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per giulio

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Visualizzazione post con etichetta no guerra in Libia. Mostra tutti i post
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venerdì 21 ottobre 2016

La Libia è Misurata

libya-map 
Misurata si trova sulla strada tra la Cirenaica e  Tripoli.
Cioè tra l’avanzata militare del generale Khalifa Haftar che governa a Tobruk ed il governo di Tripoli di Al-Sarraj che ha l’appoggio  italiano.
Dopo più di 100 anni l’Italia ritorna a Misurata e vi si precipita in armi, droni e dottori, rispondendo all’appello umanitario di Al-Sarraj, ma  proprio all’indomani dell’avanzata delle truppe di Haftar verso Sirte con la conquista di pozzi petroliferi della cosiddetta “Mezzaluna Petrolifera”, capace di 700mila barili al giorno di greggio, mentre la produzione attuale di petrolio in Libia è di 200mila barili al giorno, un decimo rispetto al 2011.
Dal 2011, infatti, dopo l’attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all’Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.
Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l’esportazione di petrolio.
In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme a gas, è in grado di estrarre solo l’ENI in Tripolitania, ma con scarsa protezione del governo di Al-Sarraj. Dunque, da proteggere con un intervento diretto.
Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d’influenza.
La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.
Alla Francia la guardia del Sahel nel Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.
All’Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.
Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.
Tutto questo non piace alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.
L’avanzata delle truppe di Haftar verso Sirte, gli aprirebbe le porte della Tripolitania e cambierebbe gli equilibri, una volta cacciato l’ISIS da Sirte. Non a caso Francia, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito  hanno condannato l’offensiva di Haftar chiedendo l’immediato ritiro delle sue truppe.
Gli sponsor arabi delle varie fazioni libiche, come l’Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk, il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli, gli Emirati che appoggiano Tobruk o la Turchia che ha spostato  jihadisti libici dalla Siria alla Sirte, non stanno certo a guardare.
Anche se dalle basi italiane non si fosse alzato neanche un aereo, l’Italia in guerra c’era già, in un’alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l’Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. 
Ora il governo italiano ha rotto gli indugi e si colloca militarmente di traverso sul cammino di Haftar verso Tripoli, perchè in Libia, i nemici –reali o finti,  ISIS o altri- sono coloro che vogliono mettere le mani sullo sfruttamento del petrolio e del gas libici. 
Un’altra sporca guerra per le risorse. Una pericolosa avventura in nome del profitto.
Antimilitarismo e lotta di classe: chiusura delle basi militari in Italia, smantellamento del MUOS.
Alternativa Libertaria/fdca
95° Consiglio dei Delegati
Fano, 1 ottobre 2016

giovedì 24 marzo 2016

Tripoli bel.... business core


L'Italia ha sempre voluto Tripoli.

Ora più che mai. Ma è dal 2011 che i tamburi di guerra non hanno mai smesso di suonare.

Prima del 2011, la Libia era al primo posto in Africa in base all'indice ONU dello sviluppo umano.

Dopo l'attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all'Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.

Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l'esportazione di petrolio.

In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme a gas, è in grado di estrarre solo l'ENI in Tripolitania. Una posizione di privilegio intollerabile per gli alleati occidentali dell'Italia. Una situazione che deve finire, possibilmente con un contributo militare dell'Italia stessa, con l'invio di 5mila uomini, con la promessa di un comando militare offerto a chi, dopo aver perso 5 miliardi di commesse a causa della fine di Gheddafi, viene oggi ritenuto irrilevante.

Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d'influenza.

La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.

Alla Francia la guardia del Sahel nel  Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.

All'Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.

Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.

Tutto questo non piacerà alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.

Ma altri protagonisti possono adoperarsi per mandare a monte la triplice spartizione della Libia. E' il caso della Russia, estromessa nel 2011 perchè contraria ai bombardamenti, che potrebbe istigare il suo acquirente di armi Al Sisi d'Egitto a rivendicare territori in Cirenaica come nel 1943.

E' il caso degli sponsor arabi delle varie fazioni libiche: l'Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk contro gli islamisti radicali di Tripoli; il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli; gli Emirati che appoggiano Tobruk; la Turchia che ha spostato o jihadisti libici dalla Siria alla Sirte.

Anche se dalle basi italiane non si alzasse neanche un aereo, l'Italia in guerra c'è già, in un'alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l'Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. In Libia, i nemici –reali o finti,       ISIS o altri- sono coloro che minano la sicurezza dello sfruttamento del petrolio e del gas libici.

Un'altra sporca guerra per le risorse. Una guerra da contestare in Italia come in Francia, in Gran Bretagna come negli USA.

Antimilitarismo e lotta di classe

Alternativa Libertaria/fdca

93° Consiglio dei Delegati

Fano, 19 marzo 2016

sabato 12 marzo 2016

Tripoli bel.... business core

12 e 18 marzo contro la guerra
Tripoli bel.... business core.
 
 
 
 
 
L'Italia ha sempre voluto Tripoli.
Ora più che mai. Ma è dal 2011 che i tamburi di guerra non hanno mai smesso di suonare.
Prima del 2011, la Libia era al primo posto in Africa in base all'indice ONU dello sviluppo umano.
Dopo l'attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all'Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.
Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l'esportazione di petrolio.
In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme al gas, è in grado di estrarre solo l'ENI in Tripolitania. Una posizione di privilegio intollerabile per gli alleati occidentali dell'Italia. Una situazione che deve finire, possibilmente con un contributo militare dell'Italia stessa, con l'invio di 5mila uomini, con la promessa di un comando militare offerto a chi, dopo aver perso 5 miliardi di commesse a causa della fine di Gheddafi, viene oggi ritenuto irrilevante.
Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d'influenza.
La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.
Alla Francia la guardia del Sahel nel Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.
All'Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.
Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.
Tutto questo non piacerà alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.
Ma altri protagonisti possono adoperarsi per mandare a monte la triplice spartizione della Libia. E' il caso della Russia, estromessa nel 2011 perchè contraria ai bombardamenti, che potrebbe istigare il suo acquirente di armi Al Sisi d'Egitto a rivendicare territori in Cirenaica come nel 1943.
E' il caso degli sponsor arabi delle varie fazioni libiche: l'Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk contro gli islamisti radicali di Tripoli; il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli; gli Emirati che appoggiano Tobruk; la Turchia che ha spostato  jihadisti libici dalla Siria alla Sirte.
Anche se dalle basi italiane non si alzasse neanche un aereo, l'Italia in guerra c'è già, in un'alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l'Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. In Libia, i nemici –reali o finti,  ISIS o altri- sono coloro che minano la sicurezza dello sfruttamento del petrolio e del gas libici.
Un'altra sporca guerra per le risorse. Una guerra da contestare in Italia come in Francia, in Gran Bretagna come negli USA.
Il 12 ed il 18 marzo 2016 manifestazioni e sciopero contro la guerra in tutte le città.
Antimilitarismo e lotta di classe.
Alternativa Libertaria/fdca
11 marzo 2016

giovedì 25 febbraio 2016

Mestre (VE) Rete contro guerra e militarismo : Diciamo NO all’intervento militare in Libia


Diciamo NO all’intervento militare in Libia

 

Che si tratti di giorni o qualche settimana, una cosa è certa: si stanno scaldando i motori per un nuovo intervento militare in Libia.  Forze speciali sono già sul posto per preparare l’arrivo di un contingente di oltre 6000 militari europei, italiani compresi, e statunitensi. L’Italia, che si candida a guidare questa nuova missione militare, ha già inviato 4 cacciabombardieri AMX del 51° Stormo di Istrana (Tv) presso la base di Trapani Birgi in Sicilia.

Dobbiamo sin da ora dire no a questa nuova aggressione al popolo libico.

Diciamo NO perché, da che mondo è mondo, chi è causa di problemi non può ergersi a soluzione degli stessi. E le potenze imperialiste occidentali, con la NATO, hanno provocato l’esplosione della situazione libica con l’intervento militare del 2011, lasciando poi che il vuoto politico creato venisse riempito da fazioni, bande, tribù in conflitto tra loro e con le potenze straniere.

Diciamo NO perché le guerre non portano la pace, come sostengono vertici militari e  governi: le guerre provocano lutti, dolore, devastazione, odio e violenza infinita.

L’intervento militare in Libia, con la scusa di stroncare l’ISIS e stabilizzare il paese, servirà solo ai fabbricanti e ai commercianti di armi per arricchirsi con l’apertura di un nuovo “mercato”; servirà solo a soddisfare le mire espansioniste delle grandi potenze e, innanzitutto, dello Stato italiano, che già in passato ha martoriato quella terra con 30 anni di occupazione  macchiandosi di crimini ignobili verso il popolo libico.

Questa guerra, fortemente voluta dagli USA, dall’Unione Europea e dalla NATO, provocherà inevitabili reazioni, trasformando anche il territorio italiano in obiettivo di attentati e atti di ritorsione, e andrà ad alimentare quella spirale bellica, infame e senza fine, che dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria all’Ucraina, dallo Yemen all’Africa sub-sahariana, sta coinvolgendo l’intero pianeta avvicinandoci sempre più ad un nuovo disastroso conflitto mondiale.

Con la scusa di aiutare il popolo libico, questa guerra in realtà garantirà solo gli interessi delle multinazionali del petrolio e gli equilibri del terrore nel Mediterraneo, ormai trasformato in una area super militarizzata, chiusa ai profughi e i migranti, ma aperta ai mercanti di morte e alle avventure delle potenze imperialiste.

Pretendiamo - e lottiamo - per un Mediterraneo smilitarizzato, per la chiusura di tutte le basi militari e delle fabbriche di armi, perché siano i popoli, oggi sottomessi, a liberarsi dai loro oppressori, con il supporto solidale e internazionalista di tutti coloro che sono impegnati a costruire una società libera dalle guerre, dal razzismo, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna, dell’uomo sull’ambiente.

La vera minaccia alla pace proviene dall’interventismo dei nostri governanti e delle classi dominanti per la difesa dei loro interessi, dalla militarizzazione della nostra terra, dagli enormi investimenti in strutture e strumenti di guerra a scapito del lavoro, dei servizi sociali, del benessere collettivo, della salvaguardia del territorio.

Invitiamo chi condivide le nostre idee a mobilitarsi, ovunque e come meglio crede, contro l’intervento militare in Libia; facciamo sentire alta la protesta; costruiamo un forte movimento di opposizione alle politiche avventuriere e imperialiste di cui il governo Renzi è protagonista e complice.

 

Rete contro guerra e militarismo

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)