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ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

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mercoledì 24 agosto 2016

DOPO LE LACRIME DI COCCODRILLO TUTTO TORNERA’ COME PRIMA


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DOPO LE LACRIME DI COCCODRILLO TUTTO TORNERA’ COME PRIMA

Il terremoto è un evento naturale diffusissimo sul nostro pianeta. In un anno se ne registrano nel mondo circa un milione, di cui alcune migliaia sono abbastanza forti da essere percepite dall’essere umano, ma di cui solo qualche decina è in grado di causare gravi danni. Per fare qualche esempio generalmente avvengono più di 14000 terremoti all’anno con M > 4 e più di 130000 con M > 3. Se per ogni territorio riuscissimo a definire in maniera sufficientemente precisa l’energia di un terremoto ed a stabilirne in modo preciso il tempo di accadimento, avremmo risolto il discorso della previsione dei terremoti. Ma ciò non è possibile sia perché non abbiamo un arco temporale sufficientemente rappresentativo di osservazione scientifica degli eventi sismici, e sia perché, alla luce delle attuali conoscenze pare che i terremoti che si susseguono in un determinato territorio non siano assolutamente periodici.
L’unica previsione a lungo termine che si può fare è quella storico-probabilistica che viene impiegata per definire la pericolosità sismica di base di una determinata area, e che è funzione della probabilità di superamento di un determinato livello energetico del sisma, in un determinato intervallo di tempo.
Anche perché sul versante della previsione a corto termine non siamo messi benissimo; poco di preciso si sa infatti sul comportamento dei precursori sismici, tutti quei fenomeni che sembra possano in qualche modo preavvisare un evento sismico di grande dimensione. Sembra infatti che l’aumento della concentrazione del gas radon o il manifestarsi di sciami sismici, o il conclamarsi di altri fenomeni che a volte anticipano i terremoti non sempre preannunciano scosse importanti e
inoltre che molti eventi catastrofici che si sono verificati negli ultimi anni
non sono stati purtroppo preannunciati da alcun fenomeno precursore.
L’unico aspetto, quindi, su cui si può fare leva per difenderci da questi eventi naturali è la prevenzione, ossia prevedere i loro effetti. E cosa significa fare prevenzione rispetto ai terremoti?
Dal punto di vista della prevenzione contro gli effetti del terremoto, inquadrare una determinata area e considerare l’interazione fra il terremoto, le opere umane e le persone presenti sull’area, significa definirne il Rischio Sismico.
Il Rischio Sismico quantitativamente è espresso dal prodotto di tre grandezze: pericolosità, vulnerabilità ed esposizione.
La pericolosità sismica è una grandezza oggettiva, indipendente dall’intervento umano, ed è la probabilità che si verifichi, in una data area, entro un dato periodo di tempo, un terremoto di una data energia; la vulnerabilità sismica esprime la propensione delle opere costruttive umane a resistere ai terremoti; la vulnerabilità, a differenza della pericolosità, è una grandezza soggettiva perché dipende dalla qualità con cui vengono costruiti gli edifici; infine l’esposizione, anch’essa una grandezza soggettiva, rappresenta la presenza di popolazione, strutture, infrastrutture, attività o comunque beni in termini di vite umane, economici, storici e strategici che possono essere danneggiati da eventi sismici.
Consideriamo le implicazioni di queste grandezze a livello sociale.
La pericolosità sismica esprime quindi, per una determinata area o per una determinata costruzione, il terremoto che ci si può aspettare in termini energetici in un determinato periodo di tempo. Essa dipende essenzialmente da due gruppi di condizioni al contorno: il primo, che definisce la pericolosità sismica di base, è caratterizzato dalla posizione dell’area, o dell’edificio, rispetto alle zone sismogenetiche (le aree dove si generano i terremoti); il secondo, che definisce gli effetti sismici locali, è caratterizzato dalle caratteristiche geologiche e topografiche del sito dell’area o dell’edificio considerati.
La pericolosità sismica di base viene definita con metodologie storico-probabilistiche: vengono prima ricostruiti i cataloghi storici degli eventi che successivamente vengono trattati con criteri probabilistici e spalmati sul territorio dopo essere stati sottoposti a leggi di attenuazione.
Si capisce che a seconda dei criteri probabilistici e delle leggi di attenuazione impiegati, possono derivare, per un medesimo territorio, diverse classificazioni.
Per definire al meglio la pericolosità sismica (ossia ricordiamo l’energia di un terremoto in funzione dell’intervallo di tempo considerato) vanno considerati anche i già accennati effetti sismici locali, dipendenti come abbiamo visto dalla geologia e dalla topografia di un certa area.
Alcune tipologie di terreni hanno infatti la capacità di amplificare l’ampiezza delle onde sismiche e di modificarne le frequenze, in funzione dei loro spessori e delle loro caratteristiche geofisiche; inoltre i fenomeni di amplificazione si verificano anche in determinate condizioni morfologiche (pendii ripidi, creste affilate, fondo valli stretti, ecc).
A questi effetti vanno poi aggiunti altri fenomeni locali legati al sisma come le frane indotte ex novo o riattivate in seguito allo scuotimento ripetuto e continuato di suoli instabili; la liquefazione dei terreni che si verifica in determinate condizioni geotecniche ed idrogeologiche, in seguito a carico ciclico causato dalle onde sismiche su sedimenti immersi in falda; la fagliazione che si verifica quando le rotture che generano il terremoto arrivano fino in superficie ad interessare le opere umane.
Ora, se per la determinazione della pericolosità sismica di base del territorio italiano si può al limite discutere e obiettare sui criteri utilizzati nel definirla, per quanto riguarda la definizione degli effetti sismici locali siamo ancora indietro, e non per un’arretratezza delle teorie e delle tecniche scientifiche al riguardo, quanto invece per una colpevole ignavia di molte amministrazioni pubbliche competenti e per una generale resistenza dei proprietari delle strutture costruttive, privati o pubblici che siano.
E questo dovrebbe essere un aspetto da non trascurare visto che gran parte degli edifici delle grandi città italiane, compresi edifici sensibili come scuole ed ospedali, sono situati su aree suscettibili di amplificazione sismica.
Quindi, se dal punto di vista della pericolosità sismica di base (macrozonazione) siamo messi non malissimo (pur con tutti i limiti legati alla scelta dei criteri probabilistici per definirla ed a quelli legati ai limiti delle conoscenze storiche degli avvenimenti sismici) e per quanto riguarda la conoscenza degli effetti sismici locali siamo indietro, dal punto di vista della Vulnerabilità sismica siamo messi malissimo. (Ricordiamo che la Vulnerabilità sismica di un edificio è data dalla sua propensione a resistere ad un terremoto di una certa energia e determinato contenuto in frequenza).
Non raramente ho, infatti, sentito diversi tecnici delle amministrazioni locali ammettere candidamente di non conoscere la Vulnerabilità sismica della stragrande maggioranza degli edifici dei propri territori di pertinenza. E non solo di quelli relativi alle abitazioni private, ma anche dei vari edifici sensibili come scuole ed ospedali.
Il problema è enorme se si considera il fatto che più del 50% del patrimonio edilizio italiano è stato costruito prima che ci fosse una precisa normativa antisismica, ed anche molti edifici relativamente nuovi sono stati costruiti senza criteri antisismici, perché costruiti prima del 2003, prima cioè che il loro sito fosse classificato con una classe di pericolosità sismica maggiore rispetto a prima.
Se vogliamo fare un altro esempio calzante rispetto al problema della Vulnerabilità sismica, in Italia abbiamo un’edilizia scolastica che per più del 60% è costituita da edifici costruiti prima che, in fase progettuale, venisse presa in considerazione quantitativamente qualsiasi azione sismica. Ma a mio parere non possiamo essere certi di quelli costruiti anche quando le normative tecniche relative alle azioni sismiche erano state delineate perché sappiamo bene come si è sviluppata ad esempio l’edilizia romana negli anni ’70 e ’80 del secolo passato.
È chiaro che ci troviamo di fronte ad un enorme problema di valutazione della reale ed attuale Vulnerabilità Sismica e del conseguente adeguamento delle vecchie strutture alle nuove normative.
E se si vuole affrontare il problema in maniera seria e reale, andrebbero approntate delle indagini strutturali con lo scopo di: verificare la qualità dei materiali impiegati nella costruzione della struttura, verificare la funzionalità degli elementi strutturali che compongono la struttura, verificare la funzionalità della struttura in toto. E una volta verificata l’eventuale incompatibilità della struttura a resistere alle azioni del sisma, questa andrebbe adeguata aumentandone le resistenze.
Ma abbiamo anche imparato sulla nostra pelle che la sicurezza sociale nei territori è spesso, se non sempre, sacrificata sull’altare del profitto e degli euro-sacrifici.
Anche perché in realtà le risorse tecniche ed economiche per affrontare la problematica del rischio sismico e degli altri tipi di rischi ambientali ci sono.
Bisognerebbe sottrarle alle amministrazioni statali, centrali e periferiche, che le sprecano nel mantenere l’esercito del consenso all’interno delle aziende pubbliche o a capitale misto o nel mantenere gli eserciti propriamente detti in giro per il mondo a garantire quella pace essenziale agli affari delle multinazionali, bisognerebbe sottrarle dalle cifre che vengono regalate agli imprenditori delle finte cooperative con le esternalizzazioni dei servizi, o a quanto viene distribuito ad un imponente esercito di dirigenti totalmente inutili alla collettività.
Per non parlare degli enormi costi della politica rappresentativa.
Con il beneplacito delle amministrazioni e la tracotanza delle lobby affaristiche si continua a disseminare il nostro territorio di costruzioni inutili alla collettività, sottraendo risorse che potrebbero essere impiegate per migliorare e aumentare la sicurezza sismica delle nostre scuole, ospedali e case. Non aspettiamoci nulla da chi ci amministra. Dopo le lacrime di coccodrillo tutto tornerà come prima.
Zatarra – AL Roma

Sull’autogestione – di Manuel Batista


capitalismCrashedINTRODUZIONE
I lavoratori sono sempre persuasi che da sé stessi sarebbero totalmente incapaci di gestire le imprese, e che senza l’aiuto dei titolari di esse e dei loro accoliti (i c.d. “gestori”) le imprese stesse andrebbero a fondo.
È evidente solo per pochi che si tratta di un’astuta menzogna che permette di contenere in una docile rassegnazione le masse fruttate, affinché non abbiano mai la velleità di reclamare il potere che è loro, il “potere di fare”.
Infatti, la cooperazione, la diligenza e l’intelligenza dei lavoratori vengono costantemente richieste in ogni tipo di impresa, siano grandi o piccole, private o statali.
Lo si riscontra osservando da vicino la concretezza della produzione e dei servizi. Se i lavoratori si comportassero come automi privi di intelligenza, in breve per tutta la produzione (e i servizi) ci sarebbe una stato di disorganizzazione.
Tuttavia, possiamo e dobbiamo anche considerare esempi “in positivo”. Ossia le imprese autogestite che – nei momenti di disorganizzazione economica e di crisi del potere – finiscono sempre col venir fuori.
I lavoratori molte volte sono portati ad assumere il controllo della gestione delle imprese a causa della fuga o del sabotaggio dei padroni e dei gestori, e inizialmente lo fanno per assicurare il proprio posto di lavoro, non per una decisione premeditata, bensì sotto la pressione delle circostanze eccezionali in cui vivono.
Sono molti gli esempi di imprese cooperative che funzionano bene, in genere di piccole dimensioni, in cui i lavoratori sono proprietari delle imprese e le decisioni vengono formate in assemblee democratiche. L’esempio di queste imprese cooperative ben condotte viene minimizzato, particolarmente dai “rivoluzionari patentati”, che vi vedono (con ragione) una negazione dei loro progetti autoritari.
Peraltro, anche i capitalisti fanno di tutto per sabotare il loro successo, anche quando esse non costituiscono una minaccia concorrenziale per il settore capitalista. Da qui nasce il fatto che un modello generalizzato e cooperativo di autogestione non riesca ad installarsi progressivamente, per generalizzazione del modello stesso, stante il semplice motivo che la classe sfruttatrice – fin quando si mantenga al potere – non lo permetterà.
Questo non significa che detto modello di gestione e di proprietà cooperativa non possa costituire la futura base di quella che si potrà considerare una società basata su principi non capitalisti (e, pertanto, socialisti): vale a dire, al contrario, che queste soluzioni esistono già nella teoria e sono state sperimentate molte volte, non avendo nulla di utopico; semmai è il contrario.
È questo che giustamente temono i detentori del potere attuale ed i loro capataz; temono che questo modello possa -nella coscienza delle masse- diventare desiderabile, naturale, necessario, per essere stato posto in essere con successo in varie parti del mondo ed in vari settori di attività.
L’AUTOGESTIONE NON È UTOPIA
Anche per questo i libertari – in generale difensori dell’autogestione e delle cooperative – cadono in un tremendo errore accettando di buon grado che altri (e non loro stessi) li considerino utopisti. Si tratta di una forma di autosconfitta del massimo grado, poiché essi danno credito ai clamori dei loro più acerrimi nemici, i capitalisti e i loro capataz, che guidano i partiti detti “socialisti” o “comunisti” o “di sinistra”.
La praticabilità delle forme di organizzazione in autogestione e in cooperativa non manca di dimostrazione. Non si può dire lo stesso sia dei modelli idealizzati che “legittimano” i meccanismi di mercato del capitalismo privato, sia della centralizzazione estrema del capitalismo di Stato, o bolscevismo, come strumenti di emancipazione e giustizia sociale.
La libertà senza socialismo non è altro che miseria e ingiustizia per l’immensa maggioranza, e il socialismo senza libertà è un mostruoso sistema di schiavitù e di negazione della dignità umana, come già sostenuto da Bakunin circa 150 anni fa, ai tempi della I Internazionale.
Perché sia realizzabile un’autogestione generalizzata, non è imprescindibile disarticolare vasti e complessi insiemi produttivi o di servizi, come per esempio la grande industria e i servizi sanitari, o altro, o ancora i sistemi di comunicazione. Alle volte si confonde l’autogestione con la visione – per nulla rivoluzionaria – del “piccolo è bello”, con un ecologismo fondamentalista, o addirittura con forme estreme di negazione della civiltà tecnologica da parte dei c.d. “primitivisti”.
In realtà, non c’è ragione per pensare che la distribuzione orizzontale del potere sia necessariamente e obbligatoriamente correlata al frazionamento delle unità produttive o dei servizi secondo una dimensione familiare o da piccola comunità.
La possibilità di autogestione partendo dalle forme ereditate dal passato, cioè dal capitalismo industriale, è perfettamente realizzabile con un controllo del funzionamento di tali unità effettuato internamente, dagli stessi lavoratori, come da parte delle comunità locali, regionali, nazionali o anche internazionali.
Questo controllo comunitario può essere concepito come un’estensione del modello federalista libertario, in cui le diverse unità abbiano tutta l’autonomia nell’ambito della propria sfera di competenza, essendo obbligate a stipulare “patti” o “contratti” con altri insiemi, si tratti di altre unità di produzione o di comunità organizzate in assemblee.
continua su http://www.fdca.it/analisi/baptista_autogestione.htm

sabato 6 agosto 2016

Grecia , Syriza , i profughi sono cosa nostra

All'alba del 27 luglio, a Tessalonica, sono stati sgomberati tre edifici occupati, usati come rifugio per i profughi.
L'operazione decisa dal  governo greco si è compiuta a due giorni di distanza dal No Border Camp svoltosi a Tessalonica con la partecipazione di migliaia di attivisti da tutto il continente.
Uno degli edifici sgomberati è Nikis, occupato da diverso tempo ed utilizzato per ospitare i rifugiati nel momento culminante della crisi. Un altro edificio ri-occupato lo scorso anno allo scopo di dare ospitalità ai profughi è Orfanotrofeio che è stato sgomberato e subito demolito. Sotto le macerie sono finite tonnellate d medicine, alimenti, indumenti e beni di prima di necessità delle famiglie dei profughi e degli occupanti. Il terzo edificio era stato occupato pochi giorni fa nel centro di Tessalonica, sempre allo stesso scopo.
Centinaia gli arrestati (greci ed internazionali) nel corso delle tre operazioni. Tra gli arrestati anche molti rifugiati che sono stati portati nei centri di detenzione. Una moltitudine di persone sta manifestando davanti da sede di Syriza a Tessalonica, circondata da forze di polizia. Ce ne sono altre in molte città greche.
Il messaggio del governo greco appare chiaro: nessuno può occuparsi dei rifugiati tranne lo Stato, con le sue politiche di carità, di confino, di marginalizzazione e di deportazione selettiva.
cfr. http://www.anarkismo.net/article/29490
(traduzione ed adattamento a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

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BERGOGLIO E LA GUERRA DI RELIGIONE di Pier Francesco Zarcone



Di recente - dopo le ultime sanguinose gesta dei jihadisti in Europa - l'attuale Papa ha detto e ripetuto che non è in atto una guerra di religione, perché
«tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri».
Ovviamente si è subito levato un coro di plauso a queste parole, eccezion fatta per i media di destra o centro-destra. Analogo entusiasmo ha salutato la partecipazione, la scorsa domenica, di imam e di talune migliaia di musulmani a messe cattoliche in paesi europei, tanto da far dire che siamo a una svolta nei rapporti col mondo islamico.
Cominciamo dalle parole papali.
Che tutte le religioni vogliano la pace implica per lo meno l'esistenza di tre elementi: a) che sotto il nome di "religioni" siano individuabili realtà strutturate efficacemente e capillarmente, alla maniera delle sette per intenderci, talché le azioni dei membri non sfuggano al controllo e non ci siano iniziative di segno difforme, individuali o di gruppo; b) che nel corpus teologico-ideologico delle religioni - cioè nei loro libri sacri - non esistano passaggi suscettibili di essere utilizzati dai violenti per imporsi all'interno come all'esterno; c) che nella storia delle religioni non ci siano mai stati episodi, o periodi, in cui il massacro degli "infedeli" fosse presentato come altamente meritorio agli occhi di Dio e che quindi il vessillo della "fede" non abbia mai costituito la giustificazione per il disfrenarsi dei peggiori istinti.
Sul punto c) la smentita della Storia è radicale. Nei parametri del punto a) non rientrano né le Chiese cristiane né il mondo islamico nel suo complesso. Riguardo al punto b), solo il Nuovo Testamento non contiene alcunché del genere dianzi detto, ma negli altri sacri testi delle religioni monoteistiche abbondano eccome i passi suscettibili di venir utilizzati per incitare al massacro di chi la pensa diversamente. Ne sono immuni i testi buddhisti, ma i massacri di segno buddhista in Birmania a danno della minoranza musulmana attestano che tutto sommato è indifferente quanto nei sacri libri ci sia o non ci sia scritto.
La conclusione è una sola: la frase del Papa oltre a essere bella non ha senso alcuno. Avrebbe fatto meglio a dire che non c'è una guerra di religione col mondo musulmano in quanto tale, ma semmai che essa è in atto con le frange radicali e jihadiste di quello stesso mondo. Poiché è lungi da noi l'intento di mettere in dubbio l'intelligenza papale, si deve affermare che si è trattato di mera propaganda, oppure di diplomazia lessicale. Tuttavia ancora una volta è rimasto disatteso l'ammonimento evangelico del Cristo sull'esigenza di strutturare i discorsi attraverso lo schema "sì, sì, no, no".
Non sappiamo cosa abbiano pensato i cristiani del Vicino Oriente che hanno avuto stretti congiunti e amici sgozzati dagli islamisti solo perché cristiani, magari dopo che le porte delle loro case erano state contrassegnate dalla lettera ن (l'iniziale di nasrani, «cristiani»), per indicare dove colpire con sicurezza: avranno davvero ritenuto, dopo l'esternazione del Papa, che alla fin fine era solo apparenza l'uccisione dei loro cari per odio religioso?
In termini più generali si deve quindi escludere che wahhabiti, salafiti e jihadisti vari non usino l'odio religioso per attirare nelle loro fila fanatici pronti a tutto? Che essi, nonché Arabia Saudita e petromonarchie del Golfo, non abbiano progetti di islamizzazione e acculturazione degli infedeli (anche dei musulmani considerati tali) secondo i loro schemi, dentro e fuori dal mondo musulmano storico? Se è cosi allora siamo in tanti a non aver capito nulla finora.
Per chi critica il Papa non si tratta necessariamente di sposare le tesi dei fautori dello "scontro di civiltà" tout court fra Islam e resto del mondo. Ma è la stessa realtà delle cose a far concludere che questo scontro i radicali islamisti lo vogliono, lo attuano e quindi esiste. Quando il Papa - a corredo della tesi della mancanza di guerra di religione - afferma che
«c'è guerra per interessi, soldi, risorse della natura, per il dominio sui popoli»,
dice una cosa tanto giusta quanto risaputa ma, ai nostri fini, banale: da tempo sappiamo che le guerre scoppiano per motivi economici e di potere; tuttavia non si deve sottacere che le spinte a parteciparvi - o come volontari o con entusiasmo anche se autoritativamente arruolati - non si riducono allo spirito di avventura e di bottino, o alla possibilità di scatenare i propri istinti criminali, bensì includono l'odio ideologico o religioso fomentato da chi persegue gli effettivi fini economici e politici.
Quando i fatti e le parole dicono che i jihadisti vogliono tutti gli altri o convertiti o morti, che per costoro non tutti gli esseri umani sono uguali e che i valori in genere dei non musulmani sono comunque spazzatura e blasfemia, come si fa a essere d'accordo con Bergoglio?
Ancora una volta siamo di fronte ad alate parole di scarso spessore. Non si tratta di un novità perché in fondo quando i membri della cosiddetta "Chiesa docente" parlano a quelli della cosiddetta "Chiesa discente" - i quali ultimi non spiccano per accentuato spirito critico (se no non si farebbero discere in tal modo) - tradizionalmente i problemi vengono semplificati al massimo, fino alla banalizzazione.
Riguardo poi alla recente partecipazione di musulmani a messe cattoliche, più che una svolta (come sostengono i laudatores) c'è stato un segnale, importante ma sempre un segnale: cioè a dire, gli islamici contrari ai jihadisti cominciano a venir fuori. Ottima cosa, ma non ci si illuda che si tratti di soggetti (insieme a quanti la pensano allo stesso modo pur essendosene rimasti a casa) esponenziali dell'Islam sunnita in quanto tale, poiché qui - a differenza di quello sciita - non esiste né clero né simil-clero. Le cose continueranno come prima, ma il predetto esporsi diventerà utile solo se si tradurrà in azioni di emarginazione e denuncia degli estremisti. Altrimenti tutto rimarrà a livello di episodio mediatico.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

TURCHIA: FAIDA INTERNA E PROBLEMI DI POLITICA ESTERA di Pier Francesco Zarcone



Fethullah Gülen
L'IMPERO DI FETHULLAH GÜLEN

Per il grande pubblico occidentale Fethullah Gülen è solo il nome esotico di un personaggio che Recep Tayyip Erdoğan - suo ex alleato - addita come nemico pubblico numero uno, dopo averlo messo nella lista dei nemici almeno dal 2013. È finito così un sodalizio a cui Erdoğan deve obiettivamente moltissimo. Infatti Erdoğan, senza l'appoggio di Gülen, non sarebbe arrivato dove si trova. Inizialmente i due condividevano la stessa visione politica fatta di Islam assertivamente "moderato" e di politica economica sostanzialmente liberista, con un pizzico (all'inizio) di autoritarismo, che del resto nella tradizione turca non guasta mai. Gülen aiutò in modo determinante Erdoğan a diventare prima sindaco di Istanbul e poi, nel 2002, a vincere le elezioni alla testa dell'islamizzante Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - Akp). Come mai?
La spiegazione è semplice: Gülen aveva costituito un potente e articolato impero economico e culturale di matrice islamica in seno alla Turchia ancora laica costruita da Atatürk, tant'è che nel 1999 reputò più opportuno lasciare il paese e trasferirsi negli Stati Uniti (Pennsylvania), dove tuttora risiede, per sfuggire a un processo per eversione. Anche dall'estero il potere di Gülen si fece sentire, e senza l'appoggio dei gülenisti forse Erdoğan non ce l'avrebbe fatta a tarpare le ali ai settori delle Forze armate a lui ostili (cioè la "vecchia guardia"): e può essere significativo che le componenti kemaliste non abbiano appoggiato il recente golpe, non a caso subito condannato dal Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi - Chp), erede del kemalismo.
La confraternita di Gülen, Hizmet («servizio»), può essere paragonata a un misto di Opus Dei, di Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, ma molto più potente e ramificata, con a capo un personaggio ambiguo, scrittore, uomo d'affari, mistico sufi, predicatore, capace di importanti amicizie (come quella con Giovanni Paolo II) e ricchissimo. Il suo impero (non casualmente definito uno Stato nello Stato) ha milioni di seguaci (4 o 5 solo in Turchia) e un fatturato di parecchi miliardi di dollari (si dice siano almeno 25) che hanno consentito di costruire (anche fuori dalla Turchia) centinaia di scuole e istituti preparatori, università, centri di studi religiosi e di mutuo soccorso, di controllare giornali, televisioni e gruppi economici, con forti e ampie ramificazioni nella magistratura, nella polizia e nelle Forze armate. Controlla l'impero mediatico Zaman (comprendente l'omonimo quotidiano), il giornale Aksiyon, l'agenzia di stampa Cihan, varie stazioni televisive e radiofoniche (come Samanyolu TV e Burç FM), l'importante ente di finanza islamica Bank Asya e la confederazione imprenditoriale Tüskon, fondamentale nelle strategie di espansione delle imprese turche in Africa e nel Vicino Oriente.
Per capire l'importanza e la capacità d'influenza dell'insegnamento gülenista, diciamo solo che la sua rete di scuole e università passa dalla Turchia per l'Asia centrale, va dal Marocco all'Indonesia, tocca Parigi e arriva fino alle due Americhe. Questo sistema scolastico raccoglie 2 milioni di studenti, più i frequentatori della vasta rete di corsi preparatori ai test d'ingresso alle università. Da notare che si tratta di un sistema in cui l'insegnamento è rigido, elitista e chiuso, con legami che vanno mantenuti anche dopo la fine degli studi: per esempio i laureati, gli avvocati di nomina recente e quanti escono dalle accademie militari e di polizia devono consegnare alla confraternita gülenista il primo stipendio quale segno di riconoscimento (del resto anche i sostenitori di Gülen danno parte del salario o degli introiti a Hizmet). Non è senza significato che la Russia - stante l'obiettiva funzione culturale filostatunitense della rete di Gülen (i cui contatti con la Cia sono più di un sospetto) - abbia disposto la chiusura di tali scuole e l'espulsione dei loro insegnanti in Baschiria e Tatarstan.
Sotto un certo aspetto l'organizzazione gülenista tende a presentarsi bene agli occhi occidentali: per esempio è favorevole agli Stati Uniti e ad Israele, e pratica il dialogo fra le religioni e con le minoranze non turche del paese quali l'armena e la curda; in definitiva appare come un esempio di quell'Islam "moderato" che tanto piace a media e politici occidentali. In realtà restano forti in essa i connotati del nazionalismo turco più intransigente, che si manifestano nell'ostilità a una maggiore autonomia per i curdi e nel diniego del genocidio armeno.

L'ITINERARIO STORICO DI GÜLEN

Gülen ha alle spalle una lunga storia che lo collega alla "Turchia profonda", sopravvissuta alla forzata modernizzazione occidentalizzante voluta da Atatürk. Questa Turchia aveva momentaneamente chinato la testa e si era in vario modo occultata in attesa di tempi migliori. E questi sono poi arrivati.
Gülen politicamente ed economicamente "nacque" negli anni '80 del secolo scorso dopo la morte dell'imam Mehmet Zahid Kotku, rinnovatore dell'ordine sufico dei Naqshbandi, la cui influenza andava dalla Turchia all'Iraq, fino all'Asia centrale. A questa confraternita Kotku aveva conferito un taglio socio-politico che gli aveva permesso di fare proseliti anche illustri, come il presidente turco Turgut Özal, Necmettin Erbakan, Erdoğan e anche un personaggio che potrebbe essere il punto di collegamento fra lo stesso Erdoğan e l'Isis, con cui ha fatto buoni affari la famiglia Erdoğan: si tratta di Izzat Ibrahim ad-Duri, l'ex vice di Saddam Hussein e artefice dell'alleanza fra ex militari baathisti e Isis. Ma questo è un discorso a parte, suscettibile di aprire scenari interessanti.
L'atmosfera propizia alla decisa ascesa del gruppo di Gülen si ebbe grazie al colpo di Stato del 1980, cioè quando la giunta militare salita al potere in funzione contraria alle sinistre turche puntò alla sintesi fra Islam sunnita e identità turca (Türk-Islam sentezi), con tanti saluti al laicismo kemalista, di cui non è vero che i militari siano stati sempre tutori. L'anticomunismo di Gülen trovò quindi il clima ideale. Poi ci fu il crollo dell'Urss, che consentì l'espansione della predicazione gülenista nella ex repubbliche sovietiche turcofone dell'Asia centrale, e soprattutto l'installazione di una rete di scuole in quei territori. Poiché sotto tutti i cieli i politici soffrono di forte miopia e pur di avere vantaggi contingenti mettono a rischio il "patrimonio di famiglia", ecco che proprio il Primo ministro ultralaico dell'epoca, Bülent Ecevit, pensò bene di avvalersi della rete asiatica di Gülen per estendere l'influenza della Turchia in Asia centrale. Paradossalmente (ma non tanto, perché la corsa al potere non tollera concorrenti) fu lo stesso Gülen ad appoggiare nel 1977 l'ennesimo golpe che rovesciò il Primo ministro Necmettin Erbakan, colpevole di eccesso di islamismo.
Punto forte della visione di Gülen, effettivamente concretizzato da Erdoğan, era l'emancipazione economica, attraverso un'intensa spinta imprenditoriale, della classe media tradizionalista trascurata dai kemalisti. Inutile dire che mentre Erdoğan e il suo partito, con l'appoggio di Gülen, cominciavano attivamente a ridurre lo strapotere militare, anche i gülenisti compivano la loro scalata in vari settori vitali della società turca, compreso il partito Akp al potere.
Il progressivo estendersi dell'influenza gülenista giocava su almeno due fattori favorevoli alla chiamata a raccolta, culturalmente sostenuta, della società musulmana turca conservatrice: l'arretramento dello Stato in vari settori del "sociale" e la crescente urbanizzazione degli esodati dall'Anatolia per ragioni economiche. In rapporto all'impostazione della propaganda politico-culturale di Gülen si è parlato di modernità conservatrice alternativa, concretizzatasi nell'adesione alla scienza occidentale, ma per dare slancio al persistente vigore intellettuale della Turchia islamica a fronte di un Occidente ormai senza nerbo spirituale.

LA FAIDA TRA GÜLEN ED ERDOĞAN

La fine del sodalizio apparentemente solido risale al 2011: troppo potere aveva accumulato Gülen per non preoccupare lo stesso Erdoğan che, oltre ad avere altrettanta sete di potere, si rese conto dell'estrema pericolosità del grande apparato messo su da Gülen e dell'inerente potenza economica. L'alleanza dimostrò tutto il proprio carattere contingente, e poiché il nemico comune appariva messo alle corde, se ne poteva fare a meno tranquillamente. Così, quando vennero preparate le liste elettorali dell'Akp per le politiche di quell'anno, almeno 60 gülenisti ne furono esclusi e inoltre il progetto di riforme dell'Akp per modernizzare la Pubblica amministrazione diventò lo strumento per eliminare da importanti incarichi i seguaci di Gülen, con particolare riguardo al vitale ministero della Pubblica istruzione. Oltretutto Erdoğan rivolse in proprio l'attenzione al mondo degli appalti, beneficiandone per lo più (e per i contratti maggiormente lucrativi) imprenditori vicini all'Akp o suoi clienti a scapito dei gülenisti.
Poi nel 2009 ci fu la crisi finanziaria del gruppo Dogan, il più importante titolare di partecipazioni nei media turchi. La prospettiva della sua bancarotta e la conseguente iniziativa di mettere in vendita alcune tra le sue principali testate e reti televisive apriva le porte all'acquisizione di posizioni di controllo da parte di Gülen, e per evitarla il Parlamento mediante apposito decreto ridusse e "spalmò" il debito di Dogan, evitandone il fallimento. Come conseguenza di tale aiuto, Erdoğan conseguì notevoli vantaggi: il favore di vari media del gruppo, l'inserimento di suoi uomini nei Consigli di Amministrazione e l'allontanamento di giornalisti critici verso il governo. La situazione precipitò all'inizio del 2012, con un'inchiesta giudiziaria su Hakan Fidan, capo dei Servizi segreti (Mit), e altri cinque fedelissimi di Erdoğan per presunta connivenza in una strage di civili curdi. Poiché l'inchiesta mirava a indebolire Erdoğan colpendone dei fedelissimi, costui fece approvare subito dal Parlamento una legge fatta apposta per salvare i suoi. Si sospettò e si disse che dietro l'iniziativa della magistratura ci fosse Gülen. Cominciava la guerra aperta.

UN BILANCIO POCO CONSUETO

In Turchia, sette anni fa (all'epoca le "primavere" arabe, la guerra in Siria, l'Isis ecc. non erano nemmeno immaginabili), una persona legata al partito kemalista Chp, parlando con l'autore di queste righe, definì Fethullah Gülen e il suo network in assoluto quanto di più pericoloso ci fosse per la Turchia laica; ancor più del partito Akp di Erdoğan. La situazione era ancora diversa da quella odierna, ma i segnali di un'islamizzazione accentuata c'erano tutti. E si capiva che qualcosa andava a cambiare. Effettivamente c'è da chiedersi se l'abbandono anche formale dei parametri kemalisti sarebbe stata possibile senza la capillare opera di propaganda ed educazione svolta dai vari elementi della rete gülenista. In definitiva questa ha svolto il vero lavoro di de-laicizzazione di massa che l'Akp non avrebbe potuto realizzare. Il lavoro l'hanno fatto Gülen e i suoi, ed Erdoğan ne ha colto e ne coglie i frutti, colpendo oggi il suo più pericoloso rivale.
Resta invece intatto (e forse maggiore) il pericolo per una Repubblica dalla sempre più vacillante laicità. Non ci sarebbe da stupirsi se dopo la resa dei conti con i gülenisti si aprisse anche quella con i settori laici, che però sono quasi il 50% della popolazione; e se apparentemente Erdoğan, a questo punto, potrebbe apparire in posizione migliore di prima avendo epurato gli avversari islamici, tuttavia resterebbe l'incognita relativa al suo rafforzamento sostanziale, proprio per aver fatto piazza pulita più nel campo islamista che in quello laico. Si vedrà.

FALLITO GOLPE E POLITICA ESTERA TURCA

Dopo il fallito golpe in Turchia l'attenzione dei media nostrani si è tutta concentrata sulle conseguenze della vendetta di Erdoğan in politica interna. Niente di criticabile, per carità, solo che sarebbe opportuna qualche riflessione sulle possibili ricadute nella politica estera turca. Alla delicatezza dell'argomento si aggiungono la fluidità della situazione, la possibilità di mosse "audaci" di Erdoğan (che dispone di una maggioranza assolutamente prona in Parlamento) e le non escludibili reazioni nel restante 50% del popolo turco e in quel che rimane degli alti e medi quadri delle Forze armate, per quanto decapitate attualmente siano.
La sapienza popolare dice che dove c'è fumo c'è arrosto, e in Turchia di "fumi" ce ne sono parecchi. Ai nostri fini sono di particolare interesse la salita dei toni verso gli Stati Uniti, con la maggiore specificazione delle accuse a essi in merito all'asserito ruolo svolto dietro le quinte del golpe, e l'accrescersi della "cordialità" verso la Russia. Sotto quest'ultimo profilo va rimarcata la recentissima dichiarazione di un personaggio non di secondo piano, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoğlu, che ha addirittura espresso gratitudine a Vladimir Putin per il pieno sostegno dato al governo turco nel corso del fallito golpe, con le parole
«la Russia ci ha fornito un supporto completo e incondizionato durante il tentativo di colpo di stato, per questo siamo grati a Putin e tutti i funzionari russi».
Riconoscenza che - a dire il vero - non avrebbe reali presupposti se si considerassero infondate le ricorrenti voci sull'allerta russo ad Ankara in merito a un incipiente colpo di stato; altrimenti, la riconoscenza formale sarebbe davvero il minimo. Poi in agosto ci sarà l'incontro tra Putin ed Erdoğan, durante il quale si parlerà sicuramente anche del ripristino dei pieni rapporti economici, interrotti dalla Russia dopo l'abbattimento di un aereo russo a novembre del 2015. Incidente di cui ora Erdoğan (con disinvoltura notevole) incolpa i generali golpisti e filostatunitensi! E molti osservatori sostengono che bisognerà seguire attentamente le mosse turche sui versanti della Russia, della Nato e della Siria.

LA RUSSIA ASPETTA E NON SOLO

Il primo di tali versanti potrebbe essere caratterizzato da un nuovo corso della politica turca verso Mosca, non per amore ma per effettivi interessi economici e politici. Non vi è dubbio che la stretta economica russa a seguito dell'abbattimento del proprio aereo non sia stata leggera per Ankara. Il decreto emanato il successivo 28 novembre da Putin (che aveva detto: «Non se la caveranno con qualche pomodoro») ha avuto vari effetti oltre alla messa al bando dell'importazione di prodotti agroalimentari turchi: rafforzamento dei controlli doganali sulle merci inviate dalla Turchia, blocco delle assunzioni di cittadini turchi, riesame dei progetti comuni nel settore delle costruzioni, ripristino del sistema dei visti di ingresso dei cittadini turchi in Russia, cancellazione dei voli charter (con il "suggerimento" alle agenzie di viaggio russe di non vendere più pacchetti-vacanze per la Turchia: nel 2014 i turisti russi erano stati 4,4 milioni, per un totale di 2,7 miliardi di dollari). Secondo la francese Coface (compagnia di assicurazione sui crediti all'export), la stretta russa sul turismo e le esportazioni ha avuto per l'economia turca un costo aggirantesi tra i 5 e i 10 miliardi di dollari. Comunque anche per la Russia il boicottaggio ha avuto effetti pesanti, se si pensa che l'interscambio globale con la Turchia - sempre nel 2014 - era consistito in esportazioni russe per 25 miliardi di dollari, a fronte di 5 miliardi di esportazioni turche; però vanno considerati i 10 miliardi di investimenti diretti turchi in Russia, a fronte dei 5 miliardi russi in Turchia.
Peraltro la rappresaglia russa non è avvenuta alla cieca, giacché - per esempio - non ha toccato le esportazioni russe di grano e olio di girasole, di cui la Turchia è il principale acquirente, e anche il settore dell'energia è rimasto fuori dai provvedimenti restrittivi, di modo che Mosca ha evitato un colossale autogol. Vero è che la Turchia ha cercato di approvvigionarsi altrove (Qatar, Azerbaigian, Turkmenistan), ma di certo non è ancora riuscita a sostituire la fonte russa, che soddisfa il 60% del suo fabbisogno di gas.
A parte la ripresa dei rapporti commerciali e del turismo russo, è sempre vivo l'interesse della Turchia a diventare il cosiddetto hub meridionale del gas russo, garantendosi altresì le proprie necessità energetiche (con reali vantaggi anche sul lato russo).
A quanto sopra si aggiunga che l'economia turca presenta una sua oggettiva sofferenza, e difatti Standard & Poor's ha tagliato il rating della Turchia a Bb e la lira turca è precipitata di quasi il 10% rispetto al dollaro.
A seconda del grado di deterioramento ulteriore dei rapporti con Usa e Ue, non si può escludere a priori che Ankara si accosti di più al blocco regionale orientale, i cui pilastri sono Russia, Cina e Iran. E la Nato? A Mosca qualcuno ne sogna l'uscita della Turchia e magari la teorizza, come Aleksadr Dugin, notorio maître à penser geopolitico di Putin. La sua valutazione sulla Turchia è la seguente: premesso che lì ci sono da una parte i kemalisti e i "patrioti" favorevoli al miglioramento dei rapporti con la Russia, e dall'altra Fethullah Gülen (legato alla Cia) e seguaci, insieme ai filostatunitensi che hanno cercato di rovesciare Erdoğan, a questo punto l'avvenire della Turchia starebbe nell'asse Mosca-Ankara e nella formazione di una strategia comune, essendo comuni anche certi nemici.
A parte ciò, è probabile che un pragmatico come Putin si accontenterebbe di qualcosa di meno, ma ugualmente utile: cioè che nella Nato resti una Turchia sempre meno attiva come partner dell'Occidente in quanto meno affidabile, tanto da restare "a bagnomaria". Tuttavia che qualcosa la Russia stia smuovendo è inferibile dalle azioni di Žirinovskij, personaggio essenzialmente "folklorico" ma spesso e volentieri utilizzato dal governo russo per sondaggi preliminari sulle eventuali reazioni a idee e progetti di Mosca: ebbene, costui va ora predicando l'utilità di un'alleanza militare trilaterale di Russia, Iran e Turchia. Detta così, sembra una boutade, tuttavia dietro potrebbe esserci qualche più minimalista - ma sempre utile - forma di cooperazione trilaterale. Staremo a vedere.

ALTRI RAPPORTI CON L'ESTERO

Intanto si registra che dopo quattro giorni dal fallito golpe, Erdoğan ha annunciato di voler risolvere le controversie pendenti con i paesi vicini (forse ricordandosi dell'analogo ammonimento di Atatürk) e si è intrattenuto in cordiale colloquio telefonico col Presidente iraniano Hasan Rohani (le cui milizie combattono in Siria contro gli islamisti appoggiati dallo stesso Erdoğan).
Comunque, nel quadro di un'ipotetica intesa Mosca sarebbe in grado di offrire ad Ankara qualcosa di importante proprio a motivo della posizione acquisita in Siria: si potrebbe realizzare un baratto tra l'accettazione turca a essere snodo distributivo per il gas russo, la cessazione dell'appoggio ai ribelli siriani e l'allentamento dei legami con la Nato da un lato, e dall'altro l'azione russa per bloccare la formazione di un'entità curda indipendente o federata con la Siria, tanto più che Erdoğan già appare più morbido verso Bashar al-Assad rispetto al recente passato. E non a caso.
La Turchia si trova ormai alle prese sia con l'interna guerriglia curda che non riesce ad annientare, sia con i pericoli derivanti dall'attivismo dei curdi siriani appoggiati da Washington: alla fine per Erdoğan il tanto demonizzato al-Assad finisce per essere il male minore, tanto più che è palese la diffidenza del governo di Damasco verso i curdi siriani (momentanei alleati contro l'Isis solo per forza di cose) e i loro progetti o di autonomia o di federazione con la Siria. Non si dimentichi, tra l'altro, che proprio l'opportunistico appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni rientra fra le cause di raffreddamento dei rapporti turco-statunitensi.
Il predetto possibile scambio russo-turco avverrebbe in una fase in cui la Turchia presenta vari profili di debolezza: le Forze armate turche, ormai decapitate e oggetto di epurazioni a vasto raggio, sono già impegnate in Anatolia contro i curdi del Pkk e non appaiono ragionevolmente in grado di impegnarsi in incursioni in Siria, fino a ieri paventate. Si consideri che per gli esperti (o presunti tali), prima di cinque anni l'apparato militare turco non sarebbe in grado di tornare ai livelli pre-golpe. Inoltre, dopo i recenti attentati islamisti sembra essersi spezzato qualcosa negli oscuri rapporti fra Erdoğan e l'Isis; poi, l'eventuale rifiuto di Washington all'estradizione di Fethullah Gülen avvelenerebbe ancor di più le relazioni tra Turchia e Usa e non si possono escludere ricadute sull'uso delle basi Nato come Inçirlik: non nell'immediato, certo, perché Erdoğan non ha ancora la necessaria forza interna per entrare in rotta di collisione con l'Occidente, ma se riuscisse ad eliminare i più consistenti centri di potere filoccidentali in Turchia, allora potrebbe anche dare luogo a una vendetta sugli infidi partner di oggi.
Poiché in politica in genere, e in quella estera in particolare, è sempre meglio non fidarsi, se Putin da un lato si comporta in un certo modo verso Ankara, da un altro lato sta progettando un'importante iniziativa per poter aggirare un domani il passaggio delle navi russe attraverso il Bosforo e i Dardanelli: si tratta del progetto di costruzione di un canale di 700 chilometri per collegare il mar Caspio col Golfo Persico, passando per l'Iran; il suo costo andrebbe dai 10 ai 30 miliardi di dollari e ridurrebbe moltissimo il tempo per il trasporto delle merci.

POSSIBILITÀ CHE NON SONO PROBABILITÀ

Si deve restare nel campo delle ipotesi (senza fare previsioni) anche riguardo alla situazione interna turca, spaccata in due fra laici e islamisti, con leggera prevalenza di Erdoğan nel corpo elettorale. La grande manifestazione del kemalista Partito Repubblicano del Popolo, svoltasi domenica 24 luglio, ha ridato visibilità e voce a una Turchia laica ancora decisa a non farsi islamizzare. Di qui un'incognita sulla gamma di conseguenze provocabili dalle ipotesi dinanzi fatte. Non sono escludibili in radice né nuovi golpe né derive di tipo algerino nelle strade e nelle montagne turche. Potranno accadere effettivamente, ma è più probabile (per lo meno allo stato delle cose) che Erdoğan resti in sella, pur non potendosi dire in quali condizioni.
Va infine considerato un ulteriore aspetto di tipo sociale e politico. Nel quadro delle epurazioni a tutto campo che Erdoğan sta realizzando, decine di migliaia di famiglie turche si vanno trovando sul lastrico dall'oggi al domani. Si tratta di un dramma sociale che in prospettiva potrebbe produrre conseguenze in sede elettorale, considerato che le famiglie turche sono assai meno mononucleari di quelle occidentali ed è facile che scattino meccanismi altrettanto allargati di solidale autodifesa, anche al di là delle attuali contingenti posizioni politiche di ciascuno. E resta l'ulteriore incognita di quale sarà il comportamento elettorale del campo gülenista dopo i massicci colpi ricevuti.

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LA VENDETTA PREMEDITATA DI ERDOĞAN di Pier Francesco Zarcone


C'È VOLUTO POCO PER CAMBIARE

Nel corso di una notte in Turchia tutto è cambiato e il peggio deve ancora venire. Ricorrendo a un'immagine, potremmo dire che prima del fallito golpe la situazione turca era così rappresentabile: il composito settore degli oppositori di Erdoğan costituiva una sorta di fortezza assediata sulle cui mura - dopo la perdita di spazi viciniori - si abbattevano i colpi degli arieti islamici dell'ex sindaco di Istanbul diventato Presidente della Turchia: tuttavia quelle mura bene o male tenevano. Oggi invece sono improvvisamente crollate, le orde di Erdoğan sono entrate e scorrazzano indisturbate in quella che potrebbe diventare assai presto una "cittadella della memoria".
Si è sempre parlato di una metaforica agenda politica islamista di Erdoğan, e tutto fa pensare che siamo di fronte a una limpieza [rastrellamento massiccio (n.d.r.)] diretta a concretizzarla. D'altro canto il vero Erdoğan non è mai stato il presunto islamico "moderato" mistificato dai media occidentali, bensì colui che in piena convinzione amava recitare i bellicosi versi
«Le nostre moschee sono le nostre caserme, le nostre cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati».
Gli oppositori - già in precedenza intimoriti e con sempre più ridotta voglia (e possibilità) di contrapposizioni frontali - oggi sono costretti al silenzio e all'acquiescenza sperando almeno di evitare guai maggiori. Ed è sintomatico che invece il partito Mhp (vale a dire l'erede politico del kemalismo!) - attraverso il suo leader Devlet Bahçeli - si sia allineato alle velleità governative di ripristino della pena di morte (tanto, come ha detto Erdoğan, la pena di morte è dappertutto tranne che nell'Unione europea! Che non è male come giustificazione omicida…).
In buona sostanza Erdoğan sta ridisegnando a proprio uso e consumo una nuova Turchia al cui interno gli oppositori dovrebbero avere ben poco da opporre e molto da tacere. Si parla di circa 90.000 epurati, fra arrestati e dimessi dal lavoro. La cifra è impressionante, e se si va a vederne i dettagli la preoccupazione aumenta in modo esponenziale. Innanzitutto (e proprio l'entità di quella cifra lo dimostra, altrimenti il golpe avrebbe vinto) non sono finiti nel tritacarne di Erdoğan solo i golpisti. Il vicepremier Numan Kurtulmus ha comunicato che gli imprigionati per complicità nel golpe sono 9.322, ma un tribunale di Istanbul ha rinviato a giudizio finora solo 278 persone per complicità col golpe. Il resto degli epurati riguarda gli asseriti sostenitori (anche solo simpatizzanti) di Fethullah Gülen.

ALCUNE CIFRE SULL'EPURAZIONE IN ATTO

A essere rivelatori del disegno di Erdoğan sono i dettagli del totale: più di 7.000 poliziotti sono stati sospesi e lo stesso dicasi per 15.200 dipendenti del ministero dell'Educazione. La mazzata che ha colpito il sistema d'istruzione è terribile: 21.000 insegnanti di scuole private hanno perso la licenza d'insegnamento e il Consiglio per l'alta educazione (Yok, cioè l'organo costituzionale supervisore delle Università turche) ha chiesto le dimissioni di tutti i 1.577 rettori della Turchia (1.176 sono di Università pubbliche e il resto di fondazioni universitarie private). Si parla di un progetto di licenziamento in tronco di 15.200 funzionari della Pubblica istruzione e di 21.000 professori di scuole private.
Il ministero della Famiglia e delle Politiche sociali ha sospeso 393 dipendenti, e la "purificazione" si è estesa anche alla sfera religiosa musulmana, giacché la Presidenza per gli Affari religiosi (Diyanet), organo statale, ha allontanato 492 dipendenti tra imam e insegnanti di religione. Ovviamente il sistema informativo non poteva restare indenne: il Consiglio supremo radiotelevisivo della Turchia - Rtuk - ha annullato le licenze a tutte le emittenti di radio e televisione che abbiano sostenuto i golpisti, vale a dire 24 media collegati a Fethullah Gülen. Dal canto loro i Servizi segreti hanno sospeso dal servizio circa 100 loro agenti.
Questi dati fanno ritenere che l'eventuale vittoria del golpe non avrebbe portato a molto di peggio. In pratica tutte le categorie sociali "portanti" vengono colpite essenzialmente mediante l'accusa di collegamento (anche solo di idee) col demonizzato Gülen (che sicuramente maledirà il lontano momento in cui ebbe la bella idea di aprire la strada politica allo sconosciuto Recep Tayyp Erdoğan; ma ormai il danno è fatto).
Siamo in presenza di provvedimenti dai costi umani e sociali enormi, che vanno dalla crisi economica delle famiglie colpite (dall'oggi al domani) alla sicura copertura dell'enorme vuoto di quadri così determinatosi mediante il ricorso a giovani leve islamiste (con quel che inevitabilmente seguirà).
Sulla sorte giudiziaria e sociale di arrestati ed epurati non c'è molto da illudersi. Già prima del golpe Erdoğan non si comportava da Presidente di una Repubblica parlamentare, ma da Presidente autocrate, e adesso - cioè al momento - è onnipotente. Leggi e competenze degli organi giurisdizionali, nonché convenzioni internazionali, non contano più nulla di fronte al volere di chi ormai incarna un vero e proprio "dispotismo orientale". Per arrestati ed epurati non vale certo la presunzione d'innocenza, e inoltre - non contando i golpisti - le vittime di questo tsunami repressivo hanno tutta l'aria di trovarsi nei guai per meri "reati" d'opinione, sempre ammesso che di reati si possa parlare alla stregua delle attuali leggi turche. Che però non contano.
Nel nostro titolo si parla di vendetta premeditata, e la ragione è semplice. Mettiamo fra parentesi (per ora) la questione se quello dei giorni scorsi fosse o meno uno pseudo-golpe: la cosa al momento finisce con l'avere poco rilievo. Semmai si può pensare che fosse un "golpe atteso", almeno alla luce di un indizio pesante che induce a vedere nella repressione attuale qualcosa di pensato e preparato da tempo, cioè da far scattare appena se ne presentasse l'occasione propizia: e l'indizio consiste nel contenuto analitico e ad ampio spettro delle attuali liste di proscrizione, liste che non si preparano certo in pochi giorni.

ISOLAMENTO INTERNAZIONALE?

Molto si discute oggi sull'odierno isolamento internazionale di Erdoğan. Tuttavia è sempre pendente il rischio che ancora una volta si confondano i desideri con la realtà. Innegabilmente il nostro personaggio ha problemi con l'Ue, e non è aprioristicamente da escludere che il ripristino della pena di morte possa chiudere il discorso sull'ingresso della Turchia nell'Unione dei 26 - ferma restando la legittimità del chiedersi se ancora effettivamente persista l'interesse di Erdoğan per un tale risultato. Qui, però, vanno rimarcate l'ipocrisia e la totale mancanza di valori (anche i conclamati "valori europei") dei governanti e dei burocrati dell'Ue, perché un paese quale è diventata la Turchia di Erdoğan non dovrebbe far parte dell'Unione, punto e basta, a prescindere dalla pena di morte. Ma Ankara ha pur sempre in mano la carta dell'afflusso dei profughi dalla Siria: ragion per cui non è del tutto disarmata verso l'Ue. Semmai quest'ultima potrebbe giocare il brutto scherzo di chiudere il discorso del libero passaggio dei cittadini turchi per l'Europa, cosa che pare interessare molto a Erdoğan (magari non per l'immediatissimo domani, atteso che ai dipendenti pubblici è stato vietato di uscire dalla Turchia senza permesso dei superiori, e le ferie sembrano sospese).
C'è poi l'incognita relativa a come evolverà la questione dei rapporti con gli Usa: astrattamente si potrebbe pensare che una retromarcia di Erdoğan equivarrebbe a un perdere la faccia, ma sarebbe rischioso fare affidamento sulla sua presunta sensibilità al riguardo. Un suo sostanziale cambio di atteggiamento verso la Russia invece è nell'aria, e non troverebbe certo remore di principio da parte di Mosca, in base al pragmatico principio di politica internazionale a suo tempo formulato da Winston Churchill: non ci sono amici, ma solo interessi da perseguire. Un principio del resto comune a tutti. Non dimentichiamo che la Turchia importa dalla Russia il 58% del suo fabbisogno di gas naturale.

L'IMPATTO SULL'APPARATO MILITARE

A parte questa fase di delirio di onnipotenza, Erdoğan non ha mai agito come pacificatore di una Turchia non da oggi rivelatasi fragile: e difatti il suo operato è tale da causare al suo paese ulteriori fragilità, militari e politiche. Alle frontiere turche con Siria e Iraq infuria la guerra, la guerra contro i curdi anatolici è in pieno svolgimento e l'ondata di attentati non può dirsi finita. Sul piano interno la Polizia, saldamente in mano a Erdoğan, ha saputo far fronte a dei golpisti mandati allo sbaraglio ma, a prescindere dal fatto che la guerra è un'altra cosa, il nostro rischia di indebolire ancor di più le sue Forze armate che già hanno mostrato falle di rilievo. La sua massiccia repressione lascerà indenne il morale e la coesione dei militari che non parteciparono al golpe?
In più l'atmosfera di sospetto circa infiltrazioni di oppositori tra i militari non finirà certo tra pochi giorni, ed è ormai chiaro che nessun turco in divisa può essere sicuro che la mannaia della repressione non si stia abbattendo su di lui. E poi, l'eliminazione di quadri militari importanti (molti dei quali operativi in ambito Nato) davvero non avrà conseguenze organizzative? È azzardato pensare che l'attuale ondata di epurazioni lascerà per un certo tempo assai indebolito l'apparato militare turco? Si tratta di una realtà di 500.000 uomini, con 12.000 carri armati, 700 aerei e 300 navi: ma con che morale? I militari sono ormai marcati strettamente dalla polizia e gli ufficiali sono sospetti. Se davvero Erdoğan è convinto che dietro al golpe c'erano gli Stati Uniti (oltre a Gülen), e che lo volevano morto, non è da escludere che sulla componente più americanizzata delle Forze armate altri colpi arriveranno, e il risultato sarà un loro ulteriore "dissanguamento" e un calo nel morale e nella coesione.
Che incidenza abbia tutto questo sulle iniziative di politica estera di Erdoğan è ancora presto dirlo. Intanto si registra il fitto quadro dei pasticci da lui causati in politica estera, pasticci che si traducono in altrettante crisi. Ecco l'elenco: Siria, con ricadute di attentati in Turchia; cattivi rapporti con l'Ue e dissolversi dell'entente con la Merkel; riconoscimento del genocidio armeno da parte del Parlamento tedesco; peggioramento dei rapporti con gli Usa anche per l'appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni, con tanti saluti agli interessi turchi; crisi con l'Iran che appoggia al-Assad; guerra ai curdi del Pkk, senza che costoro appaiano davvero indeboliti; problemi con la Nato, i cui vertici dopo l'abbattimento del Su-24 russo lasciarono Erdoğan a sbrogliarsela da solo. Oggi tuttavia la crisi con la Russia sembra in via di assorbimento.

IL CAMBIO DI CLIMA CULTURALE

Dopo aver parlato finora di questioni strettamente politiche, è il caso di trattare un argomento di ordine più propriamente socio-culturale, che è in un certo senso politico a sua volta, e comunque non è meno importante. Infatti, le più recenti corrispondenze dalla Turchia parlano di un radicale cambiamento di clima caratterizzato dal visibile ripiegamento della Turchia laica e dai primi segnali di peggioramento della condizione femminile.
Prima di procedere in questo senso, e per una maggiore comprensione, è necessario fare un passo indietro nella storia. Per quanto in Occidente si sia sempre - e impropriamente - parlato di turchi con riferimento all’epoca imperiale, in realtà questa denominazione era riservata in loco ai turcofoni dell'Anatolia profonda e, a parte questi "burini anatolici", gli altri (grandi città, coste, Balcani) si consideravano ottomani. Ai primi del secolo XX il nascere del nazionalismo del Movimento Unione e Progresso (denominato in Europa dei "Giovani Turchi") portò alla rivalutazione del turchismo, che poi con la Repubblica di Atatürk diventò ideologia ufficiale. Ad ogni modo, seppure furono gli anatolici a fornire a Mustafa Kemal l'esercito per la guerra d'indipendenza contro la Grecia, non vi è dubbio che in seguito - a motivo proprio dell'occidentalizzazione e della modernizzazione imposte dal regime repubblicano - toccò proprio agli anatolici tornare in secondo piano, per così dire. E costoro nel proprio ambiente custodirono fino a oggi la Turchia tradizionale, patriarcale, sessista e islamica su cui occidentalizzazione e modernizzazione in definitiva poco incisero.
Un distinzione da noi praticamente sconosciuta è quella fra i cosiddetti "turchi neri" (quelli delle provincie anatoliche più interne) e i cosiddetti "turchi bianchi" (delle grandi città e della costa): questi ultimi, etnicamente poco "turchi" - magari dagli occhi azzurri e biondi come Atatürk, molti dei quali circassi o frutto di commistioni etniche balcaniche - hanno comandato fino al termine del secolo scorso, ma oggi nei posti di comando ci sono essenzialmente i "turchi neri", i cui rancori e le cui velleità di rivincita fino a ieri risultavano compresse da esigenze di apparenza politica, soprattutto nella prospettiva internazionale. Oggi tutto va cambiando: è giunta l'ora della rivincita, che non sarà indolore.
I segnali cominciano a vedersi per le strade di Istanbul e Ankara, dominate da islamisti esaltati alla cui intollerante presenza si deve un ulteriore aumento di turban (il velo femminile per il capo), una certa riduzione di abbigliamento femminile occidentale non puritano e la crescita di provocazioni alle donne che non si allineino prontamente al nuovo corso. Le corrispondenze giornalistiche dicono che non è consigliabile per le donne aggirarsi di sera con braccia e gambe scoperte, e a testa nuda. Sintomatico (e preoccupante) il racconto di una studentessa a cui un sabato da un'auto fu gridato
«Uccideremo anche le donne come voi».
Potrà la Turchia laica rialzare la testa? Nella situazione attuale è obiettivamente pericoloso, con le strade nelle mani degli erdoğanisti e della polizia. Resta l'incognita riguardo alle ripercussioni di questa stretta repressiva su un paese in cui ancora si vota: e anche per questo sarà interessante vedere cosa accadrà alle prossime elezioni. Ma Erdoğan potrebbe anche conquistare la maggioranza necessaria a modificare la Costituzione in senso presidenzialista, e questo aumenterebbe certo il suo delirio di onnipotenza.
Certo, le mani ancora più libere possono significare per Erdoğan la possibilità di continuare a fare disastri d'ordine sociale. E se questi disastri incidessero negativamente sugli interessi economici dei ceti che appoggiano il governo attuale (ceti non tutti composti da islamisti, ma anche da imprenditori piccoli e grandi, semplicemente opportunisti), allora la situazione turca potrebbe tornare ad essere esplosiva, mettendo a repentaglio la forza del regime di Erdoğan.
Tuttavia non ci sarebbe da stupirsi se si verificasse una regressione ulteriore in senso quasi talibano, non solo come sembrerebbe accadere ora, ma nel medio periodo. Nell'allontanamento della Turchia dalla prospettiva di ingresso nella Ue possono derivare numerose conseguenze, non tutte prevedibili - al limite anche un'espansione dell'Isis, prodromi di guerra civile e forse nuovi golpe militari. Alcuni di questi scenari, se si verificassero in un contesto ulteriormente peggiorato - in termini economici, sociali e istituzionali - potrebbero veramente portare all'esplosione di una guerra civile.

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mercoledì 27 luglio 2016

Biologico, collettivo, solidale: Dalla filiera agricola alle azioni mutualistiche, il modello partecipativo della Cooperativa Iris

Per costruire una società di liberi e libere ed uguali occorre identificare tutti i momenti in cui si confrontano in modo partecipato ed orizzontale gli attori sociali nei loro ambiti naturali, siano essi esclusivamente contesti culturali, vertenze territoriali siano essi collegati a lavoro e produzione. Occorre vedere in essi il potenziale esercitato dalla relazione e dalla co-progettazione nel tracciare in modo inclusivo i fili di bisogni ed obiettivi comuni. La maglia che ne deriva è il tentativo di ricostruire un tessuto sociale ormai reciso e sfibrato dagli attacchi onnivori del capitalismo contro tutti i prodotti della collettività.
Una rete di reti che sperimentano quotidianamente tecniche di resistenza e consapevolezza ognuna incentrata sulle proprie emergenze, ma di fatto costituendo degli elementi utili per la ricomposizione, su matrice esperienziale e non identitaria, di una nuova classe quale soggetto anticapitalista e libertario, quale esito di chi si auto-organizza e sviluppa vertenze che trasformano gli interessi in comune in veri e propri beni comuni da tutelare ed autogestire, che riducono nel tempo e nello spazio la distanza tra gli interessi immediati ed gli interessi storici degli sfruttati.
Per questo, quelli che sono stati spesso considerati fronti secondari, apparentemente interclassisti, che elaborano il conflitto sociale giocando principalmente sul piano culturale oltre che produttivo, in realtà assumono importanza centrale in termini di ricomposizione.
Perché vanno a riposizionarsi sui fronti storici lasciati sguarniti dalla sconfitta della classe del proletariato, facendosi carico delle contraddizioni (vecchie e nuove) di un potere popolare che acquista coscienza di sé sulla base delle piccole rivendicazioni quotidiane finalizzate ad emancipare se stesso dal giogo dello sfruttamento e del profitto capitalista nelle sue varie forme.
Che difende le proprie conquiste ed utilizza gli strumenti assembleari in cui praticare democrazia diretta del federalismo libertario per costruire alternative.
Il progetto di Iris porta con sé anche tutto questo.
Un’esperienza la cui vita si è intrecciata nel tempo con tanti di noi comunisti libertari: nella partecipazione diretta per alcuni, nel dovere tenere conto -per altri- di forme di costruzione di alternativa diverse (ma complementari) da quelle classicamente intese in un orizzonte di classe declinato prevalentemente, se non esclusivamente, in chiave sindacale e rivendicativo.
Un riferimento importante di relazioni e di consigli, un parametro su cui costruire percorsi di cooperazione e condivisione produttiva in altri territori, diversi per storia e per caratteristiche sociali, per altri ancora. E per questo, oltre che per il comune patrimonio ideale, la storia di IRIS è un po’ anche una nostra storia.
Abbiamo visto Iris in tante situazioni portare, sempre sottovoce, il proprio contributo e il proprio sostegno, in progetti produttivi e sociali anche molto diversi da sé, contribuendo a tessere una rete di tante realtà in cui tante sperimentazioni, nelle loro differenze, possono crescere.
E se nel panorama dell’economia solidale Iris è una riconosciuta colonna portante, in molti altri ambiti, Iris è stata il primo contatto con il biologico.
Con i suoi prodotti, ha costruito nel tempo una alternativa alla “facile” scelta del sottoprezzo da supermercato per le cene dei centri sociali o di autofinanziamento, prima che concetti come l’autodeterminazione alimentare e la filiera corta assurgessero a patrimonio condiviso. E prima ancora che anche sul versante della produzione l’idea di una nuova contadinità in lotta per l’autodeterminazione si affacciasse in maniera consistente come sta succedendo negli ultimi anni.
L’agroindustria capitalistica ha prodotto solo mostri da un punto di vista ambientale. Ha servilizzato un mondo bracciantile difficilmente sindacalizzabile, brutalizzato e frammentato. Ma proprio dal settore produttivo più bistrattato, riemergono – a cominciare dalla difesa della terra e dei suoi lavoratori- soggetti collettivi che a partire dai bisogni primari lavorano con successo alla trasformazione della società, alla difesa dei beni comuni, alla riconquista di forme di lavoro qualificanti in un quadro che non è eccessivo definire autogestionario oltre che solidale.
E anche su questo Iris ha parlato ai coltivatori.
Si è rivolta ai coltivatori, e ha parlato di loro, in termini di produzione e non di accumulazione, in termini di collaborazione e di cooperativismo e non di rapporto di dipendenza. Ha proposto una prassi di comunanza oltre la visione univoca della proprietà privata, costruendo cooperazioni virtuose, riportando il reddito dell’azienda agricola non alla legge della domanda e dell’offerta ma al lavoro e al fabbisogno produttivo di un territorio e di una filiera.
Il passo successivo è la definizione un rapporto organico tra i produttori ed il territorio, tra la cooperativa e la sua filiera in un progetto di biocomunità, caratterizzate entrambi da una struttura organizzativa orizzontale e antiautoritaria, capaci di respirare in modo sincrono. Passando dalle retrovie in prima linea: sperimentando autogestione. Così la cultura ambientalista, le bandiere del biologico e dell’economia solidale approdano a quell’irriducibilità che permette loro di sfuggire alle spire del marketing del sistema capitalistico, con nuove gemmazioni nell’ambito della produzione.
In questo ambizioso, ma necessario, scenario in costruzione, Iris svolge un rilevante ruolo di cerniera, capace di vincere le diffidenze di chi ancora ha paura di fare scelte coraggiose in agricoltura.
Intersecando agricoltura biologica e trasformazione industriale ecologica -senza estrazione di plusvalore- redistribuendo in modo capillare prodotti e proventi delle proprie azioni mutualistiche, IRIS coltiva e trasforma il sentimento di giustizia in una proposta di uguaglianza sociale; rimette al centro la mutualità; diventa possibile motore di trasformazione anticapitalista all’interno di un movimento composito e plurale.
La Cooperativa e le sue sperimentazioni, per altro spesso riuscite, così come emerge da questo saggio di Monia Andreani, mostrano un modo di affrontare il problema della produzione agricola in un’ ottica anticapitalista. di transizione.
In una realistica e fertile strategia di transizione verso una società comunista e libertaria, che noi auspichiamo e per la quale lavoriamo, Diviene trascurabile oggi inseguire il sogno di fare secessione rispetto all’economia capitalistica, tanto meno auto-accontentarsi di essere fenomeno residuale risparmiato dalle contraddizioni del sistema. Occorre -piuttosto- costruire e sperimentare su base territoriale metodi replicabili, ma non unici, per produrre e distribuire prodotti agricoli che siano ancorati a criteri etici ed economici in grado di sopravvivere alle leggi del capitale contrastando le tare che lo caratterizzano, trovare modalità di accesso alla terra per incentivare forme di lavoro cooperativistico e non gerarchico.
Per progettare l’agricoltura del futuro, è indispensabile ripartire dalla piccola scala e dalle comunità territoriali di supporto reciproco e cogestione che permettano l’esistenza e la diffusione di realtà virtuose che, collettivizzando i terreni, se ne occupino in prima persona con la tecnologia delle nuove generazioni e la cura delle vecchie generazioni.
Questo crea sussidiarietà orizzontale e solidale attraverso lo scambio di beni e servizi, in modo da collegare una parte sempre crescente di beni ed accogliere il maggior numero possibile di settori della produzione creando anche occupazione all’interno di circuiti virtuosi con regole condivise.
La filiera va completata con i suoi pezzi successivi, con una trasformazione che può, deve poter uscire dall’ambito dell’autoproduzione e da quello artigianale per dimostrare che è possibile realizzare economie di scala che restino però ancorate ai principi del mutualismo e della sostenibilità, e coltivino sempre la diffidenza verso le sirene del capitalismo.
In questo ambito si parla di mutualismo inteso come forma di resistenza ad un modello di società neoliberista e predatorio, che azzera il welfare, affama interi popoli, distrugge progressivamente i diritti umani, colpevolizza la povertà, monetizza i diritti civili e le libertà. La resistenza e la trasformazione, oggi come alle origini del movimento operaio, si configurano come un’esigenza collettiva di difesa e di promozione di diritti economici e sociali.
Mutualismo, quindi, è inteso nei termini di interdipendenza e reciprocità di esseri umani che si prendono cura, che si impegnano per cambiare le relazioni fondamentali con la terra, con l’ambiente, con il mondo, e per questo esce e si libera dalla concezione lineare, di progresso tipica del capitalismo e della sua logica mercantilistica ed individualistica.
Il mutualismo rimanda alla giustizia sociale, la costruisce e la presuppone non in termini astratti, ma attraverso la costruzione di una società alternativa che può essere solo radicalmente anticapitalista.
Per pensare ad un domani di giustizia sociale occorre sperimentare qui ed ora, partendo da come facciamo giustizia sociale quotidianamente, avendo nel cuore e nella mente una sana diffidenza verso gli strumenti che il capitalismo impone.
Più di ogni altra cosa, verso il debito come presupposto di crescita economica, quel debito che mira ad incatenare ogni progettualità produttiva.
Le reti di sostegno economico -a partire dallo scambio materiale dei prodotti fino a strumenti ben più raffinati come le azioni mutualistiche inventate da IRIS- non si pongono come emuli infantili e primitivi del mercato, ma offrono alternative e possibilità di autonomia a modelli di crescita e di vita che puntano a riorganizzare la società su basi differenti.
La pratica costruita in questi trent’anni da Iris dimostra longevità e preveggenza e offre strumenti e patrimonio di relazioni e conoscenza che devono essere socializzati per favorire lo sviluppo e il radicarsi di nuove forme di organizzazione territoriale e sociale che ci sono necessarie.
Questo è quello che passa normalmente con l’accezione di “economia alternativa” non perché costituisca effettivamente un’alternativa all’economia del capitale, bensì perché si pone come laboratorio di sperimentazione di strategie di resistenza e progettazione delle strutture e del substrato per la rivoluzione sociale, in un processo di liquidazione territoriale dello stato.
La cifra che contraddistingue Iris è la battaglia, la ricerca, la conquista e lo sviluppo di pratiche e progetti per la proprietà collettiva.
Iris si ricollega così alla storica battaglia della classe degli sfruttati e degli oppressi: la conquista e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.
Questo fine costante, nella lunga storia delle lotte popolari, porta in grembo ed alimenta ancora oggi l’unità di classe dei vari soggetti che hanno come interesse l’unica alternativa possibile: la costruzione di una società comunista e libertaria.
 

Le collettività – Gaston Leval

“(…)
1. Il principio giuridico delle Collettività era completamente “nuovo”. Non erano né il “sindacato” né il “municipio”, nel senso tradizionale del termine, e neppure il municipio del medioevo. Tuttavia, erano più prossime allo spirito comunale che allo spirito sindacale.
Le Collettività, spesso, avrebbero potuto chiamarsi egualmente Comunità, come nel caso di quelle di Binefar e costituivano veramente un tutto in cui i gruppi professionali e corporativi, i servizi pubblici, gli interscambi, le funzioni municipali restavano subordinati, dipendenti dall’insieme nella loro struttura, nel loro funzionamento interno, nell’applicazione dei loro compiti particolari.
2. Malgrado la loro denominazione, le Collettività erano praticamente organizzazioni libertarie comuniste, che applicavano la regola “da ciascuno secondo le proprie forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni”; sia per la quantità di risorse materiali assicurata a ciascuno dove il denaro era abolito, sia per mezzo del salario familiare dove il denaro è stato mantenuto. Il metodo tecnico differiva, ma il principio morale e i risultati pratici erano i medesimi.
Questa pratica era in effetti senza eccezioni nelle Collettività agrarie; poco frequente invece nelle collettivizzazioni e socializzazioni industriali, per essere la vita delle città più complessa e meno profondo il sentimento di sociabilità.
3. La solidarietà portata al grado estremo era la norma generale delle collettività agrarie. Non solo vi era assicurato il diritto di tutti alla vita, ma nelle federazioni comarcali si stabiliva sempre più il principio dell’appoggio mutuo, con l’ammasso comune, di cui si giovano i paesi meno favoriti dalla natura.
Nella Castiglia, si stabilirono a questo scopo le Casse di Compensazione. Nel campo industriale questa pratica pare sia stata iniziata in Hospitalet, nelle ferrovie catalane e più tardi si applicò in Alcoy. Sarebbe stata più generale, se il compromesso con gli altri partiti non avesse impedito di socializzare apertamente sin dai primi giorni.
4. Una conquista di enorme portata era stata raggiunta: il diritto della donna alla vita, qualunque fossero le sue funzioni sociali. Nella metà circa delle collettività agrarie, il salario che le si attribuiva era inferiore a quello dell’uomo, nell’altra metà equivalente; differenze queste che si spiegano tenendo conto che raramente la donna nubile veniva isolata.
5. Anche il bambino ha visto il riconoscimento del suo diritto alla vita: non come elemosina accordata dallo Stato, bensì come l’esercizio di un diritto che nessuno pensava a negare. Al medesimo tempo le scuole gli sono state aperte fino ai 14 o 15 anni: solo modo per evitare che i genitori lo mandassero a lavorare prima del tempo, e per rendere l’istruzione realmente generale.
6. In tutte le Collettività agrarie dell’Aragona, Catalogna, Levante, Castiglia, Andalusia ed Estremadura, è stata norma spontanea costruire dei gruppi di lavoratori, quasi sempre distribuiti in zone precise che si dividevano le colture e le terre. Egualmente spontanea è stata la riunione dei delegati eletti da questi gruppi, insieme al delegato locale d’agricoltura, allo scopo di orientare il lavoro generale.
7. Oltre a tali riunioni ed altre analoghe dei gruppi specializzati, avevano luogo in forme anch’esse spontanee le riunioni dell’intera Collettività: un’assemblea settimanale, o quindicinale o mensile. Si pronunciava sull’attività dei consiglieri da essa nominati, sui casi speciali e le difficoltà impreviste. Tutti gli abitanti, uomini e donne, fossero o no produttori di beni di consumo, intervenivano e determinavano gli accordi presi. Spesso, anche gli stessi “individualisti” potevano pronunciarsi e votare.
8. Nella coltivazione della terra le modifiche più importanti sono state: l’aumento rapido del macchinario impiegato e dell’irrigazione, l’estensione della pollicoltura, la piantagione di alberi di ogni specie. Nell’allevamento del bestiame: la selezione e la moltiplicazione delle specie, l’adattamento di esse alle condizioni dell’ambiente, del clima, dell’alimentazione, ecc. e la costruzione, su vasta scala, di stalle, porcili ed ovili collettivi.
9. Si estendeva continuamente l’armonia nella produzione e ella coordinazione degli scambi, così come l’unità nel sistema di ripartizione. L’unificazione comarcale si completava con l’unificazione regionale. La federazione nazionale era sorta. Alla base la “comarca” organizzava l’interscambio. Eccezionalmente lo praticava il Comune isolato, ma su autorizzazione della federazione comarcale, che prendeva nota degli scambi e poteva interromperli se pregiudizievoli all’economia generale. Così accadeva per esempio nella Collettività isolata della Castiglia, che non vendeva grano per suo conto ma, invece, mandava il cliente all’ufficio del grano in Madrid. In Aragona, la Federazione delle Collettività, fondata nel gennaio del 1937 e la cui sede centrale si trovava a Caspe, incominciò a coordinare gli scambi fra tutti i Comuni della regione, così come la pratica dell’appoggio mutuo.
La tendenza all’unità si era creata con l’adozione di una tessera di “produttore” unica e di una tessera di “consumatore” ugualmente unica che implicavano la soppressione di tutte le monete, locali o no, secondo la risoluzione presa nel congresso costitutivo del febbraio 1937.
Riguardo agli scambi con le altre regioni e alla vendita all’estero, la coordinazione migliorava sempre più. Nel caso di utili per differenze di cambio, o per l’ottenimento di prezzi superiori ai prezzi base già eccedenti, la Federazione Regionale li impiegava per aiutare le collettività più povere. La solidarietà oltrepassava l’ambito comarcale.
10. La concentrazione industriale tendeva a generalizzarsi in tutti i Comuni, in tutte le città. Le piccole officine, le fabbriche antieconomiche sparivano. Il lavoro si razionalizzava con un obiettivo e una forma altamente sociali, tanto nelle industrie di Alcoy come in quelle di Hospitalet, nei trasporti urbani di Barcellona, come nelle collettività di Aragona.
11. La socializzazione cominciava spesso con la ripartizione (comarca di Segorbe, di Granollera, vari villaggi di Aragona). In certi casi i nostri compagni strappavano ai municipi riforme immediate (municipalizzazione dei fitti e della medicina in Elda, Benicarlò, Castiglione, Alcagniz, Caspe, ecc.).
12. L’insegnamento progrediva con una rapidità prima d’allora sconosciuta. L’immensa maggioranza delle Collettività e dei municipi più o meno socializzati ha costruito una o varie scuole. Ciascuna delle Collettività della Federazione del Levante aveva la sua scuola al principio del 1938.
13. Il numero delle collettivizzazioni aumentava continuamente. Il movimento nato con più slancio in Aragona aveva guadagnato nella campagne parte della Catalogna, acquistando uno slancio straordinario, soprattutto nel Levante, e quindi nella Castiglia, le cui realizzazioni sono state, secondo testimoni responsabili, forse superiori a quelle di Levante e di Aragona. L’Estremadura e la parte dell’Andalusia che i fascisti tardarono a conquistare – specialmente la provincia di Jean – hanno avuto anche le loro collettività, ciascuna regione con le caratteristiche proprie nella sua agricoltura e della sua organizzazione locale.
14. Nelle mie investigazioni ho incontrato soltanto sue insuccessi: quello di Boltena e quello di Ainsa, nel nord di Aragona. Lo sviluppo del movimento e le adesioni che accoglieva si possono esprimere con questi dati: nel febbraio del 1937 la comarca di Angues aveva 36 collettività (cifra comunicata al congresso di Caspe). Ne aveva 57 nel giugno del medesimo anno. Manchiamo di cifre esatte sul numero delle collettività create in tutta la Spagna. Basandoci sulle statistiche incomplete del congresso di febbraio in Aragona e sui dati raccolti durante il mio soggiorno prolungato in questa regione, posso affermare che erano almeno 400. Quelle di Levante erano 500 nel 1938. devono aggiungersi a quelle delle altre regioni.
15. Le collettività si sono complementate in altri luoghi con altre forme di socializzazione. Il commercio si socializzò dopo il mio passaggio a Carcagente; Alcoy vide sorgere cooperative di consumo che completavano l’organizzazione sindacale della produzione. Altre collettività si ampliarono: Tamarite, Alcolea, Rubielas de Mora, Calanda, Pina, ecc.
16. Le collettività non sono state opera esclusiva del movimento libertario. Quantunque applicassero principi giuridici nettamente anarchici, erano spesso creazione spontanea di persone lontane da questo movimento (“libertarie” senza saperlo). La maggior parte delle Collettività d Castiglia ed Estremadura sono state opera di contadini cattolici e socialisti ispirati o no dalla propaganda di militanti anarchici isolati. Malgrado l’opposizione ufficiale delle loro organizzazioni, molti membri dell’UGT sono entrati nelle collettività o le hanno organizzate; e così pure i repubblicani sinceramente desiderosi di realizzare la libertà e la giustizia.
17. I piccoli proprietari erano rispettati. Le tessere di consumatori fatte anche per loro, il conto corrente che era loro aperto, le risoluzioni che venivano prese a loro riguardo, lo attestano. Soltanto s’impediva loro di avere più terra di quella che potessero coltivare e di esercitare il commercio individuale. L’adesione alle collettività era volontaria: gli “individualisti” vi aderivano solo se e quando venivano persuasi dai migliori risultati del lavoro in comune.
18. I principali ostacoli alle Collettività erano:
  1. la coesistenza di strati conservatori, dei partiti e delle organizzazioni che li rappresentavano: repubblicani di tutte le tendenze, socialisti di destra e di sinistra (Largo Caballero e Prieto), comunisti staliniani, sovente poumisti (prima di venire espulso dal Governo della Generalitat, il POUM non fu realmente un partito rivoluzionario; lo divenne quando si trovò costretto all’opposizione. Ancora nel giugno 1937 un manifesto distribuito dalla sezione di Aragona del POUM attaccava le Collettività). LA UGT (Unione Generale dei Lavoratori) costituiva lo strumento principale utilizzato da codesti vari politicanti;
  2. l’opposizione di certi piccoli proprietari (contadini dei Pirenei e catalani);
  3. il timore manifestato anche da alcuni membri delle Collettività che, terminata la guerra, il governo distruggesse queste organizzazioni. Tale timore fece vacillare anche molti che non erano realmente reazionari e molti piccoli proprietari che senza di esso si sarebbero decisi ad entrare nelle Collettività;
  4. la lotta attiva contro le collettività: con ciò non s’intende l’ovvia azione distruttiva delle truppe di Franco dove potevano arrivare; questa lotta contro le collettività è stata condotta a mano armata in Castiglia dalle truppe comuniste. Nella regione valenziana, si ebbero dei veri combattimenti dei quali intervennero perfino carri d’assalto. Nella provincia di Huesca, la brigata Carlo Marx ha perseguitato le Collettività. La brigata Macia-Companys ha fatto lo stesso nella provincia di Teruel (ma ambedue hanno sempre sfuggito il combattimento contro i fascisti. La prima è sempre stata inattiva, mentre le nostre truppe lottavano per prendere Huesca o posizioni importanti. Le truppe marxiste si riservavano per la retroguardia. La seconda abbandonò senza lotta Vivel del Rio ed altri comuni della regione carbonifera di Utriglios. I soldati, che fuggirono in camicia davanti a un piccolo attacco che altre forze contennero senza difficoltà, furono poi combattenti intrepidi contro i contadini disarmati delle Collettività).
19. Nell’opera di creazione, di trasformazione e socializzazione che è stata, il contadino ha dimostrato una coscienza sociale superiore a quella dell’operaio della città.

testo già in  http://www.fdca.it/ciclostile/oap-spagna/7.htm
Su Leval vedi anche https://it.wikipedia.org/wiki/Gaston_Leval 

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)