„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
Care e cari,
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siamo passati allo standard Html5, ma una parte cospicua delle riviste
in rete è ancora in Flash e man mano che i browser verranno aggiornati
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Ad oggi l'emeroteca digitale conta circa 150.000 pagine sfogliabili.
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Grazie a tutti
La pantomima che ha fatto seguito alle elezioni negli USA si avvia alla fine e la squadra di Biden prende forma, dovendo tenere conto delle diverse componenti dell’alleanza che hanno portato alla vittoria il candidato democratico. La coalizione che si è creata spazia dai centristi che fanno capo ai tradizionali elettori del partito democratico e si irrobustisce via via che ci si sposta a sinistra verso gli attivisti di Sanders e non solo. Non abbiamo spazio e strumenti sufficienti per analizzare la composizione delle diverse componenti e perciò focalizzeremo la nostra attenzione su quella libertaria e di classe cercando di tratteggiarne sviluppo, struttura e dare conto della sua influenza sulle posizioni che oggi assume la sinistra in USA.
Alle origini delle organizzazioni di classe negli USA
La presenza di una componente di sinistra libertaria negli Stati
Uniti, contrariamente a quando si crede, non è nuova ed è anzi
interconnessa con la storia e lo sviluppo del movimento operaio in
questo paese. Una storia spesso ignorata, ma tuttavia molto importante
per lo sviluppo del sindacato e delle forze politiche della sinistra.
Bisogna tenere conto che negli Stati Uniti della seconda metà dell’800
l’industria ebbe un formidabile sviluppo; ciò portò anche alla nascita
di un forte movimento operaio. Ben presto il conflitto tra capitale e
lavoro assunse forme radicali di scontro.
Nel corso di una manifestazione operaia di sostegno a uno sciopero,
svoltasi in piazza Haymarket (Chicago Illinois) il 1º maggio 1886 uno
sconosciuto lanciò una bomba su un gruppo di agenti di polizia,
uccidendone uno. In risposta la polizia sparò uccidendo quattro
cittadini e sette poliziotti e ferendo moltissime persone. Per questi
fatti vennero condannati a morte per impiccagione otto lavoratori
anarchici di origine tedesca, in seguito riconosciuti innocenti. In
ricordo dell’evento il Congresso Internazionale di Parigi del 1889, che
diede vita alla Seconda Internazionale, proclamò il 1º maggio festa
internazionale dei lavoratori.
Negli anni successivi il movimento operaio (e quello anarchico) si
svilupparono negli Stati Uniti e il 27 giugno 1905 durante il
“Continental Congress of the Working Class” (Chicago, USA), venne
fondato un sindacato di orientamento anarcosindacalista e rivoluzionario
su posizioni di classe che ha sviluppato le sue lotte senza distinzioni
etniche, sessuali o di genere, in opposizione alle politiche sindacali
corporative allora prevalenti: l’Industrial Workers of the Word.
Nel suo manifesto costitutivo è scritto:
«La classe lavoratrice e quella capitalista non hanno nulla in comune.
Non vi può essere pace mentre la fame e la povertà regnano fra i
milioni di lavoratori ed i pochi, che compongono la classe padronale,
hanno tutte le ricchezze della vita. Fra queste due classi la lotta
dovrà svolgersi finché tutti i lavoratori non si riuniranno sul campo
politico, come su quello economico, per prendere e tenere quello che
essi hanno prodotto con il loro lavoro, attraverso una organizzazione
economica dei produttori senza affiliazioni con qualsiasi partito
politico. L’accentrarsi sempre crescente
della ricchezza e del controllo delle industrie in un numero sempre
minore di mani, rende i sindacati di mestiere inabili ad affrontare la
potenza crescente del capitalismo, poiché le unioni di mestiere
permettono uno stato di cose in cui un gruppo di lavoratori possono
essere posti contro un altro gruppo di lavoratori della medesima
industria, apportando così la disfatta nelle lotte del lavoro. Le unioni
di mestiere aiutano anche la classe padronale ad inculcare nei
lavoratori la falsa credenza che la classe operaia ha degli interessi in
comune con la classe padronale. Queste condizioni disagevoli possono
essere cambiate e gli interessi della classe lavoratrice ben difesi
solamente da un’organizzazione formata in tal modo che tutti i suoi
membri di una data industria, ed anche in tutte le industrie se
necessario, possano abbandonare il lavoro quando esiste uno sciopero o
serrata in un dipartimento di essa, facendo si che un’offesa fatta ad uno diventi un’offesa fatta a tutti.»
Dopo un durissimo ciclo di lotte che si sviluppò per tutto il primo
ventennio del ‘900 questo sindacato venne militarmente sconfitto e
represso con l’uso della Guardia Nazionale, i suoi militanti, in molti
emigrati negli USA, vennero espulsi andando a fecondare con la loro
militanza di classe i movimenti rivoluzionari in tutto il mondo,
soprattutto in Russia.
La lotta contro il fascismo e il nazismo
Nel ventennio che precede la seconda guerra mondiale il movimento
anarchico e le organizzazioni rivoluzionarie negli Stati uniti subiscono
una dura repressione che culminò nell’emblematico processo a Sacco e
Vanzetti e nella loro condanna a morte. Dalle manifestazioni di
solidarietà per i due anarchici nacque una mobilitazione a livello
mondiale che coinvolse molta parte dell’opinione pubblica americana
Intanto accanto alla componente di classe dell’anarchismo crebbe e si
sviluppò una frazione dell’anarchismo su posizioni interclassiste e
antiorganizzatrici che finirà per prevalere
nell’immaginario collettivo come prototipo dell’anarchismo in USA.
L’anarchismo entra in crisi sotto l’attacco concentrico di fascismo e
nazismo e dei partiti comunisti della II internazionale.
La rinascita del movimento libertario USA negli anni ’70 e ‘80
L’anarchismo statunitense come tutta la sinistra in USA entra quindi
in un sonno catatonico dal quale inizia a riemergere solo alla metà
degli anni ’60. Nell’autunno del 1964 il movimento libertario e
anarchico ricompare negli Stati Uniti nella rivolta esplosa
all’Università di Berkeley. Gli studenti scendono in sciopero per
protestare contro il divieto dell’Università di fare politica, chiedono
la libertà di parola e si oppongono alla guerra in Vietnam e alla
coscrizione obbligatoria. La ricerca della libertà e l’antimilitarismo,
tipiche parole d’ordine dell’anarchismo, reclutano molti consensi
tra i giovani rafforzati dalle teorizzazioni innovative di orientamento
libertario della scuola di Francoforte (Marcuse, Horkheimer) e
contribuiscono a sviluppare e orientare le lotte studentesche in tutte
le Università e il costume dei giovani. È l’inizio del ’68. Il
diffondersi di idee libertarie nei comportamenti sociali la
liberalizzazione sessuale, contribuiscono a trasformare il sentire
sociale. Già alla fine degli anni ’70 viene creata nel nordest del paese
dal Movement for a New Society (MNS), un gruppo con sede a
Philadelphia, la principale organizzazione di ispirazione anarchica per
l’attività antinucleare, “guidata” da un attivista per i diritti dei gay
George Lakey, che, come molti altri membri del gruppo, era un anarchico
quacchero. Egli utilizza un metodo libertario nella gestione
dell’organizzazione e agisce da facilitatore nel dibattito per
promuovere la partecipazione e la crescita collettiva: nascono per la
prima volta dai corsi di formazione MNS a Philadelphia e Boston.
L’esperienza del MNS ha reso popolare il processo decisionale basato sul
consenso di tutti gli associati, ha introdotto il metodo di
organizzazione del consiglio dei portavoce che costruiscono dal basso
strutture di
partecipazione, diffondono le tecniche di de-programmazione per poter
disimparare comportamenti oppressivi e formare gli attivisti e i
militanti politici, propongono la creazione di imprese di proprietà
cooperativa teorizzando la cosiddetta politica prefigurativa.
Negli anni ’80 l’anarchismo negli Usa si lega agli squat «occupare senza averne diritto» e ai centri sociali ABC No Rio o C-Squata New York City
[1]. Viene costituito l’Institute for Anarchist Studies,
un’organizzazione senza scopo di lucro fondata da Chuck W. Morse per
sviluppare le elaborazioni politiche su posizioni comuniste anarchiche,
per assistere
[1] Nel 1980 si tiene a Portland, Oregon, il primo simposio
internazionale sull’anarchismo e nel 1986 a Chicago la conferenza
Haymarket Remembered per celebrare il centenario della rivolta di
Haymarket. Seguono i convegni continentali annuali a Minneapolis (1987),
Toronto (1988) e San Francisco (1989) che costituiscono una rinascita
degli ideali anarchici negli Stati Uniti gli scrittori anarchici e
stimolare gli studi sulla soria dell’anarchismo di classe.. Nel 1984
viene fondata la Workers
Solidarity Alliance (WSA) organizzazione politica anarco-sindacalista che pubblicava Ideas & Action (dal 1 ° maggio 2010, la WSA ha rilanciato la pubblicazione Ideas and Action
in formato rivista elettronica) affiliata alla International Workers
Association (IWA-AIT), la federazione internazionale di sindacati e
gruppi anarco-sindacalisti che opera anche attualmente. La WSA sostiene
che occorre costruire nuova società e un mondo migliore basato sui
principi di “solidarietà e autogestione”, e “che una tale società sarà
realizzata solo dai lavoratori attraverso proprie organizzazioni di
massa autogestite, partendo da zero” e lottando contro la disuguaglianza
di genere, il razzismo strutturale, l’oppressione delle persone come
parte della più ampia lotta per la liberazione sociale e l’autogestione.
Per la WSA sia il capitalismo che il socialismo di stato sono basati
sulla sottomissione e sullo sfruttamento della classe lavoratrice.
Pertanto i lavoratori
devono prendere il controllo delle aziende per le quali lavorano e
costruire istituzioni basate sulla democrazia partecipativa delle
assemblee sul posto di lavoro e di quartiere e smantellare le gerarchie
statali, in modo che la maggior parte delle persone prenda il controllo
degli affari pubblici. Queste idee vengono propagandate e diffuse negli
ambienti progressisti e nella classe operaia statunitense e guadagnano
consensi.
Dall’anarchismo degli anni ’90 ad oggi
L’anarchismo USA solo negli anni ’90 sposta l’attenzione
dall’oppressione di classe a tutte le forme di sfruttamento e inizia ad
affrontare seriamente il problema del razzismo con gli anarchici neri
Lorens Ervin e Kwasi Balagoon, pubblicando la rivista Race Travor. Altre
organizzazioni come Love and Rage, Anarchist People of Color,
Black Autonomy e Bring the Ruckus concorrono all’organizzazione del
movimento. Mentre la WSA continua la sua attività in coincidenza con
l’esplosione del movimento Occupy Wall Street (2011) nel quale la
presenza anarchica è stata rilevante si attivarono accanto alla Worker
Solidarity Alliance diverse nuove organizzazioni libertarie.[2] Viene
costituito nel 2011 il gruppo May First Anarchist Alliance con membri in
Michigan e Minnesota che ha come punto di riferimento la classe operaia
e che promuove un anarchismo non dottrinario che include varie
componenti dell’anarchismo. Da alcuni singoli membri della Worker
Solidarity Alliance viene costituita un’organizzazione separata per
iniziative internazionaliste a sostegno del Cile della quale fanno parte
Nrcocomunisti anarcosindacalismi, comunisti anarchici e
piattaformisti per coordinare nel 2014 il tour “Lottare per vincere: anarchici che costruiscono il potere popolare in Cile.”
Dalla risposta alla svolta di destra che caratterizza il paese durante
la presidenza Tump e dalla manifestazione Unite the Right, sono sorti
numerosi gruppi antifascisti in tutta la nazione. Questo crescita di
organizzazioni antifasciste ha portato molti militanti nelle
organizzazioni anarchiche e numerosi gruppi si sono riorganizzati come
antirazzisti, in
collaborazione con il movimento Black Lives Matter. Molti gruppi
anarchici hanno preso parte alle proteste contro l’assassinio di George
Floyd e hanno partecipato alle lotte per l’abolizione della polizia
contribuendo a far crescere un movimento di massa della sinistra che è
sceso in campo contro le organizzazioni sovraniste e neofasciste.
È stato quasi un fatto naturale che in un momento politico di
polarizzazione della popolazione del paese e di forte caratterizzazione
delle sue componenti politiche il movimento anarchico contribuisse in
modo rilevante a caratterizzare e orientare con rivendicazioni
sull’ambiente e le libertà civili la componente più radicale di coloro
che hanno votato Biden, con l’intento di evitare una deriva fascista e
razzista del paese.
L’amministrazione Biden e lo sviluppo della lotta di classe in USA
Gli anarchici e i libertari statunitensi sanno bene che Biden si
trova attualmente fra due forze che perseguono distinte politiche,
entrambe rivelatesi fondamentali per la sua vittoria alle elezioni ed “è
schiacciato tra l’establishment del partito, i clintoniani che poco
differiscono dai repubblicani moderati e gli attivisti che hanno
galvanizzato la base
spingendola a votare per lui”. Sanno però che per cambiare bisogna
continuare a lottare e non si può delegare, perché il potere, è sempre
nelle mani dei governanti: qualunque sia il governo, repubblicano o
democratico.
Donald Trump ha saputo estrarre i veleni radicati nella cultura e nella
storia americana: razzismo, suprematismo bianco, xenofobia, misoginia e
li ha amplificati, dando al rancore contro le élite motivazioni
razionali e populiste, ha denunciato le élite, pur lavorando per loro.
Essi sanno che ora la gente avverte la necessità del cambiamento della
propria vita quotidiana e vuole che ciò avvenga. Anche se molti di loro
hanno votato per Biden come male minore sono consapevoli che la
strategia politica suggerisce di votare e poi tornare a fare pressione,
affinché si vada nella direzione
giusta, perché è solo attraverso le lotte e la mobilitazione che si può
ottenere il cambiamento. Forte di questa consapevolezza il movimento
anarchico negli USA, nelle sue pur diverse componenti, cerca di svolgere
un ruolo di orientamento dei comportamenti sociali ben più ampio del
numero di militanti di cui dispone, cercando di educare alla
partecipazione, alla mobilitazione e alla lotta per cambiare la società.
[2] Viene organizzata dalla Worker Solidarity Allance una serie di
conferenze ad invito denominate Class Struggle Anarchist Conference,
alle quali si uniscono di volta in volta altre organizzazioni che
vogliono federare un certo numero di organizzazioni
anarchiche locali e regionali. Nel 2013 viene costituita da un certo
numero di gruppi locali e regionali, tra cui Common Struggle,
precedentemente noto come Northeastern Federation of Anarchist
Communists (NEFAC), dalla Four Star Anarchist Organization in Chicago,
dalla Miami Autonomy and Solidarity, dalla Rochester Red and Black e dal
Wild Rose Collective con sede a Iowa Cityè la Black Rose Anarchist
Federation,
Gianni Cimbalo
«Non ti lavare. Accorro, e tra otto giorni sono lì”
(Napoleone Bonaparte a Giuseppina)
Pur passando gli anni e appianandosi, in parte, alcune idiosincrasie
ogni tanto provo a pensare cosa, da giovane, mi desse particolarmente
fastidio nel Partito Comunista Italiano. A pelle, dico. E quindi
bypassando l’enorme importanza (pur con tutti i suoi limiti politici)
del partito di massa ecc..ecc…
Queste ultime sono caratteristiche che ho razionalizzato dopo, ma nel
periodo storico che intercorre fra la metà degli anni ‘70 e tutti gli
‘80, cosa, di quel partito, a me ragazzo inquieto della generazione più
incasinata della storia della Repubblica, indispettiva e indisponeva?
In realtà, all’epoca lo sapevo benissimo, ma non ne ero conscio, oggi, posso invece esplicitarlo, e, forse, anche comprenderlo.
Il moralismo sessuofobico piccolo borghese. Ecco cosa
mi faceva davvero incazzare. A forza di voler apparire migliori e
indiscutibili, a forza di pensare alle “cose serie”, alla “politica”
(che oggi, a dire il vero, ad averne) , il piano del sesso come
esperienza e (perché no) come divertimento, ricerca del piacere, non era
proprio nelle corde di quel partito.
Sia chiaro, nelle corde ufficiali, perché è ovvio che nei comportamenti
reali e privati la musica cambiava, ma quello che non cambiava era la
voglia di rispettabilità che, per voler essere diversa, finiva per
essere perfino più oppressiva di quella ultra bigotta dei peggiori
democristiani.
In un bel libro appena uscito (Edoardo Lombardi Vallauri,
“Ancora bigotti. Gli italiani e la morale sessuale, Einaudi, 2020)
l’autore fa il punto sulla situazione attuale, e, come si evince fin dal
titolo, non siamo messi molto bene. Anche se sembrerebbe il contrario.
Questo testo rimette al centro la vita sessuale come una delle più
importanti esperienze dell’essere umano, ripercorre la storia dei
condizionamenti e anche delle liberazioni.
Gli appunti più rilavanti sono quelli del disdegno che le religioni, in
particolare, quella cattolica, hanno, nei secoli, gettato sul sesso.
Ovviamente, la maggiore ricaduta è stata per l’attività sessuale femminile, da sempre incastrata negli obblighi della maternità.
Ma quello che, a parer mio, rende questo libro molto importante, è dato
dal fatto che il bigottismo attuale coinvolge tutti noi, sia atei o
religiosi, libertari o no e ciò segna il discrimine fra la presunta
rivoluzione sessuale avvenuta negli ultimi decenni e la realtà dei
fatti.
Dove il sesso può esser usato ancora (e forse più di prima) per
distruggere la reputazione di una persona. Assai di più del fatto che
questa reputazione possa essere intaccata da comportamenti penalmente
perseguibili, da reati contro il patrimonio, o dall’avere atteggiamenti
incivili.
La faccenda (di cui l’autore non era a conoscenza, ovviamente, essendo
accaduta dopo l’uscita del suo lavoro) della maestra d’asilo, licenziata
perché il suo uomo avrebbe diffuso un video personale che lei gli aveva
inviato e che poi, dopo vari percorsi, è finito sulla chat dei genitori
è allucinante ma significativa. Non sappiamo come andrà a finire (si
spera con grandi risarcimenti per la maestra) ma intanto sappiamo cosa è
successo: una persona viene licenziata dopo essere stata
messa alla berlina per aver fatto sesso e perché terzi hanno diffuso un
suo video personale. A rigor di logica, l’unica persona danneggiata è
stata lei, gli altri sono tutti responsabili e colpevoli. Ma ai media è
piaciuto parlare di “video hard” dimostrando che al sesso deve essere
sempre accostato un linguaggio che lo riduca e lo sminuisca, oltre a non
essere in grado di uscire fuori da un mondo di stereotipi.
E proprio sul linguaggio “volgare” che da secoli accompagna il sesso, si
appunta l’autore, per evidenziare (probabilmente collegato alla paura
della libertà e dell’esperienza fisica) come ciò abbia spinto una delle
più (se non la più) significative
attività umane in un contesto di separatezza, vergogna, oscurità.
Tuttavia, come dicevo sopra, ciò potrebbe apparire obsoleto e superato
dalle apparenti libertà totali che il mercato pare consentire a tutti.
In realtà, proprio il contesto attuale, quello del riconoscimento delle
differenze (LGTB e via aggiungendo) rischia di consegnarci un nuovo (ma
non tanto) bigottismo. Ovvero, l’omosessualità, o la diversità sessuale,
(un tempo regno, proprio per la sua ghettizzazione, di maggiori libertà
esibite o no) diviene accettabile per tutti a patto che…
……..riproduca il modello monogamo del mondo eterosessuale.
Questo modello, la monogamia, è uno dei bersagli di Vallauri. Quando e
perché nasce questo totem e perché una coppia aperta perderebbe qualcosa
rispetto ad una che non lo è, e non invece guadagnerebbe in conoscenza e
in esperienza, senza essere tradimento?.
Le statistiche che riporta sono significative: oltre il 70% dei
componenti della coppia tradizionale “monogama” ha “tradito” il proprio
partner. Ma c’è tradimento laddove c’è segretezza, non può esserci dove
una diversa relazione sessuale con un altro essere umano faccia parte
della coppia stessa.
Il tradimento, casomai, in un rapporto, sta nell’indifferenza che negli
anni prende il posto della comunicazione, del perdersi in attività
compulsive (chat, social, smartphone) invece di parlarsi. Ma non può
essere tradimento avere un rapporto sessuale con un altra persona, in
quanto ciò non porta ad alcun danno reale nei confronti di nessuno.
Queste sono considerazioni che negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso
avevano preso campo e si erano diffuse, ma sono state poi risucchiate in
una nuova moralità bigotta, questa volta senza religione e anche
politicamente corretta, ma, ormai quasi asessuata.
Dopo alcuni capitoli che appaiono o possono apparire ancora più
beneficamente irritanti, le pagine finali ci consegnano un mondo fatto
di centri commerciali di ragazzi e ragazze con gli occhi sui cellulari
che non si sfiorano né con lo sguardo né tanto meno con la pelle,
rinunciando ad una esperienza di conoscenza e di piacere per aderire ad
un mondo di consumi compulsivi, dove il sesso liberato potrebbe apparire
davvero pericoloso per lo stesso capitale.
“Non scopare, compra!” parrebbe essere quindi la postilla finale di un mondo in cui il bigottismo da religioso è diventato “corretto” e soprattutto coerente con il capitalismo delle 24H, in cui l’esperienza sessuale liberata potrebbe essere rimasta l’ultima frontiera di resistenza.
Postilla:
“no ti prego no non ti asciugare se nella notte hai ancora un brivido animale”
(Gianna Nannini, “Profumo”)
Sulla questione delle orge ungheresi, l’unica lezione che ne possiamo
trarre è che nella sfera dei comportamenti sessuali, non c’è, per
fortuna, discorso razionale che possa reggere con la parte più profonda e
animale della nostra corteccia cerebrale.
Per cui sarebbe meglio astenersi (e la parola è inadeguata!) dall’assumere posizioni che non hanno alcuna ricaduta nella realtà.
Le pulsioni passano avanti a tutto l’incoerenza è tale solo perché ci vogliamo raccontare un essere umano che non esiste.
E come diceva Oscar Wilde “L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi.”h
Stranamente, alcune di queste pulsioni non creano scandalo se si tratta
di bombardare a tappeto una città abitata o per ammazzare il nemico di
turno, ma lo creano se si entra nella sfera sessuale, la quale
(ovviamente fra adulti consenzienti) non risulta abbia mai fatto male a
nessuno. (e, forse, è proprio questo il motivo dello scandalo).
Tuttavia, sarebbe molto meglio che, sui gusti e preferenze sessuali si
evitasse di prendere anche posizioni pubbliche e di politicizzare una
sfera che è politica solo perché l’ipocrisia anti-libertina è stata per
secoli funzionale a riservare tali libertà alle classi elevate.
Questo corto circuito ha fatto sì che si siano dovute assumere posizioni
dirompenti, i cui protagonisti hanno spesso pagato a caro prezzo.
Ad esempio, parlando della civilissima Inghilterra, come dimenticare la
condanna ai lavori forzati ad Oscar Wilde o la castrazione e chimica
applicata Turing uno dei maggiori geni matematici del XX secolo (come
ricompensa per aver decrittato il codice “Enigma” e aver aiutato la GB
ha vincere la guerra).
Detto tutto questo, purtroppo, noto che il moralismo è ormai bipartisan e
anche nel 50ennale della legge sul divorzio capita di leggere che si il
PCI si impegnò a fondo nella battaglia referendaria del 74 (cosa che è
evidente, altrimenti chi votò per il NO all’abrogazione se non elettori
del PCI e della DC….?) ma perché era fatto da gente seria che non
pensava al “libero amore”.
Eccolo là “il libero amore”, roba da hippy e freakkettoni, da fuori di testa.
Omosessuali sì, dunque, ma casti come tutto il resto.
Sposati. Monogami. Fedeli. L’importante è tamponare, neutralizzare la
falla dell’eros, siamo gente perbene, che passa la vita a lavorare
duramente, per il partito, per l’ideale, per la lotta, ma l’eros no, è
pericoloso..…
E così anche sugli ungheresi le battute si sprecano, ma manca quella fondamentale.
Ovvero che il problema non sono le orge (ad averne) ma che, come sempre,
si vorrebbe che esse fossero legittimate solo per chi può.
Due morali, dunque, ai dominanti quella liberata ai sottomessi, quella penalizzante.
E la cosa triste è che questi ultimi ci credono anche e si divertono a
sfottere chi fa le orge…..ma, neppure tanto sotto sotto, il brivido
dell’invidia cova e il moralismo accattone diventa funzionale.
“Il liberale non si fa nessuno scrupolo di tirar fuori contro il tiranno
gli argomenti del bigotto” (Karl Kraus, “Detti e contradetti”)
Andrea Bellucci
A quasi un anno dall’inizio ufficiale della pandemia ormai è evidente che l’emergenza assume caratteri cronici, e che le modifiche che il nostro modo di vivere subirà diventeranno strutturali. Come dipende almeno in parte da noi.
Il virus è un virus, e come tale si comporta da virus. Si sposta, si evolve e si rallenta sulla base delle sue caratteristiche intrinseche che la scienza pian piano, tra ipotesi, prove e esperimenti solo ora sta cominciando a capire. S
Non ci meravigliamo se il capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di proteggere le persone: in compenso sta dimostrando per l’ennesima volta di essere perfettamente in grado di sfruttare, digerire anche questa pandemia, come sfrutta tutto quello che gli/ci capita.
La sfrutta con i grandi guadagni delle imprese private con i sistemi di cura privatizzati, con la ristrutturazione produttiva, con la riduzione degli spazi di libertà, con il ridisegnare le reciproche sfere di influenza.
I vaccini, sviluppati da ricerche sostenute con ingenti capitali pubblici alle imprese private, utili ad arginare questa terribile emergenza, ma che non rappresenteranno la soluzione, finiscono per rispecchiare fin dalla loro comparsa l’essenza stessa della merce, in una battaglia tra monopoli il cui scopo e anche ridisegnare le reciproche sfere di influenza infischiandosene della salute pubblica.
La pandemia ha invece evidenziato ancor più le disuguaglianze e le storture insite nel sistema capitalista, tanto che alcuni articoli e ricerche epidemiologiche non esitano a definire “sindemia” l’attuale situazione, ponendo l’accento sull’interazione sinergica tra problemi sanitari e le criticità di tipo socio-economico e ambientale, tra le quali possiamo certamente annoverare, in particolare nel nostro paese, lo stato di fragilità della nostra sanità pubblica, impoverita da tagli, baronie, malaffare e aziendalizzazione.
Anche la seconda fase della pandemia (e non finirà qui) ha dimostrato come gli indirizzi politici dettati dalle scelte economiche, l’inerzia e la rigidità del sistema, non abbiano permesso di attrezzarsi per dare le risposte che erano necessarie, sotto gli occhi di tutti, dal potenziamento della sanità territoriale a quello delle terapie intensive, dal superamento del precariato e della mancanza di organico alle logiche clientelari, giusto per restare in tema di sanità pubblica, con ingenti risorse drenate da una sanità, cosiddetta privata, il cui unico scopo è il profitto, e che è spesso collusa con la destra più estrema di questo paese. Per non parlare di altri settori quali i trasporti pubblici e la scuola, in cui oltre a proclami e promesse l’azione di governo è stata praticamente nulla, anche in diretta conseguenza della mancanza di coordinamento tra le autonomie regionali e l’elevato grado di conflittualità istituzionale tra governatori e stato centrale, che risponde più a logiche elettorali e di egoismo territoriale che a corrette dinamiche federaliste. Ciò che unisce tutti i piani di governo è la volontà di far andare avanti indisturbati produzione e consumo, colpendo invece pesantemente la socialità delle persone. Quanto succede alla scuola sembra rispondere più a criteri di gestione della mobilità in emergenza, considerando sacrificabile quella degli studenti rispetto a quella dei lavoratori, piuttosto che a logiche educative e didattiche. Se questo vale per la scuola, ancora di più per tutti gli spazi di aggregazione politica e sociale, sacrificati senza se e senza ma lasciando gli individui in dimensioni di isolamento virtuale e salvando solo i livelli di assistenza materiale alla povertà estrema, ignorando tutti gli altri bisogni fondamentali, per non parlare degli spazi di dissenso e, spesso, di agibilità democratica, con il sempre classico doppio regime: si bastonano gli operai e si lasciano manifestare i borghesi a difesa del loro diritto all’aperitivo. E sul terzo settore, su cui si è appoggiato lo stato sociale, si sta abbattendo la scure, discussa solo pochi giorni fa dal governo in ottemperanza a una delle innumerevoli procedure di infrazione europea, che ha stabilito che anche i circoli ricreativi e le ONG debbano essere soggetti ad una tassazione e a una fiscalità di tipo “aziendale”, decretando in questo modo la morte delle piccole realtà associative che ne sono l’anima.
Che in un momento del genere il Recovery Plan discusso dal governo metta la macroarea della salute buon ultimo, nonostante le continue riduzioni occorse al settore negli ultimi decenni, che ora si mostrano in tutta la loro drammaticità, con solo 9 miliardi di investimenti previsti rispetto ai 196 complessivi può apparire surreale, ma sappiamo anche in quali rapaci mani finiranno i 27,7 miliardi destinati al settore infrastutture: per quanto si parli di mobilità sostenibile, non saranno certo i trasporti pubblici o i treni locali a essere potenziati. E anche rispetto ai 74,3 milioni destinati alla transizione verde le multinazionali del gas e dell’energia non sono minimamente interessate a modificare il vigente modello energivoro, climalterante e distruttivo per l’ambiente. E comunque le timidissime proposte di patrimoniale sono state prontamente rigettate e ritenute inattuabili. Al di là del dibattito mes/non mes è proprio necessario che gli investimenti nella sanità vengano pagati con nuovo debito, e non interessando magari quel 20% che detiene il 70% delle ricchezze nazionali?
Intanto secondo il Censis rispetto al 2019 oltre 580mila persone in più vivono in famiglie che percepiscono il reddito di cittadinanza, e quasi 700mila sono beneficiari del sussidio d’emergenza, e quasi mezzo milione di lavoratori non hanno visto rinnovato il proprio contratto a tempo determinato.
Se questo virus ha dimostrato la fragilità della nostra quotidianità, ora ne sta dimostrando la sua plasticità. In meno di un anno abbiamo cambiato modo di lavorare, di incontrarci, di curarci, di fare attività politica e sociale, di percepire il mondo intorno a noi. Per i più fortunati le modifiche sono state una riorganizzazione, per gli altri hanno significato e significheranno licenziamenti, chiusura di attività, impoverimento. I sussidi erogati dall’ INPS, che pure hanno riguardato oltre 14 milioni di beneficiari, per una media di poco meno di 2000 euro a famiglia sono stati sostanzialmente erogati a pioggia in una ottica di mero sostegno al consumo, e non sui reali bisogni materiali e sociali.
La risposta quindi all’attuale sindemia non può che prevedere una visione d’insieme, su basi razionali e materialistiche, che si può articolare almeno su tre linee d’intervento
– risposta sindacale: unificare le lotte con obiettivi chiari con richiesta di reddito, salario e riduzione dell’orario di lavoro. Stabilizzazione e tutela dei lavoratori precari e più fragili dal punto di vista dei diritti. Difesa dei servizi pubblici e diritti: sanità e scuola pubblica, welfare. Per un superamento della competizione fra diritto al lavoro e diritto alla salute.
-risposta per il mantenimento di spazi di agibilità e solidarietà sociale, con lo sviluppo di pratiche solidaristiche e di mutuo soccorso, il contrasto a logiche di esclusione e il sostegno a pratiche conflittuali, su base di classe e antirazzista.
– risposta di contrasto all’accelerazione dei meccanismi predatori del capitalismo dal punto di vista ambientale, su base territoriale e di rete.
Sono questi i presupposti per riprendere il cammino delle lotte che verranno, è la battaglia anticapitalista e antifascista che caratterizza l’azione degli anarchici e dei libertari in questa fase, ribadiamo con la nostra tenacia il nostro posto nella lotta di classe, dalla parte degli sfruttati, per la giustizia sociale e per la libertà.
Alternativa libertaria/fdca, 108 cdd
Sono ormai nove mesi che le vite quotidiane di ognuno di noi sono scandite dai numeri di decessi, di ospedalizzati e di positivi causati dal Covid-19. Mesi terribili durante i quali sono emerse delle falle inaccettabili nella gestione dell’emergenza.
Stato e regioni si sono continuamente rimpallate colpe e responsabilità e hanno preferito risolvere la questione dei contagi imponendo una sorta di lockdown graduale a seconda della gravità delle diverse situazioni territoriali – le famose zone rosse, arancioni e gialle, dettate anche e soprattutto dal volere confindustriale di evitare serrate generalizzate.
Nei fatti è stata colpita e penalizzata soltanto la socialità delle persone, lasciando loro la libertà di contagiarsi nei posti di lavoro e in itinere sui mezzi pubblici, come i numeri dei decessi stanno a testimoniare quotidianamente.
L’ipotesi di mettere in discussione il modello sanitario vigente, che ha la sua massima espressione in quello lombardo, basato essenzialmente sui finanziamenti pubblici alla sanità privata convenzionata e allo smantellamento della medicina di prossimità, della medicina di base e dei consultori, non è nemmeno stata presa in considerazione. Medici ed infermieri hanno iniziato a mobilitarsi e a denunciare carenze di organico importanti, che soprattutto in periodo di pandemia causano gravi disservizi, sia perché la mole di lavoro aumenta e il personale rischia direttamente il contagio e la conseguente quarantena, sia perché lo stesso personale viene dirottato sulle strutture Covid, come il famoso ospedale lombardo ricavato negli ex padiglioni expo, aumentando ulteriormente la pressione sui presidi locali.
In questa seconda ondata la sanità pubblica si trova ancora nella situazione di non riuscire a curare tutti, dirottando sui privati chiunque possa permetterselo (ricordiamo ad esempio che il San Raffaele ha richiesto parcelle di 90 euro anche soltanto per un consulto telefonico) e abbandonando a loro stessi tutti i meno abbienti. Un disastro gestionale, dove tutto il nostro supporto va a quei medici e quegli operatori sanitari che sono entrati in stato di agitazione e che denunciano situazioni insostenibili rischiando anche il posto di lavoro.
Questo clima di incertezza della cura si accompagna all’insicurezza economica, aggravata dal peso del rischio costante di isolamento, di deprivazione di autonomia e di conseguenza peggiora tutte le condizioni di disagio.
Se sono stati numerosi gli interventi a pioggia per ampi settori di popolazione, spesso senza criteri di reddito, tante e tanti sono rimasti fuori dall’attenzione collettiva, pagando spesso i prezzi più alti. Poco o nulla emerge di quanto succede nelle carceri, nei CPT, nei campi e nelle baraccopoli, ai profughi bloccati in mezzo al mare o che cercano di atraversare monti e confini. A fianco delle realtà che da sempre si occupano di povertà, il variegato mondo del terzo settore, si stanno affiancando nuove forme di autorganizzazione, a diverso livello di conflittualità, e delle reti di mutuo appoggio, basate soprattutto sul soccorso alimentare a persone in difficoltà perché hanno perso il lavoro o perché costrette da sole in quarantena. Queste reti sorte spesso a partire da gruppi già organizzati sui vari territori, si stanno replicando in tutta la Penisola, dove grazie a militanti di centri sociali, case del popolo, circoli arci, brigate volontarie di solidarietà già attive e partiti politici si è riusciti a creare reti di supporto che andassero ad affiancare le strutture istituzionali
Tutto questo ha permesso di portare un aiuto concreto e fattivo a un grande quantitativo di nuclei familiari, altrimenti abbandonati a loro stessi.
Un supporto che cerca di interessare anche la questione sanitaria: dove ce n’è stata la possibilità e la capacità, si sono attivati o potenziati ambulatori popolari che suppliscono la carenza dei piani di medicina domiciliare USCA, che ad esempio in Lombardia, la regione più colpita sia nella prima che nella seconda ondata, ha visto attivate circa 55 unità sulle 200 considerate come numero minimo per sgravare le attività di pronto soccorso. Un aiuto decisivo in tal senso proviene dalle tanto vituperate ONG, come Emergency e MSF, che hanno messo a disposizione strutture, personale e saperi per affrontare meglio la pandemia.
Se il primo impulso nell’improvviso sviluppo di questo piano solidaristico è sicuramente stato un modo di ribellarsi all’impotenza sociale, in assenza di altri sbocchi di carattere conflittuale, e la consapevolezza di doversi mantenere aperti spazi di agibilità e di movimento di fronte a una situazione di militarizzazione del territorio e di non vanno sottovalutate due importanti ricadute. La prima ha a che fare con una utilissima tendenza alla ricomposizione di classe, sia nel senso di un riavvicinarsi al piano della materialità dei bisogni su una base paritaria e autorganizzata, sia nel senso della condivisione di un piano progettuale e logistico tra realtà magari contigue territorialmente ma iperframmentate e normalmente non comunicanti. Tavoli di lavoro comune, a partire dal basso, hanno la potenzialità di ricostruire canali di azione comune, anche alzando gli obiettivi in una fase che si possa aprire più conflittuale. Sono già in corso forme di aggregazione in reti a respiro nazionale dentro la quale vengono scambiate informazioni che possono tornare utili a chiunque, non strutture verticistiche che ricadano poi sui vari territori, ma supporto reciproco in modo che ognuno sappia affrontare le emergenze al meglio delle proprie capacità.
Il secondo aspetto interessante è il tentativo di introdurre meccanismi di partecipazione e protagonismo che riempiano di contenuti attuali il concetto di mutualismo, che parte dalla solidarietà ma ad essa non si può fermare per non ricadere in una pura sussidiarietà funzionale al mantenimento dello status quo.
Ancora una volta diverse esperienze non anarchiche riscoprono proprie pratiche nate e cresciute all’interno dell’ambito libertario: non è la prima volta che all’interno del movimento si assumano pratiche anarchiche quali il mutuo appoggio senza fare professione di anarchismo.
Data la natura variegata ed interclassista delle varie realtà coinvolte nei progetti mutualisti, nei quali ognuno porta il proprio vissuto, compito dei militanti e delle militanti comunisti anarchici, presenti nelle strutture di base e coinvoltii nelle pratiche mutualistiche, è quello di anche quello di denunciare la natura classista che sta dietro alla gestione statale dell’emergenza, nella quale i più poveri e i più svantaggiati pagheranno conseguenze ben più salate rispetto alla ricca borghesia. Perché se è vero che il virus non guarda in faccia nessuno, è altrettanto vero che le possibilità di una cura e di una vita degna è un privilegio di classe che è necessario scardinare
In questo numero parliamo di:
-Pandemia e mutualismo
-Risposta di lotta alla crsi
-Solidarietà a Abtin Parsa
articolo 13 del "Non Mollare" di Critica liberale
Articolo ripreso dal sito nazionale di Alternativa Libertaria
E’ difficile esporre una riflessione che armonizzi
razionalità e sentimento circa la scelta di lasciare in maniera
repentina la nostra vita.
Eppure, rispetto al suicidio, possiamo confrontarci con il bagaglio
culturale libertario che discute e difende la sovranità di noi stessi
sul nostro corpo, in modo da aprire un orizzonte comune anche alla
nostra emotività ferita.
I commenti sulla stampa a questo proposito possono dirci poco. Fatta
eccezione per il dar conto delle personalità di rilievo, a volte con
stupore per chi, seppure famoso o affermato, dotato di mezzi, sceglie il
suicidio; sempre più spesso si viene a far parte dei tant* che lasciano
la vita alle soglie dell’anzianità, e che la stampa annota come persone
decise a non farsi travolgere, se stesse ed i propri cari, da patologie
gravemente invalidanti.
Riguardo a questo la tradizione medica si evolve; in Italia, dal 2017,
esiste la legge che dispone il rispetto delle volontà dei cittadini sul
trattamento sanitario, con possibilità di rifiutare terapie di
mantenimento quali tracheostomia e gastrostomia. Malattie gravemente
lesive ora possono essere affrontate senza accanimento, e non sono rari i
casi di persone che dispongono il rifiuto della ventilazione meccanica,
affrontando consapevolmente la sedazione profonda e la morte.
Ma il percorso verso decisioni condivise con la propria rete sociale non è uguale per tutt*, possibile per tutte le patologie1, e soprattutto elaborato culturalmente e praticamente.
Il sostegno nel caso di decisione sulle sospensione delle cure, e sul
modo di finire la vita è ancora una pratica rara. Più raro ancora è il
prepararsi alla morte, seppure da alcuni decenni esistano nuovi filoni
di ricerca sia medica che filosofica. 2Ciò
anche se segnali di cambiamento, in ultimo in Italia la pronuncia della
Corte costituzionale (42/2019) sul caso Marco Cappato – Fabiano
Antoniani, stanno sancendo la liceità dell’ “accompagnamento”, anche se
fuori dai confini statali.3
Proprio nella differenza tra eutanasia (buona morte) e suicidio sta il punto.
Riguardo all’eutanasia (ancora illegale in Italia) e alla sospensione
delle cure mediche (invece legittima con Dichiarazione anticipata4), il diritto si evolve, a partire dall’Art.32 della Costituzione5.
Il suicidio invece, come gesto per definizione individuale, che spesso
cela le motivazioni nella sfera privatissima del proprio “sentire la
vita” fa cadere solo su se stessi, a volte rivendica6, la responsabilità di un’ uscita dalla dimensione collettiva.
Il suicidio non si svolge come “buona morte”, dovendo spesso far ricorso
per attuarsi a metodi violenti e dolorosi, contro se stessi ed il
proprio corpo, nella grande maggioranza dei casi.
La differenza, per inciso, si basa fondamentalmente sul persistere o no
di una rete di relazioni, di affido, a confronto coi limiti imposti
dalle leggi statali.
E’ proprio per questo che il libro sul suicidio, scritto dai libertari
Claude Guillon e Yves le Bonniec, scatenò le ire della maggioranza
benpensante francese, nel 19827:
la narrazione puntigliosa di tecniche di suicidio incruente infrangeva
quel divieto che pare essere sorpassabile solo con atti di masochismo
estremo in una società che ha concepito la vita umana come di proprietà
di Dio prima, poi del Sovrano o dello Stato, quindi del medico o dei
familiari.
Ancora oggi, se leggiamo le copie digitali del libro di Guillon “Le droit à la mort” (2004)8 troviamo censurati tutti i riferimenti a sostanze e dosaggi usati nei suicidi “incruenti”.
La censura della legge non vuole solamente vietare l’ “emulazione” sulla
base di fattori emotivi e psicotici (anche adolescenziali, il
cosiddetto goethiano “effetto Werther”) ma impedire la facilitazione ed
affermare lo stigma sociale.
Ciò nonostante siano attivi nella nostra società tanti modi di
“suicidarsi”: il ricorso a sostanze lentamente mortali con monopolio di
Stato, la guida spericolata dell’omicida-suicida, le armi da fuoco che
sparano colpi “accidentali”… viviamo totalmente immersi in una cultura
che vacilla tra enfasi sulla vita e autodistruzione.
Il tabù resta la scelta privata, consapevole e razionale della morte,
fondata sul riconoscimento di quel limite all’assurdo di cui Albert
Camus parla: “…l’assurdo nasce dal confronto tra la chiamata umana ed il
silenzio irragionevole del mondo”9.
Il suicidio resta quell’affronto alla sovranità (divina o statale) che
un tempo faceva negare le esequie cattoliche ai “peccatori non pentiti” e
la cui colpa pesava nell’immaginario collettivo… l’ eutanasia, invece,
non è più quell’onta che veniva condannata dalla morale cattolica: la
ribellione “luciferina” all’ imposizione della sofferenza per motivi
imperscrutabili di redenzione o per semplice ambiguità divina inizia ad
essere capita. Una lettera apostolica quale la “Salvifici doloris”
(1984) nella quale si teorizzava il dolore imposto al corpo come prova e
strumento di purificazione, ora parrebbe anche alla maggior parte dei
cattolici immotivata, involuta, solo un contro-altare dell’edonismo
reaganiano di un tempo. Un pronunciamento contro l’eutanasia come quello
dell’enciclica Evangelium vitae, sempre siglato da Karol Wojtyla nel
199510,
è ormai incompresa dal cattolico comune, non solo perché tarato sulla
real vita papale (il papa che ebbe un intero piano del policlinico
Gemelli a disposizione per la sua malattia) mass mediata e ideologica,
assolutamente non realistica per i comuni mortali.
Ciò anche se nel programma di “riforma” bergogliana della morale
cattolica resta inclusa la lettera “Samaritanus bonus” (luglio 2020),
che ancora ribadisce “atto gravemente immorale” la scelta di eutanasia
di un malato terminale e addirittura prefigura la possibilità, se tale
eutanasia viene rimandata, di poter intervenire per la conversione11.
Se una società laica, e peraltro fortemente individualista, ripensa il
tema della dignità del fine vita, lo fa riprendendo quindi uno scenario
antico.
Si pensi al gesto socratico di suicidarsi per senso di responsabilità verso se stessi e ciò in cui si crede12,
circondati dalle persone amate, da coloro cui si può ricordare di
pagare un debito in sospeso col dio Asclepio, “dopo aver cenato e dopo
aver bevuto molto bene”13.
Si pensi al Leopardi, primo moderno esistenzialista – del Frammento sul
suicidio -che riflette sul dissidio tra essere umano e natura. O al
suicidio con una placida e collettivamente autogestita overdose del
protagonista di Le invasioni barbariche (2003), o a quello della nonna
diabetica de “Mine vaganti”(2010), penso alla ricerca del buon vivere e
del buon morire.
Il suicidio ha dunque una dimensione ed una ragione private, impossibili
da raggiungere, e una dimensione politica, molto legata alla percezione
collettiva del corpo ed all’astrattezza del pensiero.
Torna attuale la riflessione di Leopardi14,
che ripropone il tema dell’immaginazione al potere contro una società
depressiva, anche prima del pensiero libertario francese. Quel pensiero
libertario che proprio la preziosa memoria storica di Claude Guillon
ricorda essersi dedicato alla “diritto di morire” già con Paul Robin15, e che suggerisce, retoricamente, una marea di cose da fare prima del suicidio (Avant de vous suicider… Caressez un projet / Faites le tour du monde en 8.880 jours/ Mêlez-vous de tout!…).
E’ certo che il confronto con la pandemia da Covid-19 ha
duramente messo in dubbio i principi a tutela della libertà individuale
rispetto alla gestione della nostra salute, ponendo in crisi da
emergenza tutto il sistema sanitario statale, obbligando ad un duro
confronto con la nostra responsabilità sociale senza dare ai cittadini
gli strumenti necessari per gestirla. Ciò ha causato un aumento
esponenziale della paura e della insicurezza delle persone più
vulnerabili16, ed il terrore della segregazione sanitaria.
In questo periodo ha scelto di andarsene Paolo Finzi, ponendo fine alla
sua vita di anarchico utopista che ha reso realtà una rivista anarchica,
A rivista, col suo essere profondamente non violento, “energico e
mobile”, al suo lavoro di cura delle idee e degli ideali, le “illusioni”
di cui scrive Leopardi… “La filosofia ci ha fatto conoscer tanto che
quella dimenticanza di noi stessi ch’era facile una volta, ora è
impossibile. O la immaginazione tornerà in vigore, e le illusioni
riprenderanno corpo e sostanza in una vita energica e mobile, e la vita
tornerà ad esser cosa viva …o questo mondo diverrà un serraglio di
disperati, e forse anche un deserto”.
di Francesca Palazzi Arduini
collaboratrice da fine anni ’80 di A rivista anarchica, per la quale si è
occupata di politiche vaticane e morale cattolica, diritti civili,
femminismi.
Articolo pubblicato su Non Mollare – Critica LIberale del 07/12/2020
1 Vedi il suicidio del grande regista Mario Monicelli, nel 2010, ricoverato in ospedale a 95 anni per un tumore.
2 Da ricordare innanzitutto le ricerche sul campo della dott. Elisabeth Kübler-Ross, autrice de La morte e il morire (1976), Cittadella editrice, Assisi, 2017
"Il carcere non impedisce che si verifichino atti antisociali.
Aumenta il loro numero. Non migliora coloro che entrano nelle sue mura.
Anche se riformato, rimarrà sempre un luogo di contenzione, un ambiente
artificiale, come un monastero, che renderà il prigioniero sempre meno
adatto alla vita della comunità. Non raggiunge il suo fine. Degrada la
società. Deve scomparire" (Prisons and Their Moral Influence on
Prisoners, Peter Kropotkin, Kropotkin's Revolutionary Pamphlets. Roger
N. Baldwin, editor. Vanguard Press, Inc. 1927)
"I nostri compagni non si sentiranno soli. Le persone con cui hanno
condiviso gioie e dolori, fallimenti e vittorie, rimangono con loro più
che mai, resistendo con una forte passione. Sentendo ogni giorno più
amore e odio. L'amore e l'odio attraverso i quali, insieme, cambieremo
il mondo dalle sue radici". (Juan C. Mechoso, Acción Directa Anarquista: Una Historia de FAU, 2002)
1. È passato più di un anno da quando le proteste sono esplose nelle
strade di numerose città del territorio dominato dallo Stato del Cile.
Dall'ottobre dell'anno scorso, la gente ha combattuto senza sosta.
Nonostante la repressione dello Stato, la pandemia COVID-19 e la fame,
la volontà del popolo cileno di organizzarsi e di combattere è
continuamente fiorita. Siamo ora in tempi di lotta e di resistenza in
diversi territori del mondo, dall'Ecuador che testimonia la lotta e la
resistenza degli indigeni, alla Francia, osservando quella dei proletari
indigeni. La gente si è rivolta contro il sistema globale di
dominazione.
Ecco perché l'internazionalismo, quella vecchia pratica tradizionale
delle classi oppresse, diventa imperativo. La parola solidarietà e la
sua prassi di vita reale è sempre stata un principio costitutivo di
queste lotte. E questo ci porta a proiettarla nell'orizzonte
dell'emancipazione.
2. Nonostante le difficoltà intrinseche della vita, le comunità in
lotta, usando barricate, sbattendo pentole e padelle, e ricorrendo
all'autodifesa, hanno resistito nel territorio dominato dallo Stato del
Cile. Esso, in cambio, ha risposto con una repressione sanguinosa, con
migliaia di feriti, centinaia di mutilati, decine di morti e diversi
imprigionati. Repressione condotta dai suoi scagnozzi per difendere i
loro interessi di classe, attaccando le nostre già precarie vite, i
nostri corpi e i nostri territori.
I proiettili e i gas lacrimogeni non sono stati l'unica arma usata
contro la nostra classe, ma anche severe leggi repressive. Con il
sostegno della socialdemocrazia, queste leggi sono state approvate, e
sono incarnate nella "Legge Anti-Barricate", nella "modernizzazione" di
apparati statali repressivi come l'Agenzia Nazionale per l'Intelligence
(ANI), e nel dare alle Forze Speciali nuove infrastrutture per
migliorare il loro terrorismo di Stato.
Come è noto, la repressione dello Stato cileno si esercita
esclusivamente sulla nostra classe, perché quando si scopre che le armi
da guerra e gli equipaggiamenti da combattimento dello Stato sono
utilizzati da gruppi armati della classe dirigente, sono considerati
solo equipaggiamenti. Tuttavia, rompere la vetrina di una banca è
considerato terrorismo per lo Stato e potrebbe tenervi prigionieri per
anni per tale azione. Oggi, per la nostra classe, camminare per le
strade con un cucchiaio e una padella, o con un cartello di cartone
mentre si grida per i diritti sociali è estremamente rischioso. Potremmo
finire in prigione solo per questo. In definitiva, la prigione è un
problema di classe.
3. Attualmente, ci sono quasi 2.500 compagni sottoposti a brutali
processi giudiziari che si sono trascinati per più di un anno, tenendone
migliaia dietro le sbarre. Senza condannare i nostri compagni, ma
usando la "detenzione preventiva", lo Stato ridicolizza coloro che hanno
combattuto a fianco della loro classe in questo anno di epidemia
sociale, anche se sono minorenni. D'altra parte, i pochi condannati
devono affrontare ingiuste pene detentive, alcune tra gli 11 e i 20
anni, a causa delle speculazioni dell'accusa. La condanna vendicativa
dell'accusa ha punito coloro che hanno sfidato il sistema del dominio, e
coloro che hanno osato mettere in discussione la crescente
mercificazione e precarietà della nostra vita.
Come se non bastasse, i prigionieri politici della rivolta sociale
dell'anno scorso sono stati tenuti in isolamento, sono stati torturati
ogni giorno e non hanno potuto ricevere visite o qualsiasi altro
beneficio carcerario.
4. Facciamo un appello alla solidarietà attiva, un
appello a mettere le nostre menti e i nostri corpi nella lotta per il
rilascio di tutti i prigionieri politici e a coordinare le
manifestazioni in tutti i territori del cosiddetto Stato cileno
chiedendo un'amnistia generale e non condizionata. Chi
dimentica i prigionieri dimentica la lotta. Pertanto, il raggiungimento
della loro libertà è un imperativo per le comunità in lotta. Facciamo un
appello a rafforzare le organizzazioni popolari, a sostenere la lotta
per la libertà dei nostri compagni, e a partecipare pienamente alle
varie attività e ai raduni che vengono convocati.
5. Infine, chiariamo che la realtà dei prigionieri politici non è nata
il 18 ottobre 2019, ma è un problema che esiste da decenni.
Storicamente, lo Stato ha cercato di punire coloro che hanno lottato per
il crollo della società di classe. Così, solidarizziamo con i
prigionieri politici Mapuche e con i rivoluzionari, che resistono ogni
giorno nelle carceri-impresa dello Stato del Cile.
LIBERTÀ AI E ALLE PRIGIONIERE POLITICHE DELLA RIVOLTA SOCIALE DEL 2019!
NIENTE PIÙ CARCERE PER CHI LOTTA!
AMNISTIA GENERALE INCONDIZIONATA!
FINE DELLA LEGGE ANTITERRORISMO!
ABROGAZIONE DI TUTTE LE LEGGI REPRESSIVE!
☆ Coordenação Anarquista Brasileira – CAB
☆ Federación Anarquista Uruguaya – FAU
☆ Federación Anarquista de Rosario – FAR (Argentina)
☆ Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina)
☆ Federación Anarquista Santiago – FAS (Cile)
☆ Grupo Libertario Vía Libre (Colombia)
☆ Union Communiste Libertaire (Francia)
☆ Embat - Organització Libertària de Catalunya
☆ Alternativa Libertaria – AL/fdca (Italia)
☆ Die Plattform - Anarchakommunistische Organisation (Germania)
☆ Devrimci Anarşist Faaliyet – DAF (Turchia)
☆ Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera)
☆ Libertaere Aktion (Svizzera)
☆ Melbourne Anarchist Communist Group - MACG (Australia)
☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement - AWSM (Aotearoa / Nuova Zelanda)
☆ Zabalaza Anarchist Communist Front - ZACF (Sudafrica)
☆ Federation of Anarchism Era (Afghanistan and Iran)
☆ Workers Solidarity Movement - WSM (Irlanda)
☆ Anarchist Communist Group - ACG (Gran Bretagna)
☆ Αναρχική Ομοσπονδία - Anarchist Federation (Grecia)
☆ Tekoşina Anarşist - TA, (Rojava - north east Syria)
☆ Organizacion Anarquista de Tucuman (Argentina)