„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
giovedì 22 ottobre 2020
libertà dalle religioni libertà di espressione
QUESTO NON è UN LIBRO - QUESTO NON è UN EDITORE. Marcello Baraghini e 50 anni di stampa alternativae oltre ON TOUR
Sabato 24 ottobre alle ore 18.00 presso la sede del Circolo Libertario Emiliano Zapata (via Ungaresca, 3/B) sarà con noi Marcello Baraghini che ci racconterà dei "50 anni di stampa alternativa" (e i mitici millelire) e la nuova avventura editoriale con "Strade Bianche” (durante l’iniziativa invitiamo a rispettare il distanziamento e di munirsi di protezioni individuali).
lunedì 12 ottobre 2020
Quaderni di Umanità Nova scaricabili in PDF
Il settimanale anarchico italiano mette a disposizione liberamente alcuni "Quaderni di Umanità Nova"
Sono usciti fin’ora sei quaderni di Umanità Nova in formato pdf:
un’intervista ai compagni di Hong Kong,
due dossier su Fantascienza ed Anarchia,
Camus e lo Spirito Cooperativo,
50 Anni dalla Strage di Stato,
David Graeber – Sulle Macchine Volanti e la Caduta Tendenziale del Saggio di Profitto.
Potete liberamente scaricarli a questo link:
David Graeber un pensatore anarchico contemporaneo : articoli raccolti dalla biblioteca Borghi
Ricordando David Graeber (selezione di articoli pubblicati in occasione della sua morte) | ||
| Sian Chain | David Graeber, anthropologist and author of Bullshit Jobs, dies aged 59 | «The Guardian», 03/09/2020 (in inglese) |
| Viola Stefanello | Morto a 59 David Graeber, l’antropologo anarchico statunitense che ispirò Occupy Wall Street | «La Repubblica», 04/09/2020 |
| Alberto Prunetti | David Graeber, la verità ai margini dei movimenti | «Il Manifesto», 05/09/2020 |
| Astra Taylor [et al.] | David Graeber, 1961-2020 | «The New York Review of Books», 05/09/2020 (in inglese) |
| Giacomo Borella | In ricordo di David Graeber | «Gli Asini», 07/09/2020 |
| Benjamin Balthaser | David Graeber, in memoria di un ebreo-non-ebreo | «Jacobin Italia», 07/09/2020 |
| Veronica Barassi | David Graeber e le Possibilità Umane | «Le Parole e le Cose.it», 08/09/2020 |
| Viola Vertigo | Per David Graeber: chi ha compagn* non muore mai | «Dinamopress», 08/09/2020 |
| Lorenzo Velotti | David non ci vorrebbe Graeberiani | «Gli Asini», 10/09/2020 |
| Flavio Figliuolo ed Enrico Voccia | Siamo sempre il 99% ma uno ci manca | «Umanità Nova», 13/09/2020 |
| Simone Cerulli | Lo sguardo sul mondo di David Graeber | «Dinamopress», 13/09/2020 |
| Enzo Rossi | Occupy the Future. In memoria di David Graeber | «Le Parole e le Cose.it», 14/09/2020 |
| Enzo Rossi | David Graeber, antropologo del futuro | «Jacobin Italia», 15/09/2020 |
| Octavio Alberola | David Graeber y el anarquismo | «Dominio Público», 19/09/2020 (in castigliano) |
Altri documenti:
► Enrico Voccia, Testi per capire il presente: 1 – David Graeber, Debito, «Umanità Nova», a. 100, n. 23, 28/06/2020.
► Enrico Voccia, Testi per capire il presente: 4 – David Graeber, Bullshit Jobs, «Umanità Nova», a. 100, n. 27, 20/09/2020.
giovedì 8 ottobre 2020
Ottobre/Novembre/Libertariamente! INAUGURAZIONE BIBLIOTECA LIBERTARIA "MAURO CANCIAN" DI PORDENONE E SEDE CIRCOLO ZAPATA
A partire da sabato 10 ottobre con una "ufficiale" INAUGURAZIONE della nostra nuova sede, ci si ritrova in P.zza "Migranti" (P.zza Risorgimento) con
- una Mostra degli striscioni storici degli anarchici ed antimilitaristi pordenonesi, imperdibile! Si racconterà del circolo alla vigilia dei suoi 40 anni di attività
presente un banchetto con le novità librarie a carattere anarchico e libertario e con un anteprima live del cantautore Alessio lega, reduce dalla recente vittoria al Club Tenco come miglior interprete per l'album "Nella corte dell'Arbat"
dalle 19.00 circa si proseguirà in Via Ungaresca 3/B presso i nuovi locali del Circolo Zapata prima con un ricco buffet e infine godendosi il concerto di Alessio Lega con il suo nuovo lavoro su Bulat Okudžava.
Sabato 24 ottobre alle ore 18.00 sarà con noi Marcello Baraghini che ci racconterà dei "50 anni di stampa alternativa" (e i mitici millelire) e la nuova avventura editoriale con "Strade Bianche"!
Venerdì 30 ottobre sarà ospite nella nostre sede l'Osservatorio Antigone con il professore Giuseppe Mosconi dell'Università di Padova, parleremo delle torture ordinarie (che occasionalmente fanno scalpore per poi tornare nell'oblio) che subiscono i carcerati, come emerso con i casi di Piacenza e Torino, fino a cercare di avere una visione complessiva della situazione carceraria grazie al "XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione", affrontando Il carcere al tempo del Coronavirus.
Infine con inizio novembre, esattamente sabato 7, dalle 18.00 presso la nostra sede avremo con noi Olmo Losca, poeta sociale, che ci presenterà il libro "Sentieri in Cammino". Un libro tascabile (100 pagine) di racconti sociali. Spazieremo con lui, grazie anche alla lettura dei suoi testi, su tematiche di che vanno dall'arte come attivismo all'antispecismo.
Dopo una pausa a base di ottima cucina vegana grazie alla collaborazione con "il Rifugio Bosco di Morgana" e "Vegrind", avremo sul palco gli "Anèdone", un originale rock d'autore con Francesco “Franz” Martinello (voce e chitarra), Francesca “Meggie” Covre (chitarra e voci) e Giacomo “Jacu” Iacuzzo (percussioni, drum-pads e campionamenti).
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Saranno rispettati i distanziamenti e le protezioni individuali di prevenzione Covid.
Solidarietà ai 51 antifascisti arrestati a Salonicco
Solidarietà ai 51 antifascisti arrestati a Salonicco
La sera del 16/9/2020 a Salonicco, in Grecia,
durante un intervento sociale i compagni antifascisti stavano
cancellando collettivamente slogan e graffiti fascisti, scritti qualche
giorno prima dai membri del nuovo partito neonazista “Greci per la
patria”, fondato da Ilias Kassidiaris, ex rappresentante del partito
nazista “Alba Dorata”. I graffiti nazisti sono stati sostituiti con
graffiti e slogan antifascisti. Verso le 22:30 i nostri compagni erano
circondati da un grande spiegamento di forze di polizia che li
attaccavano senza motivo. 51 compagni sono stati portati in custodia
presso il Quartier Generale della Polizia di Salonicco e tenuti lì da 2 a
4 giorni nelle condizioni più deplorevoli. In totale, 15 di loro sono
rimasti feriti, mentre altri 2 sono stati ricoverati in ospedale a causa
delle pesanti ferite provocate dalla polizia. Durante l’arresto e la
custodia i poliziotti non hanno mai smesso di provocare e di abusare del
potere concesso loro dallo Stato, per fiaccare lo spirito dei nostri
compagni.
I 51 arrestati sono stati portati davanti al pubblico ministero e agli
inquirenti, dove sono state mosse loro le seguenti accuse oltraggiose e
false: i) disobbedienza perché si sono rifiutati di farsi prendere le
impronte digitali e le foto; ii) violazione della quiete pubblica (è
un’accusa molto comune che viene formulata ogni volta che qualcuno
protesti); iii) distruzione di un sito pubblico, per gli slogan
antifascisti che hanno scritto per coprire quelli fascisti. A quanto
pare, per il tribunale greco della “giustizia” borghese è consentito
solo il discorso di odio fascista sui muri; iv) violazione della legge
sulla protezione delle antichità; v) possesso illegale di armi, perché
gli antifascisti brandivano bandiere ed elmetti anarchici; vi)
procedimento penale per “danneggiamento di monumento”. Questa accusa è
stata fatta attraverso il soprintendente, che non ha avuto alcun
problema a sostenere questa oscena menzogna, anche se il “monumento” che
è stato danneggiato sono in realtà le panchine vicino all’attuale
monumento storico di Salonicco, la “Torre Bianca”. Quello che è
interessante è che la costruzione di quelle panchine nel 2008, che
facevano parte del piano di riqualificazione commerciale della zona di
Vasilis Papageorgopoulos (ex sindaco della città e membro del partito di
destra “Nuova Democrazia”, ora al governo, che è stato liberato dal
carcere dopo aver sottratto 30.000.000 di euro dai fondi comunali), è
stata quella che ha effettivamente distrutto l’area intorno al monumento
storico della città. Inutile dire che gli slogan antifascisti sono
stati agevolmente ripuliti nei giorni successivi dagli operatori
ecologici della città, lasciando naturalmente intatti quelli fascisti.
Questo attacco provocatorio contro i membri del movimento antifascista
dimostra i veri colori dell’oppressione capitalista e la tolleranza
dello Stato nei confronti dei fascisti, che essi alimentano
costantemente come la loro riserva più reazionaria. Questo attacco
oppressivo ai nostri compagni è per noi chiaramente una provocazione
aperta da parte dello Stato e della polizia a pochi giorni dalla
manifestazione antifascista annuale in occasione dell’anniversario
dell’assassinio di Pavlos Fyssas (musicista hip hop antifascista
assassinato dai fascisti di Alba dorata) e dal completamento del
processo contro quest’ultima criminale organizzazione neonazista (per la
quale la richiesta del pubblico ministero prevede un trattamento più
favorevole). Eppure il 18/9/2020 massicce manifestazioni in tutto il
Paese hanno dato un forte messaggio di resistenza e di lotta contro lo
Stato, i capitalisti e lo “Stato profondo” fascista. Nella città di
Salonicco 3000 manifestanti hanno riempito le strade della città per la
manifestazione antifascista.
Non lasceremo i nostri compagni e le nostre compagne o qualsiasi membro
del movimento anticapitalista e antifascista nelle mani dell’oppressione
dello Stato. La nostra solidarietà verso gli antifascisti arrestati
quel giorno è garantita e infinita. E’ nostro obbligo collettivo creare
una rete di sicurezza per difenderli di fronte all’accusa vendicativa
dello Stato e dei suoi meccanismi. Il sostegno politico e la solidarietà
ai nostri compagni fa parte del nostro dovere di membri del movimento
antifascista internazionale. Come anarchici e anarchiche e
antifascisti/e li sosterremo in ogni modo, continuando incrollabilmente
la nostra lotta collettiva per l’emancipazione di classe e per la
giustizia proletaria.
NESSUN PROCEDIMENTO PENALE AI 51 ANTIFASCISTI ARRESTATI A SALONICCO, IN GRECIA, IL 16/9/2020
LOTTA DI CLASSE INTERNAZIONALISTA E INTRANSIGENTE CONTRO CHI OPPRIME LA CLASSE OPERAIA
MORTE AL FASCISMO
LA SOLIDARIETÀ È LA NOSTRA ARMA
☆ Αναρχική Ομοσπονδία (Grecia)
☆ Federación Anarquista de Rosario (Argentina)
☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement (Nuova Zelanda/Aotearoa)
☆ Federación Anarquista Santiago (Cile)
☆ Federación Anarquista Uruguaya (Uruguay)
☆ Coordenaçao Anarquista Brasileira (Brasile)
☆ Organización Anarquista de Córdoba (Argentina)
☆ Die Plattform-Anarchakommunistische Organisation (Germania)
☆ Libertaere Aktion (Svizzera)
☆ Workers Solidarity Movement (Irlanda)
☆ Anarchist Communist Group (Gran Bretagna)
☆ Grupo Libertario Vía Libre (Colombia)
☆ Alternativa Libertaria / FdCA (Italia)
☆ Organisation Socialiste Libertaire (Svizzera)
☆ Zabalaza Anarchist Communist Front (Sudafrica)
☆ Union Communiste Libertaire (Francia)
☆ Embat Libertarian Organisation (Catalogna)
venerdì 25 settembre 2020
il Cantiere aperiodico settembre 2020 a cura della Commissione Mondo del lavoro di Alternativa Libertaria
Primo numero de “il Cantiere” raccolta di materiali di intervento dei comunisti anarchici nella lotta di classe
In questo numero si parla
-Riduzione orario lavorativo e aumento salariale
-Lotta di classe e crisi sanitaria
-Opposizione di classe in Bielorussia
-Ruolo antiecologista dello stato
OLTRE IL VOTO
Mentre il referendum istituzionale si avvia al suo epilogo,
caratterizzato da una tardiva resipiscenza dell’elettorato (troppo tardi
per cambiare l’orientamento della maggioranza, vista la costante
crescita del no mano a mano che si discuteva della cosa) i guastatori
dell’edificio costituzionale affinano le armi, chi proponendo e
preannunciando una riforma presidenzialista, chi proponendo il
superamento del bicameralismo perfetto.
Intanto il dibattito su una nuova legge elettorale è di là da venire e
ancor meno chiare sembrano le scelte da fare. L’Ipotesi è che la
maggioranza finisca per adottare una legge proporzionale per bloccare la
destra che sostanzialmente mantiene le sue posizioni; la battaglia
sembra essere tutta sull’entità della soglia di sbarramento da adottare.
Particolarmente interessati al problema Calenda, il suo omologo sciocco di
“Italia morta”, con il suo seguito di cadaveri politici, e Liberi e uguali che,
malgrado una buona gestione da parte di Speranza del Ministero della Salute si
trascina stancamente e non convince per assenza di unità di intenti e di programma.
A contendersi la torta anche un M5S ridotto all’ombra di se stesso,
spappolato in tre: un reggente al cadavere – capo politico facente
funzioni -un doppiopettista che fa finta di fare il Ministro degli
Esteri e un giocatore fuori campo, Disfattista.
Lo accompagna degnamente un modesto amministratore alla guida del
sedicente gran partito della sinistra, il PD. Dall’altra parte una
destra che si accredita e si stabilizza e istituzionalizza sempre più in
perenne crescita e il partito leghista sempre più diviso al suo
interno, con la sua costola personale veneta che prende le distanze in
rappresentanza di quell’area di amministratori e faccendieri che operano
con piglio manageriale e tanta poca consistenza sui territori.
Tutto questo mentre il paese si prepara a navigare in un mare incerto e
insidioso. rappresentato plasticamente dalla riaperture delle terapie
intensive, ma tutto sommato convinto che sia pure per inerzia meglio non
si sarebbe potuto fare. Così si spiega il consenso a Conte. Perciò non
stupisce nessuno l’affermazione del premier che comunque vadano le
elezioni regionali non cambierà nulla.
L’aggregato tecnocratico che ruota intorno alla Presidenza del
Consiglio, facendosi forte del sostegno dell’Europa, si appresta a
definire termini e condizioni alle quali, spendere i 209 miliardi di
prestito europeo, nel rigoroso rispetto della divisione internazionale
del lavoro, si appresta a gestire il bottino e a distribuire i
dividendi.
Il paese dopo dopo il corona virus
Sia chiaro la pandemia non è finita ne finirà presto, ma già si
intravedono alcuni mutamenti strutturali sulle cui conseguenze occorre
riflettere È del tutto evidente che il lavoro non sarà più lo stesso.
Crescerà telelavoro e lavoro a distanza con uno sconvolgimento dei tipi e
degli stili di vita che andranno studiati. Venendo meno l’aggregazione
fisica sul posto di lavoro diminuiranno le tutele e il rapporto di
lavoro tenderà a individualizzarsi. Gli spazi per la propria vita
diminuiranno, a cominciare da quelli fisici (la casa diviene l’ufficio)
come diminuirà la proprietà di un proprio
tempo vita, conferendo al datore di lavoro larga parte della disponibilità del proprio privato.
Forse dalla delocalizzazione lavorativa ricaveremo una vita meno
stressata con minori spostamenti, con un indubbio vantaggio per
l’ambiente, ma al tempo stesso la disseminazione delle attività sul
territorio tenderà a far scomparire i luoghi di aggregazione,
modificando anche comportamenti interpersonali che tenderanno a un
crescente individualismo e al trasferimento della comunicazione sul web.
Ma questo processo non si estenderà a tutti creando delle aree (di
classe) separate dove il discrimine non è necessariamente solo economico
e di reddito, ma anche di collocazione sociale e umana. In questi tanti
mondi separati da recinti invisibili e pur esistenti e reali crescerà
una componente di soggetti dedita ai lavori manuali sempre più
marginalizzata, che riguarderà intere aree produttive e soprattutto
quella agricola, dove è crescente l’utilizzazione di lavoratori manuali,
spesso immigrati, sottopagati e sfruttati. Crescerà la logistica e la
vendita per corrispondenza distruggendo la distribuzione attraverso
negozi che non dava solo lavoro ma socialità. In questo nuovo contesto
il “salto” tra le diverse collocazioni sociali sarà sempre più difficile
e raro, ponendo fine a una mobilità sociale che già prima mostrava
tutti i suoi limiti.
Tanto ancora dobbiamo capire e lo scopriremo solo vivendo: navighiamo a vista.
Transizione e gestione del territorio.
Alla luce di queste considerazioni si capisce che l’importanza delle
elezioni regionali e del loro esito trascende la valutazione che
possiamo dare su questo o quel partito che le governerà. I poteri
locali, la gestione del territorio, le scelte sul campo relative a che
fare e dove farlo, la gestione dei servizi, la vivibilità delle città e
dei borghi, la stessa
localizzazione delle attività produttive, l’allocazione delle risorse,
la distribuzione della popolazione sul territorio, l’organizzazione del
servizio sanitario e sempre più la stessa gestione dell’istruzione sono
compiti dei poteri locali.
Agli enti decentrati sul territorio guarda come referenti privilegiati
la stessa Unione Europea facendone i terminali della propria azione,
consapevole di dover in una prima fase disarticolare i poteri statali
per costruire poi coesione sul territorio verso una nuova identità
collettiva. Ma se così è – anche in parte – allora non è di secondaria
importanza chi e come gestisce l’attività degli enti territoriali. Si
affaccia quindi una nuova importanza – diremmo quasi la centralità delle
autonomie – nella gestione e trasformazione della società e dei
rapporti produttivi, perché è di questi enti la responsabilità delle
scelte sulla gestione delle politiche abitative, del verde pubblico,
della respirabilità dell’aria, della qualità della vita e di tanto
altro.
È per questi motivi che riteniamo – riflettendo – di aver sottovalutato
l’importanza e il significato di questa scadenza, ragionando in termini
di tifoseria nell’attribuire la vittoria a questo o a quello. A nostra
scusa a farci persistere nell’errore è l’assoluta inconsapevolezza delle
forze politiche parlamentari che si sono dotati di programmi vuoti e
privi di contenuto.
Tornare ai territori
Ma noi non facciamo parte di un partito politico parlamentare, il
nostro comunismo anarchico rifiuta la delega, privilegia l’azione
diretta, l’organizzazione sul territorio in strutture partecipate che si
danno degli obiettivi e li perseguono con determinazione, cercando di
aggregare i soggetti interessai in ragione della loro collocazione di
classe,
fornendo loro consapevolezza. Noi promuoviamo l’organizzazione dal basso
delle classi subalterne, convinti come siamo che differenti interessi
dividono le persone e che le loro scelte dipendono appunto dalla loro
collocazione di classe.
Ecco perchè bisogna operare per creare sul territorio e dar vita ovunque
a organizzazioni antagoniste, sulla base di un fronte ampio che
raccolga le forze per indirizzarle verso la difesa dei diritti ed
interessi delle classi subalterne, vigilando sulla gestione del
territorio, sulla disponibilità di accesso ai servizi sanitari e
scolastici, su tutti quei settori e quelle attività dalle quali dipende
la qualità della vita e che fanno della nostra esistenza un percorso
vissuto di
solidarietà. Solo
accettando questa sfida potremo guardare con più serenità e
consapevolezza al domani in una vita vissuta per noi stessi e per le
generazioni che verranno.
La Redazione Newsletter dell'U.C.A.d'I.
missive dal Brasile
100.000 morti e la normalizzazione del genocidio
Questo fine settimana la soglia ufficiale di 100mila morti è stata
raggiunta dal covid-19, in meno di sei mesi dal primo caso
notificato. Si muore più di covid che di qualsiasi altra malattia,
che di un incidente stradale, che di violenza urbana.
La malattia ha raggiunto le case in tutto il paese e ha preso i
propri cari da milioni di persone. Lungi dall'essere una malattia
“democratica”, il covid-19 apre il progetto genocida di chi sta
sopra e la disuguaglianza brasiliana che colpisce chi sta sotto.
Essere neri o indigeni, ad esempio, è un importante fattore di
rischio che può fare la differenza tra morire o vivere. Inoltre,
il baratro sociale getta i più poveri in luoghi privi di servizi
igienici di base, alloggi precari e lavori informali e precari,
che non consentono di prendere le misure necessarie per prevenire
la diffusione della malattia.
Nel frattempo, il governo federale ha sempre minimizzato la
pandemia e ha fatto di tutto per boicottare gli sforzi nel SUS per
controllare e ridurre efficacemente le morti. I governi statali,
d'altra parte, nonostante il discorso che hanno a cuore le vite,
hanno anche una grande responsabilità in tanti decessi e quando
sono riusciti a fornire assistenza alla popolazione, hanno
continuato a normalizzare le morti come un fatto compiuto.
Il risultato di tutto questo è che il Brasile è il paese con il
maggior numero di morti giornaliere nelle ultime settimane e il
numero totale di vittime è secondo solo agli Stati Uniti, dove non
esiste un sistema sanitario pubblico.
Di fronte a questa tragedia, noi, del Coordinamento anarchico
brasiliano, siamo solidali con coloro che hanno perso parenti o
amici a causa del covid e continuiamo a lottare per la salute
pubblica, oltre a rafforzare le organizzazioni popolari e le
azioni di solidarietà in tutti gli spazi di militanza in Brasile
al di fuori. Solo un popolo forte potrà resistere a questo periodo
difficile che è tutt'altro che finito e potrà avanzare nella lotta
contro lo Stato e il capitale, i principali responsabili del
genocidio in corso nel Paese!
IN DIFESA DELLA SALUTE PUBBLICA!
SOLIDARIETÀ DI CLASSE PER IL POTERE POPOLARE!
BOLSONARO RAZZISTA E ANTIPOPOLO!
COMBATTERE CON FORZA POPOLARE!
Ancora da Portland – donne di colore e donne bianche, le contraddizioni e le lezioni del movimento
Articolo apparlo su Pungolo Rosso
Riceviamo e volentieri riprendiamo dalla pagina facebook Noi non abbiamo patria questo scritto che contiene notizie e considerazioni su diversi aspetti della situazione a Portland (diventata un caso nazionale anche per gli attacchi di Trump) e sugli sviluppi del movimento nato dall’uccisione di George Floyd. Le notizie riguardano anzitutto la repressione statale e para-statale del movimento di lotta, e la sua accanita resistenza, che ha costretto la polizia federale ad un passo indietro; è molto interessante anche la ricostruzione della politica razziale e della legislazione razzista dello stato dell’Oregon e, prima ancora, dei Territori dell’Oregon già dal 1844 – appunto: razzismo di stato che più razzismo di stato non si può.
Ma per noi l’aspetto più rimarchevole di questo scritto è l’analisi del rapporto difficile tra le donne bianche scese in campo a difendere i loro figli dalla polizia e le donne nere, iniziatrici e anima del movimento, e la descrizione della sua evoluzione in positivo nel corso della lotta, e grazie alla lotta. Da anni sia negli Stati Uniti che fuori dagli Stati Uniti il protagonismo delle donne è crescente. Ma c’è tuttora in Italia un punto su cui marxisti (incompleti), anti-marxisti, ‘cani sciolti’, etc. sono pienamente solidali, ed è un sovrano disinteresse alla partecipazione delle donne alla lotta di classe. Ben venga, quindi, un focus su donne nere e donne bianche nel movimento anti-razzista statunitense.
Per quel che riguarda, invece, il movimento femminista statunitense, di cui qui si richiama giustamente il razzismo degli inizi del novecento nei confronti delle donne nere di chiara matrice borghese, anch’esso in questo secolo ha dovuto e saputo fare passi avanti significativi sia sul piano teorico-ideologico (proprio sui temi razzismo, colonialismo, condizione delle donne del Sud del mondo, ecc. – in parte riflessi nel testo di C. Arruzza, T. Bhattacharia, N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto), che sul piano della mobilitazione – solo per limitarci agli ultimi vent’anni, ricordiamo la massiccia partecipazione alla marcia mondiale delle donne nell’anno 2000, l’immediata scesa in campo contro le politiche trumpiane, l’International Women’s Strike del 2017 e 2018, lo sciopero internazionale dei dipendenti Google contro le molestie sessuali del 1° novembre 2018…
Dalla sera del 31 luglio la polizia
federale del Dipartimento Nazionale di Sicurezza (i temutissimi U.S.
Marshals addestrati nella repressione violenta degli immigrati ispanici e
latinoamericani al confine tra Stati Uniti e
Messico) ha dovuto fare
un passo indietro, costretta dalla determinazione e dal coraggio del
movimento di lotta di Portland. Sicuramente questo è un successo
strappato con la lotta le cui reali dinamiche non devono essere
offuscate dalle rappresentazioni che i media hanno dato alle battaglie
di Portland.
Nelle
ultime settimane la violenza della polizia federale è stata descritta
dai media democratici come uno “scandalo nazionale”, avvenimenti che
costituiscono gravi violazioni costituzionali. Il sindaco di Portland
Ted
Wheeler e il governatore dell’Oregon Kate Brown, entrambi
democratici, hanno chiesto formalmente all’amministrazione Trump di
ritirare le forze federali ordinate da Trump. La governatrice ha
definito che “questi agenti federali hanno agito come delle truppe di
occupazione…”. Il sindaco Wheeler ha sottolineato “questi agenti
federali non sono addestrati nelle moderne politiche comunitarie, nel
controllo della folla o nelle strategie di de-escalation…, quindi non
sono i benvenuti”.
Vorremmo, per inciso, replicare al sindaco democratico che certamente i cittadini di Portland sono americani e per lo più bianchi, e non sono di certo quegli immigrati che al confine tra Messico e Stati Uniti gli stessi U.S. Patrols terrorizzano e disperdono con l’uso massiccio di gas, proiettili di gomma, cariche a cavallo o su SUV senza alcuna distinzione nei confronti di uomini, donne e bambini dalla pelle colorata. Sarebbe a dire che queste tecniche di repressione violenta finché sono nei confronti degli immigrati sono ammissibili, viceversa non lo sono quando a soffrirne sono i civili cittadini dell’Oregon?
Così come vorremmo chiarire le bugie che
questi piagnistei democratici nascondono. La violenza della polizia
contro i neri e contro le manifestazioni del movimento inizia molto
prima dell’arrivo dei federali. Nonostante l’uso dei moderni gas
lacrimogeni sia stato messo al bando dalle diverse corti di giustizia
del paese, e come ribadito dal governatore Brown attraverso una
disposizione governativa del 30 giugno che ne vieta l’uso, le
disposizioni
di legge chiariscono che certamente l’uso dei lacrimogeni e delle
pallottole di gomma è vietato, ma solo fintanto che le manifestazioni
non costituiscono un “pericolo”, non prefigurino un “riot”. Tant’è che
nelle
giornate di maggio, giugno e luglio, la locale polizia di Portland ha usato queste armi (definite riot control agent) in più di cento occasioni contro le manifestazioni del movimento per il “black lives matter”. E’ sempre bastato
per il Dipartimento di Polizia di Portland far precedere l’uso della violenza con la dichiarazione di allarme per “riot”.
In
queste occasioni il sindaco Ted Wheeler, il cui dipartimento della
polizia di Portland è sotto il suo comando, si è rifiutato di bandirne
l’uso, difendendo l’uso legittimo e circostanziato della violenza,
guadagnandosi così dalla piazza il soprannome di “Tear Gas Teddy” (1).
Allora
perché c’è stato questo accanimento dell’amministrazione Trump ad
inviare la polizia federale e le truppe del DHS e U.S. Marshals a
Portland (approntandone l’invio anche in altre città, Seattle, Chicago,
New York, ecc.), se il movimento veniva represso duramente anche prima
dal democratico Oregon?
La violenza e la repressione poliziesca in
questi due mesi contro l’insieme del movimento che si è dato a scala
nazionale è stata altissima, ed ha fatto uso delle forze di polizia
locali, della Guardia Nazionale, del coprifuoco,
delle migliaia di
arresti da parte degli agenti del FBI, della dichiarazione di Antifa
come organizzazione terrorista, e dello squadrismo bianco. Ma questo movimento nazionale non si è mai piegato, ha risposto colpo
su
colpo, grazie alla unità di intenti non solo dei neri sfruttati ed
oppressi dal razzismo, ma anche con gli sfruttati ispanici e gli
immigrati, con i nativi americani e con quella grossa fetta di gioventù
proletaria e precaria
bianca scesa incondizionatamente al fianco
delle ragioni del black lives matter. Questa inedita unità di lotta ha
creato dei profondi scricchiolii nella sovrastruttura dello stato
federale e nei rapporti con le singole
amministrazioni governative
statali dell’unione, già scossi dagli effetti della pandemia. I
Dipartimenti di Polizia, la Guardia Federale non sempre hanno risposto
al comando secondo come richiesto, qua e là defezioni tra le
truppe sono state evidenti.
Il motivo della difficoltà di soffocare la lotta attraverso la repressione è ben spiegato in quest’articolo pubblicato il 19 luglio che descrive i caratteri inediti e straordinari di questo movimento che sta scuotendo la società americana dal profondo come uno sciame sismico che la rende difficilmente governabile con le politiche di ieri.
C’è un secondo elemento che spiega la determinazione sia del movimento a Portland, che la contro reazione repressiva statale, cui si aggiunge quella extra statale del neo-squadrismo bianco.
L’Oregon (che è diventato stato dell’Unione nel 1859) è lo stato della federazione dove il suprematismo bianco e il razzismo contro i neri americani e le popolazioni native si è sviluppato in maniera differente dal resto degli Stati Uniti D’America, caratterizzando sin da subito la discriminazione razziale, economica e politica non tanto nel modo segregazionista e schiavista, ma essenzialmente attraverso un lungo e profondo processo di vera pulizia etnica.
I Territori dell’Oregon, ancor prima della
costituzione dello Stato dell’Oregon e della sua appartenenza
all’Unione, già nel 1844 dichiararono fuorilegge la schiavitù, non per
segregarli ma per scacciare dalla regione gli
schiavi infine liberati. Peter Burnett, capo della assemblea legislativa dell’Oregon, spiegò la legge del 1844 in questo modo:
“Lo scopo è quello di tenersi discosti
da quella classe più problematica della popolazione. Siamo in un mondo
nuovo, nelle circostanze più favorevoli e vogliamo evitare la maggior
parte di quei mali che hanno afflitto così
tanto negli Stati Uniti e in altri paesi.”
In sostanza l’obiettivo della liberazione dei neri era la loro espulsione, l’uso della frusta la costrizione per cacciarli dai Territori dell’Oregon. Un’altra legge, approvata nel 1849, vietò poi l’immigrazione nera nel territorio stesso. La legge venne abrogata nel 1854. Ma la sua clausola di esclusione fu nuovamente incorporata nella costituzione dell’Oregon del 1857, che nonostante vari tentativi di annullamento successivi è rimasta in vigore fino al 1926, impedendo di fatto per legge la residenza ai neri americani nello stato dell’Oregon. Un’altra legge adottata dallo Stato nel 1862 richiedeva a tutte le minoranze etniche ancora residenti di pagare una tassa annuale di 5 dollari, mentre i matrimoni interrazziali sono rimasti vietati per legge per tutti gli anni che vanno dal 1861 al 1951 (quasi cent’anni).
Anche se le leggi di esclusione vennero
applicate raramente, gli obiettivi prefissati furono raggiunti: nel 1860
solo 128 afroamericani vivevano in Oregon su una popolazione totale di
52465 abitanti. I censimenti statali del
2013 registrano che solo il
2% della popolazione dell’Oregon è nera mentre quella di Portland
raggiunge solo il 5%. In sostanza la storia dell’Oregon è caratterizzata
da un “sionismo” bianco e cristiano e a stelle e strisce ante
litteram,
che ha cancellato il problema razziale dando una mano di bianco, dove
la violenza contro i neri e il pregiudizio razziale nella società e
nelle istituzioni è talmente profondo che è diventato un elemento
naturale
della società, le cui relazioni sociali tra le classi
secondo le linee ed i pregiudizi razziali hanno anche infine
condizionato la comune psicologia degli stessi neri americani.
Un fatto naturale della società che ai nostri giorni, quelli del Coronavirus, determina che alcune Contee dell’Oregon, per esempio la Contea di Lincoln, sul finire di giugno hanno emanato un provvedimento che esonera gli afroamericani dall’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi e negli esercizi pubblici.
Sembrerebbe una iniziativa liberale a
favore degli afroamericani, ma Ranika Moore attivista di colore della
Aclu (Unione Americana per le Libertà Civili) ci spiega invece che l’uso
della mascherina da parte di un uomo di colore è come “suggerire alla
gente di sembrare una persona pericolosa, a causa degli stereotipi
razziali che si sono diffusi”. In sostanza lo Stato prende atto che
nella società l’uomo di colore è già un “sospetto” di “natura”,
figuriamoci quando circola “a volto coperto”. Dunque, l’uomo nero, già
abbondantemente terrorizzato dalla violenza indiscriminata dei bianchi,
ottiene dallo Stato democratico questa gentile concessione.
La storia
di questo territorio quindi rende l’Oregon lo Stato della Unione per
eccellenza bianco, che ha visto a iosa proliferare l’assassinio di
uomini neri disarmati da parte della polizia e le manifestazioni degli
estremisti di
destra e dei Boogaloo Boys degli ultimi anni.
Il movimento inedito contro il razzismo
sistemico che ha spinto tra le sue fila ampi settori sociali di
sfruttati ispanici e di giovani proletari bianchi senza riserve, oggi
scuote l’insieme di queste relazioni sociali originate dai
caratteri
peculiari del colonialismo e del razzismo interno dell’Oregon. Il
movimento di così vasta ampiezza e lo sciame sismico sociale che sta
producendo, a Portland non può non far scricchiolare l’idillio di questa
società bianca apparentemente “priva del problema razziale”, che è già
scossa dall’economia in caduta libera e dalla pandemia.
Qui dove l’oppressione razziale veste
maggiormente la facciata ipocrita della democrazia liberale (il primo
territorio statuale non appartenente all’Unione ad “abolire” lo
schiavismo), il movimento dei neri non dà
tregua ad un modello di
società che non solo li vuole segregati, ma che ha provato a cancellarne
l’esistenza. La contro reazione delle forze sociali razziste e quella
delle sue istituzioni centralizzate sono chiamate a difendere con i
denti questo raffinato modello di società razziale nordamericana, di cui
Portland rappresenta proprio una delle punte più avanzate della
supremazia bianca. Già negli anni ’60 e ’70 la repressione del Black
Panther Party di Portland fu roba da fare impallidire perfino i Cops
della West Coast.
Quindi,
a giusta ragione, Donald Trump sente puzza di bruciato, e minaccia
prima e poi pianifica l’invio delle truppe federali a Portland,
verificando che la polizia dello Stato non era più in grado di “ripulire
la città da
questo alveare di terroristi”. L’operazione “Diligent
Valor” avviata dalla Casa Bianca nei primi giorni del mese di luglio, si
è tradotta nella violenza senza freni degli U.S. Marshals e dei Border
Patrols del Dipartimento di
Sicurezza nelle strade di Portland, fatta
di cacce all’uomo, di raid eseguiti secondo le tattiche di guerriglia
di strada, tentando di realizzare quanto la polizia non era riuscita a
fare. La cattura dei giovani di colore e bianchi
di Portland durante
le manifestazioni ad opera degli U.S. Marshals, senza formale e legale
arresto e dal sapore da “notte delle matite spezzate”, è stato il
conseguente corollario nei confronti di una gioventù che si vuole
terrorizzare affinché non osi mai più scendere in piazza.
Ma dove la repressione della polizia e
delle istituzioni governative locali hanno fallito, anche la repressione
dello Stato federale ha fallito. Un nuovo elemento dell’insieme delle
relazioni sociali idilliache dell’Oregon
bianco già scosse dalla
crisi, è emerso come contraddizione sociale dalle viscere della crosta
terrestre in sommovimento, suonando un campanello di allarme a Mr.
Trump, Mr Biden e a tutta l’intellighentsia democratica e liberale.
Un inaspettato settore sociale del mondo
dei lavoratori e degli sfruttati improvvisamente scende in campo, dando
forza e ulteriore coraggio alle battaglie di Portland, facendo emergere
un elemento importante della
generale alienazione sociale del
capitalismo e delle relazioni sociali che esso determina: quello
dell’oppressione di genere e della sottomissione patriarcale delle
donne, che la scesa in campo del “muro delle mamme” (Wall of Moms)
rappresenta.
Una scesa in lotta che non solo segna una tendenza in avanti nella riaggregazione di un fronte proletario e di sfruttati anche secondo linee generazionali, ma che lega insieme potenzialità, contraddizioni e difficoltà da cui questo movimento riparte, diviso secondo linee razziali, generazionali e di genere, come conseguenza della generale oppressione capitalistica.
Le
mamme bianche ed ispaniche lavoratrici che fin qui erano relegate a
ricoprire il ruolo assegnatogli dall’oppressione patriarcale del moderno
capitalismo, quello di candide custodi dei loro sacri figli, quelle
delle
donne “dell’apple pie” e moderatrici per il bene della
famiglia, quelle stesse donne che comunque vivono nel privilegio di
essere parte della società dei bianchi, hanno preso gli stereotipi e li
hanno rivolti contro l’autoritarismo di Trump realizzando uno scudo
umano di mamme a difesa dei propri figli contro la violenza della
polizia federale. Queste mamme, irrompono nella lotta
spontaneamente, ma non immediatamente e direttamente per scendere in
campo contro il razzismo e la violenza della polizia. Però, ra
pidamente sonocostrette a riannodare la difesa dei propri figli con gli
obiettivi della lotta per cui loro sono in piazza: il sostegno alla
causa del black lives matter, farla finita con il razzismo. Nel fare
questo, queste donne devono affrontare una serie di contraddizioni e
pregiudizi che permeano l’intero proletariato bianco, che vive del
risicato privilegio di appartenere alla società dei bianchi.
La partecipazione alla lotta costringe
queste donne immediatamente a realizzare un collegamento stretto con le
mamme e le donne nere, non privo di difficoltà, che già erano impegnate
nella protesta. Già nella organizzazione della lotta e con le prime
presenze in piazza hanno dovuto affrontare e verificare gli stereotipi
tipici dell’oppressione femminile (per certi aspetti ritenuti elementi
utili per fermare la repressione): chi
attaccherebbe mai una brava
mamma bianca? Bruciata l’illusione, perché le truppe di polizia non
hanno fatto nessuno, queste donne hanno dovuto cominciare a mettere in
discussione l’immagine di sé, della loro condizione di emarginazione
sociale e verificare che questa è anche condotta secondo le medesime
linee razziali che caratterizzano la generale oppressione e alienazione
capitalistica.
Sono i giorni in cui il “muro delle mamme”
cattura tutta l’attenzione giornalistica, che mette in secondo piano le
ragioni ultime del movimento contro il razzismo, e che punta gli
obiettivi delle telecamere esclusivamente
nella rappresentazione
delle sole mamme bianche. Una attenzione mediatica che tace che dietro
questa scesa in campo di mamme lavoratrici c’è il prezioso sostegno e
l’incoraggiamento delle organizzazioni femminile delle donne nere da
anni impegnate contro la violenza della polizia nei confronti dei loro
figli quali Mothers of Movement, Moms Against Senseless Killing, Moms
Demands Actions e le donne di colore di Don’t Shoot
Portland (che tra l’altro si occupa della violenza domestica nei confronti delle donne di colore) (2) .
Quello che questa attenzione mediatica esprime è appunto il riflesso imposto dello stereotipo della donna come figura di valore morale in virtù della sua maternità, per cui quella bianca è la sola a meritare l’attenzione. Ma se è una mamma di colore a preoccuparsi per la salute dei suoi figli, come spiega l’attivista nera Teressa Raiford di Don’t Shoot Portland, accade che il pubblico si chiede “e noi stesse ci chiediamo: siamo noi mamme nere delle brave mamme? Abbiamo abbastanza soldi? Siamo sposate?”.
In una intervista televisiva a Bev Barnum
(ispanica ed una delle promotrici del Wall of Moms) le viene chiesto
come mai tutta questa attenzione sul muro delle mamme? Lei quasi in
lacrime risponde: “perché molte delle
mie mamme sono bianche, e per qualche motivo ispiriamo compassione nella gente bianca”.
Nella lotta contra la repressione donne nere e donne bianche sono costrette a confrontarsi entrambe con questi stereotipi provocati dall’oppressione di razza e di genere che fin qui le hanno sperate, allontanate le une dalle altre e anche contrapposte. Le mamme bianche che hanno vissuto nel loro sempre più risicato privilegio di essere appunto bianche, sono chiamate in un colpo solo a dover fare i conti con l’oppressione di genere ed i loro stessi pregiudizi e privilegi razziali. Scesa in campo che avviene, e deve essere rilevato, non priva di conflitti e contraddizioni interne tra le donne stesse contrapponendo le donne tra bianche e nere. Questa frattura accade innanzitutto proprio in virtù del fatto che la condizione femminile di doppia oppressione espone le donne ad una maggior forza di penetrazione da parte del razzismo sociale e di tutti i pregiudizi razziali che ne conseguono. Tanto più la donna è emarginata ed alienata, tanto più essa si lega al suo privilegio di essere bianca, tanto più si rifugia sotto l’ala del patriarcato capitalista.
Le donne nere provano in quei giorni una
rapida crescita del loro senso di frustrazione per la sovraesposizione
giornalistica ricevuta dalle sole mamme bianche. Allertano queste ultime
di non lasciarsi ingannare dai
riflettori, dall’attenzione
perniciosa dei media, alla loro rappresentazione stereotipata.
Viceversa, accade che le bianche uscite finalmente al di fuori della
cappa patriarcale della famiglia ne subiscono in parte la fascinazione.
Elementi che mettono in difficoltà l’unità delle mamme e delle donne, la
cui mobilitazione appare a quelle di colore come troppo sbilanciata
contro l’autoritarismo di Trump, e poco attenta al fatto che il razzismo
sistemico in Oregon dominava la società ancor prima del trumpismo.
Temono che le donne bianche possano perdere di vista i motivi originari
della battaglia di Portland contro il razzismo sistemico e della
polizia, per cui gli stessi giovani ragazzi e ragazze bianche sono in
piazza da giorni.
Si arriva infine a vere ed aperte critiche di atteggiamenti anti-blackness da parte di alcune bianche più in vista nel movimento, quando queste registrano il “Wall of Moms” come associazione “no-profit” presso le camere di commercio dell’Oregon.
La frustrazione delle nere americane è figlia del timore di veder ripetere le amare esperienze del passato: “ci risiamo! Le solite organizzazioni di “alleati bianchi” che prendono la ribalta per altri obiettivi politici sulla pelle, sulla vita e sulla lotta dei neri” (3). Lo scontro politico tra le donne del movimento, mugugnato in piazza, esplode poi sui loro gruppi nei social media. La dura polemica viene immediatamente catturata dalla stampa USA e da vari commentatori sciovinisti, che ne strumentalizzano gli avvenimenti per muovere una critica frontale contro il “muro delle mamme”, soprattutto contro le mamme nere, e per ridicolizzare e screditare l’intero movimento di questi mesi contro il razzismo.
Sono un giorno e una notte drammatica in
seno al fronte di lotta a dimostrazione che la ricomposizione del fronte
degli sfruttati non è un fatto automatico. Una comunità di lotta
condizionata dalle divisioni che il
razzismo e il suprematismo bianco
per centinaia di anni hanno scavato nel profondo della società e tra
gli sfruttati stessi. Polemiche che confermano che la scesa in campo
delle donne lavoratrici bianche non può avvenire senza dover fare i
conti con il proprio specifico pregiudizio interno.
La necessità di continuare la lotta ha però prodotto come risultato che dallo shock emergesse la premessa per un superamento in avanti delle divisioni, per la ricerca di un terreno più solido di unità. Le donne si sono date da fare per creare un nuovo gruppo sui social media come elemento di raccolta e per l’organizzazione della lotta, denominato United Moms for Black Lives, mettendo da parte il vecchio gruppo per evitare le strumentalizzazioni giornalistiche. Tantissime madri lavoratrici bianche, ispaniche e nere hanno aderito sui social media al nuovo gruppo continuando a partecipare attivamente alle lotte dei giorni seguenti.
Ma la contraddizione e la polemica non è
stata indolore. Le donne lavoratrici, nere, bianche ed ispaniche l’hanno
vissuta con un profondo sentimento di dolore acuto. Il dolore di chi
riconosce i limiti e talvolta i
fallimenti nel realizzare una genuina
unità di intenti e una solida comunità di lotta. Ancora oggi nei siti
internet delle organizzazioni delle donne nere di Portland si leggono
commenti di tripudio per la scesa in campo del
“Wall of Moms” delle lavoratrici e mamme bianche (4) che, nonostante l’accesa polemica, non è stato cancellato.
Dopo
un comprensibile sbandamento le donne di tutti i colori hanno provato a
reagire cercando di ricomporre la frattura. Tante donne bianche,
accompagnate dalle sorelle nere e sulla base dell’esperienza della lotta
che le ha viste impegnate insieme, hanno gettato i semi per una
profonda consapevolezza generale di quale sia l’origine dello
sfruttamento e della loro divisione e contrapposizione. Ce lo descrive
questa mamma bianca
rivolgendosi a tutte le donne del movimento di Portland:
“White Moms of Black Lives Matter.
Certo, ero impazzita per quello che è successo, ma non è che non siamo
mai state ingannate facilmente prima.
Non appena comprendiamo
veramente la profondità e l’ampiezza della nostra complicità e della
partecipazione attiva al razzismo brutale e sistemico, andiamo fuori di
testa. Comprensibilmente!
Pensavo di essere una brava persona.
Una alleata. Ma stavo guardando i neri americani assassinati dalla
polizia e pensavo che se lo meritassero. Per decenni non ho fatto altro
che inventare scuse per estendere il mio
privilegio. Questa è una grande verità da assorbire.
Vediamo un modo semplice per alleviare
la nostra colpa e coglierla per disperazione di sollievo. Poi
lentamente ci rendiamo conto di aver investito ciecamente nello stesso
bianco patriarcato capitalista ancora una volta.
Dobbiamo mettere
insieme la nostra merda e iniziare veramente a centrare le vite dei neri
nei nostri cuori. Il sollievo dal dolore della coscienza sarà
disponibile solo dopo aver sradicato il razzismo in America.
Perché le mamme bianche non sono né
protettrici, né protette! I nostri corpi non sono vasi sacri per i
bambini bianchi. Ognuno di voi l’ha visto di fronte al Justice Center.
Quei mercenari federali non si sono mai preoccupati delle
madri nere, ma abbiamo pensato che si prendessero cura delle loro madri bianche.
I razzisti e fascisti che servono il signore capitalista bianco non si preoccupano del periodo della vita umana.
Stalin ce lo ha mostrato. Anche Hitler. E anche I padri fondatori d’America. Quindi spero che possiamo tenere gli ultimi due giorni come promemoria di ciò che accade quando non mettiamo al centro la leadership nera.
Quando seguiamo un sussurro in mezzo alla folla perché è molto più sicuro scappare che stare in piedi. Quando ricorriamo a lacrime di complicità e sottomissione piuttosto che onorare la nostra forza.
Possiamo farlo. Insieme. Non ci giudichiamo mentre impariamo. No guerra interna. Metti davvero Black Lives Matter nelle nostre teste / cuori / anime, così al centro della narrazione. Facciamolo bene”.
Siamo al 70 giorno consecutivo di lotta
contro il razzismo sistemico a Portland, che prosegue contro la polizia
locale, il sindaco democratico, ora che le truppe federali hanno dovuto
fare un passo indietro. Prosegue anche
in mezzo ad una crescita di sparatorie ed omicidi sospetti di persone di colore in diversi quartieri della città.
Sebbene registriamo al momento che le
manifestazioni notturne di Portland vedono una relativa minor
partecipazione di massa, la momentanea ritirata della delle forze
federali è un successo della lotta e del
movimento. Di cui la
partecipazione inaspettata ed improvvisa delle donne e mamme lavoratrici
di tutti i colori ha giocato un ruolo decisivo e centrale. Scesa in
campo cui le lusinghe del sindaco e del governatore democratici per un
generico riorientamento del movimento contro l’autoritarismo trumpista e
secondo le loro traiettorie elettoralistiche hanno trovato pane per i
loro denti.
E vorrei anche poter dire direttamente a
queste eroiche donne lavoratrici nere, che il seme è stato gettato
incrinando il muro del pregiudizio che divide le lavoratrici bianche da
voi. Mentre vorrei invitare le bianche a considerare la lettera anonima
di sopra come incoraggiamento a continuare questo percorso. Se ora le
donne nere si sentono nuovamente sole nella battaglia contro la violenza
sistemica e della polizia sulle vite dei neri,
guardate alle esperienze di questi due mesi di lotta nazionale e delle giornate di Portland.
Guardate alle origini del movimento femminista degli Stati Uniti D’America di inizio XX secolo, quando il movimento essenzialmente bianco delle “suffragette” nelle marce di New York e Washington D.C. relegò con disprezzo razzista le donne nere in coda al corteo. Questa consapevolezza e questa coscienza espressa durante la lotta dalle donne lavoratrici e dalle mamme dell’Oregon nere, indigene, di ogni colore e bianche è un risultato inaspettato, anche esso un successo della lotta sprigionata nei giorni delle battaglie di Portland, un altro tassello inedito di questo straordinario movimento che si è dato nel nome di George Floyd.
***
1 Per una ricostruzione del piagnisteo ipocrita democratico rimandiamo all’articolo del 3 agosto del The appeal circa il fatto che “la violenza della polizia era un problema a Portland ancora prima che arrivassero i federali”: https://theappeal.org/portlandprotests-federal-agents-local-police-violence/
2 Vedi l’intervista a Bev Barnum, una delle WoM, fatta da Left Voice il 23 luglio: https://www.leftvoice.org/author/bevbarnum
3 Dal New York Post del 30 luglio 2020: https://nypost.com/2020/07/30/portlands-wall-of-moms-group-accused-of-antiblackness/
E dall’Oregon Live del 29 luglio 2020: https://www.oregonlive.com/news/2020/07/portlands-wall-of-moms-crumblesamid-
online-allegations-by-former-partner-dont-shoot-pdx.html
4 Sulla home page di “Don’t Shoot” di
Portland ancora si legge: “Questa settimana avrai visto il muro delle
mamme diventare virale e siamo entusiasti di avere la loro leadership
che ci ha raggiunto per coordinare e per portare avanti la
mobilitazione. Le organizzatrici di questo gruppo hanno rilasciato una
dichiarazione pubblica sulla loro missione qui.
Sostienile affinché sempre più città comincino ad organizzare il WOM.
Visto
che queste immagini finiscono in giro per il mondo, ricorda che non è
il momento per metterti in mostra vestita di giallo. Questo è il tuo
momento per presentarti in prima linea e amplificare le voci delle donne
nere che hanno sofferto per troppo tempo la perdita dei loro figli a
causa della brutalità della polizia e del razzismo sistemico. Questa non
è un’opportunità per cooptare (cavalcare n.d.r.) un movimento. La vita
nera è importante. Ecco perché siamo qui. Tienilo a mente quando inizi a
organizzare #WallofMoms nella tua città. Impara dai tuoi leader locali e
dalle organizzazioni di base: scopri dove puoi sostenere e portare i
loro nomi. Non c’è mai un momento sbagliato per entrare a far parte del
movimento e siamo grati della tua solidarietà”.
Roma, 6 agosto 2020
Noi non abbiamo patria





