ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

per giulio

mercoledì 5 aprile 2017

LAGER Minniti

Il decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 – recante “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale” prevede l’apertura dei Cie (ex Cpt), rinominati in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio), in tutte le regioni.
CIE, i lager italiani del XXI secolo
Istituiti con l’articolo 12 della legge n.40/1998 e divenuti Cie con il decreto legge n.92/2008 (“Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”), i Centri sono stati da sempre sotto osservazione, contestazione e vigilanza militante per violenze e abusi, fino a essere considerati dei veri e propri lager come il “Regina Pacis” di Lecce, luoghi dove si violano sistematicamente i diritti umani, dove si alimenta il racket degli appalti.
Dopo l’inizio della guerra in Libia (decreto Maroni del 2011), c’era stato un superamento dei Cie con la costituzione dei Cas, e successivamente degli hotspot (centri di identificazione in cui la polizia italiana sarà coadiuvata da funzionari delle agenzie europee Europol, Eurojust, Frontex ed Easo). Strutture contro cui si sono levate denunce per violazioni dei diritti umani, violenze e abusi. A Bologna è prevista la riapertura del Centro di Via Mattei, un luogo da orrori quotidiani, dove le persone vittime della Legge Bossi-Fini venivano private della libertà e della dignità, punite anche con violenze e abusi polizieschi per un reato che non hanno commesso.
La condizione di reclusione senza colpa degli immigrati subisce, nel decreto Minniti, un’ulteriore peggioramento impedendo ai richiedenti asilo di ricorrere in appello – ma solo direttamente in Cassazione – e saranno istituite sezioni specializzate nei tribunali. Una scelta indubbiamente discriminatoria sul piano delle garanzie.
Comportati bene se no ti butto fuori dalla città
Ma, insieme al decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 è in discussione in Parlamento anche un secondo decreto, il numero 14 del 20 febbraio 2017, su “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”. Esso stabilisce, tra le altre norme, che possano essere allontanate per la “tutela ed il decoro di particolari luoghi” persone la cui “colpa” potrebbe essere il non avere una fissa dimora, introducendo una sorta di mini-Daspo urbano, rinforzando i poteri dei sindaci in tema di ordine pubblico. Un provvedimento, che prima ancora di essere convertito in legge, viene già applicato in termini repressivi come nel caso dei fogli di via comminati a decine di manifestanti di Eurostop dopo la manifestazione del 25 marzo, oppure quasi anticipato dal sindaco di Roma, che ha annunciato un nuovo regolamento comunale con divieti e multe per chi rovista nei cassonetti.
La fusione tra i due decreti crea un mix che andrà a colpire poveri e persone ai margini della società, operando una vera e propria criminalizzazione degli ultimi e di chi ne difende i diritti.
E’ necessaria la mobilitazione delle tante associazioni che operano in questo campo, delle organizzazioni sindacali e di tutta l’opposizione sociale e politica a leggi discriminatorie e repressive come queste per arginare una pericolosa sottrazione di diritti insieme ad una repressione per via amministrativa finalizzata alla distruzione delle libertà e delle garanzie ancora vigenti.
Alternativa Libertaria/fdca
6 aprile 2017

No Global?






















Cosa ne è della globalizzazione contro cui abbiamo manifestato e lottato per più di 20 anni?
E quali basi reali ha l’attuale atteggiamento no-global che caratterizza la destra sovranista? Ma anche certa sinistra nazionalista?
Bisogna ficcare il naso nel business internazionale per capirci qualcosa.
1. La sbornia della globalizzazione
Per esempio nel caso della globalizzazione alimentare, sia i detrattori che i sostenitori considerano aziende multinazionali quelle che realizzano oltre il 30% delle loro vendite al di fuori del loro paese/regione, quelle che predano l’ecosistema modificandolo, quelle che dirigono il flusso di merci, servizi e capitali che tengono in vita la globalizzazione.
E sebbene queste multinazionali occupino solo il 2% della forza-lavoro mondiale, esse posseggono o manovrano tutte le supply chains che occupano oltre il 50% della forza-lavoro mondiale; inoltre il valore prodotto è pari al 40% del mercato merci occidentali; infine posseggono la maggior parte delle proprietà intellettuali a livello mondiale.
Ma qualcosa sta succedendo: la Yum che controlla la Kentucky Fried Chicken (pollo fritto) ha registrato nel 2012 un crollo del 20% dei suoi profitti all’estero ed ha gettato la spugna sul mercato cinese, spacchettando il suo business.
L’8 gennaio 2017 la MacDonald ha venduto ad un’azienda di stato cinese la maggioranza delle azioni delle sue aziende.
Se pensiamo alla (immeritata) fortuna che ebbe 25 anni fa il libro di Francis Fukuyama sulla fine della storia e la nascita di una democrazia mondiale in cui il capitalismo avrebbe avuto un ruolo di svolta, non dobbiamo dimenticare che già all’epoca la Shell, la Coca-Cola e Unilever si muovevano a livello globale, seppure come aziende libere con alle spalle un business nazionale.
Ma in questi 25 anni le nuove multinazionali son davvero diventate globali, ossessionate dai dati sui consumatori, sulla produzione, sulla gestione manageriale.
Bisognava globalizzarsi verticalmente, ricollocando la produzione e l’approviggionamento di materie prime, oppure orizzontalmente semplicemente andando a vendere sui nuovi mercati?
Comunque sia è stata un’ondata inarrestabile di acquisizioni di aziende rivali, di campagne pubblicitarie e di apertura di fabbriche dove conveniva.
Ben l’85% degli investimenti globali è stato creato dopo il 1990.
Come dicevano gli attivisti no-global nel 1999 a Seattle: le imprese integrate a livello globale funzionano come un’organizzazione unitaria piuttosto che come una federazione, oltrepasseranno ogni confine nazionale per perseguire l’integrazione della produzione e del valore prodotto a livello mondiale.
Curiosamente all’epoca la Warren Buffett preferì restare un monopolio in casa sua.
Nel 2016 gli investimenti delle imprese globali sono scesi del 10-15% mentre è dal 2007 che vi è una stagnazione sul mercato delle supply chains.
2. Quelli erano giorni sì…
Tre sono stati gli attori in campo nei quasi 25 anni di globalizzazione:
– gli investitori (mercati finanziari, banche, fondi-pensione, hedge-funds, operatori di Borsa, agenzie di transazioni internazionali, camere di compensazione, e tanto altro ancora…);
– i paesi-madre in cui hanno sede le multinazionali;
– i paesi ospiti che hanno ricevuto gli investimenti delle multinazionali;
tutti e tre convinti -per ragioni differenti- che la globalizzazione delle aziende avrebbe portato a risultati finanziari ed economici più alti.
Per gli investitori si trattava di trarre enormi profitti da un’economia di scala.
Mano a mano che la Cina, l’India e l’ex-URSS si aprivano e con la liberalizzazione del mercato europeo, le imprese potevano vendere lo stesso prodotto ad un maggior numero di consumatori.
Con l’integrazione globale le imprese erano in grado di armonizzare i vari segnali provenienti da varie parti del mondo, un gigantesco comprare e vendere contemporaneamente sui diversi mercati che avrebbe dovuto dare efficienza al sistema
Le imprese si sono avvalse delle competenze gestionali, dei capitali, dei marchi e della tecnologia accumulata nella parte ricca del pianeta.
Dai paesi emergenti hanno potuto ottenere forza-lavoro a buon mercato, materie prime ed una legislazione favorevole sull’inquinamento.
Per gli investitori, tutto questo significava che avrebbe reso i profitti più alti e più veloci.
Per i paesi-madre delle grandi multinazionali una spinta costante alla competizione per ottenere benefici domestici.
Nel 2007, alle multinazionali attive negli USA che coprivano il 19% dell’occupazione privata, va imputato il 25% dei salari, il 48% dell’export ed il 74% della ricerca e dello sviluppo. [fonte McKinsey, società internazionale di consulenza)
Ed è stato così per un bel pezzo.
3. C’è chi scende….
Eppure negli ultimi 5 anni le prime 700 multinazionali con sede nei paesi ricchi sono calate del 25% (fonte FTSE), mentre nel mercato domestico i profitti sono saliti del 2%.
Alla debolezza di alcune monete rispetto al dollaro, viene attribuito un peso relativo (1/3) nel calo dei profitti.
Un altro dato per misurare i profitti esteri delle multinazionali proviene dalle statistiche globali delle bilance dei pagamenti [« uno schema contabile che registra le transazioni tra i residenti in un’economia e i non residenti, in un dato periodo di tempo. Una transazione è un’interazione tra due entità istituzionali che avviene per mutuo consenso o per legge e comporta, tipicamente, uno scambio di valori (beni, servizi, diritti, attività finanziarie) o, in alcuni casi, il loro trasferimento senza contropartita.» (Banca d’Italia, Manuale della bilancia dei pagamenti e della posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia, pag. 8)].
Per le imprese che hanno sede in paesi membri dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), i profitti esteri medi sono calati del 17% negli ultimi 5 anni.
Per le imprese statunitensi il calo si è fermato al 12%, grazie al settore hi-tech che tirava. Per le imprese non-americane, il calo è stato del 20%.

4. Il ROE

Un altro indicatore fondamentale per rapportare i profitti ai capitali investiti è il ROE (Return On Equity- indice di redditività del capitale proprio. Esprime, in massima sintesi, i risultati economici dell’azienda).
Non è la prima volta che facciamo ricorso a questo indicatore nelle nostre analisi e sulla nostra stampa.
Ebbene il ROE di quelle famose 700 grandi imprese sarebbe calato in 10 anni dal 18% all’11%.
Per i 3 paesi che hanno le sedi delle più grandi multinazionali (USA, UK, Olanda), il ROE sugli investimenti esteri è calato dal 4 all’8%.
La tendenza è simile per gli altri paesi membri dell’OCSE (fonte da grafico di The Economist: appena sopra il 5% OCSE insieme all’Olanda, mentre UK è sotto il 5% e gli USA sotto il 10%)
Le imprese con sede nei paesi emergenti, che incidono per 1/7 sull’attività globale delle imprese multinazionali, registrano un ROE all’8%.
La cinese Lenovo che aveva comprato la parte commerciale della IBM e parte di Motorola ha subito flop finanziari.
Nel 2012 l’azienda di stato cinese CNOOC aveva acquistato la canadese Nexen, produttrice di petrolio, da cui intende ora ritirarsi.
Come spiegare il deterioramento del ROE nelle multinazionali negli ultimi 5-10 anni?
Un paio di ragioni vanno individuate nel crollo del prezzo delle materie prime e del petrolio (specialmente per le imprese energetiche).
Poi ci sono le banche e le batoste prese dalle imprese che forniscono servizi cruciali per la globalizzazione.
Ad esempio, hanno perso il 50% imprese di trasporto marittimo come la danese Maersk, imprese di transazioni internazionali come la cinese Mitsui, imprese di servizi alla catena di distribuzione per i dettaglianti come la cinese Li&Fung.
Ma il contagio è ovunque: metà delle grandi multinazionali hanno visto negli ultimi 3 anni un calo progressivo del ROE; il 40% di esse non tocca il 10%, e, attenzione: il ROE è utilizzato come indicatore per monitorare la capacità di un’impresa di creare un valore degno di considerazione.
Non se la passano bene nemmeno giganti come la Unilever, la General Electric, la Pepsi-Co e Procter&Gamble, in calo di 1/4 dei loro profitti più alti.
5. C’è chi sale….Chi se la passa bene sono i giganti della tecnologia.
I loro profitti coprono il 46% delle prime 50 multinazionali americane: il 17% in più rispetto a 10 anni fa.
La Apple ha fatturato $46 mld…nel 2016, 5 volte di più della General Electric.
Ma questi dati, come i precedenti, sembrano indicare che non vi è più una spinta espansiva negli investimenti e nei rendimenti.
Le vendite all’estero crescono più lentamente di quelle sui mercati nazionali.
In diversi settori globali (industria, consumi ciclici, finanza, componentistica di base. media&comunicazione,…) il ROE delle imprese locali è in crescita contro il calo delle multinazionali.
6. A chi dare la colpa?
I capitalisti se la prendono con i movimenti valutari, col collasso del Venezuela, con la depressione in UE, con la stretta sulla corruzione in Cina e via dicendo.
In realtà i vantaggi che erano stati creati con una una gigantesca economia di scala e con il poter comprare e vendere contemporaneamente su diversi mercati speculando sui prezzi stanno svanendo.
Le imprese globali sono diventate ardue da gestire a causa delle ingenti spese generali di funzionamento e dell’impatto delle complesse catene di rifornimento sul capitale.
Anche le opportunità offerte dai trattati internazionali sono sempre più logore: aumentano i salari in Cina (dure lotte, ma anche nuova politica a sostegno della domanda interna da parte del PCC), toccato il fondo del barile per i vantaggi fiscali offerti dai paesi ospiti.
7. Casa, dolce casa
Intanto le imprese concentrate sul mercato domestico si fanno vincenti.
In Brasile, due banche locali, la Itau e la Bradesco hanno scalzato grandi banche mondiali; in India, la Vodafone e la multinazionale indiana Bharti Airtel (attiva in 20 paesi) stanno perdendo utenze a vantaggio di Reliance, un’impresa locale.
In USA, le imprese locali del petrolio da scisto sono tornate ad essere competitive rispetto alle grandi majors del petrolio.
In Cina, le imprese locali che producono gnocchi si stanno mangiando il mercato della KFC (la più famosa catena di ristorazione statunitense specializzata in pollo fritto).
Globalmente, la quota dei profitti globali delle multinazionali sarebbe passata negli ultimi 10 anni dal 35% al 30%.
8. Nell’era della crisi finanziaria
Questi anni di crisi cambiano la percezione sulle multinazionali nei paesi-madre: vengono viste come un fattore di iniquità.
Hanno creato posti di lavoro all’estero, ma non in patria, dove cresce la disoccupazione.
Negli USA, tra il 2009 ed il 2013, solo il 5% di nuovi posti di lavoro (400.000) viene creato dalle multinazionali statunitensi.
La crisi ha portato ad uno sfilacciamento dell’ordito di regole costruite per sostenere la globalizzazione: dalla contabilità globale all’antitrust, dal riciclaggio di denaro alle regole sui capitali bancari.
Le acquisizioni di imprese occidentali vengono sottoposte a vincoli dai governi nazionali per salvaguardare i posti di lavoro e gli impianti.
I trattati internazionali come il TPP ed il TTIP sono falliti.
Gli stessi tribunali internazionali istituiti dalle multinazionali per aggirare i tribunali nazionali sono oggi sotto attacco.
9. Protezionismo e paradisi fiscali
Tuttavia la globalizzazione ha ormai radici così profonde che eventuali politiche protezionistiche ricorrendo a dazi sulle importazioni per favorire le imprese nazionali potrebbero non funzionare come al tempo che fu.
Oltre la metà delle esportazioni globali, in termini di valore, oltrepassa un confine almeno due volte prima di giungere ai consumatori, per cui una politica protezionistica risulterebbe dannosa.
Altrimenti si ricorre al fisco ed alle politiche muscolari dei vecchi tempi.
Una multinazionale-tipo dispone di almeno 500 entità legali, frequentemente domiciliate in paradisi fiscali.
Essa negli USA pagherebbe circa il 10% di tasse per i suoi profitti esteri.
La UE sta cercando di andare oltre.
Ha usato la mano pesante con il Lussemburgo che offriva accordi vantaggiosi alle multinazionali per indurle a parcheggiarvi i loro profitti; ha colpito la Apple con una sanzione di $15 mld per aver violato le regole sugli aiuti di Stato facendo profitti in Irlanda, dove si era procurata un accordo fiscale su misura.
Gli USA, da parte loro, hanno impedito alle grandi imprese di ricorrere alla “inversione” legale che consente di spostare la loro base imponibile all’estero: vedi il caso del colosso farmaceutico Pfizer.
Nel Congresso degli Stati Uniti, i repubblicani hanno proposto una revisione del sistema fiscale che permetterebbe alle imprese esportatrici che riportano i loro profitti in patria di godere di agevolazioni fiscali, mentre verrebbero penalizzate le imprese che spostano la produzione all’estero.
Lo scorso 3 gennaio 2017, la Ford ha cancellato la costruzione di una nuova fabbrica in Messico per investire di più in patria.
Il presidente Trump sta facendo pressioni sulla Apple perchè porti in patria la gran parte della sua catena di distribuzione.
Se questa dovesse divenire una tendenza consistente e continua, i costi fiscali ed il costo del lavoro delle imprese globali porterebbero ad una contrazione dei profitti.
E’ stato calcolato che se le multinazionali americane spostassero un quarto dell’occupazione estera in patria, retribuita con i livelli salariali americani, e pagassero le tasse in patria invece che all’estero, ci sarebbe un crollo del 12% dei loro profitti, escluse le spese per eventuali nuove fabbriche in USA.
10. E i paesi ospiti?
Chi sembra essere ancora entusiasta della globalizzazione sarebbero i cosiddetti “paesi ospiti”, che ricevono gli investimenti delle multinazionali in cambio di politiche fiscali, occupazionali ed ambientali favorevoli, ancorchè antiproletarie.
La Cina si dice preoccupata di un ritorno alle economie nazionali; e sì che nel 2010 il 30% della sua produzione industriale ed il 50% delle esportazioni derivava da filiali o da joint-ventures delle multinazionali.
Il Messico ha venduto le sue azioni petrolifere ad imprese estere come la ExxonMobil e la Total.
L’Argentina vuole attirare imprese straniere per uscire dall’ennesima crisi.
L’India ha lanciato la campagna “fallo in India” per attirare le catene di distribuzione multinazionali. Secondo un monitoraggio dell’OCSE sul grado di apertura dei “paesi ospiti”, non vi è stato alcun deterioramento dagli inizi della crisi finanziaria.
Tuttavia ci sono nuvole in arrivo.
La Cina ha operato un giro di vite sulle imprese estere per promuovere “l’innovazione indigena”.
I padroni cinesi vogliono che aumentino i prodotti di provenienza locale e che la proprietà intellettuale resti a livello locale.
Industrie strategiche come internet sono intedette agli investimenti esteri.
Si teme che se l’atteggiamento della Cina diventa contagioso, le imprese multinazionali sarebbero costrette ad investire di più in patria creando posti di lavoro.
Un effetto speculare alle pressioni politiche in atto.
11. Cambiamenti nei paesi ospiti
Il malumore dei paesi ospiti verso le multinazionali è cresciuto.
Il fattore scatenante sembra essere lo spostamento dell’attività delle multinazionali verso i cosiddetti “servizi intangibili” (proprietà intellettuale, tecnologia, finanza, brevetti sui farmaci).
Attualmente è da questi servizi che deriva il 65% dei profitti esteri estratti dalle prime 50 multinazionali americane.
Dieci anni fa era solo il 35%.
Quel 65% tende a crescere, mentre per Europa e Giappone non vi è molto spazio data la mancanza di grandi imprese multinazionali ad alta tecnologia.
In queste condizioni, sembra non esserci alcun “appetito” delle multinazionali a riprodurre in Africa o in India quella diffusione di centri manifatturieri che avevano invece promosso in Cina.
Si crea così un effetto specchio, per cui nemmeno i paesi ospiti sono ora così impazienti di aprirsi alle multinazionali se non ci sono investimenti nella manifattura.
Nel 2000, ogni miliardo di dollari investiti sul mercato mondiale produceva 7000 posti di lavoro e $600 milioni di esportazioni su base annuale.
Oggi, quello stesso miliardo di dollari rappresenta solo 3000 posti di lavoro e solo $300 milioni di esportazioni su base annuale.
Le più recenti stelle della Silicon Valley stanno avendo serie controversie all’estero.
Nel 2016, in Cina, Uber ha venduto ad un operatore locale tutto il suo business, dopo un duro scontro.
Lo scorso dicembre, in India, due campioni digitali come la Ola (impresa on-line di trasporto a chiamata) e la Flipkart (sito di acquisti on-line) hanno chiesto al governo un intervento protezionista contro Uber ed Amazon, accusate di costituire dei monopoli senza creare posti di lavoro e di portarsi via i profitti in America.
Alcune multinazionali saltano tra i dazi, costruendo nuove fabbriche in paesi protezionisti.
Molte ristrutturano, cedono autonomia alle filiali all’estero per cercare di dar loro un profilo più locale.
Altre hanno deciso di farla finita.
12. Precedente storico
Una situazione del genere per le multinazionali si è riscontrata all’indomani della Grande Depressione.
Tra gli anni ’30 e ’70 gli investimenti sull’estero erano calati di circa 1/3 rispetto al PIL mondiale.
La ripresa si ebbe solo nel 1991.
13. Situazione incerta
Oggi le multinazionali stanno ripensando come tornare a fare profitti.
La maggior parte di loro non opera sui mercati interni. Solo 1/3 della loro produzione viene acquistata dalle loro filiali.
E le catene delle forniture all’estero fanno il resto.
Sembra perso il controllo sulle innovazioni e su come innovare la gestionalità dell’impresa.
Dove mantengono brevetti su marchi di valore, si trovano ancora in una situazione di vantaggio come nella produzione di motori per i jet, in cui l’economia di scala permette ancora di spalmare i costi sul mondo intero.
Ma i benefici sono inferiori alle attese.
La perdita di terreno si evidenzia anche nel poco valore prodotto rispetto alla quantità di attività.
E torniamo ad usare il ROE (return on equity) come indicatore: circa il 50% degli investimenti su estero produce un ROE di meno del 10%.
Intanto la Ford e la General Motors (che -guarda caso- ha detto no alla fusione proposta da Marchionne/FCA) fanno l’80% dei loro profitti in Nord America, cosa che fa pensare che i loro profitti esteri siano abissali.
Molte imprese che hanno cercato di globalizzarsi sembrano funzionare meglio su base nazionale o regionale.
Hanno capito che l’aria è cambiata.
Rivenditori come la Tesco (UK) e la Casino (Francia) hanno abbandonato molti dei loro punti vendita all’estero.
Lo stesso hanno fatto due giganti della telefonia americana, AT&T e Verizon.
Le imprese finanziarie si ritirano nei loro mercati cruciali,
Lafarge-Holcim, un’impresa che fa cemento, venderà (se non lo ha già fatto) i suoi cementifici in India, Corea del Sud, Arabia Saudita e Vietnam.
A dieta anche multinazionali di successo come Procter&Gamble.
Le sue vendite all’estero sono diminuite di quasi 1/3 a partire dal 2012, costrigendola a chiudere o vendere i punti deboli.
14. Il futuro?
Le tendenze sembrano essere tre.
La prima.
Solo un ridotto numero di multinazionali di alto livello cercherà di radicarsi nei paesi ospiti, cercando di placare le preoccupazioni di carattere nazionalistico.
La General Electric sta ri-localizzando la sua produzione, la sua catena di di forniture e la gestione.
La Emerson, una conglomerata che ha oltre 100 fabbriche fuori degli USA, ha l’80% della sua produzione nelle regioni in cui viene venduta.
Alcune imprese straniere potrebbero investire di più in produzione con base in America al fine di evitare i dazi, salvo provvedimenti contrari di Trump, come fecero le fabbriche di auto giapponesi negli anni ’80.
Ma occorre essere molto grandi.
La Siemens, gigante industriale tedesco, ha negli USA 50.000 dipendenti e 60 fabbriche.
Per le medie industrie si pone il problema delle risorse da investire su tutti i mercati.
Il ceto politico nazionale, messo di fronte all’acquisto di aziende nazionali da parte di multinazionali, ora chiede che venga preservato il carattere nazionale dell’azienda (cioè mantenere posti di lavoro, pagamento delle tasse e investimenti in ricerca e sviluppo).
Nel 2016, la SoftBank, un’azienda giapponese che ha comprato la ARM, un’impresa britannica che fabbrica microprocessori, ha sottoscritto questi impegni.
La stessa cosa ha fatto la cinese Sinochem che sta comprando la sua rivale svizzera Syngenta che produce semi e prodotti chimici per l’agricoltura.
Il boom degli acquisti cinesi all’estero, nel frattempo, potrebbe esaurirsi o esplodere, dal momento che molti di questi acquisti contano su prestiti agevolati da parte delle banche di stato, cosa che oggi non ha molto senso finanziario.
La seconda.
Il ruolo di uno strato sempre più esiguo di multinazionali che posseggono proprietà intellettuale e digitali.
Vale a dire imprese tecnologiche come Google e Netflix, le multinazionali dei farmaci e le imprese che usano il franchising con le aziende locali come un modo economico per mantenere una presenza globale con tutti i vantaggi che porta il mercato.
L’industria degli hotel, con i suoi grandi marchi come l’Hilton e l’Intercontinental è il primo esempio della nuova tattica.
McDonald sta adottando un modello di franchising in Asia.
Queste multinazionali “intangibili” probabilmente cresceranno velocemente, ma dato che non creano molti posti di lavoro tendono a diventare oligopoli senza beneficiare della protezione delle regole del commercio internazionale globale, il quale si occupa per lo più di merci fisiche, e rischiano di andare a sbattere contro le ripercussioni nazionaliste.
La terza.
Il ruolo di un crescente numero di piccole imprese che usano l’e-commerce per vendere e comprare su scala globale.
Più del 10% di queste imprese statunitensi già lo fa.
La PayPal, un gigante delle imprese di pagamenti on-line, dichiara che le transazioni in cui sono coinvolte queste multinazionalette stanno crescendo ad un livello di $80 miliardi all’anno e sempre più velocemente.
Jack Ma, il boss della famosa impresa di e-commerce Alibaba, va dicendo che secondo lui in Cina si assisterà ad un’ondata di piccole imprese occidentali che esportano beni per i consumatori cinesi ribaltando la tendenza dei due decenni passati in cui le imprese americane importavano merci dalla Cina.
15. Sfera di cristallo
In questo scenario, una eventuale nuova e prudente era delle multinazionali non sarà senza costi.
Quei paesi che sono cresciuti grazie alle imprese globali ed al loro investire in giro in contanti potrebbero scoprire che se la competizione scema i prezzi crescono.
Quegli investitori, che avrebbero 1/3 o più dei loro portafogli azionari nelle multinazionali, potrebbero andare incontro a qualche spiacevole turbolenza.
Quelle economie che contano su entrate derivanti dagli investimenti su estero o su afflussi di capitali da nuove succursali, potrebbero ben presto avere dei problemi.
Il crollo dei profitti delle multinazionali del Regno Unito è la ragione del pessimo stato della bilancia dei pagamenti dell’UK.
Sui 15 paesi con un rapporto deficit partite correnti/PIL del 2,5% nel 2015, ben 11 contano su nuovi investimenti multinazionali per finanziare almeno un terzo del buco.
Avremo un capitalismo più frammentato e di tipo provinciale, meno efficiente ma forse con un più ampio sostegno pubblico?
Forse, l’infatuazione globalizzatrice degli scorsi decenni sarà vista come un episodio nella storia del capitalismo e non come un segno della sua fine.
Ufficio Studi di AL/fdca
[fonti: The Economist; Financial Times; Il Sole 24 Ore; siti di analisi economica e finanziaria,…]

Welfare, alternanza scuola/lavoro, Università















Per quanto riguarda la questione del welfare, in particolare in merito a sanità ed istruzione, è utile considerare preventivamente che la privatizzazione di questi settori, ossia il passaggio dalla prospettiva della relazione utente-servizio a quella cliente-prestazione (prodotto), è stata anticipata nei decenni precedenti da un primo passaggio, troppo spesso taciuto o sottovalutato dalla sinistra radicale e dal mondo libertario, che ha portato al passaggio dall’originaria relazione cittadino-diritto a quella di utente-servizio.
Questo primo passaggio è di particolare rilevanza, dal momento che ha sostituito l’orizzontalità che caratterizzava il tema dell’estensione dei diritti con la verticalità del tema della qualità del servizio. Da lì il passo è stato breve per arrivare alla frattura della relazione fra la persona e il suo bisogno, che sta alla base di tutto il discorso del welfare.
Alternanza scuola-lavoro
La “Buona Scuola”, con le sue 400 ore di alternanza scuola-lavoro richeste ad ogni studente nei suoi ultimi tre anni di corso, non ha mutato per niente la situazione organizzativa degli stages lavorativi degli istituti professionali, ha modificato solo in minima parte il medesimo aspetto in relazione agli istituti tecnici, mentre del tutto nuova è la situazione che si presenta nell’istruzione liceale. Molti istituti afferenti a questo indirizzo, pur cercando di istituire relazioni con le imprese del territorio, faticano a trovare in esse l’interesse a creare percorsi di inserimento/formazione di studenti direttamente sul posto di lavoro, in particolare perchè risulta spesso difficile per il datore di lavoro estrarre plus-valore, e di conseguenza profitto, dall’attività svolta da questi ragazzi. Prima che  imprenditori-speculatori riescano a costruire iniziative, in sinergia con amministratori pubblici compiacenti, finalizzate a mettere in piedi progetti commerciali fondati sullo sfruttamento della forza-lavoro degli studenti, è auspicabile che i compagni delle varie sezioni, tenendo conto delle diverse disponibilità sui propri territori, si impegnino nell’ideazione di progetti che siano in grado di offrire agli studenti interessati ai percorsi di alternanza scuola-lavoro opzioni di inserimento in contesti associativi locali che indirizzino la propria attività verso la risposta ai bisogni fondamentali emergenti nei territori di riferimento,valorizzando al contempo le necessità formative degli studenti stessi.
Dopo la “Buona Scuola” il governo pensava anche alla “Buona Università”.
Le linee di questa riforma furono impostate in occasione del convegno di Udine, organizzato dal Partito Democratico nell’ottobre del 2015, ma gli organizzatori furono troppo tempestivi: anche la FLC – CGIL aveva già manifestato la propria contrarietà, così come  la lobbies dei docenti universitari, fresca dell’applicazione della legge Gelmini reagì opponendosi sia pure per motivi corporativi. La questione fu temporaneamente accantonata ma è ancora all’ordine del giorno. I tratti caratteristici di questa riforma sarebbero due: la trasformazione degli atenei in fondazioni a indirizzo privatistico; la conseguente trasformazione dello stato giuridico del personale tecnico/amministrativo delle università da pubblico a privato con l’applicazione del contratto del commercio (la cosa non riguarderebbe ovviamente la docenza che rimarrebbe ancora pubblica e non contrattualizzata, come è adesso. Negli atenei italiani comunque l’alternanza scuola lavoro è un dato di fatto e assume forme variegate che, comunque, possono essere riassunte sotto la parola “tirocinio” (fonte: sito Università di Pisa):
Tirocinio”
è un periodo di formazione presso un’azienda o un ente che permette di creare momenti di alternanza tra studio e lavoro nell’ambito dei processi formativi, offrendo allo studente un’esperienza diretta del mondo del lavoro”.
I tirocini curriculari”
  –sono rivolti agli studenti iscritti ai corsi di laurea, master e dottorato di ricerca;
  –sono inclusi nei piani di studio e si svolgono all’interno del periodo di frequenza del corso anche se non direttamente in funzione del riconoscimento di crediti formativi universitari. Sono pertanto curriculari anche i tirocini finalizzati allo svolgimento della tesi di laurea;
  –sono disciplinati, anche per quanto riguarda la durata, dalla normativa interna dei singoli Atenei (regolamenti universitari), nel rispetto della normativa nazionale di riferimento (D. I. 25 marzo 1998, n° 142)”.
I tirocini non curriculari”
sono rivolti ai neolaureati che hanno conseguito il titolo di studio da non più di 12 mesi;
il tirocinio deve iniziare, e non necessariamente concludersi, entro i 12 mesi dal conseguimento della laurea;
non possono essere attivati da coloro che hanno conseguito un Master o un Dottorato di ricerca;
sono svincolati da percorsi formali di istruzione universitaria in quanto maggiormente finalizzati a favorire l’inserimento lavorativo e le scelte professionali mediante un periodo di formazione in ambiente produttivo e una conoscenza diretta del mondo del lavoro.
Come si vede le definizioni sono suadenti ma mancano studi comparativi, qualitativi e quantitativi, tra le diverse realtà universitarie in merito alle sopradescritte realtà.
Alternativa Libertaria
97° Consiglio dei Delegati
Fano, 25 marzo 2017

SULLE QUESTIONI ETICHE E POLITICHE INERENTI LA FINE DELLA VITA


















Il tema delle fasi finali della vita oggi è diventato via via sempre più importante nel dibattito etico e politico sulle questioni di salute per due motivi principali. Il primo è di carattere economico e tecnologico, il secondo sociale-filosofico. Si vive sempre più a lungo attraversando diversi livelli di cronicizzazione delle malattie che colpiscono le persone nell’arco della loro vita.
  1. La tecnologia che abbiamo a disposizione in modo standardizzato per continuare a vivere è costituita da ausili molto avanzati ma anche facilmente accessibili in paesi come l’Italia perché garantiti a diversi livelli dal Sistema Sanitario Nazionale. I costi della gestione economica della cronicizzazione di patologie importanti sono elevati e per far fronte alle dotazioni di base si tiene in secondo piano la grande questione della qualità della vita, giungendo in alcuni casi al paradosso dell’obbligatorietà delle cure, somministrate anche con l’uso della contenzione chimica, meccanica e ambientale. La qualità della vita è un valore collettivo – oggi è considerato un desiderio individuale – per cui la vita in quanto tale è e rimane un valore comune, ma una vita buona, una vita soddisfacente, una vita di qualità è considerata un privilegio, un valore individuale, un di più che ciascuno può volere ma che si dovrebbe anche pagare. I processi di privatizzazione della salute passano anche attraverso alcuni dettami culturali, uno di questi è quello che separa la vita di qualità dalla vita in quanto tale.
  2. L’altro elemento che influisce in modo determinante nelle questioni etiche sul fine vita è dato dalla totale alienazione della morte dalla nostra prospettiva sociale. Il morto o chi sta per morire è un invisibile, un indesiderato. La morte – che fa parte della vita e del suo svolgimento – una volta considerata dai saggi come un punto di arrivo di una intera esistenza che andava vissuta con consapevolezza, è oggi un momento occultato e privato. Chi sta male, chi ha malattie inguaribili secondo la medicina attuale, chi vive processi di cronicità che lo portano ad essere gravemente disabile, è considerato una persona che non ha per sé e per gli altri alcuna utilità, una persona che ha bisogno di molte risorse per essere mantenuta in vita, una persona a perdere, come un guscio vuoto, attorno a lui si sviluppano processi di colpevolizzazione impliciti e sono noti a tutte e a tutti gli appellativi di “vegetale” che vengono dati per descrivere diverse e variegate condizioni di disabilità – dalla tetraplegia al coma vigile.

Buona morte o buona qualità di vita

Ragionare oggi sui processi che riguardano la fine della vita significa, diversamente da quanto preso in considerazione nei dibattiti incentrati su autodeterminazione delle scelte ed eutanasia come buona morte, ragionare sui sistemi di welfare sanitario che debbono garantire la qualità della vita a tutte le persone per tutto il tempo in cui la loro vita è da loro stessi considerata degna di essere vissuta, in una situazione di continuo monitoraggio sulle condizioni psicologiche e di accettazione della malattia e sui desideri possibili e realizzabili per le diverse condizioni di dipendenza che si vivono nella vita. Non si può davvero sapere quando si è sani cosa si vorrà rispetto alla propria vita in una situazione di molto mutata, la vita può continuare e può essere di qualità se ci sono gli strumenti e se le persone care sono messe nella condizione di poter vivere insieme alla persona malata senza che questa sia una condanna alla povertà, all’infelicità e alla fine della vita attiva di tutti.

Buona morte e rischio di eutanasia di stato e capitalista

Il rischio a cui siamo di fronte è di enorme portata culturale. Sostenendo solo le proposte di eutanasia o sviluppando una cultura solo incentrata sulla buona morte – senza ragionare sulle cure materiali e sulle relazioni umane di cura per le persone gravemente malate che vorrebbero o potrebbero essere sostenute, curate e amate per poter ancora vivere – si accolga in modo passivo quello che ormai è evidente come un diktat del capitalismo: il diritto di vivere bene è solo appannaggio di chi se lo può permettere perché è in grado di farlo economicamente1. Non dimentichiamoci che il programma di eutanasia di stato del Nazismo, che poi fornì la base per la Soluzione Finale di milioni di persone (ebrei, zingari omosessuali, lesbiche, oppositori politici), nacque e si sviluppò in un clima culturale-scientifico impregnato di eugenetica. Era “eticamente” accettabile far terminare le sofferenze delle persone considerate indegne di vivere perché profondamente danneggiate dalle loro disabilità cognitive su base genetica e psichiatrica, presentate come profondamente infelici. Ci furono genitori che portarono di persona i loro figli a morire perché li amavano e non volevano più “vederli” soffrire. Il carico della loro assistenza era presentato anche come peso economico di un sistema di welfare che doveva sostenere chi non aveva alcun valore per la collettività, soprattutto in un momento di crisi economica e di investimenti delle risorse per tecnologie di guerra.

Consapevolezza, Consenso, Autodeterminazione

Oggi in Italia ci sono strumenti legislativi che hanno al centro il rispetto delle decisioni personali in merito alla fine della vita. La Costituzione Italiana nel suo Articolo 32, il Codice di Deontologia Medica, i testi scientifici e le prese di posizione degli Ordini sull’accesso alle cure palliative e sulla sedazione palliativa e continuata (terminale) sono ormai strumenti fondamentali, molto noti e accurati in ambito sanitario e le prassi cliniche che si svolgono sempre più in modo capillare sul territorio nazionale li hanno recepiti. Il processo culturale che pone al centro il rispetto della persona nelle fasi finali della vita è sempre di più acquisito dalla classe medica e dalle professioni sanitarie. I punti controversi di qualsiasi Legge che si voglia approvare su questi temi, rimangono sempre relativi alle responsabilità e quindi al potere decisionale in caso di emergenza o di rimozione di ausili vitali impiantati in emergenza: il medico deve rianimare oppure NO un malato di SLA che ha deciso di non accedere alla tracheostomia e alla ventilazione meccanica? Anche se questa persona arriva in un reparto di emergenza? Queste domande, dirimenti da un punto di vista penale, sono questioni etiche di fondo che dividono e continueranno a dividere il paese a livello ideologico se trattate come merci di scambio o trasformate in baluardi identitari, invece di essere lasciate alla conciliazione e alla definizione di percorsi individuali basati sulle scelte, sui desideri e sul rispetto delle persone coinvolte. Quello che una Legge sulle direttive anticipate di trattamento, anche la migliore Legge possibile, continuerà a non risolvere è il fatto che se la struttura del sistema sanitario, gestita su base regionale, continuerà a finanziare l’attività di cura privilegiando gli Ospedali, sarà in grado di sostenere solo marginalmente i servizi territoriali pubblici, garantendo con difficoltà una gestione domiciliare di qualità alle persone che sono alla fine della loro esistenza e a chi le assiste a casa.
Senza piani di finanziamento di processi di continuità assistenziale per le persone inguaribili e vicine alla morte (che abbiano al centro i processi decisionali e quindi la comunicazione chiara e accurata di ogni momento di sviluppo della malattia) non è possibile portare ad un buon livello di sviluppo tutte le competenze di relazione di cura: tra pazienti, caregivers, medici di medicina generale, personale infermieristico e tecnico sanitario territoriale. E tali competenze sono fondamentali per garantire la qualità della vita fino al momento di accedere – per chi lo ha scelto – alla sedazione palliativa continuata e terminale, prima, ad esempio, che un problema respiratorio conduca direttamente in un Dipartimento di Emergenza e interroghi i medici sulla scelta di praticare la rianimazione e la tracheostomia, oppure no. Questo è il principale punto di criticità, sostanzialmente non risolvibile in termini definitivi da una Legge, se non con la depenalizzazione di alcuni reati.

Siamo per percorsi di buona cura in cui la fine della vita sia parte della vita

Occorre promuovere una campagna di maggiore sensibilizzazione per programmi politici di welfare sanitario che abbiano al centro la ridistribuzione delle risorse sul territorio per favorire economicamente lo sviluppo da parte dei contesti socio-sanitari diversi, di percorsi di buona cura in cui la fine della vita sia parte della vita e sia affrontata da tutti gli attori in modo consapevole e qualitativamente soddisfacente. Questo è possibile solo di fronte a relazioni di cura in cui ci sia una distribuzione di potere e di responsabilità in merito alle scelte e questo si costruisce solo in termini orizzontali, tra persone che si conoscono, si incontrano, si confrontano e decidono insieme in un clima di mutua fiducia. Solo questo sarà il modo per portare a termine un percorso legislativo e una programmazione che avrà come obiettivo la più corretta distribuzione delle risorse e il maggiore rispetto per le scelte di ciascuna e di ciascuno, che sono sempre scelte svolte in un dato contesto relazionale, sociale ed economico.
1 Il neoliberismo prevede anche un diritto alla cura solo per chi si è comportato bene, non danneggiando la propria salute (evitando fumo, alcol, droghe, eccessi alimentari, sedentarietà) dimenticando i determinanti delle malattie insiti nell’ambiente di vita e lavoro (inquinamento dell’aria, acqua, alimenti, stress lavoro correlato, infortuni ecc.); sarà questo uno dei motivi per cui non si investe nella vera prevenzione?

domenica 19 marzo 2017

L'Europa del capitale, 60 anni di distruzione di diritti e democrazia (Roma 1957 – Roma 2017)

 

































Compie 60 anni il processo di costruzione dell'Unione Europea, iniziato nel 1957 e passato attraverso varie fasi che hanno fatto scempio delle buone intenzioni dei vari movimenti federalisti europei e che oggi alimentano -a destra come in certa sinistra- spinte nazionalitarie e sovraniste che non spostano di un millimetro la questione fondamentale fin dalle origini: il parto tutto capitalistico dello spazio europeo.

Il secondo dopoguerra e gli anni del boom economico
Dopo la 2GM, l'Europa era un territorio desolato, con un bilancio di milioni di morti, città distrutte, miseria generalizzata, forte contestazione sociale, Stati in collasso...
La ricostruzione, finanziata ad est dall'URSS e ad ovest dal Piano Marshall statunitense, comporta però una sorta di riduzione degli Stati europei a protettorati delle due superpotenze.
Gli eventi della fine degli anni '40: inizio della Guerra Fredda nel 1948, la creazione a scopi militari dell'Unione Europea Occidentale sempre nel 1948, la creazione della NATO nel 1949 (e risposta sovietica con il Patto di Varsavia nel 1951) costringono gli Stati europei occidentali in una situazione di debolezza e dipendenza, acuita dalla progressiva perdita dei possedimenti coloniali in Africa ed in Asia e dalla limitatezza dei mercati nazionali di fronte alla concorrenza crescente degli USA, peraltro legittimata dalla nascita dell'OCSE.
Dopo 500 anni l'Europa occidentale non era più il centro del mondo.
Iniziano le pressioni delle élite economiche e finanziarie dell'Europa occidentale sugli Stati di riferimento per affrontare uno scenario di enorme incertezza; Stati che intanto erano diventati (sotto la spinta delle condizioni sociali e delle condizioni geopolitiche) garanti di un nuovo patto tra capitale e lavoro, per gestire il capitalismo keynesiano postbellico.
E' in queste circostanze che nasce il “progetto europeo”, prima con la costituzione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, praticamente la messa in comune di tutta l'industria estrattiva e di base) nel 1951 e poi nel 1957 con la firma del Trattato di Roma, quando sei paesi continentali si dotano di un'Unione Doganale e creano la Comunità Economica Europea (CEE).
Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo danno inizio alla creazione di un mercato superstatale con l'obiettivo di potenziare le imprese nazionali, in modo da poter competere nelle migliori condizioni su scala europea e mondiale.
Nel corso degli anni '60 la CEE diventa volano di un'elevata crescita economica con forte base industriale, di un'intensa urbanizzazione con incremento della motorizzazione ed una parallela disarticolazione del mondo rurale tradizionale. Lo sfruttamento della nuova classe operaia permette processi di accumulazione che accrescono le capacità competitive delle imprese della CEE.
Gli anni '70: la crisi del “dominio dolce”
La crisi del sistema monetario disegnato a Bretton Woods (1944), vale a dire la fine della garanzia aurea per il dollaro (1971) acuisce uno scenario di rivalità tra USA e Stati della CEE. Il tentativo di questi ultimi di dotarsi di una moneta unica per la fine degli anni '70 crea una forte crisi con gli USA, risolta con la rinuncia della Francia di Pompidou alla moneta europea in cambio dell'eliminazione del sistema di cambi fissi risalente al 1945 (previsto dagli accordi di Bretton Woods).
Dal 1973, il dollaro entra così a far parte delle altre valute mondiali come il marco e lo yen, ma da una posizione di egemonia.
Le due crisi energetiche del 1973 e 1979 acuiscono la recessione e la paralisi economica interna agli Stati CEE, comprendenti dal 1973 anche UK, Irlanda e Danimarca.
L'elezione di Reagan alla presidenza USA e della Thatcher a primo ministro dell'UK aprono la strada ad un capitalismo sempre più globalizzato, basato sul crescente predominio dei loro mercati finanziari e su una profonda ridefinizione del ruolo dello Stato e del rapporto capitale/lavoro che prenderà il nome di neoliberismo.
Inizia lo smantellamento delle conquiste sociali.
Gli anni '80: la svolta neoliberista
Le imprese europee transnazionali reagiscono.
Riunitesi nella lobby di pressione ERT (European Round Table of Industrialists) ed appoggiate dalle élite finanziarie, spingono Bruxelles affinchè dia inizio ad una svolta liberista anche nella CEE, puntando ad un mercato unico e successivamente ad una moneta unica, quale unico modo per conservarsi e prosperare nel nuovo mondo della globalizzazione produttiva e finanziaria imposta da USA e UK.
La Commissione Europea promuove una profonda svolta nel progetto europeo originario, quello detto del “dominio dolce”.
Il Consiglio Europeo, infatti, approva nel 1985 l'Atto Unico che istituisce un mercato unico per le merci, i servizi, i capitali e le persone (Schengen, inizio della costruzione della “fortezza Europa”) entro il 1993. Lo spazio sociale europeo promesso all'indomani dell'Atto Unico per alleviare i danni del neoliberismo è rimasto uno slogan opportunistico, mentre si instaura la pratica del “dialogo sociale” (poi ripresa da ogni singolo Stato membro al suo interno) con le organizzazioni sindacali della CES per risolvere i conflitti nel mondo del lavoro, senza ricorrere a fastidiosi scioperi e mobilitazioni.
Intanto la CEE si era ampliata con l'adesione della Grecia (1981), della Spagna e Portogallo (1986).
Cade il Muro di Berlino nel novembre 1989 mentre nei paesi dell'Europa dell'Est avvengono le cosidette Rivoluzioni di Velluto.
Gli anni '90: l'illusione della superpotenza Europa
Nel 1990 viene realizzata l'unificazione della Germania e l'URSS collassa nel 1991.
La svolta neoliberista del “progetto europeo” si rafforza con il Trattato di Maastricht (1991-1993) che prevede la creazione dell'Unione Economica e Monetaria, cioè l'instaurazione di una moneta unica per la fine degli anni '90 (l'euro entrerà in circolazione nel 2002), con tutti i suoi “parametri di convergenza”, vale a dire dei veri e propri vincoli su rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%, rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60% (Belgio e Italia furono esentati), tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi.
In più viene introdotto il principio di sussidiarietà che tanto ha contribuito alle privatizzazioni dei servizi pubblici e sociali. In Italia, anche con l'uso capitalistico di molte cooperative che hanno assorbito parte del welfare. 
Dopo Maastricht viene assunta la denominazione di Unione Europea (UE).
Il Trattato di Maastricht è la risposta dell'UE alla fine del bipolarismo mondiale, alla globalizzazione che diventava veramente mondiale, sotto il controllo della sola superpotenza USA.
Il tentativo di costruire organismi intergovernativi per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e per la Politica Interna di Giustizia Comune al fine di dare protezione politico-militare alla nuova moneta si rivelarono ben presto impraticabili.
Aderiscono nel 1995 Svezia, Finlandia e Austria, ma già dal 1993 si era deciso per una gigantesca espansione ad Est, verso gli ex-paesi membri del Patto di Varsavia.
L'obiettivo era portare nel mercato della UE quasi 100 milioni di nuovi consumatori, sfruttare forza-lavoro qualificata e molto a buon mercato (in vista delle future delocalizzazioni), acquisire imprese e risorse locali e disinnescare il potenziale militare dell'ex-Patto di Varsavia, sottraendo questi paesi all'influenza della Russia.
Operazione complessa ed arrischiata, visti i rapporti di sostegno militare stabiliti tra questi paesi e gli USA che vogliono un ampliamento della NATO verso l'est europeo.
Si consolida l'intento di creare una dimensione imperialistica europea.
Gli anni 2000: il “dominio forte”
Si apre un periodo segnato dalla cosiddetta Strategia di Lisbona che deve permettere una crescita economica. Questa genererà crescenti disuguaglianze sociali e territoriali, attivando una vera esplosione della urbanizzazione, con una ristrutturazione-terziarizzazione metropolitana causa di crescente dispersione in parallelo al deflagrare della mobilità motorizzata.
E' il periodo in cui si afferma il dominio dell'agrobusiness sul mondo rurale.
L'attentato di New York del 2001 apre una nuova fase militare nella politica internazionale in cui la UE non sarà capace di trovare una posizione autonoma rispetto all'aggressività degli USA.
Il Trattato di Nizza del 2000 e la nuova Costituzione europea (2004) blindano e consolidano l'Europa neoliberista che non ragiona più in termini di “noi”, ma di “dentro”o “fuori” le regole.
Il processo iniziato alla metà degli anni '80 porta Bruxelles ad imporre agli Stati membri lo smantellamento dello “stato sociale”, la cessione crescente di competenze, l'instaurazione della disoccupazione cronica e della precarietà.
La pronta risposta giunta già dalla metà degli anni '90 dal movimento antiglobalizzazione e dai movimenti contro le privatizzazioni di sanità, formazione e sistema pensionistico, contro la dicoccupazione, la precarietà e l'esclusione, portano ad una vera crisi prima e rifiuto poi della “cittadinanza” dentro un'Europa che esclude, precarizza e crea disoccupazione.
Il fronte aperto dal movimento anti-globalizzazione non era contro la moneta unica, ma contro il “dominio forte” del capitalismo liberista europeo ed il “dominio armato” dei singoli Stati membri della UE, coalizzando la classica opposizione di classe con nuove sensibilità sociali ed ambientali che raccoglieranno centinaia di migliaia di attivist* in tutto il mondo, con un forte protagonismo del movimento anarchico.
Purtroppo il portato anticapitalista e socialmente alternativo del movimento antiglobalizzazione non ha avuto il tempo di sedimentarsi livello popolare: la durissima repressione (Genova 2001) e la crisi globale del 2007 lo hanno indebolito, consentendo che maturassero sentimenti “euroscettici” poi evolutisi in formazioni politiche sovraniste e nazionalitarie che da uno scioglimento della UE pensano di riscattarsi dal debito, di tornare a stampare moneta e di murare i confini, ri-alimentando lo statalismo di sempre.
Imperturbabili, le istituzioni europee -sostenute dagli Stati membri- hanno fatto sì che non esista un “immaginario” comune europeo, se non quello fondato sulla paura per “l'altro” sia all'interno che all'esterno dei labili confini della UE.
Nel 2012 viene approvato il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, il fondo salva-stati a condizioni di prestito durissime, applicato ai famigerati paesi marchiati dallo spregevole acronimo di PIGS.
I PIGS all'interno dell'Unione sono come i migranti che cercano di forzare la “fortezza Europa”: vanno puniti e rinchiusi nel penitenziario del debito se non si possono buttare fuori dall'Europa, salvo pensarne una a due velocità: tema ricorrente invano per tutti gli anni 2000.
La crisi dell'imperialismo europeo appare evidente: per fronteggiare efficacemente lo scontro nel mercato mondiale l'Europa dovrebbe essere unita ma non è ancora capace di esserlo.
Lo stesso UK, dopo la Brexit del 2016, non avrà vita facile nelle trattative per l'applicazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona.
Tutto sommato i sovranisti -a destra come in certa sinistra- fanno il gioco delle istituzioni europee, che non sono altro rispetto agli Stati che le compongono con loro delegati.
Commissione Europea, Consiglio Europero, Eurogruppo sono semplicemente la proiezione politico-economica degli Stati membri a livello della UE.
Per sciogliere la UE, i sovranisti dovrebbero prima prendere il potere nei loro singoli Stati (sono 27) e poi decidere di uscire, se i costi economici, politici e militari lo permetteranno.
Eppure né Syriza in Grecia, né Podemos in Spagna sembrano sognarsi una cosa simile. Forse hanno fatto una botta di conti.
Il 25 marzo 2017 a Roma
E' presumibile attendersi che Roma sarà attraversata da manifestazioni federaliste pro-Europa (magari chiedendo modifiche alle politiche attuali) e da manifestazioni della sinistra sovranista no-global  insieme a manifestazioni della destra sovranista no-global.
Tuttavia la posta in gioco non è la permanenza o meno nell'euro e/o nella UE e nemmeno il no-global di moda oggi, che non mette in discussione il capitalismo, basta che investa in patria.
Lottare contro le politiche della UE, espressione degli Stati che la compongono, significa riaprire una nuova stagione di lotte anticapitaliste.
Tutto ciò comporta una capacità del movimento libertario di offrire un programma complessivo di obiettivi da raggiungere nei maggiori movimenti sociali ed un ammodernamento delle sue proposte rivoluzionarie.
Dobbiamo dimostrarci capaci di raggiungere la più vasta unità d'azione nella creazione di una mediazione strategica che proponga ed effettivamente inizi a garantire un processo di riunificazione del proletariato, che il capitalismo sta lacerando tramite la disoccupazione, la precarietà e l'esclusione.
Questo processo deve evidentemente prevedere una mediazione tra le politiche rivoluzionarie ed il ciclo di lotte attuali. Comporta la creazione di un'area di opposizione -ben al di là del solo mondo del lavoro, comprendente tutti gli aspetti di antagonismo contro il controllo sociale capitalistico e patriarcale- in cui il proletariato ed i movimenti sociali possano realizzare una crescente quantità di auto-organizzazione e di azione diretta ed in cui il ciclo di lotte possa essere patrimonio socializzabile, tramite un'appropriata relazione tra le esperienze proletarie e le proposte rivoluzionarie.
Non è possibile alcuna strategia che coinvolga le richieste ed i bisogni dei settori sociali oppressi senza assumere la parzialità, senza un farsi altro dal corpo sociale, costruendo alterità organizzativa, autonomia, piattaforme unificanti.
Costruire fronti di lotta sociali (sindacale, ambientale, antirazzisti e per la libera circolazione delle persone, anti-patriarcato, per la costruzione di esperienze alternative dal basso nella produzione e negli scambi) attraverso i confini della UE; costruire fronti di lotta politici specifici dei libertari per sostenere le lotte sociali, sono i compiti da darsi per uscire dai confini della dimensione capitalistica dell'Unione Europea.
Alternativa Libertaria/fdca
25 marzo 2017

Sulle tracce di Dolcno e Margherita


mercoledì 15 marzo 2017

17 MARZO: SCIOPERO GENERALE DELLA SCUOLA CONTRO LA LEGGE 107


Giovedì 16 marzo 2017 – della contro la legge 107, gli otto decreti attuativi e il modello renziano della cosiddetta “Buona ”, prima che questa inizi a essere applicata in maniera definitiva. Lo hanno proclamato i sindacati di base , UniCobas, Anief, e FederAta per la giornata di venerdì 17 marzo. Sono prevista, per quel giorno, 10 manifestazioni regionali e interregionali lungo l’intero Stivale, in alcuni casi parteciperanno.
La presentazione della mobilitazione con Piero Bernocchi, portavoce nazionale della confederazione Cobas. Ascolta o scarica.
Di seguito il comunicato stampa firmato da Cobas e UniCobas:
Il 17 marzo sciopero generale della scuola contro la legge 107 e gli otto decreti attuativi
Manifestazioni a Roma (MIUR, ore 9.30), Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Cagliari, Palermo, Catania.
Il Parlamento dovrà decidere nei prossimi giorni se dare parere favorevole agli otto decreti attuativi della legge 107 che, incurante della amplissima opposizione alla legge, il governo Gentiloni ha varato per chiudere definitivamente nella gabbia della “cattiva scuola” renziana docenti, ATA e studenti. Per il futuro reclutamento dei docenti non si riconoscono le abilitazioni già conseguite né il servizio prestato e si delinea un infinito percorso di quasi un decennio prima di entrare nella scuola, peraltro a stipendi infimi. Per i diversamente abili, si superano gli attuali limiti di studenti (20 per classe) e si mira a distruggere l’inclusione subordinando il diritto al sostegno a logiche discriminanti  di mero risparmio e a ridurre il numero degli insegnanti di sostegno, per delegare progressivamente tale attività all’intero personale docente. Negli istituti Tecnici, nei licei e in particolare negli istituti Professionali (unificati con la professionale regionale) si aggrava la centralità dell’”alternanza scuola-lavoro”, in una forma sfacciata di apprendistato gratuito, con flessibilità fino al 40% del monte orario, con presenze pomeridiane vincolanti per docenti ed ATA e la valutazione dello studente in base ad una presunta “cultura del lavoro”. L’”alternanza” diviene addirittura materia di esame alla Maturità, per sostenere la quale è obbligatorio anche aver svolto gli assurdi quiz Invalsi (i cui risultati accompagneranno il curriculum dello studente anche all’Università) così come per l’esame di Terza media, rendendo la valutazione tramite quiz più importante di quella effettuata dai docenti nel percorso scolastico. In quanto al “sistema integrato 0-6 anni”, si abbassa il livello della scuola dell’Infanzia pubblica, con il grave rischio per il personale di trasferimento nei ruoli degli Enti locali, creando caos gestionali in scuole primarie già sovraccariche di pesi e di ruoli.  Insomma, i decreti aggravano le disastrose brutture della legge 107, dal famigerato “bonus” per i docenti “meritevoli” (i cui nomi i presidi tengono nascosti) allo strapotere dei dirigenti, dalla truffa di un “organico di potenziamento” utile solo a ingigantire il demansionamento e la conflittualità tra docenti, ai ricatti pesanti sulla mobilità e sull’organico triennale, fino all’obbligo di “un’alternanza scuola-lavoro” che mescola l’apprendistato gratuito ed inutile con la cialtroneria di accordi con aziende “amiche” che risparmiano sul personale (“scuola-bottega”). Il tutto provocando un’ulteriore, drammatica dequalificazione del lavoro degli insegnanti, sempre meno educatori/trici e sempre più “manovali culturali” tuttofare, a compimento di un ventennio di immiserimento di una scuola, degradata ad azienducola cialtrona, arruffona e clientelare.
Per protestare contro tutto questo abbiamo indetto su tutto il territorio nazionale, insieme ad Anief, Usb, FederAta e Orsa, per il 17 marzo lo sciopero generale della scuola, sciopero da cui si sono sottratti i Cinque sindacati “rappresentativi”, impegnati in una rinnovata pantomima concertativa con la ministra Fedeli, che, per garantirsi tale complicità, ha contato sull’unico “titolo” che aveva a disposizione per la scalata al MIUR, ossia il suo passato ruolo di segretaria generale della Federazione dei Tessili CGIL. Con lo sciopero del 17 marzo, oltre al ritiro delle deleghe, vogliamo che: 1) la mobilità sia gestita con titolarità su scuola, eliminando la chiamata diretta e gli incarichi triennali decisi dal preside, garantendo la continuità a tutti/e i/le docenti; 2) i fondi del sedicente “merito” , della Carta del docente e del Fondo di istituto siano destinati alla contrattazione nazionale per un aumento che, insieme a rilevanti fondi da stanziare,  garantisca a docenti e ATA il recupero almeno di quel 20% di salario perso nel più lungo blocco contrattuale della storia repubblicana; 3) siano assunti i precari – docenti ed ATA – con almeno 36 mesi di servizio su tutti i posti disponibili in organico di diritto e di fatto; 4) venga ampliato l’organico ATA, resa giustizia agli ATA ex-Enti locali, re-internalizzati i servizi di pulizia, eliminato il divieto di nominare supplenti per gli Amministrativi e Tecnici anche per periodi prolungati, e nominati i supplenti per i Collaboratori scolastici anche per i primi 7 giorni; 5) sia ridata alle scuole superiori la libertà di istituire o meno l’”alternanza scuola-lavoro” e di determinarne il numero di ore; 6) vengano eliminati i quiz Invalsi come strumento per valutare scuole, docenti e studenti; 7) sia restituito ai lavoratori/trici il diritto di partecipare ad assemblee indette da qualsiasi sindacato e applicato un sistema proporzionale di voto senza sbarramenti per l’accesso ai diritti sindacali, con un voto a livello di scuola, uno a livello regionale e uno nazionale per determinare la rappresentatività dei sindacati ai tre livelli.
Nella mattina del 17 marzo si terranno 10 manifestazioni regionali o interregionali a Roma (MIUR, V.le Trastevere, ore 9.30), Torino (USR Piemonte, C. Vittorio Emanuele, ore 9), Venezia (USR Veneto, Riva de Biasio, ore 10.30), Bologna (P. S. Stefano, ore 9.30), Firenze (P. S. Marco, ore 9), Cagliari (P. Giovanni XXIII, ore 9.30), Napoli (P. del Gesù, ore 9.30), Bari (USR Puglia, V. Castromediano, ore 10), Palermo (P. Politeama, ore 9.30), Catania (P. Stesicoro, ore 9.30).
Piero Bernocchi   portavoce nazionale Cobas
Stefano d’Errico   segretario nazionale Unicobas

venerdì 10 marzo 2017

Precisazioni circa Makhno, Contropiano e le solite calunnie


Stimati compagni della redazione di “Contropiano”,
non ci stupisce né ci indigna che il presidente della Commissione esteri del Senato russo veicoli via Facebook (e dove, altrimenti?) antiche calunnie bolsceviche e liberali circa il compagno Nestor Ivanovic Machno, riprese poi da tal Fabrizio Poggi nel suo articolo “La fede ucraina tra Stepan Bandera e Nestor Makhnò”. Più concretamente ci interessa ristabilire i termini della verità storica, mille volte mistificata dalla storiografia liberale, socialdemocratica e bolscevica.
Il compagno anarchico Nestor Ivanovic Machno era un rivoluzionario internazionalista che combattè, in nome dell’emancipazione dei lavoratori, contro le armate bianche che dilagarono in Ukraina fin dal 1918.  Lo fece a fianco dell’Armata Rossa, con successo e lealtà per quella rivoluzione proletaria che sempre difese: dalle armate controrivoluzionarie e dalle bande di briganti fino all’aggressione sanguinosa da parte del maresciallo Trotzkj che non poteva acconsentire all’autogoverno del proletariato d’Uckraina la cui sanguinosa sconfitta, da parte dell’esercito del nuovo stato sovietico precedeva, nel 1921,  l’insurrezione de Kronstadt contro il super lavoro e il super sfruttamento, il ripristino dei privilegi di classe abbattuti, la fame, la miseria e la morte per la patria socialista”. 
 Queste vicende anticipavano la tragedia del proletariato russo soccombente di fronte all’insorgente capitalismo di stato sovietico e nella sua successiva configurazione imperialistica, alla cui edificazione il bolscevismo non può dirsi estraneo.
saluti libertari

Alternativa Libertaria/FdCA




giovedì 9 marzo 2017

NON UNA DI MENO - UNA MINACCIA CONSERVATRICE CREA NUOVE OPPORTUNITÀ PER UN FEMMINISMO DI CLASSE

UNA MINACCIA CONSERVATRICE CREA NUOVE OPPORTUNITÀ PER UN FEMMINISMO DI CLASSE
Nota delle autrici: questo articolo è stato redatto da Romina Akemi e Bree Busk per Solidaridad, il giornale della organizzazione cilena Solidaridad-Federación Comunista Libertaria. Per questo motivo, alcuni concetti e fatti storici che risultano familiari ai lettori statunitensi vengono spiegati più dettagliatamente.

Nella prima settimana di presidenza di Donald Trump hanno avuto luogo due importanti mobilitazioni, espressione di due visioni radicalmente distinte sui diritti riproduttivi.
La marcia delle donne a Washington nel giorno seguente all'insediamento di Trump è stata una delle manifestazioni più partecipate nella storia degli Stati Uniti. Quello che è cominciato come una chiamata spontanea è cresciuta rapidamente fino a diventare un movimento rappresentativo della crescente preoccupazione nei confronti del programma del nuovo governo. La marcia ha riunito circa 500.000 persone a Washington D.C, con manifestazioni parallele in tutto il paese e nel resto del mondo. Una settimana dopo, ha avuto luogo una mobilitazione molto diversa: la marcia annuale per la vita.
Nonostante questa sia stata considerabilmente minore, ha riunito comunque un buon numero di persone, inclusi personaggi noti del governo Trump. Rompendo il protocollo politico tradizionale, il vicepresidente Mike Pence, un ex-cattolico convertito al cristianesimo evangelico, ha parlato durante la manifestazione dichiarando: "La vita sta vincendo di nuovo negli Stati Uniti".
Negli Stati Uniti, la legalità dell'aborto è affidata alla Roe. v. Wade, una sentenza del 1973 che può essere riconosciuta solo da una nuova decisione della Corte Suprema. Attualmente vi è un vuoto legislativo che il presidente Obama non è stato in grado di riempire nel suo mandato. Durante la sua campagna elettorale il candidato successore Donald Trump aveva espresso l'intenzione di nominare un giudice antiabortista, promessa che è stata ripetuta da Pence e finalmente realizzata il 30 di gennaio con la nomina di Neil Gorsuch. Se verrà confermato il rapporto pubblicato recentemente sulle vicende che hanno portato all'elezione del giudice Gorsuch, la direzione sarà quella di una svolta conservatrice, "votando per limitare i diritti degli omosessuali, mantenere restrizioni sull'aborto e invalidare i programmi di azione positiva (affirmative action)".
Nonostante sia legale, l'accesso all'aborto continua ad esser precario e discontinuo negli Stati Uniti, specialmente per gli abitanti delle comunità rurali. Questo è dovuto in parte al successo del movimento antiabortista, che si è servito di metodi legali o dal basso per ridurre l'accesso all'aborto. Questa tendenza è divenuta particolarmente evidente negli anni '90, quando organizzazioni evangeliche di destra come Operation Rescue, Moral Majority, and the Family Research Council hanno acquisito maggiore importanza. Queste organizzazioni hanno cavalcato la reazione conservatrice di fronte alla rivoluzione culturale degli anni '60, esigendo che si pregasse nelle scuole pubbliche, opponendosi all'educazione sessuale e chiudendo le cliniche per donne. Questo periodo di opposizione tra il conservatorismo religioso e i valori progressisti secolari è chiamato la "Guerra culturale" ("The cultural wars"). In quell'epoca il movimento femminista nordamericano della terza onda era già completamente istituzionalizzato dentro al Partito democratico, e non è stato possibile difendere le conquiste già fatte di fronte ad una tale opposizione.
La marcia delle donne è stata la dimostrazione pubblica in difesa dei diritti riproduttivi più importante nella storia recente. Essa rappresenta la prima chiamata ad un'azione capace di unire trasversalmente donne di ogni razza, classe e tendenza politica dalla sconfitta dell'emendamento sulla legge paritaria (Equal Rights Amendment) della fine degli anni '70. Durante l'ultima decade, le politiche di sinistra negli Stati Uniti sono state dominate dalla politica dell'identità: una teoria politica che enfatizza l'identità razziale, sessuale e di genere a discapito della classe sociale. Le politiche dell'identità inizialmente contribuirono all'analisi e alla decontrazione delle manifestazioni di supremazia bianca e di patriarcato all'interno di organizzazioni e movimenti di sinistra, ma furono adottate presto dai giovani progressisti in ambito accademico. All'interno di questa analisi, il concetto di classe s'intende come un'identità in più, soggetta ad essere discriminata però non sulla base della sua relazione con i mezzi di produzione.
Ciò che era inizialmente uno strumento utile per l'analisi dei disequilibri del potere finì per trasformarsi in una posizione ideologica caratterizzata dalla disunione, dal separatismo e da un localismo estremo. Questi comportamenti politici hanno influenzato fortemente le sinistre istituzionali e rivoluzionarie negli Stati Uniti, bloccando la crescita di movimenti sociali ad ampia base.
Il problema della natura frammentaria della politica dell'identità è stato affrontato mediante l'applicazione del concetto di intersezionalità, una pratica teorica che contiene l'analisi delle identità sociali sovrapposte e dei loro corrispondenti sistemi di oppressione, dominio o di discriminazione. L'intersezionalità è stata pensata per preparare un modello che promuovesse una cooperazione orizzontale e inclusiva all'interno dei movimenti e delle organizzazioni tra le diverse identità. Senza dubbio nella pratica gli attivisti finirono per seguire l'interpretazione secondo la quale tutte le identità e tutte le oppressioni sono collocabili sullo stesso piano, e non si richiede nessun giudizio particolare al capitalismo o allo Stato per completare l'analisi. Come dimostrato nella recenti elezioni negli Stati Uniti, la maggior parte delle persone reagisce alle minacce contro la sua realtà materiale e non in base a considerazioni puramente ideologiche sulla propria collocazione nella complessa gerarchia delle identità oppresse…risulta ironico che la politica "dall'alto" condotta da Trump abbia finito per costringere la sinistra statunitense ad incontrare un'unità che, appena un mese fa, brillava per la sua assenza.
In questo momento non esiste alcuna certezza che la marcia delle donne si possa trasformare in un movimento sociale legittimo. In tutto il paese, i microfoni sono stati monopolizzati dai politici democratici e da celebrità liberali, mettendo l'accento sulla resistenza istituzionale. Questo contrasta con la diversità politica dei partecipanti alla marcia: alcuni esigono riforme, mentre altri chiamano alla rivoluzione. Il fattore unificante è il desiderio collettivo di iniziare una resistenza nelle strade di fronte alla regressione sociale che si sta annunciando. Le femministe rivoluzionarie hanno appena iniziato ad inserirsi in questi spazi politici e il ruolo che ricopriranno non è ancora chiaro. Ciò che risulta chiaro è che la marcia delle donne rappresenta un'opportunità politica per ricostruire un movimento femminista libertario (insieme ad altre lotte che si stanno sviluppando) che ponga domande finalizzate a migliorare la vita dei lavoratori e che si opponga al carattere liberale e capitalista del movimento femminista attuale. Esiste una chiara opportunità per riportare l'attenzione sulle domande classiche di giustizia riproduttiva, uguaglianza economica e fine della violenza patriarcale, e per porre nuove domande con una forza maggiore rispetto ai decenni passati. I nostri sforzi necessiteranno degli elementi migliori dell'analisi intersezionale per impedire che si sviluppino di nuovo le gerarchie che cerchiamo di abolire, però questo è solo il principio. Dobbiamo riconoscere la realtà materiale di coloro che vengono direttamente impattati dal capitalismo patriarcale, e lasciare che questa prospettiva ci guidi nel movimento rivoluzionario che vogliamo costruire.

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

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