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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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sabato 31 dicembre 2016

Milano, modello Sala: disperazione sociale, cementificazione selvaggia, crescita letale dell’inquinamento.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala (detto Beppe), naviga in cattive acque giudiziarie per qualche incidente di percorso durante la sua gestione di Expo.
Nei suoi primi sei mesi, la giunta che Sala capeggia è riuscita a rendere la vita difficile (a volte impossibile) agli inquilini delle case popolari.
Ha superato le precedenti giunte (che non scherzavano).
Contro questa situazione, è scesa in campo perfino un'area assai moderata (vedi il volantino allegato), come le organizzazioni sindacali degli inquilini, che probabilmente avevano sostenuto la candidatura di Sala a sindaco. Si vede che la porcheria è diventata indigesta anche per chi è abituato a ingoiare (e a FAR INGOIARE) di tutto.
Il sindaco di Expo ha dato un’accelerata alla speculazione immobiliare, ultima spiaggia dell’imprenditoria ambrosiana che ormai è rappresentata dallo stretto connubio tra immobiliaristi e finanzieri (banche).
Entrambi vivono nel terrore che la bolla immobiliare scoppi, svalutando precipitosamente i loro patrimoni. Ma, come una droga, la speculazione vuole nuova speculazione.
La manovra è sotto gli occhi di tutti: provocare il degrado di un quartiere, favorire la svendita degli immobili a vantaggio delle grandi immobiliari, «bonificare» il quartiere, costruire nuovi immobili per i ricchi. Un esempio lampante è quanto è avvenuto nel quartiere Isola. E oggi potrebbe avvenire in via Padova.
Ma fino a quando potrà durare questo gioco perverso e pericoloso?
Per ora, questo è l’esito dell’assalto speculativo alle case dei poveri:
14mila sfratti in esecuzione
23mila famiglie in lista di attesa
80mila case private vuote.
Come si vede, la situazione abitativa potrebbe diventare esplosiva da un momento all’altro.
Si capisce allora perché Sala abbia approfittato dell’omicidio di piazzale Loreto (12 novembre) per invocare l’esercito in città. Che è subito arrivato.
Milano, con il Beppe Sala, si è proposta come modello per l’Italia.
Un bel modello, il risultato è disperazione sociale, cementificazione selvaggia, crescita letale dell’inquinamento.
Dino Erba

venerdì 30 dicembre 2016

un ricordo per Andrea Bellini - di Dino Erba

Lunedì 26 dicembre anche Andrea ci ha lasciato, aveva 65 anni, benvissuti, pericolosamente.
Con Andrea, se ne va un pezzo della mia/nostra gioventù.
Andrea e tanti altri come lui rappresentano l’altro Sessantotto, quello che la storia ufficiale ha voluto nascondere, ponendo sulla scena i Capanna, i Gentiloni & Co. (l’elenco è troppo lungo).
Ci siamo visti l’ultima volta tre anni fa, il 12 dicembre 2013, all’università statale di Milano.
Andrea ci parlò epicamente, secondo il suo stile, della manifestazione del 12 dicembre 1970 a Milano,
la prima commemorazione della strage di piazza Fontana.
Commemorazione malvista e malvissuta da tanti sinistri politicanti che fecero di tutto per irregimentarla.
In tali circostanze, la polizia uccise Saverio Saltarelli, che non voleva farsi irregimentare.
Lascio la parola ad Andrea e ringrazio chi ha trovato e ha diffuso il video di quell’incontro.
Dino
https://www.youtube.com/watch?v=egbQpR3UgRA

venerdì 9 dicembre 2016

PROTOCOLLO CAZZANIGA O LA SCOPERTA DEI LAZZARETTI

Ricevo e tristemente diffondo [http://www.operaicontro.it/], ricordando che quanto è avvenuto a Saronno è frutto di una politica governativa seguita da anni dai governi di destra e di sinistra.







“L’ospedale sapeva e ha insabbiato tutto”, è un titoletto de La Stampa. Altri dicono che si sapeva da anni dell’esistenza del “Protocollo Cazzaniga”, il metodo usato all’ospedale di Saronno (Va), per sopprimere gli ammalati. Un metodo che al di là delle storie personali di vittime e carnefici, è servito a tagliare la spesa sulle degenze e la spesa sulle pensioni. I morti come è risaputo, non richiedono cure, non occupano letti, né ritirano la pensione. Un bel taglio alla spesa pubblica “improduttiva”, in linea con la trasformazione degli ospedali in moderni lazzaretti, dove in apparenza si muore “naturalmente”, mentre ufficialmente dovrebbero curarti.
Poi sono affari con i funerali. Chissà se il Protocollo in questione, contemplava una ricompensa a chi solerte segnalava il decesso alle pompe funebri.
Col passare dei giorni sono scomparse dai giornali e dalla televisione, le dichiarazioni di quanti assicuravano che del Protocollo Cazzaniga, “in ospedale lo si sapeva”.
Come succede in simili casi la cronaca continuerà sotto forma di telenovela. La verità prenderà un’altra strada. Quello dell’ospedale di Saronno “dovrà” risultare un caso isolato. Ma al di là delle storie personali di vittime e carnefici, in quante altre strutture si applica il metodo del “Protocollo Cazzaniga”, in osservanza ai tagli alla sanità, decisi anche dal governo Renzi?
Saluti Oxervator
Ripreso e segnalato dal Compagno Dino Erba

lunedì 5 dicembre 2016

Referendum: un esito che spariglia la partita tra padroni e proletari

I votanti sono stati il 68,48%, gli astenuti il 31,52%.
I NO sono il 59,95%, pari al 41,05% dei votanti.
I SÌ sono il 40,05%, pari al 27,42% dei votanti.
La vittoria del NO era scontata, ma forse non in queste proporzioni che esprimono l’addensarsi di una nebulosa sociale dai contorni politici assai sfumati e incerti.
Era scontata perché il referendum ha assunto la connotazione di un plebiscito sull’operato di un governo che gode di una trista popolarità.
Il SÌ ha vinto nella provincia autonoma di Bolzano (63,69%) dove meno si è sentito il peso negativo della politica governativa. Ha vinto in Toscana (52,51%, a Firenze il 57,71% e a Siena il 57,18%), feudo clientelare della cosca governativa Renzi, Boschi & Co., e di misura in Emilia Romagna (un risicato 50,39%), dove nonostante tutto resiste il modello affaristico/cooperativistico tanto caro al PD.
La vittoria del NO era scontata anche perché la maggior parte dell’elettorato è costituito da anziani che sono poco propensi a cambiamenti, viste le batoste subite in questi ultimi anni. Mentre i giovani scelgono l’astensione, e non solo per la dannazione del Jobs Act, ma per la crescente sfiducia nelle istituzioni di uno Stato oppressivo e sfruttatore.
Dopo il referendum, si apre uno scenario di incertezze, poiché, come è evidente, il fronte del NO è assai contraddittorio, abbraccia componenti che vanno dalla Lega di Salvini ai movimenti di sinistra (il cosiddetto NO sociale), passando per i 5 Stelle.
La vittoria del NO è stata significativa in aree politicamente assai eterogenee, motivo per cui è assolutamente aleatorio attribuirle una precisa connotazione politica. Per esempio, al Sud, dove la Lega ha poche carte da giocare, il NO è attorno al 70%. Mentre negli storici feudi leghisti il NO sfiora a malapena il 60%. Ed è comunque condiviso con altre forze politiche, spesso in concorrenza.
Ma l’incertezza risiede soprattutto in ciò che il NO sottende e implica; l’incertezza  risiede in coloro che non si riconoscono in nessun partito; risiede anche nel 31% di astensionisti che nel Sud superano abbondantemente il 40%, con punte di oltre il 50% (Crotone).
In queste condizioni, è assolutamente improbabile che nasca una coalizione di governo omogenea e altrettanto difficilmente le eventuali elezioni anticipate potranno dare una risposta che soddisfi gli appetiti dei padroni e degli affaristi che dominano la vita economica.
Ma c’è del buono. L’incertezza rappresenta sicuramente un’attenuazione degli attacchi contro le condizioni di vita e di lavoro dei proletari, dei lavoratori dipendenti, dei pensionati dei disoccupati.
C’è del buono, perché può essere un’occasione per riflettere e dar vita a iniziative all’altezza della situazione. I giochi sono aperti.
Dino Erba, Milano, 5 dicembre 2016.

martedì 11 novembre 2014

VARCANDO UN SENTIERO CHE COSTEGGIA IL MARE-L’avventurosa vita di Danilo Mannucci

CAMERA DEL LAVORO di Milano (sala De Carlini) Corso di Porta Vittoria 43 GIOVEDI’ 13 NOVEMBRE 2014, ORE 21 Presentazione del libro VARCANDO UN SENTIERO CHE COSTEGGIA IL MARE L’avventurosa vita di Danilo Mannucci di Ubaldo Baldi con la collaborazione di Giuseppe Mannucci - Editrice Gaia, Angri (Salerno) Oltre agli Autori interverranno Dino Erba e Filippo Lisitano Danilo Mannucci seppe legare la sua vita, certamente avventurosa, alle vicende di un periodo assai caldo della storia italiana, gli anni che abbracciano le speranze accese dalla Rivoluzione Russa e le tragedie del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Sempre impegnato nella lotta per un futuro migliore, Danilo Mannucci fu il rappresentante tipico di una generazione proletaria che non si arrese. A cura del Centro Filippo Buonarroti info@centrofilippobuonarroti.com www.centrofilippobuonarroti.com tel 0245491072

giovedì 26 giugno 2014

Guerra di Spagna, donne e antifascismo : tutte insieme … appassionatamente?

Augusto Cantaluppi e Marco Puppini [a cura di], “Non avendo mai preso un fucile tra le mani” Antifasciste italiane alla guerra civile spagnola 1936-1939, Prefazione di Laura Branciforte, Www.Aicvas.org, Milano, 2014. Pp. 160, Sip. I curatori hanno raccolto 67 profili biografici di donne italiane che parteciparono alla guerra civile spagnola. L’iniziativa è encomiabile, non altrettanto encomiabile è il criterio di scelta adottato, ovvero la loro adesione al cosiddetto «fronte antifascista». Una definizione assolutamente fuorviante che nasconde la natura sociale dello scontro allora in atto in Spagna. In quel conflitto, contro il proletariato spagnolo si scagliò dapprima la borghesia fascista e poi la borghesia democratica. Quest’ultima, dopo aver fatto buon viso a cattiva sorte di fronte ai proletari in armi, appena le fu possibile preferì favorire il fascismo piuttosto che cedere terreno al proletariato. Un fondamentale aiuto glielo fornì lo stalinismo che, sul fronte spagnolo, giocava le proprie carte diplomatiche. Il «fronte antifascista» fu in realtà un campo di battaglia tra borghesia e proletariato[1]. Di conseguenza, nella guerra civile spagnola NON ci furono donne antifasciste. Da un lato della barricata, ci furono donne anarchiche (molte) e marxiste (pochissime, e non dico comuniste, poiché il termine era stato deturpato dallo stalinismo), erano donne in lotta contro il fascismo per la rivoluzione proletaria; dall’altro lato, ci furono donne demo-staliniste, in lotta anch’esse contro il fascismo, ma per la difesa della repubblica borghese. Privilegiando questo obiettivo, il fronte democratico ricorse alle più tremende violenze contro ogni dissenso proletario. Motivo per cui, mettere tutte le donne nel medesimo calderone antifascista, significa mettere insieme persecutrici e vittime. Ricordiamoci infine che ci furono donne che, trovandosi in quei frangenti «non volontariamente», combatterono il fascismo, con un orientamento politico che dipendeva essenzialmente dalle loro radici sociali. L’invenzione dell’antifascismo Il libro riflette pienamente quella concezione metafisica dell’antifascismo che sorse proprio con la guerra di Spagna, in cui l’originario antifascismo sovversivo e proletario fu affogato nella palude democratico-borghese, e questo grazie al Kominterm[2]. A distanza di ottant’anni, stupisce che tale concezione venga ancora proposta, acriticamente, quando le nefandezze staliniste sono di dominio pubblico, e non solo grazie a Omaggio alla Catalogna di Orwell e a Terra e Liberà di Ken Loach... I curatori non si rendono conto di cadere nel ridicolo quando riducono misfatti, come la provocazione stalinista del maggio 1937 a Barcellona (l’assalto alla Telefonica), all’espressione anodina: «i fatti di Barcellona»... e così via, mistificando la realtà. Con una disarmante ingenuità (in cui non si capisce dove finisce l’imbecillità e inizia la malafede), l’Introduzione di Laura Branciforte reitera tutti i possibili luoghi comuni della vulgata demo-stalinista. Nessun dubbio sfiora l’autrice, a partire dalle stesse fonti storiografiche citate dai curatori che, con poche eccezioni, sono opere di chiara marca staliniana (ci troviamo anche quel impunito di Vittorio Vidali!). Mentre, brillano per la loro assenza opere fondamentali, tra cui: G. Munis, Lezioni di una sconfitta. Premesse di una vittoria. Critica e teoria della rivoluzione spagnola 1930-1939 [Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2007]. Dove mi è stato possibile verificare, come a proposito di Virginia Gervasini (Sonia), la mancanza di riferimenti ad affidabili fonti documentarie ha causato marchiani errori[3]. Ma questo è quanto ci passa l’accademia! Oggi come oggi, cassando la logora ideologia antifascista e seguendo più consoni criteri di analisi sociale, sarebbe stata più onesta una ricerca dedicata alle donne italiane coinvolte nella guerra di Spagna, comprese le donne «fasciste». Forse, si potrebbero fare interessanti scoperte. Così come, esaminando più da vicino i centomila «volontari» di Mussolini, si vede che, accanto all’élite fascista piccolo borghese, c’era una massa di proletari e soprattutto di braccianti che, partiti con la promessa di andare a coltivare la terra in Abissinia, finirono invece a marcire nel fango di Guadalajara. Come ci furono molti proletari comunisti che andarono a combattere in Spagna per la rivoluzione sociale e divennero invece carne da cannone per l’Urss di Stalin. Lacune quanto mai eloquenti Le lacune di Cantalupppi e Puppini sono quanto mai eloquenti, poiché sono il frutto marcio di una storiografia scritta dai vincitori, in cui gli stalinisti hanno fatto di necessità virtù, per giustificare, se non per esaltare (ci mancherebbe!), una sconfitta che, nel dopoguerra, si sarebbe trasformata in vittoria, quando venne impunemente spacciato il modello politico demo-stalinista (la democrazia popolare). Ci sono molte zone d’ombra assai compiacenti. Sulla discussa figura di Tina Modotti la bibliografia indica molti libri apologetici, tranne uno, forse, il più onesto: Pino Cacucci, Tina, la vita avventurosa di una donna straordinaria: Tina Modotti [TEA, Longanesi, Milano, 1994]. Non solo. Sulla compagna di Guido Picelli, Paolina Rocchetti, manca il libro di Gianni Furlotti, in cui lei denuncia la morte di Picelli per fuoco «amico» stalinista[4]. Ovviamente, con questi presupposti ideologici, le fonti demo-staliniste fanno la parte del leone. Mentre le fonti riguardanti le donne anarchiche e marxiste (vinte, umiliate e offese) sono «latitanti» nel vero senso della parola, perché latitanti furono le dirette interessate che, per buona parte della loro vita, dovettero sfuggire non solo la reazione fascista ma anche la reazione democratica. Esemplari fra molte furono le vicende di Giuditta Zanella ed Emilia Napione che, nel corso della loro esistenza, assunsero almeno una decina di identità. Nel 1937, a Valencia, Emilia Napione sfuggì per il rotto della cuffia alle checas staliniste. Per sparire nel nulla, nel settembre 1943, quando aveva poco più di quarant’anni. Di alcune, come Angelica Astolfi ed Eugenia Simonetti, gli sbirri non rintracciarono neppure una fotografia! Qualche riga in più avrebbero meritato Fosca Corsinovi e Tosca Tantini, compagne assai vicine a Camillo Berneri e a Francesco Barbieri, massacrati dagli stalinisti[5]. Infine, con un po’ di pruderie, è restato nella penna che Tante Marie (Maria Zazzi) fu tutrice di Horst Fantazzini, il «rapinatore gentile». Ma pur sempre rapinatore... E sulle donne, giudizi avventati e offensivi Laura Branciforte, attenendosi rigorosamente alla vulgata demo-stalinista, cade in avventati giudizi, a volte anche offensivi, in genere e di genere, per le donne, come quando, a proposito dello spirito femminista delle italiane presenti in Spagna, afferma: «Le rivendicazioni femministe sono contrarie o assenti nei loro discorsi, in sintonia con il tradizionalismo ed incluso il conservatorismo dei partiti socialisti e comunisti che frenarono la messa in questione delle più tradizionali divisioni sessuali dei ruoli e la presa di coscienza di una specifica questione di genere» [p. 25]. Non la sfiora il dubbio che i partiti comunisti stalinizzati, in Russia e nel mondo, avessero subito una forte regressione familista, dai tempi del libero amore di Aleksandra Kollontaj e della Sexpol di Wilhem Reich[6]. Nonostante insegni all’Università di Madrid (ma forse proprio per questo!), la profesora ignora bellamente l’esperienza delle Mujeres Libres[7], rievocata anche nel film Libertarias. Ammesso e non concesso che una parte delle donne demo-staliniste fosse in «buona fede», resta comunque il fatto che ebbero spesso incarichi, di alto o basso rango, nel partito, nel Soccorso Rosso (longa manus di Mosca) e nelle istituzioni repubblicane, alcune furono speaker alla radio governativa. Quasi sempre, pur nelle tragiche temperie della guerra, trovarono «percorsi agevolati». Le donne anarchiche e marxiste, generalmente, furono proletarie tra le proletarie, al fronte e nelle retrovie. E soprattutto furono donne assolutamente indipendenti; le loro scelte politiche difficilmente furono influenzate da implicazioni sentimentali. Emilia Buonacosa fu una roccia anarchica, per nulla scalfita dalla sua relazione con un’altra roccia, il comunista «bordighista» Piero Corradi; mentre Armida Prati, nipote di Malatesta, si avvicinò ai «bordighisti» ... per poi svanire nell’anoni-mato della storia, come molti veri eroi proletari. In poche parole, furono donne «emancipate e disinibite», come recitano con un tocco maschilista i rapporti di polizia. Dino Erba, Milano, 25 giugno 2014. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Vedi: Agustín Guillamón, I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938). Dai Quadri di difesa ai Comitati rivoluzionari di quartiere le Pattuglie di Controllo e le Milizie Popolari, Introduzione: Dino Erba, Spagna 36. Una rivoluzione impossibile? O l’impossibilità della rivoluzione? Appendice: Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2013. [2] Vedi Dino Erba, L’invenzione dell’antifascismo, recensione a: Martino Cervo, Willi Münzenberg il megafono di Stalin. Vita del capo della propaganda comunista in Occidente. Prefazione di Ugo Finetti, Cantagalli, Siena, 2013. [3] Vedi: Virginia Gervasini, Gli insegnamenti della sconfitta della rivoluzione spagnola (1937-1939), Introduzione a cura di Paolo Casciola, Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso, Studi e ricerche, n. 30, dicembre 1993. [4] Gianni Furlotti, Parma libertaria, Introduzione di Maurizio Antonioli, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2001, pp. 202-205. [5] Vedi: Antonio Orlando – Angelo Pagliaro, Chico il professore. Vita e morte di Francesco Barbieri, l’anarchico dei due mondi, Prefazione di Francisco Madrid Santos, Zero In Condotta – La Fiaccola, Milano - Ragusa, 2013. [6] Ved: Arturo Peregalli, Stalinismo, Graphos, Genova, 1993, pp. 196-199. Vedi anche: Giancarlo Bocchi, Il ribelle. Guido Picelli una vita da rivoluzionario, Internationale Media Production, Roma, 2013. [7] Martha Acklesberg A., Mujeres Libres. L’attualità delle donne anarchiche nella rivoluzione spagnola, Zero in Condotta, Milano, 2005. Ricordo anche: Ana Delso, Trecento uomini e io. Spagna 1936 autobiografia di una rivoluzionaria, Zero in Condotta, Milano, 2006; Mika Etchebéhère, La mia guerra di Spagna. Una donna al comando di una colonna trotzkista in prima linea dal 1936 al 1938, Bompiani, Milano, 1977, esperienza ripresa nel romanzo: Elsa Osorio, La miliziana, Guanda, Parma, 2012. Alcune testimonianze sulle donne marxiste del Poum in: Isabella Lorusso, Spagna ’36. Voci dal POUM, Prefazione di Claudio Venza, Ibiskos Editrice Risolo, Empoli (Firenze), 2010.

martedì 14 gennaio 2014

presentazione al tittinpiedi de : Agustín Guillamón, I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938

Sabato18 gennaio, ore 18, Mestre, Circolo Tuttinpiedi, piazzetta Canova 1, presentazione del libro: Agustín Guillamón, I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938). Dai Quadri di difesa ai Comitati rivoluzionari di quartiere le Pattuglie di Controllo e le Milizie Popolari, In Appendice: Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2013

lunedì 30 settembre 2013

Prometeo ribelle e violento - edizioni All'insegna del Gatto Rosso

Dino Erba e molti altri... Prometeo ribelle e violento La violenza nella lotta politica Dalla violenza individuale alla violenza di masse Appendice La Sinistra comunista «italiana» e l’incendio del Reichstag Agustín Guillamón Barcellona ’36: la fame e la violenza All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2013. Pp. 224. Contributo €15 (comprese le spese di spedizione) Richiedere a: dinoerba@libero.it/ N ell’evoluzione de rapporti umani, la violenza, ovvero la prevaricazione e la soppressione di un essere umano da parte di un suo simile, è apparsa in tempi abbastanza recenti, tempi «storici», quando in seno a una comunità sono emersi contrasti generati da contrapposti interessi, che non trovavano altra possibilità di mediazione. Ciò è avvenuto solo dopo che una comunità aveva raggiunto una consistenza numerica che comportava una struttura organizzativa in cui la definizione dei ruoli assumeva crescenti articolazioni, creando i presupposti a gerarchie non più riconducibili alle funzioni strettamente determinate dalla produzione e riproduzione della specie. In quelle condizioni, la violenza iniziò a intervenire come mezzo per regolare i rapporti, sia all’interno di una comunità sia tra una comunità e un’altra comunità, esterna; in questa seconda ipotesi. la violenza prendeva quelle caratteristiche che sono state definite con il termine «guerra». In un caso o nell’altro, a quei livelli dell’evoluzione sociale, la violenza era un fenomeno del tutto eccezionale e come tale è stato a lungo vissuto ed esorcizzato. Erano comunque scontri non più cruenti di una partita di rugby. La violenza ha assunto significato politico solo quando è diventata lotta di classe (o delle classi), passaggio che si è verificato in seguito alla dissoluzione delle antiche comunità e la nascita delle quindi, delle società antagonistiche, fondate sulla proprietà privata. Questo passaggio è avvenuto nel corso di molti secoli e con modalità tutt’altro che omogenee. Solo in epoca recente (e in parte recentissima), la violenza presenta quelle caratteristiche con le quali ci confrontiamo oggi. Con l’affermazione delle società antagonistiche, la violenza diventa lo strumento grazie al quale la classe dominante mantiene il proprio dominio. Ma, in quanto tale, il dominio deve essere mistificato, capovolgendo i reali rapporti sociali, di modo che ricada sui dominati la responsabilità della violenza che, in questo caso, altro non è che ribellione contro l’oppressione e lo sfruttamento. I l libro raccoglie articoli pubblicati da «Prometeo» (il giornale della Sinistra comunista «italiana» durante l’esilio del «Ventennio»), in cui sono descritti molti esempi di risposte violente, individuali o di gruppo, raramente di massa, alla reazione fascista e statale. Sono azioni che, anche quando sembrano avulse da una logica politica formale, rientrano invece nel contesto complessivo di quegli anni, connotato dallo scontro tra i proletari – italiani ed europei, soprattutto, ma anche di altri Paesi –, con le rispettive borghesie dominanti, le quali stavano sviluppando nuove forme di gestione politica. Fu una trasformazione traumatica che, a distanza di tempo, ha trovato molte spiegazioni ma che, in «corso d’opera», si manifestava con formule del tutto inedite nella storia del movimento operaio e proletario, che dovette fare i conti con frutti avvelenati sorti dal proprio seno: il fascismo e lo stalinismo. Entrambi avrebbero contribuito a coinvolgere la maggior parte dei proletari in prospettive catastrofiche, la guerra. Il coinvolgimento fu però tribolato e fu occasione di molti violenti episodi di lotta politica che, in quei frangenti, furono spesso individuali. L’antologia è divisa in due parti La prima parte propone articoli della fine degli anni Venti e dei primi anni Trenta. Sono commenti a episodi avvenuti in Italia, in Francia e in Belgio, ma anche in altri Paesi. Alcuni sono piccoli fatti o gesti individuali. Sullo sfondo, la solidarietà, negletta cenerentola. La seconda parte riguarda Marinus van der Lubbe e l’incendio del Reichstag. Anche questi sono scritti di «Prometeo», furono pubblicati nel 2011 nel libro Marinus van der Lubbe. La Sinistra comunista e l’in-cendio del Reichstag, oggi esaurito. L’Appendice esamina sotto il profilo storiografico la controversa vicenda degli Arditi del popolo e la Guerra di Spagna, affrontando la questione specifica della lotta al fascismo. Infine, i Profili biografici dei militanti della Sinistra comunista «italiana» citati nel libro e protagonisti delle lotte.

venerdì 6 settembre 2013

Venti di guerra? Quando gli antimperialisti confondono le carte in tavola, trascurando i proletari - di Dino erba

Venti di guerra?
Quando gli antimperialisti confondono le carte in tavola, trascurando i proletari

N
on appena soffian venti di guerra, gli antimperialisti si destano, animando campagne tanto roboanti quanto fuorvianti. Nella società capitalistica, la guerra è un’eventualità permanente che non si ferma certo con le chiacchiere. Lo sappiamo. Da un quarto di secolo, viviamo in un clima di «guerra infinita», che non è stato scosso dalle pur vivaci manifestazioni pacifiste, anzi, molti pacifisti si son poi messi la divisa, passando armi e bagagli al fronte interventista (Do you remember Bertinotti & Co.?).
Questi frutti marci non turbano gli antimperialisti che proseguono imperterriti per la loro strada, ripetendo le solite litanie. E lungo la loro strada perdono ogni riferimento a una visione proletaria della guerra e dei conflitti sociali che, pur soffocati, l’accompagnano. Riducendo l’internazionalismo ai rapporti tra nazionalismi, inter-nazionalisti, appunto.
Uno dei cavalli di battaglia degli antimperialisti è la denuncia delle balle di Washington ... come se esistessero guerre giuste ... E se Obama avesse ragione? Sarebbe un buon motivo per bombardare Damasco? Lasciamo perdere. Gli argomenti degli interventisti sono così pretestuosi che se ne è accorto anche Sergio Romano sul «Corriere della Sera» (Armi democratiche, 1 settembre 2013).
Percorrendo il vicolo cieco pacifista, alcuni antimperialisti giustificano regimi sanguinari come quello di Assad e, implicitamente, denigrano i «ribelli». Denigrazione che fa di ogni erba un fascio, mettendo nello stesso calderone i movimenti popolari contro Assad, cui il crash economico ha dato slancio, e le bande prezzolate che cavalcano il malcontento al soldo di racket locali e stranieri, con grandi e piccoli interessi in gioco. A uno sguardo superficiale, i movimenti popolari arabi e musulmani hanno una parvenza plebea che sommerge la componente operaia e proletaria. Che però c’è. E se qualcuno si ostina a non vederla, è un problema suo, ma non è una buona ragione per ignorarla, portando acqua al nazionalismo.
Venti di rivolta
Tra fanatismi religiosi e affarismi di bassa lega, lo scenario sociale che si delinea � assai intricato, come ha ben dimostrato Michele Basso nel suo Interrogativi sulle guerre in corso, dell’11 agosto, e in parte anch’io nel mio Egitto è il mondo del 15 agosto. La situazione è contraddistinta dalla disgregazione nazionale e sociale, che si sta diffondendo a macchia d’olio dall’Afghanistan al Pakistan dal Medio Oriente al Magreb.
E soprattutto è una situazione che apre nuovi scenari politici, che non possono essere liquidati con frasette di rito, utili solo a nascondere l’insipienza di chi le diffonde. Peggio. In realtà gli antimperialisti che sventolano lo spauracchio delle Potenze imperialiste (Usa in primis) sottovalutano (se non ignorano) la questione principale: la crisi dell’imperialismo. E, di conseguenza, non fanno altro che difendere un impossibile status quo, ormai a pezzi sotto i colpi della persistente crisi economica. Non per nulla, dopo la doccia fredda di Cameron, Obama ha preferito rimandare la decisione dell’intervento al Congresso, per avere la benedizione democratica. Lasciando Hollande in braghe di tela. Nelle guerre si sa come si entra ma non si sa come si esce. E se soffiano venti di guerra, soffiano anche i venti della rivolta proletaria.
Volenti o nolenti, gli antimperialisti privilegiano una visione in cui i proletari sono subalterni alle classi dominanti. E visto che al peggio non c’è fine, essi finiscono per legare il proletariato dei Paesi occidentali al carro delle varie borghesie. Un bel favore! Con l’aria che tira, i padroni preferiscono veder marce pacifiste piuttosto che proteste operaie, come è evidente in Germania e in Italia, con la Bonino che paventa la Terza guerra mondiale, come se già  non ci fossimo dentro! Non solo. I padroni prendono due piccioni con una fava: la pace sociale, oggi, premessa per un eventuale intervento, domani. Non ci sono santi, solo le lotte proletarie possono impedire e ostacolare le guerre, tenendo sulla corda i padroni e i loro governi. Il resto sono chiacchiere inutili e dannose. Lasciamole a Bergoglio.
Gratta gratta, ci accorgiamo infine che certi antimperialisti, con l’implicita difesa dei regimi «statalisti» (ormai presunti tali), come quello di Assad o di Mubarak, lasciano serpeggiare, e non tanto sotto traccia, il rimpianto per il capitalismo di Stato, alla cui ombra sono cresciuti molti figli della piccola borghesia antimperialista italiana.
Al banco di prova della solidarietà
Alla visione politica conservatrice (se non reazionaria) prevalente nei movimenti antimperialisti di matrice pacifista, non basta contrapporre l’equidistanza proletaria (come per esempio fanno il Centro di iniziativa comunista internazionalista e altre formazione di tradizione comunista rivoluzionaria). È una posizione apprezzabile che però scantona il problema reale: la natura sociale dei tumulti e delle sommosse in corso nei Paesi arabi e musulmani. Ci troviamo di fronte a una situazione nuova, in rapida evoluzione, che non si può affrontare con le armi spuntate del Ventesimo secolo.
Tenendo vivo il problema, ci sono cose che già ci toccano molto da vicino. Un cruciale fronte di lotta proletaria e internazionalista è aperto dai flussi migratori, destinati a crescere sull’ondata dei conflitti e della disgregazione sociale dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. I profughi siriani sono già oltre due milioni (su una popolazione di 23 milioni).
Quelli che cercano scampo in Italia, sono destinati a cadere nel pozzo senza fondo del lavoro nero, grazie al quale si ingrassano padroni e padroncini, con tutto il codazzo di faccendieri, dai caporali ai funzionari statali conniventi, con il beneplacito di politicanti e pennivendoli. Contro questo vero e proprio regime schiavistico, le lotte dei facchini della logistica stanno dando una prima e importante risposta. Ma le radici del ricatto e del lavoro nero risiedono nelle leggi razziste sull’emigrazione (la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini), fondate sulla normativa capestro dei permessi di soggiorno, sui controlli polizieschi e sulla detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Ma anche sui Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo (Cara), veri e propri lager, in fase d’espansione.
Oggi, queste leggi e queste galere non sono più in grado di controllare nuovi e maggiori flussi migratori. In agguato ci sono progetti coercitivi che attendono solo l’occasione per entrare in funzione, magari con il pretesto dell’emergenza umanitaria e il placet di Cécile Kyenge. Affrontare questa imminente eventualità, è l’attuale banco di prova per l’internazionalismo e la solidarietà proletaria. Ed è un primo, concreto passo contro i venti di guerra. Il resto sono chiacchiere, inutili e dannose.
Dino Erba, Milano, 3 settembre 2013.

IX Congresso Nazionale della FdCA

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