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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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lunedì 16 novembre 2020

APPELLO AL MUTUALISMO ! Brigata di Solidarietà per l'Emergenza - Mario "Spartaco" Betto - Pordenone

 Appello al mutualismo!


Fai la tua parte, unisciti alla Brigata di Solidarietà
per l’Emergenza Mario “Spartaco” Betto!
Ci rivolgiamo a tutte e tutti i pordenonesi.
Siamo nuovamente in emergenza e a rischio lockdown anche in FVG.
Migliaia di persone non possono più lavorare e avranno difficoltà economiche, altre
migliaia un lavoro già l’avevano perso, o non l'hanno mai avuto, e non potranno
trovarne un altro.
Gran parte di noi fatica a reggere l'urto di questa seconda ondata ma chi ha già pagato e
pagherà il costo più alto sono le fasce più vulnerabili, tantissimi anziani che avranno
difficoltà a fare la spesa, ad avere relazioni e contatti, a procurarsi medicinali, spesso
salvavita, e a curarsi; e ancora famiglie e persone fragili, con disabilità e altre difficoltà
materiali, umane e psicologiche.
L'emergenza sanitaria e socio-economica ci impone l'urgenza della solidarietà
attiva.
Per questo motivo abbiamo deciso di trovarci e di costituire una brigata di mutuo soccorso,
l'abbiamo voluta intitolare a un partigiano di Visinale di Pasiano di Pordenone che ai tempi
della terribile lotta la nazifascismo si sacrificò per una causa di libertà e giustizia.
Nasce la Brigata di Solidarietà per l'Emergenza “Mario “Spartaco” Betto.
Si tratta di un'unità operativa che in modo dinamico opererà su tutto il territorio

pordenonese cercando di coprire richieste dirette e indirette che altri enti e istituzio-
ni già attive negli aiuti non riescono a coprire.

Ci occuperemo di consegnare spese alimentari di prima necessità e medicinali alle
persone in quarantena e che si trovano in uno stato di forte difficoltà.
Porteremo la spesa a domicilio a persone anziane, immunodepresse, con disabilità
motorie, in quarantena - o chiunque ne abbia bisogno.
Prossimamente cercheremo di organizzare collette alimentari e “spese sospese” in tutta la
città per incrementare la capacità di rispondere ai bisogni primari della popolazione.

Ogni nuovo volontario e volontaria riceverà una formazione sanitaria in linea con l'espe-
rienza rodata e grandemente partecipata a Milano, dove nascono le Brigate per l'emer-
genza sanitaria, per operare in completa sicurezza per sé e per gli altri.

Saranno inoltre forniti Dispositivi di Protezione Individuali, un gilet con badge di riconosci-
mento e quanto necessario per la circolazione sul suolo comunale.

Contattaci al 339.6812954 (Lino) o 333.4866588 (Stefano)
oppure invia una mail a brigataspartacopn@gmail.com


Pordenone ha bisogno anche del tuo aiuto: “Ognuno di noi deve dare qualcosa in modo
che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto."


Brigata Solidarietà per l'Emergenza Mario "Spartaco" Betto - Pordenone

 


 

domenica 1 novembre 2020

Il Cantiere - ottobre 2020


 












LEGGILO O SCARICALO QUI

Uscire dalla gabbia dei sacrifici


Questo numero de “il Cantiere” esce in concomitanza dell'inasprimento della epidemia del Covid-19. Abbiamo già scritto sulle responsabilità e delle condizioni in cui le lavoratrici e i lavoratori si sono trovati nell'affrontare il virus. 

Non abbiamo competenze specifiche per dare risposte epidemiologiche, né pensiamo, in questa fase di aggiungere opinioni che vadano a sommarsi alla già confusa letteratura sull'argomento. 

Ci limitiamo a registrare i fatti. Il sistema sanitario è nuovamente in affanno, le terapie intensive rischiano di non essere sufficienti per tutti quanti ne necessitano, il rischio è quello di trovarsi nella condizione di scegliere chi curare e chi no. 

In questa situazione, dove la salute diventa la preoccupazione principale e le incognite della tenuta economica incombono su interi settori produttivi, ogni altro argomento sembra perdere di importanza.  

I richiami per una collaborazione partecipe che dalle istituzioni alla chiesa vengono per battere la pandemia sono pressanti ed evocano ancora una volta l'immagine della barca su cui tutti saremmo imbarcati. 

Una storia che periodicamente si ripete. 

Coloro, lavoratori e ceti popolari, che subiscono le contraddizioni dei sistemi economici- sociali, sono gli stessi che si fanno carico delle conseguenze in termini di fatica, sofferenze e miseria. 

Al riguardo ricordare l'apologo di Menenio Agrippa non è un vezzo storico, quel 494 a.c. segna una data emblematica nella subalternità dei ceti meno abbienti nei confronti dei ceti possidenti. Argutamente Marx commentò che Agrippa non aveva spiegato come, riempiendo la pancia dei patrizi, si potessero nutrire le braccia dei plebei. 

La crisi pandemica non ha intaccato la pervasiva attualità dell'apologo di Agrippa. Non solo braccia che nutrono pance altrui, ma anche una barca che ammesso che vada a fondo vede “schiavi” salariati a svuotare le sentine, mentre sulla tolda i “signori” continuano a gozzovigliare. 

Oggi con linguaggio diverso che cerca di irretire i lavoratori con la prospettiva di un lavoro auto-diretto la Confindustria ripropone lo schema dell'apologo. 

“ Questo moderno “Homo faber” deve sentirsi ed essere partecipe, artefice orgoglioso del processo di creazione del valore.” Confindustria "Il coraggio del futuro. Italia 2030-2050" 29 settembre 2020

Non appare casuale l'utilizzo del latino homo faber che è parte della locuzione latina ”homo faber fortunae suae”, che significa letteralmente «l'uomo è l'artefice della propria sorte». Nella sua espressione originaria la locuzione si riferiva all'essere umano nella sua generalità e sottolineava la capacità dell'uomo di essere artefice del proprio destino, capace di creare, costruire, trasformare l'ambiente e la realtà in cui vive, adattandoli ai suoi bisogni . 

Nello schema di confindustria l'homo faber è quello che fa riferimento al nuovo lavoratore iper flessibilizzato, agile, somministrato, legato all'impresa solo per essere sfruttato e abbandonato alle politiche di sostegno al reddito e quindi alla fiscalità generale quando i profitti calano. L'artefice orgoglioso del processo di creazione del valore è il lavoratore agile prodotto dalla pandemia. “ lo smart working, infatti, può essere un terreno ideale per portare avanti questa maturazione culturale che chiede di “essere” partecipativi: non è certamente foriero di risultati stabili pensare la partecipazione in termini di “avere” – cioè ottenere attraverso la contrattazione –se poi la mentalità di fondo è e rimane quella “antagonista”. “ 

Ancora una volta come nel 494 a.c. si pretende di socializzare la creazione del valore e non si pone la necessità di socializzare la distribuzione della ricchezza. 

La presunta sinistra istituzionale e le stesse confederazioni sindacali hanno accreditato il paradigma “fate sacrifici, accettate riduzioni di salario, precarietà del lavoro, il jobs act e l’economia ripartirà; e se riparte l’economia ci saranno più benefici per tutti.” 

Non farsi ingabbiare in questo schema è il presupposto per lasciare aperta una prospettiva di cambiamento.

 I rapporti di forza non consentono oggi di pensare a grandi battaglie, ma come proviamo ad argomentare negli articoli di questo numero vi sono le potenzialità per avviare una stagione di lotte capace di unificare la classe partendo dalla difesa del contratto collettivo nazionale, dalla richiesta di significativi aumenti salariali e dall'avvio di una vertenza generale sulla riduzione dell'orario di lavoro.

Obiettivo questo ultimo che coniugato a livello europeo può gettare le basi per un nuovo e forte processo di solidarietà internazionale dei lavoratori.

giovedì 22 ottobre 2020

libertà dalle religioni libertà di espressione

 

CONFLANS: Di fronte all'orrore
Sono lo stupore e il terrore che ci colpiscono di fronte all'orribile assassinio di un insegnante a Conflans-Sainte-Honorine, negli Yvelines. Soprattutto, l'UCL desidera esprimere le sue condoglianze alla famiglia, ai parenti, ai colleghi e agli studenti della vittima.
Come ci arriviamo? Come può un crimine così atroce essere commesso da un diciottenne, evocando i peggiori crimini commessi da Daesh? Queste domande possono solo tormentare la nostra società.
La vittima insegnava storia e geografia alla scuola media e aveva presentato i cartoni di Charlie Hebdo come parte di un dibattito di classe sulla libertà di parola. Questa libertà fondamentale, nessun omicidio, nessun attacco può minarla e l'UCL è visceralmente attaccata ad essa.
Alcuni stanno già cercando di strumentalizzare questo omicidio e di mantenere la confusione tra la popolazione musulmana e il terrorismo jihadista. Non permetteremo che la popolazione venga spezzettata e divisa. Non permetteremo a noi stessi di essere trascinati in una spirale islamofobica che avvantaggia solo coloro che predicano l'odio e la morte.
L'unità contro l'oscurantismo criminale non sarà certamente costruita fianco a fianco con i razzisti o il governo.
Union communiste libertaire, le 18 octobre 2020
 

QUESTO NON è UN LIBRO - QUESTO NON è UN EDITORE. Marcello Baraghini e 50 anni di stampa alternativae oltre ON TOUR


 

Sabato 24 ottobre alle ore 18.00 presso la sede del Circolo Libertario Emiliano Zapata (via Ungaresca, 3/B) sarà con noi Marcello Baraghini che ci racconterà dei "50 anni di stampa alternativa" (e i mitici millelire) e la nuova avventura editoriale con "Strade Bianche” (durante l’iniziativa invitiamo a rispettare il distanziamento e di munirsi di protezioni individuali).

lunedì 12 ottobre 2020

Quaderni di Umanità Nova scaricabili in PDF


 

 

 

Il settimanale anarchico italiano mette a disposizione liberamente alcuni "Quaderni di Umanità Nova"

Sono usciti fin’ora sei quaderni di Umanità Nova in formato pdf: 

un’intervista ai compagni di Hong Kong, 

due dossier su Fantascienza ed Anarchia, 

Camus e lo Spirito Cooperativo, 

50 Anni dalla Strage di Stato, 

David Graeber – Sulle Macchine Volanti e la Caduta Tendenziale del Saggio di Profitto.

Potete liberamente scaricarli a questo link:

https://mega.nz/#F!LJJR2C6R!xwPzJqo3FCXd2VnzxE-uJA

David Graeber un pensatore anarchico contemporaneo : articoli raccolti dalla biblioteca Borghi

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il 2 settembre 2020 è morto a Venezia, all'età di 59 anni, David Graeber. Con lui scompare prematuramente una delle menti più brillanti dell'anarchismo contemporaneo. Accademico 
e attivista politico, può essere considerato il più importante antropologo sociale della sua generazione, oltre che un punto di riferimento essenziale dei movimenti politici radicali negli Stati Uniti. 
Era nato a New York in una famiglia ebrea della working class. Anarchico fin dalla giovinezza, era  membro dell'IWW . Allievo e amico del grande antropologo Marshall Sahlins, insegnava alla London School of Economics a Londra. Negli Stati Uniti era stato uno degli animatori del movimento Occupy Wall Street (molti gli attibuiscono lo slogan "Noi siamo il 99 per cento"). Era un appassionato sostenitore della causa del Rojava. 

In un articolo dopo la sua morte, pubblicato nel sito della rivista «Gli Asini», Andrea Borella lo presenta nei seguenti termini:
"Era il più inventivo e autorevole pensatore anarchico del nostro tempo, potremmo dire una sorta di Paul Goodman dei nostri giorni, meno travagliato e poetico, più travolgente e vitale, ma con la stessa capacità di travalicare gli ambiti di appartenenza senza in alcun modo rinunciare alla propria radicalità. Era in grado di parlare a chiunque, con il medesimo tono schietto, da una cattedra universitaria o dentro a un megafono: si rivolgeva a tutti. Ha scritto molti libri, ed è stato introdotto in Italia da Elèuthera a partire dal 2006. Alcuni dei suoi ultimi testi hanno avuto una grande risonanza: Bullshit Jobs  [...], rapidamente diventato un classico, affrontava in modo assolutamente inusuale per la sinistra il tema del lavoro: inusuale perché scavalcava il tradizionale angolo visuale delle garanzie, dei diritti, dei contratti, ecc… per aggredire frontalmente la totale insensatezza di una enorme parte del lavoro nelle cosiddette società evolute. Il libro mostrava l’inutilità e assurdità strutturale – la controproduttività, avrebbe detto Illich – del lavoro nei settori più cruciali della società contemporanea, demolendo sia la presunta efficienza del mercato e delle corporations (tanto cara ai liberisti) che la supposta utilità della burocrazia statale e pubblica (altrettanto cara alla sinistra tradizionale). E lo faceva da una prospettiva «antropologica», mettendo al centro l’immenso sperpero di esistenze che questo ingranaggio implica, e chiamando a una ribellione. Ma, anche al di là della dimensione del lavoro, la critica della burocratizzazione del mondo è stata uno dei fulcri delle sue riflessioni: Burocrazia (Il Saggiatore, 2016; il titolo originale, The Utopia of Rules, era più efficace, e rimandava immediatamente all’insensatezza di pensare di poter regolare tutto) e Oltre il potere e la burocrazia (Elèuthera, 2013) rappresentano una delle rarissime proposte di presa di coscienza e opposizione all’accanimento burocratico e all’impazzimento normativo fatte a partire da un punto di vista egualitario, solidale e civico, una critica della burocrazia che a sinistra è ancora un tabù".

Per ricordare David Graeber e invitare a conoscere i suoi testi, nei giorni scorsi nel sito della Biblioteca Libertaria "Armando Borghi" è stata creata un'ampia sezione a lui dedicata. La sezione contiene una selezione piuttosto nutrita di articoli pubblicati in occasione della morte di Graeber (in lingua italiana, inglese e spagnola) e altri documenti di interesse che lo riguardano.

La sezione su Graeber si trova nella pagina "Pensiero libertario contemporaneo", che contiene anche testi riguardanti Murray Bookchin, Noam Chomsky, Colin Ward, Luce Fabbri, Andrea Papi, Salvo Vaccaro e altri. Il link diretto alla pagina è:   http://bibliotecaborghi.org/wp/index.php/pensiero-libertario/

Riporto qui di seguito, per comodità, l'elenco dei contenuti presenti attualmente nella sezione su David Graeber. Cliccando sui titoli dei testi si può accedere direttamente ai contenuti.
 
Gianpiero Landi


Ricordando David Graeber (selezione di articoli pubblicati in occasione della sua morte) 

Sian ChainDavid Graeber, anthropologist and author of Bullshit Jobs, dies aged 59«The Guardian», 03/09/2020  (in inglese)
Viola StefanelloMorto a 59 David Graeber, l’antropologo anarchico statunitense che ispirò Occupy Wall Street«La Repubblica», 04/09/2020
Alberto PrunettiDavid Graeber, la verità ai margini dei movimenti«Il Manifesto», 05/09/2020
Astra Taylor [et al.]David Graeber, 1961-2020«The New York Review of Books», 05/09/2020 (in inglese)
Giacomo BorellaIn ricordo di David Graeber«Gli Asini», 07/09/2020
Benjamin BalthaserDavid Graeber, in memoria di un ebreo-non-ebreo«Jacobin Italia», 07/09/2020
Veronica BarassiDavid Graeber e le Possibilità Umane«Le Parole e le Cose.it», 08/09/2020
Viola VertigoPer David Graeber: chi ha compagn* non muore mai«Dinamopress», 08/09/2020
Lorenzo VelottiDavid non ci vorrebbe Graeberiani«Gli Asini», 10/09/2020
Flavio Figliuolo ed Enrico VocciaSiamo sempre il 99% ma uno ci manca«Umanità Nova», 13/09/2020
Simone CerulliLo sguardo sul mondo di David Graeber«Dinamopress», 13/09/2020
Enzo RossiOccupy the Future. In memoria di David Graeber«Le Parole e le Cose.it», 14/09/2020
Enzo RossiDavid Graeber, antropologo del futuro«Jacobin Italia», 15/09/2020
Octavio AlberolaDavid Graeber y el anarquismo«Dominio Público», 19/09/2020 (in castigliano)

Altri documenti:

► Enrico Voccia, Testi per capire il presente: 1 – David Graeber, Debito, «Umanità Nova»,  a. 100, n. 23, 28/06/2020.

► Enrico Voccia, Testi per capire il presente: 4 – David Graeber, Bullshit Jobs, «Umanità Nova», a. 100, n. 27, 20/09/2020.

giovedì 8 ottobre 2020

Ottobre/Novembre/Libertariamente! INAUGURAZIONE BIBLIOTECA LIBERTARIA "MAURO CANCIAN" DI PORDENONE E SEDE CIRCOLO ZAPATA

 



A partire da sabato 10 ottobre con una "ufficiale" INAUGURAZIONE della nostra nuova sede, ci si ritrova in P.zza "Migranti" (P.zza Risorgimento) con 

- una Mostra degli striscioni storici degli anarchici ed antimilitaristi pordenonesi, imperdibile! Si racconterà del circolo alla vigilia dei suoi 40 anni di attività

  • presente un banchetto con le novità librarie a carattere anarchico e libertario e con un anteprima live del cantautore Alessio lega, reduce dalla recente vittoria al Club Tenco come miglior interprete per l'album "Nella corte dell'Arbat"

  • dalle 19.00 circa si proseguirà in Via Ungaresca 3/B presso i nuovi locali del Circolo Zapata prima con un ricco buffet e infine godendosi il concerto di Alessio Lega con il suo nuovo lavoro su Bulat Okudžava.


Sabato 24 ottobre alle ore 18.00 sarà con noi Marcello Baraghini che ci racconterà dei "50 anni di stampa alternativa" (e i mitici millelire) e la nuova avventura editoriale con "Strade Bianche"!


Venerdì 30 ottobre sarà ospite nella nostre sede l'Osservatorio Antigone con il professore Giuseppe Mosconi dell'Università di Padova, parleremo delle torture ordinarie (che occasionalmente fanno scalpore per poi tornare nell'oblio) che subiscono i carcerati, come emerso con i casi di Piacenza e Torino, fino a cercare di avere una visione complessiva della situazione carceraria grazie al "XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione", affrontando Il carcere al tempo del Coronavirus. 


Infine con inizio novembre, esattamente sabato 7, dalle 18.00 presso la nostra sede avremo con noi Olmo Losca, poeta sociale, che ci presenterà il libro "Sentieri in Cammino". Un libro tascabile (100 pagine) di racconti sociali. Spazieremo con lui, grazie anche alla lettura dei suoi testi, su tematiche di che vanno dall'arte come attivismo all'antispecismo.

Dopo una pausa a base di ottima cucina vegana grazie alla collaborazione con "il Rifugio Bosco di Morgana" e "Vegrind", avremo sul palco gli "Anèdone", un originale rock d'autore con Francesco “Franz” Martinello (voce e chitarra), Francesca “Meggie” Covre (chitarra e voci) e Giacomo “Jacu” Iacuzzo (percussioni, drum-pads e campionamenti).

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Saranno rispettati i distanziamenti e le protezioni individuali di prevenzione Covid.


Circolo Libertario “Emiliano Zapata” - Via Ungaresca, 3/B - Pordenone

Solidarietà ai 51 antifascisti arrestati a Salonicco

 Solidarietà ai 51 antifascisti arrestati a Salonicco

 

 


 

La sera del 16/9/2020 a Salonicco, in Grecia, durante un intervento sociale i compagni antifascisti stavano cancellando collettivamente slogan e graffiti fascisti, scritti qualche giorno prima dai membri del nuovo partito neonazista “Greci per la patria”, fondato da Ilias Kassidiaris, ex rappresentante del partito nazista “Alba Dorata”. I graffiti nazisti sono stati sostituiti con graffiti e slogan antifascisti. Verso le 22:30 i nostri compagni erano circondati da un grande spiegamento di forze di polizia che li attaccavano senza motivo. 51 compagni sono stati portati in custodia presso il Quartier Generale della Polizia di Salonicco e tenuti lì da 2 a 4 giorni nelle condizioni più deplorevoli. In totale, 15 di loro sono rimasti feriti, mentre altri 2 sono stati ricoverati in ospedale a causa delle pesanti ferite provocate dalla polizia. Durante l’arresto e la custodia i poliziotti non hanno mai smesso di provocare e di abusare del potere concesso loro dallo Stato, per fiaccare lo spirito dei nostri compagni.
I 51 arrestati sono stati portati davanti al pubblico ministero e agli inquirenti, dove sono state mosse loro le seguenti accuse oltraggiose e false: i) disobbedienza perché si sono rifiutati di farsi prendere le impronte digitali e le foto; ii) violazione della quiete pubblica (è un’accusa molto comune che viene formulata ogni volta che qualcuno protesti); iii) distruzione di un sito pubblico, per gli slogan antifascisti che hanno scritto per coprire quelli fascisti. A quanto pare, per il tribunale greco della “giustizia” borghese è consentito solo il discorso di odio fascista sui muri; iv) violazione della legge sulla protezione delle antichità; v) possesso illegale di armi, perché gli antifascisti brandivano bandiere ed elmetti anarchici; vi) procedimento penale per “danneggiamento di monumento”. Questa accusa è stata fatta attraverso il soprintendente, che non ha avuto alcun problema a sostenere questa oscena menzogna, anche se il “monumento” che è stato danneggiato sono in realtà le panchine vicino all’attuale monumento storico di Salonicco, la “Torre Bianca”. Quello che è interessante è che la costruzione di quelle panchine nel 2008, che facevano parte del piano di riqualificazione commerciale della zona di Vasilis Papageorgopoulos (ex sindaco della città e membro del partito di destra “Nuova Democrazia”, ora al governo, che è stato liberato dal carcere dopo aver sottratto 30.000.000 di euro dai fondi comunali), è stata quella che ha effettivamente distrutto l’area intorno al monumento storico della città. Inutile dire che gli slogan antifascisti sono stati agevolmente ripuliti nei giorni successivi dagli operatori ecologici della città, lasciando naturalmente intatti quelli fascisti.
Questo attacco provocatorio contro i membri del movimento antifascista dimostra i veri colori dell’oppressione capitalista e la tolleranza dello Stato nei confronti dei fascisti, che essi alimentano costantemente come la loro riserva più reazionaria. Questo attacco oppressivo ai nostri compagni è per noi chiaramente una provocazione aperta da parte dello Stato e della polizia a pochi giorni dalla manifestazione antifascista annuale in occasione dell’anniversario dell’assassinio di Pavlos Fyssas (musicista hip hop antifascista assassinato dai fascisti di Alba dorata) e dal completamento del processo contro quest’ultima criminale organizzazione neonazista (per la quale la richiesta del pubblico ministero prevede un trattamento più favorevole). Eppure il 18/9/2020 massicce manifestazioni in tutto il Paese hanno dato un forte messaggio di resistenza e di lotta contro lo Stato, i capitalisti e lo “Stato profondo” fascista. Nella città di Salonicco 3000 manifestanti hanno riempito le strade della città per la manifestazione antifascista.
Non lasceremo i nostri compagni e le nostre compagne o qualsiasi membro del movimento anticapitalista e antifascista nelle mani dell’oppressione dello Stato. La nostra solidarietà verso gli antifascisti arrestati quel giorno è garantita e infinita. E’ nostro obbligo collettivo creare una rete di sicurezza per difenderli di fronte all’accusa vendicativa dello Stato e dei suoi meccanismi. Il sostegno politico e la solidarietà ai nostri compagni fa parte del nostro dovere di membri del movimento antifascista internazionale. Come anarchici e anarchiche e antifascisti/e li sosterremo in ogni modo, continuando incrollabilmente la nostra lotta collettiva per l’emancipazione di classe e per la giustizia proletaria.

NESSUN PROCEDIMENTO PENALE AI 51 ANTIFASCISTI ARRESTATI A SALONICCO, IN GRECIA, IL 16/9/2020

LOTTA DI CLASSE INTERNAZIONALISTA E INTRANSIGENTE CONTRO CHI OPPRIME LA CLASSE OPERAIA

MORTE AL FASCISMO

LA SOLIDARIETÀ È LA NOSTRA ARMA

☆ Αναρχική Ομοσπονδία (Grecia)
☆ Federación Anarquista de Rosario (Argentina)
☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement (Nuova Zelanda/Aotearoa)
☆ Federación Anarquista Santiago (Cile)
☆ Federación Anarquista Uruguaya (Uruguay)
☆ Coordenaçao Anarquista Brasileira (Brasile)
☆ Organización Anarquista de Córdoba (Argentina)
☆ Die Plattform-Anarchakommunistische Organisation (Germania)
☆ Libertaere Aktion (Svizzera)
☆ Workers Solidarity Movement (Irlanda)
☆ Anarchist Communist Group (Gran Bretagna)
☆ Grupo Libertario Vía Libre (Colombia)
☆ Alternativa Libertaria / FdCA (Italia)
☆ Organisation Socialiste Libertaire (Svizzera)
☆ Zabalaza Anarchist Communist Front (Sudafrica)
☆ Union Communiste Libertaire (Francia)
☆ Embat Libertarian Organisation (Catalogna)

venerdì 25 settembre 2020

il Cantiere aperiodico settembre 2020 a cura della Commissione Mondo del lavoro di Alternativa Libertaria

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primo numero de “il Cantiere” raccolta di materiali di intervento dei comunisti anarchici nella lotta di classe

In questo numero si parla

-Riduzione orario lavorativo e aumento salariale

-Lotta di classe e crisi sanitaria

-Opposizione di classe in Bielorussia

-Ruolo antiecologista dello stato

PER SCARICARLO

OLTRE IL VOTO

 

Mentre il referendum istituzionale si avvia al suo epilogo, caratterizzato da una tardiva resipiscenza dell’elettorato (troppo tardi per cambiare l’orientamento della maggioranza, vista la costante crescita del no mano a mano che si discuteva della cosa) i guastatori dell’edificio costituzionale affinano le armi, chi proponendo e preannunciando una riforma presidenzialista, chi proponendo il superamento del bicameralismo perfetto.
Intanto il dibattito su una nuova legge elettorale è di là da venire e ancor meno chiare sembrano le scelte da fare. L’Ipotesi è che la maggioranza finisca per adottare una legge proporzionale per bloccare la destra che sostanzialmente mantiene le sue posizioni; la battaglia sembra essere tutta sull’entità della soglia di sbarramento da adottare.
Particolarmente interessati al problema Calenda, il suo omologo sciocco di
“Italia morta”, con il suo seguito di cadaveri politici, e Liberi e uguali che,
malgrado una buona gestione da parte di Speranza del Ministero della Salute si
trascina stancamente e non convince per assenza di unità di intenti e di programma.
A contendersi la torta anche un M5S ridotto all’ombra di se stesso, spappolato in tre: un reggente al cadavere – capo politico facente funzioni -un doppiopettista che fa finta di fare il Ministro degli Esteri e un giocatore fuori campo, Disfattista.
Lo accompagna degnamente un modesto amministratore alla guida del sedicente gran partito della sinistra, il PD. Dall’altra parte una destra che si accredita e si stabilizza e istituzionalizza sempre più in perenne crescita e il partito leghista sempre più diviso al suo interno, con la sua costola personale veneta che prende le distanze in rappresentanza di quell’area di amministratori e faccendieri che operano con piglio manageriale e tanta poca consistenza sui territori.
Tutto questo mentre il paese si prepara a navigare in un mare incerto e insidioso. rappresentato plasticamente dalla riaperture delle terapie intensive, ma tutto sommato convinto che sia pure per inerzia meglio non si sarebbe potuto fare. Così si spiega il consenso a Conte. Perciò non stupisce nessuno l’affermazione del premier che comunque vadano le elezioni regionali non cambierà nulla.
L’aggregato tecnocratico che ruota intorno alla Presidenza del Consiglio, facendosi forte del sostegno dell’Europa, si appresta a definire termini e condizioni alle quali, spendere i 209 miliardi di prestito europeo, nel rigoroso rispetto della divisione internazionale del lavoro, si appresta a gestire il bottino e a distribuire i
dividendi.

Il paese dopo dopo il corona virus

Sia chiaro la pandemia non è finita ne finirà presto, ma già si intravedono alcuni mutamenti strutturali sulle cui conseguenze occorre riflettere È del tutto evidente che il lavoro non sarà più lo stesso. Crescerà telelavoro e lavoro a distanza con uno sconvolgimento dei tipi e degli stili di vita che andranno studiati. Venendo meno l’aggregazione fisica sul posto di lavoro diminuiranno le tutele e il rapporto di lavoro tenderà a individualizzarsi. Gli spazi per la propria vita diminuiranno, a cominciare da quelli fisici (la casa diviene l’ufficio) come diminuirà la proprietà di un proprio
tempo vita, conferendo al datore di lavoro larga parte della disponibilità del proprio privato.
Forse dalla delocalizzazione lavorativa ricaveremo una vita meno stressata con minori spostamenti, con un indubbio vantaggio per l’ambiente, ma al tempo stesso la disseminazione delle attività sul territorio tenderà a far scomparire i luoghi di aggregazione, modificando anche comportamenti interpersonali che tenderanno a un crescente individualismo e al trasferimento della comunicazione sul web.
Ma questo processo non si estenderà a tutti creando delle aree (di classe) separate dove il discrimine non è necessariamente solo economico e di reddito, ma anche di collocazione sociale e umana. In questi tanti mondi separati da recinti invisibili e pur esistenti e reali crescerà una componente di soggetti dedita ai lavori manuali sempre più marginalizzata, che riguarderà intere aree produttive e soprattutto quella agricola, dove è crescente l’utilizzazione di lavoratori manuali, spesso immigrati, sottopagati e sfruttati. Crescerà la logistica e la vendita per corrispondenza distruggendo la distribuzione attraverso negozi che non dava solo lavoro ma socialità. In questo nuovo contesto il “salto” tra le diverse collocazioni sociali sarà sempre più difficile e raro, ponendo fine a una mobilità sociale che già prima mostrava tutti i suoi limiti.
Tanto ancora dobbiamo capire e lo scopriremo solo vivendo: navighiamo a vista.

Transizione e gestione del territorio.

Alla luce di queste considerazioni si capisce che l’importanza delle elezioni regionali e del loro esito trascende la valutazione che possiamo dare su questo o quel partito che le governerà. I poteri locali, la gestione del territorio, le scelte sul campo relative a che fare e dove farlo, la gestione dei servizi, la vivibilità delle città e dei borghi, la stessa
localizzazione delle attività produttive, l’allocazione delle risorse, la distribuzione della popolazione sul territorio, l’organizzazione del servizio sanitario e sempre più la stessa gestione dell’istruzione sono compiti dei poteri locali.
Agli enti decentrati sul territorio guarda come referenti privilegiati la stessa Unione Europea facendone i terminali della propria azione, consapevole di dover in una prima fase disarticolare i poteri statali per costruire poi coesione sul territorio verso una nuova identità collettiva. Ma se così è – anche in parte – allora non è di secondaria importanza chi e come gestisce l’attività degli enti territoriali. Si affaccia quindi una nuova importanza – diremmo quasi la centralità delle autonomie – nella gestione e  trasformazione della società e dei rapporti produttivi, perché è di questi enti la responsabilità delle scelte sulla gestione delle politiche abitative, del verde pubblico, della respirabilità dell’aria, della qualità della vita e di tanto altro.
È per questi motivi che riteniamo – riflettendo – di aver sottovalutato l’importanza e il significato di questa scadenza, ragionando in termini di tifoseria nell’attribuire la vittoria a questo o a quello. A nostra scusa a farci persistere nell’errore è l’assoluta inconsapevolezza delle forze politiche parlamentari che si sono dotati di programmi vuoti e privi di contenuto.

Tornare ai territori

Ma noi non facciamo parte di un partito politico parlamentare, il nostro comunismo anarchico rifiuta la delega, privilegia l’azione diretta, l’organizzazione sul territorio in strutture partecipate che si danno degli obiettivi e li perseguono con determinazione, cercando di aggregare i soggetti interessai in ragione della loro collocazione di classe,
fornendo loro consapevolezza. Noi promuoviamo l’organizzazione dal basso delle classi subalterne, convinti come siamo che differenti interessi dividono le persone e che le loro scelte dipendono appunto dalla loro collocazione di classe.
Ecco perchè bisogna operare per creare sul territorio e dar vita ovunque a organizzazioni antagoniste, sulla base di un fronte ampio che raccolga le forze per indirizzarle verso la difesa dei diritti ed interessi delle classi subalterne, vigilando sulla gestione del territorio, sulla disponibilità di accesso ai servizi sanitari e scolastici, su tutti quei settori e quelle attività dalle quali dipende la qualità della vita e che fanno della nostra esistenza un percorso vissuto di solidarietà.                                                      Solo accettando questa sfida potremo guardare con più serenità e consapevolezza al domani in una vita vissuta per noi stessi e per le generazioni che verranno.    

La Redazione Newsletter dell'U.C.A.d'I.

missive dal Brasile

 100.000 morti e la normalizzazione del genocidio

Questo fine settimana la soglia ufficiale di 100mila morti è stata raggiunta dal covid-19, in meno di sei mesi dal primo caso notificato. Si muore più di covid che di qualsiasi altra malattia, che di un incidente stradale, che di violenza urbana.

La malattia ha raggiunto le case in tutto il paese e ha preso i propri cari da milioni di persone. Lungi dall'essere una malattia “democratica”, il covid-19 apre il progetto genocida di chi sta sopra e la disuguaglianza brasiliana che colpisce chi sta sotto. Essere neri o indigeni, ad esempio, è un importante fattore di rischio che può fare la differenza tra morire o vivere. Inoltre, il baratro sociale getta i più poveri in luoghi privi di servizi igienici di base, alloggi precari e lavori informali e precari, che non consentono di prendere le misure necessarie per prevenire la diffusione della malattia.

Nel frattempo, il governo federale ha sempre minimizzato la pandemia e ha fatto di tutto per boicottare gli sforzi nel SUS per controllare e ridurre efficacemente le morti. I governi statali, d'altra parte, nonostante il discorso che hanno a cuore le vite, hanno anche una grande responsabilità in tanti decessi e quando sono riusciti a fornire assistenza alla popolazione, hanno continuato a normalizzare le morti come un fatto compiuto.

Il risultato di tutto questo è che il Brasile è il paese con il maggior numero di morti giornaliere nelle ultime settimane e il numero totale di vittime è secondo solo agli Stati Uniti, dove non esiste un sistema sanitario pubblico.

Di fronte a questa tragedia, noi, del Coordinamento anarchico brasiliano, siamo solidali con coloro che hanno perso parenti o amici a causa del covid e continuiamo a lottare per la salute pubblica, oltre a rafforzare le organizzazioni popolari e le azioni di solidarietà in tutti gli spazi di militanza in Brasile al di fuori. Solo un popolo forte potrà resistere a questo periodo difficile che è tutt'altro che finito e potrà avanzare nella lotta contro lo Stato e il capitale, i principali responsabili del genocidio in corso nel Paese!

IN DIFESA DELLA SALUTE PUBBLICA!
SOLIDARIETÀ DI CLASSE PER IL POTERE POPOLARE!
BOLSONARO RAZZISTA E ANTIPOPOLO!
COMBATTERE CON FORZA POPOLARE!

Ancora da Portland – donne di colore e donne bianche, le contraddizioni e le lezioni del movimento

Articolo apparlo su Pungolo Rosso

Riceviamo e volentieri riprendiamo dalla pagina facebook Noi non abbiamo patria questo scritto che contiene notizie e considerazioni su diversi aspetti della situazione a Portland (diventata un caso nazionale anche per gli attacchi di Trump) e sugli sviluppi del movimento nato dall’uccisione di George Floyd. Le notizie riguardano anzitutto la repressione statale e para-statale del movimento di lotta, e la sua accanita resistenza, che ha costretto la polizia federale ad un passo indietro; è molto interessante anche la ricostruzione della politica razziale e della legislazione razzista dello stato dell’Oregon e, prima ancora, dei Territori dell’Oregon già dal 1844 – appunto: razzismo di stato che più razzismo di stato non si può.

Ma per noi l’aspetto più rimarchevole di questo scritto è l’analisi del rapporto difficile tra le donne bianche scese in campo a difendere i loro figli dalla polizia e le donne nere, iniziatrici e anima del movimento, e la descrizione della sua evoluzione in positivo nel corso della lotta, e grazie alla lotta. Da anni sia negli Stati Uniti che fuori dagli Stati Uniti il protagonismo delle donne è crescente. Ma c’è tuttora in Italia un punto su cui marxisti (incompleti), anti-marxisti, ‘cani sciolti’, etc. sono pienamente solidali, ed è un sovrano disinteresse alla partecipazione delle donne alla lotta di classe. Ben venga, quindi, un focus su donne nere e donne bianche nel movimento anti-razzista statunitense.

Per quel che riguarda, invece, il movimento femminista statunitense, di cui qui si richiama giustamente il razzismo degli inizi del novecento nei confronti delle donne nere di chiara matrice borghese, anch’esso in questo secolo ha dovuto e saputo fare passi avanti significativi sia sul piano teorico-ideologico (proprio sui temi razzismo, colonialismo, condizione delle donne del Sud del mondo, ecc. – in parte riflessi nel testo di C. Arruzza, T. Bhattacharia, N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto), che sul piano della mobilitazione – solo per limitarci agli ultimi vent’anni, ricordiamo la massiccia partecipazione alla marcia mondiale delle donne nell’anno 2000, l’immediata scesa in campo contro le politiche trumpiane, l’International Women’s Strike del 2017 e 2018, lo sciopero internazionale dei dipendenti Google contro le molestie sessuali del 1° novembre 2018…

Dalla sera del 31 luglio la polizia federale del Dipartimento Nazionale di Sicurezza (i temutissimi U.S. Marshals addestrati nella repressione violenta degli immigrati ispanici e latinoamericani al confine tra Stati Uniti e
Messico) ha dovuto fare un passo indietro, costretta dalla determinazione e dal coraggio del movimento di lotta di Portland. Sicuramente questo è un successo strappato con la lotta le cui reali dinamiche non devono essere offuscate dalle rappresentazioni che i media hanno dato alle battaglie di Portland.

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Nelle ultime settimane la violenza della polizia federale è stata descritta dai media democratici come uno “scandalo nazionale”, avvenimenti che costituiscono gravi violazioni costituzionali. Il sindaco di Portland Ted
Wheeler e il governatore dell’Oregon Kate Brown, entrambi democratici, hanno chiesto formalmente all’amministrazione Trump di ritirare le forze federali ordinate da Trump. La governatrice ha definito che “questi agenti federali hanno agito come delle truppe di occupazione…”. Il sindaco Wheeler ha sottolineato “questi agenti federali non sono addestrati nelle moderne politiche comunitarie, nel controllo della folla o nelle strategie di de-escalation…, quindi non sono i benvenuti”.

Vorremmo, per inciso, replicare al sindaco democratico che certamente i cittadini di Portland sono americani e per lo più bianchi, e non sono di certo quegli immigrati che al confine tra Messico e Stati Uniti gli stessi U.S. Patrols terrorizzano e disperdono con l’uso massiccio di gas, proiettili di gomma, cariche a cavallo o su SUV senza alcuna distinzione nei confronti di uomini, donne e bambini dalla pelle colorata. Sarebbe a dire che queste tecniche di repressione violenta finché sono nei confronti degli immigrati sono ammissibili, viceversa non lo sono quando a soffrirne sono i civili cittadini dell’Oregon?

Così come vorremmo chiarire le bugie che questi piagnistei democratici nascondono. La violenza della polizia contro i neri e contro le manifestazioni del movimento inizia molto prima dell’arrivo dei federali. Nonostante l’uso dei moderni gas lacrimogeni sia stato messo al bando dalle diverse corti di giustizia del paese, e come ribadito dal governatore Brown attraverso una disposizione governativa del 30 giugno che ne vieta l’uso, le
disposizioni di legge chiariscono che certamente l’uso dei lacrimogeni e delle pallottole di gomma è vietato, ma solo fintanto che le manifestazioni non costituiscono un “pericolo”, non prefigurino un “riot”. Tant’è che nelle
giornate di maggio, giugno e luglio, la locale polizia di Portland ha usato queste armi (definite riot control agent) in più di cento occasioni contro le manifestazioni del movimento per il “black lives matter”. E’ sempre bastato
per il Dipartimento di Polizia di Portland far precedere l’uso della violenza con la dichiarazione di allarme per “riot”.

In queste occasioni il sindaco Ted Wheeler, il cui dipartimento della polizia di Portland è sotto il suo comando, si è rifiutato di bandirne l’uso, difendendo l’uso legittimo e circostanziato della violenza, guadagnandosi così dalla piazza il soprannome di “Tear Gas Teddy” (1).

Allora perché c’è stato questo accanimento dell’amministrazione Trump ad inviare la polizia federale e le truppe del DHS e U.S. Marshals a Portland (approntandone l’invio anche in altre città, Seattle, Chicago, New York, ecc.), se il movimento veniva represso duramente anche prima dal democratico Oregon?

La violenza e la repressione poliziesca in questi due mesi contro l’insieme del movimento che si è dato a scala nazionale è stata altissima, ed ha fatto uso delle forze di polizia locali, della Guardia Nazionale, del coprifuoco,
delle migliaia di arresti da parte degli agenti del FBI, della dichiarazione di Antifa come organizzazione terrorista, e dello squadrismo bianco. Ma questo movimento nazionale non si è mai piegato, ha risposto colpo
su colpo, grazie alla unità di intenti non solo dei neri sfruttati ed oppressi dal razzismo, ma anche con gli sfruttati ispanici e gli immigrati, con i nativi americani e con quella grossa fetta di gioventù proletaria e precaria
bianca scesa incondizionatamente al fianco delle ragioni del black lives matter. Questa inedita unità di lotta ha creato dei profondi scricchiolii nella sovrastruttura dello stato federale e nei rapporti con le singole
amministrazioni governative statali dell’unione, già scossi dagli effetti della pandemia. I Dipartimenti di Polizia, la Guardia Federale non sempre hanno risposto al comando secondo come richiesto, qua e là defezioni tra le
truppe sono state evidenti.

Il motivo della difficoltà di soffocare la lotta attraverso la repressione è ben spiegato in quest’articolo pubblicato il 19 luglio che descrive i caratteri inediti e straordinari di questo movimento che sta scuotendo la società americana dal profondo come uno sciame sismico che la rende difficilmente governabile con le politiche di ieri.

C’è un secondo elemento che spiega la determinazione sia del movimento a Portland, che la contro reazione repressiva statale, cui si aggiunge quella extra statale del neo-squadrismo bianco.

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L’Oregon (che è diventato stato dell’Unione nel 1859) è lo stato della federazione dove il suprematismo bianco e il razzismo contro i neri americani e le popolazioni native si è sviluppato in maniera differente dal resto degli Stati Uniti D’America, caratterizzando sin da subito la discriminazione razziale, economica e politica non tanto nel modo segregazionista e schiavista, ma essenzialmente attraverso un lungo e profondo processo di vera pulizia etnica.

I Territori dell’Oregon, ancor prima della costituzione dello Stato dell’Oregon e della sua appartenenza all’Unione, già nel 1844 dichiararono fuorilegge la schiavitù, non per segregarli ma per scacciare dalla regione gli
schiavi infine liberati. Peter Burnett, capo della assemblea legislativa dell’Oregon, spiegò la legge del 1844 in questo modo:

Lo scopo è quello di tenersi discosti da quella classe più problematica della popolazione. Siamo in un mondo nuovo, nelle circostanze più favorevoli e vogliamo evitare la maggior parte di quei mali che hanno afflitto così
tanto negli Stati Uniti e in altri paesi
.”

In sostanza l’obiettivo della liberazione dei neri era la loro espulsione, l’uso della frusta la costrizione per cacciarli dai Territori dell’Oregon. Un’altra legge, approvata nel 1849, vietò poi l’immigrazione nera nel territorio stesso. La legge venne abrogata nel 1854. Ma la sua clausola di esclusione fu nuovamente incorporata nella costituzione dell’Oregon del 1857, che nonostante vari tentativi di annullamento successivi è rimasta in vigore fino al 1926, impedendo di fatto per legge la residenza ai neri americani nello stato dell’Oregon. Un’altra legge adottata dallo Stato nel 1862 richiedeva a tutte le minoranze etniche ancora residenti di pagare una tassa annuale di 5 dollari, mentre i matrimoni interrazziali sono rimasti vietati per legge per tutti gli anni che vanno dal 1861 al 1951 (quasi cent’anni).

Anche se le leggi di esclusione vennero applicate raramente, gli obiettivi prefissati furono raggiunti: nel 1860 solo 128 afroamericani vivevano in Oregon su una popolazione totale di 52465 abitanti. I censimenti statali del
2013 registrano che solo il 2% della popolazione dell’Oregon è nera mentre quella di Portland raggiunge solo il 5%. In sostanza la storia dell’Oregon è caratterizzata da un “sionismo” bianco e cristiano e a stelle e strisce ante
litteram, che ha cancellato il problema razziale dando una mano di bianco, dove la violenza contro i neri e il pregiudizio razziale nella società e nelle istituzioni è talmente profondo che è diventato un elemento naturale
della società, le cui relazioni sociali tra le classi secondo le linee ed i pregiudizi razziali hanno anche infine condizionato la comune psicologia degli stessi neri americani.

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Un fatto naturale della società che ai nostri giorni, quelli del Coronavirus, determina che alcune Contee dell’Oregon, per esempio la Contea di Lincoln, sul finire di giugno hanno emanato un provvedimento che esonera gli afroamericani dall’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi e negli esercizi pubblici.

Sembrerebbe una iniziativa liberale a favore degli afroamericani, ma Ranika Moore attivista di colore della Aclu (Unione Americana per le Libertà Civili) ci spiega invece che l’uso della mascherina da parte di un uomo di colore è come “suggerire alla gente di sembrare una persona pericolosa, a causa degli stereotipi razziali che si sono diffusi”. In sostanza lo Stato prende atto che nella società l’uomo di colore è già un “sospetto” di “natura”, figuriamoci quando circola “a volto coperto”. Dunque, l’uomo nero, già abbondantemente terrorizzato dalla violenza indiscriminata dei bianchi, ottiene dallo Stato democratico questa gentile concessione.
La storia di questo territorio quindi rende l’Oregon lo Stato della Unione per eccellenza bianco, che ha visto a iosa proliferare l’assassinio di uomini neri disarmati da parte della polizia e le manifestazioni degli estremisti di
destra e dei Boogaloo Boys degli ultimi anni.

Il movimento inedito contro il razzismo sistemico che ha spinto tra le sue fila ampi settori sociali di sfruttati ispanici e di giovani proletari bianchi senza riserve, oggi scuote l’insieme di queste relazioni sociali originate dai
caratteri peculiari del colonialismo e del razzismo interno dell’Oregon. Il movimento di così vasta ampiezza e lo sciame sismico sociale che sta producendo, a Portland non può non far scricchiolare l’idillio di questa società bianca apparentemente “priva del problema razziale”, che è già scossa dall’economia in caduta libera e dalla pandemia.

Qui dove l’oppressione razziale veste maggiormente la facciata ipocrita della democrazia liberale (il primo territorio statuale non appartenente all’Unione ad “abolire” lo schiavismo), il movimento dei neri non dà
tregua ad un modello di società che non solo li vuole segregati, ma che ha provato a cancellarne l’esistenza. La contro reazione delle forze sociali razziste e quella delle sue istituzioni centralizzate sono chiamate a difendere con i denti questo raffinato modello di società razziale nordamericana, di cui Portland rappresenta proprio una delle punte più avanzate della supremazia bianca. Già negli anni ’60 e ’70 la repressione del Black Panther Party di Portland fu roba da fare impallidire perfino i Cops della West Coast.

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Quindi, a giusta ragione, Donald Trump sente puzza di bruciato, e minaccia prima e poi pianifica l’invio delle truppe federali a Portland, verificando che la polizia dello Stato non era più in grado di “ripulire la città da
questo alveare di terroristi”. L’operazione “Diligent Valor” avviata dalla Casa Bianca nei primi giorni del mese di luglio, si è tradotta nella violenza senza freni degli U.S. Marshals e dei Border Patrols del Dipartimento di
Sicurezza nelle strade di Portland, fatta di cacce all’uomo, di raid eseguiti secondo le tattiche di guerriglia di strada, tentando di realizzare quanto la polizia non era riuscita a fare. La cattura dei giovani di colore e bianchi
di Portland durante le manifestazioni ad opera degli U.S. Marshals, senza formale e legale arresto e dal sapore da “notte delle matite spezzate”, è stato il conseguente corollario nei confronti di una gioventù che si vuole
terrorizzare affinché non osi mai più scendere in piazza.

Ma dove la repressione della polizia e delle istituzioni governative locali hanno fallito, anche la repressione dello Stato federale ha fallito. Un nuovo elemento dell’insieme delle relazioni sociali idilliache dell’Oregon
bianco già scosse dalla crisi, è emerso come contraddizione sociale dalle viscere della crosta terrestre in sommovimento, suonando un campanello di allarme a Mr. Trump, Mr Biden e a tutta l’intellighentsia democratica e liberale.

Un inaspettato settore sociale del mondo dei lavoratori e degli sfruttati improvvisamente scende in campo, dando forza e ulteriore coraggio alle battaglie di Portland, facendo emergere un elemento importante della
generale alienazione sociale del capitalismo e delle relazioni sociali che esso determina: quello dell’oppressione di genere e della sottomissione patriarcale delle donne, che la scesa in campo del “muro delle mamme” (Wall of Moms) rappresenta.

Una scesa in lotta che non solo segna una tendenza in avanti nella riaggregazione di un fronte proletario e di sfruttati anche secondo linee generazionali, ma che lega insieme potenzialità, contraddizioni e difficoltà da cui questo movimento riparte, diviso secondo linee razziali, generazionali e di genere, come conseguenza della generale oppressione capitalistica.

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Le mamme bianche ed ispaniche lavoratrici che fin qui erano relegate a ricoprire il ruolo assegnatogli dall’oppressione patriarcale del moderno capitalismo, quello di candide custodi dei loro sacri figli, quelle delle
donne “dell’apple pie” e moderatrici per il bene della famiglia, quelle stesse donne che comunque vivono nel privilegio di essere parte della società dei bianchi, hanno preso gli stereotipi e li hanno rivolti contro l’autoritarismo di Trump realizzando uno scudo umano di mamme a difesa dei propri figli contro la violenza della polizia federale. Queste mamme, irrompono nella lotta spontaneamente, ma non immediatamente e direttamente per scendere in campo contro il razzismo e la violenza della polizia. Però, ra pidamente sonocostrette a riannodare la difesa dei propri figli con gli obiettivi della lotta per cui loro sono in piazza: il sostegno alla causa del black lives matter, farla finita con il razzismo. Nel fare questo, queste donne devono affrontare una serie di contraddizioni e pregiudizi che permeano l’intero proletariato bianco, che vive del risicato privilegio di appartenere alla società dei bianchi.

La partecipazione alla lotta costringe queste donne immediatamente a realizzare un collegamento stretto con le mamme e le donne nere, non privo di difficoltà, che già erano impegnate nella protesta. Già nella organizzazione della lotta e con le prime presenze in piazza hanno dovuto affrontare e verificare gli stereotipi tipici dell’oppressione femminile (per certi aspetti ritenuti elementi utili per fermare la repressione): chi
attaccherebbe mai una brava mamma bianca? Bruciata l’illusione, perché le truppe di polizia non hanno fatto nessuno, queste donne hanno dovuto cominciare a mettere in discussione l’immagine di sé, della loro condizione di emarginazione sociale e verificare che questa è anche condotta secondo le medesime linee razziali che caratterizzano la generale oppressione e alienazione capitalistica.

Sono i giorni in cui il “muro delle mamme” cattura tutta l’attenzione giornalistica, che mette in secondo piano le ragioni ultime del movimento contro il razzismo, e che punta gli obiettivi delle telecamere esclusivamente
nella rappresentazione delle sole mamme bianche. Una attenzione mediatica che tace che dietro questa scesa in campo di mamme lavoratrici c’è il prezioso sostegno e l’incoraggiamento delle organizzazioni femminile delle donne nere da anni impegnate contro la violenza della polizia nei confronti dei loro figli quali Mothers of Movement, Moms Against Senseless Killing, Moms Demands Actions e le donne di colore di Don’t Shoot
Portland (che tra l’altro si occupa della violenza domestica nei confronti delle donne di colore) (2) .

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Quello che questa attenzione mediatica esprime è appunto il riflesso imposto dello stereotipo della donna come figura di valore morale in virtù della sua maternità, per cui quella bianca è la sola a meritare l’attenzione. Ma se è una mamma di colore a preoccuparsi per la salute dei suoi figli, come spiega l’attivista nera Teressa Raiford di Don’t Shoot Portland, accade che il pubblico si chiede “e noi stesse ci chiediamo: siamo noi mamme nere delle brave mamme? Abbiamo abbastanza soldi? Siamo sposate?”.

In una intervista televisiva a Bev Barnum (ispanica ed una delle promotrici del Wall of Moms) le viene chiesto come mai tutta questa attenzione sul muro delle mamme? Lei quasi in lacrime risponde: “perché molte delle
mie mamme sono bianche, e per qualche motivo ispiriamo compassione nella gente bianca”.

Nella lotta contra la repressione donne nere e donne bianche sono costrette a confrontarsi entrambe con questi stereotipi provocati dall’oppressione di razza e di genere che fin qui le hanno sperate, allontanate le une dalle altre e anche contrapposte. Le mamme bianche che hanno vissuto nel loro sempre più risicato privilegio di essere appunto bianche, sono chiamate in un colpo solo a dover fare i conti con l’oppressione di genere ed i loro stessi pregiudizi e privilegi razziali. Scesa in campo che avviene, e deve essere rilevato, non priva di conflitti e contraddizioni interne tra le donne stesse contrapponendo le donne tra bianche e nere. Questa frattura accade innanzitutto proprio in virtù del fatto che la condizione femminile di doppia oppressione espone le donne ad una maggior forza di penetrazione da parte del razzismo sociale e di tutti i pregiudizi razziali che ne conseguono. Tanto più la donna è emarginata ed alienata, tanto più essa si lega al suo privilegio di essere bianca, tanto più si rifugia sotto l’ala del patriarcato capitalista.

Le donne nere provano in quei giorni una rapida crescita del loro senso di frustrazione per la sovraesposizione giornalistica ricevuta dalle sole mamme bianche. Allertano queste ultime di non lasciarsi ingannare dai
riflettori, dall’attenzione perniciosa dei media, alla loro rappresentazione stereotipata. Viceversa, accade che le bianche uscite finalmente al di fuori della cappa patriarcale della famiglia ne subiscono in parte la fascinazione. Elementi che mettono in difficoltà l’unità delle mamme e delle donne, la cui mobilitazione appare a quelle di colore come troppo sbilanciata contro l’autoritarismo di Trump, e poco attenta al fatto che il razzismo sistemico in Oregon dominava la società ancor prima del trumpismo. Temono che le donne bianche possano perdere di vista i motivi originari della battaglia di Portland contro il razzismo sistemico e della polizia, per cui gli stessi giovani ragazzi e ragazze bianche sono in piazza da giorni.

Si arriva infine a vere ed aperte critiche di atteggiamenti anti-blackness da parte di alcune bianche più in vista nel movimento, quando queste registrano il “Wall of Moms” come associazione “no-profit” presso le camere di commercio dell’Oregon.

La frustrazione delle nere americane è figlia del timore di veder ripetere le amare esperienze del passato: “ci risiamo! Le solite organizzazioni di “alleati bianchi” che prendono la ribalta per altri obiettivi politici sulla pelle, sulla vita e sulla lotta dei neri” (3). Lo scontro politico tra le donne del movimento, mugugnato in piazza, esplode poi sui loro gruppi nei social media. La dura polemica viene immediatamente catturata dalla stampa USA e da vari commentatori sciovinisti, che ne strumentalizzano gli avvenimenti per muovere una critica frontale contro il “muro delle mamme”, soprattutto contro le mamme nere, e per ridicolizzare e screditare l’intero movimento di questi mesi contro il razzismo.

Sono un giorno e una notte drammatica in seno al fronte di lotta a dimostrazione che la ricomposizione del fronte degli sfruttati non è un fatto automatico. Una comunità di lotta condizionata dalle divisioni che il
razzismo e il suprematismo bianco per centinaia di anni hanno scavato nel profondo della società e tra gli sfruttati stessi. Polemiche che confermano che la scesa in campo delle donne lavoratrici bianche non può avvenire senza dover fare i conti con il proprio specifico pregiudizio interno.

La necessità di continuare la lotta ha però prodotto come risultato che dallo shock emergesse la premessa per un superamento in avanti delle divisioni, per la ricerca di un terreno più solido di unità. Le donne si sono date da fare per creare un nuovo gruppo sui social media come elemento di raccolta e per l’organizzazione della lotta, denominato United Moms for Black Lives, mettendo da parte il vecchio gruppo per evitare le strumentalizzazioni giornalistiche. Tantissime madri lavoratrici bianche, ispaniche e nere hanno aderito sui social media al nuovo gruppo continuando a partecipare attivamente alle lotte dei giorni seguenti.

Ma la contraddizione e la polemica non è stata indolore. Le donne lavoratrici, nere, bianche ed ispaniche l’hanno vissuta con un profondo sentimento di dolore acuto. Il dolore di chi riconosce i limiti e talvolta i
fallimenti nel realizzare una genuina unità di intenti e una solida comunità di lotta. Ancora oggi nei siti internet delle organizzazioni delle donne nere di Portland si leggono commenti di tripudio per la scesa in campo del
“Wall of Moms” delle lavoratrici e mamme bianche (4) che, nonostante l’accesa polemica, non è stato cancellato.

Dopo un comprensibile sbandamento le donne di tutti i colori hanno provato a reagire cercando di ricomporre la frattura. Tante donne bianche, accompagnate dalle sorelle nere e sulla base dell’esperienza della lotta che le ha viste impegnate insieme, hanno gettato i semi per una profonda consapevolezza generale di quale sia l’origine dello sfruttamento e della loro divisione e contrapposizione. Ce lo descrive questa mamma bianca
rivolgendosi a tutte le donne del movimento di Portland:

White Moms of Black Lives Matter. Certo, ero impazzita per quello che è successo, ma non è che non siamo mai state ingannate facilmente prima.
Non appena comprendiamo veramente la profondità e l’ampiezza della nostra complicità e della partecipazione attiva al razzismo brutale e sistemico, andiamo fuori di testa. Comprensibilmente!

Pensavo di essere una brava persona. Una alleata. Ma stavo guardando i neri americani assassinati dalla polizia e pensavo che se lo meritassero. Per decenni non ho fatto altro che inventare scuse per estendere il mio
privilegio. Questa è una grande verità da assorbire.

Vediamo un modo semplice per alleviare la nostra colpa e coglierla per disperazione di sollievo. Poi lentamente ci rendiamo conto di aver investito ciecamente nello stesso bianco patriarcato capitalista ancora una volta.
Dobbiamo mettere insieme la nostra merda e iniziare veramente a centrare le vite dei neri nei nostri cuori. Il sollievo dal dolore della coscienza sarà disponibile solo dopo aver sradicato il razzismo in America.

Perché le mamme bianche non sono né protettrici, né protette! I nostri corpi non sono vasi sacri per i bambini bianchi. Ognuno di voi l’ha visto di fronte al Justice Center. Quei mercenari federali non si sono mai preoccupati delle
madri nere, ma abbiamo pensato che si prendessero cura delle loro madri bianche.

I razzisti e fascisti che servono il signore capitalista bianco non si preoccupano del periodo della vita umana.

Stalin ce lo ha mostrato. Anche Hitler. E anche I padri fondatori d’America. Quindi spero che possiamo tenere gli ultimi due giorni come promemoria di ciò che accade quando non mettiamo al centro la leadership nera.

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Quando seguiamo un sussurro in mezzo alla folla perché è molto più sicuro scappare che stare in piedi. Quando ricorriamo a lacrime di complicità e sottomissione piuttosto che onorare la nostra forza.

Possiamo farlo. Insieme. Non ci giudichiamo mentre impariamo. No guerra interna. Metti davvero Black Lives Matter nelle nostre teste / cuori / anime, così al centro della narrazione. Facciamolo bene”.

Siamo al 70 giorno consecutivo di lotta contro il razzismo sistemico a Portland, che prosegue contro la polizia locale, il sindaco democratico, ora che le truppe federali hanno dovuto fare un passo indietro. Prosegue anche
in mezzo ad una crescita di sparatorie ed omicidi sospetti di persone di colore in diversi quartieri della città.

Sebbene registriamo al momento che le manifestazioni notturne di Portland vedono una relativa minor partecipazione di massa, la momentanea ritirata della delle forze federali è un successo della lotta e del
movimento. Di cui la partecipazione inaspettata ed improvvisa delle donne e mamme lavoratrici di tutti i colori ha giocato un ruolo decisivo e centrale. Scesa in campo cui le lusinghe del sindaco e del governatore democratici per un generico riorientamento del movimento contro l’autoritarismo trumpista e secondo le loro traiettorie elettoralistiche hanno trovato pane per i loro denti.

E vorrei anche poter dire direttamente a queste eroiche donne lavoratrici nere, che il seme è stato gettato incrinando il muro del pregiudizio che divide le lavoratrici bianche da voi. Mentre vorrei invitare le bianche a considerare la lettera anonima di sopra come incoraggiamento a continuare questo percorso. Se ora le donne nere si sentono nuovamente sole nella battaglia contro la violenza sistemica e della polizia sulle vite dei neri,
guardate alle esperienze di questi due mesi di lotta nazionale e delle giornate di Portland.

Guardate alle origini del movimento femminista degli Stati Uniti D’America di inizio XX secolo, quando il movimento essenzialmente bianco delle “suffragette” nelle marce di New York e Washington D.C. relegò con disprezzo razzista le donne nere in coda al corteo. Questa consapevolezza e questa coscienza espressa durante la lotta dalle donne lavoratrici e dalle mamme dell’Oregon nere, indigene, di ogni colore e bianche è un risultato inaspettato, anche esso un successo della lotta sprigionata nei giorni delle battaglie di Portland, un altro tassello inedito di questo straordinario movimento che si è dato nel nome di George Floyd.

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***

1 Per una ricostruzione del piagnisteo ipocrita democratico rimandiamo all’articolo del 3 agosto del The appeal circa il fatto che “la violenza della polizia era un problema a Portland ancora prima che arrivassero i federali”: https://theappeal.org/portlandprotests-federal-agents-local-police-violence/

2 Vedi l’intervista a Bev Barnum, una delle WoM, fatta da Left Voice il 23 luglio: https://www.leftvoice.org/author/bevbarnum

3 Dal New York Post del 30 luglio 2020: https://nypost.com/2020/07/30/portlands-wall-of-moms-group-accused-of-antiblackness/
E dall’Oregon Live del 29 luglio 2020: https://www.oregonlive.com/news/2020/07/portlands-wall-of-moms-crumblesamid-
online-allegations-by-former-partner-dont-shoot-pdx.html

4 Sulla home page di “Don’t Shoot” di Portland ancora si legge: “Questa settimana avrai visto il muro delle mamme diventare virale e siamo entusiasti di avere la loro leadership che ci ha raggiunto per coordinare e per portare avanti la mobilitazione. Le organizzatrici di questo gruppo hanno rilasciato una dichiarazione pubblica sulla loro missione qui.
Sostienile affinché sempre più città comincino ad organizzare il WOM.
Visto che queste immagini finiscono in giro per il mondo, ricorda che non è il momento per metterti in mostra vestita di giallo. Questo è il tuo momento per presentarti in prima linea e amplificare le voci delle donne nere che hanno sofferto per troppo tempo la perdita dei loro figli a causa della brutalità della polizia e del razzismo sistemico. Questa non è un’opportunità per cooptare (cavalcare n.d.r.) un movimento. La vita nera è importante. Ecco perché siamo qui. Tienilo a mente quando inizi a organizzare #WallofMoms nella tua città. Impara dai tuoi leader locali e dalle organizzazioni di base: scopri dove puoi sostenere e portare i loro nomi. Non c’è mai un momento sbagliato per entrare a far parte del movimento e siamo grati della tua solidarietà”.

Roma, 6 agosto 2020
Noi non abbiamo patria

 

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)