ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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martedì 21 aprile 2020

CORSO GIULIO CESARE




















continua sulla paghina di sezione

Benché i fatti accaduti ieri a Torino siano in gran parte da decifrare, una riflessione su di essi e sulla situazione generale si impone.
Ieri a Torino, in corso Giulio Cesare, la polizia è intervenuta per arrestare due scippatori. Una parte del quartiere ha solidarizzato con le forze dell'ordine mentre un'altra parte è scesa in strada per contestare l'operazione di polizia, in particolare per i modi brutali con i quali si è svolta e che ha portato anche al fermo di quattro persone che con lo scippo non avevano avuto nulla a che fare.
Al di là della motivazione dell'intervento della polizia (non difendiamo noi certo lo scippo né come mezzo per guadagnarsi da vivere né, tanto meno, come strumento rivoluzionario), ci vogliamo concentrare da un punto di vista sociale su quanto è accaduto. Le persone scese in strada - tra le quali anche alcuni occupanti di case del quartiere - hanno certamente contestato l'operato della polizia, sollevando però alcune questioni che vale la pena di approfondire.
Nella "chiamata in strada" da parte dei manifestanti in spregio alle norme di isolamento sociale imposte dai ripetuti e sempre più restrittivi DPCM, si è sentito chiaro il riferimento al problema sociale causato da queste stesse norme.
Un isolamento sociale così prolungato produce non solo problemi di alienazione e di relazioni all'interno di abitazioni spesso piccole e senza "sfoghi" esterni come balconi, terrazzi e giardini, ma mette addirittura in pericolo le persone - parliamo di appartenenti alla classe media proletarizzata ed a settori sempre più ampi di proletariato "lumpizzato" - che non hanno redditi sicuri e che, se non lavorano almeno in forma precaria o in nero, non ne hanno affatto, le quali pur tuttavia devono continuare a pagare affitti, utenze, comprare cibo e quant'altro serva per vivere.
Il governo, per coprire inefficienze sue e di quelli che l'hanno preceduto in 30 anni di progressivo smantellamento della sanità pubblica, dall'inizio dell'emergenza sanitaria sta scaricando sui lavoratori e sui cittadini l'inadeguatezza del sistema sanitario italiano mediante l'isolamento sociale. Il messaggio è chiaro, per chi lo sa decodificare: state a casa perché non siamo in grado di curarvi. O meglio, state a casa e uscite solo per andare a lavorare nelle attività - essenziali o inessenziali - che noi abbiamo individuato.
Nel Paese in cui, all'inizio dell'emergenza, c'erano solo 5060 posti in terapia intensiva per 60 milioni di abitanti, in cui lo Stato, attraverso le Regioni, sovvenziona la sanità privata, alla fine il conto lo presentano sempre ai soliti noti.
Ma c'è chi il conto lo paga più salato e sono quelli che non hanno redditi sicuri, pensioni sicure, che non hanno risparmi, "ammortizzatori familiari", che non possono contare nemmeno su scarsissimi ed insufficienti ammortizzatori sociali. Istat fotografa la situazione attuale del Paese con una platea di 3,7 milioni di lavoratori irregolari, in nero. Crescono i contratti e tempo determinato (oggi sono 3 milioni e 130 mila) e i lavoratori indipendenti, mentre sono in calo gli occupati a tempo indeterminato. Rispetto al 2017 i lavoratori a termine sono cresciuti di 257 mila unità e di quelli autonomi di 34 mila unità, mentre i lavoratori a tempo indeterminato suono scesi - anno dopo anno - di 88 mila unità. L’Istat evidenzia che nei 12 mesi la crescita occupazionale si concentra ancora fortemente tra i lavoratori a termine (+8,9%), mentre calano quelli permanenti (0,6%). Fonte Il Sole 24 Ore, quotidiano confindustriale.
Siamo in presenza di un lavoro sommerso in crescita, di forme di autosfruttamento dei lavoratori a partita iva - definiti eufemisticamente "indipendenti" -, di un impoverimento generalizzato e diffuso e di continui aumenti del costo della vita.
Siamo in presenza di una precarizzazione estrema del lavoro, che si accompagna a bassi salari e scarsissime - quando non inesistenti - tutele normative e sociali. I proletari oggi non possono uscire di casa nemmeno per guadagnare quel poco che li faceva stare, in condizioni normali, appena al di sopra della soglia della povertà.
E' chiaro, allora, che di fronte a questo quadro di lavoro nero e precarietà, alle promesse governative non mantenute di contributi e sostegni al reddito e dopo oltre 40 giorni di quarantena - peraltro di dubbia utilità -, si comincino a manifestare i primi segnali di rabbia proletaria. Già le proteste accompagnate da spese non pagate di alcuni giorni fa in alcuni supermercati discount del sud erano stati indicatori significativi di una situazione ormai insostenibile. Il governo aveva avuto buon gioco a derubricare quegli episodi come ispirati ed organizzati dalle mafie locali ma la spiegazione, ovviamente, non è così semplice.
A fronte dell'imbarbarimento sociale prodotto dalla gestione dell'emergenza, con il "popolo dei balconi" in veste di delatore ed anche, talvolta, di aggressore di quanti escono di casa per i motivi più disparati; a fronte dello spiegamento - con tanto di tecnologie e strumenti innovativi ed invasivi - delle forze repressive contro comportamenti individuali giudicati trasgressivi; a fronte dei diktat di Confindustria, che il governo recepisce lasciando aperte attività produttive non essenziali - tra le quali spiccano quelle del settore armiero e militare - e logistiche, i segnali di insofferenza delle classi subalterne si moltiplicano. Ed è normale che sia così. Ed è normale che le persone intervenute ieri, a Torino, abbiano chiamato gli abitanti di un quartiere proletario in strada. E' tanto normale che infatti lo stesso Viminale, nei giorni scorsi, aveva annunciato azioni di prevenzione e contrasto contro "fenomeni criminosi e di ogni forma di illegalità". Una formula vaga che vale per tutto e tutti, non certamente (solo) per la criminalità organizzata e le mafie.
Dobbiamo considerare episodi come quello di ieri a Torino come risposte emotive, parziali, non organizzate, ancora non politiche, ma inevitabili in una situazione sociale così potenzialmente esplosiva, in cui l'unica risposta da parte dello Stato ai bisogni dei ceti meno abbienti e non abbienti è polizia e militari nelle strade.

ALTERNATIVA LIBERTARIA / FDCA
Sez. "F. Salomone" Savona - Val Bormida - Cebano

Noam Chomsky: “Supereremo la crisi del coronavirus, ma abbiamo davanti a noi crisi più gravi”



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Noam Chomsky, noto linguista e analista politico americano di 91 anni, ha parlato con Srećko Horvat su DiEM25 TV dall’Arizona, USA, dove si trova in autoisolamento a causa della pandemia. Chomsky ha sottolineato che la crisi sanitaria del coronavirus è molto grave e avrà gravi conseguenze, ma sarà temporanea, mentre ci sono altri due gravi orrori per l’umanità, la guerra nucleare e il riscaldamento globale. La sua analisi sottolinea che tutte queste minacce sono intensificate dalle politiche neoliberali, e dopo la fine di questa crisi le opzioni saranno o stati più autoritari, brutali o una ricostruzione radicale della società in termini più umani.
Secondo Chomsky è scioccante che in questo momento cruciale sia in testa Donald Trump, che descrive come un buffone sociopatico. “Il coronavirus è già abbastanza grave, ma vale la pena ricordare che si stanno avvicinando due minacce molto più grandi, molto peggiori di qualsiasi cosa sia accaduta nella storia dell’umanità: una è la crescente minaccia di una guerra nucleare e l’altra, naturalmente, è la crescente minaccia del riscaldamento globale. Il Coronavirus è orribile e può avere conseguenze terrificanti, ma ci sarà una ripresa. Mentre se gli altri non saranno recuperati, è finita”.
Il potere degli Stati Uniti è travolgente. È l’unico Paese che, quando impone sanzioni ad altri Stati come Iran e Cuba, obbliga tutti gli altri a seguirli. Anche l’Europa segue il maestro, sostiene Chomsky. Questi Paesi soffrono per le sanzioni degli Stati Uniti, tuttavia “uno degli elementi più ironici dell’attuale crisi del virus è che Cuba sta aiutando l’Europa”. La Germania non può aiutare la Grecia, ma Cuba può aiutare i Paesi europei”. Aggiungendo le morti di migliaia di immigrati e rifugiati nel Mediterraneo, Chomsky pensa che la crisi dellla civiltà dell’Occidente a questo punto sia devastante.
La retorica di oggi che si riferisce alla guerra ha un certo significato, secondo Chomsky. Se vogliamo affrontare questa crisi dobbiamo passare a qualcosa di simile alla mobilitazione bellica. Per esempio la mobilitazione finanziaria degli Stati Uniti per la seconda guerra mondiale, che ha portato il paese a un debito molto maggiore, ha quadruplicato il settore manifatturiero statunitense e ha portato alla crescita. Abbiamo bisogno di questa mentalità, ora, per superare questa crisi a breve termine, che può essere affrontata dai paesi ricchi. “In un mondo civilizzato, i paesi ricchi darebbero assistenza a chi ne ha bisogno, invece di strangolarlo”. “La crisi del coronavirus potrebbe portare la gente a pensare a che tipo di mondo vogliamo“.
Chomsky ritiene che le origini di questa crisi siano state un colossale fallimento del mercato e delle politiche neoliberali che hanno intensificato i profondi problemi socio-economici. “Si sapeva da tempo che era molto probabile che si  verificassero delle pandemie e si era capito molto bene che delle leggere modifiche dell’epidemia di SARS dovute alla pandemia di coronavirus erano probabili. Avrebbero potuto lavorare sui vaccini, sullo sviluppo di una protezione per potenziali pandemie da coronavirus, e con lievi modifiche avremmo potuto avere i vaccini disponibili oggi”. Per quanto riguarda Big Pharma, una le tirannie private al punto che è impossibile per il governo intervenire, è più redditizio fare nuove creme per il corpo che trovare un vaccino che protegga la gente dalla distruzione totale. La minaccia della polio si è conclusa con il vaccino Salk fornito da un’istituzione governativa, senza brevetti, a disposizione di tutti. “Questa volta si sarebbe potuto fare, ma la peste neoliberale l’ha bloccato”.
Le informazioni c’erano, ma non abbiamo prestato attenzione.
“Nell’ottobre 2019 c’è stata una simulazione su larga scala di una possibile pandemia di questo tipo negli Stati Uniti, ma non è stato fatto nulla. Non abbiamo prestato attenzione alle informazioni. Il 31 dicembre la Cina ha informato l’Organizzazione Mondiale della Sanità della polmonite, una settimana dopo alcuni scienziati cinesi hanno identificato l’agente patogeno come coronavirus e hanno dato l’informazione al mondo. I Paesi della zona, Cina, Corea del Sud, Taiwan, hanno cominciato a fare qualcosa e sembra siano riusciti a contenere almeno la prima ondata di crisi. Anche in Europa, in una certa misura, è successo questo. La Germania, che si era mossa appena in tempo, ha un buon sistema ospedaliero e ha agito in modo altamente egoistico, senza aiutare gli altri, ma almeno ha attuato per se stessa un ragionevole contenimento. Altri Paesi l’hanno semplicemente ignorato, come il peggiore di loro, il Regno Unito. Ma il peggiore di tutti sono stati gli Stati Uniti”.
Nel momento in cui supereremo, in qualche modo, questa crisi, le opzioni andranno dall’installazione di Stati brutali altamente autoritari fino alla ricostruzione radicale della società in termini più umani, preoccupati dei bisogni umani invece che del profitto privato. “C’è la possibilità che la gente si organizzi, si impegni, come molti stanno facendo, e porti a un mondo molto migliore, che affronti anche gli enormi problemi che stiamo affrontando lungo la strada, i problemi della guerra nucleare, più vicina di quanto sia mai stata, e i problemi della catastrofe ambientale da cui non ci sarà ripresa una volta che saremo arrivati a quella fase, e che non è lontana, a meno che non agiamo con decisione”.
“Quindi ci troviamo in un momento critico della storia umana e non solo a causa del coronavirus. Questo dovrebbe portarci alla consapevolezza dei profondi difetti del mondo, delle profonde e disfunzionali caratteristiche dell’intero sistema socio-economico, che deve cambiare se vogliamo sopravvivere nel futuro. Quindi questo potrebbe essere un segnale d’allarme e una lezione per affrontarlo oggi o per evitare che esploda. Ma è necessario pensare alle sue radici e a come queste radici porteranno ad altre crisi, peggiori di questa”.
A proposito della situazione di quarantena che oggi più di 2 miliardi di persone sul pianeta affrontano, Chomsky sottolinea che una forma di isolamento sociale esiste da anni ed è molto dannosa.
“Ci troviamo ora in una situazione di vero e proprio isolamento sociale. Deve essere superata ricreando i legami sociali in qualsiasi modo si possa fare, in qualsiasi modo si possano aiutare le persone in difficoltà: contattandoli, sviluppando organizzazioni, espandendo l’analisi, e prima di farli diventare funzionali e operativi, fare progetti per il futuro, riunire le persone come si può nell’era di internet, unirsi, consultarsi deliberatamente per trovare risposte ai problemi che si devono affrontare e lavorare su di essi. Si può fare. La comunicazione faccia a faccia non è essenziale per gli esseri umani. Anche se ne saranno privati per un po’ di tempo, la si può mettere in attesa”.
Noam Chomsky conclude dicendo: “Trova altre strade e continua, anzi, amplia e approfondisci le attività svolte“. Si può fare. Non sarà facile, ma gli esseri umani hanno affrontato problemi in passato”.


domenica 19 aprile 2020

A.L. il foglio telematico della nostra federazione ... aiutaci diventando un nostro diffusore !

In questo numero a tema coronavirus parliamo di:

-Sicurezza e lavoro

-Capitalismo della sorveglianza

-Lotta di classe ai tempi del coronavirus













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EDDI NON SARÀ MAI SOLA

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In questi giorni dominati dal Covid19, è arrivata una notizia che non avremmo voluto ricevere. Maria Edgarda Marcucci, una donna che nel 2017 è andata in Rojava per sostenere la Rivoluzione delle donne, si è vista comminare la sorveglianza speciale. Lei, unica imputata donna su cinque, è stata la sola a essere stata punita con misure che discendono per via diretta dal confino del regime fascista e che andranno a limitare moltissimo la sua libertà. L’impianto accusatorio la voleva pericolosa perché ha partecipato alla Rivoluzione delle donne in Rojava, nel nord est della Siria. Quel movimento di donne osannato dai media di tutto il mondo, che ha scoperto la Rivoluzione in atto attraverso le foto delle guerrigliere curde, scardinando così gli stereotipi sulle donne in Medioriente. Loro, che a volto scoperto hanno combattuto e sconfitto lo Stato Islamico. Molti politici, nelle loro dichiarazioni, hanno elogiato e osannato il movimento delle donne in Rojava. Gli stessi politici che non più di un anno fa hanno definito Lorenzo Orsetti “eroe” quando è caduto martire il 18 marzo 2019 mentre combatteva l’ultima battaglia contro ISIS.

Ma ecco la contraddizione. Non appena una donna italiana, una donna libera, decide di unirsi alla Rivoluzione e torna a casa sana e salva allora deve essere punita, condannata, limitata nei suoi movimenti perché ritenuta “socialmente pericolosa”.

Eddi è una donna che ha speso la sua vita a combattere per un mondo più giusto, a studiare per capire i meccanismi economici e culturali che opprimono la nostra società, oggi messi drammaticamente in evidenza dalla pandemia in corso, capace di comunicare i suoi contenuti con grande chiarezza a platee molto differenti. Eddi è partita nel 2017 e da quando è tornata ha raccontato la sua esperienza, i crimini dell’ISIS e dello stato turco dovunque venisse invitata. È tornata per riprendere le lotte che aveva lasciato, per i senza tetto, per i disoccupati e soprattutto con il movimento delle donne Non Una di Meno. Proprio questa attività è quella che ha pesato nel giudizio della Procura di Torino. E in particolare la sua presenza a due presidi pacifici e una manifestazione del 1° maggio.  Eddi è una NO TAV e il tribunale di Torino è da anni il principale laboratorio di repressione di una lotta che dura da 30 anni, capace di incarcerare Nicoletta Dosio, una donna di 73 anni. Ora hanno preso di mira anche Eddi. Il provvedimento sancisce la sua “pericolosità sociale” e la costringe a non spostarsi da Torino e a rimanere nella propria abitazione dalle 21 alle 7, con in più la proibizione di avvicinarsi ad assembramenti e riunioni dalle 18 alle 21.

Ma perché la Procura di Torino considera Eddi “socialmente pericolosa” e la criminalizza? E per quale motivo tra le 5 persone che sono state prese di mira dalla Procura l’unica ad aver subito il provvedimento è una donna?
Forse la sua “pericolosità sociale” sta nel fatto che il suo pensiero e le sue azioni vanno nella direzione di un cambiamento radicale della società in cui viviamo? Forse perché per la società ingiusta e patriarcale in cui viviamo una donna forte, che non si piega, è da punire e rieducare? O forse perché la sua presenza pubblica e le sue denunce sono diventate inaccettabili? Non vogliamo credere che le ragioni del provvedimento siano da imputare “all’atteggiamento aggressivo di Eddi e al suo passo marziale”, il pretesto ridicolo addotto dalla Procura di Torino per giustificare la sua decisione.

Ma Eddi non è sola. Tutte noi siamo solidali e complici. Perché per noi “Jin Jiyan Azadi” (donne, vita e libertà) non è uno slogan ma l’essenza stessa della vita.
Noi, donne della Rete Jin italiana saremo pronte in ogni momento a difendere le sue scelte e a scendere al suo fianco in ogni tribunale e in ogni piazza.

lunedì 13 aprile 2020

Pandemie, capitalismo e sorveglianza Pandemie, capitalismo e sorveglianza

 













Questi ultimi mesi hanno segnato un drastico e assolutamente imprevisto cambiamento di abitudini e innescato scenari inediti con cui tutte e tutti noi stiamo cercando faticosamente di fare i conti.
Ma la tragedia non è per tutti. Mentre si gioca con la vita dei lavoratori in nome della tenuta economica del paese, mentre tante e tanti di noi si chiedono come sopravvivere, come sempre qualcuno ci guadagna. E molto.
Il 6 gennaio 2020, sull’inserto Economia del Corriere della Sera, Maria Teresa Cometto redige un interessante articolo sui giganti dell’hi-tech, segnatamente Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google) e Facebook, capaci di sfidare le regole delle borse e dei mercati e di vantare un valore complessivo che va oltre quello del PIL tedesco. Dei veri e propri colossi, paragonabili all’impero finanziario dei Rockfeller, ma infinitamente più invasivi nelle vite di ognuno di noi. E che ora, con l’emergenza Covid-19 in atto, rischiano di divenire ancora più potenti di quanto non siano già.
Con le attività commerciali quasi tutte chiuse, con molte persone costrette a stare in casa per provare a indebolire il tasso di contagio del virus, i servizi immateriali stanno subendo un incremento senza pari.  Come è facilmente immaginabile, lo smartphone, i computer e le smart tv sono diventati accessori indispensabili per usufruire dei servizi, fare compere attraverso applicazioni scaricabili dal Play Store di Google e dall’Apple Store, informarsi e tenere contatti con parenti ed amici.
In un aberrante video online da qualche giorno, Urbano Cairo, proprietario tra le altre cose del Corriere della Sera, invita con entusiasmo i suoi venditori a contattare inserzionisti pubblicitari per sfruttare il momento di grande accesso ai mezzi di comunicazione che la situazione attuale ha accentuato. Nella sua vomitevole positività, Cairo ci mostra il vero volto del capitalismo, fatto di spietata noncuranza per l’emergenza, che viene vista solo ed unicamente come fonte di guadagno per il proprio gruppo editoriale.
Ebbene, se da un lato è pensabile che ogni gruppo editoriale tiri acqua al proprio mulino, dall’altro i cinque colossi citati in apertura paradossalmente non avrebbero bisogno di una mossa del genere, essendo noi utenti che forniamo loro la gran parte dei loro immensi profitti, attraverso la cessione volontaria dei nostri dati personali, rivenduti a peso d’oro ad analisti ed aziende che possono fornire profilazioni estremamente accurate dei nostri gusti e delle nostre esigenze per fornirci prodotti e servizi di cui sentiamo di avere necessità.
Questo meccanismo, oltre ad accentrare quantità di denaro raramente vista in passato nelle mani di pochissimi gruppi, ci pone nella condizione di mettere parte del nostro libero arbitrio nelle mani di un algoritmo, che sempre più deciderà per noi di cosa necessitiamo e da quali aziende è meglio rifornirsi.
Ne sa qualcosa Jeff Bezos, AD di Amazon, la più grande società al mondo di commercio elettronico, che nel contesto emergenziale in atto trova le condizioni ideali per incrementare gli affari, nonostante le legittime proteste e scioperi che hanno interessato alcuni stabilimenti in Piemonte, Lombardia e Lazio.
Ma l’azienda di Bezos non si occupa solo di commercio, Amazon possiede l’infrastruttura per custodire i Big Data delle agenzie di intelligence americane, una enorme “nuvola” virtuale che raccoglie tutte le informazioni generate dalla specie umana tramite telefonate, msm , email, conversazioni, like su F.B., messaggi Twitter, video, foto e ogni altro tipo di dati immessi sulla rete.
Un altro dato estremamente interessante è che l’estrazione del plusvalore che per esempio si realizza nei magazzini Amazon con un “super” sfruttamento del personale, adottando una organizzazione che ricorda la classica catena di montaggio ed il vecchio cottimo tipico dell’organizzazione tayloristica, facendo correre i propri dipendenti nei magazzini tra i corridoi con un countdown timer per riempire i cesti nel più breve tempo possibile e con lo “strangolamento” dei corrieri per le consegne, è affiancato da un extra profitto derivato dalla inconsapevole cessione dei dati personali a fini commerciali. Così facendo il capitalismo, invadendo definitivamente la sfera personale, guadagna cifre inimmaginabili da questo meccanismo peraltro con il consenso pressoché generale.
Un altro motivo per cui quello che Shoshana Zuboff definisce capitalismo della sorveglianza trarrà enormi profitti dalla crisi sanitaria in atto è la sorveglianza digitale che i grandi gruppi della telecomunicazione sta mettendo in atto per monitorare gli spostamenti delle persone sottoposte a quarantena, e non solo. La tecnologia di sorveglianza di una cella telefonica non è certo una novità, ma per la prima volta viene utilizzata in modo tanto palese. E’ chiaro che, come ogni tipo di tecnologia, l’utilizzo che ne viene fatto può essere più o meno buono. E’ assolutamente plausibile però che questo, a emergenza terminata, possa diventare uno strumento repressivo di controllo sociale atto a contrastare in maniera più efficace le lotte dei movimenti sociali e che addirittura punti a prevenire qualsiasi forma di dissenso, inserendosi perfettamente in quel vero e proprio apparato repressivo rappresentato dai recenti decreti sicurezza voluti dall’ex ministro dell’interno Salvini e comunque ad oggi mai modificati né cassati dall’esecutivo. A tal proposito sarà necessario, oggi più di prima, porre grande attenzione a un uso responsabile e cosciente dei dispositivi tecnologici di uso comune, privilegiando tecnologie open-source e antitracciamento laddove fattibile.
Tornando ai big data, il monitoraggio degli spostamenti permetterà agli analisti di verificare in tempo reale i tragitti di un dato soggetto, i supermercati davanti ai quali transiterà, i chioschi di benzina che troverà sulla propria strada e via discorrendo, garantendo un’ulteriore profilazione, sempre più efficace e pervasiva.
In tutto questo sta passando come una rivoluzione positiva la sperimentazione della tecnologia 5G, che permetterà una velocità di accesso ai dati e una capacità di archiviazione che ad oggi nemmeno riusciamo ad immaginare. Come già detto, la tecnologia non è sbagliata di per sé, ma prima di un utilizzo massivo di qualsiasi innovazione tech, andrebbero valutati gli effetti sulle persone e sull’ambiente.
Anche perché sappiamo che questa pandemia, come quelle di cui non ci siamo troppo accorti e quelle che verranno, è in buona parte dovuto al continuo sfruttamento intensivo del suolo per attività produttive e di coltivazione, che ha tolto habitat ai selvatici e favorito il loro spostamento verso aree densamente abitate, favorendo i cambi di specie alla base di questi virus. Altri studi stanno aprendo scenari inquietanti che riguardano la diffusione del virus attraverso le polveri sottili e l’inquinamento atmosferico.
Abbiamo a che fare con un meccanismo di controllo sociale gigantesco, che da un lato indirizza le scelte e dall’altro reprime il dissenso, un meccanismo estremamente difficile da combattere, ma, come tutte le cose, non indistruttibile.
La necessità da parte delle Stato di dotarsi di strumenti di controllo e repressione per meglio governare i comportamenti “irresponsabili” nel contesto dello stato di emergenza, è una contraddizione intrinseca al processo di individualizzazione che sta alla base del modello odierno della produzione capitalista.
Il passaggio storico che si è andato definendo con la dissoluzione dalla grande fabbrica fordista come necessità di neutralizzazione della soggettività operaia degli anni sessanta-settanta, ha prodotto, attraverso lo strumento ideologico del pensiero neo-liberista, un’atomizzazione sociale dove l’individuo, nella piena solitudine, ha l’illusione di affermare se stesso attraverso un darwinismo sociale della lotta per la sopravvivenza. Da qui, la necessità per lo Stato di ricostruire quel un senso di appartenenza che trova attuazione attraverso suggestioni identitarie e un senso generale di angoscia collettiva che ci rende l’uno il sorvegliante e il delatore dell’altro.
Uscire da questa condizione di isolamento e dalla retorica identitaria è un passaggio obbligatorio per ricostruire quel senso di comunità e solidarietà che, nel contesto di questa circostanza critica, non poteva che materializzarsi negli ambienti del mondo del lavoro salariato e delle pratiche di mutuo-aiuto e di autorganizzazione. Dalla dicotomia tra solidarietà sociale e un individualismo egoistico e meritocratico, che è alla base di un sistema economico rapace e cinico, dobbiamo partire per immaginare i nessi tra libertà ed eguaglianza in ogni spazio quotidiano.

Per la proclamazione dello sciopero generale nazionale

















A fronte del divieto di mobilità esteso oramai su tutto il territorio nazionale, ed alla chiusura delle attività commerciali ad esclusione delle filiere alimentari, non sono state fermate tutte le fabbriche e gli altri posti di lavoro non essenziali e non sono state organizzate ancora oggi al loro interno forme sufficienti di garanzia e protezione rispetto alla possibile epidemia del virus.
Lo stesso decreto del Presidente del Consiglio del 22/03/2020 che dispone la chiusura delle fabbriche e delle lavorazioni non essenziali è largamente insufficiente a garantire la salute e la incolumità dei lavoratori.
L’elenco delle attività economiche allegato al decreto (codici ATECO), dove si prevede e garantisce la continuità delle lavorazioni, ha subito sotto la pressione di Confindustria un ampliamento fino ad arrivare a settori niente affatto indispensabili e necessari.
Siamo arrivati all’ emanazione di questo ennesimo decreto anche per effetto della spinta dei lavoratori e delle lavoratrici che che in diverse realtà produttive, hanno incrociato le braccia scavalando gli stessi sindacati e lo stesso „protocollo di sicurezza per i lavoratori“, siglato fra Confindustria e Organizzazioni Sindacali, solo 9 giorni fa, il 14 marzo scorso, il quale non rappresentava e non rappresenta una soluzione effettiva.
Di fronte alla tracotanza padronale, che non tollera che le proprie esigenze di profitto possano essere messe momentaneamente in secondo piano, (neppure nei confronti di una emergenza sanitaria così aggressiva come in Covid-19 che al momento che scriviamo ha causato già ben oltre i 5mila morti) e rispetto alla scelta complice del governo Conte, CGIL CISL e UIL hanno risposto con toni formalmente “vibranti” non escludendo la possibilità di scioperi, ma nella sostanza si è ripetuto lo stesso clichè ed atteggiamento pilatesco avuto a seguito del protocollo di intesa.
Nel nostro comunicato nazionale del 15 marzo denunciavamo: ” Si demanda alle strutture aziendali, la possibilità di indire scioperi non tenendo minimamente di conto, in maniera pilatesca, della situazione delle migliaia di picccole o piccolissime fabbriche e posti di lavoro non sindacalizzati o dove il ricatto padronale è forte o laddove queste realtà spesso lavorano dentro la filiera dell’aziende industriali più grandi e se non si ferma la capofila non possono fermarsi nemmeno loro.”
Ciò che oggi occorre è rivedere prontamente la lista ATECO ma soprattutto formalizzare uno sciopero generale nazionale, che ci aspettiamo fortemente unitario tra tutte le realtà sindacali, in tutti quei settori realmente non necessari ed indispensabili rispetto alla emergenza sanitaria e sociale che stiamo vivendo. Rivendicando e esigendo non solo la pronta attivazione di tutte le forme di ammortizzazione sociale già previste ma anche forme di sostegno al reddito per tutti le lavoratrici e i lavoratori precari, atipici e tutti coloro attualmente esclusi dalle coperture contrattuali. Per rilanciare, in prospettiva, le lotte per rivedere la relazione tra lavoro e salute, dei lavoratori e di tutti.
23 marzo 2020
Commisssione Mondo del Lavoro Alternativa Libertaria/FdCA

lotta di classe al tempo del corona virus

 

















L’italia con sessanta milioni di abitanti ed al vertice, insieme a Germania e Giappone, della classifica delle popolazioni più anziane, ha centocinquantamila posti letto nella sanità pubblica e quarantamila in quella privata.
Complessivamente fra le strutture pubbliche e le strutture private, cinquemila sono i posti letto abilitati per la terapia intensiva.
Oltre 3600 sono nelle strutture della sanità pubblica, mentre gli altri 1400 sono nelle strutture private convenzionate.
Lo sforzo e l’obiettivo che il governo nazionale insieme alle Regioni, come si sa titolari della sanità pubblica e convenzionata, stanno mettendo in campo è quello di arrivare per fine di questo mese a disporre di 6100 posti letto.
Se questi sono alcuni dati generali ciò che è necessario capire e su cui riflettere è per quale motivo ci stiamo tragicamente avvicinando a quel punto limite nel quale possono mancare posti letto di terapia intensiva.
Stiamo concretamente rischiando di arrivare a porsi il dilemma di dover sceglier chi salvare (intubare) e chi no.
Occorre ricordare inoltre che per ogni posto di terapia intensiva necessario a una persona in grave rischio di vita, bisogna avere, oltre alle attrezzature mediche, personale medico e infermieristico specializzato, secondo standard definiti di 12 medici e 24 infermieri per unità di 8 posti letto, oltre al personale non specializzato (OSS) e dei servizi generali .
La logica privatistica introdotta nella sanità pubblica, l’estensione del concetto della competitività con il corrispettivo allargamento di quella privata, ha portato ad una costante ed ineluttabile riduzione di posti letto complessivi.
Chiusure di Ospedali “minori” riduzione di presidi territoriali, applicazione alle ASL della stessa logica di centralizzazione e concentrazione del capitale privato manifatturiero, applicando alla sanità gli stessi approcci produttivistici come il just in time, la riduzione delle scorte, ecc.. come se la nostra salute fosse una merce qualsiasi.
Ciò ha determinato che abbiamo un posto di terapia intensiva ogni cirva 11870 abitanti mentre in Germania abbiamo un rapporto di un posto letto ogni 3000 abitanti, essendo i posti letto complessivi di terapia intensiva 28000, oltre cinque volte di più dell’italia pur non essendo affatto e la popolazione tedesca il quintuplo degli italiani.
Oltre a questa falcidia nel 2015 il Governo Renzi nel regolamento per gli standard ospedalieri definito con decreto (Decreto n70 del 02\04\2015) ha stabilito che un utilizzo medio dell’ 80/90 % dei posti letto durante l’anno deve essere ritenuto sufficiente.
I Reparti di rianimazione quindi, in assenza di corona virus, sono quasi al completo .
Ciò significa che dei circa 5000 posti letto nei Reparti di terapia intensiva quelli liberi per l’emergenza Covid-19 in realtà sono meno di un migliaglio a livello nazionale.
Quindi basta che i pazienti di Covid-19 raggiungano il 10/20 % dei posti letto di rianimazione a disposizione per saturare i Reparti.
Sappiamo che nei casi di corona virus rilevati, uno su cinque, sviluppa complicazioni polmonari serie o gravi e la metà deve essere ricoverato in terapia intensiva, pena una rapida morte per asfissia. Quindi uno su dieci ha bisogno di essere intubato.
Dunque, il punto di crisi, in condizioni normali, della sanità italiana è di circa cinquantamila.
Ipotizzando che il contagio da corona virus possa arrivare a cinquantamila (attualmente, mentre scriviamo queste note i dati disponibili dell’ infezione sono arrivati a oltre 20000) si saturerebbero completamente i posti letto disponibili e dopo questo numero chi dovesse avere un infarto, o un decorso post operatorio complesso rischierebbe di morire per assenza di trattamento idoneo.
Inoltre lo stato dell’arte della sanità italiana è caratterizzata dalla mancanza cronica di medici e infermieri.
In Italia mancano 10mila medici, 53mila infermieri e 70mila OSS e sono oltre 2mila tra medici e infermieri i contagiati durante le ore di servizio fino a questo momento.
Non possiamo accettare che le necessarie misure di contenimento della malattia ricadano sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori così come sulle nuove generazioni di precari e precarie, lavoratrici e lavoratori autonomi.
A fronte del divieto di mobilità, oramai sul tutto territorio nazionale ed alla chiusura delle attività commerciali ad esclusione delle filiere alimentari, non sono state fermate le fabbriche e gli altri posti di lavoro, non sono state organizzate al loro interno forme sufficienti di garanzia e protezione rispetto alla possibile epidemia del virus.
I Padroni, attraverso Confindustria, hanno fortemente condizionato il governo per non arrivare al blocco totale della produzione.
Questo ha determinato e sta determinando un crescendo di scioperi aziendali indetti da parte della maggioranza delle strutture sindacali tutte, dalla CGIL passando per la CISL e la UIL fino ai sindacati di base.
La richiesta minima di queste agitazioni, che in alcuni casi stanno subendo gravi intimidazioni e repressioni, è quella di dotarsi di DPI (dispositivi di protezione individuale) fino alla giusta richiesta di non perdere salario o il lavoro a causa del corona virus.
Lo stesso protocollo di sicurezza per i lavoratori siglato fra Confindustria e Organizzazioni Sindacali non rappresenta una soluzione effettiva in quanto il rispetto dello stesso protocollo viene demandato alle strutture aziendali. RSA, RSU ed RSL, non tenendo minimamente di conto, in maniera pilatesca, della situazione delle migliaia di picccole o piccolissime fabbriche e posti di lavoro non sindacalizzati o dove il ricatto padronale è forte o la dove queste realtà spesso lavorano dentro la fliera dell’aziende industriali più grandi e se noin si ferma la capofila non possono fermarsi nemmeno loro.
il diritto alla nostra salute viene prima del loro profitto
Occorre subito una forte assunzione di infermieri e Operatori Socio-Sanitari (OSS) e internalizzare stabilizzandoli, tutti i lavoratori precari della Sanità.
Fare un grosso piano di assunzioni con bandi rapidi e agevolati.
Occorre uno stanziamento di risorse straordinarie, anche attraverso una patrimoniale, per la garanzia dei posti di lavoro, compreso per i precari che lavorano negli appalti e per la copertura integrale del salario.
E’ altresì necessario contrastare il tentativo di promuovere un nuovo clima di “unità nazionale”.
Non è accettabile che in nome dell’ennesima emergenza si occulti le responsabilità della classe dominante e dei governi dei tagli e delle privatizzazioni alla sanità cosi come lo scadimento e la riduzione dei servizi.
Occorre promuovere e sostenere tutte le mobilitazioni dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati vei disoccupati che c’erano  e di quelli  nuovi creati dall’emergenza sanitaria, per il lavoro e il reddito.
Occorre trasformare questa gravissima e pericolosissima pandemia in un processo di unità e autonomia internazionale del movimemnto dei lavoratori nei confronti di tutti i governi, intenti esclusivamente a sostenere le classi dominanti e le rispettive borghesie nazionali preoccupate esclusivamente di non perdere quote di mercato rispetto ai competitori europei e/o mondiali.
La motivazione di non fermare totalmente le produzioni ad esclusione dei beni di prima necessità come i generi alimentari e quelli farmaceutici risponde esattamente a questa insaziabile sete di profitto a scapito della stessa salute dei propri operai, confermando vieppiù l’assioma della produzione capitalistica e la sua sostanziale irrazionalità e la necessità di una società comunista e libertaria per non sprofondare nella barbarie.
I militanti e le militanti di Alternativa Libertaria/FdCA sono all’unisono accanto ed a sostegno delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, dei loro bisogni, della loro capacità organizzativa.

Solidarietà internazionale contro guerra e razzismo










Cinque anni dopo la cosiddetta “crisi dei rifugiati” e quasi quattro anni dopo l’accordo tra Unione Europea e Turchia, siamo ancora testimoni della violenza prodotta dalle politiche migratorie centrate sulla sicurezza. Dallo scorso giovedì (27.02.2020), migliaia di persone si sono mosse verso il confine tra Turchia e Grecia seguendo l’annuncio secondo il quale dalla Turchia non si sarebbe più messo un freno alla volontà di migranti di raggiungere l’Europa. L’annuncio da parte del governo turco è arrivato dopo la morte di 33 soldati nell’area di Idlib, dove l’acutizzarsi del conflitto ha fatto salire il numero delle vittime giorno dopo giorno, anche a causa della mirata distruzione di infrastrutture di base e strutture sanitarie. Il governo turco chiude i suoi confini con la Siria e non si fa scrupoli a spingere migliaia di migranti verso le porte d’Europa, all’interno di un limbo.
Migranti e richiedenti asilo dalla Siria, Afganistan, Pakistan e da diversi paesi africani hanno raggiunto l’area di confine di Edirne, Cannakkal e Izmir; alcuni sono stati condotti là da mezzi messi a disposizioni dalle municipalità, altri sono arrivati con taxi privati o camminando. Nell’area di Edirne, sono stati autorizzati dalle autorità turche a procedere verso la zona di confine, ma le forze di polizia greche hanno impedito loro di passare usando gas lacrimogeni e granate stordenti. Contemporaneamente, le autorità turche hanno impedito l’accesso ai giornalisti e ai reporter. Le persone bloccate nella zona grigia tra i due stati, sotto una forte pioggia e con scarse scorte di cibo, hanno gridato per l’apertura della frontiera. Ad alcuni di loro, raggiunto il confine terrestre, è stato detto dalle autorità di prendere la via del mare, nonostante le pericolose condizioni meteo.
In Grecia lo scenario va peggiorando. Il governo ha recentemente emanato una più stretta e inumana legge sui richiedenti asilo che prevede la detenzione all’arrivo sul territorio greco. Nei giorni scorsi, le comunità locali sulle isole di Chios e Lesbo si sono scontrate con la polizia, per opporsi all’istallazione di nuove strutture detentive. Pressati dalla cosiddetta “crisi dei rifugiati”, dopo l’accordo tra Europa e Turchia, hanno protestato contro il deterioramento delle loro condizioni di vita e di quelle dei richiedenti asilo. Ciò nonostante, la xenofobia e il razzismo non hanno smesso di infestare il discorso pubblico. In risposta agli ultimi eventi, i rappresentanti del governo greco hanno diffuso odio e paura, alimentando il mito di un’invasione di “illegali”, al comando del paese vicino.
Xenofobia, razzismo e la loro normalizzazione devono essere fronteggiate ovunque emergano, in Turchia, in Grecia o altrove. La strumentalizzazione delle vite dei migranti e dei richiedenti asilo e dei rifugiati ridotti a minaccia o a oggetti di scambio deve finire, sia nelle campagne elettorali interne ai singoli paesi che nelle relazioni fra il governo turco e l’Unione Europea. Le politiche securitarie che spingono migliaia di persone già sfollate all’interno di un limbo e i regimi di frontiera che provocano un infinito ciclo di violenze contro di loro devono finire.
Quello che chiediamo sono pace, diritti fondamentali e libertà di movimento per tutti.
I confine stanno uccidendo, aprite i confine!
Stop alla Guerra contro migranti e rifugiati!
Solidarietà transnazionale contro razzismo e guerra!
Per un mondo libero, senza confini, sfruttamento ed esilio.
Alternativa Libertaria/fdca aderisce all’appello internazionale di Crossborder

LA COMUNE DI PARIGI CULLA DELL'ANARCHISMO

                                                                      























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domenica 8 marzo 2020

un otto marzo senza piazze ma non senza lotta

Ancora un 8 marzo di sciopero globale femminista che, se non vedrà le piazze riempirsi a causa dell’emergenza sanitaria, non per questo sarà silenzioso e inosservato.
Se lo sciopero delle donne sarebbe rimasto anche quest’anno comunque limitato nella copertura sindacale a pochi sindacati di base, comunque benemeriti, è ormai ripartita la lunga lotta delle donne per rivendicare e allargare diritti, autonomia e giustizia per tutte.
La consapevolezza dell’aggressività, mai sopita, qualche volta più subdola, del patriarcato è condivisa: siamo ancora immersi in una società patriarcale che vede le donne continuamente penalizzate nei luoghi di lavoro come nella vita familiare e in ogni ambito della vita sociale. Dove i femminicidi in aumento servono a vendere copie di giornale e narrazioni tossiche, e sono ostacolati tutti i tentativi di promuovere politiche di genere, che sarebbero necessari dalla scuola materna all’ospizio, sono colpiti e sfrattati tutti i luoghi di autorganizzazione o anche solo di tutela delle donne, sono rese invisibili e senza diritti le donne migranti.
Come se non bastasse l’emergenza COVID 19 si inserisce su una situazione di crisi economica e di impoverimento dei ceti mediobassi, crisi che vedrà, come sempre, le donne pagare il prezzo più alto. Donne che hanno perso il salario, costrette a casa ad accudire i bambini e/o gli anziani quali soggetti più fragili sottoposti al rischio del contagio, donne che come sempre sono titolari del dovere di cura, dovere che non dà alibi a chi non appartiene al genere maschile. Secoli di politiche scioviniste e sessiste ce lo impongono.
Ma la costruzione delle lotte, anche grazie al livello internazionale, sta facendo crescere la consapevolezza, la forza e la determinazione.
La lotta antipatriarcale contro un modello di dominio che usa genere, classe, razza, viene via via assunta da parti importanti di movimento e di opposizione. Si sta passando da una semplice enunciazione di principio alla costruzione, sempre difficile, di percorsi di trasformazione che da personali diventano politici, che promuovano modelli maschili in grado di contrastare dal di dentro secoli di mascolinità egemone e tossica con rapporti paritari di collaborazione, diserzione da ruoli stereotipati e una buona dose di ironia.
Il 9 marzo, e tutto l’anno, continueremo a contrastare la violenza patriarcale e la disparità di genere, unite in una sorellanza che è ancora più urgente respirare, sentire, palpare, perché laddove altri si girano altrove, noi dobbiamo esserci, strette in un abbraccio di solidarietà, forti del non essere sole, mani nelle mani, occhi negli occhi e cuori che battono all’unisono.
Solo così potremo vincere , quale che sia il giorno ancora non lo sappiamo ma sappiamo che è importante per noi, per le nostre figlie, per le donne di ogni terra nel globo, per coloro che nemmeno troppo distante subiscono violenze inaudite, lapidazioni, infabulazioni, stupri come arma di guerra, umiliazioni, abusi….
Continueremo a chiedere finanziamenti maggiori per i centri antiviolenza e le case delle donne, una sanità pubblica senza obiettori, tutela e permessi di soggiorno per le nostre sorelle immigrate e i loro figli, cittadinanza immediata per i loro bambini nati in italia, un welfare che sia davvero inclusivo, parità di salario, politiche di conciliazione che non siano solo il sancire il dovere di cura ma promuovano una condivisione di carichi. Nessuna donna dovra’ mai piu’ essere sfruttata, penalizzata e uccisa: faremo rete attorno a noi, faremo muro per respingere chi ci vuole sottomesse e mute.
Perché la libertà delle donne è il miglior antidoto al fascismo e al razzismo, e attraverso la libertà delle donne passa necessariamente la costruzione del mondo nuovo che vogliamo e che è sempre più necessario.
Alternativa libertaria/fdca
 8 marzo 2020

venerdì 30 novembre 2018

Le organizzazioni nazionali del movimento anarchico nell’Italia repubblicana (1943-2018)

Biblioteca Libertaria “Armando Borghi”

In occasione del cinquantesimo anniversario della morte
di Armando Borghi (1882-1968)

Convegno su “Le organizzazioni nazionali del movimento anarchico nell’Italia repubblicana (1943-2018)”

 

Castel Bolognese, 8 dicembre 2018


La Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” (BLAB), in collaborazione con la Biblioteca Comunale “Luigi Dal Pane” di Castel Bolognese, organizza un Convegno di studi sul tema “Le organizzazioni nazionali del movimento anarchico nell’Italia repubblicana (1943-2018)”.  Il Convegno avrà luogo a Castel Bolognese, nel Teatrino del Vecchio Mercato, via Rondanini 19. La giornata di studi si terrà sabato 8 dicembre 2018, con inizio alle ore 9:30 e termine verso le ore 18:30.

                                               *          *          *
Sono trascorsi cinquant’anni dalla morte di Armando Borghi (1882-1968), noto esponente anarchico di rilievo nazionale e internazionale,  nonché dirigente sindacale,  oratore, scrittore e giornalista. Per celebrare degnamente l’anniversario e rendere omaggio alla sua vita e alla sua attività politica e sindacale, la Biblioteca Libertaria di Castel Bolognese, a lui intitolata, ha programmato di organizzare un Convegno di studi di una giornata sulle organizzazioni nazionali anarchiche italiane dal dopoguerra ad oggi. Il Convegno si terrà a Castel Bolognese, città che ad Armando Borghi ha dato i natali e dove è sepolto.
Il tema dell’organizzazione è sempre stato molto dibattuto all’interno del movimento anarchico. Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, in particolare, l’anarchismo italiano si è confrontato per decenni con modelli organizzativi spesso diversi, che hanno contribuito a dare vita a reti associative e federazioni alternative tra loro e talvolta in conflitto, con lacerazioni e polemiche, pur all’interno di un “sentire comune” di fondo e di un riconoscimento reciproco, che faceva scattare regolarmente la solidarietà di fronte alle aggressioni esterne e alla repressione del potere istituzionale.   
La recente pubblicazione di alcuni libri sulla FAI (Con l’amore nel pugno. Federazione Anarchica Italiana (1945-2012),  Zero in Condotta, 2018), sui GAAP ( Gruppi anarchici d’azione proletaria. Le idee. i fatti, i militanti, l’organizzazione:  Vol. 1. Dal fronte popolare alla "legge truffa": la crisi politica e organizzativa dell'anarchismo ; Vol. 2. Dalla rivolta di Berlino all’insurrezione di Budapest: dall’organizzazione libertaria al partito di classe, a cura di Franco Bertolucci, BFS-Pantarei, 2017-18), sui GAF (il cui ruolo appare centrale nella ricostruzione tentata da Nico Berti nel suo volume Contro la storia. Cinquant’anni di anarchismo in Italia (1962-2012), Biblion, 2016), rende i tempi maturi per provare a tracciare un bilancio storiografico e politico di quelle esperienze.
Il Convegno si propone appunto di ricostruire più di settant'anni di vita dell’anarchismo in Italia, attraverso l’ottica privilegiata delle organizzazioni di estensione nazionale espresse dal movimento libertario. Buona parte delle organizzazioni di cui si parlerà non esistono più da tempo (GAAP, GIA, GAF...), ma esse hanno segnato in qualche modo un'epoca, una fase della vita del movimento anarchico di lingua italiana. Che cosa resta di loro e della loro esperienza? Quale eredità ci hanno lasciato?  La stessa domanda, in qualche modo, andrebbe rivolta anche alle sigle ancora in vita (FAI, Alternativa Libertaria/FdCA, USI), rispetto alle quali ci si può porre anche il quesito del rapporto tra passato e presente, tra ciò che sono state in altre fasi politiche e ciò che sono ora. 
Gli organizzatori del Convegno non hanno tesi precostituite da fare prevalere, e sono interessati a un confronto libero e ad ampio raggio. Ci si propone un livello di riflessione e di dibattito piuttosto alto, non una semplice celebrazione autoreferenziale. Fermo restando che uno degli scopi del convegno è anche quello di ricordare (pure in questo caso con una riflessione di alto profilo e non con una commemorazione più o meno agiografica) la figura di Armando Borghi.  I nomi dei relatori che hanno accettato di partecipare al Convegno,  per la particolare competenza rispetto agli argomenti sui quali interverranno, nonché per la pluralità e la diversità dei punti di vista e delle loro esperienze, dovrebbero costituire una garanzia rispetto al raggiungimento di questi obiettivi.

Il Convegno è aperto a tutti.

PROGRAMMA del Convegno.

Sessione del mattino (ore 9:30-13:00):

--- Gianpiero Landi, Presentazione del Convegno. Saluti di Giovanni Morini, Assessore alla Cultura del Comune di Castel Bolognese.

--- Pasquale IUSO (Università di Teramo): Gli anarchici nella Repubblica dalla Resistenza al crollo del comunismo.

--- Giorgio SACCHETTI (Università Roma Tre): Federazione Anarchica Italiana: fonti, metodi, periodizzazioni per un nuovo soggetto storiografico. 

--- Pietro ADAMO (Università di Torino): Cesare Zaccaria, il momento post-classico e la critica dell'organizzazione.

--- Lorenzo PEZZICA (Centro Studi Libertari - Milano): Appunti per una storia dei Gruppi di Iniziativa Anarchica (1965-1975).

--- Franco SCHIRONE (Associazione Culturale Pietro Gori - Milano): I gruppi giovanili anarchici del dopoguerra: tre esperienze.

Dibattito.

Sessione del pomeriggio (ore 14:30-18:30):

--- Maurizio ANTONIOLI (Prof. emerito Università di Milano): Armando Borghi sindacalista.

--- Franco BERTOLUCCI (Biblioteca Franco Serantini - Pisa): I GAAP (1949-1957): un'esperienza «revisionista» dell'anarchismo di lingua italiana? Problemi e interpretazioni.

--- Francesco CODELLO (Filosofo e Pedagogista): Pensiero e azione: i Gruppi Anarchici Federati (1970-1978).

--- Giulio ANGELI (Alternativa Libertaria/FdCA): Il movimento comunista libertario in Italia dagli anni ’70 del ‘900 ad oggi: una riflessione.

--- Gianfranco CARERI (Archivio Nazionale USI): L'Unione Sindacale Italiana nel secondo dopoguerra.


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RELATORI

Pietro Adamo: (1959) è professore associato di Storia delle dottrine politiche  nell’Università di Torino. Si occupa della cultura politica del protestantesimo radicale, della storia della tradizione libertaria e del percorso delle controculture. Ha curato le edizioni italiane di opere di John Mitchel, Paul Goodman, John Goodwin, Thomas Jefferson, Camillo Berneri e John Stuart Mill. Tra i suoi ultimi libri, la curatela del catalogo della mostra Sex&Revolution (Skira, 2018); L’anarchismo americano del Novecento (FrancoAngeli, 2016); William Godwin e la società libera (Claudiana,  2017).
Giulio Angeli: (1954) lavora presso l’Università di Pisa con  l’incarico di tecnico. Collabora con il Centro di Documentazione “Franco Salomone” di Fano.  Militante comunista libertario fin dagli anni Settanta,  svolge attività politica e sindacale. Collocato nelle componenti che hanno rivendicato la necessità dell’organizzazione politica degli anarchici ha partecipato, fin dalla fondazione nel 1986, all’attività della Federazione dei Comunisti Anarchici (FdCA) poi Alternativa Libertaria/FdCA,  organizzazione politica di cui è tuttora esponente. Collabora con il «Foglio Telematico» di Alternativa Libertaria/FdCA. Tra i redattori  di «Comunismo Libertario», è autore di documenti e saggi sul mondo del lavoro, la condizione operaia, la salute e l’imperialismo.
Maurizio Antonioli: (1945) già professore ordinario di Storia  contemporanea nell'Università degli studi di Milano. Si è occupato principalmente di storia del movimento sindacale nonché di quello anarchico. E’ stato tra i fondatori e redattori della «Rivista Storica dell’Anarchismo» (1994-2004) e condirettore del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani (BFS, 2003-04). Nel 1990 ha pubblicato il volume Armando Borghi e l'Unione sindacale italiana (Lacaita). Tra le altre numerose sue opere: La Fiom dalle origini al fascismo, 1901-1924 (con B. Bezza, De Donato, 1978); Vieni o maggio: aspetti del Primo Maggio in Italia tra Otto e Novecento (FrancoAngeli, 1988); Azione diretta e organizzazione operaia. Sindacalismo rivoluzionario e anarchismo tra la fine dell'ottocento e il fascismo (Lacaita, 1990); Pietro Gori. Il cavaliere errante dell’anarchia (BFS, 1995); Sentinelle perdute. Gli anarchici, la morte, la guerra (BFS, 2009); Figli dell'officina.Anarchismo, sindacalismo e movimento operaio tra Ottocento e Novecento (BFS, 2012).
Franco Bertolucci: (1957) è bibliotecario e archivista presso la Biblioteca Franco Serantini, editore e libero ricercatore nelle discipline storiche. Ha collaborato a vari progetti nazionali come la «Rivista Storica dell’Anarchismo» (1994-2004), il Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani (2003-04) e ha curato alcuni saggi e volumi di ambito storico e biblioteconomico. Gli ultimi lavori sono dedicati alla storia dei GAAP: Gruppi anarchici d'azione proletaria. Le idee, i militanti, l'organizzazione, t. 1-2 (BFS-Pantarei, 2017-18) e al centenario della Rivoluzione russa: A Oriente sorge il sol dell'avvenire. La rivoluzione russa vista dagli anarchici italiani 1917-1922 (BFS, 2017).

Gianfranco Careri: (1952) dopo un periodo di militanza anarchica (dal 1969) è tra i riattivatori dell'USI dal 1977. Ricopre la carica di segretario nazionale dell'USI per due volte (1983-1985 e 2002-2005), di redattore di «Lotta di Classe» (1985-1992) ed altri incarichi nell'organizzazione anarcosindacalista. Fondatore e responsabile dell'Archivio Nazionale dell'USI (la cui sede e' ad Ancona). Tra i suoi scritti i libri Il sindacalismo autogestionario: l'USI dalle origini ad oggi (USI, 1991) e Camillo Berneri, l'anarcosindacalismo, la guerra di classe (USI, 2008). Nel 2012 cura l'edizione dei due volumi sul centenario dell'USI che vedono la collaborazione di studiosi e militanti. Tra i suoi contributi all’opera le biografie di Alceste De Ambris e Umberto Marzocchi e saggi sui combattenti anarcosindacalisti italiani in Spagna e sulle fasi della riattivazione dell'USI dagli anni settanta ad oggi.
Francesco Codello: (1953) filosofo e pedagogista, è stato insegnante e dirigente scolastico. E’ membro dell’International Democratic Education Network, dell’European Democratic Education Community, fondatore della «Rete dell’Educazione Libertaria». Già redattore di «Volontà», di «Libertaria» e ora di «Elèuthera», attivista nell’Ateneo degli Imperfetti di Marghera e nel Centro Studi Libertari/ Archivio G. Pinelli di Milano. È autore di numerosi saggi, prevalentemente su temi educativi, storici e sull’anarchismo, in diverse testate e pubblicazioni e dei seguenti libri: Educazione e anarchismo (Corso, 1995), La Buona educazione (FrancoAngeli, 2005), Vaso creta o fiore? (La Baronata, 2005), Gli anarchismi (La Baronata, 2009), Liberi di imparare, (con Irene Stella, Terra Nuova, 2011), La campanella non suona più (La Baronata, 2015); Né obbedire né comandare, lessico libertario (Elèuthera, 2009); La condizione umana nel pensiero libertario (Elèuthera, 2017). Ha curato la raccolta di saggi di Colin Ward dal titolo L’educazione incidentale (Elèuthera, 2018).
Pasquale Iuso: (1961) professore di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Teramo. Autore di numerosi saggi di storia sindacale e di storia dell’anarchismo. Condirettore del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani (BFS, 2003-04). Tra i suoi lavori più recenti: Gli anarchici nell’età Repubblicana (BFS, 2014); Esercito Guerra e Nazione (Ediesse, 2009); Le violenze di frontiera. Nazionalismo, regionalismo e identità nazionale (numero monografico di «Storia e Problemi Contemporanei», n.74, aprile 2017).
Lorenzo Pezzica:  (1965) archivista e storico, vive e lavora a Milano. Collabora con il Centro Studi Libertari /Archivio G. Pinelli e insegna “memoria e archivi digitali” al Master in Public History dell'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Si occupa di Gender history, Public history, storia dell'anarchismo e dei movimenti radicali. Ha recentemente pubblicato: Anarchiche. Donne ribelli del Novecento (Shake, 2013); Vivere il tempo della Grande guerra. Bergamo durante e dopo la Prima guerra mondiale (Lubrina, 2016); Le magnifiche ribelli 1917-1921 (Elèuthera, 2017).
Giorgio Sacchetti: (1951) professore associato abilitato in Storia contemporanea. Attualmente docente a contratto di "Didattica della Storia" presso il dipartimento di Studi Umanistici dell'Università Roma Tre. Si occupa di Labour history, storia dell'anarchismo e del movimento operaio. Ultimi libri pubblicati: Carte di Gabinetto. Gli anarchici italiani nelle fonti di polizia (La Fiaccola, 2015); Vite di partito. Traiettorie esistenziali nel PCI togliattiano (ESI, 2016); Eretiche. Il Novecento di Maria Luisa Berneri e Giovanna Caleffi (Biblion, 2017); Con l'amore nel pugno. Federazione Anarchica Italiana, storia e documenti (1945-2012) (Zero in Condotta, 2018).
Franco Schirone: (1950) libero ricercatore su tematiche anarchiche e anarcosindacaliste. Autore de La Gioventù Anarchica negli anni delle contestazioni, 1965-1969 (Zero in Condotta, 2006). Nel 2012 alcuni suoi saggi sono pubblicati nei due volumi sul centenario dell'USI: Interventismo contro antimilitarismo, lo scontro interno e la scelta dell'USI;  Il biennio rosso e l'occupazione di terre e fabbriche; L'Unione Sindacale Italiana tra esilio e clandestinità (1923-1945);  Alibrando Giovannetti (biografia). Tra le ultime sue pubblicazioni I Provos, i Beatniks e l'Anarchia (1966-1967) (Bruno Alpini-Stella Nera, 2018) e, con Mauro de Agostini, Per la Rivoluzione Sociale. Gli anarchici nella Resistenza a Milano (1943-45) (Zero in Condotta, 2015).

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)