„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
martedì 21 aprile 2020
CORSO GIULIO CESARE
continua sulla paghina di sezione
Benché i fatti accaduti ieri a Torino siano in gran parte da decifrare, una riflessione su di essi e sulla situazione generale si impone.
Ieri a Torino, in corso Giulio Cesare, la polizia è intervenuta per arrestare due scippatori. Una parte del quartiere ha solidarizzato con le forze dell'ordine mentre un'altra parte è scesa in strada per contestare l'operazione di polizia, in particolare per i modi brutali con i quali si è svolta e che ha portato anche al fermo di quattro persone che con lo scippo non avevano avuto nulla a che fare.
Al di là della motivazione dell'intervento della polizia (non difendiamo noi certo lo scippo né come mezzo per guadagnarsi da vivere né, tanto meno, come strumento rivoluzionario), ci vogliamo concentrare da un punto di vista sociale su quanto è accaduto. Le persone scese in strada - tra le quali anche alcuni occupanti di case del quartiere - hanno certamente contestato l'operato della polizia, sollevando però alcune questioni che vale la pena di approfondire.
Nella "chiamata in strada" da parte dei manifestanti in spregio alle norme di isolamento sociale imposte dai ripetuti e sempre più restrittivi DPCM, si è sentito chiaro il riferimento al problema sociale causato da queste stesse norme.
Un isolamento sociale così prolungato produce non solo problemi di alienazione e di relazioni all'interno di abitazioni spesso piccole e senza "sfoghi" esterni come balconi, terrazzi e giardini, ma mette addirittura in pericolo le persone - parliamo di appartenenti alla classe media proletarizzata ed a settori sempre più ampi di proletariato "lumpizzato" - che non hanno redditi sicuri e che, se non lavorano almeno in forma precaria o in nero, non ne hanno affatto, le quali pur tuttavia devono continuare a pagare affitti, utenze, comprare cibo e quant'altro serva per vivere.
Il governo, per coprire inefficienze sue e di quelli che l'hanno preceduto in 30 anni di progressivo smantellamento della sanità pubblica, dall'inizio dell'emergenza sanitaria sta scaricando sui lavoratori e sui cittadini l'inadeguatezza del sistema sanitario italiano mediante l'isolamento sociale. Il messaggio è chiaro, per chi lo sa decodificare: state a casa perché non siamo in grado di curarvi. O meglio, state a casa e uscite solo per andare a lavorare nelle attività - essenziali o inessenziali - che noi abbiamo individuato.
Nel Paese in cui, all'inizio dell'emergenza, c'erano solo 5060 posti in terapia intensiva per 60 milioni di abitanti, in cui lo Stato, attraverso le Regioni, sovvenziona la sanità privata, alla fine il conto lo presentano sempre ai soliti noti.
Ma c'è chi il conto lo paga più salato e sono quelli che non hanno redditi sicuri, pensioni sicure, che non hanno risparmi, "ammortizzatori familiari", che non possono contare nemmeno su scarsissimi ed insufficienti ammortizzatori sociali. Istat fotografa la situazione attuale del Paese con una platea di 3,7 milioni di lavoratori irregolari, in nero. Crescono i contratti e tempo determinato (oggi sono 3 milioni e 130 mila) e i lavoratori indipendenti, mentre sono in calo gli occupati a tempo indeterminato. Rispetto al 2017 i lavoratori a termine sono cresciuti di 257 mila unità e di quelli autonomi di 34 mila unità, mentre i lavoratori a tempo indeterminato suono scesi - anno dopo anno - di 88 mila unità. L’Istat evidenzia che nei 12 mesi la crescita occupazionale si concentra ancora fortemente tra i lavoratori a termine (+8,9%), mentre calano quelli permanenti (0,6%). Fonte Il Sole 24 Ore, quotidiano confindustriale.
Siamo in presenza di un lavoro sommerso in crescita, di forme di autosfruttamento dei lavoratori a partita iva - definiti eufemisticamente "indipendenti" -, di un impoverimento generalizzato e diffuso e di continui aumenti del costo della vita.
Siamo in presenza di una precarizzazione estrema del lavoro, che si accompagna a bassi salari e scarsissime - quando non inesistenti - tutele normative e sociali. I proletari oggi non possono uscire di casa nemmeno per guadagnare quel poco che li faceva stare, in condizioni normali, appena al di sopra della soglia della povertà.
E' chiaro, allora, che di fronte a questo quadro di lavoro nero e precarietà, alle promesse governative non mantenute di contributi e sostegni al reddito e dopo oltre 40 giorni di quarantena - peraltro di dubbia utilità -, si comincino a manifestare i primi segnali di rabbia proletaria. Già le proteste accompagnate da spese non pagate di alcuni giorni fa in alcuni supermercati discount del sud erano stati indicatori significativi di una situazione ormai insostenibile. Il governo aveva avuto buon gioco a derubricare quegli episodi come ispirati ed organizzati dalle mafie locali ma la spiegazione, ovviamente, non è così semplice.
A fronte dell'imbarbarimento sociale prodotto dalla gestione dell'emergenza, con il "popolo dei balconi" in veste di delatore ed anche, talvolta, di aggressore di quanti escono di casa per i motivi più disparati; a fronte dello spiegamento - con tanto di tecnologie e strumenti innovativi ed invasivi - delle forze repressive contro comportamenti individuali giudicati trasgressivi; a fronte dei diktat di Confindustria, che il governo recepisce lasciando aperte attività produttive non essenziali - tra le quali spiccano quelle del settore armiero e militare - e logistiche, i segnali di insofferenza delle classi subalterne si moltiplicano. Ed è normale che sia così. Ed è normale che le persone intervenute ieri, a Torino, abbiano chiamato gli abitanti di un quartiere proletario in strada. E' tanto normale che infatti lo stesso Viminale, nei giorni scorsi, aveva annunciato azioni di prevenzione e contrasto contro "fenomeni criminosi e di ogni forma di illegalità". Una formula vaga che vale per tutto e tutti, non certamente (solo) per la criminalità organizzata e le mafie.
Dobbiamo considerare episodi come quello di ieri a Torino come risposte emotive, parziali, non organizzate, ancora non politiche, ma inevitabili in una situazione sociale così potenzialmente esplosiva, in cui l'unica risposta da parte dello Stato ai bisogni dei ceti meno abbienti e non abbienti è polizia e militari nelle strade.
ALTERNATIVA LIBERTARIA / FDCA
Sez. "F. Salomone" Savona - Val Bormida - Cebano
Noam Chomsky: “Supereremo la crisi del coronavirus, ma abbiamo davanti a noi crisi più gravi”
leggi l'articolo
Noam
Chomsky, noto linguista e analista politico americano di 91 anni, ha
parlato con Srećko Horvat su DiEM25 TV dall’Arizona, USA, dove si trova
in autoisolamento a causa della pandemia. Chomsky ha sottolineato che la
crisi sanitaria del coronavirus è molto grave e avrà gravi conseguenze,
ma sarà temporanea, mentre ci sono altri due gravi orrori per
l’umanità, la guerra nucleare e il riscaldamento globale. La sua analisi
sottolinea che tutte queste minacce sono intensificate dalle politiche
neoliberali, e dopo la fine di questa crisi le opzioni saranno o stati
più autoritari, brutali o una ricostruzione radicale della società in
termini più umani.
Secondo
Chomsky è scioccante che in questo momento cruciale sia in testa Donald
Trump, che descrive come un buffone sociopatico. “Il coronavirus è già
abbastanza grave, ma vale la pena ricordare che si stanno avvicinando
due minacce molto più grandi, molto peggiori di qualsiasi cosa sia
accaduta nella storia dell’umanità: una è la crescente minaccia di una
guerra nucleare e l’altra, naturalmente, è la crescente minaccia del
riscaldamento globale. Il Coronavirus è orribile e può avere conseguenze
terrificanti, ma ci sarà una ripresa. Mentre se gli altri non saranno
recuperati, è finita”.
Il
potere degli Stati Uniti è travolgente. È l’unico Paese che, quando
impone sanzioni ad altri Stati come Iran e Cuba, obbliga tutti gli altri
a seguirli. Anche l’Europa segue il maestro, sostiene Chomsky. Questi
Paesi soffrono per le sanzioni degli Stati Uniti, tuttavia “uno degli
elementi più ironici dell’attuale crisi del virus è che Cuba sta
aiutando l’Europa”. La Germania non può aiutare la Grecia, ma Cuba può
aiutare i Paesi europei”. Aggiungendo le morti di migliaia di immigrati e
rifugiati nel Mediterraneo, Chomsky pensa che la crisi dellla civiltà
dell’Occidente a questo punto sia devastante.
La
retorica di oggi che si riferisce alla guerra ha un certo significato,
secondo Chomsky. Se vogliamo affrontare questa crisi dobbiamo passare a
qualcosa di simile alla mobilitazione bellica. Per
esempio la mobilitazione finanziaria degli Stati Uniti per la seconda
guerra mondiale, che ha portato il paese a un debito molto maggiore, ha
quadruplicato il settore manifatturiero statunitense e ha portato alla
crescita. Abbiamo bisogno di questa mentalità, ora, per superare questa
crisi a breve termine, che può essere affrontata dai paesi ricchi. “In
un mondo civilizzato, i paesi ricchi darebbero assistenza a chi ne ha
bisogno, invece di strangolarlo”. “La crisi del coronavirus potrebbe portare la gente a pensare a che tipo di mondo vogliamo“.
Chomsky ritiene che le origini di questa crisi siano state un colossale fallimento del mercato e delle politiche neoliberali che hanno intensificato i profondi problemi socio-economici. “Si sapeva da tempo che era molto probabile che si verificassero delle pandemie
e si era capito molto bene che delle leggere modifiche dell’epidemia di
SARS dovute alla pandemia di coronavirus erano probabili. Avrebbero
potuto lavorare sui vaccini, sullo sviluppo di una protezione per
potenziali pandemie da coronavirus, e con lievi modifiche avremmo potuto
avere i vaccini disponibili oggi”. Per quanto riguarda Big Pharma, una
le tirannie private al punto che è impossibile per il governo
intervenire, è più redditizio fare nuove creme per il corpo che trovare
un vaccino che protegga la gente dalla distruzione totale. La minaccia
della polio si è conclusa con il vaccino Salk fornito da un’istituzione
governativa, senza brevetti, a disposizione di tutti. “Questa volta si
sarebbe potuto fare, ma la peste neoliberale l’ha bloccato”.
Le informazioni c’erano, ma non abbiamo prestato attenzione.
“Nell’ottobre
2019 c’è stata una simulazione su larga scala di una possibile pandemia
di questo tipo negli Stati Uniti, ma non è stato fatto nulla. Non
abbiamo prestato attenzione alle informazioni. Il 31 dicembre la Cina ha
informato l’Organizzazione Mondiale della Sanità della polmonite, una
settimana dopo alcuni scienziati cinesi hanno identificato l’agente
patogeno come coronavirus e hanno dato l’informazione al mondo. I Paesi
della zona, Cina, Corea del Sud, Taiwan, hanno cominciato a fare
qualcosa e sembra siano riusciti a contenere almeno la prima ondata di
crisi. Anche in Europa, in una certa misura, è successo questo. La
Germania, che si era mossa appena in tempo, ha un buon sistema
ospedaliero e ha agito in modo altamente egoistico, senza aiutare gli
altri, ma almeno ha attuato per se stessa un ragionevole contenimento.
Altri Paesi l’hanno semplicemente ignorato, come il peggiore di loro, il
Regno Unito. Ma il peggiore di tutti sono stati gli Stati Uniti”.
Nel
momento in cui supereremo, in qualche modo, questa crisi, le opzioni
andranno dall’installazione di Stati brutali altamente autoritari fino
alla ricostruzione radicale della società in termini più umani,
preoccupati dei bisogni umani invece che del profitto privato. “C’è
la possibilità che la gente si organizzi, si impegni, come molti stanno
facendo, e porti a un mondo molto migliore, che affronti anche gli
enormi problemi che stiamo affrontando lungo la strada, i
problemi della guerra nucleare, più vicina di quanto sia mai stata, e i
problemi della catastrofe ambientale da cui non ci sarà ripresa una
volta che saremo arrivati a quella fase, e che non è lontana, a meno che
non agiamo con decisione”.
“Quindi
ci troviamo in un momento critico della storia umana e non solo a causa
del coronavirus. Questo dovrebbe portarci alla consapevolezza dei
profondi difetti del mondo, delle profonde e disfunzionali
caratteristiche dell’intero sistema socio-economico, che deve cambiare
se vogliamo sopravvivere nel futuro. Quindi questo potrebbe essere un
segnale d’allarme e una lezione per affrontarlo oggi o per evitare che
esploda. Ma è necessario pensare alle sue radici e a come queste radici
porteranno ad altre crisi, peggiori di questa”.
A
proposito della situazione di quarantena che oggi più di 2 miliardi di
persone sul pianeta affrontano, Chomsky sottolinea che una forma di
isolamento sociale esiste da anni ed è molto dannosa.
“Ci
troviamo ora in una situazione di vero e proprio isolamento sociale.
Deve essere superata ricreando i legami sociali in qualsiasi modo si
possa fare, in qualsiasi modo si possano aiutare le persone in
difficoltà: contattandoli, sviluppando organizzazioni, espandendo
l’analisi, e prima di farli diventare funzionali e operativi, fare
progetti per il futuro, riunire le persone come si può nell’era di
internet, unirsi, consultarsi deliberatamente per trovare risposte ai
problemi che si devono affrontare e lavorare su di essi. Si può fare. La
comunicazione faccia a faccia non è essenziale per gli esseri umani.
Anche se ne saranno privati per un po’ di tempo, la si può mettere in
attesa”.
Noam Chomsky conclude dicendo: “Trova altre strade e continua, anzi, amplia e approfondisci le attività svolte“. Si può fare. Non sarà facile, ma gli esseri umani hanno affrontato problemi in passato”.
Etichette:
coronavirus,
covid19,
Noam Chomsky,
pressenza
domenica 19 aprile 2020
A.L. il foglio telematico della nostra federazione ... aiutaci diventando un nostro diffusore !
In questo numero a tema coronavirus parliamo di:
-Capitalismo della sorveglianza
-Lotta di classe ai tempi del coronavirus
PER SCARICARLO
PER RICHIEDERLO
EDDI NON SARÀ MAI SOLA
segui qui l'articolo
Ma ecco la contraddizione. Non appena una donna italiana, una donna libera, decide di unirsi alla Rivoluzione e torna a casa sana e salva allora deve essere punita, condannata, limitata nei suoi movimenti perché ritenuta “socialmente pericolosa”.
Eddi è una donna che ha speso la sua vita a combattere per un mondo più giusto, a studiare per capire i meccanismi economici e culturali che opprimono la nostra società, oggi messi drammaticamente in evidenza dalla pandemia in corso, capace di comunicare i suoi contenuti con grande chiarezza a platee molto differenti. Eddi è partita nel 2017 e da quando è tornata ha raccontato la sua esperienza, i crimini dell’ISIS e dello stato turco dovunque venisse invitata. È tornata per riprendere le lotte che aveva lasciato, per i senza tetto, per i disoccupati e soprattutto con il movimento delle donne Non Una di Meno. Proprio questa attività è quella che ha pesato nel giudizio della Procura di Torino. E in particolare la sua presenza a due presidi pacifici e una manifestazione del 1° maggio. Eddi è una NO TAV e il tribunale di Torino è da anni il principale laboratorio di repressione di una lotta che dura da 30 anni, capace di incarcerare Nicoletta Dosio, una donna di 73 anni. Ora hanno preso di mira anche Eddi. Il provvedimento sancisce la sua “pericolosità sociale” e la costringe a non spostarsi da Torino e a rimanere nella propria abitazione dalle 21 alle 7, con in più la proibizione di avvicinarsi ad assembramenti e riunioni dalle 18 alle 21.
Ma perché la Procura di Torino considera Eddi “socialmente pericolosa” e la criminalizza? E per quale motivo tra le 5 persone che sono state prese di mira dalla Procura l’unica ad aver subito il provvedimento è una donna?
Forse la sua “pericolosità sociale” sta nel fatto che il suo pensiero e le sue azioni vanno nella direzione di un cambiamento radicale della società in cui viviamo? Forse perché per la società ingiusta e patriarcale in cui viviamo una donna forte, che non si piega, è da punire e rieducare? O forse perché la sua presenza pubblica e le sue denunce sono diventate inaccettabili? Non vogliamo credere che le ragioni del provvedimento siano da imputare “all’atteggiamento aggressivo di Eddi e al suo passo marziale”, il pretesto ridicolo addotto dalla Procura di Torino per giustificare la sua decisione.
Ma Eddi non è sola. Tutte noi siamo solidali e complici. Perché per noi “Jin Jiyan Azadi” (donne, vita e libertà) non è uno slogan ma l’essenza stessa della vita.
Noi, donne della Rete Jin italiana saremo pronte in ogni momento a difendere le sue scelte e a scendere al suo fianco in ogni tribunale e in ogni piazza.
In questi giorni dominati dal Covid19, è arrivata una
notizia che non avremmo voluto ricevere. Maria Edgarda Marcucci, una
donna che nel 2017 è andata in Rojava per sostenere la Rivoluzione delle
donne, si è vista comminare la sorveglianza speciale. Lei, unica
imputata donna su cinque, è stata la sola a essere stata punita con
misure che discendono per via diretta dal confino del regime fascista e
che andranno a limitare moltissimo la sua libertà. L’impianto
accusatorio la voleva pericolosa perché ha partecipato alla Rivoluzione
delle donne in Rojava, nel nord est della Siria. Quel movimento di donne
osannato dai media di tutto il mondo, che ha scoperto la Rivoluzione in
atto attraverso le foto delle guerrigliere curde, scardinando così gli
stereotipi sulle donne in Medioriente. Loro, che a volto scoperto hanno
combattuto e sconfitto lo Stato Islamico. Molti politici, nelle loro
dichiarazioni, hanno elogiato e osannato il movimento delle donne in
Rojava. Gli stessi politici che non più di un anno fa hanno definito
Lorenzo Orsetti “eroe” quando è caduto martire il 18 marzo 2019 mentre
combatteva l’ultima battaglia contro ISIS.
Ma ecco la contraddizione. Non appena una donna italiana, una donna libera, decide di unirsi alla Rivoluzione e torna a casa sana e salva allora deve essere punita, condannata, limitata nei suoi movimenti perché ritenuta “socialmente pericolosa”.
Eddi è una donna che ha speso la sua vita a combattere per un mondo più giusto, a studiare per capire i meccanismi economici e culturali che opprimono la nostra società, oggi messi drammaticamente in evidenza dalla pandemia in corso, capace di comunicare i suoi contenuti con grande chiarezza a platee molto differenti. Eddi è partita nel 2017 e da quando è tornata ha raccontato la sua esperienza, i crimini dell’ISIS e dello stato turco dovunque venisse invitata. È tornata per riprendere le lotte che aveva lasciato, per i senza tetto, per i disoccupati e soprattutto con il movimento delle donne Non Una di Meno. Proprio questa attività è quella che ha pesato nel giudizio della Procura di Torino. E in particolare la sua presenza a due presidi pacifici e una manifestazione del 1° maggio. Eddi è una NO TAV e il tribunale di Torino è da anni il principale laboratorio di repressione di una lotta che dura da 30 anni, capace di incarcerare Nicoletta Dosio, una donna di 73 anni. Ora hanno preso di mira anche Eddi. Il provvedimento sancisce la sua “pericolosità sociale” e la costringe a non spostarsi da Torino e a rimanere nella propria abitazione dalle 21 alle 7, con in più la proibizione di avvicinarsi ad assembramenti e riunioni dalle 18 alle 21.
Ma perché la Procura di Torino considera Eddi “socialmente pericolosa” e la criminalizza? E per quale motivo tra le 5 persone che sono state prese di mira dalla Procura l’unica ad aver subito il provvedimento è una donna?
Forse la sua “pericolosità sociale” sta nel fatto che il suo pensiero e le sue azioni vanno nella direzione di un cambiamento radicale della società in cui viviamo? Forse perché per la società ingiusta e patriarcale in cui viviamo una donna forte, che non si piega, è da punire e rieducare? O forse perché la sua presenza pubblica e le sue denunce sono diventate inaccettabili? Non vogliamo credere che le ragioni del provvedimento siano da imputare “all’atteggiamento aggressivo di Eddi e al suo passo marziale”, il pretesto ridicolo addotto dalla Procura di Torino per giustificare la sua decisione.
Ma Eddi non è sola. Tutte noi siamo solidali e complici. Perché per noi “Jin Jiyan Azadi” (donne, vita e libertà) non è uno slogan ma l’essenza stessa della vita.
Noi, donne della Rete Jin italiana saremo pronte in ogni momento a difendere le sue scelte e a scendere al suo fianco in ogni tribunale e in ogni piazza.
Etichette:
antifascismo,
antimperialismo,
Eddi,
ex combattenti rojava,
isis,
repressione,
solidarietà
lunedì 13 aprile 2020
Pandemie, capitalismo e sorveglianza Pandemie, capitalismo e sorveglianza
Questi ultimi mesi hanno segnato un drastico e
assolutamente imprevisto cambiamento di abitudini e innescato scenari
inediti con cui tutte e tutti noi stiamo cercando faticosamente di fare i
conti.
Ma la tragedia non è per tutti. Mentre si gioca con la vita dei
lavoratori in nome della tenuta economica del paese, mentre tante e
tanti di noi si chiedono come sopravvivere, come sempre qualcuno ci
guadagna. E molto.Il 6 gennaio 2020, sull’inserto Economia del Corriere della Sera, Maria Teresa Cometto redige un interessante articolo sui giganti dell’hi-tech, segnatamente Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google) e Facebook, capaci di sfidare le regole delle borse e dei mercati e di vantare un valore complessivo che va oltre quello del PIL tedesco. Dei veri e propri colossi, paragonabili all’impero finanziario dei Rockfeller, ma infinitamente più invasivi nelle vite di ognuno di noi. E che ora, con l’emergenza Covid-19 in atto, rischiano di divenire ancora più potenti di quanto non siano già.
Con le attività commerciali quasi tutte chiuse, con molte persone costrette a stare in casa per provare a indebolire il tasso di contagio del virus, i servizi immateriali stanno subendo un incremento senza pari. Come è facilmente immaginabile, lo smartphone, i computer e le smart tv sono diventati accessori indispensabili per usufruire dei servizi, fare compere attraverso applicazioni scaricabili dal Play Store di Google e dall’Apple Store, informarsi e tenere contatti con parenti ed amici.
In un aberrante video online da qualche giorno, Urbano Cairo, proprietario tra le altre cose del Corriere della Sera, invita con entusiasmo i suoi venditori a contattare inserzionisti pubblicitari per sfruttare il momento di grande accesso ai mezzi di comunicazione che la situazione attuale ha accentuato. Nella sua vomitevole positività, Cairo ci mostra il vero volto del capitalismo, fatto di spietata noncuranza per l’emergenza, che viene vista solo ed unicamente come fonte di guadagno per il proprio gruppo editoriale.
Ebbene, se da un lato è pensabile che ogni gruppo editoriale tiri acqua al proprio mulino, dall’altro i cinque colossi citati in apertura paradossalmente non avrebbero bisogno di una mossa del genere, essendo noi utenti che forniamo loro la gran parte dei loro immensi profitti, attraverso la cessione volontaria dei nostri dati personali, rivenduti a peso d’oro ad analisti ed aziende che possono fornire profilazioni estremamente accurate dei nostri gusti e delle nostre esigenze per fornirci prodotti e servizi di cui sentiamo di avere necessità.
Questo meccanismo, oltre ad accentrare quantità di denaro raramente vista in passato nelle mani di pochissimi gruppi, ci pone nella condizione di mettere parte del nostro libero arbitrio nelle mani di un algoritmo, che sempre più deciderà per noi di cosa necessitiamo e da quali aziende è meglio rifornirsi.
Ne sa qualcosa Jeff Bezos, AD di Amazon, la più grande società al mondo di commercio elettronico, che nel contesto emergenziale in atto trova le condizioni ideali per incrementare gli affari, nonostante le legittime proteste e scioperi che hanno interessato alcuni stabilimenti in Piemonte, Lombardia e Lazio.
Ma l’azienda di Bezos non si occupa solo di commercio, Amazon possiede l’infrastruttura per custodire i Big Data delle agenzie di intelligence americane, una enorme “nuvola” virtuale che raccoglie tutte le informazioni generate dalla specie umana tramite telefonate, msm , email, conversazioni, like su F.B., messaggi Twitter, video, foto e ogni altro tipo di dati immessi sulla rete.
Un altro dato estremamente interessante è che l’estrazione del plusvalore che per esempio si realizza nei magazzini Amazon con un “super” sfruttamento del personale, adottando una organizzazione che ricorda la classica catena di montaggio ed il vecchio cottimo tipico dell’organizzazione tayloristica, facendo correre i propri dipendenti nei magazzini tra i corridoi con un countdown timer per riempire i cesti nel più breve tempo possibile e con lo “strangolamento” dei corrieri per le consegne, è affiancato da un extra profitto derivato dalla inconsapevole cessione dei dati personali a fini commerciali. Così facendo il capitalismo, invadendo definitivamente la sfera personale, guadagna cifre inimmaginabili da questo meccanismo peraltro con il consenso pressoché generale.
Un altro motivo per cui quello che Shoshana Zuboff definisce capitalismo della sorveglianza trarrà enormi profitti dalla crisi sanitaria in atto è la sorveglianza digitale che i grandi gruppi della telecomunicazione sta mettendo in atto per monitorare gli spostamenti delle persone sottoposte a quarantena, e non solo. La tecnologia di sorveglianza di una cella telefonica non è certo una novità, ma per la prima volta viene utilizzata in modo tanto palese. E’ chiaro che, come ogni tipo di tecnologia, l’utilizzo che ne viene fatto può essere più o meno buono. E’ assolutamente plausibile però che questo, a emergenza terminata, possa diventare uno strumento repressivo di controllo sociale atto a contrastare in maniera più efficace le lotte dei movimenti sociali e che addirittura punti a prevenire qualsiasi forma di dissenso, inserendosi perfettamente in quel vero e proprio apparato repressivo rappresentato dai recenti decreti sicurezza voluti dall’ex ministro dell’interno Salvini e comunque ad oggi mai modificati né cassati dall’esecutivo. A tal proposito sarà necessario, oggi più di prima, porre grande attenzione a un uso responsabile e cosciente dei dispositivi tecnologici di uso comune, privilegiando tecnologie open-source e antitracciamento laddove fattibile.
Tornando ai big data, il monitoraggio degli spostamenti permetterà agli analisti di verificare in tempo reale i tragitti di un dato soggetto, i supermercati davanti ai quali transiterà, i chioschi di benzina che troverà sulla propria strada e via discorrendo, garantendo un’ulteriore profilazione, sempre più efficace e pervasiva.
In tutto questo sta passando come una rivoluzione positiva la sperimentazione della tecnologia 5G, che permetterà una velocità di accesso ai dati e una capacità di archiviazione che ad oggi nemmeno riusciamo ad immaginare. Come già detto, la tecnologia non è sbagliata di per sé, ma prima di un utilizzo massivo di qualsiasi innovazione tech, andrebbero valutati gli effetti sulle persone e sull’ambiente.
Anche perché sappiamo che questa pandemia, come quelle di cui non ci siamo troppo accorti e quelle che verranno, è in buona parte dovuto al continuo sfruttamento intensivo del suolo per attività produttive e di coltivazione, che ha tolto habitat ai selvatici e favorito il loro spostamento verso aree densamente abitate, favorendo i cambi di specie alla base di questi virus. Altri studi stanno aprendo scenari inquietanti che riguardano la diffusione del virus attraverso le polveri sottili e l’inquinamento atmosferico.
Abbiamo a che fare con un meccanismo di controllo sociale gigantesco, che da un lato indirizza le scelte e dall’altro reprime il dissenso, un meccanismo estremamente difficile da combattere, ma, come tutte le cose, non indistruttibile.
La necessità da parte delle Stato di dotarsi di strumenti di controllo e repressione per meglio governare i comportamenti “irresponsabili” nel contesto dello stato di emergenza, è una contraddizione intrinseca al processo di individualizzazione che sta alla base del modello odierno della produzione capitalista.
Il passaggio storico che si è andato definendo con la dissoluzione dalla grande fabbrica fordista come necessità di neutralizzazione della soggettività operaia degli anni sessanta-settanta, ha prodotto, attraverso lo strumento ideologico del pensiero neo-liberista, un’atomizzazione sociale dove l’individuo, nella piena solitudine, ha l’illusione di affermare se stesso attraverso un darwinismo sociale della lotta per la sopravvivenza. Da qui, la necessità per lo Stato di ricostruire quel un senso di appartenenza che trova attuazione attraverso suggestioni identitarie e un senso generale di angoscia collettiva che ci rende l’uno il sorvegliante e il delatore dell’altro.
Uscire da questa condizione di isolamento e dalla retorica identitaria è un passaggio obbligatorio per ricostruire quel senso di comunità e solidarietà che, nel contesto di questa circostanza critica, non poteva che materializzarsi negli ambienti del mondo del lavoro salariato e delle pratiche di mutuo-aiuto e di autorganizzazione. Dalla dicotomia tra solidarietà sociale e un individualismo egoistico e meritocratico, che è alla base di un sistema economico rapace e cinico, dobbiamo partire per immaginare i nessi tra libertà ed eguaglianza in ogni spazio quotidiano.
Etichette:
1984,
critica anticapitalista,
Orwell
Per la proclamazione dello sciopero generale nazionale
A fronte del divieto di mobilità esteso
oramai su tutto il territorio nazionale, ed alla chiusura delle attività
commerciali ad esclusione delle filiere alimentari, non sono state
fermate tutte le fabbriche e gli altri posti di lavoro non essenziali e
non sono state organizzate ancora oggi al loro interno forme sufficienti
di garanzia e protezione rispetto alla possibile epidemia del virus.
Lo stesso decreto del Presidente del
Consiglio del 22/03/2020 che dispone la chiusura delle fabbriche e delle
lavorazioni non essenziali è largamente insufficiente a garantire la
salute e la incolumità dei lavoratori.
L’elenco delle attività economiche
allegato al decreto (codici ATECO), dove si prevede e garantisce la
continuità delle lavorazioni, ha subito sotto la pressione di
Confindustria un ampliamento fino ad arrivare a settori niente affatto
indispensabili e necessari.
Siamo arrivati all’ emanazione di questo
ennesimo decreto anche per effetto della spinta dei lavoratori e delle
lavoratrici che che in diverse realtà produttive, hanno incrociato le
braccia scavalando gli stessi sindacati e lo stesso „protocollo di
sicurezza per i lavoratori“, siglato fra Confindustria e Organizzazioni
Sindacali, solo 9 giorni fa, il 14 marzo scorso, il quale non
rappresentava e non rappresenta una soluzione effettiva.
Di fronte alla tracotanza padronale, che
non tollera che le proprie esigenze di profitto possano essere messe
momentaneamente in secondo piano, (neppure nei confronti di una
emergenza sanitaria così aggressiva come in Covid-19 che al momento che
scriviamo ha causato già ben oltre i 5mila morti) e rispetto alla scelta
complice del governo Conte, CGIL CISL e UIL hanno risposto con toni
formalmente “vibranti” non escludendo la possibilità di scioperi, ma
nella sostanza si è ripetuto lo stesso clichè ed atteggiamento pilatesco
avuto a seguito del protocollo di intesa.
Nel nostro comunicato nazionale del 15
marzo denunciavamo: ” Si demanda alle strutture aziendali, la
possibilità di indire scioperi non tenendo minimamente di conto, in
maniera pilatesca, della situazione delle migliaia di picccole o
piccolissime fabbriche e posti di lavoro non sindacalizzati o dove il
ricatto padronale è forte o laddove queste realtà spesso lavorano dentro
la filiera dell’aziende industriali più grandi e se non si ferma la
capofila non possono fermarsi nemmeno loro.”
Ciò che oggi occorre è rivedere
prontamente la lista ATECO ma soprattutto formalizzare uno sciopero
generale nazionale, che ci aspettiamo fortemente unitario tra tutte le
realtà sindacali, in tutti quei settori realmente non necessari ed
indispensabili rispetto alla emergenza sanitaria e sociale che stiamo
vivendo. Rivendicando e esigendo non solo la pronta attivazione di tutte
le forme di ammortizzazione sociale già previste ma anche forme di
sostegno al reddito per tutti le lavoratrici e i lavoratori precari,
atipici e tutti coloro attualmente esclusi dalle coperture contrattuali.
Per rilanciare, in prospettiva, le lotte per rivedere la relazione tra
lavoro e salute, dei lavoratori e di tutti.
23 marzo 2020
Commisssione Mondo del Lavoro Alternativa Libertaria/FdCA
lotta di classe al tempo del corona virus
L’italia con sessanta milioni di abitanti
ed al vertice, insieme a Germania e Giappone, della classifica delle
popolazioni più anziane, ha centocinquantamila posti letto nella sanità
pubblica e quarantamila in quella privata.
Complessivamente fra le strutture
pubbliche e le strutture private, cinquemila sono i posti letto
abilitati per la terapia intensiva.
Oltre 3600 sono nelle strutture della sanità pubblica, mentre gli altri 1400 sono nelle strutture private convenzionate.
Lo sforzo e l’obiettivo che il governo nazionale insieme alle Regioni, come si sa titolari della sanità pubblica e convenzionata, stanno mettendo in campo è quello di arrivare per fine di questo mese a disporre di 6100 posti letto.
Se questi sono alcuni dati generali ciò
che è necessario capire e su cui riflettere è per quale motivo ci stiamo
tragicamente avvicinando a quel punto limite nel quale possono mancare
posti letto di terapia intensiva.
Stiamo concretamente rischiando di arrivare a porsi il dilemma di dover sceglier chi salvare (intubare) e chi no.
Occorre ricordare inoltre che per ogni posto di terapia intensiva necessario a una persona in grave rischio di vita, bisogna avere, oltre alle attrezzature mediche, personale medico e infermieristico specializzato, secondo standard definiti di 12 medici e 24 infermieri per unità di 8 posti letto, oltre al personale non specializzato (OSS) e dei servizi generali .
La logica privatistica introdotta nella
sanità pubblica, l’estensione del concetto della competitività con il
corrispettivo allargamento di quella privata, ha portato ad una costante
ed ineluttabile riduzione di posti letto complessivi.
Chiusure di Ospedali “minori” riduzione di
presidi territoriali, applicazione alle ASL della stessa logica di
centralizzazione e concentrazione del capitale privato manifatturiero,
applicando alla sanità gli stessi approcci produttivistici come il just
in time, la riduzione delle scorte, ecc.. come se la nostra salute fosse
una merce qualsiasi.
Ciò ha determinato che abbiamo un posto di
terapia intensiva ogni cirva 11870 abitanti mentre in Germania abbiamo
un rapporto di un posto letto ogni 3000 abitanti, essendo i posti letto
complessivi di terapia intensiva 28000, oltre cinque volte di più
dell’italia pur non essendo affatto e la popolazione tedesca il
quintuplo degli italiani.
Oltre a questa falcidia nel 2015 il
Governo Renzi nel regolamento per gli standard ospedalieri definito con
decreto (Decreto n70 del 02\04\2015) ha stabilito che un utilizzo medio
dell’ 80/90 % dei posti letto durante l’anno deve essere ritenuto
sufficiente.
I Reparti di rianimazione quindi, in assenza di corona virus, sono quasi al completo .
Ciò significa che dei circa 5000 posti
letto nei Reparti di terapia intensiva quelli liberi per l’emergenza
Covid-19 in realtà sono meno di un migliaglio a livello nazionale.
Quindi basta che i pazienti di Covid-19
raggiungano il 10/20 % dei posti letto di rianimazione a disposizione
per saturare i Reparti.
Sappiamo che nei casi di corona virus
rilevati, uno su cinque, sviluppa complicazioni polmonari serie o gravi e
la metà deve essere ricoverato in terapia intensiva, pena una rapida
morte per asfissia. Quindi uno su dieci ha bisogno di essere intubato.
Dunque, il punto di crisi, in condizioni normali, della sanità italiana è di circa cinquantamila.
Ipotizzando che il contagio da corona virus
possa arrivare a cinquantamila (attualmente, mentre scriviamo queste
note i dati disponibili dell’ infezione sono arrivati a oltre 20000) si
saturerebbero completamente i posti letto disponibili e dopo questo
numero chi dovesse avere un infarto, o un decorso post operatorio
complesso rischierebbe di morire per assenza di trattamento idoneo.
Inoltre lo stato dell’arte della sanità italiana è caratterizzata dalla mancanza cronica di medici e infermieri.
In Italia mancano 10mila medici, 53mila
infermieri e 70mila OSS e sono oltre 2mila tra medici e infermieri i
contagiati durante le ore di servizio fino a questo momento.
Non possiamo accettare che le necessarie
misure di contenimento della malattia ricadano sulle spalle delle
lavoratrici e dei lavoratori così come sulle nuove generazioni di
precari e precarie, lavoratrici e lavoratori autonomi.
A fronte del divieto di mobilità, oramai
sul tutto territorio nazionale ed alla chiusura delle attività
commerciali ad esclusione delle filiere alimentari, non sono state
fermate le fabbriche e gli altri posti di lavoro, non sono state
organizzate al loro interno forme sufficienti di garanzia e protezione
rispetto alla possibile epidemia del virus.
I Padroni, attraverso Confindustria, hanno
fortemente condizionato il governo per non arrivare al blocco totale
della produzione.
Questo ha determinato e sta determinando
un crescendo di scioperi aziendali indetti da parte della maggioranza
delle strutture sindacali tutte, dalla CGIL passando per la CISL e la
UIL fino ai sindacati di base.
La richiesta minima di queste agitazioni,
che in alcuni casi stanno subendo gravi intimidazioni e repressioni, è
quella di dotarsi di DPI (dispositivi di protezione individuale) fino
alla giusta richiesta di non perdere salario o il lavoro a causa del
corona virus.
Lo stesso protocollo di sicurezza per i
lavoratori siglato fra Confindustria e Organizzazioni Sindacali non
rappresenta una soluzione effettiva in quanto il rispetto dello stesso
protocollo viene demandato alle strutture aziendali. RSA, RSU ed RSL,
non tenendo minimamente di conto, in maniera pilatesca, della situazione
delle migliaia di picccole o piccolissime fabbriche e posti di lavoro
non sindacalizzati o dove il ricatto padronale è forte o la dove queste
realtà spesso lavorano dentro la fliera dell’aziende industriali più
grandi e se noin si ferma la capofila non possono fermarsi nemmeno loro.
il diritto alla nostra salute viene prima del loro profitto
Occorre subito una forte assunzione di
infermieri e Operatori Socio-Sanitari (OSS) e internalizzare
stabilizzandoli, tutti i lavoratori precari della Sanità.
Fare un grosso piano di assunzioni con bandi rapidi e agevolati.
Occorre uno stanziamento di risorse
straordinarie, anche attraverso una patrimoniale, per la garanzia dei
posti di lavoro, compreso per i precari che lavorano negli appalti e per
la copertura integrale del salario.
E’ altresì necessario contrastare il tentativo di promuovere un nuovo clima di “unità nazionale”.
Non è accettabile che in nome
dell’ennesima emergenza si occulti le responsabilità della classe
dominante e dei governi dei tagli e delle privatizzazioni alla sanità
cosi come lo scadimento e la riduzione dei servizi.
Occorre promuovere e sostenere tutte le
mobilitazioni dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati vei
disoccupati che c’erano e di quelli nuovi creati dall’emergenza
sanitaria, per il lavoro e il reddito.
Occorre trasformare questa gravissima e
pericolosissima pandemia in un processo di unità e autonomia
internazionale del movimemnto dei lavoratori nei confronti di tutti i
governi, intenti esclusivamente a sostenere le classi dominanti e le
rispettive borghesie nazionali preoccupate esclusivamente di non perdere
quote di mercato rispetto ai competitori europei e/o mondiali.
La motivazione di non fermare totalmente
le produzioni ad esclusione dei beni di prima necessità come i generi
alimentari e quelli farmaceutici risponde esattamente a questa
insaziabile sete di profitto a scapito della stessa salute dei propri
operai, confermando vieppiù l’assioma della produzione capitalistica e
la sua sostanziale irrazionalità e la necessità di una società comunista
e libertaria per non sprofondare nella barbarie.
I militanti e le militanti di Alternativa
Libertaria/FdCA sono all’unisono accanto ed a sostegno delle lotte delle
lavoratrici e dei lavoratori, dei loro bisogni, della loro capacità
organizzativa.
Solidarietà internazionale contro guerra e razzismo
Cinque anni dopo la cosiddetta “crisi dei rifugiati” e quasi quattro anni dopo l’accordo tra Unione Europea e Turchia, siamo ancora testimoni della violenza prodotta dalle politiche migratorie centrate sulla sicurezza. Dallo scorso giovedì (27.02.2020), migliaia di persone si sono mosse verso il confine tra Turchia e Grecia seguendo l’annuncio secondo il quale dalla Turchia non si sarebbe più messo un freno alla volontà di migranti di raggiungere l’Europa. L’annuncio da parte del governo turco è arrivato dopo la morte di 33 soldati nell’area di Idlib, dove l’acutizzarsi del conflitto ha fatto salire il numero delle vittime giorno dopo giorno, anche a causa della mirata distruzione di infrastrutture di base e strutture sanitarie. Il governo turco chiude i suoi confini con la Siria e non si fa scrupoli a spingere migliaia di migranti verso le porte d’Europa, all’interno di un limbo.
Migranti e richiedenti asilo dalla Siria, Afganistan, Pakistan e da diversi paesi africani hanno raggiunto l’area di confine di Edirne, Cannakkal e Izmir; alcuni sono stati condotti là da mezzi messi a disposizioni dalle municipalità, altri sono arrivati con taxi privati o camminando. Nell’area di Edirne, sono stati autorizzati dalle autorità turche a procedere verso la zona di confine, ma le forze di polizia greche hanno impedito loro di passare usando gas lacrimogeni e granate stordenti. Contemporaneamente, le autorità turche hanno impedito l’accesso ai giornalisti e ai reporter. Le persone bloccate nella zona grigia tra i due stati, sotto una forte pioggia e con scarse scorte di cibo, hanno gridato per l’apertura della frontiera. Ad alcuni di loro, raggiunto il confine terrestre, è stato detto dalle autorità di prendere la via del mare, nonostante le pericolose condizioni meteo.
In Grecia lo scenario va peggiorando. Il governo ha recentemente emanato una più stretta e inumana legge sui richiedenti asilo che prevede la detenzione all’arrivo sul territorio greco. Nei giorni scorsi, le comunità locali sulle isole di Chios e Lesbo si sono scontrate con la polizia, per opporsi all’istallazione di nuove strutture detentive. Pressati dalla cosiddetta “crisi dei rifugiati”, dopo l’accordo tra Europa e Turchia, hanno protestato contro il deterioramento delle loro condizioni di vita e di quelle dei richiedenti asilo. Ciò nonostante, la xenofobia e il razzismo non hanno smesso di infestare il discorso pubblico. In risposta agli ultimi eventi, i rappresentanti del governo greco hanno diffuso odio e paura, alimentando il mito di un’invasione di “illegali”, al comando del paese vicino.
Xenofobia, razzismo e la loro normalizzazione devono essere fronteggiate ovunque emergano, in Turchia, in Grecia o altrove. La strumentalizzazione delle vite dei migranti e dei richiedenti asilo e dei rifugiati ridotti a minaccia o a oggetti di scambio deve finire, sia nelle campagne elettorali interne ai singoli paesi che nelle relazioni fra il governo turco e l’Unione Europea. Le politiche securitarie che spingono migliaia di persone già sfollate all’interno di un limbo e i regimi di frontiera che provocano un infinito ciclo di violenze contro di loro devono finire.
Quello che chiediamo sono pace, diritti fondamentali e libertà di movimento per tutti.
I confine stanno uccidendo, aprite i confine!
Stop alla Guerra contro migranti e rifugiati!
Solidarietà transnazionale contro razzismo e guerra!
Per un mondo libero, senza confini, sfruttamento ed esilio.
Alternativa Libertaria/fdca aderisce all’appello internazionale di Crossborder
Etichette:
Accordo UE/Turchia,
migranti,
profughi,
solidarietà internazionale,
Turchia,
Unione Europea
domenica 8 marzo 2020
un otto marzo senza piazze ma non senza lotta
Ancora un 8 marzo di sciopero globale femminista che, se non vedrà
le piazze riempirsi a causa dell’emergenza sanitaria, non per questo
sarà silenzioso e inosservato.
Se lo sciopero delle donne sarebbe rimasto anche
quest’anno comunque limitato nella copertura sindacale a pochi sindacati
di base, comunque benemeriti, è ormai ripartita la lunga lotta delle
donne per rivendicare e allargare diritti, autonomia e giustizia per
tutte.
La consapevolezza dell’aggressività, mai sopita, qualche volta più
subdola, del patriarcato è condivisa: siamo ancora immersi in una
società patriarcale che vede le donne continuamente penalizzate nei
luoghi di lavoro come nella vita familiare e in ogni ambito della vita
sociale. Dove i femminicidi in aumento servono a vendere copie di
giornale e narrazioni tossiche, e sono ostacolati tutti i tentativi di
promuovere politiche di genere, che sarebbero necessari dalla scuola
materna all’ospizio, sono colpiti e sfrattati tutti i luoghi di
autorganizzazione o anche solo di tutela delle donne, sono rese
invisibili e senza diritti le donne migranti.Come se non bastasse l’emergenza COVID 19 si inserisce su una situazione di crisi economica e di impoverimento dei ceti mediobassi, crisi che vedrà, come sempre, le donne pagare il prezzo più alto. Donne che hanno perso il salario, costrette a casa ad accudire i bambini e/o gli anziani quali soggetti più fragili sottoposti al rischio del contagio, donne che come sempre sono titolari del dovere di cura, dovere che non dà alibi a chi non appartiene al genere maschile. Secoli di politiche scioviniste e sessiste ce lo impongono.
Ma la costruzione delle lotte, anche grazie al livello internazionale, sta facendo crescere la consapevolezza, la forza e la determinazione.
La lotta antipatriarcale contro un modello di dominio che usa genere, classe, razza, viene via via assunta da parti importanti di movimento e di opposizione. Si sta passando da una semplice enunciazione di principio alla costruzione, sempre difficile, di percorsi di trasformazione che da personali diventano politici, che promuovano modelli maschili in grado di contrastare dal di dentro secoli di mascolinità egemone e tossica con rapporti paritari di collaborazione, diserzione da ruoli stereotipati e una buona dose di ironia.
Il 9 marzo, e tutto l’anno, continueremo a contrastare la violenza patriarcale e la disparità di genere, unite in una sorellanza che è ancora più urgente respirare, sentire, palpare, perché laddove altri si girano altrove, noi dobbiamo esserci, strette in un abbraccio di solidarietà, forti del non essere sole, mani nelle mani, occhi negli occhi e cuori che battono all’unisono.
Solo così potremo vincere , quale che sia il giorno ancora non lo sappiamo ma sappiamo che è importante per noi, per le nostre figlie, per le donne di ogni terra nel globo, per coloro che nemmeno troppo distante subiscono violenze inaudite, lapidazioni, infabulazioni, stupri come arma di guerra, umiliazioni, abusi….
Continueremo a chiedere finanziamenti maggiori per i centri antiviolenza e le case delle donne, una sanità pubblica senza obiettori, tutela e permessi di soggiorno per le nostre sorelle immigrate e i loro figli, cittadinanza immediata per i loro bambini nati in italia, un welfare che sia davvero inclusivo, parità di salario, politiche di conciliazione che non siano solo il sancire il dovere di cura ma promuovano una condivisione di carichi. Nessuna donna dovra’ mai piu’ essere sfruttata, penalizzata e uccisa: faremo rete attorno a noi, faremo muro per respingere chi ci vuole sottomesse e mute.
Perché la libertà delle donne è il miglior antidoto al fascismo e al razzismo, e attraverso la libertà delle donne passa necessariamente la costruzione del mondo nuovo che vogliamo e che è sempre più necessario.
Alternativa libertaria/fdca
8 marzo 2020
Etichette:
8 marzo,
Alternativa libertaria / FdCA
venerdì 30 novembre 2018
Le organizzazioni nazionali del movimento anarchico nell’Italia repubblicana (1943-2018)
Biblioteca Libertaria “Armando Borghi”
In occasione del cinquantesimo
anniversario della morte
di Armando Borghi (1882-1968)
Convegno su “Le
organizzazioni nazionali del movimento anarchico nell’Italia repubblicana
(1943-2018)”
Castel Bolognese, 8 dicembre 2018
La
Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” (BLAB), in collaborazione con la
Biblioteca Comunale “Luigi Dal Pane” di Castel Bolognese, organizza un Convegno
di studi sul tema “Le
organizzazioni nazionali del movimento anarchico nell’Italia repubblicana
(1943-2018)”. Il Convegno avrà
luogo a Castel Bolognese, nel Teatrino del Vecchio Mercato, via Rondanini 19.
La giornata di studi si terrà sabato 8 dicembre 2018, con inizio alle ore 9:30
e termine verso le ore 18:30.
* * *
Sono trascorsi
cinquant’anni dalla morte di Armando Borghi (1882-1968), noto esponente anarchico di rilievo
nazionale e internazionale, nonché dirigente
sindacale, oratore, scrittore e giornalista. Per celebrare degnamente
l’anniversario e rendere omaggio alla sua vita e alla sua attività politica e
sindacale, la Biblioteca Libertaria di Castel Bolognese, a lui intitolata, ha programmato
di organizzare un Convegno di studi di una giornata sulle organizzazioni nazionali
anarchiche italiane dal dopoguerra ad oggi. Il Convegno si terrà a Castel
Bolognese, città che ad
Armando Borghi ha dato i natali e dove è sepolto.
Il tema
dell’organizzazione è sempre stato molto dibattuto all’interno del movimento
anarchico. Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, in particolare,
l’anarchismo italiano si è confrontato per decenni con modelli organizzativi
spesso diversi, che hanno contribuito a dare vita a reti associative e
federazioni alternative tra loro e talvolta in conflitto, con lacerazioni e
polemiche, pur all’interno di un “sentire comune” di fondo e di un
riconoscimento reciproco, che faceva scattare regolarmente la solidarietà di
fronte alle aggressioni esterne e alla repressione del potere istituzionale.
La recente
pubblicazione di alcuni libri sulla FAI (Con l’amore nel pugno. Federazione
Anarchica Italiana (1945-2012), Zero in Condotta, 2018), sui GAAP ( Gruppi
anarchici d’azione proletaria. Le idee. i fatti, i militanti, l’organizzazione: Vol.
1. Dal fronte popolare alla "legge truffa": la
crisi politica e organizzativa dell'anarchismo ; Vol. 2. Dalla rivolta di Berlino
all’insurrezione di Budapest: dall’organizzazione libertaria al partito di
classe, a cura di Franco Bertolucci, BFS-Pantarei, 2017-18), sui
GAF (il cui ruolo appare centrale nella ricostruzione tentata da Nico Berti nel
suo volume Contro la storia. Cinquant’anni di anarchismo in Italia (1962-2012),
Biblion, 2016), rende i tempi maturi per provare a tracciare un bilancio
storiografico e politico di quelle esperienze.
Il Convegno si
propone appunto di ricostruire più di settant'anni di vita dell’anarchismo in
Italia, attraverso l’ottica privilegiata delle organizzazioni di estensione
nazionale espresse dal movimento libertario. Buona parte delle organizzazioni
di cui si parlerà non esistono più da tempo (GAAP, GIA, GAF...), ma esse hanno
segnato in qualche modo un'epoca, una fase della vita del movimento anarchico
di lingua italiana. Che cosa resta di loro e della loro esperienza? Quale
eredità ci hanno lasciato? La stessa domanda, in qualche modo, andrebbe
rivolta anche alle sigle ancora in vita (FAI, Alternativa Libertaria/FdCA, USI),
rispetto alle quali ci si può porre anche il quesito del rapporto tra passato e
presente, tra ciò che sono state in altre fasi politiche e ciò che sono
ora.
Gli
organizzatori del Convegno non hanno tesi precostituite da fare prevalere, e
sono interessati a un confronto libero e ad ampio raggio. Ci si propone un
livello di riflessione e di dibattito piuttosto alto, non una semplice
celebrazione autoreferenziale. Fermo restando che uno degli scopi del convegno
è anche quello di ricordare (pure in questo caso con una riflessione di alto
profilo e non con una commemorazione più o meno agiografica) la figura di
Armando Borghi. I nomi dei relatori che hanno accettato di partecipare al
Convegno, per la particolare
competenza rispetto agli argomenti sui quali interverranno, nonché per la pluralità
e la diversità dei punti di vista e delle loro esperienze, dovrebbero
costituire
una garanzia rispetto al raggiungimento di questi obiettivi.
Il
Convegno è aperto a tutti.
PROGRAMMA
del Convegno.
Sessione del mattino (ore 9:30-13:00):
--- Gianpiero Landi, Presentazione
del Convegno. Saluti di Giovanni
Morini, Assessore alla Cultura del Comune di Castel Bolognese.
--- Pasquale IUSO
(Università di Teramo): Gli
anarchici nella Repubblica dalla Resistenza al crollo del comunismo.
--- Giorgio SACCHETTI (Università Roma Tre): Federazione
Anarchica Italiana: fonti, metodi, periodizzazioni per un nuovo soggetto
storiografico.
--- Pietro ADAMO (Università di Torino): Cesare Zaccaria, il
momento post-classico e la critica dell'organizzazione.
--- Lorenzo PEZZICA (Centro Studi Libertari - Milano): Appunti per una
storia dei Gruppi di Iniziativa Anarchica (1965-1975).
--- Franco SCHIRONE (Associazione Culturale Pietro Gori - Milano): I
gruppi giovanili anarchici del dopoguerra: tre esperienze.
Dibattito.
Sessione del pomeriggio (ore 14:30-18:30):
--- Maurizio ANTONIOLI (Prof. emerito Università di Milano): Armando Borghi sindacalista.
--- Franco BERTOLUCCI (Biblioteca Franco Serantini - Pisa): I GAAP
(1949-1957): un'esperienza «revisionista» dell'anarchismo di lingua italiana?
Problemi e interpretazioni.
--- Francesco
CODELLO (Filosofo e Pedagogista): Pensiero e azione: i
Gruppi Anarchici Federati (1970-1978).
--- Giulio ANGELI (Alternativa Libertaria/FdCA): Il movimento
comunista libertario in Italia dagli anni ’70 del ‘900 ad oggi: una
riflessione.
--- Gianfranco CARERI (Archivio Nazionale USI): L'Unione Sindacale Italiana nel secondo dopoguerra.
______________________________ ____________
RELATORI
Pietro Adamo: (1959) è professore associato di Storia delle dottrine
politiche nell’Università di Torino. Si occupa della cultura politica del
protestantesimo radicale, della storia della tradizione libertaria e del
percorso delle controculture. Ha curato le edizioni italiane di opere di John
Mitchel, Paul Goodman, John Goodwin, Thomas Jefferson, Camillo Berneri e John
Stuart Mill. Tra i suoi ultimi libri, la curatela del catalogo della mostra Sex&Revolution (Skira, 2018); L’anarchismo americano del Novecento
(FrancoAngeli, 2016); William Godwin e la
società libera (Claudiana, 2017).
Giulio Angeli: (1954) lavora presso l’Università di
Pisa con l’incarico di tecnico. Collabora con il Centro di Documentazione
“Franco Salomone” di Fano. Militante comunista libertario fin dagli anni
Settanta, svolge attività politica e sindacale. Collocato nelle
componenti che hanno rivendicato la necessità dell’organizzazione politica
degli anarchici ha partecipato, fin dalla fondazione nel 1986, all’attività
della Federazione dei Comunisti Anarchici (FdCA) poi Alternativa
Libertaria/FdCA, organizzazione politica di cui è tuttora esponente. Collabora
con il «Foglio Telematico» di Alternativa Libertaria/FdCA. Tra i redattori
di «Comunismo Libertario», è autore di documenti e saggi sul mondo del
lavoro, la condizione operaia, la salute e l’imperialismo.
Maurizio
Antonioli: (1945) già
professore ordinario di Storia contemporanea nell'Università degli studi
di Milano. Si è occupato principalmente di storia del movimento sindacale
nonché di quello anarchico. E’ stato tra i fondatori e redattori della
«Rivista Storica dell’Anarchismo» (1994-2004) e condirettore del Dizionario
Biografico degli Anarchici Italiani (BFS,
2003-04). Nel 1990 ha
pubblicato il volume Armando Borghi e l'Unione sindacale italiana (Lacaita).
Tra le altre numerose sue opere: La Fiom
dalle origini al fascismo, 1901-1924 (con
B. Bezza, De Donato, 1978); Vieni o maggio: aspetti del Primo Maggio in
Italia tra Otto e Novecento (FrancoAngeli, 1988); Azione diretta e
organizzazione operaia. Sindacalismo rivoluzionario e anarchismo tra la fine
dell'ottocento e il fascismo (Lacaita, 1990); Pietro Gori. Il
cavaliere errante dell’anarchia (BFS, 1995); Sentinelle perdute. Gli
anarchici, la morte, la guerra (BFS, 2009); Figli
dell'officina.Anarchismo, sindacalismo e movimento operaio tra Ottocento e
Novecento (BFS, 2012).
Franco Bertolucci: (1957) è bibliotecario e archivista
presso la Biblioteca Franco Serantini, editore e libero ricercatore nelle
discipline storiche. Ha collaborato a vari progetti nazionali come la «Rivista
Storica dell’Anarchismo» (1994-2004), il Dizionario Biografico degli
Anarchici Italiani (2003-04) e ha curato alcuni saggi e volumi di
ambito storico e biblioteconomico. Gli ultimi lavori sono dedicati alla storia
dei GAAP: Gruppi anarchici d'azione proletaria. Le idee, i militanti,
l'organizzazione, t. 1-2 (BFS-Pantarei, 2017-18) e al centenario della
Rivoluzione russa: A Oriente sorge il sol dell'avvenire. La rivoluzione
russa vista dagli anarchici italiani 1917-1922 (BFS, 2017).
Gianfranco Careri: (1952) dopo un periodo di militanza
anarchica (dal 1969) è tra i riattivatori dell'USI dal 1977. Ricopre la carica
di segretario nazionale dell'USI per due volte (1983-1985 e 2002-2005), di
redattore di «Lotta di Classe» (1985-1992) ed altri incarichi
nell'organizzazione anarcosindacalista. Fondatore e responsabile dell'Archivio
Nazionale dell'USI (la cui sede e' ad Ancona). Tra i suoi scritti i libri Il sindacalismo autogestionario: l'USI dalle
origini ad oggi (USI, 1991) e Camillo
Berneri, l'anarcosindacalismo, la guerra di classe (USI, 2008). Nel 2012
cura l'edizione dei due volumi sul centenario dell'USI che vedono la
collaborazione di studiosi e militanti. Tra i suoi contributi all’opera le
biografie di Alceste De Ambris e Umberto Marzocchi e saggi sui combattenti
anarcosindacalisti italiani in Spagna e sulle fasi della riattivazione dell'USI
dagli anni settanta ad oggi.
Francesco Codello: (1953) filosofo e
pedagogista, è stato insegnante e dirigente scolastico. E’ membro dell’International Democratic
Education Network, dell’European Democratic Education Community,
fondatore della «Rete dell’Educazione Libertaria». Già
redattore di «Volontà», di «Libertaria» e ora di «Elèuthera», attivista
nell’Ateneo degli Imperfetti di Marghera e nel Centro Studi Libertari/ Archivio
G. Pinelli di Milano. È autore di numerosi saggi, prevalentemente su
temi educativi, storici e sull’anarchismo, in diverse testate e pubblicazioni e
dei seguenti libri: Educazione e
anarchismo (Corso, 1995), La Buona
educazione (FrancoAngeli, 2005), Vaso
creta o fiore? (La Baronata, 2005), Gli
anarchismi (La Baronata, 2009), Liberi
di imparare, (con Irene Stella, Terra Nuova, 2011), La campanella non suona più (La Baronata, 2015); Né obbedire né comandare, lessico libertario
(Elèuthera, 2009); La condizione umana
nel pensiero libertario (Elèuthera, 2017). Ha curato la raccolta di saggi
di Colin Ward dal titolo L’educazione
incidentale (Elèuthera, 2018).
Pasquale Iuso:
(1961) professore di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze
Politiche dell’Università degli Studi di Teramo. Autore di numerosi saggi di
storia sindacale e di storia dell’anarchismo. Condirettore del Dizionario
Biografico degli Anarchici Italiani (BFS,
2003-04). Tra i suoi lavori più recenti: Gli anarchici nell’età Repubblicana (BFS, 2014); Esercito Guerra
e Nazione (Ediesse, 2009); Le
violenze di frontiera. Nazionalismo, regionalismo e identità nazionale
(numero monografico di «Storia e Problemi Contemporanei», n.74, aprile 2017).
Lorenzo Pezzica:
(1965) archivista e storico, vive e lavora a
Milano. Collabora con il Centro Studi Libertari /Archivio G. Pinelli e insegna
“memoria e archivi digitali” al Master in Public History dell'Università degli
studi di Modena e Reggio Emilia. Si occupa di Gender history, Public
history, storia dell'anarchismo e dei movimenti radicali. Ha
recentemente pubblicato: Anarchiche. Donne ribelli del Novecento (Shake,
2013); Vivere il tempo della Grande guerra. Bergamo durante e dopo la
Prima guerra mondiale (Lubrina, 2016); Le magnifiche ribelli
1917-1921 (Elèuthera, 2017).
Giorgio Sacchetti:
(1951) professore associato abilitato in Storia
contemporanea. Attualmente docente a contratto di "Didattica della
Storia" presso il dipartimento di Studi Umanistici dell'Università Roma
Tre. Si occupa di Labour history, storia dell'anarchismo e del movimento
operaio. Ultimi libri pubblicati: Carte
di Gabinetto. Gli anarchici italiani nelle fonti di polizia (La Fiaccola, 2015); Vite di partito. Traiettorie esistenziali
nel PCI togliattiano (ESI, 2016); Eretiche.
Il Novecento di Maria Luisa Berneri e Giovanna Caleffi (Biblion, 2017); Con l'amore nel pugno. Federazione Anarchica
Italiana, storia e documenti (1945-2012) (Zero in Condotta, 2018).
Franco Schirone: (1950) libero ricercatore su tematiche
anarchiche e anarcosindacaliste. Autore de La Gioventù Anarchica negli
anni delle contestazioni, 1965-1969
(Zero in Condotta, 2006). Nel 2012 alcuni suoi saggi sono pubblicati nei
due volumi sul centenario dell'USI: Interventismo contro
antimilitarismo, lo scontro interno e la scelta dell'USI; Il
biennio rosso e l'occupazione di terre e fabbriche; L'Unione
Sindacale Italiana tra esilio e clandestinità (1923-1945); Alibrando
Giovannetti (biografia). Tra le ultime sue pubblicazioni I
Provos, i Beatniks e l'Anarchia (1966-1967) (Bruno Alpini-Stella Nera,
2018) e, con Mauro de Agostini, Per la Rivoluzione Sociale. Gli
anarchici nella Resistenza a Milano (1943-45) (Zero in Condotta, 2015).
Iscriviti a:
Post (Atom)







