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sabato 18 giugno 2016

TERRORISMO SPETTACOLARE DI MASSA, di Roberto Massari

La società portatrice di spettacolo non domina solo mediante l'egemonia economica le regioni sottosviluppate. Le domina in quanto società dello spettacolo… parte dello spettacolo totale… del funzionamento globale del sistema, in una divisione mondiale di compiti spettacolari…
(Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967)

Martedì 11 settembre 2001, ore 8,45: le Torri Gemelle di Manhattan esplodono e crollano al suolo colpite da due aerei di linea guidati da piloti suicidi della rete di al-Qaeda.
Il mondo non dimenticherà facilmente quella data, anche perché da allora le numerose foto che ritraggono le Torri avvolte dal fuoco si sono irreversibilmente trasformate in «foto-simbolo» della nostra epoca. In quanto tali vengono utilizzate in continuazione - e sempre di più lo saranno nel futuro - su una scala industriale e di massa. Continueranno ad essere sottoposte a serie infinite di riproduzioni, a variazioni grafiche d'ogni genere che non possiamo nemmeno lontanamente immaginare. Tali manipolazioni grafiche dipendono infatti dall'innovazione nel campo della tecnologia informatica e postcomputeristica, con le sue ricadute nel campo dell'internautica (la navigazione in Internet).
È un fenomeno che già da tempo si verificava col procedere così rassicurante dei lavoratori nel quadro del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (1901), con il fungo atomico di Hiroshima, con la maliziosa foto di Marilyn a gonne levate o con l'indimenticabile foto di Guevara ripresa da Korda. Stiamo parlando di «foto simbolo della nostra epoca» e non di foto soltanto celebri: vale a dire, foto che hanno uno straordinario potere evocativo; che comunicano direttamente con l'immaginario individuale e di massa; che sintetizzano nella frazione di un istante ottico-percettivo miriadi di parametri culturali e di coordinate spazio-temporali, per lo più remote e irriconoscibili (di fatto superflue); che alludono a «un prima» e a «un dopo» totalmente distaccati dall'oggetto occasionale dell'immagine (che rimane quindi arbitrario e disponibile per ogni possibile manipolazione).
È infatti la serialità - vale a dire la possibilità di riproduzione tecnica e di variazione grafica infinite (in presenza di condizioni di comprensibilità universale e generalizzata) - che in ultima analisi rende tali immagini foto-simbolo della nostra epoca.
E che simbolo, nel crollo delle Torri Gemelle!
Chi fosse stato in cerca di un logo con cui raffigurare agli occhi delle future generazioni il passaggio dal «secolo breve», ultimo del secondo millennio - il Novecento delle grandi colpe storico-sociali (nazifascismo, stalinismo, colonialismo, guerre mondiali) - alle angosce collettive per le incognite del terzo millennio, non potrà che dirsi soddisfatto. La più scatenata evocazione filmica di Armageddon potrà apparire solo acqua fresca in rapporto a quei filmati, a quelle immagini.
Dopo la tragedia, i giornali fecero a gara nello stabilire quali record fossero stati battuti: il record del maggior numero di vittime in un solo giorno (guerre e calamità naturali escluse); il primo attacco agli Usa, sul loro territorio, dal 1812; l'evento sanguinoso più intensamente coperto dai mass media, in rapporto alla sua breve durata; il maggior danno economico con una sola azione (perdite per 40 miliardi di dollari circa); l'estrema rappresentatività architettonico-urbanistica degli obiettivi prescelti; ma anche l'attentato più interetnico, con vittime di 87 paesi diversi (e più interclassista in rapporto al numero delle vittime - aggiungiamo noi, ponendoci in coda a questa macabra hit parade) e così via.
Ma poi, obbedendo alla logica frenetica del ritmo delle news, anche l'attentato smise di fare notizia e i principali media finirono col disinteressarsene nel giro di poche settimane. La guerra in Afghanistan doveva servire anche a questo…
Perché ricordiamo un episodio così noto e tragico della storia «moderna»?
In primo luogo perché l'episodio ormai non è più tanto «moderno». Il tempo scorre, le impressioni spontanee svaniscono nell'oblio, il dolore dei sopravvissuti si attenua, i ricordi sfumano nella memoria e gli eventi diventano mano a mano oggetto di studi, di elaborazioni storiografiche, di tesi di laurea nelle università. Tutto ciò è una prova evidente della nostra capacità di assorbimento delle notizie, anche delle più tragiche, delle più dolorose, delle più disumane. Delle 33 coltellate che uccisero Giulio Cesare, invece, parliamo ancora…
In secondo luogo perché è la data di nascita della spettacolarizzazione visiva del terrorismo. Il mondo ha praticamente seguito in diretta il crollo della seconda Torre, le scene di terrore, i corpi umani che volavano nel vuoto per sfuggire alla morte per fuoco, scegliendo di morire nell'impatto col suolo. Sicuramente ci stiamo dimenticando di qualche immagine di attentati ripresi casualmente da telecamere nascoste (a parte gli indimenticabili e ultrapionieristici fotogrammi di Zapruder nell'uccisione di John Kennedy nel 1963); ma per le Torri Gemelle si parla di riprese (amatoriali) vere e proprie, di filmati fatti intenzionalmente e immediatamente trasferiti sui media. Essi consentirono al mondo intero di assistere in diretta televisiva ad una delle stragi più celebri e più spettacolari del nostro tempo.
Tanti fattori contribuivano a rendere quella strage spettacolare (e qui non staremo a ricordarli perché molto si è scritto al riguardo), ma per la prima volta la spettacolarizzazione di un evento terroristico di massa era organizzata a fini commerciali (di massa) e su scala mondiale (sempre di massa: ricordate la parola «globalizzazione» all'epoca tanto di moda e oggi ormai obsoleta quasi come il ricordo delle Torri Gemelle?). Non vorrei sbagliare, ma credo che fosse anche la prima volta che un evento terroristico di massa godeva della tecnologia satellitare.
In terzo luogo perché è la prima comparsa del terrorismo da kamikaze in forma organizzata e di gruppo. Attenzione: non diciamo solo «kamikaze» - di cui la storia del Novecento presenta frequenti e abbondanti esempi - ma «kamikaze in forma organizzata», anzi organizzatissima: un intero gruppo di 19 persone disposte a morire, tutte di buon livello scolastico o accademico, tutte preparatesi per anni al sacrificio (alcuni addirittura piloti brevettati), tutte inserite nel benessere della società dei consumi numero uno - quella degli Usa che più facilmente avrebbe potuto dissuaderli dal compiere il gesto collettivo. L'attentato alle Torri Gemelle non fu il prodotto della disperazione individuale e della miseria, ma il risultato di un piano di autosacrificio di gruppo, minuziosamente programmato e lungamente atteso.
In quarto luogo, perché la motivazione religiosa era alla base di tutto: della preparazione, della determinazione a sacrificarsi, della mancanza di pietà verso le vittime, tutte innocenti, per lo più lavoratori e lavoratrici, alcuni anche musulmani. Il terrorismo organizzato che avevamo conosciuto nel passato era quello della propaganda del fatto, i «banditi tragici», gli anarchici alla Ravachol o Bresci, ma anche i kamikaze piloti giapponesi, i dinamitardi algerini. Insomma, eravamo abituati a un intreccio terroristico di disperazione umana e progetto politico: a settembre 2001 la religione (esasperata e fanatica quanto si vuole, ma pur sempre fondata nella tradizionalissima credenza che Dio avrebbe accolto i martiri nell'aldilà) è apparsa come struttura ideologica connettiva di progetti terroristici di gruppo, volti a colpire masse di civili indifferenziate. Questo aspetto religioso (detto anche fondamentalismo) è quello che da allora è maggiormente cresciuto, come dimostra la cronaca quotidiana di questi anni, di questi mesi, di questi giorni.
In quinto luogo perché in quell'attentato non si mirava a colpire un nemico ben individuato, non si mirava a indebolire strategicamente e nemmeno tatticamente l'avversario (potevano credere veramente i terroristi che distruggendo le Torri Gemelle gli Usa avrebbero avuto un tracollo economico o militare?). Con quell'attentato si voleva attirare l'attenzione del mondo, si voleva lanciare un messaggio alle migliaia di potenziali seguaci perché entrassero anche loro nelle liste degli aspiranti suicidi per Allah; si voleva dare una forma spettacolare alla propria struttura di appartenenza - a quell'ala particolare del jihadismo, a quel settore particolare del mondo musulmano: intento certamente realizzato, forse l'unico realmente realizzato. Un trionfo del terrorismo della società spettacolare di massa.
Eppure, eppure… si ignorava ancora o si preferiva far finta di ignorare che il fattore tempo avrebbe disperso nel nulla anche gli effetti di quell'azione terroristica spettacolare di massa. Oggigiorno, invece, il processo della dimenticanza è chiaro ed è messo nel conto da parte del terrorismo spettacolare di massa contemporaneo. Per tale ragione, da allora questo tipo di attentati (martiri suicidi preventivamente addestrati e organizzati, uccisione indiscriminata di civili «innocenti», spettacolarità delle azioni) è andata crescendo di frequenza, diventando ormai quasi quotidiana su scala mondiale. (La scala mondiale è ormai l'unica accettabile per chi pianifica questo terrore spettacolare di massa.) Occorre compiere attentati sempre più spesso, sempre più feroci e sempre più ravvicinati nel tempo, per ottenere un effetto paragonabile a quello di settembre 2001.
A lungo andare la frequenza diventerà parossistica e perderà mano a mano d'efficacia: è il controeffetto della società spettacolare che mentre colpisce totalitariamente l'attenzione delle persone, crea in loro anche un processo di assuefazione. Tanto per giocare un po' con le parole, potremmo dire che è in atto un processo di «caduta tendenziale del saggio di terrore spettacolare di massa» a causa dei sottostanti processi di saturazione visiva e di assuefazione psicologica. Oltre un certo grado di frequenza il terrorismo non potrà andare e anche il cittadino medio alla lunga si abituerà a conviverci: non convive già egli con l'inquinamento, i cibi cancerogeni, le guerre e la commercializzazione crescente di ogni sua manifestazione spirituale?
Società dello spettacolo e terrorismo sono ormai arrivati a fondersi. Volendo giocare una seconda volta con le parole, potremmo dire che nei paesi arretrati (in alcuni paesi arretrati, quelli in cui il fanatismo religioso è più forte) la società dello spettacolo ha vissuto un processo di «rivoluzione permanente», una specie di sviluppo ineguale e combinato, passando dalla quasi assenza di strumenti spettacolari di massa (intendiamo i moderni mass media) alla spettacolarizzazione globale e terroristica, cioè all'occupazione - totalitaria, ma temporanea - dei più moderni mezzi di comunicazione. E questo ci consente qualche riflessione aggiornata sulla teoria della società spettacolare di massa nelle sua trasformazione totalitariamente terroristica, anche se per intervalli di tempo sempre più brevi.


Si rilegga all'inizio del capitolo la citazione da La società dello spettacolo di Debord e si sostituisca la parola «terrorismo, terroristico» alla parola «spettacolo, spettacolare». Anzi, lo si faccia per l'intero libro di Debord e si verificherà che il discorso procede ugualmente, secondo una precisa logica di fondo, avendo la società dello spettacolo trovato per un periodo di tempo che non sappiamo quanto durerà, una propria filiazione genetica nel terrorismo: il terrorismo spettacolare di massa, forma suprema della spettacolarizzazione. Vale a dire forma suprema dell'alienazione nella società del capitale per tutti coloro che, non trovando ragioni di vita reale nell'irrealtà quotidiana della società dell'immagine (del «virtuale», come si dice oggigiorno), ritengono possibile spezzare il dominio della spettacolarità elevando quest'ultima alla sua massima potenza.
Nulla è più spettacolare dell'atto terroristico o, detta altrimenti, il terrorismo è una delle forme più alte di spettacolo e non potrebbe non esserlo. Lo è oggettivamente, per il modo in cui si manifesta e per il modo in cui i media se ne appropriano. E lo è soggettivamente, per le aspettative di clamore pubblicitario (propagandistico) presenti nel terrorista stesso.
Si veda come Umberto Eco assegnava tali aspettative all'uomo considerato un tempo il terrorista per eccellenza, a Osama bin Laden (oggi via via dimenticato per la nuova ferocia che affiora nei moderni kamikaze votati ad Allah):
«Quale era il proposito di Bin Laden nel colpire le due torri? Creare "il più grande spettacolo del mondo", mai immaginato neppure dai film catastrofici; dare l'impressione visiva dell'assalto ai simboli stessi del potere occidentale e mostrare che di questo potere potevano essere violati i maggiori santuari… Non stava facendo una guerra, in cui conta il numero dei nemici eliminati: stava appunto lanciando un messaggio terroristico, e quello che contava era l'immagine». («Gli alleati nolenti di Bin Laden», l'Espresso, 1 novembre 2001)
Il fatto è che ormai l'umanità vive una dimensione planetaria della spettacolarizzazione, nel senso più vero del termine: le TV satellitari e la velocità di circolazione del Web riempiono in tempo reale gli spazi di comunicazione in ogni parte del globo. Nel far questo, nell'operare in questa dimensione planetaria, il processo della spettacolarizzazione deve acquisire connotati sociali in scala con la nuova dimensione dei processi produttivi e distributivi. Bene faceva Debord, negli anni '60, a individuare come sostanza reale costitutiva dello spettacolo ancora e sempre la struttura di merce. Oggi non avrebbe difficoltà ad aggiornare il suo lavoro, sollevandolo alla scala in cui si collocano normalmente i centri decisionali fondamentali nel processo di produzione e riproduzione del capitale, vale a dire su scala sovranazionale o, a seconda del settore, multinazionale.
Ebbene, è questa la scala alla quale si pone il processo di produzione e riproduzione della spettacolarizzazione sociale e quindi del terrorismo. Non è il terrorismo a subire il contesto della globalizzazione - vale a dire l'instaurazione di un continuum, se non una vera e propria integrazione tra processo produttivo e processo comunicativo su scala planetaria - ma è il terrorismo stesso che favorisce la costituzione di tale contesto, mettendo in campo per l'appunto il massimo di spettacolarità possibile.
Per dirla con Eric Hobsbawm, in un'intervista a l'Humanité:
«Viviamo in un mondo globalizzato, dove il tempo e lo spazio sono praticamente aboliti, un mondo con flussi così liberi da rendere molto più facili eventi come quello americano». (28 sett. 2001)
Oppure, per dirla con la franchezza di Baudrillard:
«La condanna morale, l'unione sacra contro il terrorismo, sono commisurate al giubilo prodigioso che nasce dal veder distruggere la superpotenza mondiale, meglio ancora, dal vederla autodistruggersi, suicidarsi in bellezza. Perché è lei, con la sua potenza insopportabile, ad aver fomentato questa violenza infusa in tutte le parti del mondo, e quindi anche quell'immaginazione terroristica (senza saperlo) che ci abita tutti». (Lo spirito del terrorismo, Milano 2002)
Sono parole che ci introducono in una dimensione spettacolare superiore a quella dello stesso terrorismo: è la dimensione del desiderio, dove tutto è possibile. Ma tale dimensione non può essere totalmente irreale, totalmente staccata dalla visione di un nuovo superiore ordinamento societario.
Ebbene, in tale dimensione, la distinzione tra lecito e illecito non ha ragione di esistere e quindi anche l'uomo della strada, oltre al potenziale terrorista, è libero di sognare che nell'era della globalizzazione si possa finalmente premere il pulsante decisivo: quello che farà esplodere tutte le torri del sistema capitalistico, dall'interno, senza che altre vite umane ne debbano pagare i costi.
Al risveglio si troverà un pianeta un po' peggiore di come lo si era immaginato e i detentori del potere sistemico un po' più forti di come li si era lasciati prima di compiere il gesto terroristico o di sognare di farlo.



L'articolo di Massari è incluso nel «Dossiê: imigração e xenofobia» (a cura di Luiz Bernardo Pericás), Revista Margem Esquerda nº 26/2016, pp. 27-33. La rivista è pubblicata a São Paulo, Brasile.

la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 31 maggio 2016

CHE COS'È LA SHARIA? di Pier Francesco Zarcone

CHE COS'È LA SHARIA?
di Pier Francesco Zarcone
 


Dall'inizio dell'irruzione del radicalismo islamista e del jihadismo sui media si parla frequentemente di Sharia, ma con estrema approssimazione e varie deformazioni, col risultato di non far intendere le reali caratteristiche del fenomeno. Questa parola araba significa "via", "cammino verso la fonte", "strada battuta", "sentiero", e indica altresì il diritto religioso contenuto nel Corano e da esso derivato. Parlare di "legge" islamica è impreciso se teniamo conto della tipicità assunta in Occidente dal concetto di legge. La Sharia non è una "legge codificata" né codificabile, per quanto anche le rivendicazioni del radicalismo musulmano - e a volte anche di movimenti islamici qualificati dagli occidentali come "moderati" - occultino questo aspetto: essi infatti parlano di reintroduzione della Sharia quale disciplina giuridica religiosa della società e dei singoli, al che c'è da chiedersi di quale Sharia si tratti. Infatti essa non s'identifica per nulla con un insieme normativo bell'e fatto, e se qualcuno si recasse in una libreria islamica con l'idea di comprare il volume contenente la Sharia non lo troverebbe, o nella migliore delle ipotesi il libraio gli presenterebbe il Corano, una raccolta completa dei detti e fatti del Profeta (se è sunnita) e dei commentari della scuola giuridico-religiosa più influente nel paese.
Innanzitutto deve essere "ricavata" dal Corano e poi dalle altre fonti di cui diremo. Tutto sommato sarebbe meglio parlare di "sistema giuridico", piuttosto che di legge, e infatti fino al sec. XIX (cioè fino alla grande irruzione del colonialismo europeo nel mondo musulmano) l'espressione "legge islamica" era ignota ai Musulmani.
Per quanto possa sembrare un'eresia ai più, esistono forti similitudini con la common law britannica, particolarmente riguardo all'importanza dei precedenti e all'uso dell'analogia. In entrambi tali sistemi giuridici non c'è legge scritta, e se la common law è un diritto formato dai giudici, la Sharia è formata essenzialmente dai giuristi. Gli storici del diritto discutono su un altro punto inaspettato: cioè se la common law abbia tra le sue ascendenze proprio il diritto musulmano. Chi risponde positivamente al quesito sostiene che istituti fondamentali del diritto britannico derivano o sono stati adattati dal diritto islamico a seguito della conquista normanna dell'Inghilterra in base a conoscenze acquisite dal regno normanno di Sicilia, in cui forte era ancora la presenza musulmana. Ciò ovviamente non vuol dire negare il ruolo della tradizione anglo-sassone nella formazione della common law.
Nella tradizione islamica classica il potere politico non poteva intervenire in alcun modo nell'elaborazione normativa, riservata ai soli giuristi attraverso l'elaborazione dalle fonti religiose. Questo dà luogo a una sorta di tensione (per così dire) tra tendenza etico-spirituale e tendenza "istituzionale", in cui prevale l'aspetto normativo. Altro aspetto da considerare (e che i radicali islamisti e i jihadisti trascurano) è che, proprio per la sacralità di base della Sharia il fine primario della rivelazione coranica non è la regolazione dei rapporti fra gli esseri umani, bensì il rapporto tra il singolo e Dio.
In Occidente gli studi islamistici da lungo tempo sono focalizzati sul solo Sunnismo, quantitativamente maggioritario (circa l'80% dei Musulmani), e pochissimi sono ancora gli specialisti di Sciismo; di conseguenza anche il discorso sulla Sharia viene presentato secondo la versione sunnita. In questa sede ogni differenza fra Sunnismo e Sciismo verrà segnalata, senza però presentare una visione comparata - per esigenze di spazio. In merito allo Sciismo va ricordato che lì la corporazione degli ulema nel corso del tempo si è strutturata in termini organizzativi "forti", gerarchici, costituendosi in una sorta di "simil-clero". Ragion per cui vale solo per il Sunnismo osservare che l'impostazione modernista (nonostante le apparenze) del radicalismo islamista fa perdere di vista un aspetto essenziale della fenomenica giuridica sunnita tradizionale: la sua variegata articolazione nelle modalità e nelle tecniche operative è agevolata anche dalla mancanza di una gerarchia del sacro, per cui in caso di controversie giuridiche non esiste un'autorità superiore capace di dirimerle.
È noto che in alcuni Stati musulmani (come l'Arabia Saudita) la Sharia viene intesa come diritto dal carattere rigidamente coercitivo, e identica è la posizione dei vari movimenti jihadisti. Tuttavia nell'Islam classico si indirizzava il comportamento etico con scarso potere coercitivo, proprio a motivo del suo predetto fine spirituale primario. Ad ogni modo i versetti coranici definiti e definibili "legali" sono in numero ridottissimo rispetto all'insieme di 6.236 versetti e oltretutto non hanno una portata così ampia o esaustiva da costituire un codice giuridico completo.
Dovrebbe essere appena il caso di rilevare che sono estranei alla Sharia i risultati di usi e costumi locali, eventualmente preislamici o extraislamici, spesso e volentieri spacciati come richiesti dalla religione (si pensi alla mutilazione dei genitali femminili praticata in varie regioni musulmane dell'Africa), ma semplicemente frutto di feroci concezioni patriarcali.


LE FONTI

La prima e più importante fonte d'integrazione normativa al Corano è la vita del Profeta, considerata "esemplare" avendo egli meglio compreso fra gli esseri umani gli intendimenti divini. La sua biografia, cioè i suoi comportamenti e anche i silenzi, insieme ai suoi detti costituiscono la Sunnah, la tradizione. Corano e Sunnah sono quindi le fonti primarie della Sharia. Le altre fonti sono: a) il fiqh, il diritto, cioè il lavoro di "estrazione" delle norme giuridiche dalle due fonti primarie; b) il consenso (ijma), che si fonda su un detto del Profeta per cui la comunità musulmana non può essere concorde su un errore, in quanto ispirata da Dio. Questo consenso è considerato dai Sunniti una forma di rivelazione, e viene usato per dare corpo a determinate interpretazioni del Corano o all'applicabilità di un precetto. Certo è che si presenta come una fonte estremamente problematica, e infatti gli Sciiti – a motivo dell'incertezza di fondo esistente in tale ambito - non l'ammettono. Il problema sta nella scelta di chi sia abilitato a manifestare il consenso. Che si tratti di un consensus populi è da escludere (e oltretutto non sarebbe affatto di facile determinazione): si fa riferimento invece all'accordo tra i maggiori giuristi di una data epoca o generazione, i quali non sono certo rappresentativi del consenso dell'intera comunità islamica e nessuno ha dato loro la rappresentanza. Si sostiene che il contenuto di tale accordo deve radicarsi nel Corano e nella Sunnah, ma questo non dice nulla quand'anche queste due fonti principali presentano profili di incertezza o incompletezza.
Ad ogni modo nell'intero corpus giuridico musulmano sunnita i casi risolti con il consenso non superano l'1%; c) l'analogia (qiyas): più che di fonte vera e propria sarebbe meglio parlare di metodologie volte a ricavare norme giuridiche per i casi non regolati né dal Corano, né dalla Sunnah, né dal consenso. Per quanto nel Corano e nella predica del Profeta ricorra la pratica dell'analogia, tuttavia il metodo è fonte di contrasti, e non mancarono né mancano le tesi dei tradizionalisti radicali (come sempre più realisti del re) che tacciano di empietà l'uso della ragione umana per colmare le "lacune" nella normazione divina; d) il ragionamento del giurista (ijtihad); riguardo a esso negli scritti degli islamologi ricorre il tema della sua avvenuta "chiusura" tra l'855 e l'inizio dell'XI secolo in ambito sunnita, nel quadro di un più ampio processo di stasi del pensiero critico.
Oggi non mancano gli autori musulmani che o presentano la cosa in modo più soft, o addirittura la negano. Certo è che sarebbe vano andare alla ricerca di un "proclama di chiusura" che del resto - mancando un'autorità religiosa centrale nel Sunnismo - nessuno avrebbe mai potuto emanare legittimamente. E si potrebbe aggiungere che quand'anche (per ipotesi) taluno l'avesse fatto, in un ambiente culturalmente vivace ciò avrebbe avuto scarsa influenza. Ad ogni modo la stagnazione che ha coinvolto l'Ijtihād è un dato di fatto, seppure non si possa parlare di totale paralisi della giurisprudenza musulmana sunnita, anche perché è sempre chiamata ad affrontare situazioni di tipo nuovo. Il problema non ha mai riguardato lo Sciismo, in cui l'Ijtihād è rimasto sempre del tutto funzionante.
C'è poi come fonte sussidiaria la consuetudine, cioè la prassi locale, il cosiddetto diritto comune, l'usanza tradizionale, le cui origini sono essenzialmente preislamiche. Ma non ci dev'essere contrasto con le fonti islamiche scritte. Casi tipicamente consuetudinari sono la circoncisione (non prevista dal Corano) e la determinazione del tempo entro cui dev'essere pagata la dote dallo sposo.

I RUOLI ISTITUZIONALI NELLA PRASSI GIURIDICA ISLAMICA

È il mondo degli operatori del diritto, innanzitutto distinguibili in Muftì e Qadì. Il primo è un esperto giurista (un soggetto privato) con la funzione di emettere su richiesta di singoli interessati un responso giuridico (fatwa; che non è sentenza) su un caso particolare. Si tratta di opinione non vincolante, ma idonea a risolvere anche liti in virtù del prestigio del Muftì che la emana. L'importanza di questi responsi è stata tale che in realtà la giurisprudenza islamica non è costituita dalle deliberazioni giudiziali, bensì da quanto prodotto dai Muftì. Questo insieme ha anche costituito la base per i testi giuridici scritti dai semplici studiosi del diritto.
Il Qadì è invece il giudice deliberante, soggetto pubblico e non privato come il Muftì. La funzione del Qadì era molto ampia, e ne rivela il ruolo all'interno della società musulmana, in cui era fortemente radicato: sovrintendeva alla costruzione di moschee e alle opere pubbliche, controllava le fondazioni pie e operava da mediatore extragiudiziale. In definitiva mediatore lo era anche nell'esercizio delle funzioni giudiziarie, giacché il processo islamico classico non punta a un risultato definibile in termini di vincitore-vinto, bensì di ricomposizione fra le parti, in modo da evitare irreparabili rotture fra membri della stessa comunità.
Ultimo soggetto è il professore di diritto, e questo ci porta a parlare della madrasa, la scuola coranica e giuridica nata verso la fine del sec. X. Tale istituzione, inizialmente nata per iniziativa privata, ben presto suscitò l'interesse dei governanti e dei potenti che si attivarono a fondarne in gran numero e a dotarle di mezzi finanziari notevoli. Per il prestigio in tal modo acquisito, le madrase più importanti divennero anche luogo di formazione di elementi della futura classe dirigente. Ad ogni buon conto questa istituzione non ebbe mai il monopolio della formazione giuridica, tant'è che non mancarono giudici formatisi fuori da essa.
L'interesse dei sovrani e delle classi alte per la madrasa introduce il discorso sui rapporti fra il potere politico e la sfera della Sharia, che il primo controllava assai poco e male, innanzitutto non essendo fra i produttori del diritto a base religiosa, che aveva la sua sfera di autonomia rispetto ai sovrani, e godeva di un radicamento popolare tale da costituire per essi un bastione insormontabile. Lo stesso Califfo non può essere considerato fonte del diritto, e difatti non si conoscono editti giuridici di provenienza califfale tali da venire a far parte del diritto musulmano. D'altro canto il suo compito consisteva nella difesa della Sharia, nella sua applicazione, e non nella sua produzione.
Tutto questo non significa delineare uno scenario idilliaco sui rapporti fra potere politico islamico e mondo della Sharia, ma solo comprendere le rispettive posizioni di forza e debolezza. La storia delle società musulmane è costellata di poteri politici arbitrari e tirannici, ma anche di dominatori paragonabili a statue dal piede di argilla in quanto costantemente bisognosi di legittimazione religiosa che, in caso di loro entrata a "gamba tesa" nella sfera della Sharia, poteva costare molto caro. Per cui, alla fin fine, Califfi e potenti di vario rango erano costretti a sottostare a una produzione giuridica da essi non controllata.
In genere in Occidente non si ha chiaro che il potere di dinasti e governanti musulmani era visto dai sudditi con sospetto (a dir poco), per precisi motivi religiosi: la parola indicante il potere politico in arabo è mulk e il sovrano malik, che originariamente significavano "possesso" e "possessore", ma solo a Dio compete il possesso delle cose del mondo. Questa situazione faceva sì che solo i giuristi della Sharia potessero in qualche modo assicurare una legittimità islamica. Il rapido succedersi di effimere dinastie nella storia politica delle società musulmane esprime questa situazione.
Si tenga anche presente che (come del resto in tutte le società preindustriali) i dominatori nell'Islam classico erano privi dell'apparato burocratico necessario a controllare le società a essi sottoposte, ed era quindi indispensabile utilizzare allo scopo la classe dei giuristi. Ovviamente tutta questa situazione implicava la dialettica di una costante rinegoziazione con i soggetti istituzionali della Sharia, e - al di fuori dai casi di mancanza di interesse materiale o politico - non mancarono certo i momenti di frizione, anche acuta. Tuttavia per i potenti era sempre meglio valutare in anticipo i pro e i contro di loro eventuali intromissioni autoritarie nella sfera del diritto religioso.
Nella madrasa era il docente a scegliere cosa e come insegnare e quali testi far usare dagli studenti, tuttavia questa sua libertà a un certo momento venne limitata dall'approvazione ufficiale dei testi giuridici consentiti. Inoltre era lui - non avendo la madrasa personalità giuridica - a rilasciare gli attestati curricolari agli studenti alla fine dei corsi. È quasi superfluo notare che il consolidarsi e l'estendersi di questa istituzione con il sostegno economico dei potenti consentì loro di acquisire anche la fedeltà (magari provvisoria) dei giuristi che vi operavano.
La madrasa divenne anche centro di promozione sociale, sia per accedere alle cariche di giudice (ben pagate dai governanti) sia per sviluppare una carriera accademica o per diventare Muftì o autore di testi giuridici. Progressivamente si formò un processo di professionalizzazione dei giuristi e di formazione di loro dinastie famigliari. Il monopolio di queste dinastie si consolidò definitivamente nel sec. XVI durante l'Impero ottomano, nel quadro di una precisa politica di centralizzazione.
Radicali islamici e jihadisti forniscono un'immagine distorta dell'amministrazione della giustizia in base alla Sharia, cioè l'immagine di una prassi spietata, cieca e disumana. Tale immagine è moderna, poiché la giustizia secondo la Sharia tradizionale è stata storicamente altra cosa: "la soluzione amichevole è il miglior verdetto" costituisce al riguardo un principio cardine, dietro il quale operavano precise realtà sociologiche.
In società articolate in una pluralità dei corpi intermedi (per i colonialisti si trattava di frammentazione) come famiglie, clan, tribù, quartieri urbani, una gran parte delle questioni e delle liti trovavano soluzione più o meno conciliativa proprio in queste entità sociali, a partire dalla famiglia (che non era mononucleare). Quando poi le controversie finivano in tribunale, lì le parti in causa trovavano un ambiente del tutto diverso dai tribunali a cui noi siamo abituati. Il giudice era parte integrante del corpo sociale in cui operava e suo compito primario consisteva nel mantenimento dell'armonia al suo interno, dando il massimo della considerazione ai profili etici collettivi e personali dei contendenti.
L'assenza del rigido e impersonale binomio "vittoria-soccombenza" dipendeva dal dovere del giudice di non applicare astrattamente le norme a prescindere dai profili di equità, di modo che non frequente era la vittoria schiacciante: il deliberato processuale mirava a precisi risultati sociali ed etici; la vittoria parziale, cioè volta alla composizione, era più normale della condanna secca, peraltro inevitabile in casi di gravi violazioni dell'ordine morale e sociale. In definitiva il ruolo del giudicante doveva svilupparsi nella mediazione dialettica fra norma giuridica ed esigenze morali tanto dei contendenti, quanto del corpo sociale nel suo complesso.
Nelle aule di giustizia il processo si svolgeva in modo estremamente informale, e le parti, che esponevano liberamente le proprie ragioni senza avvocati, raramente erano digiune di diritto (come invece accade normalmente per i cittadini degli Stati moderni), giacché la Sharia - a parte le inevitabili sottigliezze teoriche riservate ai giuristi - era una tradizione sociale vivente e condivisa, il che consentiva ai litiganti autorappresentati di potersela cavare da soli. E questo riguardava anche le donne, nonostante quel che in genere si pensa: in quanto titolari di personalità giuridica potevano agire da sole nei tribunali, e spesso lo facevano con astuzia e abilità non inferiori a quelle degli uomini.

LE SCUOLE GIURIDICHE

Tali scuole (madhhahib, sing. madhhab) sono quattro nel Sunnismo e due nello Sciismo; rispettivamente: la Hanafita, la Malikita, la Shafiita e la Hanbalita; e quindi la Zaydita e la Jafarita. La formazione delle scuole giuridiche è stata una necessità per il mondo islamico poiché l'iniziale abbondanza di scuole individuali aumentava senza costrutto il proliferare di differenti interpretazioni giuridiche in un sostanziale vuoto di autorità di riferimento. Alla fine queste scuole fecero da punto di collegamento tra le società e i vari dinasti. Esse si affermarono de facto, ma alla fine anche de jure, giacché fino alla loro sostanziale emarginazione dovuta al colonialismo non fu possibile ai singoli giuristi operare indipendentemente da esse. I cittadini comuni potevano passare da una scuola all'altra anche per singoli negozi o chiarimenti operativi.

L'AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA NEL PERIODO OTTOMANO

Per le dimensioni raggiunte e per aver incluso quasi totalmente il mondo di lingua araba fino all'incontro/scontro col colonialismo europeo, l'Impero ottomano è importante per accertare la situazione della Sharia in quella fase storica, premettendo che già con l'avvento della dinastia califfale degli Abbasidi di Baghdād (nel 750) il potere degli ulema si era accresciuto notevolmente, e il califfo Harun ar-Rashid (dal 786 all'809) costituì un potere giudiziario centralizzato all'uopo nominando un capo gerarchico dei giudici. I giuristi riconoscevano al Sultano il potere discrezionale di emanare norme "amministrative" a integrazione della Sharia, purché nel rispetto di essa. Questo è il qanun. Il grande Sultano a noi noto come Solimano il Magnifico (1494-1566) per Ottomani e Turchi era detto Süleyman qanuni, cioè il legislatore.
Qanun e Sharia non sempre collimarono: in certi casi il qanun integrò semplicemente quest'ultima in materia di ordine pubblico e di taluni reati, ma aprì all'usura, alla tortura e alla tassazione non prevista dalla Sharia, tant'è che i giudici, quando potevano, ignoravano o disapplicavano tali innovazioni. Sul finire del sec. XVI nell'Impero ottomano si procedette all'unificazione dei poteri riferiti alla Sharia in capo al Qadì che accrebbe di gran lunga la sua sfera di competenze. Nella creazione di una gerarchia giuridica alla fine del sec. XV era stata valorizzata la figura dello Shaykh al-Islam, che in precedenza era stato solo un Muftì di prestigio, supervisore dell'istruzione giuridica locale. Con la riforma ottomana questa figura divenne il vertice della gerarchia giudiziaria, la suprema entità giuridico-religiosa, titolare del potere di nominare e revocare i giudici, di esprimere pareri legali e per molto tempo anche di deporre il Sultano. Fino al sec. XVII la sua carica fu a vita, e neppure il Sultano poteva deporlo.
Ulteriore innovazione ottomana fu la localizzazione unica delle aule giudiziarie, ovvero il palazzo di giustizia. Qui si svolgevano oltre all'attività di tribunale anche altre funzioni che ne facevano un centro di amministrazione imperiale: era sede dell'amministrazione fiscale e divenne fonte di reddito per la tesoreria del Sultano, giacché i giudici (non più stipendiati) furono autorizzati a percepire parcelle dai litiganti e da chi a loro si rivolgesse. Cominciarono le registrazioni delle cause e dei matrimoni, dietro pagamento di una tassa.
La fase di vera e propria sostituzione progressiva della Sharia da parte di una legislazione improntata ai moduli occidentali sarebbe poi avvenuta nel sec. XIX. Il qanun - attraverso l'incremento quantitativo e qualitativo della sua produzione, innanzitutto con il conferimento di un ruolo sempre maggiore al diritto consuetudinario - ovviamente entrò in concorrenza dialettica con la Sharia, e per quest'ultima la situazione si aggravò in modo rilevante a causa dell'introduzione (volontaria o no) di moduli e teorie desunti dagli ordinamenti giuridici europei.

OGGI

Finora abbiamo parlato della Sharia come è stata, prima delle vaste distruzioni del contesto classico effettuate dal colonialismo europeo che, per periodi magari di lunghezza non biblica, ha dominato la quasi totalità del mondo musulmano incidendovi in profondità e introducendo lo Stato nazionale. E poi c'è da mettere nel conto l'azione del radicalismo islamico contemporaneo. Per pura comodità cominciamo da quest'ultimo. Si legge spesso che - nonostante i reiterati proclami di ritorno alle origini dell'Islām (viste in modo riveduto e corretto secondo gli intendimenti ideologici del radicalismo stesso) - reca in sé stigmate proprio di quella modernità occidentale a cui rivolge multipli anatemi. Il giudizio è esatto, ma in genere viene motivato in base ad elementi psicologici, ideologici, politici ecc.; manca invece, quale termine di confronto, il nesso con tanti secoli di esperienza della Sharia fatte da società musulmane tanto diverse fra di loro; in sostanza un diritto costruito dall'interno di queste società come parte essenziale di un modo di vivere condiviso socialmente, nel quadro - non sembri azzardato dirlo - di una specie di autogoverno, pur se sovrastate da poteri politici dispotici a cui era negato l'ingresso nella sfera della Sharia. Inoltre, aspetto fondamentale, si è trattato di un diritto plurale nelle sue interpretazioni e nelle determinazioni normative estratte dalla rivelazione, che essenzialmente presupponeva comunità attente alla morale e con i membri moralmente definiti.
Con il radicalismo odierno abbiamo invece un'impostazione ideologica estremamente coercitiva e sanguinaria, che si lascia indietro il pluralismo e la flessibilità pregresse, ne isola determinate elaborazioni e interpretazioni a scapito delle altre e ne fa una sorta di diritto statale. Cosa ha a che fare tutto questo con la dimensione classica della Sharī‘a? La domanda è retorica. Poiché pensar male sarà anche peccato, ma in genere ci si azzecca, vengono alla mente due considerazioni: la prima è che buona parte dei Musulmani auspicanti l'avvento della Sharia ne abbia perso - dopo le demolizioni colonialiste e dello Stato moderno - le connotazioni spirituali e antropologico-culturali; la seconda è che il silenzio o l'appoggio degli ulema all'attuale ubriacatura corrisponda più al timore per le conseguenze personali di una decisa presa di posizione che non a convinzioni effettive. Altrimenti ci sarebbe da chiedere cosa abbiano appreso della Sharia tradizionale. Inoltre, parlare di un effettivo diritto pubblico su base religiosa è molto azzardato, in quanto il Corano non contiene elementi utili alla realizzazione e gestione dello "Stato islamico" (concetto inesistente fino a oggi), a parte due indicazioni più etiche che istituzionali: il governante deve essere giusto e i governati devono obbedirgli (4,58-59), e governanti e governati devono consultarsi (42,38).
Si aggiunga che l'introduzione dello Stato moderno ha inserito nel corpo delle società musulmane - o meglio, vi ha sovrapposto - un'entità che per la sua stessa natura esprime esigenze specifiche non compatibili con lo spirito e la prassi della Sharia. Quando nelle condizioni politiche, sociali e culturali odierne, dopo sostanziali e pesanti soluzioni di continuità, se ne chiede la restaurazione, non si capisce bene a che cosa ci si riferisca, stante il contesto plurale all'interno della stessa Sharia se correttamente intesa. L'influsso occidentale ha operato tanto nel diritto privato quanto in quello pubblico, e quando in certe Costituzioni di paesi musulmani, per contentare i tradizionalisti e i radicali, si presenta la Sharia come "fonte" o "fonte principale" o "una delle fonti" del diritto, ma tali previsioni hanno un valore tra il simbolico e il propagandista dagli effetti pratici non bene individuabili.
Infine non va sottaciuto che il sistema tradizionale si è formato in contesti preindustriali di cui rispecchia situazioni ed esigenze, e quindi non è sempre adeguato alle mutate condizioni socio-economiche e politiche. Per esempio, una società contemporanea non può assolutamente essere gestita con le poche tasse previste dalla Sharia, per non parlare della contrattualistica: i contratti di assicurazione, in quanto aleatori, contrastano col divieto di alea, e dovrebbero essere vietati; lo stesso dicasi per i contratti produttivi di interessi, equiparati alla vietatissima usura. E infatti abbiamo che il Codice civile egiziano prevede la produzione di interessi nel caso del ritardo di pagamento di una somma già determinata, a titolo di risarcimento del danno, nella misura del 4% per gli ordinari contratti civile e del 5% per quelli commerciali. Da notare che tale norma fu considerata costituzionalmente legittima quand'anche ci fosse stata (nel 1980) la modifica della Costituzione nel senso di mutare il ruolo della Sharia nei confronti dell'ordinamento giuridico statale: non più "una" fonte del diritto, bensì "la" fonte del diritto.
La pratica conosce tutta una serie di aggiramenti della Sharia per adeguarsi alla realtà, spesso salvando la lettera ma non lo spirito. Si pensi alla vendita con riacquisto in modo da far pagare un interesse camuffato. C'è da chiedersi che cosa sia realmente rimasto dell'esperienza della Sharia. E se un'incompatibilità profonda esiste fra la Sharia e qualcosa di altro da essa, l'incompatibilità opera in primo luogo nei confronti dello Stato moderno. La Sharia è stata un ordinamento giuridico sviluppatosi in seno alle comunità e senza intervento o sovraordinazione statale, e se oggi il presunto - e da certuni auspicato - ritorno alla Sharia dovesse passare attraverso il ruolo dello Stato, allora sarebbe meglio provvedere a un cambio di nome, poiché non si tratterebbe affatto della stessa realtà. L'imperversare di radicalismi islamici e jihadismi vari non riesce a occultare un dato oggettivo: la Sharia è un fenomeno storico sostanzialmente terminato. Riportarlo in vita (a prescindere dal problema di quale Sharia si tratti) equivale a cercare di costruire uno zombi.

 la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 3 aprile 2016

A Bruxelles si piangono i morti, mentre i governi della UE guidano la caccia alle nostre libertà!

 

A Bruxelles si piangono i morti,  mentre i governi della UE guidano la caccia alle nostre libertà!

L’ISIS ha colpito duramente anche il Belgio.
Proprio il paese che era stato tirato direttamente in ballo dopo l’orrore degli attacchi a Parigi del 13 novembre 2015, che si era adeguato alla logica che guida gli Stati occidentali dall’11 settembre 2001 e che ha portato alla situazione attuale.
Una logica senza via d’uscita.
Da una parte, le guerre in Medio Oriente e in Africa, che stanno causando migliaia di morti in nome della “democrazia” e della “lotta al terrorismo”. Col risultato almeno apparente di un evidente caos internazionale.
Dall’altra parte, le nostre libertà e i nostri diritti subiscono forti restrizioni, mentre il discorso sulla sicurezza non fa che alimentare il razzismo. In nome della difesa del “fronte interno”, ogni giorno in più che passa si mangia un po’ di “democrazia”.
La guerra esterna al terrorismo
Le politiche di “guerra al terrore “, fin dalla fine del XX secolo, sono state il pretesto per giustificare politiche di conquista globale. Queste politiche di fatto hanno alimentato nuovo terrorismo.
Le guerre in Afghanistan, in Iraq, in Libia, nel Mali, in Siria, dove i governi europei si sono impegnati, non hanno messo fine al “terrorismo”, anzi. Come si sa, le ragioni erano ben altre: il caso Iraq lo ha dimostrato.
Il redditizio traffico delle armi, tra gli altri, dimostra che dietro il discorso sulla democrazia e dietro la lotta contro il terrorismo si nascondono altri interessi. Al di là dei profitti più evidenti, l’appoggio dei governi europei a regimi che forniscono supporto finanziario e logistico al terrorismo, dimostra come gli interessi geopolitici e commerciali sono fondamentali per la logica di morte che alimenta la vendita di armi e la sete di petrolio e di minerali a buon mercato che l’Europa vuole a tutti i costi.
L’imperialismo non è la soluzione a questa guerra. La soluzione verrà dai popoli della regione che lottano contro l’ISIS   e contro ogni forma di totalitarismo. Se i governi europei ostacolano  questa resistenza, tocca a noi darle tutto l’aiuto possibile. Perchè, al pari dell’imperialismo anche l’ISIS è nostro nemico di classe.
La guerra interna al terrorismo
Dal 2001, la lotta al terrorismo è  utilizzata come pretesto per attaccare giorno dopo giorno le libertà pubbliche che altrove si sostiene di voler difendere. Le misure di sicurezza mettono in pericolo le libertà pubbliche senza garantire la sicurezza delle persone.
In nome della sicurezza, le misure “anti-terrorismo” permettono l’invasione della privacy di tutta la popolazione: intercettazioni, telecamere di vigilanza, monitoraggio degli spostamenti,…
In nome della protezione dei cittadini, lo Stato si dà più poteri e più armi, in modo che i diritti democratici siano più limitati. In Belgio, fermo di polizia per 72 ore, fucili automatici, i soldati nelle strade, ….
In Francia, abbiamo già visto il divieto di raduni e di conferenze, divieto di manifestazioni fino alla volontà di limitare il diritto di sciopero, perchè le politiche per la sicurezza vengono utilizzate per soffocare il dissenso. Centinaia di milioni di euro sottratti  all’istruzione e alla
salute se ne vanno direttamente per le spese militari, per la guerra e le politiche securitarie. Questa politica di distruzione della solidarietà collettiva e del diritto di espressione democratica non fa altro che alimentare l’insicurezza, l’esclusione e le dinamiche di divisione all’interno della società, cioè proprio le cause profonde di ciò che viene definito come “radicalità” e “terrorismo “.
Razzismo di Stato
In Belgio, il razzismo, il controllo dei visi e la violenza della polizia sono una realtà quotidiana nei quartieri, soprattutto per i migranti e per i cittadini belgi immigrati da generazioni, che vengono ricondotti a “razza”. Per giustificare questa violenza continua, questo discorso sempre più islamofobico e razzista, i media ed i politici hanno costruito per anni l’immagine del “nemico interno”, cioè i musulmani ed i migranti. Ad ogni passo in questa direzione corrispondono divisioni sempre più profonde fino alla banalizzazione dell’odio.
La lotta contro il terrorismo serve da pretesto per intensificare la presenza e la repressione della polizia nei quartieri. Perquisizioni, controlli di identità, arresti arbitrari,… L’innalzamento del livello di allerta ha rafforzato l’islamofobia nei confronti dei musulmani e permesso allo Stato di perseguire politiche razziste e di esclusione nei confronti dei migranti in genere.
Le conseguenze politiche degli attentati si fanno già sentire
Le misure di sicurezza hanno avuto un costo aggiuntivo in Belgio di 400 milioni di euro per rafforzare la sicurezza “civile” e altri 18 milioni in più per i militari. Inoltre, 14 milioni al mese per mantenere i 6 aerei militari belgi in Iraq.
Il bilancio per la sicurezza e la guerra è in costante aumento, mentre il governo belga continua a sbrindellare lo stato sociale. Dato che la precarietà sociale è la principale fonte di insicurezza per la maggior parte dei cittadini belgi, il governo non ha alcuna intenzione di combattere contro la precarietà, la povertà e l’esclusione.
Per una politica antimilitarista, sociale e solidale
Non si porta la pace a colpi di bombardamenti dal mare o dal cielo. Non si difende la libertà con  leggi che la distruggono. Non si combattono la precarietà e l’esclusione con il  razzismo. Non si fa vivere la democrazia con meno scuole e meno assistenza sanitaria e più polizia armata nelle strade.
Il governo belga sta usando la paura del terrorismo affinchè la popolazione accetti peggiori misure di sicurezza e accetti di tagliare le libertà di tutti. Lo stato di emergenza consente al governo belga di ripristinare la sua forza politica dopo essere stato sfidato per mesi per le sue politiche anti-sociali. Non bisogna permettere che metta il mordacchio alle mobilitazioni sociali!

In tutta Europa
No al razzismo, no alle repressioni di massa, no a tutti coloro che cercano di dividerci: solidarietà con i quartieri poveri, con i cittadini europei immigrati, con i clandestini!
No a provvedimenti draconiani: stop alle politiche di sicurezza e alle leggi anti-terrorismo.
Fermare la criminalizzazione dei movimenti sociali.
Per il diritto di tutti in tutto il mondo di vivere in pace, di fermare le guerre imperialiste ed i  governi europei che alimentano la spirale di violenza.
Lottiamo perchè le risorse pubbliche servano al benessere della popolazione, non a finanziare la repressione e la guerra.
Alternativa Libertaria/fdca
25 marzo 2016


domenica 15 novembre 2015

IL BRACCIO ARMATO DEL TERRORE

Il braccio armato del terrore
L'ISIS ha massacrato 140 persone inermi a Parigi nella notte di venerdì 13 novembre. Una giornata di preghiera per il mondo musulmano usata invece da Daesh per una strage di civili di ogni nazionalità e religione in luoghi come uno stadio di calcio, una discoteca frequentata da proletari delle periferie parigine, ristoranti e bar all'aperto, come in qualsiasi città.
Un attacco suicida simile si era verificato il 25 giugno a Kobane, nel Kurdistan siriano, con bombe, fucili e sterminio di ostaggi. Lì furono uccisi 223 civili, molti dei quali in seguito all'intrusione nelle case da parte dell'ISIS. Quel giorno morirono anche circa 40 combattenti curdi che cercavano di fermare il massacro.
Il 16 ottobre, altri attentati suicidi dell'ISIS fecero una strage di 102 persone ad Ankara nel corso di una manifestazione turco-curda per la pace. Quella strage, come quella di 33 curdi durante l'assedio di Suruc da parte dell'esercito turco, getta tuttora un'ombra di morte sul ruolo svolto dallo Stato turco e deal governo dell'AKP impegnato in una campagna elettorale, poi vinta, per la conquista della maggioranza parlamentare. Tra il massacro di Suruc e quello di Ankara, gli Stati Uniti ebbero il tempo di fare un accordo con la Turchia per l'uso di basi militari, in cambio di "non vedere" gli attacchi aerei turchi sulle forze curde impegnate nei combattimenti contro l'ISIS in Siria ed in Iraq.
Ma i massacri dell'ISIS sono diventati routine. Giovedì 5 novembre un loro attentato aveva ucciso 50 persone a Beirut-sud in un quartiere sciita controllato da Hizbullah. L'ISIS ha rivendicato anche l'abbattimento dell'areo russo caduto nel Sinai. Nel loro Califfato il massacro di musulmani, di yazidi e di cristiani è cosa di tutti i giorni.
Se l'ISIS è certamente un nemico della libertà, non possiamo certamente considerare nostri amici le potenze che sostengono a parole di combattere l'ISIS. Nato dal decenno di disastro politico-militare dell'invasione statunitense dell'Iraq, Daesh è stato messo in grado di impadronirsi di equipaggiamento militare di fabbricazione statunitense per imporre la sua strategia di terrore in tutta l'area fino a quasi distruggere Kobane nel 2014.
L'esercito della Turchia è il secondo esercito nella NATO. Eppure non ha mosso un dito per fermare gli assassini dell'ISIS che attraversavano il confine tra Turchia e Kurdistan siriano per attaccare Kobane e le unità combattenti curde.
Dunque i morti di Parigi, come quelli dell'aereo russo, di Beirut, di Ankara, di Kobane e di Suruc sono le vittime di uno scontro di potere in Iraq e Siria tra le potenze della NATO, la Russia, il regime di Assad, le potenze regionali. Uno scontro che provoca centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi lungo un fronte che va dallo Yemen all'Iraq, dalla Siria al Libano, dalla Turchia all'Europa, dalla Libia all'Egitto.
Come mettere fine a tutto questo? Molti vorrebbero gettare benzina sul fuoco, inasprire le misure di sicurezza, gettare più bombe sulla Siria e controllare i movimenti delle persone. Ma questa è la strada che porta ad una guerra senza fine e ad uno stato di polizia in cui sopravvivere nella paura dell'attesa del prossimo attacco. E' la stessa realtà quotidiana che vive il popolo iracheno fin dai tempi della guerra del 1991. Una situazione che nel corso degli anni si è fatta sempre più sanguinaria e brutale fino a partorire il mostro ISIS in un bagno di sangue che dura da decennni.
Se l'oggettiva situazione militare ci porta a dire che gli unici avversari dell'ISIS sul campo sono le forze iraniane ed Hizbullah insieme alle forze curde, sostenute dall'aviazione russa, come anarchici e libertari riteniamo che l'unica strada per la libertà passa per la solidarietà tra le classi lavoratrici e non attraverso le guerre o gli "scontri di civiltà".
Bisogna fare delle scelte nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, perchè Parigi non sarà l'ultima atrocità a cui assisteremo ed il terrorismo non farà altro che alimentare odio e militarismo.
Certamente i nostri alleati non saranno le forze imperialiste che hanno dato origine a questa situazione, bensì quelle forze regionali che combattono sul campo per una società davvero fondata sulla libertà e sull'uguaglianza.

martedì 22 settembre 2015

LA SPADA, SIMBOLO DELL'ISIS

Il T – 34 e, successivamente, il Mig – 15 potrebbero essere considerati i veri simboli dello Stalinismo; così come i panzer e gli stukas lo erano del Nazismo. Questi simboli erano l'emblema di tutta la razionalità e l'irrazionalità peculiari di quei regimi totalitari, rappresentavano il loro modo di agire: il culto della potenza e della forza, il ruolo centrale del fuhrer o del dio-capo come personificazione di un paese e della sua unità al di là dell'Idea – la nuova religione. Infatti, la nuova religione prevalse, non solo grazie all'inganno ed alla repressione, ma soprattutto grazie alla sottomisssione ed all'accettazione di massa. Quei simboli avevano una duplice funzione: trasmettere il messaggio ideologico del regime e funzionare quali armi per imporsi, per conquistare, per raggiungere lo scopo finale: la conquista dell'intero universo per instaurarvi un impero imperituro, equivalente al teologico "regno di Dio". L'ISIS, insieme all'Islam politico, ha molte somiglianze col Nazismo e con lo Stalinismo. Si tratta di un movimento complesso, al tempo stesso rivoluzionario e reazionario, anticapitalista e ostile alla classe lavoratrice, antimperialista e aspirante imperialista. Al pari del fascismo occupa quello spazio dove le lotte sociali e politiche si arenano, dove le vecchie classi dirigenti non possono più governare, ma anche dove i movimenti popolari di base non riescono a rovesciare il sistema. Oltre alla tradizionale bandiera nera, l'ISIS rivendica l'essere erede del profeta Maometto ed assume la spada come vero simbolo del nuovo potere totalitario. Usano la spada nei loro video holywoodiani per sterminare i loro prigionieri, usano la spada nei canti e negli opuscoli di propaganda, come un simbolo del jihad, della determinazione e del terrore. Nella sua opera “Sorvegliare e punire” , Foucault notava come il capitalismo aveva “razionalizzato” la punizione, riducendola al minimo livello necessario per proteggere la proprietà privata ed i suoi assets. Ciò che l'ISIS sta cercando di fare è esattamente l'opposto, invertire questa tendenza e questo processo. Anche le camere a gas di Hitler ed ovviamente la bomba atomica, le uccisioni tramite i droni, il ricorso all'alta tecnologia per stermini di massa, ma più "umanitari", con minore teatralità e meno rituali spargimenti di sangue, fanno parte di questa tendenza a partire dal XVIII secolo, compresi i paesi arabi e musulmani colonizzati. La spada come simbolo ha una duplice funzione per i jihadisti : essa rappresenta un vecchio-nuovo, indipendente, simbolo di forza e di autorità, che si erge quale negazione della civiltà imperialista "occidentale" (quella capitalista) e dei suoi simboli, e come vecchia-nuova arma di terrore. Contrariamente al Nazismo ed allo Stalinismo, l'utopia jihadista non è futurista ma esiste in un passato che deve essere imitato pienamente in tutti i suoi aspetti, al fine di raggiungere gli stessi obiettivi che furono di Maometto: conquistare tutte le potenze imperialiste del suo tempo per costruirvi al loro posto il suo imperialismo. Per certi versi, questo era anche l'obiettivo dichiarato dei regimi "laici" pan-nazionalisti (vedi Nasser ed il Partito Baath a Damasco e prima ancora a Baghdad). L'ISIS non è che l'ultimo rigurgito del lunghissimo dibattito sulla arretratezza dell'Oriente, della sua debolezza e della sua manipolazione da parte delle potenze imperialiste occidentali. Questo dibattito ha sempre avuto due risvolti: come imitare l'Occidente allo scopo di competere con esso da una parte e, dall'altra, la necessità di starsene "per conto proprio" per lottare contro le potenze coloniali. L'ammirazione e l'odio verso l'Occidente colonialista non erano avvertiti solo dalle masse dell'Oriente colonizzato, ma anche dalle elite intellettuali e sociali locali. Il conflitto fra tradizionalismo ( conservatorismo) ed un modo più aperto di pensare non si è mai risolto. Sono pochissimi coloro che hanno proposto una totale negazione del passato per guardare a soluzioni future totalmente rivoluzionarie. La maggioranza ha preferito un certo compromesso tra passato e presente. Le critiche all'Islam non sono mai state portate fino in fondo. Persino i comunisti ed altri di sinistra -sotto la pressione delle loro società e del grande fratello in Unione Sovietica, la quale cercò di giocare la carta della liberazione nazionale contro i suoi rivali occidentali (la stessa cosa venne fatta dalle potenze occidentali che sostenevano l'ultra-reazionario regime dei Saud ed i jihadisti contro gli emissari locali dell'URSS e contro l'invasione russa dell'Afghanistan)- riuscivano sempre a trovare qualcosa di “progressista” nel Corano e negli insegnamenti degli accademici tradizionali. L'ISIS non nasce dal niente. Ciò che ha fatto è esattamente quello che facevano i suoi simili in Occidente ed in Oriente (Nazismo e Stalinismo), i quali portarono all'estremo l'irrazionalità delle loro società e delle loro classi governanti ed il livello di alienazione delle loro masse popolari. I liberali ricordano oggi la precedente attitudine al compromesso da parte dei comunisti nei confronti dell'Islam reazionario e dogmatico. Oggi, gran parte delle masse popolari sono sotto l'influenza dell'ISIS e dei suoi simili. Pensano che una vittoria dell'ISIS gli porterebbe l'emancipazione sia dall'Occidente coloniale che dalle "laiche" dittature locali. Per alcuni settori degli oppressi, aderire all'ISIS significa fare carriera nella gerarchia sociale. La classe media urbana è la fonte principale dello scetticismo e della resistenza contro l'ISIS. Anche se meglio organizzata e rappresentata, a questa classe mancano il coraggio e la determinazione che hanno invece le classi popolari. La classe media urbana resiste del tutto giustamente contro l'ISIS, ma dalla loro resistenza non ne deriverebbe una vittoria che porti ad una reale emancipazione delle masse, dato che loro vogliono difendere i loro privilegi percepiti ed il loro stile di vita meno rigido; ma non sono capaci di sconfiggere l'ISIS e non gliene importa nulla delle masse ignoranti ed arretrate. La comparsa dell'ISIS somiglia alla venuta di Khomeini. Entrambi rappresentano gli stessi poteri sociali e le stesse speranze popolari (leggi: illusioni) di emancipazione; che finiranno solo in un nuovo regime totalitario di tipo bolscevico. E' giunto il tempo per una critica più radicale dei dogma islamici. Ma le arrendevoli elite intellettuali non ne hanno il coraggio. Una critica radicale non deve colpire solo l'Islam, perchè significherebbe criticare un dogma a beneficio di un altro. Ci vuole più di una rivoluzione copernicana, ci vuole maggiore negazione, qualcosa che distrugga tutti gli idoli una volta per tutte. Una sorta di surrealista e dadaista liberazione della mente, del subconscio e dei desideri del corpo da ogni tabù e da ogni divieto. Non bisogna colpire solo la spada quale simbolo ed arma del terrore e della propaganda, bisogna colpire ogni terrore autoritario ed ogni dogma. Colpire lo stessi principio di autorità. dal blog di Mohamed Mazen - anarchico siriano https://mazenkamalmaz.wordpress.com (traduzione a cura di Alternativa LIbertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 12 gennaio 2015

Anche noi siamo Charlie, no al fascismo islamico ed a chi lo finanzia, no a chi costruisce un futuro di odio

Anche noi siamo Charlie, ma a modo nostro. Difendiamo come anarchici e libertari il diritto alla satira ed all’irriverenza di qualsiasi presupposta verità religiosa, rivendichiamo il diritto di tutti a professare la propria fede religiosa od il proprio ateismo in pieno giorno e senza paure, rifiutiamo di ammantarci di un relativismo scadente che serve solamente a celare il colonialismo e la pretesa superiorità europea della cultura e soprattutto delle armi, lottiamo in tutto il mondo per affermare dignità e diritti delle classi oppresse, al di là dell’appartenenza etnica e religiosa. Siamo Charlie e non accettiamo che in nome della libertà le religioni riprendano il loro ruolo mortifero nella società. Non potremo mai allearci con fascisti ed imperialisti, con razzisti e mestatori di coscienze. Noi abbiamo il coraggio di affermare che i diritti siano universali, di tutti e per tutti, e nella nostra lotta anticapitalista non saremo mai al fianco di fascisti e nazionalisti di ogni risma, islamici od ebrei, cattolici od ortodossi. Troppe sono le crepe prodotte dall’imperialismo del capitale per l’egemonia per farci trascinare da una parte o dall’altra. Il nostro compito, come sempre, è quello di stare dalla nostra parte e di combattere per la nostra classe di appartenenza, che non ha religione nè nazione. Denunciamo quindi ogni fascismo, anche quello islamico, ma non dimentichiamo il cinismo con il quale si è armata la mano degli assassini dei redattori di Charlie Hebdo, assassini che sono all’opera nei territori curdi, a Kobane, armati dall’Occidente liberale e dagli Stati del Golfo come dalla Turchia, oppure nelle guerre che hanno distrutto l’Afghanistan e l’Iraq, alla mai volutamente risolta questione palestinese, alla distruzione della Siria e della Libia, alla fame imposta in Somalia, in Nigeria, in Mali, in Ciad, al ruolo controrivoluzionario avuto nelle cosiddette rivolte arabe. Intere aree del pianeta sono distrutte e cacciate in un caos sistemico utile solo al grande capitale. I paesi europei, gli USA ed i paesi periferici dell’area medio orientale, in primis l’Arabia Saudita, da quaranta anni finanziano il fascismo islamico, addestrano i militari e favoriscono la guerra contro le componenti laiche e socialiste impedendo il contributo alla ricostruzione sociale basata su diritti universali, propinandoci il loro relativismo culturale pur di non riconoscere tali diritti. Quanto accaduto pone una seria ipoteca alle lotte sociali in corso in tutta Europa. L’etnicizzazione dei fenomeni sociali e sindacali subirà un ulteriore incremento. I proletari islamici d'Europa e i migranti che tentano a costo della propria vita di scappare magari proprio dai fondamentalismi saranno le vittime più colpite da quanto è successo. Intere generazioni di lavoratori e lavoratrici, di studenti, di uomini e donne che cercano come noi di costruire una vita migliore e più libera, saranno inchiodati alle proprie origini etniche e culturali, vissuti come nemici e guardati con sospetto dai propri vicini di casa, dagli insegnanti dei propri figli, dai propri compagni di lavoro. E invece le lotte future avranno bisogno di tutti. Occorrre evitare ogni etnicizzazione dei conflitti, è indispensabile ricostruire il fronte di classe fuori da paradigmi religiosi ed etnici, dovremo compiere uno sforzo mostruoso per evitare che si scateni in termini drammatici la lotta tra poveri. Tutto è predisposto per spostare milioni di europei su posizioni reazionarie con grande gioia del capitale, la crisi ed i fenomeni di ristrutturazione in atto sono mine disseminate in una società troppo liquida. Noi continueremo la nostra lotta internazionalista a difesa degli interessi della nostra classe, per una società che vogliamo comunista e libertaria, laica, dove la religione sia racchiusa nell’intimità di ogni individuo che abbia fede e che non diventi il motivo trainante delle nefandezze odierne e future, combatteremo sempre la religione come marchio identitario, a conferma che la libertà passa per una società laica e plurale. Alternativa Libertaria/Fdca gennaio 2015

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)