, Francesco Bearzatti, Juri Dal Dan, Emanuel Donadelli e Romano Todesco); organizzato dal circolo Zapata, si svolgerà sabato 17
giugno alle ore 21 presso il ridotto del Teatro Verdi.
Prima le dichiarazioni del sindaco Ciriani, poco intenzionato a concedere un nuovo spazio alla storica ultratrentasettenale associazione culturale di orientamento libertario; poi una riuscitissima raccolta di firme (circa 600) lanciata da un gruppo di storici locali allo scopo di chiedere una sede per il circolo Zapata e la sua importante biblioteca - dotata di 2000 e più volumi; ora questa originale manifestazione musicale organizzata dai libertari zapatisti di Pordenone, che hanno voluto lanciare un messaggio fortemente propositivo: fare cultura attraverso una pratica autogestionaria, autofinanziata e in un rapporto solidaristico tra i soggetti coinvolti è possibile anche in una città in cui la prassi della censura delle diverse sensibilità culturali si fa norma istituzionale ed è concreto il rischio di perdere la pratica del confronto e del libero pensiero.
Non stupisce quindi che a rispondere all’appello “una casa per la biblioteca intitolata a Mauro Cancian” siano stati diversi musicisti jazz. Come scriveva Steve Lucy: “Possiamo dire che il jazz è un virus, un virus di libertà che si è diffuso sulla terra, “infettando” tutto ciò che ha trovato sulla sua strada: il cinema, la poesia, la pittura e la vita stessa”. Il jazz è libertà: o stai dalla sua parte o dall’altra.
La musica sarà ancora una volta il linguaggio universale e meticcio, sarà il luogo di contaminazioni e sperimentazioni, sarà la metafora di un tessuto sociale e culturale che parla più lingue, sarà l'espressione di una pluralità di soggetti e pensieri, sarà l'antidoto al pensiero unico e ai diktat di un apparato politico/burocratico, miope e arrogante, chiuso dentro una logica di autoreferenzialità, che non sa e non intende cogliere le diverse istanze e la ricchezza rappresentate dal variegato mondo sociale, artistico e culturale che, ancora oggi, si conferma essere la vera anima della città. E allora… Naon Jazz Up!

Circolo Libertario Emiliano Zapata


Alternativa Libertaria - giugno 2017

IL FOGLIO TELEMATICO DI ALTERNATIVA LIBERTARIA

IN QUESTO NUMERO PARLIAMO DI  REFERENDUM E PROPOSTA DI LEGGE POPOLARE SUL LAVORO, VENEZUELA, PORTELLA DELLA GINESTRA

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PERCHÉ IL QATAR? di Pier Francesco Zarcone





Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar decisa da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati del Golfo e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti. Non è azzardato sostenere che questa situazione esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore. La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio scorsi il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, ai Fratelli Musulmani e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia.
A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran. La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome; già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.
Contemporaneamente il Qatar ospita la sede del quartier generale statunitense nel Vicino Oriente, il Centcom, in cui sono di stanza almeno 10.000 militari. La politica araba è a volte doppia, a volte tripla.
Nella situazione attuale la posizione eccentrica del Qatar rispetto agli interessi politici degli altri paesi della Penisola arabica non poteva restare senza conseguenze: in Siria e in Iraq, infatti, i jihadisti sono prossimi alla sconfitta, e le monarchie arabe si sono affrettate a “riposizionarsi”, allineandosi agli Stati Uniti come se non avessero mai appoggiato il radicalismo jihadista e riscuotendo il prezzo del voltafaccia in pingui aiuti militari Usa. Il Qatar invece insiste nel voler giocare in proprio.
È sempre difficile all’inizio di una crisi internazionale escludere oppure no che alla fine la parola passi alle armi, e per il momento si può solo prendere atto come la nota emittente televisiva qatariota Al Jazeera abbia modificato il linguaggio riguardo alla Siria, parlando per la prima volta di «esercito governativo» o «esercito siriano» a proposito delle truppe di Assad, finora definite «truppe del regime»; inoltre, a motivo dell’avvenuta chiusura dell’unico confine terrestre (quello con l’Arabia Saudita), a Doha viene ventilata l’ipotesi - più che probabile - di aumentare i commerci via mare con l’Iran. Tuttavia non è affatto scontato che il Qatar entri a far parte del blocco iraniano: il farlo significherebbe anzi, con tutta probabilità, la guerra.
Iran a parte, la contrapposizione fra Arabia Saudita e Qatar non ha nulla a che fare con l’ideologia religiosa, trattandosi di due Stati wahhabiti. Il contrasto è politico e personale, e ha radici lontane: già nel 1955, quando in Qatar il padre dell’attuale emiro prese il potere con un colpo di Stato, l’Arabia Saudita arrivò a chiedere all’Egitto di Mubarak un intervento militare contro l’usurpatore, senza però ottenerlo.
Quando poi al-Sisi rovesciò il presidente Morsi col sostegno saudita, si ebbe una breve sospensione dei rapporti diplomatici fra Riyad e Doha, che invece sosteneva i Fratelli Musulmani. L’appoggio qatariota a quest’ultima organizzazione non è mai cessato ed essa, per quanto non definibile ostile a priori al Wahhabismo, è però acerrima nemica politica della monarchia saudita - oltre che degli attuali regimi egiziano e siriano.
In più l’Arabia Saudita accusa da tempo il Qatar di fornire sostegno attivo alle minoranze sciite nei territori di Riyad e nel Bahrein, e questo getta ombre pericolose sullo Yemen, in cui i Sauditi si sono impantanati in una guerra contro i ribelli Houthi (sciiti), conflitto che finora non sono riusciti a vincere neanche con l’aiuto statunitense.
In definitiva, quella che doveva essere la “Nato araba” voluta da Washington è morta prima ancora di nascere, e la conseguenza potrebbe essere una grande instabilità in tutto il Golfo Persico. Trump ha voluto giocare una carta pericolosa e non ci sarà da stupirsi se ancora una volta i malaccorti tentativi statunitensi di destabilizzazione andranno a loro sfavore. Soprattutto se fosse vero che Trump punta a uno scontro militare con l’Iran.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.it

YEMEN: UNA GUERRA IMPERIALISTA SILENZIATA di Pier Francesco Zarcone




È di questi giorni la notizia che il governo degli Stati Uniti intenderebbe aumentare l'appoggio militare all'Arabia Saudita nella guerra iniziata da questo paese contro lo Yemen. Per la stragrande maggioranza del grande pubblico la notizia può essere sorprendente, giacché il conflitto in corso nello Yemen è quasi una "non-notizia", a motivo di un silenzio pressoché completo dei mass media nostrani. E soprattutto non è detto che i più ne conoscano le cause.

LO YEMEN DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

Ai nostri fini la sommaria ricostruzione della travagliata e sanguinosa storia dello Yemen può partire dal 1962, quando un golpe militare appoggiato dal Cairo depose l'ultimo monarca, il giovane imam sciita zaydita Muhhammad al-Badr, e venne proclamata la Repubblica. Tuttavia le tribù delle montagne - rifornite dall'Arabia Saudita - continuarono a sostenere il re, con la conseguenza di una sanguinosissima guerra civile in cui intervennero direttamente truppe egiziane (fu il piccolo Vietnam di Nasser). La guerra civile finì al termine degli anni Sessanta (anche a motivo del disimpegno egiziano per la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele) grazie ad accordi tra Il Cairo e l'Arabia Saudita, la quale sostanzialmente "mollò" al-Badr. Quindi la vittoria fu dei repubblicani. Questo per quanto riguarda lo Yemen settentrionale.
Nel Sud controllato dalla Gran Bretagna, che vi aveva costituito una Federazione Araba Meridionale, dal 1963 il Fronte di Liberazione Nazionale (marxista) aveva iniziato la guerriglia contro i Britannici, costringendo infine Londra a concedere l'indipendenza allo Yemen del Sud, dove nel 1967 si costituì la Repubblica Popolare dello Yemen (diventata nel 1970 Repubblica Democratica Popolare dello Yemen), con capitale Aden, che ebbe il primato di essere l'unico Stato comunista del mondo arabo.
Tentativi di unificazione fra le due Repubbliche yemenite risalgono agli inizi degli anni Settanta, ma senza esito fino al crollo dell'Unione Sovietica. Nel 1990 Yemen del Nord e del Sud si riunirono. Un'unione infelice, giacché ben presto i comunisti del Sud si resero conto dell'errore commesso e nel 1994 cercarono di effettuare una secessione. L'esercito rimasto fedele al governo unitario, molto più forte di quello secessionista e appoggiato anche da elementi del Sud, domò la ribellione nel corso dello stesso anno. È interessante notare che i ribelli avevano ricevuto l'aiuto dell'Arabia Saudita che, a prescindere dall'abissale differenza ideologica con costoro, malvedeva l'unificazione yemenita, suscettibile di diventare un polo di attrazione pericoloso per le pretese di egemonia di Riyad sulla Penisola arabica.
A questo punto possiamo saltare fino al presente secolo.

LA RIVOLTA DEGLI HOUTHI

Per capire gli avvenimenti attuali si deve spiegare chi siano gli Houthi e il loro movimento Ansar Allah (italianizzato in Ansarullah), ovvero Partigiani di Dio. Essi fanno parte della consistente minoranza sciita zaydita dello Yemen (un'antica corrente islamica presente solo in questo paese, più affine ai Sunniti che non al resto del mondo sciita, duodecimano e settimano) e prendono il nome dal loro primo comandante militare, Husayn Badr ad-Din al-Houthi. Il movimento Ansar Allah nacque nel 1992, patrocinato dalla famiglia al-Houthi per ridare slancio allo Sciismo zaydita nel paese, ma non solo per questo: erano anche in gioco l'ottenimento di un maggiore spazio per partecipare alla vita politica yemenita e di migliori condizioni per lo sviluppo sociale, nonché il riconoscimento di uno status giuridico per la loro confessione religiosa. Quest'ultimo profilo aveva anche importanti implicazioni economiche in ambito famigliare: ad esempio, per i Sunniti all'erede maschio spetta il doppio della quota della femmina, mentre per gli Houthi l'eredità dev'essere divisa in parti uguali indipendentemente dal sesso degli eredi.
I rapporti col governo yemenita precipitarono dopo l'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 - in quanto gli Houthi si schierarono a favore di Saddam Husayn - e la repressione voluta dal Presidente Abd Allah Saleh portò gli Houthi alla rivolta armata. Essa si inserì attivamente nella più ampia sfera della politica yemenita nel 2011, quando il leader ribelle Abd al-Malik al-Houthi si pronunciò a sostegno del movimento popolare che chiedeva le dimissioni di Saleh. Uscito di scena quest'ultimo alla fine del 2011, l'interim presidenziale fu assunto dal feldmaresciallo Rabbih Mansur Hadi (originario del Sud), che l'anno successivo fu eletto Presidente con mandato biennale - elezioni boicottate dagli Houthi. Contrari alla proroga di un anno al mandato presidenziale, gli Houthi ripresero le armi e nell'autunno del 2014 si impadronirono della capitale yemenita, Sana'a. Rimasto senza sostanziale esito un accordo politico imposto a Hadi, gli Houthi occuparono il palazzo presidenziale, fecero dimettere Hadi, lo imprigionarono, sciolsero il Parlamento e costituirono un Comitato rivoluzionario per governare il paese. A febbraio 2015 Hadi riuscì a fuggire da Sana'a riparando ad Aden, dove si proclamò legittimo Presidente e costituì la sua capitale.
Gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e le monarchie arabe del Golfo dettero il loro appoggio a Hadi. Gli Houthi, oltre a questi nemici, avevano e hanno avversa anche la locale sezione di al-Qaida, che è riuscita a occupare alcune zone nella parte centrale del paese.
Pur non essendo riusciti a occupare Aden, gli Houthi - appoggiati da una parte dell'esercito yemenita, tra cui anche reparti rimasti fedeli all'ex Presidente Saleh - estesero il proprio controllo territoriale, arrivando fino all'importante stretto di Bab el-Mandeb e marciando di nuovo su Aden, si impadronirono dell'aeroporto internazionale e il 25 marzo 2015 costrinsero Hadi a scappare per riparare in territorio saudita.

L'AGGRESSIONE SAUDITA

A stretto giro, cioè il 26 marzo, l'Arabia Saudita annunciò la creazione di una coalizione di Stati sunniti per riportare al potere Hadi, e iniziarono i bombardamenti dello Yemen. La coalizione era nominalmente costituita da Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar, Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan, ma in realtà lo sforzo maggiore fu delle truppe saudite.
Ancora una volta risalta l'assenza di una qualsiasi copertura giuridica (anche se formale o formalistica) a tale intervento bellico. Una coalizione palesemente in funzione anti-iraniana, giacché Teheran - per motivi geostrategici, politico-economici e religiosi - sta ovviamente dalla parte degli Houthi. È chiaro d'altronde che una loro vittoria nello Yemen avrebbe conseguenze pericolosissime per l'Arabia Saudita e le petromonarchie arabe, in quanto suscettibile di ridare slancio alle loro minoranze sciite (nel Bahrein gli Sciiti sono maggioranza numerica) oppresse religiosamente, politicamente ed economicamente. Il che altresì significherebbe un'estensione dell'area di influenza iraniana nella regione. Anche per questo - e benché l'Arabia Saudita sia notoriamente la creatrice e finanziatrice di una vasta rete mondiale di moschee e madrase radicali, brodo di coltura per estremisti di vario genere - pure nella questione yemenita essa gode del concreto appoggio occidentale, e particolarmente di Stati Uniti e Francia. Le coste dello Yemen sono sotto blocco navale della Quinta Flotta yankee, e l'aiuto della Francia consiste in rifornimenti e mercenari attraverso la base militare di Gibuti.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Sulla carta si sarebbe dovuto trattare di un conflitto di breve durata, non foss'altro per la schiacciante superiorità della coalizione saudita. Tuttavia ancora una volta - e almeno finora - viene dimostrato che è illusorio dare per scontata una vittoria sulla semplice base dei numeri; vale a dire non considerando il fattore umano e le sue reali motivazioni. Chi sta resistendo all'aggressione saudita sa perché e contro cosa combatte; è dubbio invece il grado di consapevolezza delle truppe delle monarchie reazionarie arabe o quale sia il loro supporto morale; mentre sappiamo che i mercenari francesi e i piloti statunitensi nelle fila saudite combattono per bonus di circa 75.000 dollari a missione, e il premio dei loro colleghi sauditi consiste in un'automobile Bentley, concessa dal principe Walid bin Talal.
Fino ad oggi la guerra nello Yemen è stata un totale disastro per i Sauditi e i loro alleati, e intanto la regione dell'Hadramaut è diventata un vero e proprio "santuario" per al-Qaida nella Penisola arabica. Gli Houthi e i loro alleati hanno dimostrato un inaspettato grado di resistenza e di capacità di contrattacco, che per la coalizione si sono tradotti in una gran brutta figura a causa delle inutili perdite di militari e di materiali bellici considerati ultramoderni (al riguardo si ricorda che il quotidiano libanese al-Akhbar ha definito Aden «il cimitero dei carri armati AMX Leclerc», di cui sono tanto fiere le Forze armate francesi). E questo non poteva non ripercuotersi sulla tenuta della coalizione stessa. Infatti Pakistan, Egitto ed Emirati si sono defilati alla grande.
Oggi la capacità di rappresaglia yemenita per gli attacchi aerei sauditi consente di effettuare lanci missilistici che raggiungono anche basi militari in prossimità di Riyad, ma ciò non toglie che, nel silenzio degli organismi internazionali, i Sauditi stiano massacrando lo Yemen dal cielo, creando una situazione di emergenza umanitaria assoluta. A essere bombardate sono perlopiù installazioni civili e centri abitati, oltretutto privi di una vera assistenza sanitaria. I profughi interni sono circa tre milioni e almeno 200.000 persone sono scappate all'estero; le necessità di assistenza alimentare sono elevatissime per circa l'80% della popolazione, insieme alla penuria di acqua potabile, elettricità, combustibili e medicine.
A ennesima dimostrazione dell'inutilità delle organizzazioni internazionali sta il fatto che, avendo iniziato l'Onu a imputare all'Arabia Saudita l'uso di armi non convenzionali come bombe a grappolo e armi chimiche - anticamera per un'accusa di crimini di guerra - da Riyad sia partita la minaccia di ridurre i fondi versati alle Nazioni Unite e a tutte le sue agenzie (UNRWA inclusa), nonché quella di far emettere dagli ulema sauditi una fatwa per attribuire all'Onu la qualifica di «nemico dell'Islam».
Tuttavia sull'Arabia Saudita si addensano anche ombre non previste. Notoriamente gli alleati degli Stati Uniti non possono essere mai sicuri della durata del legame con Washington, non sapendo cioè quando verranno malamente e improvvisamente "scaricati", con o senza copertura giuridica. Intanto una copertura giuridica Washington l'ha messa a punto a carico di Riyad: il 9 settembre dello scorso anno il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA), che permette di agire contro l'Arabia Saudita per ottenere il risarcimento dei danni causati l'11 settembre 2001 da terroristi che erano di nazionalità saudita. Danni riguardanti 3.000 morti, l'abbattimento del World Trade Center - valutato in 95 miliardi di dollari - e la distruzione e la perdita dei servizi pubblici, per un totale di almeno 3.000 miliardi di dollari! Una "spada di Damocle" è quindi pronta, e chi vivrà vedrà.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

LA FOTOGRAFIA RIBELLE

È USCITO «LA FOTOGRAFIA RIBELLE»,
IL NUOVO LIBRO di Pino Bertelli
 

giovedì 1 giugno 2017

Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA

Questo articolo si occupa dell'attuale situazione militare in Rojava. Mentre il PYD e le Forze Democratiche Siriane si avvicinano sempre di più agli USA, sembra che tra gli anarchici ed i comunisti-anarchici c'è chi se ne dimostra felice. Questo articolo cerca di spiegare a questi anarchici che tale alleanza è solo negli interessi degli USA e dei loro alleati in Europa e nella regione. Alla fine, il Rojava potrebbe perdere ciò che ha conquistato finora.
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Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA.
By: Zaher Baher
17 maggio 2017
Gli equilibri politici e militari in Siria sono in continuo mutamento. Le relazioni tra le Forze Democratiche Siriane (SDF), co-fondate dalle Unità di Difesa del Popolo (YPG), ed anche quelle con Russia ed USA fluttuano costantemente. Le dinamiche dietro questi cambiamenti hanno poco a che fare con l'ISIS. Infatti, tutto dipende dai rispettivi interessi generali delle grandi potenze e dai  loro scontri per stabilire una predominanza di potere nell'area.
L'anno scorso c'è stata una costante erosione della posizione degli Stati Uniti in Siria nei confronti della Russia, che da allora è in una posizione di vantaggio. Il pesante coinvolgimento della Russia in Siria e l'essere diventata un alleato importante della Turchia ha cambiato molte cose. La relativa inattività  degli Stati Uniti ha dato l'opportunità alla Russia, alla Turchia e all'Iran di svolgere un ruolo significativo nel prendere le decisioni.
Sotto la nuova amministrazione di Trump questo è cambiato in qualche modo. Probabilmente Trump ha un approccio diverso sulla Siria. Nonostante gli Usa siano ancora una delle maggiori potenze del mondo, non riescono a muoversi nella regione, specialmente in Siria.
Dopo una lunga pausa, Trump ha deciso di allearsi con le SDF contro l'ISIS per sconfiggerlo a Raqqa, indipendentemente dalla posizione e dalla reazione della Turchia. Trump ha ora approvato un accordo per fornire direttamente armi pesanti alle SDF, vedendole come la forza più efficace e affidabile soprattutto dopo che le SDF hanno strappato la città di Tabqa City all'ISIS. L'amministrazione statunitense è attualmente più che mai determinata nella ri-conquista di Raqqa, capitale di fatto dell'ISIS. Ora è chiaro che l'amministrazione statunitense, le SDF e il Partito Democratico Popolare (PYD) si stanno avvicinando l'un l'altro fino al punto che le SDF puntano a raggiungere ciò che gli Stati Uniti vogliono raggiungere, anche se ciò potrebbe  avvenire a spese di ciò che è stato raggiunto finora in Rojava.
Noi sostenitori del Rojava dovrebbero essere molto preoccupati per l'attuale sviluppo in relazione a ciò che potrebbe accadere alla democratica auto-amministrazione del Rojava ed al Movimento della Società Democratica (Tev-Dem,  coalizione di governo del Confederalismo Democratico, ndt ). Dobbiamo preoccuparci delle seguenti conseguenze:
Primo: è una questione di influenza per gli Stati Uniti, mentre assistono al fatto che la Russia quasi controlla la situazione ed è riuscita a portare la Turchia dalla sua parte. Gli Stati Uniti vogliono dimostrarsi ancora molto attivi prima di perdere il loro potere nell'area. Vogliono giocare il ruolo principale e raggiungere il proprio obiettivo, ma questo può essere fatto solo attraverso le SDF ed il PYD. Non c'è dubbio che gli Stati Uniti siano più preoccupati per i propri interessi piuttosto che per gli interessi curdi in Rojava.
Secondo: per controllare le SDF ed il PYD, occorreva farne uno strumento da usare per gli interessi statunitensi. Il che è il miglior modo per far perdere credibilità al PYD ed alle SDF in Siria, nella regione, in Europa, ovunque.
Terzo: l'attuale atteggiamento degli USA verso il Rojava e l'armamento delle SDF potrebbero essere diretti ad allontanarle dal PKK per indebolire l'influenza di quest'ultimo sugli sviluppi in Rojava.
Quarto: non c'è dubbio alcuno che qualsiasi cosa accada renderà la Turchia sempre più aggressiva contro le YPG ed il PKK. Questo potrebbe indurre la Turchia ad alzare la posta. Potrebbe ripetere le operazioni militari del mese scorso contro le YPG o persino estendere queste operazioni sul territorio del Rojava nonchè contro le YPG & PKK a Shangal, nel Kurdistan iracheno.
Quinto: Con l'ostilità della Russia contro le SDF e il PYD, Assad potrebbe essere spinto a cambiare l'atteggiamento della Siria verso di loro in futuro, se non adesso. Se il Rojava avesse scelto la Russia anziché gli USA, sarebbe stato  molto meglio perché la Russia è più affidabile come alleato rispetto agli Stati Uniti. Sembra che Assad resterà al potere dopo la sconfitta dell'ISIS. Assad normalmente ascolta la Russia con molta diligenza. In questo caso, sotto pressione della Russia ci sarebbero state maggiori possibilità affinchè Assad  permettesse al Rojava di perseguire un futuro migliore di quello che gli Stati Uniti e i paesi occidentali potrebbero decidere per il Rojava.
Sesto: l'intensificarsi ed il  prolungarsi della guerra in atto ha portato il Rojava a confrontarsi con la  grande questione della dislocazione. La continuazione della guerra costa alle SDF tante vite e le rende sempre più deboli. Più è forte e più è grande il peso delle SDF in Rojava, più deve necessariamente dipendere da una delle maggiori potenze, ma nel frattempo il Rojava si sarà indebolito. Quanto più le SDF avanzano militarmente, tanto più arretrano socialmente ed economicamente  in Rojava. Più diventano forti le SDF ed il PYD, minore è la forza che l'auto-amministrazione locale ed il Tev-Dem avranno. Il numero di combattenti delle SDF  è stimato in 50.000. Immaginate che solo 10.000 di essi, invece di stare al fronte, lavorino nei campi e nelle  cooperative a costruire scuole, ospedali, case e parchi. Il Rojava sarebbe oggi tutta un'altra cosa.
Settimo: spesso ho scritto nei miei articoli che un successo del Rojava - quel successo che ha avuto nel modo in cui speravamo - sarebbe dipeso in futuro da un paio di fattori, o come minimo uno, per poter preservare la sperimentazione. Uno era l'ampliamento del movimento del Rojava ad almeno  un paio di altri paesi della regione. L'altro fattore era la solidarietà internazionale. Ma, non si è verificato nessuno dei due. Se c'è qualcosa che può ora preservare il Rojava, sono l'ISIS e le forze dell'opposizione in Siria che si oppongono contro tutte le probabilità. In breve, solo una prolungata campagna militare anti-ISIS può preservare il Rojava.
A mio parere, dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane, le YPG avrebbero dovuto sospendere le operazioni militari tranne che per l'autodifesa dei confini stabiliti. Dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane e dopo il maggiore intervento degli Stati Uniti e della Russia, le YPG ed il  PYD avrebbero dovuto ritirarsi dalla guerra. Il PYD avrebbe dovuto affrontare meglio la situazione e ritirarsi dal potere nel Tev-Dem e lasciare che il resto della popolazione prendesse le proprie decisioni sulla pace e sulla guerra. Chiaramente la natura attuale, la direzione e il potenziale corso della guerra in atto sono completamente cambiati nel Rojava. È una guerra delle grandi potenze, dei governi europei e dei governi regionali per proteggere i propri interessi e dividersi il dominio.
La situazione al momento sembra molto grama. Sembra che una volta che l'ISIS sia stato sconfitto a Mosul e Raqqa, avrà inizio probabilmente una guerra che coinvolgerà il Rojava ed il PKK in Iraq sui monti di Qandil e nella città di Shangal. Questi sono i calcoli che stanno facendo Barzani, capo del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG), la Turchia e forse anche l'Iran e l'Iraq con la benedizione degli Stati Uniti, della Russia e della Germania. Una tale guerra potrebbe iniziare entro la fine di agosto o settembre dopo la sconfitta militare dell'ISIS a Mosul e Raqqa.

Zaherbaher.com (Zaher Baher è scrittore ed attivista del Kurdistan Anarchists Forum)
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 30 maggio 2017

Democrazia diretta subito! Fermare le riforme nelle strade e costruire il potere popolare!


dal Brasile

Barricadas en Paraná (Brasil)
Barricate a Paraná (Brasil)
Il Brasile sta vivendo un terremoto politico, che sta facendo emergere il marciume delle elites del paese e che sta ulteriormente indebolendo i legami che le tengono al potere. L'operazione orchestrata che ha permesso la registrazione della telefonata tra il presidente Michel Temer e il proprietario di JBS, la più grande azienda di carni bovine nel mondo, altera l'equilibrio delle forze nel paese e getta benzina sulla crisi politica e sociale. Con l'instabilità politica, il governo ha più difficoltà a mobilitare la sua base per andare avanti con le riforme delle pensioni e dei diritti dei lavoratori, uno dei più grandi attacchi contro la classe operaia. Questo non è certo un motivo per festeggiare, non abbiamo nulla da guadagnare da questi scontri di potere. Ora è il momento di muoversi, di accumulare le mobilitazioni con il blocco delle strade, ricorrere allo sciopero generale per bloccare i tagli al welfare e le riforme. Dobbiamo radicare la democrazia, ma la democrazia diretta, con cui i/le lavoratori/trici nei luoghi di lavoro,  nei luoghi di studio e di vita possano decidere la direzione del paese. Non possiamo accettare le briciole dall'alto, abbiamo bisogno di imporre un  programma popolare dei diritti sociali costruito e deciso dal popolo. Abbiamo bisogno di costruire la democrazia diretta, nei quartieri, nelle favelas, nelle baraccopoli, nelle occupazioni di terreni e abitazioni, nelle fabbriche, nelle scuole, al di fuori degli accordi di potere.
Il colpo di stato che ha messo fine al quarto mandato della presidenza PT / PMDB (Partito del Movimento Democratico Brasiliano, ndt)  ha reso possibile l'adozione di misure dure contro il popolo ad un ritmo travolgente, con un ampio sostegno nel Congresso e nei media, soprattutto della rete televisiva Globe . Michel Temer ha approvato la riforma dell'istruzione, la legge sui tetti di spesa, la legge di outsourcing, le privatizzazioni e altri attacchi - già previsti  durante il governo dello stesso Partito dei Lavoratori (PT). Decenni di burocratizzazione delle lotte da parte delle grandi centrali sindacali e di pratica della cooptazione dei dirigenti dei principali movimenti sociali da parte del PT, hanno contribuito e contribuiscono alla smobilitazione della popolazione ed ostacolano l'estensione di massa della resistenza contro questi attacchi. Tuttavia, altri settori come quelli degli studenti e degli indigeni stanno dando un rinnovato incoraggiamento alla lotta sociale. La crescente insoddisfazione popolare verso le riforme delle pensioni e del lavoro si è manifestata con grande impatto per le strade, nelle manifestazioni per lo sciopero generale del 15 e 28 aprile, costringendo i golpisti a fare marcia indietro rispetto alle proposte iniziali.
Con oltre il 90% di opposizione, il governo Temer non ha alcuna legittimità per sostenere questo falso sistema democratico. Che serve solo a mantenere gli uomini d'affari e la classe politica per rubare e uccidere la gente. I governi di conciliazione di classe di Lula e Dilma sono stati governi per gli imprenditori e per i ricchi, con qualche briciola per i poveri. E le innumerevoli accuse di corruzione non fanno che rendere evidente il disgustoso rapporto di favori tra le  grandi imprese e lo Stato. I casi di corruzione non sono eventi isolati, ma fanno muovere la ruota dello Stato e del settore privato. Cioè, il sistema rappresentativo non serve gli interessi del popolo, ma quelli del capitalismo e della classe politica e delle imprese affinchè possano portare avanti i loro progetti.
È per questo che le "soluzioni magiche" come le privatizzazioni, l'outsourcing, gli attacchi ai diritti del lavoro servono solo a dare maggiori benefici agli imprenditori. Della stessa stregua sono gli attacchi ai diritti sociali, gli attacchi contro le popolazioni indigene e dei loro territori, ai contadini senza terra, alle donne, a LGBT, il genocidio del popolo nero e degli abitanti delle favelas e delle baraccopoli, la criminalizzazione della povertà. Sono tutte misure e politiche per la destra e per i  conservatori, per gli uomini d'affari, per i proprietari terrieri, per i banchieri affinchè possano imporre la loro ideologia, possano lucrare di più, possano concentrare più ricchezza e sfruttare più persone. Gli imprenditori, come João Dória, non sono diversi da altri politici, sono nemici del popolo. Se i politici di professione sono screditati, il ​​sistema giudiziario tenta di legittimarsi con le operazioni anti-corruzione per aumentare il suo potere nella struttura dello Stato. La cupola formata da magistratura, polizia federale e Ministero Pubblico, con i settori allineati direttamente con gli Stati Uniti, hanno il massiccio sostegno della rete mediatica Globo per accumulare potere con esiti pericolosamente autoritari. Bisogna respingere questa strategia ed evitare qualsiasi illusione in una salvezza che provenga dalla giustizia borghese.
I vecchi media svolgono un ruolo cruciale nel groviglio di interessi della classe dominante. La rete Globo, la stessa che ha sostenuto il colpo di Stato mediatico-giuridico-parlamentare e che ha costruito e legittimato il golpe recente, ora si schiera dalla parte del più forte, con la Procura Generale della Repubblica (PGR) per le dimissioni di Temer. Lo scopo è quello di ripristinare le condizioni per l'approvazione delle riforme con l'elezione di un nuovo presidente tramite elezioni indirette. Non possiamo sottovalutare il ruolo che i giganti dei media svolgono a livello   ideologico. La posizione del Globo contro Temer non significa nessun progresso per le masse. Nel discredito dei politici di professione e delle vecchie figure, come Aécio Neves, il Globo orienta la sua agenda verso la tendenza globale a sfruttare le candidature di personalità apparentemente "fuori" del campo politico-partitico. (Doria, Meirelles), della magistratura (Nelson Jobim, Carmem Lúcia, Joaquim Barbosa), o anche dei media di intrattenimento (Luciano Huck). Si tratta di una mossa strategica in discredito dei vecchi media per rafforzare il ritmo di democratizzazione della comunicazione limitato al potere di queste società e per rafforzare i media popolari.
E' necessario mettere in discussione il motivo per cui le denunce arrivano solo in questo momento. Anche se alcuni politici sono stati fatti fuori e si è innescata una certa instabilità, l'azione dimostra accordi di fedeltà tra lo Stato e il capitale. Il criterio è economico e sta nell'interesse a difendere una società che di recente è stata travolta dallo scandalo "carne fradicia", un'azione che, se da un lato ha mostrato le condizioni terribili in cui viene prodotto il nostro cibo, serve prioritariamente gli interessi americani per indebolire un concorrente nel mercato internazionale della carne. Va notato che è stato il governo del PT / PMDB che ha ingrassato la produttrice di carni JBS tramite la BNDES (Banca per lo sviluppo, ndt) con aiuti milionari, trasformando  l'azienda in una delle più grandi al mondo.

Dal basso e da sinistra, democrazia diretta subito!
Il fatto è che la spinta che ha portato molte persone in piazza in questo primo anno di governo Temer può diventare realtà: le dimissioni di Michel Temer della Presidenza della Repubblica. E ci chiediamo: e adesso? Qual è il prossimo passo? Sappiamo che con i golpisti indeboliti e con la loro base parlamentare oscillante, mancano le condizioni per dare continuità  nella gestione delle riforme del lavoro e della pensione. Dunque è urgente intensificare la lotta contro le riforme e riguadagnare i diritti che sono stati rimossi dai golpisti del passato e contro la attuale congiuntura che vive il PT / PMDB. Oltre a fermare le riforme, abbiamo bisogno di costruire un progetto che farà pagare ai ricchi il conto della crisi e che riconosca le elite politiche, gli imprenditori ed i media come nemici del popolo. Le grandi aziende come JBS devono al governo più di 400 miliardi di euro, circa tre volte il valore del falso debito per la sicurezza sociale.
Solo l'organizzazione delle persone e la pressione per le strade possono impedire le riforme e gli attacchi ai diritti sociali. Nulla potrà venire dal parlamento. Dobbiamo evitare che gli imprenditori e l'elite politiche realizzino i loro accordi da cupola e golpe per dare continuità al loro progetto. La mobilitazione e la pressione popolare sono urgenti e  necessari ora per evitare lo stato di avanzamento delle riforme in mezzo a questa instabilità. E' necessario fare pressione per imporre al governo le volontà popolari, anche nel caso di un'elezione diretta. E la mobilitazione del popolo oggi è urgente per prevenire lo scenario peggiore, che è una sospensione delle elezioni nel 2018 attraverso un intervento politico-militare e la persecuzione dei settori militanti della sinistra.
La sinistra elettoralista richiede ora la Presidenza della Repubblica e il lulismo può riemergere, come anni fa, presentandosi come soluzione popolare nel bel mezzo del terremoto da crisi politica. Non possiamo farci ingannare! Abbiamo detto e continuiamo a dire: occorre superare il PTismo e tutta la sua eredità a sinistra. La convinzione che Lula saprà come affrontare la crisi e portare miglioramenti nelle vite degli oppressi non ha alcun fondamento. L'elezione di Lula rappresenterebbe solo un altro patto di classe con la borghesia ed i padroni, in termini ancor più prudenti rispetto agli anni precedenti.
La cosa importante ora è che la lotta deve essere dal basso e nelle strade per far avanzare un programma popolare dei diritti! Promuovere l'organizzazione, la mobilitazione contro la riforma delle pensioni e dei diritti del lavoro e la costruzione di un progetto popolare con autonomia di classe. Catalizzare l'insoddisfazione popolare in rivolta e avanzare nella lotta nei luoghi di militanza. Non si deve fare nessun affidamento nelle soluzioni derivanti dalla riorganizzazione della sinistra e dagli  accordi della cupola per salvare la democrazia borghese. Nessuno ha il coniglio nel cilindro, la soluzione è quella di costruire un'organizzazione popolare nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi di lavoro con i poveri e gli oppressi. Dobbiamo esigere la sospensione di tutte le misure anti-politiche avviate nel governo del PT e proseguite  dal colpo di stato Temer.
Il momento non è favorevole per noi oppressi ed oppresse, ma la crisi e la disputa tra le élite aprono margini per altri progetti. Abbiamo bisogno di usare l'insoddisfazione per delegittimare il sistema e canalizzare lotta sociale.
Democrazia diretta subito! Per la sospensione di tutte le misure antipolitiche! Contro l'austerità e contro i tagli ai diritti! Fuori i golpisti del Globo! Costruire il Potere Popolare contro l'austerità e contro la repressione!
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)
Protesta en San Pablo (Brasil)
Protesta a San Pablo (Brasil)

mercoledì 24 maggio 2017

S.O.S. GEOTERMIA di Maurizio Fratta

S.O.S. GEOTERMIA
di Maurizio Fratta




La centrale Enel di Bagnore 4 nel comune di Santa Fiora
Ci fu un tempo nel quale scavare nelle viscere della terra per cercare minerali era avvertito come una profanazione.
Mentre i minatori cercavano di propiziarsi gli dei del sottosuolo, furono i fabbri a fondere e liquefare i metalli e a credere nella possibilità di poter cambiare la materia e a confidare, così come avevano fatto gli alchimisti, in una sua possibile trasmutazione.
Un sogno, quello dell'homo faber, meno millenarista di quel che si potrebbe credere considerando quanto l'idea del progresso illimitato abbia permeato non soltanto tutto il diciannovesimo secolo, ma perduri anche nelle attuali società industriali che hanno per obiettivo la trasmutazione della stessa Natura e la sua trasformazione in energia.
Ed è stata senza dubbio l'energia geotermica, tra le risorse energetiche, quella sulla quale l'uomo, sin dalla preistoria, ha cercato di fare affidamento e di trarre il massimo vantaggio.
Un sogno che si sta trasformando in incubo proprio in quella Toscana che ha visto nascere lo sfruttamento industriale delle risorse geotermiche e dove, proprio per il fatto che il suo impatto sull'ambiente è noto da tempo, si sarebbero dovute adottare strategie e soluzioni adeguate ed efficaci.
Ci riferiamo a quel che accade in Amiata dove sono all'opera le centrali geotermiche di Enel Green Power, il cui impatto sull'ambiente circostante non può essere ulteriormente taciuto o sottovalutato.
Sabato 4 febbraio, organizzato dalla Rete nazionale NOGESI e da SOS Geotermia, si è tenuto ad Abbadia San Salvatore un convegno dove ricercatori e studiosi hanno fatto luce sulla gravità dell'inquinamento prodotto dalle centrali e che fa oggi dell'Amiata la più grande questione ambientale dell'Italia centrale.
Non ha usato mezze misure nella sua relazione il geologo Andrea Borgia dell'Università di Milano, mettendo in relazione, dati ufficiali alla mano, la proliferazione dei veleni nell'ambiente e i loro effetti sulla salute delle persone.
È noto che l'attività di estrazione geotermica comporta, insieme al vapore acqueo, la fuoriuscita di fluidi dal sottosuolo che a loro volta rilasciano sostanze tossiche nell'aria, nel suolo, nelle acque superficiali: biossido di carbonio, ammoniaca, idrogeno solforato, metano, idrogeno a concentrazioni elevate e con essi altre sostanze dannose per la salute e l'ambiente, tra le quali cloruro di sodio, boro, arsenico, mercurio.
Un cocktail di inquinanti che potrebbero e dovrebbero essere completamente abbattuti se i sistemi previsti - sicuramente non all'avanguardia - funzionassero a dovere, soprattutto quando gli impianti vanno in avaria come succede quando nell'aria si avverte il puzzo di uova marce perché c'è una perdita di acido solfidrico.
E invece pare che i controlli avvengano - beninteso soltanto per alcuni degli inquinanti - ogni due o tre anni e sempre concordando data e ora di ispezione.
Fatto sta che oggi nei Comuni dell'Amiata, a detta della stessa Agenzia Regionale di Sanità della Toscana, si registrano tassi di mortalità significativamente superiori alle medie regionali, con il 30 per cento in più per alcuni tipi di tumore.
Ma i dati più impressionanti riguardano l'incremento di malattie (respiratorie, dell'apparato digerente, di quello genito-urinario, del sistema nervoso ecc.) e la presenza degli inquinanti contenuti nei fluidi geotermici immessi nell'ambiente con gli eccessi di rischio, fino a tre/quattro volte rispetto alle medie.
E si ha un bel dire, come ha provato a fare la Regione Toscana, o l'ARPA Toscana, che tutto dipende dagli stili di vita, cosa che ricorda il mantra ripetuto a iosa dai ministri dell'Ambiente degli ultimi governi quando dovevano giustificare il disastro ambientale e sanitario causato dagli impianti siderurgici di Taranto.
Particolarmente allarmanti i dati che riguardano l'inquinamento da mercurio. Soltanto per citare qualche dato, in circa cinquant'anni le centrali di Piancastagnaio hanno emesso nell'ambiente più di 52 tonnellate di mercurio e oggi quelle dell'Amiata rappresentano quasi la metà delle emissioni totali di mercurio rilasciate in Italia.
Oltre a quello finito in aria e nel suolo (e nella catena alimentare) lo si è trovato ora anche nelle acque del fiume Paglia, che confluisce nel Tevere nei pressi di Orvieto, e poi di conseguenza, concentrato nella sua forma più nociva, nei pesci.
Inquinamento che non può essere attribuito alle attività minerarie dismesse ormai da decenni, come ha cercato di sostenere l'ARPA, questa volta quella dell'Umbria, minimizzando il ruolo assunto dalle centrali dell'Enel Green Power.
Un'emergenza che ormai investe ben tre regioni e che non può essere più sottaciuta come si è fatto nel corso degli anni, quando si è preferito dare un quadro rassicurante della condizione sanitaria ignorando l'effetto accumulo degli inquinanti o supponendone la ricaduta soltanto in zone non abitate, stabilendo deroghe ai limiti di legge, come successo per l'arsenico nell'acqua potabile.
E per di più a favore di un'energia che ci si ostina a voler considerare pulita, quando una centrale geotermica, come una di quelle impiantate in Amiata, immette in atmosfera il doppio della CO2 di una centrale a gas ed elementi radioattivi in quantità superiori a quelle nucleari, sostenuta per giunta da improvvidi finanziamenti pubblici - denominati "Certificati verdi" - pagati da noi tutti e in nome della quale si progettano sempre nuovi impianti.


Pubblicato originariamente in l'altrapagina, marzo 2017, pp. 18-20.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 9 maggio 2017

E ora, Zimbabwe? Al di là del carismatico "buon" pastore.

Gli ultimi 4 mesi nello Zimbabwe possono essere sicuramente caratterizzati come un risveglio della classe lavoratrice, dato che migliaia di cittadini sono scesi in strada, rispondendo all'appello del pastore Evan Mawarire: “hatichatya” – noi non abbiamo paura. Il movimento #Thisflag è seguito subito dopo. Si tratta certamente di un momento storico per lo Zimbabwe; un periodo di crescenti sofferenze per il mondo del lavoro, mentre il paese entra (auspicabilmente) in un processo di rinascita per un nuovo e migliore Zimbabwe.

Ma prima di poter solo parlare di uno  Zimbabwe libero e di come realizzarlo, occorre dotarsi di una chiara e coerente analisi di classe del clima sociale e politico dello  Zimbabwe. Capire chi stiamo combattendo. Lo Zimbabwe ha senza dubbio bisogno di liberarsi dell'uomo di 92 anni che ritiene che il palazzo del governo sia la sua tomba. Ma nello stesso istante, dobbiamo liberarlo anche dell'oppressivo sistema statale. Sostituire un feroce capitalista e manager di stato con un altro non costituirebbe in nessun modo un progresso.


 

 

E ora, Zimbabwe? Al di là del carismatico "buon" pastore.

by Leroy Maisiri (ZACF)

I fatti recenti

Dopo 36 anni di indipendenza, il popolo dello  Zimbabwe è tornato di nuovo a scandire canti di libertà per una vera e reale emancipazione. La classe lavoratrice dello Zimbabwe sta pagando per una crisi economica di cui non ha colpa, perchè dovuta più che altro ad una crisi strutturale del sistema capitalistico globale (in gran parte di Stato) in un diabolico connubio con la dittatura di Mugabe. Negli ultimi 4 mesi, il paese ha visto come protesta dopo protesta la gente comune è scesa in strada a migliaia, noncurante della mano repressiva dello Stato (nella forma della polizia militarizzata). Al centro del movimento di protesta c'è una grave crisi economica che risale al 2008, il picco di una severa siccità con conseguente crisi dei rifornimenti di acqua, elettricità e generi di prima necessità. Quest'anno, il paese si è trovato paralizzato da una crisi di liquidità, a causa della grave penuria di dollari USA in tutto il paese.
Gli ultimi 4 mesi possono essere sicuramente caratterizzati come un risveglio della classe lavoratrice, dato che migliaia di cittadini sono scesi in strada, rispondendo all'appello del pastore Evan Mawarire:"hatichatya" - noi non abbiamo paura. Il movimento #Thisflag è seguito subito dopo. Si tratta certamente di un momento storico per il paese; un periodo di crescenti sofferenze per il mondo dellavoro, mentre il paese entra (si spera) in un processo di rinascita per un nuovo e migliore Zimbabwe
Evan Mawarire, un pastore della chiesa battista, è nei fatti l'architetto del movimento ed ha scelto in tutta questa fase di restare "apolitico".  Molti lo hanno descritto come il Martin Luther King Jr. dello Zimbabwe, che ha anche evitato di fare politica di partito mentre ha puntato sull'attivismo di base. Ha involontariamente dato inizio al movimento del Maggio 2016 con la pubblicazione di un video online in cui ha espresso la sua frustrazione per la crisi socio-economica e politica del paese. Il video conteneva un forte messaggio poetico che riflette le frustrazioni del paese e dei 16 milioni di cittadini dello Zimbabwe - e che in qualche modo assomigliava ai cahiers francesi [l'elenco di lamentele che riflettevano i pensieri della popolazione francese alla vigilia della rivoluzione francese]. Da allora, il movimento è cresciuto ed ha rotto il silenzio che circondava la status quo. Non a caso, lo Stato ha portato il Pastore Evan in tribunale, inizialmente per "incitamento alla violenza pubblica". Poco prima dell'udienza, tuttavia, l'accusa ha aggiunto un'ulteriore e più grave capo di imputazione: "tentato rovesciamento del governo costituzionalmente eletto". È stato riferito che ben più di duemila cittadini stavano al di fuori del tribunale in attesa dei risultati dell'audizione, pregando e cantando per il suo rilascio. E 'stato trovato non colpevole, ma ha apertamente espresso il timore che la sua vita era in pericolo, e che era sotto continue minacce, con persone non identificate che si presentavano perfino a casa sua e negli uffici. Non molto tempo dopo, è partito per il Sudafrica per fare un paio di conferenze in diverse università mentre si preparava per ottenere asilo politico per sé e la sua famiglia negli Stati Uniti.

E ora?

Prima di poter solo parlare di uno  Zimbabwe libero e di come realizzarlo, occorre prima dotarsi di una chiara e coerente analisi di classe del clima sociale e politico dello  Zimbabwe.  E per far ciò occorre dipingere la più vivida delle immagini, quella di un sistema di classe strettamente integrato con uno stato predatore. Non è un segreto che a partire dal primo giorno di indipendenza, lo Stato si è preoccupato di estrarre ricchezza dai suoi cittadini appartenenti alla classe operaia. Attraverso lo sfruttamento violento, attraverso la corruzione che non conosce limiti, il paese e la sua gente sono stati trasformati in prede senza protezione per un potere ed un governo affamati di ricchezza.

L'ex-marxista ed ora nazionalista governo dello Zanu-PF ha implementato nel periodo 1991- 1995 programmi di aggiustamento strutturale dello Zimbabwe subito dopo aver raggiunto l'indipendenza. Armati di neoliberismo, hanno dato luogo rapidamente alla decadenza del paese, mettendolo in ginocchio durante la crisi del 2008. Da allora, il nostro popolo si è ridotto allo stato di abitanti - residenti stranieri nelle proprie case. Con l'erosione delle norme e dei valori sociali, con la mancanza di uno scopo, tutto il paese si trova ora in uno stato di anomia, un paese senza regole paralizzato da instabilità, che deve provvedere a se stesso contro l'alleanza tra lo stato predatore e la sua coorte di proprietari capitalisti.
Questa  elite al governo - un'alleanza di dirigenti statali e capitalisti - ha mandato la classe operaia al macello in massa. Il colpo più recente alla classe operaia, poi diventato legge, è stato la sentenza della Corte Suprema del 16 luglio 2015 che ha dato ai datori di lavoro il diritto di risolvere i contratti dei lavoratori, senza dover offrire pacchetti di indennità. In meno di tre settimane da quella sentenza, un numero impressionante di 20-25000 lavoratori sono stati licenziati, e questo numero è cresciuto di migliaia da allora.
E' allora nostro compito più prudente quello di armarci di una concettualizzazione olistica dello stato e della classe. L'approccio anarchico spiega come lo Stato stesso è un fertilizzante del sistema di classe, creando e dando spazio al dominio da parte di una minoranza.
Avere coscienza di ciò è già metà della battaglia. Capire chi stiamo combattendo è essenziale. Lo Zimbabwe senza dubbio ha bisogno di liberarsi di un uomo di 92 anni, un vecchio che pensa che il palazzo del governo è  il suo cimitero. Ma nello stesso istante, dobbiamo liberarci del tutto dal sistema di oppressione del governo. Scambiare un manager di stato e feroce dirigente capitalista con un altro non costituirebbe affatto un progresso.
La classe dirigente dello Stato ha bisogno di accumulare capitali per essere in grado di mantenere in armi i suoi militari e far crescere il proprio potere coercitivo (cosa recentemente oggetto di una interessante e bollente contestazione dato che lo Stato si trovò non in grado di pagare i militari.) Il nostro sistema attuale - del capitalismo e dello stato - consente questo matrimonio diabolico di denaro e potere, consentendo che siano concentrati nelle mani di pochi. Come ci mostra l'anarchismo, lo Stato è un apparato altamente centralizzato del potere, che monopolizza le forze di coercizione e di amministrazione. Il tentativo di utilizzare questa macchina di potere per i nostri fini, consegnandola ad un'altra piccola élite in grado di operare, significa - in ultima analisi- ricreare un altro feroce Zimbabwe capitalista. In altre parole, la critica va al di là di Mugabe o Zanu-PF. La critica denuncia tutte le strutture intrinsecamente oppressive che esistono nella società, alimentate per quello che sono, dalla reale natura dello Stato stesso.
L'emergere e il fiorire del movimento #Thisflag, e della sua fonte di ispirazione - il Pastore Evan Mawarire - è l'inizio di un nuovo capitolo di speranza in questa lunga storia di lotte; un passo importante e sacrosanto se iniziamo lentamente a modellarci noi stessi una via d'uscita. Il movimento #Thisflag è diventato il fattore che unisce all'interno la classe operaia dello Zimbabwe, che unisce gli interessi dei disoccupati di lunga durata con i laureati disoccupati e col resto della popolazione. Il movimento ha fatto molto di più che offrire semplicemente l'ispirazione: ha acceso una notevole quantità di speranza come combustibile per la lotta. Questo è il passo essenziale verso la riconfigurazione futura dello Zimbabwe di oggi: la costruzione di pilastri come il movimento #ThisFlag che si distinguono come strutture di contro-potere che possono essere utilizzate per contrastare e sostituire lo stato e il capitalismo.

Un appello!

Questo movimento potrebbe certamente rappresentare i semi incontaminati di una nuova società; una società fondata sulla solidarietà, l'uguaglianza, la democrazia di base, priva di ogni forma di oppressione. Il movimento rappresenta inconsciamente la consapevolezza anarchica che l'unico modo per rovesciare un regime assetato di sangue come quello che esiste nel paese oggi è attraverso la lotta dal basso. Da qui l'invito, quindi, ad una critica più consapevole, per lo sviluppo di questa coscienza già esistente di come lottare, piuttosto che costruire il movimento intorno a una sola persona.

Esorto i miei concittadini dello Zimbabwe, a evitare la "sindrome di Mosè": si tratta di una trappola. Nessun movimento veramente di successo della classe operaia può essere costruito intorno a un individuo. Mosè stesso alla fine non è entrato nella terra promessa. Noi dello Zimbabwe, dobbiamo diventare i nostri sorveglianti, vigilando che l'attuale stato di predatori non venga semplicemente sostituito da un altro regime opportunistico, portando con sé le stesse forme di oppressione che stiamo combattendo. In secondo luogo, dobbiamo avere una chiara coscienza che, andando avanti, la direzione che il movimento ha assunto è quella  di agire collettivamente, e che solo collettivamente possiamo smantellare questo sistema. Il movimento #Thisflag deve perdere molto rapidamente la sua dipendenza dalla parola di un uomo, e iniziare insieme a ricostruire una sinistra credibile, con una politica di sinistra e di massa quale discorso,  movimento e alternativa per il popolo.
Avendo brevemente incontrato il 'buon pastore' durante la recente conferenza alla Rhodes University, è apparso chiaro che egli vede il suo ruolo come quello di semplice creatore della scintilla, ma che andando avanti sarebbe toccato al cittadino comune  andare oltre la retorica e sviluppare una coscienza politica più profonda. Questo tipo di consapevolezza dovrebbe includere una valutazione del fatto che lo stato dello Zimbabwe, come tutti gli stati, abusa - e sempre abuserà - dei mezzi di coercizione. Da nessuna parte ciò è più evidente che in Zimbabwe, dove la polizia militarizzata va in giro a bastonare qualsiasi cosa si muova o respiri (o, in particolare, lotti contro l'ingiustizia). Lo dimostra brutalmente anche le migliaia di manifestanti che sono detenuti nelle carceri senza un giusto processo. In combinazione con questo potere coercitivo, lo stato usurpa i mezzi di amministrazione (che abbiamo anche palesemente visto all'opera nella più recente sentenza della Corte Suprema). In prima linea, dobbiamo armarci non solo con la bandiera (magari, la bandiera nera dell'anarchia!), ma con una chiara comprensione di come funziona il sistema di classe in Zimbabwe, e una chiara comprensione che è solo attraverso movimenti di massa dal basso che si avrà anche la possibilità di creare un cambiamento efficace.
Questo è un appello per il movimento #Thisflag: perchè inceppi il sistema in modo continuo, senza sosta e completamente, e guidi se stesso, per se stesso, e di per sé come un movimento di tutte le persone oppresse nello Zimbabwe.

Leroy Maisiri - Zabalaza Anarchist Communist Front
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)