ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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mercoledì 18 aprile 2018

Per finirla con la guerra in Siria

Negli ultimi giorni non si sente più parlare di Afrin, assediata e distrutta dal governo turco. Confusa nel massacro siriano senza fine, ora è alla ribalta il massacro di Duma, apparentemente compiuto con armi chimiche, ad allarmare  le coscienze e portarle ad invocare un attacco occidentale. Dopo sei anni di massacri infiniti, che hanno martoriato un popolo che inizialmente chiedeva solo di uscire dalla dittatura di Assad e si è trovato teatro di una guerra civile in cui sono intervenuti praticamente tutti gli attori internazionali. Tutti apparentemente dalla stessa parte, contro il Daesh, o ISIS che dir si voglia, e in realtà tutti intenzionati a guadagnarsi un posizionamento migliore nel grande gioco, la strategia della guerra dell’Energia. Quello che risulterà dallo smantellamento della Siria e che  porterà nuovi equilibri. Ora che il pericolo ISIS è scomparso dall’emergenza, gli Stati si stanno spartendo le conquiste e cercano nuove strategie di intervento. E ne approfittano per consumare un po’ di bombe, se no come si fa a produrne, venderne e comprarne di nuove?


Così USA, Gran Bretagna,  Francia e Israele intervengono ufficialmente per punire Assad per un attacco con armi chimiche. Armi chimiche che, già altre volte tentate di evocare nella stessa guerra in Siria, non hanno suscitato indignazione degna di nota. Già altre volte gli stati occidentali hanno utilizzato scientemente fake news a giustificare interventi che coprivano ben altri interessi, basta ricordare le armi di distruzioni di massa cercate in Iraq. Raramente si interviene contro i dittatori per difendere la popolazione civile. Contro il dittatore Assad non si è intervenuti per difendere le popolazioni e le piazze quando chiedevano democrazia, come non si interviene in Yemen, altra terra di massacri. Il popolo siriano è stato dilaniato e massacrato, ogni tentativo di ricomposizione degli oppositori democratici al regime di Assad è stato boicottato e strumentalizzato per mantenere l’instabilità dell’area, in un gioco perverso tra Russia, Turchia e Stati occidentali, stati arabi e Israele, che ora vede una nuova escalation che ci coinvolge direttamente.
Eppure in quelle terre il popolo curdo ha saputo costruire in questi anni difficilissimi una società democratica, laica, pluralista. Le sue donne e i suoi uomini hanno combattuto, e vinto, contro il fascismo islamico, e lo hanno fatto a partire dall’autogoverno, costruendo una società al di là dello Stato, basata su assemblee popolari, sulla partecipazione femminile ad ogni livello della società, sull’assenza di discriminazioni etniche e religiose, su un modello sostenibile di agricoltura e di risorse energetiche. Una popolazione che con le sue donne e i suoi uomini ha combattuto l’ISIS e lo ha vinto, riconquistando Kobane e partecipando con le sue brigate militari all’azione degli alleati occidentali in nome della difesa della propria laicità e della propria libertà. E della laicità e della libertà di tutti contro il fascismo clericale dell’ISIS,  E contro Erdogan, che ha occupato e massacrato gli abitanti del cantone kurdo autonomo di Afrin, non si è levata una sola voce di condanna ufficiale da parte degli stessi alleati di qualche mese prima. Il governo fascista di Erdogan continua la repressione interna in Turchia contro ogni forma di opposizione sociale, sindacale, politica, culturale, e riempie le carceri di oppositori, effettuando vere pulizie etniche contro i curdi turchi e ha cercato di spegnere nel sangue ad Afrin ogni focolaio di speranza e di laicità. A suon di bombe.
Nell’assordante silenzio dell’ONU che sempre più dimostra la propria subalternità alla strategia militare NATO. 
Eppure proprio l’esempio di cantoni autonomi curdi  è la dimostrazione che la democrazia la costruiscono le donne e gli uomini liberi, non le bombe lanciate dagli Stati.
La fine del conflitto in Siria passa per la ricostruzione, per l’apertura di canali umanitari, per la presenza delle ONG, per la costruzione della democrazia. Per la difesa dell’autonomia delle zone curde e del loro modello di inclusione sociale e politico di democrazia di base, laica e pluralista. E’ a difendere questa esperienza, a costruire una mobilitazione nazionale e internazionale antimilitarista, contro le politiche di guerra, contro le spese militari, per l’uscita dalla NATO che è chiamato un sempre più necessario movimento per la pace.

Tortura e giustizia italiana. La Repubblica degli stoccafissi.

Tortura e giustizia italiana. La Repubblica degli stoccafissi.

Primavera 2018, un Pubblico Magistrato si sveglia e dice la verità. Non è un fatto usuale, perché nel nostro Paese (e anche altrove) ricordare verità scomode, chiedere che la “Legge “ sia uguale per tutti, non è normale.
Il Pubblico Ministero, nella stessa città che ha visto il rastrellamento e la tortura di centinaia di giovani da parte di pubblici ufficiali, dice che coloro che sono stati condannati, in più gradi di giudizio non solo non sono stati rimossi come previsto dalla sentenza ma sono “ai vertici della Polizia”.
Il PM si spinge oltre facendo un parallelismo col caso Regeni: come è possibile, dice, che si chieda giustizia per il nostro cittadino quando non siamo capaci nemmeno di applicare una sentenza sulla tortura nel nostro Paese?
La domanda è legittima, perché, anche se certo in Italia non viviamo un regime totalitario e in uno stato di polizia come quello di altri paesi, la strada per la tutela dei diritti umani è ancora lunga. Ce lo ha dimostrato chiaramente il recente dibattito parlamentare sull’introduzione del reato di tortura: alle audizioni parlamentari tutti, proprio tutti i sindacati di polizia hanno mostrato contrarietà all’introduzione del reato specifico: alcuni hanno voluto dimostrare, contrariamente ai fatti, che la tortura non è mai stata praticata in Italia e che i pubblici ufficiali (per definizione?) non si macchiano di violenza. Non solo i fatti di Genova ma anche tanti altri episodi accaduti nelle caserme, negli interrogatori, in carcere e per strada dimostrano purtroppo il contrario. Le associazioni di genitori, e innanzitutto le istituzioni di controllo e garanzia lo testimoniano.
Nella Convenzione ONU contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti (1984), ratificata dall’Italia con la legge n. 498/1988, la specificità del reato di tortura è individuata nella partecipazione agli atti di violenza nei confronti di quanti sono sottoposti a restrizioni di libertà, da parte di chi è titolare di una funzione pubblica. Nonostante questo, a seguito del dibattito in Commissione e in aula, il nostro Parlamento decide l “Introduzione del delitto di tortura nell’ordinamento italiano”( Legge 14 luglio 2017, n. 110) senza riconoscere che il reato è specifico dei pubblici ufficiali ma definendo la tortura un reato generico come fosse abitualmente commesso da ragionieri e pizzaioli, forse muniti di stoccafisso invece che di manganello come ai tempi del Ventennio.
La legge inoltre prevede la punibilità solo se la tortura viene inflitta “con più condotte”. il Senato inoltre sopprime la disposizione di modifica dell’Art.157 del codice penale, che ne raddoppiava i termini di prescrizione!
Siamo quindi di fronte, e lo dimostra il voluto “fuori tema” del capo della polizia Gabrielli che invece di rispondere sui fatti si riempie la bocca di frasi retoriche e si straccia le vesti, alla conclamata impunità del Potere, meccanismo per cui chi dovrebbe tutelare i cittadini è nei fatti impunito e intoccabile.
Siamo di fronte al teorema militarista per cui alla violenza si può rispondere con uguale o maggiore violenza, al sistema in cui nessuno controlla i controllori.
Lo ha sottolineato lo scorso giugno anche il commissario UE ai diritti umani, Nils Muižnieks, che ha già denunciato le incongruenze dell’articolo di legge italiano, chiedendo garanzie che l’Italia non sia più dispensatrice di “clemenza, amnistia, perdono o sentenze sospese” per chi commette atti di tortura” e che occorre garantire che la definizione della tortura come reato genericamente “commesso da privati” non indebolisca la protezione contro il reato commesso da persone che “esercitano l’autorità dello stato”.
FPA- per Ufficio Studi di Alternativa Libertaria

martedì 20 marzo 2018

Assassinio Politico, Terrorismo di Stato: Marielle Franco Presente! - comunicato della CAB

Nella notte dell'ultimo mercoledi, 14 marzo, dopo essere uscita da un dibattito con altre donne nere, a Lapa [quartiere di Rio de Janeiro], Marielle Franco è stata vittima di una brutale esecuzione. Anche l'autista della macchina dove Marielle si trovava, Anderson Pedro Gomes, è stato assassinato.
Hanno ucciso una militante, donna, nera, lesbica, nata nella Favela da Maré, difensora dei Diritti Umani, consigliera comunale del PSOL [Partito Socialismo e Libertà], e che era recentemente diventata relatrice della comissione responsabile per vigilare  l'Intervento Militare a Rio de Janeiro [decretato dal Governo Federale del presidente Temer il 16/02 che pone l'esercito al controllo della sicurezza publicca].
Da anni Marielle veniva denunciando gli abusi della Polizia Militare dello Stato, e stava seguendo da vicino gli sviluppi crudeli del recente intervento federale-militare. Quattro giorni prima della sua morte, Marielle aveva denunciato un azione sanguinaria del 41° battaglione della PM nella Favela do Acari, dove polizziotti atterrorizavano gli e le abitanti, invadendo case e buttando giovani dentro una fossa.
Gli assissanti di Marielle e Anderson rappresentano un azione orchestrata da uno Stato Terrorista e Genocida, che non usa maschere per decimare il popolo nero e per mandare un messaggio a tutti e tutte che si collocano contro il massacro sfrenato promosso nelle periferie. Non è coincidenza o uno sbaglio della Politica di Sicurezza Publicca dello Stato la morte della compagna in piena forza dell'intervento federale-militare. L'avanzare della repressione, attraverso questa misura, è che autorizza questo nuovo e profondo passo del terrorismo di stato. Trattasi di un azione chiaramente ben archittetata: nove spari contro un veicolo, un caso esplicito di esecuzione sommaria di una lottatrice del popolo.
Lo Stato, il capitalismo brasiliano e le sue istituzioni seguono funzionando, con il loro profilo storico di manutenzione delle diseguaglianze strutturali e di perpetuazione diretta o indiretta della barbarie.
In questo momento di dolore, tristezza e odio, dobbiamo dare tutta la solidarietà alle famiglie di Marielle e Anderson, alle compagne e compagni del PSOL e a tutti e tutte quelli che sono quotidianamente in trincea contro il genocidio del popolo nero.

STATO TERRORISTA!
PER LA FINE DELL'INTERVENTO FEDERALE-MILITARE!

PER MEMORIA, VERITÀ E GIUSTIZIA!!!

MARIELLE FRANCO: PRESENTE!
CAB - Coordinazione Anarchica Brasiliana

No borders a Pordenone

24 marzo 2018 - h 17.00, Piazza Migranti [P.zza Risorgimento] Pordenone
NO BORDERS NO NATIONS
libertà di movimento - libertà di pensiero e di espressione - PER UN MONDO SENZA CONFINI  

sit-in + open mike
CUBA CABBAL presenta il suo ultimo album
RESISTERE TRA I RESTI
con DJ Stranier

con Interventi a microfono aperto
IN CASO DI PIOGGIA SI TERRA' AL PREFABBRICATO di Villanova in Via Pirandello, 22

NESSUN CONFINE PUO' O DEVE DIVIDERE I POPOLI DELLA TERRA
PER UNA SENSIBILITA' NON GERARCHICA, PER L'AUTOGESTIONE E IL MUTUO SOCCORSO!
CONTRO OGNI RI-APERTURA DEI "LAGER" PER MIGRANTI (CPR)
CONTRO UN MODELLO ECONOMICO CHE AFFAMA, ESPROPRIA E SFRUTTA
CONTRO LE ISTITUZIONI CHE CRIMINALIZZANO CREANDO GUERRE FRA POVERI

Iniziativa Libertaria - PN


punk 4 Afrin a Pordenone

Concerto in solidarietà con il popolo curdo oppresso. 
I gruppi cominceranno a suonare puntuali alle 17:00!

SELF TITLED (Punk\HC dalla Serbia come il Buran) https://selftitledbeocin.bandcamp.com/releases
DALTONIC OUT CRY (Old skool HC da Pordenone) 
https://daltonicoutcry.bandcamp.com/

Fermiamo l'aggressione dello Stato Turco contro il cantone di Afrin!!

Dal 20 gennaio 2018, l'esercito turco e i suoi alleati jihadisti (militanti dell’esercito libero siriano (FSA) armati e addestrati dalla Turchia), con la complicità degli Stati Uniti e della Russia e il silenzio dell'Europa, stanno attaccando il cantone di Afrin nel nord della Siria (Rojava). La Turchia, paese Nato, continua a colpire le Unità di Difesa del Popolo e delle Donne YPG e YPJ che hanno sconfitto l'Isis e con l'avvio dell'operazione “Ramoscello d'ulivo” sta compiendo attacchi sistematici e brutali sui civili (ad oggi, sono 60 i civili ad essere stati uccisi e 153 feriti durante gli attacchi), sulle infrastrutture e sul patrimonio artistico (è stato colpito il complesso di templi di Ain Dara Hittite) mettendo in atto una vera e propria pulizia etnica.
Nonostante l’embargo e i blocchi delle forniture, Afrin è riuscita ad accogliere centinaia di migliaia di rifugiati e profughi interni che sono fuggiti dal terrorismo del Fronte Al Nusra e dello Stato Islamico, condividendo con loro il pane e la terra. Un largo numero di civili uccisi dagli attacchi turchi negli ultimi giorni erano proprio rifugiati. Specialmente il campo rifugiati di Rubar (dove trovano rifugio oltre 20.000 profughi provenienti da diverse parti della Siria) è stato preso di mira dagli attacchi.
La Turchia che a lungo è stata la maggiore sostenitrice dei gruppi di opposizione islamisti, in particolare del Fronte Al Nusra e di Isis, non si è risparmia alcuno sforzo per sopprimere i curdi. Dopo il suo fallimento a Kobane, l’esercito turco, che agisce su ordine del Partito per la Giustizia e lo sviluppo (AKP) e del suo leader Erdogan, ha iniziato a diffondere il suo odio a Afrin nel tentativo di liberarsi dei curdi.
Da alcuni anni in Rojava si sta portando avanti un progetto di autodeterminazione del popolo curdo e dei popoli presenti nel nord della Siria che va sotto il nome di “Confederalismo democratico”. Un progetto pluralista di democrazia diretta, che supera l'idea di Stato-nazionale per mettere in pratica l'autogoverno delle assemblee popolari e nuove forme di strutturazione sociale basate sulla pari rappresentanza e sulla cooperazione fra tutti i popoli della Siria e del Medio Oriente.
Questo esperimento sociale rappresenta una vera e propria minaccia per chi sta usando il Medio Oriente al fine di portare avanti le proprie mire di dominio imperialista e nazionalista.
La guerra, gestita dalle potenze occidentali e dai suoi alleati attraverso la “guerra per procura”, ha tra i suoi obiettivi il controllo delle materie prime (in primis il petrolio) e la distruzione di un esperimento politico e sociale che potrebbe essere preso come esempio da altri popoli del Medio Oriente per liberarsi definitivamente dal dominio degli Stati.

Fermiamo l’aggressione della Turchia contro il cantone di Afrin che è un atto criminale, un massacro contro il popolo curdo a cui il resto del mondo assiste in silenzio e complicità.
Sosteniamo il “Confederalismo democratico” e la lotta per l'autodeterminazione del popolo curdo.

Iniziativa Libertaria - Pordenone

venerdì 16 febbraio 2018

Solidarietà ai tre licenziati FCA da parte degli "STATO SOCIALE" dal teatro Ariston di Sanremo

Da Pomigliano a Sanremo, la lotta operaia non si processa: Mimmo, Antonio e Marco liberi subito!
Dopo più di 6 ore i tre operai FCA del SI Cobas sono ancora sequestrati in stato di fermo al commissariato di Polizia di Sanremo, con l'accusa di aver violato l'articolo 650 del codice penale in quanto "rei" di aver turbato le disposizioni di sicurezza previste dal Festival.
Evidentemente l'iniziativa dei musicisti dello Stato Sociale, che si sono esibiti dal palco dell'Ariston utilizzando i nomi dei 5 reintegrati di Pomigliano erigendoli a simbolo dell'odierna condizione di schiavitù in cui versano milioni di operai e di sfruttati, deve avere urtato la suscettibilità dei piani alti del potere economico e istituzionale...
Da quanto abbiamo appreso, sembrerebbe che nei confronti dei 3 operai sia stato emesso un foglio di via per tre anni dalla città di Sanremo: la stretta repressiva del Piano-Minniti continua a colpire in maniera implacabile contro il movimento operaio e le lotte sociali.
Il SI Cobas nazionale, nell'esprimere il massimo sostegno all'iniziativa degli operai FCA e al gesto de Lo Stato Sociale, chiede l'immediata liberazione di Mimmo, Antonio e Marco, e nei prossimi giorni intensificherà le iniziative di lotta e di denuncia contro il Piano-Marchionne e le ristrutturazioni negli stabilimenti FCA di Pomigliano, Melfi, Cassino, Termoli e Mirafiori che a breve porteranno a nuovi, pesanti tagli di organico. In queste settimane, su iniziativa del SI Cobas, gruppi di operai stanno iniziando a confrontarsi e ad agire unitariamente a prescindere dalle sigle sindacali d'appartenenza per dare una risposta compatta alle manovre aziendali.
Per questi motivi rilanciamo la mobilitazione verso la manifestazione nazionale del 24 febbraio a Roma che ci vedrà in piazza contro sfruttamento, razzismo e repressione e per la costruzione di un fronte anticapitalista di opposizione dal basso alle politiche padronali e al teatrino elettorale del 4 marzo.
SI Cobas nazionale

Di seguito il comunicato della band Lo Stato Sociale apparso su facebook

Come si chiama quella figura retorica tale per cui una parte vale per il tutto?
La storia di Domenico, Marco, Antonio, Massimo e Roberto è l'esatta trasformazione in realtà di questo artificio linguistico. Cinque operai che subiscono da anni una vessazione non accettata nemmeno dai tribunali a cui si sono rivolti, vincendo la causa contro il Golia chiamato FCA e che vengono tenuti lontani dalla fabbrica perché sgraditi.
Attraverso questo artificio abbiamo pensato di poter portare sul palco dell'Ariston le istanze di milioni di lavoratori, precari, disoccupati. Perché come ci ha detto Domenico: "le lotte funzionano solo dal basso verso l'alto e noi vorremmo che tutte le persone salissero sulla torre dei potenti per essere tutti uguali". Ci siamo conosciuti e raccontati davanti ad un caffé, lontani dalle telecamere e dai microfoni. Ci siamo presi del tempo per guardarci in faccia perché prima di ieri esistevamo reciprocamente solo nei racconti degli altri, nei filmati, negli articoli di giornale.
E quindi le canzoni possono far succedere delle cose? A quanto pare si e non si tratta del secondo posto al Festival, si tratta della possibilità di coprire le distanze e di prendersi sotto braccio, come faresti con un amico verso il bar o in una piazza piena come quella di ieri a Macerata. Nicola fa spesso questa domanda: "i luoghi sono di chi li possiede o di chi li abita?", a noi piace pensare che i luoghi siano di chi li abita, le città siano di chi le vive, i posti di lavoro di chi vuole condurre una vita gratificante anche in quella sede. Per troppo poco tempo abbiamo abitato quel palco e per troppo poco tempo abbiamo vissuto Sanremo assieme a Domenico, Marco, Antonio, Massimo e Roberto che sono venuti a trovarci per fare due chiacchiere e farci fare due risate rivelandoci il segreto della loro lotta: continuare a divertirsi malgrado tutto.
Ci siamo detti cose belle e importanti che terremo per noi: perché è giusto, perché per ognuno di noi hanno assunto sfumature differenti e queste righe non sono la sede per parlarne.
Sono arrivati con uno striscione e delle magliette stampate per l'occasione con la scritta: "Sanremo chiama, Pomigliano risponde". Sembra il titolo di un poliziesco anni '70 e invece è il riassunto di come dieci persone apparentemente distantissime possano trovare un percorso comune.
Come dice l'antico motto: together we stand, divided we fall.
P.S. apprendiamo solo ora che qualche minuto fa, cercando di portare la loro storia sul truck di Radio2, sono stati fermati e scortati in caserma. Non siamo esperti giuristi ma ci sentiamo di esprimere loro la nostra solidarietà, conoscendo la bontà delle loro intenzioni.

Lo Stato Sociale

lunedì 12 febbraio 2018

Il foglio telematico di Alternativa Libertaria


In questo numero parliamo di antifascismo e di Kurdistan               

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Amazon 18 o le catene del presente

I braccialetti brevettati da Amazon sono semplicemente l’evoluzione della specie.
La tecnologia del capitale, all’opera, che riduce a codice a barre, riconoscimento di qualsiasi merce e prodotto, pure il/i lavoratori e non può essere altrimenti,  risulta un dato fondamentale della prestazione lavorativa.
Non siamo in presenza di una stranezza consentita da cambi di leggi ma dal funzionamento stesso del capitale in un passaggio storico più e più volte sottolineato,  che viene segnato da cambiamenti/trasformazioni strutturali. I primi a farne le spese come sempre sono le/i lavoratori.
Il tutto,  come è sempre successo,  si riversa sull’intera società. E se i lavoratori in senso ampio non trovano le vie di uscita,  nella lotta di classe, il dominio del capitale, e l’egemonia culturale che esso esprime,  aumenta.
Questa premessa è  doverosa,  dato i riscontri dei vari giornalai ed esperti tuttologhi che si succedono,  con uscite al di fuori della decenza.
Amazon applica da sempre il controllo in remote sui lavoratori impiegati nei suoi magazzini,  sia che siano lavoratori somministrati da agenzie (precari), sia che siano lavoratori   assunti a tempo indeterminato,  con un protocollo che viene  applicato in tutte le realtà e in qualsiasi paese.
Pure la scoperta delle multinazionali e del loro modo di funzionare risulta indecente dato che da oltre 70 anni sono al centro, o meglio dovrebbero esserlo, di qualsiasi analisi sul/del capitale.
Il passaggio al capitalismo digitale, grazie alle potenzialità delle tecnologie attuali e in divenire,  permette per quello che riguarda il territorio del lavoro il controllo a distanza del lavoratore sui due punti esplicitati dal dominio: il controllo della produttività e il controllo disciplinare.
Bracciali, cellulari, badge, smartphone aziendali, tablet, tom tom traccianti ecc. producono la tracciatura sistemica anche dei comportamenti dei singoli lavoratori, che viene immagazzinata e registrata (nei server aziendali o nei cloud) . Così  i lavoratori possono essere prontamente o successivamente ripresi (sanzionati). 
Mai come ora la capacità di dominio invasiva e pervasiva sulla sfera personale del lavoratore viene messa e assogettata a trasparenza eliminando tutti gli spazi di “attività” autonoma.
Non entriamo nel merito e nell’analisi in questa sede, degli elementi che risultano neccessari per completare questo percorso, delle varie forme organizzative aziendali diverse ma non in contrapposizione fra loro ma solo funzionali al tipo di mission della stessa; cosi evitiamo per il medesimo motivo la descrizione delle varie forme e tecnologie applicate per lo scopo.
Amazon come gran parte delle aziende nel settore della distribuzione diventa un terreno di istituzione totale,  alla quale i lavoratori si devono assogettare. Molto simile ai sistemi, nel funzionamento, di reclusione ed esclusione dei panottici. Sottolineiamo che tale SISTEMA si espande velocemente a qualsiasi tipo di attivita e in qualsiasi perimetro di lavoro.
Segnaliamo due punti con enormi implicazioni.  Il primo l’isolamento del singolo lavoratore e la difficoltà di coalizione della classe; il secondo quello che viene correttamente definito tecno-stress e le ricadute sulla salute e la sicurezza degli stessi lavoratori .
LA VERTENZA AMAZON
E’ in corso una dura vertenza dura per la posizione dell’azienda e per la difficolta di organizzazione dei lavoratori. Un dato molto importante è quello che in AMAZON i sindacati del commercio, la FILCAMS-CGIL in particolare, sono riusciti ad organizzare scioperi su una piattaforma, approvata dai lavoratori, avviando per la prima volta dopo 10 anni un percorso contrattuale. Gli scioperi di dicembre sottolineano una fondamentale e non eludibile neccessità : quella di costruire una vertenza EUROPEA che coinvolga tutti i magazzini di Amazon. Gli scioperi del periodo natalizio,  massimo livello di vendite del settore dell’e-commerce, ha coinvolto magazzini in Germania, Francia e Italia. I rapporti tra i sindacati di settore di questi 3 paesi europei risultano importanti per iniziare ad affrontare una azione sindacale sovranazionale sul piano contrattuale/vertenziale tenendo presente le difficoltà che derivano da diversi fattori non da ultimo la presenza di ben 6 forme e modi di organizzazione sindacale in Europa.

Marche: Violenza fascista



Macerata è una città della profonda provincia italiana, come tutte le altre città d’Italia, e come anche le periferie di Milano, Roma, Torino, Napoli, etc. La profonda provincia dove facilmente cresce ed esplode l’odio; dove si può chiamare scimmia una donna (a Fermo) ed ammazzare il marito che la difende. Una provincia rabbiosa e viscerale, come quella di Firenze dove sette anni fa vennero uccisi due senegalesi, o Busto Arsizio, dove tornano i roghi in piazza delle donne che la pensano diversamente, anche se, fortunatamente, solo in effige. E tanti altri, troppi, episodi squadristi di questi ultimi anni di cui c’è da perdersi, nell’elencare la violenza conseguente alla campagna d’odio della Lega, Casa Pound e Forza Nova, tollerata da molti altri, negata dai media e, funzionale a far dimenticare i veri problemi di questo paese, affogandoli in una guerra fra poveri.
In questi giorni sta uscendo nelle sale il film “Sono tornato”, scopiazzatura della versione tedesca “Lui è tornato”, con un taglio comico discutibile ed una lettura molto superficiale di cosa sia stato e di cosa è il fascismo, dimenticando che, al di là di ogni valutazione, commento, riscrittura e revisionismo (o negazionismo) il fascismo è in primo luogo violenza. Violenza fisica, sopraffazione, uccisioni, desaparecidos, stragi, guerre, e negazione delle libertà, razzismo, discriminazione. Il fascismo è far morire affogati i profughi in mare o congelati alla frontiera.
Il fascismo non è un momento passeggero della politica che può farsi più o meno autoritaria, una dittatura dolce, un … “prima gli italiani”. Non c’è stata idea politica in questo paese che non abbia concorso alla morte di così tanti italiani come il fascismo.
Di fronte a questo c’è chi pensa che un articolo della costituzione, una disposizione di legge, una mozione parlamentare, un ordine del giorno o un impegno istituzionale possano arginare la violenza montante. In realtà il fascismo si combatte rifuggendo la violenza, riconoscendo le diversità, non accettando nessun tipo di provocazione e garantendo altresì salute, scuola e lavoro a tutti. Il fascismo si combatte allargando i diritti e le libertà, civili, sindacali e sociali, non riducendole. Ma soprattutto il fascismo si combatte assumendo il coraggio di guardare in faccia la violenza politica, la sua banalità del male, la natura intrinsecamente anti-umana di ogni pensiero fascista.
La profonda provincia italiana ha di nuovo prodotto violenza. Qualcuno dirà “è un pazzo isolato”, molti purtroppo già stanno applaudendo lo sparatore del 3 febbraio a Macerata, incensandolo con un “Onore al camerata”. La maggioranza delle persone farà finta di nulla. Fino alla prossima violenza, fino a quando, forse, ci scapperà un linciaggio. O fino a quando si scoprirà che è troppo tardi per dire e fare qualcosa contro il fascismo.

 



 



 






domenica 11 febbraio 2018

GLAS MÜLLER SFRUTTA I LAVORATORI
E LICENZIA CHI SCIOPERA
Sembrano storie del secolo passato, narrate da Emile Zola nei suoi romanzi, quando scioperare poteva essere pericoloso ed esporre a gravi conseguenze per la vita di chi decideva di non abbassare la testa.
La realtà ci racconta che ancora oggi, in tutto il mondo, scegliere di lottare e pretendere condizioni di vita migliori o il rispetto dei propri diritti minimi e inalienabili, può portare a gravi contromisure da parte delle aziende presenti anche nei paesi a capitalismo avanzato come l'Italia. Se in Sudafrica, in Asia o America Latina scioperare può ancora comportare il rischio di rimanere uccisi dalla repressione, le forme repressive adottate nelle cosidette democrazie sono più sottili, “regolamentate” da una legislazione che permette ai padroni di fare il buono e cattivo tempo della vita dei lavoratori. Legislazione che negli ultimi anni, anche attraverso l'abolizione dell'articolo 18 ed alla precarizzazione del lavoro, ha contribuito a facilitare i licenziamenti.
Negli ultimi mesi è emerso che alla Glas Müller, una storica azienda presente nella ricca città di Bolzano, dopo il licenziamento di un operaio ed al successivo sciopero solidale che ne chiedeva il reintegro, altri due operai, poco prima di Natale 2017 sono stati licenziati. Ufficialmente per “motivi disciplinari” e “inadempienze”, in realtà perchè non hanno abbassato la testa di fronte ai diktat aziendali ed alle continue richieste di straordinari e flessibilità a senso unico. Si tratta di licenziamenti che rispecchiano quale sia l'aria che si respira in azienda, sempre più pesante in seguito al tentativo di mettere in discussione le decisioni di Christine Müller. La risposta della padrona prima del licenziamento si espresse inizialmente attraverso la sospensione dal lavoro e con il tentativo di isolare gli scioperanti all'interno della fabbrica, cercando di allontanare il resto degli operai da chi aveva alzato la testa, attraverso allusioni e velate intimidazioni.
Quello che emerge da questa vicenda è la profonda solitudine in cui settori sempre più ampi di lavoratori si trovano, lì dove il sindacato ormai non conosce più la parola lotta ma è ridotto ad uno sterile apparato burocratico: gli operai prima di organizzare lo sciopero si erano infatti rivolti alla Cgil, che poi nulla fece per difendere i lavoratori in lotta anzi, prese le distanze dallo sciopero contribuendo a facilitare il loro successivo licenziamento.
Libertà di pensiero, diritto di sciopero non sono un regalo concesso da qualche sovrano illuminato ma sono il risultato di una secolare lotta degli oppressi per liberarsi dalle catene di chi comanda. Questa storia dimostra che ancora oggi tutto questo, che molti danno per acquisito, deve essere riconquistato e difeso giorno dopo giorno. Soltanto la solidarietà fra i lavoratori e disoccupati ci può difendere da tali soprusi, che nella maggior parte dei casi vengono vissuti nel silenzio e nella solitudine.
Non solo sono stati licenziati degli operai per un fine evidentemente politico, ma le condizioni che sono state imposte agli operai della Glas Müller sono oltre ogni soglia tollerabile: oltre all'utilizzo spropositato di tirocinanti per risparmiare sulla manodopera, i lavoratori lavorano sotto telecamere che riprendono a 360° e sono costretti a firmare un foglio ogni volta che vanno in gabinetto.
Il minimo che possiamo fare è stare al fianco di chi ha deciso di uscire dal silenzio e lottare. Oggi il licenziamento ha toccato loro, ma domani può toccare a chiunque. Solo la lotta può garantirci che tali ingiustizie non si ripetano.
Oggi quando entri in Fiera pensa a quale realtà si cela dietro a un' “eccellenza” altoatesina. Fra una casa ecologicamente sostenibile e l'altra, ci sono ancora lavoratori che, dopo oltre 10 anni di lavoro, vengono cacciati solo per aver difeso i propri compagni di lavoro ingiustamente licenziati, mettendo così in discussione il dispotismo nel feudo di Christine Müller.
SOLIDARIETA' AGLI OPERAI LICENZIATI!
SE TOCCANO UNO TOCCANO TUTTI

mercoledì 7 febbraio 2018

5000 a Genova

















Oltre 5ooo persone hanno partecipato, sabato scorso, alla manifestazione convocata dall'assemblea antifascista cittadina in seguito al recente accoltellamento di un compagno da parte di soggetti di Casa Pound. 
 
La mancata adesione di Pd, Anpi e Cgil (molti iscritti e militanti erano comunque presenti) non ha quindi influito sulla partecipazione, che resta il dato più rimarchevole della giornata. Il corteo, partito da piazza De Ferrari, ha toccato le vie dove, negli ultimi tempi, i neofascisti genovesi hanno aperto le loro sedi, ma solo nei pressi della simbolica piazza Alimonda si sono verificati alcuni incidenti non rilevanti (lancio di oggetti) per la vicinanza con la sede di Casa Pound, ultrablindata. 
 
Una esigua parte di manifestanti ha poi danneggiato vetrine di banche e di esercizi commerciali, mentre il grosso del corteo proseguiva verso la destinazione finale. Un fatto molto spiacevole si è verificato all'altezza di piazza della Vittoria dove un ragazzo, presentatosi in corteo indossando una giacca mimetica ed una bandiera italiana, scambiato per un provocatore, è stato aggredito da alcune persone ed è stato trasportato in pronto soccorso, solo dopo si è saputo essere un disabile psichico. 
Il servizio d'ordine allestito e organizzato dall’assemblea ha cercato comunque di gestire la situazione riuscendo ad isolare in coda quelle individualità ritenute più ‘estreme’. 
 
Rimane comunque la forte risposta di una collettività che, anche in assenza di istituzioni formali, autorganizzata ha risposto positivamente, in maniera compatta e sostanzialmente pacifica. 
 
I fatti di Macerata ci danno ragione sulla necessità di un grande spiegamento di forze antifasciste a contrastare una fase storica pericolosa che ha fatto riemergere sentimenti alquanto discutibili tesi ad esaltare l’italianità ad ogni costo e contro chiunque cerchi di abbattere muri anziché erigerli. 
 
Nella giornata del 5 febbraio, sono apparsi degli individui su una scalinata nota di Roma, con uno striscione esaltante la figura di Luca Traini, colui che travestitosi da giustiziere ha seminato il panico nelle vie di Macerata sparando all’impazzata in direzione di persone di colore, sicuramente senza distinguerne nemmeno la nazionalità ma volendo colpire il colore della pelle che per lui, nella sua ignoranza che è purtroppo di tanti, rappresenta la criminalità. 
 
Molta gente sembra ignorare la realtà, ovvero che la criminalità non ha affatto colore e nazionalità ma si sviluppa laddove manca l’informazione e cresce una rabbia fomentata da dei media totalmente asserviti ad un certo potere. 
 
Riteniamo evidente, a monte, un disegno pericoloso che se non cancellato immediatamente porterà a conseguenze ancora più gravi. 
 
Gravissima è già, da parte di molti, il sentirsi legittimati nel mettere in campo azioni xenofobe che incitano all’odio e alla violenza. 
E’ fondamentale più che mai muovere quelle genti, spesso silenziose rispetto al frastuono creato da tal popolino, che fino ad oggi erano sicuri di uno stato di cose che MAI avrebbe risvegliato certe ideologie. 
 
Sabato 10 febbraio si terranno in tutta italia vari presidi e manifestazioni contro il vile gesto di Luca Traini e contro l’emergere di una certa ideologia, Genova che ha già risposto mettendo in campo una grandiosa onda umana il 3 febbraio scorso, ha dimostrato la presenza e la volontà necessarie a sopprimere da subito quelle voci che vorrebbero alzarsi sulle altre, Genova grida no pasaran!

lunedì 5 febbraio 2018

PIETRO GORI TORNERA' IN ESILIO...107 ANNI DOPO LA MORTE? UN APPELLO

UN APPELLO IN DIFESA DI PIAZZA PIETRO GORI A PORTOFERRAIO (ISOLA D'ELBA)
I giornali del 30 gennaio riportano la notizia che la Giunta comunale di Portoferraio ha deciso di dedicare all’ex sindaco Giovanni Ageno la Piazza antistante il municipio che, dal 1946, ospita la lapide dell’artista Arturo Dazzi dedicata a Pietro Gori. La lapide dell’artista è, come si sa, un omaggio che i cittadini di Portoferraio vollero offrire nel 1913 alla memoria del “poeta dell’anarchia” e dell’avvocato dei “diseredati”. Negli anni a noi più recenti poi quella piazza ha preso giustamente il suo nome.
All’inizio abbiamo pensato ad una fake news, una delle tante che circolano in queste settimane di campagna elettorale, ma poi amici e conoscenti ci hanno confermato che la notizia è vera come sono vere le dichiarazioni dell’attuale sindaco Ferrari e degli altri esponenti della Giunta relative alla motivazione di tale iniziativa, che vuole essere una sorta di “riparazione morale” a posteriori dell’ex sindaco che in vita ha subito una “grave ingiustizia”. Dice il sindaco: «a Gori è dedicata la piazza davanti al municipio, ma anche una strada che passa dietro al palazzo della Biscotteria. Mi risulta inoltre che la toponomastica storica della città indichi la strada come prima attribuzione a Gori. La piazzetta, in realtà, era dedicata a monsieur Hutre, notabile di Portoferraio all’epoca di Napoleone. Solo in un secondo momento la piazzetta fu intitolata a Gori».
Ora non vogliamo entrare nel merito dell’operato dell’ex sindaco Giovanni Ageno, sono passati troppi pochi anni dalla sua morte per poter dare un “giudizio” e una “valutazione” seria e storica del suo operato e non vogliamo certamente entrare nel merito delle polemiche politiche che ingolfano di questi tempi i media, ma vogliamo sottolineare alcuni aspetti di ambito storico che questa scelta determinano nel contribuire a modificare nella sostanza l’identità e la storia di questo territorio.
Facciamo un tuffo nel passato per ricordare la storia di questo luogo: tutti sono a conoscenza dell’importanza del ruolo di Pietro Gori (1865-1911) nell’Isola d’Elba e nella costa tirrenica della Toscana (per limitarci a questi territori) nella difesa degli interessi delle classi subalterne e nella propaganda di ideali di libertà ed eguaglianza. L’affetto con cui la memoria di Gori è stata conservata all’Isola d’Elba è dimostrato dai tanti luoghi che ancora conservano testimonianze, come le numerose lapidi, dedicate al vate dell’ideale: Portoferraio, Capoliveri, S. Ilario etc. Tutti sanno anche come con l’ascesa al potere del fascismo molti dei tributi marmorei dedicati a Gori furono rimossi e distrutti, alcuni nascosti e ricollocati appena la dittatura venne sconfitta. Tra le prime grandi manifestazioni che attraversano la distrutta Portoferraio del 1946 vi fu quella per la ricollocazione della lapide dell’artista Dazzi rimossa dalle autorità fascista dalla sua iniziale collocazione nella piazza che oggi porta il nome di Cavour nelle adiacenze del porto. Quella manifestazione nel nome di Gori simbolicamente fu anche la prima grande espressione popolare della riconquistata libertà. La partecipazione di massa dei lavoratori e dei cittadini a quell’evento è testimoniato dalle numerose fotografie che ancora si conservano, e giustamente negli anni quella Piazzetta a ridosso del municipio è diventata nel cuore e nei fatti la Piazza Pietro Gori, una sorta di riconquista morale della memoria ferita dell’intera comunità. Ora voler rimuovere quel nome con il semplice fatto che esiste anche una strada intitolata a Gori e sostituirne il nome significa tradire non solo coloro che nei decenni passati ne hanno conservato con amore la memoria ma anche cercare di cancellare di fatto la storia di questa comunità e di Pietro Gori.

Per questa ragione noi protestiamo e faremo di tutto per denunciare questa operazione che definire mistificatoria e strumentale vuol dire fargli un complimento.
Franco Bertolucci direttore della Biblioteca F. Serantini
Furio Lippi presidente dell’Associazione amici della Biblioteca F. Serantini - ONLUS
Maurizio Antonioli, storico
Michele Battini, storico
Gian Mario Cazzaniga, storico e filosofo
Paolo Finzi, redazione «A rivista anarchica»
Stefano Gallo,storico
Martina Guerrini, scrittrice
Pasquale Iuso, storico
Adriano Prosperi, storico
Martino Seniga, giornalista e scrittore

Pisa/Portoferraio, 30 gennaio 2018


giovedì 1 febbraio 2018

Non lasciamo solo il popolo di Afrin













Afrîn appartiene al popolo di Afrîn. La gente che vive nel cantone di Afrîn è nata  in questa terra e vuole morire su di essa. Vivere lì non ha nulla a che fare con nessun piano o programma. Gli abitanti di Afrîn non  vivono nel cantone di Afrîn per motivi strategici. Afrîn, per loro, è l'acqua, il pane, il cibo, il gioco, la storia, l'amicizia, la solidarietà, l'amore, la strada, la casa, il vicinato. Ma per lo Stato non è che un pezzo di una strategia. Una strategia che non si preoccupa certo della terra di Afrîn o della sua gente. 

L’aggressione militare contro il cantone di Afrîn è inserito nella strategia della guerra dell'Energia,   che risulta dallo smantellamento della Siria e che  porterà allo smantellamento di altri  Stati della regione. Gli Stati creano l'illusione di fare queste guerre per "i loro cittadini".  Costruiscono una propaganda nazionalista  conservatrice per convincere i loro abitanti di false credenze.  Per gli Stati questo è un bisogno ineludibile sia sul fronte interno che su quello esterno. Sono menzogne necessarie per il fronte elettorale all'interno, e utili per i tavoli dii negoziato sul fronte estero.  I dirigenti che prendono parte ai processi commerciali, in particolare l'estrazione, il trasporto e la commercializzazione delle risorse energetiche  utilizzano ogni possibile risorsa per accrescere i loro profitti.
In queste discussioni, in cui il numero di fucili, di tanks e di aerei da guerra  è importante, il numero dei soldati ha un suo posto fondamentale. Un soldato non è differente da una merce. Ecco dunque che serve l'illusione nazionalista conservatrice. 
Chi si unirebbe a una guerra in cui solo qualcun altro ci guadagna? Chi combattebbe per il petrolio, che è sempre venduto dagli Stati o dalle Compagnie petrolifere, ma  di cui una goccia costa più del pane? Noi, quelli che vivono sulla propria pelle la montata crescente dei prezzi causata dall'aumento del prezzo del petrolio, noi che perdiamo comunque, perchè dovremmo combattere per chi ci guadagna comunque? E infatti, nessuno di noi  combatterebbe per loro. Per questo hanno bisogno del nazionalismo e del conservatorismo.  
E oggi, loro urlano dai giornali e dai canali televisivi lo slogal nell'illusione: "La Nazione, la Nazione, la Nazione". Volontà nazionale, unità nazionale. Non potranno mai dire chiaramente " Vi stiamo derubando" , oppure "Combattete,  così vi venderemo del petrolio , e chissà cos' altro. Noi continueremo a farvi produrre, a farvi consumare, a sfruttarvi". Ecco il piano, il programma, la strategia, la guerra degli Stati. Noi, quelli che stanno in basso, forzatamente  cittadini e cittadine degli Stati, possiamo però cambiare tutto. Oggi, gli abitanti di Afrîn vivono liberamente perchè sono riusciti a cambiare tutto. Così come nel cantone di Kobanê,  nel cantone di Cizere o nel Chiapas Zapatista. Ed è lì la differenza cruciale tra la guerra popolare  e la guerra degli Stati. Nelle loro guerre, gli Stati attaccano e brutalizzano senza rispettare nessuna regola, per accrescere i profitti. Bombardano con tutti i loro tank e i loro aerei. Feriscono, uccidono, assassinano e sarebbero contenti di fare prigioniera ogni forma di vita. Mentre nella guerra popolare c'è la libertà. 
Nel corso degli ultimi giorni, ognuna delle bombe lanciate su Afrîn, ogni proiettile, è stato un attacco alla libertà. Lo stato Turco, a cui piacerebbe aumentare la propria fetta di torta, ha lanciato la sua offensiva sul cantone di Afrîn. E' una strategia fondata sul nazionalismo, sul conservatorismo e basata su menzogne. E' una strategia elettorale. E' una strategia completamente commerciale. La guerra di Stato è una strategia. Ma la guerra popolare è la libertà. E nessuno Stato può sconfiggere chi lotta per la libertà. 
Afrîn vincerà. 

Action Anarchiste Révolutionnaire (DAF) – Turchia

Tecnologie del dominio. Lessico minimo di autodifesa digitale

Sabato 03 Febbraio 2018 ore 17,30
                  All’Ateneo degli Imperfetti

dal libro di Ippolita
Tecnologie del dominio.
Lessico minimo di autodifesa digitale
Meltemi edizione, Milano 2017

incontro con alcuni componenti del gruppo Ippolita gruppo di ricerca e formazione interdisciplinare

Le parole delle tecnologie del dominio sono molte, e riguardano tutti gli abitanti del pianeta Terra, anche non umani, anche le macchine. Alcune sono antiche, altre sono di nuovo conio; spesso sono termini inglesi: Algoritmo, Big Data, Blockchain, Digital labour, Gamificazione, Internet of Things, Pornografia emotiva, Privacy, Profiling, Trasparenza radicale e altre ancora.














 Le parole delle tecnologie del dominio sono
molte, e riguardano tutti gli abitanti del
pianeta Terra, anche non umani, anche le
macchine. Alcune sono antiche, altre sono
di nuovo conio; spesso sono termini
inglesi: Algoritmo, Big Data, Blockchain,
Digital labour, Gamificazione, Internet
of Things, Pornografia emotiva, Privacy,
Profiling, Trasparenza radicale e altre
ancora. Sono collegate fra loro da una
fitta trama di rimandi e sottintesi, una
rete di significati colma di ambivalenze e
incomprensioni. Insieme compongono il
variegato mosaico della società presente
e di quella a venire. In questo quadro
emerge come ideologia prevalente l’anarcocapitalismo,
una dottrina vaga eppure
molto concreta nei suoi effetti devastanti sui
legami sociali, la costruzione delle identità
individuali e collettive, la politica. Sembrano
parole d’ordine solide come acciaio
temprato, senza crepe, senza debolezze. Ma
a osservarle con le lenti dell’ironia, con gli
occhiali dello humor e della consapevolezza
storica, con il desiderio hacker di smontarle
e capire come funzionano, si sciolgono
come neve al sole.
  

lunedì 15 gennaio 2018

Ciao Donato ...

Oggi 13 gennaio 2018 ci ha lasciati Donato Romito, segretario nazionale di Alternativa Libertaria e militante comunista anarchico. Maestro e sindacalista  ha fortemente inciso nella vita sociale e politica della provincia di Pesaro e Urbino, unendo  nel tempo all’indefessa militanza politica una profonda attività di formatore, una raffinata sensibilità di storico di movimento e di didatta,  oltre a una intensa e instancabile attività sindacale, in CGIL prima, e nell’Unicobas poi, tali da considerarlo un punto di riferimento per tutto il movimento anarchico e per la sinistra di questo territorio.
La camera ardente sarà aperta all’ospedale di Muraglia (Pesaro) domenica 14 nel pomeriggio e lunedì 15 nel pomeriggio.
Le compagne e i compagni di Alternativa Libertaria/FdCA  invitano chi vorrà salutare Donato ad una cerimonia laica che si svolgerà sabato 20 gennaio alle ore 15 presso il Cimitero dell’Ulivo di Fano.
Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà”
Biografia politica
Donato Romito nasce a Bari nel 1954.
Fa le sue prime esperienze politiche nel movimento studentesco di fine anni ’60 e primi anni ’70 partecipando alle occupazioni di scuola ed ai collettivi dell’epoca.
Si avvicina all’anarchismo nel 1973 ed entra in contatto con il gruppo comunista anarchico barese dell’OAP (Organizzazione Anarchica Pugliese), a cavallo della fuoriuscita di questo dalla FAI (Federazione Anarchica Italiana).
Inizia a lavorare come insegnante a tempo determinato nella scuola primaria ed è attivo nel coordinamento cittadino dei precari della scuola, prima di diventare insegnante a tempo indeterminato nel 1976.
Diventa gradualmente uno dei protagonisti della costruzione dell’ORA (Organizzazione Rivoluzionaria Anarchica), prima pugliese e poi nazionale nel periodo che va dal 1976 al 1985.
Alla fine degli anni ’70 si iscrive al sindacato della CGIL-scuola.
Nei primi anni ’80 si trasferisce nelle Marche a Pesaro, dove entra in contatto con anarchici della disciolta OAM (Organizzazione Anarchica Marchigiana) con i quali fonda il Coordinamento Comunista Anarchico di Pesaro/Fano, poi Circolo Culturale Napoleone Papini di Fano a partire dal 1985.
Col Circolo Papini organizzerà per un decennio le edizioni fanesi del Meeting Anticlericale, di cui sarà addetto alle pubbliche relazioni e coordinatore dei dibattiti.
Nel 1985 rappresenta l’ORA nel processo di unificazione con l’UCAT (Unione dei Comunisti Anarchici della Toscana), che porterà nel 1986 alla nascita della Federazione dei Comunisti Anarchici (FdCA).
Nello stesso anno entra a far parte della segreteria nazionale della FdCA, a cui sarà rieletto nel 3° congresso (1992), nel 4° (1994), nel 5° (1997) , nel 7° congresso del 2006 e nel 9° congresso nel 2014.
Sempre nel 1986 entra a far parte del direttivo provinciale della CGIL -scuola di Pesaro, da cui uscirà nel 1993.
E’ uno dei promotori della nascita dell’ALLP (Associazione Lavoratrici Lavoratori Pesaresi) nel 1994.
Nel 1995, insieme a giovani anarchici del Circolo Papini, fonda la sezione FdCA di Pesaro/Fano che apre una sede nel 1996 nel centro storico della città.
Negli anni ’80 e ’90 svolge a Pesaro un’intensa attività sociale, divenendo membro del MCE (Movimento di Cooperazione Educativa), membro del direttivo provinciale dell’Istituto Storico della Resistenza; viene più volte eletto nel Consiglio d’Istituto della sua scuola e nel Consiglio Scolastico Distrettuale nelle liste della CGIL.
A Pesaro, con la FdCA promuove la costruzione della Rete per l’Autogestione che raduna organismi politici e sociali di base della provincia pesarese, il cui organo di stampa sarà il bollettino “Contaminazione”.
Svolge attività di formatore per la didattica della storia (prima per l’MCE poi per CLIO ’92), partecipa come relatore a diverse iniziative del movimento anarchico.
Alla fine degli anni ’90 entra nel sindacalismo di base ed a Pesaro apre –insieme ad altri insegnanti- la sede della federazione provinciale dell’Unicobas, nelle cui liste verrà eletto più volte rappresentante sindacale nella sua scuola. Con l’Unicobas promuove nelle Marche numerose occasioni di coordinamento del sindacalismo di base regionale.
Nel 2001 pubblica per i “Quaderni di Alternativa Libertaria” il saggio “La Quinta Guerra Mondiale” http://www.fdca.it/antimilitarismo/quintaguerramond.htm, a cui seguirà nel 2003 “The Italian base unions”, saggio per il mensile “North American Anarchist” sul sindacalismo di base in Italia http://www.fdca.it/sindacale/cobas.htm.
Dal 2008 al 2011 assume la carica di presidente di Pesaro Nuovomondo, associazione di cittadini italiani e immigrati che stampa il giornale omonimo.
Nel 2010 diviene responsabile, per conto della FdCA, del Centro di Documentazione “Franco Salomone” aperto a Fano, per il quale cura la pubblicazione tra il 2011 ed il 2013 di libri sulla vita di Franco Salomone, sulla sinistra libertaria a Bari negli anni ’70 e sui Gruppi Anarchici di Azione Proletaria-GAAP. Ultima sua attività la traduzione del saggio di Malcom Archibald sulla figura dell’atamansha (comandante militare) Marusya Nikiforova nel periodo della Rivoluzione Russa, oltre che curatore di Anarkismo.net  per l’Italia e e dell’Ufficio Studi di Alternativa Libertaria.
Nel 2012 partecipa all’incontro anarchico internazionale di St.Imier nel suo 140° anniversario, in cui rappresenta la FdCA nella terza conferenza europea e nella prima conferenza intercontinentale della rete Anarkismo.

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)