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martedì 9 maggio 2017

E ora, Zimbabwe? Al di là del carismatico "buon" pastore.

Gli ultimi 4 mesi nello Zimbabwe possono essere sicuramente caratterizzati come un risveglio della classe lavoratrice, dato che migliaia di cittadini sono scesi in strada, rispondendo all'appello del pastore Evan Mawarire: “hatichatya” – noi non abbiamo paura. Il movimento #Thisflag è seguito subito dopo. Si tratta certamente di un momento storico per lo Zimbabwe; un periodo di crescenti sofferenze per il mondo del lavoro, mentre il paese entra (auspicabilmente) in un processo di rinascita per un nuovo e migliore Zimbabwe.

Ma prima di poter solo parlare di uno  Zimbabwe libero e di come realizzarlo, occorre dotarsi di una chiara e coerente analisi di classe del clima sociale e politico dello  Zimbabwe. Capire chi stiamo combattendo. Lo Zimbabwe ha senza dubbio bisogno di liberarsi dell'uomo di 92 anni che ritiene che il palazzo del governo sia la sua tomba. Ma nello stesso istante, dobbiamo liberarlo anche dell'oppressivo sistema statale. Sostituire un feroce capitalista e manager di stato con un altro non costituirebbe in nessun modo un progresso.


 

 

E ora, Zimbabwe? Al di là del carismatico "buon" pastore.

by Leroy Maisiri (ZACF)

I fatti recenti

Dopo 36 anni di indipendenza, il popolo dello  Zimbabwe è tornato di nuovo a scandire canti di libertà per una vera e reale emancipazione. La classe lavoratrice dello Zimbabwe sta pagando per una crisi economica di cui non ha colpa, perchè dovuta più che altro ad una crisi strutturale del sistema capitalistico globale (in gran parte di Stato) in un diabolico connubio con la dittatura di Mugabe. Negli ultimi 4 mesi, il paese ha visto come protesta dopo protesta la gente comune è scesa in strada a migliaia, noncurante della mano repressiva dello Stato (nella forma della polizia militarizzata). Al centro del movimento di protesta c'è una grave crisi economica che risale al 2008, il picco di una severa siccità con conseguente crisi dei rifornimenti di acqua, elettricità e generi di prima necessità. Quest'anno, il paese si è trovato paralizzato da una crisi di liquidità, a causa della grave penuria di dollari USA in tutto il paese.
Gli ultimi 4 mesi possono essere sicuramente caratterizzati come un risveglio della classe lavoratrice, dato che migliaia di cittadini sono scesi in strada, rispondendo all'appello del pastore Evan Mawarire:"hatichatya" - noi non abbiamo paura. Il movimento #Thisflag è seguito subito dopo. Si tratta certamente di un momento storico per il paese; un periodo di crescenti sofferenze per il mondo dellavoro, mentre il paese entra (si spera) in un processo di rinascita per un nuovo e migliore Zimbabwe
Evan Mawarire, un pastore della chiesa battista, è nei fatti l'architetto del movimento ed ha scelto in tutta questa fase di restare "apolitico".  Molti lo hanno descritto come il Martin Luther King Jr. dello Zimbabwe, che ha anche evitato di fare politica di partito mentre ha puntato sull'attivismo di base. Ha involontariamente dato inizio al movimento del Maggio 2016 con la pubblicazione di un video online in cui ha espresso la sua frustrazione per la crisi socio-economica e politica del paese. Il video conteneva un forte messaggio poetico che riflette le frustrazioni del paese e dei 16 milioni di cittadini dello Zimbabwe - e che in qualche modo assomigliava ai cahiers francesi [l'elenco di lamentele che riflettevano i pensieri della popolazione francese alla vigilia della rivoluzione francese]. Da allora, il movimento è cresciuto ed ha rotto il silenzio che circondava la status quo. Non a caso, lo Stato ha portato il Pastore Evan in tribunale, inizialmente per "incitamento alla violenza pubblica". Poco prima dell'udienza, tuttavia, l'accusa ha aggiunto un'ulteriore e più grave capo di imputazione: "tentato rovesciamento del governo costituzionalmente eletto". È stato riferito che ben più di duemila cittadini stavano al di fuori del tribunale in attesa dei risultati dell'audizione, pregando e cantando per il suo rilascio. E 'stato trovato non colpevole, ma ha apertamente espresso il timore che la sua vita era in pericolo, e che era sotto continue minacce, con persone non identificate che si presentavano perfino a casa sua e negli uffici. Non molto tempo dopo, è partito per il Sudafrica per fare un paio di conferenze in diverse università mentre si preparava per ottenere asilo politico per sé e la sua famiglia negli Stati Uniti.

E ora?

Prima di poter solo parlare di uno  Zimbabwe libero e di come realizzarlo, occorre prima dotarsi di una chiara e coerente analisi di classe del clima sociale e politico dello  Zimbabwe.  E per far ciò occorre dipingere la più vivida delle immagini, quella di un sistema di classe strettamente integrato con uno stato predatore. Non è un segreto che a partire dal primo giorno di indipendenza, lo Stato si è preoccupato di estrarre ricchezza dai suoi cittadini appartenenti alla classe operaia. Attraverso lo sfruttamento violento, attraverso la corruzione che non conosce limiti, il paese e la sua gente sono stati trasformati in prede senza protezione per un potere ed un governo affamati di ricchezza.

L'ex-marxista ed ora nazionalista governo dello Zanu-PF ha implementato nel periodo 1991- 1995 programmi di aggiustamento strutturale dello Zimbabwe subito dopo aver raggiunto l'indipendenza. Armati di neoliberismo, hanno dato luogo rapidamente alla decadenza del paese, mettendolo in ginocchio durante la crisi del 2008. Da allora, il nostro popolo si è ridotto allo stato di abitanti - residenti stranieri nelle proprie case. Con l'erosione delle norme e dei valori sociali, con la mancanza di uno scopo, tutto il paese si trova ora in uno stato di anomia, un paese senza regole paralizzato da instabilità, che deve provvedere a se stesso contro l'alleanza tra lo stato predatore e la sua coorte di proprietari capitalisti.
Questa  elite al governo - un'alleanza di dirigenti statali e capitalisti - ha mandato la classe operaia al macello in massa. Il colpo più recente alla classe operaia, poi diventato legge, è stato la sentenza della Corte Suprema del 16 luglio 2015 che ha dato ai datori di lavoro il diritto di risolvere i contratti dei lavoratori, senza dover offrire pacchetti di indennità. In meno di tre settimane da quella sentenza, un numero impressionante di 20-25000 lavoratori sono stati licenziati, e questo numero è cresciuto di migliaia da allora.
E' allora nostro compito più prudente quello di armarci di una concettualizzazione olistica dello stato e della classe. L'approccio anarchico spiega come lo Stato stesso è un fertilizzante del sistema di classe, creando e dando spazio al dominio da parte di una minoranza.
Avere coscienza di ciò è già metà della battaglia. Capire chi stiamo combattendo è essenziale. Lo Zimbabwe senza dubbio ha bisogno di liberarsi di un uomo di 92 anni, un vecchio che pensa che il palazzo del governo è  il suo cimitero. Ma nello stesso istante, dobbiamo liberarci del tutto dal sistema di oppressione del governo. Scambiare un manager di stato e feroce dirigente capitalista con un altro non costituirebbe affatto un progresso.
La classe dirigente dello Stato ha bisogno di accumulare capitali per essere in grado di mantenere in armi i suoi militari e far crescere il proprio potere coercitivo (cosa recentemente oggetto di una interessante e bollente contestazione dato che lo Stato si trovò non in grado di pagare i militari.) Il nostro sistema attuale - del capitalismo e dello stato - consente questo matrimonio diabolico di denaro e potere, consentendo che siano concentrati nelle mani di pochi. Come ci mostra l'anarchismo, lo Stato è un apparato altamente centralizzato del potere, che monopolizza le forze di coercizione e di amministrazione. Il tentativo di utilizzare questa macchina di potere per i nostri fini, consegnandola ad un'altra piccola élite in grado di operare, significa - in ultima analisi- ricreare un altro feroce Zimbabwe capitalista. In altre parole, la critica va al di là di Mugabe o Zanu-PF. La critica denuncia tutte le strutture intrinsecamente oppressive che esistono nella società, alimentate per quello che sono, dalla reale natura dello Stato stesso.
L'emergere e il fiorire del movimento #Thisflag, e della sua fonte di ispirazione - il Pastore Evan Mawarire - è l'inizio di un nuovo capitolo di speranza in questa lunga storia di lotte; un passo importante e sacrosanto se iniziamo lentamente a modellarci noi stessi una via d'uscita. Il movimento #Thisflag è diventato il fattore che unisce all'interno la classe operaia dello Zimbabwe, che unisce gli interessi dei disoccupati di lunga durata con i laureati disoccupati e col resto della popolazione. Il movimento ha fatto molto di più che offrire semplicemente l'ispirazione: ha acceso una notevole quantità di speranza come combustibile per la lotta. Questo è il passo essenziale verso la riconfigurazione futura dello Zimbabwe di oggi: la costruzione di pilastri come il movimento #ThisFlag che si distinguono come strutture di contro-potere che possono essere utilizzate per contrastare e sostituire lo stato e il capitalismo.

Un appello!

Questo movimento potrebbe certamente rappresentare i semi incontaminati di una nuova società; una società fondata sulla solidarietà, l'uguaglianza, la democrazia di base, priva di ogni forma di oppressione. Il movimento rappresenta inconsciamente la consapevolezza anarchica che l'unico modo per rovesciare un regime assetato di sangue come quello che esiste nel paese oggi è attraverso la lotta dal basso. Da qui l'invito, quindi, ad una critica più consapevole, per lo sviluppo di questa coscienza già esistente di come lottare, piuttosto che costruire il movimento intorno a una sola persona.

Esorto i miei concittadini dello Zimbabwe, a evitare la "sindrome di Mosè": si tratta di una trappola. Nessun movimento veramente di successo della classe operaia può essere costruito intorno a un individuo. Mosè stesso alla fine non è entrato nella terra promessa. Noi dello Zimbabwe, dobbiamo diventare i nostri sorveglianti, vigilando che l'attuale stato di predatori non venga semplicemente sostituito da un altro regime opportunistico, portando con sé le stesse forme di oppressione che stiamo combattendo. In secondo luogo, dobbiamo avere una chiara coscienza che, andando avanti, la direzione che il movimento ha assunto è quella  di agire collettivamente, e che solo collettivamente possiamo smantellare questo sistema. Il movimento #Thisflag deve perdere molto rapidamente la sua dipendenza dalla parola di un uomo, e iniziare insieme a ricostruire una sinistra credibile, con una politica di sinistra e di massa quale discorso,  movimento e alternativa per il popolo.
Avendo brevemente incontrato il 'buon pastore' durante la recente conferenza alla Rhodes University, è apparso chiaro che egli vede il suo ruolo come quello di semplice creatore della scintilla, ma che andando avanti sarebbe toccato al cittadino comune  andare oltre la retorica e sviluppare una coscienza politica più profonda. Questo tipo di consapevolezza dovrebbe includere una valutazione del fatto che lo stato dello Zimbabwe, come tutti gli stati, abusa - e sempre abuserà - dei mezzi di coercizione. Da nessuna parte ciò è più evidente che in Zimbabwe, dove la polizia militarizzata va in giro a bastonare qualsiasi cosa si muova o respiri (o, in particolare, lotti contro l'ingiustizia). Lo dimostra brutalmente anche le migliaia di manifestanti che sono detenuti nelle carceri senza un giusto processo. In combinazione con questo potere coercitivo, lo stato usurpa i mezzi di amministrazione (che abbiamo anche palesemente visto all'opera nella più recente sentenza della Corte Suprema). In prima linea, dobbiamo armarci non solo con la bandiera (magari, la bandiera nera dell'anarchia!), ma con una chiara comprensione di come funziona il sistema di classe in Zimbabwe, e una chiara comprensione che è solo attraverso movimenti di massa dal basso che si avrà anche la possibilità di creare un cambiamento efficace.
Questo è un appello per il movimento #Thisflag: perchè inceppi il sistema in modo continuo, senza sosta e completamente, e guidi se stesso, per se stesso, e di per sé come un movimento di tutte le persone oppresse nello Zimbabwe.

Leroy Maisiri - Zabalaza Anarchist Communist Front
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


1937 – 2017: A OTTANTA ANNI DAI BOMBARDAMENTI DI DURANGO E GERNIKA

Sono passato ormai ottanta anni dal bombardamento di Gernika, universalmente noto, opera dell'aviazione nazista tedesca.
Meno noti (o meglio: elegantemente rimossi) analoghi devastanti bombardamenti sulla popolazione civile operati dall'aviazione fascista italiana durante la Guerra civile spagnola. Per non dimenticare.

Gianni Sartori














Come ogni anno nel giorno di Pasqua migliaia di baschi parteciperanno all’Aberri Eguna
(Giorno della Patria Basca) inalberando striscioni e ikurrinas (bandiere basche). Risale al
1964 la prima celebrazione dell’Aberri Eguna in Hegoalde (Paese basco sotto
amministrazione spagnola) durante la dittatura franchista. Non casualmente si svolse a
Gernika, la cittadina bombardata nell'aprile 1937, 80 anni fa. Mentre è ormai
universalmente conosciuta la responsabilità dell'aviazione nazista, è meno noto che al
mitragliamento partecipò anche l'aviazione italiana con i Savoia-Marchetti. Quasi
sconosciuto poi il ruolo italiano nel bombardamento, propedeutico a quello di Gernika, di
Durango (cittadina di Bizkaia) del 31 marzo 1937.
E' di questi giorni la notizia che la Agrupacion Cultural Gerediaga ha sporto querela per crimini di guerra nei confronti dei piloti e degli equipaggi, finalmente identificati (44 su 45) con nome e cognome, responsabili dell'attacco condotto con tre bombardieri italiani contro Durango. Attacco che causò la morte di 336 persone. Inizialmente i bombardieri erano quattro, ma uno fu costretto a rientrare alla base di Soria per avaria. Ogni aereo portava un carico di 20 bombe da 50 chili l'una e altre 4 bombe incendiarie di 20 chili. Una decina di aerei caccia erano incaricati di scortarli e tra un bombardamento e l'altro si dedicarono al mitragliamento della popolazione civile.
Alla richiesta di una condanna, per quanto tardiva, si è associata anche l'Ayuntamiento di Durango. La sindachessa di Durango, Aitziber Irigoras, si augura che “con tutte queste informazioni raccolte sia possibile che la nostra denuncia venga accolta”.
Una curiosità. Aitziber Irigoras ha riferito che sono stati scoperti anche gli pseudonimi adottati dai piloti, in quanto ufficialmente l'Italia non partecipava alla Guerra civile tra i fascisti di Franco e i Repubblicani.
All'identificazione dei responsabili si è giunti dopo una approfondita ricerca d'archivio ( (sia nell'Archivo General e Historico del Aire di Madrid, sia nell'Archivio dello Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare Italiana di Roma). Dalle ricerche è emerso che l'Italia partecipò alla Guerra civile spagnola con 70 aerei dell'Aviazione legionaria, mentre la Germania nazista fornì 80 aerei della Legione Condor. Durango non era un obiettivo militare e l'unico scopo era quello di colpire e terrorizzare la popolazione civile. Molte delle vittime stavano assistendo alla prima messa del mattino e non ebbero scampo. L'attacco si svolse in tre fasi successive, il primo alle otto del mattino, i due successivi nel pomeriggio. Analogamente a quanto avvenne nei Paesi baschi, molti obiettivi civili vennero colpiti dall’aviazione al servizio dei franchisti anche in Catalunya. Oltre a Granollers (da allora conosciuta come la “piccola Gernika), aerei fascisti italiani bombardarono ripetutamente la Rosa de foc (Barcellona) provocando più di tremila morti tra i civili. Anche Barcellona come Durango aveva sporto querela contro l'Aviazione italiana per questi crimini di guerra. Crimini su cui la nostra opinione pubblica ha sempre steso il velo, poco pietoso, del solito luogo comune degli “Italiani, brava gente”.

GERNIKA, SIMBOLO DELL'INDIPENDENZA BASCA

Grazie anche alla nota opera del pittore Picasso, è invece relativamente nota la data del 26 aprile 1937.*

Quel giorno l’aviazione nazista, alleata di Franco, radeva al suolo la città di Gernika,
depositaria dei Fueros tradizionali e simbolo dell’indipendenza. Ricordo che Gernika e Durango non furono le uniche località basche a subire i bombardamenti dei golpisti del 18 luglio 1936. Anche Elgueta venne devastata dall'aviazione di Mussolini.
Gli aerei italiani (Savoia-Marchetti) si resero responsabili del mitragliamento sulla piazza del mercato di Gernika. Poi intervennero Junker e Heinkel per uno dei primi bombardamenti a tappetto su un obiettivo civile della Storia. Come ricorderà Goering al processo di Norimberga “raccomandai al Fuhrer di appoggiare Franco in ogni modo per avere la possibilità di provare la mia giovane Luftwaffe dal punto di vista tecnico”. Fu un vero e proprio esperimento, la prova generale per la Seconda Guerra Mondiale. I rapporti tra il generale Franco e lo stato maggiore nazista (come del resto i rapporti tra i monarchici spagnoli e i fascisti italiani) risalivano a prima del 18 luglio 1936, consolidandosi ulteriormente al momento della ribellione contro il legittimo governo repubblicano. Già il 22 luglio il capitano Francisco Arranz partì con una lettera personale di Franco per Hitler, in compagnia dell’esponente nazista Adolfo Langenheim, e dell’industriale tedesco Johannes Berhardi (dirigente della sezione economica dell’Ufficio Affari Esteri, Auslandorganisation). Giunsero a Berlino il 25 luglio e, grazie all’appoggio dell’ammiraglio Canaris, le loro richieste vennero accolte, nonostante l’indecisione del ministro degli Esteri Neurath.
Più ancora di quello di Canaris, risultò decisivo l’appoggio di Herman Goering, capo della Luftwaffe. Le popolazioni insorte della penisola iberica diventarono agli occhi dei gerarchi nazisti le indispensabili cavie per i loro piani di riarmo. Non fu quindi un caso che a essere bombardate in modo così indiscriminato siano state soprattutto città basche e catalane. Una conferma che Euskal Herria e Paisos Catalans venivano considerati da Franco e dalle oligarchie spagnole alla stregua di colonie interne. Al ministero della guerra tedesco venne creata una sezione speciale (COS “V”) per reclutare uomini ufficialmente volontari e per inviare materiale bellico in Spagna. Il primo invio consistette in trenta aerei da trasporto Junker. Seguirono truppe specializzate, aerei, carri armati. In cambio, oltre agli esperimenti che interessavano a Goering, gli industriali tedeschi (tra cui Willi Messerschmidt) ottenero precise garanzie economiche. Il 6 novembre 1936, per ordine di Hitler, venne costituito a Siviglia la Legione Condor, al comando del generale Von Sperre. Si trattava di 6500 uomini, appoggiati da aerei da caccia, da bombardieri e da compagnie corazzate. Successivamente entrò a far parte della Condor anche il gruppo Mare del Nord che operava a bordo di due corazzate. La Condor si distinse per i suoi interventi spietati sia al fronte che nelle retrovie, in operazioni dette di “limpieza” (pulizia), una tecnica qui sperimentata e destinata ai noti successivi sviluppi nell’Europa occupata dai nazisti.
Il ruolo maggiore lo svolse l’aviazione, ottemperando in pieno all’obiettivo fissato da Goering: addestrare i piloti e testare l’efficienza degli aeroplani. Le missioni svolte sulla penisola iberica costituirono l’anticipo di tutti quei bombardamenti indiscriminati che pochi anni dopo avrebbero distrutto tante città europee. All’epoca mitragliare e bombardare città indifese (ancora sprovviste di contraerea) e popolazioni civili inermi comportava ben pochi rischi. Guernika (Gernika in lingua basca), cittadina a dieci chilometri dal mare e a trenta da Bilbao, non aveva più di sette-ottomila abitanti (oggi poco più che raddoppiati), costituiva un piccolo centro apparentemente insignificante. Eppure questa città, da secoli, è il simbolo delle tradizioni basche, puntigliosamente difese all’epoca delle guerre carliste. Già nel medioevo, sotto il suo famoso rovere millenario, si riunivano i rappresentanti dei diversi paesi per decidere le sorti politiche della nazione basca e perfino i re spagnoli qui avevano dovuto giurare di rispettare leggi e consuetudini locali, i Fueros. Da questo punto di vista, il bombardamento acquistava tutte le caratteristiche di una rappresaglia contro quelle che i franchisti chiamarono le “province ribelli” (Bizkaia, Gipuzkoa, Araba). Lunedì 26 aprile 1937 alle quattro e mezzo del pomeriggio, giorno di mercato, le campane suonarono annunciando l’arrivo di uno stormo di aerei. Gli Heinkel 111 apparvero alle cinque meno venti, bombardando e mitragliando sulle strade. E secondo lo storico Claudio Venza (Università di Trieste) al mitragliamento presero parte anche aerei italiani. Di seguito altri aerei, Junker 52. La popolazione che cercava di mettersi in salvo nei campi e nei boschi venne ulteriormente mitragliata. Fino alle otto meno un quarto, ogni venti minuti si succedettero ondate di aerei che scaricavano anche bombe superiori ai cinque quintali. La città risultò completamente devastata e incendiata. Per lo storico HughTomas quel giorno morirono 1654 persone e 889 rimasero gravemente ferite. Cifre inferiori riportate da altri fonti si riferivano ai solo abitanti di Gernika, senza aver calcolato che molte delle vittime provenivano dalle località vicine.
Miracolosamente, il palazzo sede del parlamento basco e la Quercia restarono illesi. Tali avvenimenti vennero confermati da tutti i testimoni oculari, sindaco compreso, dal governo basco e da tutte le formazioni politiche repubblicane. Vennero raccontate nei dettagli dai corrispondenti del Times, del Daily Telegraph, della Reuter, di Star, di France Soir e del Daily Express che visitarono immediatamente il luogo (molti la sera stessa) e raccolsero frammenti di bombe di fabbricazione tedesca. La propaganda fascista ha poi sostenuto per anni che a distrugger Gernika sarebbero stati gli stessi baschi per screditare Franco. Fino a qualche anno fa (il celebre quadro di Picasso era già stato trasferito in Spagna dal Moma newyorchese) la vera storia di Gernika era ancora ignorata da molti spagnoli. In molti libri di Storia (come in quelli di Manuel Aznar, storico ufficiale del regime e amico personale di Franco) si sosteneva che se non erano stati proprio i baschi, in alternativa, i responsabili andavano individuati in un battaglione di minatori repubblicani delle Asturie. Nel 1987 alle cerimonie per il cinquantenario avevano preso parte anche due deputati tedeschi, i Verdi Petra Kelly e Gert Bastian, destinati a morire pochi mesi dopo in circostanze misteriose**. La loro presenza esprimeva sia una volontà di riconciliazione, sia l’ammissione della colpa da parte dei tedeschi. Attualmente Gernika è gemellata con la città tedesca di Pforzeim il cui centro storico venne distrutto per l’80% dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.
Gianni Sartori

*nota 1: Altra data ricordata dal popolo basco è quella della caduta di Irunea (Pamplona) il 21 luglio.
Nel febbraio 1512 con una bolla pontificia di Giulio II venivano scomunicati i “Baschi cantabrici” (peraltro cattolicissimi) e cancellati i diritti di Caterina de Foix e Juan de Albret, legittimi sovrani della Navarra. Premessa indispensabile per l’invasione da parte delle truppe spagnole. Dopo un lungo assedio, Irunea capitolerà il 21 luglio 1512. Il cardinale Cisneros che dal 1499 aveva condotto una campagna di conversioni forzate a Granada, venne incaricato di reprimere e uniformare ogni possibile dissenso, sia religioso che politico. L’Inquisizione ebbe mano libera e procedette all’eliminazione fisica, oltre che di eretici, presunte streghe e minoranze etnico-religiose, di tutti quei nobili ed esponenti delle élites intellettuali che non intendevano sottomettersi al nuovo ordine. Non era un caso che una delle formazione della sinistra indipendentista, sorte dopo l’illegalizzazione di Herri Batasuna prima e di Batasuna poi, si fosse data il nome di Amaiur, la fortificazione dove i nobili di Navarra si riunirono per l’estrema resistenza e ultimo caposaldo a cadere in mano all’esercito castigliano.
Invece il 27 settembre si celebra il Gudari Eguna (“Giorno del combattente basco”) in memoria del Txiki e di Otaegi, due etarras fucilati nel 1975 dal regime franchista già agonizzante.

** nota 2: Anche Dulcie Septembre, rappresentante dell’ANC in Francia, venne assassinata dai servizi segreti sudafricani dopo aver partecipato ad una manifestazione indetta da Herri Batasuna a Gernika.





domenica 30 aprile 2017

primo maggio anarchico a Piove di Sacco (PD)


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1 MAGGIO 2017, PER UNA TRASFORMAZIONE AUTOGESTIONARIA DELLA VITA SOCIALE

Quando, l’1 Maggio 1886, la Federazione dei Lavoratori di USA e Canada proclamò lo sciopero generale per le 8 ore di lavoro, la prima reazione delle/gli anarchici di Chicago fu quella di giudicare lo sciopero generale come insufficiente. Ma si resero successivamente conto della necessità di sostenere lo sciopero, in quanto furono capaci di vedere nella lotta per le otto ore non solo una semplice riforma, ma una profonda discontinuità col sistema capitalistico.
Gli slogan che si riferivano a 8 ore di lavoro, 8 ore per il riposo e 8 ore di tempo libero, coinvolgevano in quest’ottica il bisogno di coloro che lottano per farsi carico della propria vita, di scegliere qual è il senso del tempo, il senso del lavoro e della vita sociale in generale. Per questo nella campagna dei primi mesi del 1886, furono gli anarchici che pronunciarono i più ardenti discorsi contro l’ordine costituito e per la costruzione di una società di uguali, davanti a migliaia di scioperanti che si erano mobilitati negli Stati Uniti.
La feroce repressione e la persecuzione da parte dello Stato cadde su proprio su coloro che si erano mobilitati in quei giorni lasciando diversi morti e imprigionando quelli che in seguito divennero noti come i martiri di Chicago.
In oltre 130 anni di dominio da quel 1 Maggio 1886, il capitalismo ha raggiunto una globalizzazione senza precedenti. Ha esteso la sua politica neoliberista su gran parte del pianeta. Le sue organizzazioni internazionali agiscono con coerenza travolgente a beneficio di un piccolo gruppo di potenti, e per la frammentazione di ogni forma di resistenza. Distruggono il mondo del lavoro, i legami di solidarietà, la vita sociale, incrementano lo sfruttamento e peggiorano le condizioni di lavoro, creano enormi masse di povertà e di indigenza in tutto il mondo, reprimono le lotte sindacali e disincentivano la creazione di sindacati nei posti di lavoro.
In questa fase di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici perseguitati dalle guerre guerreggiate e dalla devastante ristrutturazione capitalistica in atto da 10 anni, dobbiamo costruire una strategia di rottura con il sistema di dominio. Per fare questo abbiamo bisogno di organizzare, in tutte le sfere della vita sociale una trasformazione radicale. In questo senso la costruzione di una forza capace di autogestione sociale è indispensabile se vogliamo sconfiggere le classi dominanti, per difenderci dai meccanismi economici e dalle istituzioni che ci opprimono con le politiche securitarie nonchè rafforzando le gerarchie sociali di comando e obbedienza.
E’ necessario costruire e partecipare in tutto il mondo a organizzazioni di classe che si oppongono al neoliberismo, che lottano contro la precarizzazione e le forme di distruzione della vita sociale: non bastano improbabili riforme bensì occorre un ribaltamento della prospettiva di vita e di organizzazione sociale in nome della solidarietà, della partecipazione, della soggettività individuale e collettiva che è in costante conflitto con il sistema capitalistico.
Il comunismo anarchico è la prassi storica degli oppressi, che si traduce nella costruzione di un progetto sociale che propone il primato della autogestione a tutti i livelli della vita sociale: questo è il percorso che abbiamo scelto per costruire un mondo senza dominio, per costruire questo orizzonte di libertà e, come i martiri di Chicago, come i tanti compagni e le tante compagne che nella nostra storia hanno dedicato la loro vita a questo, ora spetta a noi trovare il modo di impegnarci e lottare per questa causa.
Qui ed ora.

sabato 29 aprile 2017

VELENI A NORD-EST

UN AMARO AMARCORD TRA I MIASMI INQUINANTI DEL NORD-EST , RICORDI DI UN'EPOCA IN CUI, FORSE, SI POTEVA ANCORA IMPEDIRE LA CATASTROFE AMBIENTALE, STRISCIANTE O DILAGANTE...














SI SCRIVE MITENI, SI LEGGE RIMAR

(Gianni Sartori)

Avvertenza: questo non è, assolutamente, un articolo di informazione sull'inquinamento da PFASS che sta impregnando le acque e i corpi del Veneto. Soltanto un necrologio, un amaro amarcord condito di qualche considerazione su come funziona il capitalismo, quello del nord-est in particolare. Per gli aspetti tecnici potete attingere alle puntuali denunce pubblicate da qualche anno a questa parte su Quaderni Vicentini. In tempi non sospetti, quando invece un noto quotidiano locale ignorava o minimizzava la grave situazione che si andava delineando.
Non è nemmeno un invito a intervenire per rimediare. Da tempo ho la convinzione che cercare di fermare il degrado ambientale sia quasi impossibile. Nel Veneto senza “quasi”. Qui la catastrofe è ormai completa, per quanto subdola e inavvertita. Il territorio veneto e ancor più quello vicentino (un'autentica “poltiglia urbana diffusa” da manuale) hanno raggiunto livelli di contaminazione e cementificazione tali che soltanto un'apocalisse di ampia portata potrebbe, forse, porvi rimedio. Ripristinando in parte quell'ordine naturale che oggi come oggi appare irrimediabilmente stravolto.

Prendiamo atto comunque che se pur molto tardivamente, la questione PFASS ha assunto rilevanza non solo locale ma anche regionale (vedi la richiesta di analizzare l'acqua “potabile” nelle scuole in provincia di Rovigo). Ma per quanto riguarda la “sfilata degli ipocriti” (i sindaci vicentini che hanno manifestato a Lonigo contro l'inquinamento da PFASS) direi che si commenta da sola. Dov'erano le istituzioni in tutti questi decenni (almeno 4, dagli anni settanta) mentre la RIMAR prima e la MITENI (cambia il nome, ma l'azienda fisicamente è sempre la stessa) poi versavano schifezze direttamente nelle nostre acque e indirettamente nel nostro sangue?
Solo una facile “profezia”. E' probabile che tra una decina d'anni altri sindaci sfileranno nel Basso Vicentino (magari, azzardo, in quel di Albettone, uno dei tratti più riempiti da scarti di fonderia e altre schifezze) per esprimere una tardiva e altrettanto ipocrita indignazione per l'inquinamento prodotto dai rifiuti tossici (metalli pesanti) ammucchiati a tonnellate sotto la A31.
Non dovendo preoccuparmi di fornire numeri e dati sull'inquinamento prodotto dalla exRimar, ora Miteni (ampiamente disponibili in rete), attingo a qualche ricordo personale*riesumando speranze e delusioni di quando, ormai 40 anni fa, forse si sarebbe ancora potuto arginare la marea tossica non più strisciante, ma ora dilagante.

Un accenno soltanto all'apprezzabile richiesta (per quanto simbolica e fuori tempo massimo, a mio avviso) avanzata da qualche oppositore di “parametri certi sulla soglia di inquinanti presenti nelle acque con cui si abbeverano gli animali e si irrigano i campi, così come è doveroso da parte del Governo dare una risposta immediata per fare fronte alla crisi che per ovvie ragioni rischia di precipitare su chi lavora di agricoltura, soprattutto considerando il fatto che l’inquinamento da Pfass ha contaminato anche la catena alimentare, come risulta da una serie di prime analisi effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità in alcune zone del Veneto. Sia sul siero umano che su alcuni alimenti come uova e pesci emerge infatti la presenza di contaminazione, come abbiamo sottolineato in una risoluzione indirizzata al Governo a dicembre.”

Una presa di posizione modesta, scontata, ma sempre meglio che niente.
D'altra parte: l'avete voluto il capitalismo? E allora godetevelo, cazzo!

AMARCORD
Metà anni settanta. Qualche anno prima avevo (coerentemente o sconsideratamente...non l'ho ancora capito) rinunciato al posto statale da insegnante elementare, pur avendo vinto il concorso. La scelta (comunque sofferta per un giovane proletario figlio di proletari, con scarse alternative) veniva dopo aver scoperto che l'assunzione comportava un giuramento (allo Stato delle stragi? Mai!). Ero quindi tornato allo scaricamento e stivaggio di camion alla Domenichelli, in notturna, alternando con saltuari lavori da operaio (tra le altre, la Veneta-Piombo di Alte-Ceccato: tutta salute!).
Finendo poi inchiodato per qualche anno alla fresa, nel “retrobottega” di una microazienda artigiana con orari prolungati.
Fu durante un breve periodo di transizione di circa 20 giorni (transitavo da operaio in una microazienda a commesso in una libreria) che tornai a scaricare con una delle due o tre famigerate “cooperative” **di facchinaggio esistenti in città. Questo mi consentiva, paradossalmente, di staccare dal lavoro in orari decenti (tra le cinque e le sei di sera), mentre prima in genere finivo verso le 19,30-20. Una possibilità per frequentare Radio Vicenza, all'epoca gestita da amici e compagni di area libertaria, in particolare Rino Refosco e Rosy. Doveva essere la fine del 1976 , mi pare. Lo deduco dal fatto che quasi ogni sera qualcuno dedicava una canzone (in particolare “Ma chi ha detto che non c'è?” di Manfredi) al compagno Claudio Muraro da poco arrestato (nel 1976) e ancora detenuto a Vicenza, prima di finire nel “circuito dei camosci” delle carceri speciali (a Pianosa, mi pare).
Dalla radio veniva denunciata con ostinazione la recente scoperta che la RIMAR (“Ricerche-Marzotto”) scaricava fetide sostanze nelle acque correnti dell'Alto Vicentino. In particolare quelle della Poscola, un nome a cui ero sentimentalmente legato. Nasceva infatti dall'omonima grotta situata a Priabona, un “aperitivo” prima del Buso della Rana.
Denuncia dopo denuncia, non mancarono velati consigli di “lasciar perdere, non mettersi contro qualcuno troppo grande per voi...”. Se non vere e proprie minacce, quasi.
Tutto qui, per quanto mi riguarda. Tornai quindi ai miei soliti orari e le mie frequentazioni calarono sensibilmente (o forse per scazzi personali e comunque “avevo altro da fare”).

E pensare che in anni non sospetti avevo avuto anche modo di visitarla, la RIMAR intendo. Doveva essere verso la fine del 1967 o l'inizio del 1968, sicuramente prima del 19 aprile e della storica rivolta operaia (a cui, casualmente, mi capitò di assistere, ma ve lo racconto un'altra volta, magari per il 50°) con abbattimento della statua del feudatario locale.
Mi capitava allora di andare qualche pomeriggio a Valdagno in autostop per frequentare la piscina comunale aperta in periodo invernale. Un tardo pomeriggio stavo giusto rientrando a Vicenza quando un macchinone si fermò in risposta al mio pollice levato. Salgo e il signore dopo un po' si presenta. Era uno dei fratelli Marzotto, nientemeno. Evidentemente metteva in pratica i principi paternalistici su cui si fondava la dinastia.
Il clima doveva già aver cominciato a surriscaldarsi (quello sociale, non si parlava ancora dei cambiamenti climatici) perché il borghese che gentilmente si prestava a farmi da autista commentò alcuni recenti episodi di contestazione al consumismo sostenendo (vado a memoria, sono passati 50 anni) che per la “felicità” della gente era indispensabile che tutti potessero godere di auto, frigoriferi e lavatrici. Poi, caso mai, si poteva pensare...non ricordo a cosa, sinceramente.
Dato che non dovevo sembrare molto convinto di questo elogio della merce, mi propose una visita alla sua fabbrica d'avanguardia che sorgeva lungo il percorso. Fu così che mi affidò a un tecnico per una visita guidata della RIMAR. Poco convinto il tecnico, poco convinto anch'io che temevo di non trovare un altro passaggio prima di notte, la visita fu alquanto frettolosa e mi rimase soltanto la sensazione di un leggero bruciore alle mucose respiratorie. Per chi non è del posto, segnalo che la già denominata Rimar oggi si chiama Miteni, dopo aver cambiato due-tre volte nome, consiglio di amministrazione e in parte proprietà.
Tutto qui.Ricordo solo che un'altra volta presi un passaggio dall'altro Marzotto, il fratello in politica nel PLI. Evidentemente ci tenevano a mostrarsi generosi con le masse popolari appiedate.
Ma dopo il 19 aprile le cose cambiarono, evidentemente e non mi capitò più l'onore di un autista chiamato Marzotto. In compenso, nel febbraio 1969 (all'epoca dell'occupazione della fabbrica) tornai a Vicenza con la grandissima compagna, partigiana e giornalista dell'Unità, Tina Merlin (ma questa è un'altra storia).

Gianni Sartori

* nota 1: “Preserva i tuoi ricordi, è tutto quello che ti resta” P. Simon (cito a memoria)

** nota 2 : “famigerate” perché, come scoprii a mie spese, oltre a praticare una forma mascherata di caporalato, non versavano mai alcun contributo, nonostante richiedessero la consegna del libretto di lavoro. Perché? In caso di incidente potevano sempre dire di averti assunto proprio quel giorno e di non aver ancora compilato le “carte”.
Una nota polemica anche per alcuni “compagni”. Ricordo benissimo che per gli amici di Potere Operaio la mia scelta era stata classificata da “lumpenproletariat”. Detto da loro, di estrazione medio e piccolo-borghese pareva un complimento. Questo nella prima metà degli anni settanta. Dopo, nella seconda metà dei settanta, quando erano già diventati quelli di AutOp, le cose cambiarono con la scoperta dell'”operaio sociale”. Addirittura a Scienze Politiche di Padova si organizzarono corsi e seminari sulle cooperative di facchinaggio. Ma non ne ricordo uno che fosse uno di costoro (devo far nomi?) che sia venuto una sola volta a scaricare camion. Avevo invece condiviso spesso tali attività ricreative con il già citato compagno anarchico Claudio Muraro (fratello della filosofa Luisa Muraro, quella dell'Erba Voglio e della Signora del gioco) sia alla Domenichelli che alla Olimpico-traslochi. 

 RIPRESO da http://www.anarkismo.net/article/30209

APPARSO anche su  http://www.ilpopoloveneto.it/rubriche/finis-terrae/2017/04/27/38191-si-scrive-miteni-si-legge-rimar

venerdì 28 aprile 2017

Brexit dura o mite? Il caso dell’Irlanda
















Sabato 29 aprile, si riunirà il Consiglio Europeo straordinario a 27 membri (art.50) per discutere gli orientamenti per i negoziati sulla Brexit.
Inizia un travagliato percorso che potrebbe avere serie ripercussioni non solo sul Regno Unito, ma anche su altri paesi ad esso fortemente correlati da interessi economici.
Uno di questi è sicuramente l’Irlanda.
La strategia del burro

Nel 1962, Tony O’Reilly, presidente della Camera del Commercio irlandese ebbe un’idea che avrebbe trasformato l’economia irlandese.
Quella di creare un marchio per il burro irlandese con cui invadere il mercato britannico.
Venne così creato il marchio Kerry-gold ed il burro veniva venduto in piccoli panetti, confezionati in modo tale da poter essere ispezionati dai consumatori per accertarsi della bontà del prodotto.
Altri prodotti irlandesi da esportazione presero esempio dal burro della Kerry-gold, tanto da  mutare la percezione delle possibilità del mondo degli affari irlandese.
Ruggito e raucedine della Tigre Celtica

Mezzo secolo dopo, l’Irlanda si era trasformata in un hub del commercio globale.
Quasi il 90% delle sue esportazioni è nelle mani di mulitinazionali, di cui la maggior parte sono giganti americani come l’Intel (che produce componenti per i computer) e la Pfizer (che produce farmaci). Per non parlare della Apple e della multa di 13 mld di euro che la UE ha comminato all’Irlanda [che ha fatto ricorso per violazione della “sovranità nazionale”]  per aver concesso un trattamento fiscale privilegiato alla multinazionale americana.
Ma ci sono anche industrie locali, come appunto il Kerry Group.
L’economia irlandese è sostanzialmente fondata sul dualismo tra una componente “moderna” a capitale intensivo, nelle mani dei finanziamenti esteri (USA in primis), ed una componente “tradizionale” basata sulla produzione intensiva -ad alta occupazione- di prodotti alimentari, che ancora insistono sul mercato britannico.
La Brexit potrebbe influenzare in modo del tutto opposto queste due componenti.
Per decenni l’Irlanda si è proposta ai capitali delle multinazionali come il punto d’ingresso di lingua inglese per il mercato unico europeo, potendo offrire condizioni fiscali molto favorevoli.
Ora la Brexit potrebbe rafforzare questo ruolo della ex-Tigre Celtica.
Infatti, l’IDA (Agenzia di Stato per lo Sviluppo irlandese) segnala le preoccupazioni di istituti bancari e  compagnie di assicurazioni  sul fatto che le loro filiali a Londra possano perdere il diritto a vendere servizi finanziari negli altri paesi della UE e stanno quindi considerando un ritiro dall’UK ed un  ritorno in Irlanda, all’ombra di vantaggiose condizioni fiscali.
D’altra parte molte imprese del settore tecnologico hanno scelto l’Irlanda come loro sede centrale.
Ad esempio, Linkedin, sito di una rete a carattere professionale, ha ora uffici che occupano 1500 persone, mentre nel 2010 ne occupava solo…3!
E non mancano le imprese cinesi: la Huawei, che opera nelle telecomunicazioni, ha in Irlanda ben 3 centri.
Naturalmente a scapito dell’industria nazionale irlandese.
I timori per un “cliff-edge”
Quando la Kerrygold decollò negli anni ’60, quasi i 3/4 delle esportazioni di merci irlandesi andava nel Regno Unito.
Ora si parla del 13%, che sale al 17% se si considerano i servizi alle imprese.
Secondo alcuni analisti del Trinity College di Dublino, la quota di export irlandese verso l’UK sarebbe intorno ad 1/4 del totale.
Se nella globale catena di distribuzione di prodotti tecnologici, l’Irlanda costituisce solo una piccola frazione del valore aggiunto alle esportazioni che partono dall’isola verde, è invece alto il valore delle esportazioni di prodotti alimentari verso l’UK.
Metà delle industrie agro-alimentari irlandesi esportano verso il Regno Unito e si troverebbero in grave difficoltà se la Brexit portasse a dazi del 60% sulle importazioni in caso di applicazione
del temuto “cliff-edge” (bordo della scogliera),
che riporterebbe le regole di scambio a quelle stabilite dal WTO (World Trade Organization).
Non solo, l’Irlanda conta sul Regno Unito come terra-di-ponte per il trasporto dei suoi prodotti sul continente, abbattendo così i tremendi costi dei trasporti su gomma.
C’è anche sa dire che un quarto delle importazioni irlandesi proviene dall’UK, soprattutto le catene dei supermercati che sono di proprietà britannica.
Dunque la Brexit potrebbe avere effetti devastanti per l’industria agro-alimentare irlandese, che occupa manodopera irlandese; invece potrebbe avere effetti relativi e persino positivi sugli investimenti dall’estero soprattutto nelle grandi città come Dublino.
Dalla crisi del 2009 ad un nuovo ruolo post-Brexit?

Nel 2009 l’Irlanda era un paese devastato dalla crisi finanziaria: una recessione al -7,5%; un tasso di disoccupazione al 13,8% nel 2009 (12,5% nel marzo 2010); deflazione al 6,5% nello stesso 2009; un aumento del deficit pubblico da 33,6 miliardi di euro a 40,46 miliardi di euro,  contenuto da un rapporto debito-PIL del 63,7%, dato il già livello basso pre-crisi.
In cambio dell’aiuto di 70 mld di euro di UE e FMI nel 2014, lo Stato si era impegnato a tagliare la spesa pubblica per una quota da primato, tra il 15% e il 20% entro il 2014, scaraventando milioni di lavoratori e cittadini che si trovavano nelle fasce più disagiate della società, in una politica di austerità da lacrime e sangue.
L’Irlanda di oggi, con una crescita del PIL del 7,8 % nel 2015  ed una ripresa degli investimenti, punta ad una Brexit mitigata.
Mantiene le precedenti politiche opportunistiche mirate al reperimento di ingenti capitali esteri e ad una forte e rapida crescita in poco tempo, usando al solito la leva fiscale e le facilitazioni bancarie come forte elemento di attrazione.
Del resto Dublino è sempre stata più un complemento della City di Londra, piuttosto che una rivale, tanto da beneficiare dello status di quest’ultima.
Una Brexit mitigata, che lasciasse i dazi attuali per un certo periodo di tempo, darebbe anche il tempo alle imprese agro-alimentari irlandesi di ri-orientare il loro export verso altri mercati europei.
Compito non facile: come nel caso del burro Kerrygold, l’Irlanda dovrebbe nel breve futuro inventarsi un marchio per le sue carni, oppure francesizzare il suo formaggio Cheddar!!


Ufficio Studi Alternativa Libertaria/fdca
(cfr. The Economist, IDA, Trinity College of Dublin, Institute of International and European Affairs, Il Sole24Ore et cetera ….)

martedì 25 aprile 2017

25 aprile 2017: per sempre in lotta - per sempre in resistenza


25 aprile 2017: per sempre in lotta - per sempre in resistenza
Alternativa Libertaria/fdca aderisce, promuove e partecipa alle manifestazioni nelle città in cui è presente
Antifascisti, perché nel ricordo di coloro che morirono sui monti per combattere il regime nazi-fascista, continuiamo la loro lotta oggi.
Antifascisti perché il fascismo si nasconde dietro il capitalismo più sfrenato, nelle barbarie dei morti sul lavoro, nella repressione sistematica di chi lotta per maggiori diritti e per la libertà, nell'omologazione di massa attraverso il consumo estremo e folle che rende ciechi di fronte ai bisogni e svuota le coscienze.
Il fascismo sono le politiche sulla sicurezza, basate su paure false indotte dai mass-media servi del potere e sulla crisi economica reale, che hanno trovato negli immigrati il capro espiatorio di tutti i mali della società.
Il fascismo oggi ha il viso di un imprenditore senza scrupoli, di giovani esaltati che vorrebbero riaprire i campi di sterminio per immigrati, di una telecamera in piazza che controlla ogni passo sospetto, di una discarica abusiva dietro un asilo nido.
Il fascismo è un governo totalitario schiavo del capitale e della chiesa che considera i morti tutti uguali tra fascisti e anti-fascisti, che fa della storia della gente carta straccia.
Il fascismo è l'incubo nascosto nei movimenti populisti, sovranisti e protezionisti che vorrebbero impadronirsi dell'Europa.

Il fascismo si combatte nelle piazze, con l'azione diretta, con la conquista maggiore di nuove libertà, con l'autogestione e con l'organizzazione dal basso.
Il fascismo non si sconfigge tra le poltrone di un governo o di una sala del consiglio comunale ma con l'assaporare il gusto della libertà in ogni attimo della vita.
Alternativa Libertaria/fdca
aprile 2017

martedì 11 aprile 2017

(Bielorussia) Libertà immediata per il nostro compagno Mikola Dziadok!



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Revolución Internacional / World Revolution

Mikola Dziadok è un giovane militante libertario, avvocato e scrittore che vive Bielorussia. Fa parte della alleanza "Revolución Internacional / World Revolution - Прамень 'Pramen'" con cui  collabora traducendo testi e saggi in russo e bielorusso sull'autogoverno, sui processi di comunità e sui movimenti sociali nel mondo. ma anche di storia, scienze sociali e pensiero critico, tematiche che dall'America Latina hanno suscitato l'interesse di molte organizzazioni e molti compagni in Europa.

Insieme a centinaia di persone, è stato arrestato e picchiato brutalmente il 25 marzo in una protesta di massa contro il regime di Aleksandr Lukashenko, "l'ultimo dittatore d'Europa" - che ha trascorso 24 anni al timone di uno Stato corrotto e assassino erede di una tradizione autoritaria post-sovietica. Lo hanno "sequestrato" ed è stato picchiato in un camion della polizia causandogli una commozione cerebrale che ha provocato un trauma clinico, tanto da rendere necessario il ricovero  urgente in ospedale.
Per quattro giorni in ospedale è stato sottoposto ad una continua sorveglianza della polizia, che gli ha impedito di ricevere visite da parenti e compagni. Dopo essere stato dimesso il 29 marzo, è stato immediatamente portato in tribunale presso la Corte Federale di Minsk.
Il suo processo è stato crivellato di irregolarità e assurdità. La corte ha mostrato un documento di polizia in cui si afferma che Mikola è stato arrestato un paio d'ore prima del processo, cioè sulla strada dall'ospedale in tribunale, invalidando i precedenti quattro giorni in cui era stato ricoverato.
La condanna a suo carico è stata di due settimane di carcere (una per aver partecipato a una "manifestazione non autorizzata" e un'altra per "resistenza all'arresto della polizia"), ma si prevede di aumentare il numero di giorni della pena a causa della sua militanza libertaria e della partecipazione a vari movimenti sociali.
Egli è un militante impegnato nell'elaborazione teorica e nell'azione di trasformazione radicale della società. Si è laureato come avvocato nella "Belarusian State University College" lavorando come agente giuridico per una società privata. Nel 2009 entra a far parte della "European Humanities University (Vilnius)" laureandosi in Scienze Politiche e Studi Europei.
Il 3 settembre 2010 venne stato arrestato con la falsa accusa costruita dallo Stato Bielorusso di "aver partecipato ad un attacco contro l'ambasciata russa," a cui è stata aggiunta un paio di giorni dopo l'accusa di "aver violentemente attaccato la sede della Federazione Sindacale". Entrambe le accuse non sono mai state sostenute da prove per dimostrare la sua partecipazione, mentre gran parte del movimento studentesco e della società bielorussa aveva costruito una campagna per la sua liberazione.
Ma, il 27 maggio 2011, venne "riconosciuto colpevole" e condannato a 5 anni di carcere. E' stato scarcerato il 22 agosto del 2015.

Da allora, si è dedicato a scrivere un libro sulla sua esperienza nelle prigioni federali, che ha presentato in varie università del paese facendo conoscere i processi di comunità noti principalmente in America Latina e in Asia.
FERMARE IL TERRORISMO DI STATO CONTRO CHI LOTTA PER L'AUTONOMIA E PER LA RIVOLUZIONE!

SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE COL POPOLO BIELORUSSO IN LOTTA  E CON TUTTI GLI ARRESTATI NELLA GUERRA SOCIALE MONDIALE!

Pubblicato il 9 aprile 2017 su:

http://rupturacolectiva.com/libertad-inmediata-a-nuestr...adok/

(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

mercoledì 5 aprile 2017

LAGER Minniti

Il decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 – recante “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale” prevede l’apertura dei Cie (ex Cpt), rinominati in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio), in tutte le regioni.
CIE, i lager italiani del XXI secolo
Istituiti con l’articolo 12 della legge n.40/1998 e divenuti Cie con il decreto legge n.92/2008 (“Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”), i Centri sono stati da sempre sotto osservazione, contestazione e vigilanza militante per violenze e abusi, fino a essere considerati dei veri e propri lager come il “Regina Pacis” di Lecce, luoghi dove si violano sistematicamente i diritti umani, dove si alimenta il racket degli appalti.
Dopo l’inizio della guerra in Libia (decreto Maroni del 2011), c’era stato un superamento dei Cie con la costituzione dei Cas, e successivamente degli hotspot (centri di identificazione in cui la polizia italiana sarà coadiuvata da funzionari delle agenzie europee Europol, Eurojust, Frontex ed Easo). Strutture contro cui si sono levate denunce per violazioni dei diritti umani, violenze e abusi. A Bologna è prevista la riapertura del Centro di Via Mattei, un luogo da orrori quotidiani, dove le persone vittime della Legge Bossi-Fini venivano private della libertà e della dignità, punite anche con violenze e abusi polizieschi per un reato che non hanno commesso.
La condizione di reclusione senza colpa degli immigrati subisce, nel decreto Minniti, un’ulteriore peggioramento impedendo ai richiedenti asilo di ricorrere in appello – ma solo direttamente in Cassazione – e saranno istituite sezioni specializzate nei tribunali. Una scelta indubbiamente discriminatoria sul piano delle garanzie.
Comportati bene se no ti butto fuori dalla città
Ma, insieme al decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 è in discussione in Parlamento anche un secondo decreto, il numero 14 del 20 febbraio 2017, su “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”. Esso stabilisce, tra le altre norme, che possano essere allontanate per la “tutela ed il decoro di particolari luoghi” persone la cui “colpa” potrebbe essere il non avere una fissa dimora, introducendo una sorta di mini-Daspo urbano, rinforzando i poteri dei sindaci in tema di ordine pubblico. Un provvedimento, che prima ancora di essere convertito in legge, viene già applicato in termini repressivi come nel caso dei fogli di via comminati a decine di manifestanti di Eurostop dopo la manifestazione del 25 marzo, oppure quasi anticipato dal sindaco di Roma, che ha annunciato un nuovo regolamento comunale con divieti e multe per chi rovista nei cassonetti.
La fusione tra i due decreti crea un mix che andrà a colpire poveri e persone ai margini della società, operando una vera e propria criminalizzazione degli ultimi e di chi ne difende i diritti.
E’ necessaria la mobilitazione delle tante associazioni che operano in questo campo, delle organizzazioni sindacali e di tutta l’opposizione sociale e politica a leggi discriminatorie e repressive come queste per arginare una pericolosa sottrazione di diritti insieme ad una repressione per via amministrativa finalizzata alla distruzione delle libertà e delle garanzie ancora vigenti.
Alternativa Libertaria/fdca
6 aprile 2017

No Global?






















Cosa ne è della globalizzazione contro cui abbiamo manifestato e lottato per più di 20 anni?
E quali basi reali ha l’attuale atteggiamento no-global che caratterizza la destra sovranista? Ma anche certa sinistra nazionalista?
Bisogna ficcare il naso nel business internazionale per capirci qualcosa.
1. La sbornia della globalizzazione
Per esempio nel caso della globalizzazione alimentare, sia i detrattori che i sostenitori considerano aziende multinazionali quelle che realizzano oltre il 30% delle loro vendite al di fuori del loro paese/regione, quelle che predano l’ecosistema modificandolo, quelle che dirigono il flusso di merci, servizi e capitali che tengono in vita la globalizzazione.
E sebbene queste multinazionali occupino solo il 2% della forza-lavoro mondiale, esse posseggono o manovrano tutte le supply chains che occupano oltre il 50% della forza-lavoro mondiale; inoltre il valore prodotto è pari al 40% del mercato merci occidentali; infine posseggono la maggior parte delle proprietà intellettuali a livello mondiale.
Ma qualcosa sta succedendo: la Yum che controlla la Kentucky Fried Chicken (pollo fritto) ha registrato nel 2012 un crollo del 20% dei suoi profitti all’estero ed ha gettato la spugna sul mercato cinese, spacchettando il suo business.
L’8 gennaio 2017 la MacDonald ha venduto ad un’azienda di stato cinese la maggioranza delle azioni delle sue aziende.
Se pensiamo alla (immeritata) fortuna che ebbe 25 anni fa il libro di Francis Fukuyama sulla fine della storia e la nascita di una democrazia mondiale in cui il capitalismo avrebbe avuto un ruolo di svolta, non dobbiamo dimenticare che già all’epoca la Shell, la Coca-Cola e Unilever si muovevano a livello globale, seppure come aziende libere con alle spalle un business nazionale.
Ma in questi 25 anni le nuove multinazionali son davvero diventate globali, ossessionate dai dati sui consumatori, sulla produzione, sulla gestione manageriale.
Bisognava globalizzarsi verticalmente, ricollocando la produzione e l’approviggionamento di materie prime, oppure orizzontalmente semplicemente andando a vendere sui nuovi mercati?
Comunque sia è stata un’ondata inarrestabile di acquisizioni di aziende rivali, di campagne pubblicitarie e di apertura di fabbriche dove conveniva.
Ben l’85% degli investimenti globali è stato creato dopo il 1990.
Come dicevano gli attivisti no-global nel 1999 a Seattle: le imprese integrate a livello globale funzionano come un’organizzazione unitaria piuttosto che come una federazione, oltrepasseranno ogni confine nazionale per perseguire l’integrazione della produzione e del valore prodotto a livello mondiale.
Curiosamente all’epoca la Warren Buffett preferì restare un monopolio in casa sua.
Nel 2016 gli investimenti delle imprese globali sono scesi del 10-15% mentre è dal 2007 che vi è una stagnazione sul mercato delle supply chains.
2. Quelli erano giorni sì…
Tre sono stati gli attori in campo nei quasi 25 anni di globalizzazione:
– gli investitori (mercati finanziari, banche, fondi-pensione, hedge-funds, operatori di Borsa, agenzie di transazioni internazionali, camere di compensazione, e tanto altro ancora…);
– i paesi-madre in cui hanno sede le multinazionali;
– i paesi ospiti che hanno ricevuto gli investimenti delle multinazionali;
tutti e tre convinti -per ragioni differenti- che la globalizzazione delle aziende avrebbe portato a risultati finanziari ed economici più alti.
Per gli investitori si trattava di trarre enormi profitti da un’economia di scala.
Mano a mano che la Cina, l’India e l’ex-URSS si aprivano e con la liberalizzazione del mercato europeo, le imprese potevano vendere lo stesso prodotto ad un maggior numero di consumatori.
Con l’integrazione globale le imprese erano in grado di armonizzare i vari segnali provenienti da varie parti del mondo, un gigantesco comprare e vendere contemporaneamente sui diversi mercati che avrebbe dovuto dare efficienza al sistema
Le imprese si sono avvalse delle competenze gestionali, dei capitali, dei marchi e della tecnologia accumulata nella parte ricca del pianeta.
Dai paesi emergenti hanno potuto ottenere forza-lavoro a buon mercato, materie prime ed una legislazione favorevole sull’inquinamento.
Per gli investitori, tutto questo significava che avrebbe reso i profitti più alti e più veloci.
Per i paesi-madre delle grandi multinazionali una spinta costante alla competizione per ottenere benefici domestici.
Nel 2007, alle multinazionali attive negli USA che coprivano il 19% dell’occupazione privata, va imputato il 25% dei salari, il 48% dell’export ed il 74% della ricerca e dello sviluppo. [fonte McKinsey, società internazionale di consulenza)
Ed è stato così per un bel pezzo.
3. C’è chi scende….
Eppure negli ultimi 5 anni le prime 700 multinazionali con sede nei paesi ricchi sono calate del 25% (fonte FTSE), mentre nel mercato domestico i profitti sono saliti del 2%.
Alla debolezza di alcune monete rispetto al dollaro, viene attribuito un peso relativo (1/3) nel calo dei profitti.
Un altro dato per misurare i profitti esteri delle multinazionali proviene dalle statistiche globali delle bilance dei pagamenti [« uno schema contabile che registra le transazioni tra i residenti in un’economia e i non residenti, in un dato periodo di tempo. Una transazione è un’interazione tra due entità istituzionali che avviene per mutuo consenso o per legge e comporta, tipicamente, uno scambio di valori (beni, servizi, diritti, attività finanziarie) o, in alcuni casi, il loro trasferimento senza contropartita.» (Banca d’Italia, Manuale della bilancia dei pagamenti e della posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia, pag. 8)].
Per le imprese che hanno sede in paesi membri dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), i profitti esteri medi sono calati del 17% negli ultimi 5 anni.
Per le imprese statunitensi il calo si è fermato al 12%, grazie al settore hi-tech che tirava. Per le imprese non-americane, il calo è stato del 20%.

4. Il ROE

Un altro indicatore fondamentale per rapportare i profitti ai capitali investiti è il ROE (Return On Equity- indice di redditività del capitale proprio. Esprime, in massima sintesi, i risultati economici dell’azienda).
Non è la prima volta che facciamo ricorso a questo indicatore nelle nostre analisi e sulla nostra stampa.
Ebbene il ROE di quelle famose 700 grandi imprese sarebbe calato in 10 anni dal 18% all’11%.
Per i 3 paesi che hanno le sedi delle più grandi multinazionali (USA, UK, Olanda), il ROE sugli investimenti esteri è calato dal 4 all’8%.
La tendenza è simile per gli altri paesi membri dell’OCSE (fonte da grafico di The Economist: appena sopra il 5% OCSE insieme all’Olanda, mentre UK è sotto il 5% e gli USA sotto il 10%)
Le imprese con sede nei paesi emergenti, che incidono per 1/7 sull’attività globale delle imprese multinazionali, registrano un ROE all’8%.
La cinese Lenovo che aveva comprato la parte commerciale della IBM e parte di Motorola ha subito flop finanziari.
Nel 2012 l’azienda di stato cinese CNOOC aveva acquistato la canadese Nexen, produttrice di petrolio, da cui intende ora ritirarsi.
Come spiegare il deterioramento del ROE nelle multinazionali negli ultimi 5-10 anni?
Un paio di ragioni vanno individuate nel crollo del prezzo delle materie prime e del petrolio (specialmente per le imprese energetiche).
Poi ci sono le banche e le batoste prese dalle imprese che forniscono servizi cruciali per la globalizzazione.
Ad esempio, hanno perso il 50% imprese di trasporto marittimo come la danese Maersk, imprese di transazioni internazionali come la cinese Mitsui, imprese di servizi alla catena di distribuzione per i dettaglianti come la cinese Li&Fung.
Ma il contagio è ovunque: metà delle grandi multinazionali hanno visto negli ultimi 3 anni un calo progressivo del ROE; il 40% di esse non tocca il 10%, e, attenzione: il ROE è utilizzato come indicatore per monitorare la capacità di un’impresa di creare un valore degno di considerazione.
Non se la passano bene nemmeno giganti come la Unilever, la General Electric, la Pepsi-Co e Procter&Gamble, in calo di 1/4 dei loro profitti più alti.
5. C’è chi sale….Chi se la passa bene sono i giganti della tecnologia.
I loro profitti coprono il 46% delle prime 50 multinazionali americane: il 17% in più rispetto a 10 anni fa.
La Apple ha fatturato $46 mld…nel 2016, 5 volte di più della General Electric.
Ma questi dati, come i precedenti, sembrano indicare che non vi è più una spinta espansiva negli investimenti e nei rendimenti.
Le vendite all’estero crescono più lentamente di quelle sui mercati nazionali.
In diversi settori globali (industria, consumi ciclici, finanza, componentistica di base. media&comunicazione,…) il ROE delle imprese locali è in crescita contro il calo delle multinazionali.
6. A chi dare la colpa?
I capitalisti se la prendono con i movimenti valutari, col collasso del Venezuela, con la depressione in UE, con la stretta sulla corruzione in Cina e via dicendo.
In realtà i vantaggi che erano stati creati con una una gigantesca economia di scala e con il poter comprare e vendere contemporaneamente su diversi mercati speculando sui prezzi stanno svanendo.
Le imprese globali sono diventate ardue da gestire a causa delle ingenti spese generali di funzionamento e dell’impatto delle complesse catene di rifornimento sul capitale.
Anche le opportunità offerte dai trattati internazionali sono sempre più logore: aumentano i salari in Cina (dure lotte, ma anche nuova politica a sostegno della domanda interna da parte del PCC), toccato il fondo del barile per i vantaggi fiscali offerti dai paesi ospiti.
7. Casa, dolce casa
Intanto le imprese concentrate sul mercato domestico si fanno vincenti.
In Brasile, due banche locali, la Itau e la Bradesco hanno scalzato grandi banche mondiali; in India, la Vodafone e la multinazionale indiana Bharti Airtel (attiva in 20 paesi) stanno perdendo utenze a vantaggio di Reliance, un’impresa locale.
In USA, le imprese locali del petrolio da scisto sono tornate ad essere competitive rispetto alle grandi majors del petrolio.
In Cina, le imprese locali che producono gnocchi si stanno mangiando il mercato della KFC (la più famosa catena di ristorazione statunitense specializzata in pollo fritto).
Globalmente, la quota dei profitti globali delle multinazionali sarebbe passata negli ultimi 10 anni dal 35% al 30%.
8. Nell’era della crisi finanziaria
Questi anni di crisi cambiano la percezione sulle multinazionali nei paesi-madre: vengono viste come un fattore di iniquità.
Hanno creato posti di lavoro all’estero, ma non in patria, dove cresce la disoccupazione.
Negli USA, tra il 2009 ed il 2013, solo il 5% di nuovi posti di lavoro (400.000) viene creato dalle multinazionali statunitensi.
La crisi ha portato ad uno sfilacciamento dell’ordito di regole costruite per sostenere la globalizzazione: dalla contabilità globale all’antitrust, dal riciclaggio di denaro alle regole sui capitali bancari.
Le acquisizioni di imprese occidentali vengono sottoposte a vincoli dai governi nazionali per salvaguardare i posti di lavoro e gli impianti.
I trattati internazionali come il TPP ed il TTIP sono falliti.
Gli stessi tribunali internazionali istituiti dalle multinazionali per aggirare i tribunali nazionali sono oggi sotto attacco.
9. Protezionismo e paradisi fiscali
Tuttavia la globalizzazione ha ormai radici così profonde che eventuali politiche protezionistiche ricorrendo a dazi sulle importazioni per favorire le imprese nazionali potrebbero non funzionare come al tempo che fu.
Oltre la metà delle esportazioni globali, in termini di valore, oltrepassa un confine almeno due volte prima di giungere ai consumatori, per cui una politica protezionistica risulterebbe dannosa.
Altrimenti si ricorre al fisco ed alle politiche muscolari dei vecchi tempi.
Una multinazionale-tipo dispone di almeno 500 entità legali, frequentemente domiciliate in paradisi fiscali.
Essa negli USA pagherebbe circa il 10% di tasse per i suoi profitti esteri.
La UE sta cercando di andare oltre.
Ha usato la mano pesante con il Lussemburgo che offriva accordi vantaggiosi alle multinazionali per indurle a parcheggiarvi i loro profitti; ha colpito la Apple con una sanzione di $15 mld per aver violato le regole sugli aiuti di Stato facendo profitti in Irlanda, dove si era procurata un accordo fiscale su misura.
Gli USA, da parte loro, hanno impedito alle grandi imprese di ricorrere alla “inversione” legale che consente di spostare la loro base imponibile all’estero: vedi il caso del colosso farmaceutico Pfizer.
Nel Congresso degli Stati Uniti, i repubblicani hanno proposto una revisione del sistema fiscale che permetterebbe alle imprese esportatrici che riportano i loro profitti in patria di godere di agevolazioni fiscali, mentre verrebbero penalizzate le imprese che spostano la produzione all’estero.
Lo scorso 3 gennaio 2017, la Ford ha cancellato la costruzione di una nuova fabbrica in Messico per investire di più in patria.
Il presidente Trump sta facendo pressioni sulla Apple perchè porti in patria la gran parte della sua catena di distribuzione.
Se questa dovesse divenire una tendenza consistente e continua, i costi fiscali ed il costo del lavoro delle imprese globali porterebbero ad una contrazione dei profitti.
E’ stato calcolato che se le multinazionali americane spostassero un quarto dell’occupazione estera in patria, retribuita con i livelli salariali americani, e pagassero le tasse in patria invece che all’estero, ci sarebbe un crollo del 12% dei loro profitti, escluse le spese per eventuali nuove fabbriche in USA.
10. E i paesi ospiti?
Chi sembra essere ancora entusiasta della globalizzazione sarebbero i cosiddetti “paesi ospiti”, che ricevono gli investimenti delle multinazionali in cambio di politiche fiscali, occupazionali ed ambientali favorevoli, ancorchè antiproletarie.
La Cina si dice preoccupata di un ritorno alle economie nazionali; e sì che nel 2010 il 30% della sua produzione industriale ed il 50% delle esportazioni derivava da filiali o da joint-ventures delle multinazionali.
Il Messico ha venduto le sue azioni petrolifere ad imprese estere come la ExxonMobil e la Total.
L’Argentina vuole attirare imprese straniere per uscire dall’ennesima crisi.
L’India ha lanciato la campagna “fallo in India” per attirare le catene di distribuzione multinazionali. Secondo un monitoraggio dell’OCSE sul grado di apertura dei “paesi ospiti”, non vi è stato alcun deterioramento dagli inizi della crisi finanziaria.
Tuttavia ci sono nuvole in arrivo.
La Cina ha operato un giro di vite sulle imprese estere per promuovere “l’innovazione indigena”.
I padroni cinesi vogliono che aumentino i prodotti di provenienza locale e che la proprietà intellettuale resti a livello locale.
Industrie strategiche come internet sono intedette agli investimenti esteri.
Si teme che se l’atteggiamento della Cina diventa contagioso, le imprese multinazionali sarebbero costrette ad investire di più in patria creando posti di lavoro.
Un effetto speculare alle pressioni politiche in atto.
11. Cambiamenti nei paesi ospiti
Il malumore dei paesi ospiti verso le multinazionali è cresciuto.
Il fattore scatenante sembra essere lo spostamento dell’attività delle multinazionali verso i cosiddetti “servizi intangibili” (proprietà intellettuale, tecnologia, finanza, brevetti sui farmaci).
Attualmente è da questi servizi che deriva il 65% dei profitti esteri estratti dalle prime 50 multinazionali americane.
Dieci anni fa era solo il 35%.
Quel 65% tende a crescere, mentre per Europa e Giappone non vi è molto spazio data la mancanza di grandi imprese multinazionali ad alta tecnologia.
In queste condizioni, sembra non esserci alcun “appetito” delle multinazionali a riprodurre in Africa o in India quella diffusione di centri manifatturieri che avevano invece promosso in Cina.
Si crea così un effetto specchio, per cui nemmeno i paesi ospiti sono ora così impazienti di aprirsi alle multinazionali se non ci sono investimenti nella manifattura.
Nel 2000, ogni miliardo di dollari investiti sul mercato mondiale produceva 7000 posti di lavoro e $600 milioni di esportazioni su base annuale.
Oggi, quello stesso miliardo di dollari rappresenta solo 3000 posti di lavoro e solo $300 milioni di esportazioni su base annuale.
Le più recenti stelle della Silicon Valley stanno avendo serie controversie all’estero.
Nel 2016, in Cina, Uber ha venduto ad un operatore locale tutto il suo business, dopo un duro scontro.
Lo scorso dicembre, in India, due campioni digitali come la Ola (impresa on-line di trasporto a chiamata) e la Flipkart (sito di acquisti on-line) hanno chiesto al governo un intervento protezionista contro Uber ed Amazon, accusate di costituire dei monopoli senza creare posti di lavoro e di portarsi via i profitti in America.
Alcune multinazionali saltano tra i dazi, costruendo nuove fabbriche in paesi protezionisti.
Molte ristrutturano, cedono autonomia alle filiali all’estero per cercare di dar loro un profilo più locale.
Altre hanno deciso di farla finita.
12. Precedente storico
Una situazione del genere per le multinazionali si è riscontrata all’indomani della Grande Depressione.
Tra gli anni ’30 e ’70 gli investimenti sull’estero erano calati di circa 1/3 rispetto al PIL mondiale.
La ripresa si ebbe solo nel 1991.
13. Situazione incerta
Oggi le multinazionali stanno ripensando come tornare a fare profitti.
La maggior parte di loro non opera sui mercati interni. Solo 1/3 della loro produzione viene acquistata dalle loro filiali.
E le catene delle forniture all’estero fanno il resto.
Sembra perso il controllo sulle innovazioni e su come innovare la gestionalità dell’impresa.
Dove mantengono brevetti su marchi di valore, si trovano ancora in una situazione di vantaggio come nella produzione di motori per i jet, in cui l’economia di scala permette ancora di spalmare i costi sul mondo intero.
Ma i benefici sono inferiori alle attese.
La perdita di terreno si evidenzia anche nel poco valore prodotto rispetto alla quantità di attività.
E torniamo ad usare il ROE (return on equity) come indicatore: circa il 50% degli investimenti su estero produce un ROE di meno del 10%.
Intanto la Ford e la General Motors (che -guarda caso- ha detto no alla fusione proposta da Marchionne/FCA) fanno l’80% dei loro profitti in Nord America, cosa che fa pensare che i loro profitti esteri siano abissali.
Molte imprese che hanno cercato di globalizzarsi sembrano funzionare meglio su base nazionale o regionale.
Hanno capito che l’aria è cambiata.
Rivenditori come la Tesco (UK) e la Casino (Francia) hanno abbandonato molti dei loro punti vendita all’estero.
Lo stesso hanno fatto due giganti della telefonia americana, AT&T e Verizon.
Le imprese finanziarie si ritirano nei loro mercati cruciali,
Lafarge-Holcim, un’impresa che fa cemento, venderà (se non lo ha già fatto) i suoi cementifici in India, Corea del Sud, Arabia Saudita e Vietnam.
A dieta anche multinazionali di successo come Procter&Gamble.
Le sue vendite all’estero sono diminuite di quasi 1/3 a partire dal 2012, costrigendola a chiudere o vendere i punti deboli.
14. Il futuro?
Le tendenze sembrano essere tre.
La prima.
Solo un ridotto numero di multinazionali di alto livello cercherà di radicarsi nei paesi ospiti, cercando di placare le preoccupazioni di carattere nazionalistico.
La General Electric sta ri-localizzando la sua produzione, la sua catena di di forniture e la gestione.
La Emerson, una conglomerata che ha oltre 100 fabbriche fuori degli USA, ha l’80% della sua produzione nelle regioni in cui viene venduta.
Alcune imprese straniere potrebbero investire di più in produzione con base in America al fine di evitare i dazi, salvo provvedimenti contrari di Trump, come fecero le fabbriche di auto giapponesi negli anni ’80.
Ma occorre essere molto grandi.
La Siemens, gigante industriale tedesco, ha negli USA 50.000 dipendenti e 60 fabbriche.
Per le medie industrie si pone il problema delle risorse da investire su tutti i mercati.
Il ceto politico nazionale, messo di fronte all’acquisto di aziende nazionali da parte di multinazionali, ora chiede che venga preservato il carattere nazionale dell’azienda (cioè mantenere posti di lavoro, pagamento delle tasse e investimenti in ricerca e sviluppo).
Nel 2016, la SoftBank, un’azienda giapponese che ha comprato la ARM, un’impresa britannica che fabbrica microprocessori, ha sottoscritto questi impegni.
La stessa cosa ha fatto la cinese Sinochem che sta comprando la sua rivale svizzera Syngenta che produce semi e prodotti chimici per l’agricoltura.
Il boom degli acquisti cinesi all’estero, nel frattempo, potrebbe esaurirsi o esplodere, dal momento che molti di questi acquisti contano su prestiti agevolati da parte delle banche di stato, cosa che oggi non ha molto senso finanziario.
La seconda.
Il ruolo di uno strato sempre più esiguo di multinazionali che posseggono proprietà intellettuale e digitali.
Vale a dire imprese tecnologiche come Google e Netflix, le multinazionali dei farmaci e le imprese che usano il franchising con le aziende locali come un modo economico per mantenere una presenza globale con tutti i vantaggi che porta il mercato.
L’industria degli hotel, con i suoi grandi marchi come l’Hilton e l’Intercontinental è il primo esempio della nuova tattica.
McDonald sta adottando un modello di franchising in Asia.
Queste multinazionali “intangibili” probabilmente cresceranno velocemente, ma dato che non creano molti posti di lavoro tendono a diventare oligopoli senza beneficiare della protezione delle regole del commercio internazionale globale, il quale si occupa per lo più di merci fisiche, e rischiano di andare a sbattere contro le ripercussioni nazionaliste.
La terza.
Il ruolo di un crescente numero di piccole imprese che usano l’e-commerce per vendere e comprare su scala globale.
Più del 10% di queste imprese statunitensi già lo fa.
La PayPal, un gigante delle imprese di pagamenti on-line, dichiara che le transazioni in cui sono coinvolte queste multinazionalette stanno crescendo ad un livello di $80 miliardi all’anno e sempre più velocemente.
Jack Ma, il boss della famosa impresa di e-commerce Alibaba, va dicendo che secondo lui in Cina si assisterà ad un’ondata di piccole imprese occidentali che esportano beni per i consumatori cinesi ribaltando la tendenza dei due decenni passati in cui le imprese americane importavano merci dalla Cina.
15. Sfera di cristallo
In questo scenario, una eventuale nuova e prudente era delle multinazionali non sarà senza costi.
Quei paesi che sono cresciuti grazie alle imprese globali ed al loro investire in giro in contanti potrebbero scoprire che se la competizione scema i prezzi crescono.
Quegli investitori, che avrebbero 1/3 o più dei loro portafogli azionari nelle multinazionali, potrebbero andare incontro a qualche spiacevole turbolenza.
Quelle economie che contano su entrate derivanti dagli investimenti su estero o su afflussi di capitali da nuove succursali, potrebbero ben presto avere dei problemi.
Il crollo dei profitti delle multinazionali del Regno Unito è la ragione del pessimo stato della bilancia dei pagamenti dell’UK.
Sui 15 paesi con un rapporto deficit partite correnti/PIL del 2,5% nel 2015, ben 11 contano su nuovi investimenti multinazionali per finanziare almeno un terzo del buco.
Avremo un capitalismo più frammentato e di tipo provinciale, meno efficiente ma forse con un più ampio sostegno pubblico?
Forse, l’infatuazione globalizzatrice degli scorsi decenni sarà vista come un episodio nella storia del capitalismo e non come un segno della sua fine.
Ufficio Studi di AL/fdca
[fonti: The Economist; Financial Times; Il Sole 24 Ore; siti di analisi economica e finanziaria,…]

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)