Rispetto alle ultime elezioni amministrative genovesi, il dato che
salta immediatamente agli occhi e che nessun analista politico ha potuto
fare a meno di sottolineare è la massiccia astensione. Si tratta di una
tendenza in atto da tempo e che va messa in relazione con le continue
modifiche al sistema elettorale volte ad escludere fette sempre più
consistenti di popolazione, in modo da ridurre la scelta ai soli
rappresentanti della borghesia e del capitale. L'abbandono del
proporzionale a vantaggio di sistemi maggioritari sempre più escludenti,
la personalizzazione delle liste e l'elezione diretta dei sindaci, la
pretesa necessità di dover sempre scegliere tra il meno peggio in
occasione dei ballottaggi, la consapevolezza che nessun primo cittadino e
nessuna giunta tutelerà mai gli interessi dei lavoratori e delle fasce
sociali più deboli ma difenderà sempre gli interessi delle piccole
consorterie padronali locali, che decidono ed orientano i giochi in base
alle proprie esigenze, stanno determinando una crisi senza ritorno
dello stesso concetto di democrazia rappresentativa. Che democrazia
rappresentativa è, infatti, quella che non rappresenta larghi strati di
popolazione?
La destra di centrosinistra
A Genova
l'esperienza fallimentare del sindaco Doria è tangibile. Il sistema di
potere che ha tenuto in pugno l'ex primo cittadino durante tutto il suo
mandato ha ora l'esigenza di rimanere in sella nel segno della
continuità. Per questo ha scelto come candidato sindaco un Crivello, già
assessore della giunta uscente, che potrà garantire la realizzazione
dei progetti di privatizzazione Amiu – Iren, delle grandi opere come
Gronda e Terzo Valico, delle politiche securitarie in città e tanto
altro ancora di negativo per i lavoratori e le fasce più deboli della
popolazione. Per non perdere la partita (che vede comunque il candidato
del centrosinistra sotto di una decina di punti rispetto all'avversario
Bucci, del centrodestra), il PD cittadino ed i suoi cespugli chiamano i
genovesi al voto facendo leva sull'antifascismo, ricorrendo al solito
ricatto “o votate per noi o consegnate la città nelle mani della destra
fascioleghista.”
La destra di centrodestra
Dall'altra parte,
la peggiore destra che si sia mai vista in città pensa che sia venuto il
momento di conquistare finalmente, dopo la Regione Liguria, anche il
Comune di Genova. Questa è una destra arrogante, classista,
dichiaratamente razzista e xenofoba (basta leggere le recenti
esternazioni del presidente della Regione Liguria Toti riguardo agli
immigrati), che non fa mistero dei propri programmi reazionari. La
destra di Bucci si propone di proseguire con maggior efficacia l'opera
di smantellamento dei beni pubblici iniziata dalle precedenti giunte di
centrosinistra, di militarizzare il territorio in nome di un malinteso
senso di decoro urbano e di una emergenza sicurezza inesistente, di
sgomberare i centri sociali, di negare i diritti civili alle persone
omosessuali. La sottocultura a cui fa riferimento questa parte politica
si è ben manifestata durante il recente confronto pubblico tra i
candidati Crivello e Bucci, quando molti sostenitori di quest'ultimo
hanno inscenato una indegna gazzarra a suon di slogan truculenti e di
saluti romani.
Espressione degli stessi interessi di classe
Ma
questa non è altro che la riproduzione, sul piano locale, delle logiche
istituzionali a livello nazionale ed europeo. I numeri
dell'astensionismo crescono sempre di più in Italia (con l'eccezione di
alcuni referendum) ed in molti Paesi dell'UE, perché è ormai forte la
consapevolezza, nella popolazione, del primato del capitale finanziario
sulla politica. Qualsiasi governo, di qualsiasi colore esso sia, deve
sempre fare i conti con compatibilità ben definite che corrispondono,
non a caso, agli interessi delle classi dominanti. In Italia, in
particolare, l'attacco al mondo del lavoro è assolutamente bipartisan ed
anzi gli ultimi governi (Renzi e Gentiloni) gli hanno impresso una
decisa accelerazione, con il Jobs Act ed altri provvedimenti. Di pari
passo vanno le azioni poliziesche contro chiunque tenti di organizzarsi
al di fuori (ed a volte anche al di dentro) del sindacalismo
tradizionale e di ribellarsi. La risposta è ormai sempre la stessa,
buona per i centri sociali, la “movida” delle città, gli immigrati, gli
operai: repressione. Se la sottocultura della destra di centrodestra è
quella che ben conosciamo, la sottocultura della destra di
centrosinistra è quella di Minniti – Noske, con la sua legge anti-
immigrati ed i suoi freikorps di Stato che manganellano studenti ed
operai e cercano di impedire anche la libertà di espressione, come è
accaduto recentemente durante una manifestazione di Amnesty
International a Roma; quella di Madia – Goering, con i suoi ignobili
decreti nazisti contro i lavoratori colpevoli solo di ammalarsi
gravemente; quella della “buona scuola”, della riduzione dei fondi ai
portatori di handicap, del progressivo smantellamento della sanità
pubblica, dei progetti di abolizione del diritto di sciopero.
Nessuna alternativa
Al ballottaggio di domenica prossima i cittadini genovesi saranno
quindi chiamati a scegliere tra due destre. L'alternativa non esiste.
Quella che poteva essere rappresentata dalle liste di sinistra si è
suicidata politicamente nella frammentazione e nell'inconsistenza dei
programmi, quella del M5S è letteralmente scomparsa (nonostante un
incremento di voti rispetto alle amministrative precedenti), vittima
delle proprie ambiguità e della propria autoreferenzialità. Chi ha
votato queste liste ed il M5S dovrà scegliere forzosamente tra le due
destre od astenersi. Chi si è astenuto dovrà decidere se ribadire la sua
astensione o scegliere forzosamente tra le due destre. Tertium non
datur. Questa è democrazia?
Quindi che fare?
Di fronte al
ballottaggio ognuno è libero di decidere se votare od astenersi. Di chi
voterà Bucci non intendiamo nemmeno parlare. Chi voterà Crivello e lo
farà turandosi il naso, dovrà essere veramente consapevole che servirà a
ben poco se non a credere di poter mantenere aperto un canale di
dialogo con un'istituzione ostaggio delle consorterie economiche
cittadine e del sistema di potere del PD genovese e che potrà, forse,
ottenere qualcosa (od impedire arretramenti) sul fronte dei diritti
civili ma non certo su privatizzazioni, grandi opere e quant'altro. Chi
non voterà dovrà ragionare sul fatto che le massicce percentuali di
astensione non sono e non saranno dovute ad una crescita di coscienza
politica delle masse ma ad un sistema elettorale escludente ed alla
sfiducia generale nelle istituzioni. Perché la democrazia
rappresentativa è finita. In un modo o nell'altro non ci sarà comunque
da cantare vittoria e l'unica strada da intraprendere sarà quella
dell'opposizione politica e sociale, della costruzione di un movimento
di classe che unifichi le lotte operaie nei posti di lavoro e sul
territorio, che veda uniti italiani ed immigrati, lavoratori garantiti,
precari, disoccupati, per la difesa dei propri interessi. Solo così si
sconfiggono il razzismo, la xenofobia ed il capitale.
Genova, 23 giugno 2017
ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
Sez. Nino Malara Genova
„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio

domenica 25 giugno 2017
mercoledì 7 giugno 2017
La città é nuda - urbanistica libertaria a Pordenone
Via Pirandello, 22 - Ore 20.30
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9 giugno
Franco Bunčuga*
urbanistica e libertà
“relazioni tra territorio e progettualità libertaria”
16 giugno
Andrea Staid**
abitare illegale
“Etnografia del vivere ai margini in Occidente”
23 giugno
Tullio Zampedri**
paesaggio,
architettura e energia
“connessioni, relazioni e articolazioni
tra architettura e ambiente”
Naon jazz up! Per una cultura diffusa, libera e solidale a Pordenone
Naon jazz up! Per una cultura diffusa, libera e solidale.
È
sulla base di questo messaggio semplice ma incisivo, rivolto alla città
come monito di fronte al pericolo di una deriva settaria e
negazionista, che nasce uno straordinario evento musicale al quale hanno
aderito i migliori jazzisti nostrani (Bruno Cesselli, Massimo De
Mattia, Francesco Bearzatti, Juri Dal Dan, Emanuel Donadelli e Romano
Todesco); organizzato dal circolo Zapata, si svolgerà sabato 17
giugno
alle ore 21 presso il ridotto del Teatro Verdi.
Prima
le dichiarazioni del sindaco Ciriani, poco intenzionato a concedere un
nuovo spazio alla storica ultratrentasettenale associazione culturale di
orientamento libertario; poi una riuscitissima raccolta di firme (circa
600) lanciata da un gruppo di storici locali allo scopo di chiedere una
sede per il circolo Zapata e la sua importante biblioteca - dotata di
2000 e più volumi; ora questa originale manifestazione musicale
organizzata dai libertari zapatisti di Pordenone, che hanno voluto
lanciare un messaggio fortemente propositivo: fare cultura attraverso
una pratica autogestionaria, autofinanziata e in un rapporto
solidaristico tra i soggetti coinvolti è possibile anche in una città in
cui la prassi della censura delle diverse sensibilità culturali si fa
norma istituzionale ed è concreto il rischio di perdere la pratica del
confronto e del libero pensiero.
Non
stupisce quindi che a rispondere all’appello “una casa per la
biblioteca intitolata a Mauro Cancian” siano stati diversi musicisti
jazz. Come scriveva Steve Lucy: “Possiamo dire che il jazz è un virus,
un virus di libertà che si è diffuso sulla terra, “infettando” tutto ciò
che ha trovato sulla sua strada: il cinema, la poesia, la pittura e la
vita stessa”. Il jazz è libertà: o stai dalla sua parte o dall’altra.
La
musica sarà ancora una volta il linguaggio universale e meticcio, sarà
il luogo di contaminazioni e sperimentazioni, sarà la metafora di un
tessuto sociale e culturale che parla più lingue, sarà l'espressione di
una pluralità di soggetti e pensieri, sarà l'antidoto al pensiero unico e
ai diktat di un apparato politico/burocratico, miope e arrogante,
chiuso dentro una logica di autoreferenzialità, che non sa e non intende
cogliere le diverse istanze e la ricchezza rappresentate dal variegato
mondo sociale, artistico e culturale che, ancora oggi, si conferma
essere la vera anima della città. E allora… Naon Jazz Up!
Circolo Libertario Emiliano Zapata
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Alternativa Libertaria - giugno 2017
IL FOGLIO TELEMATICO DI ALTERNATIVA LIBERTARIA
IN QUESTO NUMERO PARLIAMO DI REFERENDUM E PROPOSTA DI LEGGE POPOLARE SUL LAVORO, VENEZUELA, PORTELLA DELLA GINESTRA
PER SCARICARLO
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PERCHÉ IL QATAR? di Pier Francesco Zarcone
![]() |
Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst |
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar
decisa da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati del Golfo e Yemen innesca una
crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un
gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile
coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti. Non è azzardato
sostenere che questa situazione esplosa a breve distanza dalla visita di
Trump in Arabia Saudita vada collegata proprio con questo viaggio. In
tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo
formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza
di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il
terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande
nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita
che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel
terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la
prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non
foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è
sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico
fattore. La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori”
commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste
nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di
aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena,
estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con
la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran
compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo
con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per
Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a
motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad
del 20 e 21 maggio scorsi il governo di questo piccolo Stato non ha
manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e
in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate
dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di
quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, ai Fratelli
Musulmani e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia.
A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti
politici e commerciali con l’Iran. La mancanza di omogeneità religiosa e
ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le
politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è,
non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia
perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar
condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento
di gas offshore, il South Pars/North Dome; già questo è
sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con
Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della
rispettiva produzione di gas.
Contemporaneamente il Qatar ospita la sede del quartier
generale statunitense nel Vicino Oriente, il Centcom, in cui sono di
stanza almeno 10.000 militari. La politica araba è a volte doppia, a
volte tripla.
Nella situazione attuale la posizione eccentrica del
Qatar rispetto agli interessi politici degli altri paesi della Penisola
arabica non poteva restare senza conseguenze: in Siria e in Iraq,
infatti, i jihadisti sono prossimi alla sconfitta, e le monarchie arabe
si sono affrettate a “riposizionarsi”, allineandosi agli Stati Uniti
come se non avessero mai appoggiato il radicalismo jihadista e
riscuotendo il prezzo del voltafaccia in pingui aiuti militari Usa. Il
Qatar invece insiste nel voler giocare in proprio.
È sempre difficile all’inizio di una crisi internazionale
escludere oppure no che alla fine la parola passi alle armi, e per il
momento si può solo prendere atto come la nota emittente televisiva
qatariota Al Jazeera abbia modificato il linguaggio riguardo alla
Siria, parlando per la prima volta di «esercito governativo» o
«esercito siriano» a proposito delle truppe di Assad, finora definite
«truppe del regime»; inoltre, a motivo dell’avvenuta chiusura dell’unico
confine terrestre (quello con l’Arabia Saudita), a Doha viene ventilata
l’ipotesi - più che probabile - di aumentare i commerci via mare con
l’Iran. Tuttavia non è affatto scontato che il Qatar entri a far parte
del blocco iraniano: il farlo significherebbe anzi, con tutta
probabilità, la guerra.
Iran a parte, la contrapposizione fra Arabia Saudita e
Qatar non ha nulla a che fare con l’ideologia religiosa, trattandosi di
due Stati wahhabiti. Il contrasto è politico e personale, e ha radici
lontane: già nel 1955, quando in Qatar il padre dell’attuale emiro prese
il potere con un colpo di Stato, l’Arabia Saudita arrivò a chiedere
all’Egitto di Mubarak un intervento militare contro l’usurpatore, senza
però ottenerlo.
Quando poi al-Sisi rovesciò il presidente Morsi col
sostegno saudita, si ebbe una breve sospensione dei rapporti diplomatici
fra Riyad e Doha, che invece sosteneva i Fratelli Musulmani. L’appoggio
qatariota a quest’ultima organizzazione non è mai cessato ed essa, per
quanto non definibile ostile a priori al Wahhabismo, è però acerrima
nemica politica della monarchia saudita - oltre che degli attuali regimi
egiziano e siriano.
In più l’Arabia Saudita accusa da tempo il Qatar di
fornire sostegno attivo alle minoranze sciite nei territori di Riyad e
nel Bahrein, e questo getta ombre pericolose sullo Yemen, in cui i
Sauditi si sono impantanati in una guerra contro i ribelli Houthi
(sciiti), conflitto che finora non sono riusciti a vincere neanche con
l’aiuto statunitense.
In definitiva, quella che doveva essere la “Nato araba”
voluta da Washington è morta prima ancora di nascere, e la conseguenza
potrebbe essere una grande instabilità in tutto il Golfo Persico. Trump
ha voluto giocare una carta pericolosa e non ci sarà da stupirsi se
ancora una volta i malaccorti tentativi statunitensi di
destabilizzazione andranno a loro sfavore. Soprattutto se fosse vero che
Trump punta a uno scontro militare con l’Iran.
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.it
YEMEN: UNA GUERRA IMPERIALISTA SILENZIATA di Pier Francesco Zarcone
È di questi giorni la notizia che il governo degli Stati
Uniti intenderebbe aumentare l'appoggio militare all'Arabia Saudita
nella guerra iniziata da questo paese contro lo Yemen. Per la stragrande
maggioranza del grande pubblico la notizia può essere sorprendente,
giacché il conflitto in corso nello Yemen è quasi una "non-notizia", a
motivo di un silenzio pressoché completo dei mass media nostrani. E soprattutto non è detto che i più ne conoscano le cause.
LO YEMEN DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA
Ai nostri fini la sommaria ricostruzione della
travagliata e sanguinosa storia dello Yemen può partire dal 1962, quando
un golpe militare appoggiato dal Cairo depose l'ultimo monarca, il
giovane imam sciita zaydita Muhhammad al-Badr, e venne proclamata la
Repubblica. Tuttavia le tribù delle montagne - rifornite dall'Arabia
Saudita - continuarono a sostenere il re, con la conseguenza di una
sanguinosissima guerra civile in cui intervennero direttamente truppe
egiziane (fu il piccolo Vietnam di Nasser). La guerra civile finì al
termine degli anni Sessanta (anche a motivo del disimpegno egiziano per
la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele) grazie ad
accordi tra Il Cairo e l'Arabia Saudita, la quale sostanzialmente
"mollò" al-Badr. Quindi la vittoria fu dei repubblicani. Questo per
quanto riguarda lo Yemen settentrionale.
Nel Sud controllato dalla Gran Bretagna, che vi aveva
costituito una Federazione Araba Meridionale, dal 1963 il Fronte di
Liberazione Nazionale (marxista) aveva iniziato la guerriglia contro i
Britannici, costringendo infine Londra a concedere l'indipendenza allo
Yemen del Sud, dove nel 1967 si costituì la Repubblica Popolare dello
Yemen (diventata nel 1970 Repubblica Democratica Popolare dello Yemen),
con capitale Aden, che ebbe il primato di essere l'unico Stato comunista
del mondo arabo.
Tentativi di unificazione fra le due Repubbliche yemenite
risalgono agli inizi degli anni Settanta, ma senza esito fino al crollo
dell'Unione Sovietica. Nel 1990 Yemen del Nord e del Sud si riunirono.
Un'unione infelice, giacché ben presto i comunisti del Sud si resero
conto dell'errore commesso e nel 1994 cercarono di effettuare una
secessione. L'esercito rimasto fedele al governo unitario, molto più
forte di quello secessionista e appoggiato anche da elementi del Sud,
domò la ribellione nel corso dello stesso anno. È interessante notare
che i ribelli avevano ricevuto l'aiuto dell'Arabia Saudita che, a
prescindere dall'abissale differenza ideologica con costoro, malvedeva
l'unificazione yemenita, suscettibile di diventare un polo di attrazione
pericoloso per le pretese di egemonia di Riyad sulla Penisola arabica.
LA RIVOLTA DEGLI HOUTHI
Per capire gli avvenimenti attuali si deve spiegare chi siano gli Houthi e il loro movimento Ansar Allah (italianizzato in Ansarullah),
ovvero Partigiani di Dio. Essi fanno parte della consistente minoranza
sciita zaydita dello Yemen (un'antica corrente islamica presente solo in
questo paese, più affine ai Sunniti che non al resto del mondo sciita,
duodecimano e settimano) e prendono il nome dal loro primo comandante
militare, Husayn Badr ad-Din al-Houthi. Il movimento Ansar Allah
nacque nel 1992, patrocinato dalla famiglia al-Houthi per ridare slancio
allo Sciismo zaydita nel paese, ma non solo per questo: erano anche in
gioco l'ottenimento di un maggiore spazio per partecipare alla vita
politica yemenita e di migliori condizioni per lo sviluppo sociale,
nonché il riconoscimento di uno status giuridico per la loro
confessione religiosa. Quest'ultimo profilo aveva anche importanti
implicazioni economiche in ambito famigliare: ad esempio, per i Sunniti
all'erede maschio spetta il doppio della quota della femmina, mentre per
gli Houthi l'eredità dev'essere divisa in parti uguali
indipendentemente dal sesso degli eredi.
I rapporti col governo yemenita precipitarono dopo
l'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 - in quanto gli Houthi si
schierarono a favore di Saddam Husayn - e la repressione voluta dal
Presidente Abd Allah Saleh portò gli Houthi alla rivolta armata. Essa si
inserì attivamente nella più ampia sfera della politica yemenita nel
2011, quando il leader ribelle Abd al-Malik al-Houthi si pronunciò a
sostegno del movimento popolare che chiedeva le dimissioni di Saleh.
Uscito di scena quest'ultimo alla fine del 2011, l'interim
presidenziale fu assunto dal feldmaresciallo Rabbih Mansur Hadi
(originario del Sud), che l'anno successivo fu eletto Presidente con
mandato biennale - elezioni boicottate dagli Houthi. Contrari alla
proroga di un anno al mandato presidenziale, gli Houthi ripresero le
armi e nell'autunno del 2014 si impadronirono della capitale yemenita,
Sana'a. Rimasto senza sostanziale esito un accordo politico imposto a
Hadi, gli Houthi occuparono il palazzo presidenziale, fecero dimettere
Hadi, lo imprigionarono, sciolsero il Parlamento e costituirono un
Comitato rivoluzionario per governare il paese. A febbraio 2015 Hadi
riuscì a fuggire da Sana'a riparando ad Aden, dove si proclamò legittimo
Presidente e costituì la sua capitale.
Gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e le monarchie arabe
del Golfo dettero il loro appoggio a Hadi. Gli Houthi, oltre a questi
nemici, avevano e hanno avversa anche la locale sezione di al-Qaida, che è riuscita a occupare alcune zone nella parte centrale del paese.
Pur non essendo riusciti a occupare Aden, gli Houthi -
appoggiati da una parte dell'esercito yemenita, tra cui anche reparti
rimasti fedeli all'ex Presidente Saleh - estesero il proprio controllo
territoriale, arrivando fino all'importante stretto di Bab el-Mandeb e
marciando di nuovo su Aden, si impadronirono dell'aeroporto
internazionale e il 25 marzo 2015 costrinsero Hadi a scappare per
riparare in territorio saudita.
L'AGGRESSIONE SAUDITA
A stretto giro, cioè il 26 marzo, l'Arabia Saudita
annunciò la creazione di una coalizione di Stati sunniti per riportare
al potere Hadi, e iniziarono i bombardamenti dello Yemen. La coalizione
era nominalmente costituita da Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait,
Qatar, Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan, ma in realtà lo sforzo
maggiore fu delle truppe saudite.
Ancora una volta risalta l'assenza di una qualsiasi
copertura giuridica (anche se formale o formalistica) a tale intervento
bellico. Una coalizione palesemente in funzione anti-iraniana, giacché
Teheran - per motivi geostrategici, politico-economici e religiosi - sta
ovviamente dalla parte degli Houthi. È chiaro d'altronde che una loro
vittoria nello Yemen avrebbe conseguenze pericolosissime per l'Arabia
Saudita e le petromonarchie arabe, in quanto suscettibile di ridare
slancio alle loro minoranze sciite (nel Bahrein gli Sciiti sono
maggioranza numerica) oppresse religiosamente, politicamente ed
economicamente. Il che altresì significherebbe un'estensione dell'area
di influenza iraniana nella regione. Anche per questo - e benché
l'Arabia Saudita sia notoriamente la creatrice e finanziatrice di una
vasta rete mondiale di moschee e madrase radicali, brodo di coltura per
estremisti di vario genere - pure nella questione yemenita essa gode del
concreto appoggio occidentale, e particolarmente di Stati Uniti e
Francia. Le coste dello Yemen sono sotto blocco navale della Quinta
Flotta yankee, e l'aiuto della Francia consiste in rifornimenti e mercenari attraverso la base militare di Gibuti.
LA SITUAZIONE ATTUALE
Sulla carta si sarebbe dovuto trattare di un conflitto di
breve durata, non foss'altro per la schiacciante superiorità della
coalizione saudita. Tuttavia ancora una volta - e almeno finora - viene
dimostrato che è illusorio dare per scontata una vittoria sulla semplice
base dei numeri; vale a dire non considerando il fattore umano e le sue
reali motivazioni. Chi sta resistendo all'aggressione saudita sa perché
e contro cosa combatte; è dubbio invece il grado di consapevolezza
delle truppe delle monarchie reazionarie arabe o quale sia il loro
supporto morale; mentre sappiamo che i mercenari francesi e i piloti
statunitensi nelle fila saudite combattono per bonus di circa
75.000 dollari a missione, e il premio dei loro colleghi sauditi
consiste in un'automobile Bentley, concessa dal principe Walid bin
Talal.
Fino ad oggi la guerra nello Yemen è stata un totale
disastro per i Sauditi e i loro alleati, e intanto la regione
dell'Hadramaut è diventata un vero e proprio "santuario" per al-Qaida
nella Penisola arabica. Gli Houthi e i loro alleati hanno dimostrato un
inaspettato grado di resistenza e di capacità di contrattacco, che per
la coalizione si sono tradotti in una gran brutta figura a causa delle
inutili perdite di militari e di materiali bellici considerati
ultramoderni (al riguardo si ricorda che il quotidiano libanese al-Akhbar
ha definito Aden «il cimitero dei carri armati AMX Leclerc», di cui
sono tanto fiere le Forze armate francesi). E questo non poteva non
ripercuotersi sulla tenuta della coalizione stessa. Infatti Pakistan,
Egitto ed Emirati si sono defilati alla grande.
Oggi la capacità di rappresaglia yemenita per gli
attacchi aerei sauditi consente di effettuare lanci missilistici che
raggiungono anche basi militari in prossimità di Riyad, ma ciò non
toglie che, nel silenzio degli organismi internazionali, i Sauditi
stiano massacrando lo Yemen dal cielo, creando una situazione di
emergenza umanitaria assoluta. A essere bombardate sono perlopiù
installazioni civili e centri abitati, oltretutto privi di una vera
assistenza sanitaria. I profughi interni sono circa tre milioni e almeno
200.000 persone sono scappate all'estero; le necessità di assistenza
alimentare sono elevatissime per circa l'80% della popolazione, insieme
alla penuria di acqua potabile, elettricità, combustibili e medicine.
A ennesima dimostrazione dell'inutilità delle
organizzazioni internazionali sta il fatto che, avendo iniziato l'Onu a
imputare all'Arabia Saudita l'uso di armi non convenzionali come bombe a
grappolo e armi chimiche - anticamera per un'accusa di crimini di
guerra - da Riyad sia partita la minaccia di ridurre i fondi versati
alle Nazioni Unite e a tutte le sue agenzie (UNRWA inclusa), nonché
quella di far emettere dagli ulema sauditi una fatwa per attribuire all'Onu la qualifica di «nemico dell'Islam».
Tuttavia sull'Arabia Saudita si addensano anche ombre non
previste. Notoriamente gli alleati degli Stati Uniti non possono essere
mai sicuri della durata del legame con Washington, non sapendo cioè
quando verranno malamente e improvvisamente "scaricati", con o senza
copertura giuridica. Intanto una copertura giuridica Washington l'ha
messa a punto a carico di Riyad: il 9 settembre dello scorso anno il
Congresso degli Stati Uniti ha approvato il Justice Against Sponsors of Terrorism Act
(JASTA), che permette di agire contro l'Arabia Saudita per ottenere il
risarcimento dei danni causati l'11 settembre 2001 da terroristi che
erano di nazionalità saudita. Danni riguardanti 3.000 morti,
l'abbattimento del World Trade Center - valutato in 95 miliardi
di dollari - e la distruzione e la perdita dei servizi pubblici, per un
totale di almeno 3.000 miliardi di dollari! Una "spada di Damocle" è
quindi pronta, e chi vivrà vedrà.
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com
giovedì 1 giugno 2017
Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA
Questo articolo si occupa dell'attuale situazione militare in Rojava. Mentre il PYD e le Forze Democratiche Siriane si avvicinano sempre di più agli USA, sembra che tra gli anarchici ed i comunisti-anarchici c'è chi se ne dimostra felice. Questo articolo cerca di spiegare a questi anarchici che tale alleanza è solo negli interessi degli USA e dei loro alleati in Europa e nella regione. Alla fine, il Rojava potrebbe perdere ciò che ha conquistato finora.Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA.
By: Zaher Baher
17 maggio 2017
Gli equilibri politici e militari in Siria sono in continuo mutamento. Le relazioni tra le Forze Democratiche Siriane (SDF), co-fondate dalle Unità di Difesa del Popolo (YPG), ed anche quelle con Russia ed USA fluttuano costantemente. Le dinamiche dietro questi cambiamenti hanno poco a che fare con l'ISIS. Infatti, tutto dipende dai rispettivi interessi generali delle grandi potenze e dai loro scontri per stabilire una predominanza di potere nell'area.
L'anno scorso c'è stata una costante erosione della posizione degli Stati Uniti in Siria nei confronti della Russia, che da allora è in una posizione di vantaggio. Il pesante coinvolgimento della Russia in Siria e l'essere diventata un alleato importante della Turchia ha cambiato molte cose. La relativa inattività degli Stati Uniti ha dato l'opportunità alla Russia, alla Turchia e all'Iran di svolgere un ruolo significativo nel prendere le decisioni.
Sotto la nuova amministrazione di Trump questo è cambiato in qualche modo. Probabilmente Trump ha un approccio diverso sulla Siria. Nonostante gli Usa siano ancora una delle maggiori potenze del mondo, non riescono a muoversi nella regione, specialmente in Siria.
Dopo una lunga pausa, Trump ha deciso di allearsi con le SDF contro l'ISIS per sconfiggerlo a Raqqa, indipendentemente dalla posizione e dalla reazione della Turchia. Trump ha ora approvato un accordo per fornire direttamente armi pesanti alle SDF, vedendole come la forza più efficace e affidabile soprattutto dopo che le SDF hanno strappato la città di Tabqa City all'ISIS. L'amministrazione statunitense è attualmente più che mai determinata nella ri-conquista di Raqqa, capitale di fatto dell'ISIS. Ora è chiaro che l'amministrazione statunitense, le SDF e il Partito Democratico Popolare (PYD) si stanno avvicinando l'un l'altro fino al punto che le SDF puntano a raggiungere ciò che gli Stati Uniti vogliono raggiungere, anche se ciò potrebbe avvenire a spese di ciò che è stato raggiunto finora in Rojava.
Noi sostenitori del Rojava dovrebbero essere molto preoccupati per l'attuale sviluppo in relazione a ciò che potrebbe accadere alla democratica auto-amministrazione del Rojava ed al Movimento della Società Democratica (Tev-Dem, coalizione di governo del Confederalismo Democratico, ndt ). Dobbiamo preoccuparci delle seguenti conseguenze:
Primo: è una questione di influenza per gli Stati Uniti, mentre assistono al fatto che la Russia quasi controlla la situazione ed è riuscita a portare la Turchia dalla sua parte. Gli Stati Uniti vogliono dimostrarsi ancora molto attivi prima di perdere il loro potere nell'area. Vogliono giocare il ruolo principale e raggiungere il proprio obiettivo, ma questo può essere fatto solo attraverso le SDF ed il PYD. Non c'è dubbio che gli Stati Uniti siano più preoccupati per i propri interessi piuttosto che per gli interessi curdi in Rojava.
Secondo: per controllare le SDF ed il PYD, occorreva farne uno strumento da usare per gli interessi statunitensi. Il che è il miglior modo per far perdere credibilità al PYD ed alle SDF in Siria, nella regione, in Europa, ovunque.
Terzo: l'attuale atteggiamento degli USA verso il Rojava e l'armamento delle SDF potrebbero essere diretti ad allontanarle dal PKK per indebolire l'influenza di quest'ultimo sugli sviluppi in Rojava.
Quarto: non c'è dubbio alcuno che qualsiasi cosa accada renderà la Turchia sempre più aggressiva contro le YPG ed il PKK. Questo potrebbe indurre la Turchia ad alzare la posta. Potrebbe ripetere le operazioni militari del mese scorso contro le YPG o persino estendere queste operazioni sul territorio del Rojava nonchè contro le YPG & PKK a Shangal, nel Kurdistan iracheno.
Quinto: Con l'ostilità della Russia contro le SDF e il PYD, Assad potrebbe essere spinto a cambiare l'atteggiamento della Siria verso di loro in futuro, se non adesso. Se il Rojava avesse scelto la Russia anziché gli USA, sarebbe stato molto meglio perché la Russia è più affidabile come alleato rispetto agli Stati Uniti. Sembra che Assad resterà al potere dopo la sconfitta dell'ISIS. Assad normalmente ascolta la Russia con molta diligenza. In questo caso, sotto pressione della Russia ci sarebbero state maggiori possibilità affinchè Assad permettesse al Rojava di perseguire un futuro migliore di quello che gli Stati Uniti e i paesi occidentali potrebbero decidere per il Rojava.
Sesto: l'intensificarsi ed il prolungarsi della guerra in atto ha portato il Rojava a confrontarsi con la grande questione della dislocazione. La continuazione della guerra costa alle SDF tante vite e le rende sempre più deboli. Più è forte e più è grande il peso delle SDF in Rojava, più deve necessariamente dipendere da una delle maggiori potenze, ma nel frattempo il Rojava si sarà indebolito. Quanto più le SDF avanzano militarmente, tanto più arretrano socialmente ed economicamente in Rojava. Più diventano forti le SDF ed il PYD, minore è la forza che l'auto-amministrazione locale ed il Tev-Dem avranno. Il numero di combattenti delle SDF è stimato in 50.000. Immaginate che solo 10.000 di essi, invece di stare al fronte, lavorino nei campi e nelle cooperative a costruire scuole, ospedali, case e parchi. Il Rojava sarebbe oggi tutta un'altra cosa.
Settimo: spesso ho scritto nei miei articoli che un successo del Rojava - quel successo che ha avuto nel modo in cui speravamo - sarebbe dipeso in futuro da un paio di fattori, o come minimo uno, per poter preservare la sperimentazione. Uno era l'ampliamento del movimento del Rojava ad almeno un paio di altri paesi della regione. L'altro fattore era la solidarietà internazionale. Ma, non si è verificato nessuno dei due. Se c'è qualcosa che può ora preservare il Rojava, sono l'ISIS e le forze dell'opposizione in Siria che si oppongono contro tutte le probabilità. In breve, solo una prolungata campagna militare anti-ISIS può preservare il Rojava.
A mio parere, dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane, le YPG avrebbero dovuto sospendere le operazioni militari tranne che per l'autodifesa dei confini stabiliti. Dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane e dopo il maggiore intervento degli Stati Uniti e della Russia, le YPG ed il PYD avrebbero dovuto ritirarsi dalla guerra. Il PYD avrebbe dovuto affrontare meglio la situazione e ritirarsi dal potere nel Tev-Dem e lasciare che il resto della popolazione prendesse le proprie decisioni sulla pace e sulla guerra. Chiaramente la natura attuale, la direzione e il potenziale corso della guerra in atto sono completamente cambiati nel Rojava. È una guerra delle grandi potenze, dei governi europei e dei governi regionali per proteggere i propri interessi e dividersi il dominio.
La situazione al momento sembra molto grama. Sembra che una volta che l'ISIS sia stato sconfitto a Mosul e Raqqa, avrà inizio probabilmente una guerra che coinvolgerà il Rojava ed il PKK in Iraq sui monti di Qandil e nella città di Shangal. Questi sono i calcoli che stanno facendo Barzani, capo del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG), la Turchia e forse anche l'Iran e l'Iraq con la benedizione degli Stati Uniti, della Russia e della Germania. Una tale guerra potrebbe iniziare entro la fine di agosto o settembre dopo la sconfitta militare dell'ISIS a Mosul e Raqqa.
Zaherbaher.com (Zaher Baher è scrittore ed attivista del Kurdistan Anarchists Forum)
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)
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