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domenica 3 aprile 2016

Come l’imperialismo e le classi dirigenti postcoloniali hanno saccheggiato l’Africa

 

Come l’imperialismo e le classi dirigenti postcoloniali hanno saccheggiato l’Africa

la lotta di classe ed il comunismo anarchico come soluzione Più o meno 50 anni fa abbiamo assistito allo smantellamento della maggior parte degli imperi coloniali europei in Africa. Grandi speranze avevano salutato le “nuove nazioni” che si erano formate – e certamente, c’era stato un loro progressivo discostarsi dal dominio coloniale, con il suo razzismo, il controllo esterno e l’economia estrattiva.
Delusioni dell’indipendenza
Tuttavia, molte delle speranze furono presto deluse. Politicamente, gli Stati africani più indipendenti si sono trasformati in dittature o in sistemi a partito unico, di solito guidati dal partito nazionalista che aveva preso il potere al momento dell’indipendenza – e, progressivamente anche l’esercito ha assunto un ruolo sempre più importante. Molti di questi stati erano altamente corrotti, anche predatori, e il divario tra le locali classi dirigenti indigene che si erano affermate e le masse, è cresciuto in misura esponenziale.
Queste piaghe non hanno avuto origine dal periodo coloniale, dato che molte società africane erano già molto divise, ma si sono reiterate e si sono sviluppate nel corso del tempo. Le nuove classi dirigenti erano emerse in gran parte da gruppi di classe media istruita e dalle aristocrazie tradizionali; invece, dall’indipendenza in poi, le masse non hanno mai gestito le “nuove nazioni”.
Sono poi seguite le ristrutturazioni neoliberiste degli anni ’80. La povertà e le disuguaglianze sono molto diffuse, la disoccupazione esiste su larga scala, con un tasso di persone in stato di assoluta povertà e in zone di guerra che qui supera quello di qualsiasi altra regione del mondo. I piani postcoloniali di industrializzazione delle economie con la costruzione di una industria  manifatturiera locale tramite economie chiuse e protette, sono in gran parte falliti. Oggi, l’intero PIL dell’Africa sub-sahariana, compresa la sua potenza economica, il Sud Africa, vale meno della metà di quello di un unico solo paese europeo come la Germania.
Respingere le spiegazioni razziste
Mettendo da parte il Sud Africa, che ha una storia peculiare tutta sua, come spiegare ciò che è successo all’economia africana? Possiamo subito sgombrare il campo da quelle interpretazioni secondo cui gli Africani sarebbero i più corrotti o i meno capaci.
Oltre ad essere basate su idee razziste, queste spiegazioni non tengono conto del fatto che i grandi fallimenti economici, le disuguaglianze, la repressione e bassi livelli di sviluppo industriale si possono riscontrare ovunque – comprese intere aree dell’Europa, specialmente nelle regioni orientali e meridionali.
Il ruolo del colonialismo
Una spiegazione molto più comune e diffusa nella sinistra dà la colpa quasi del tutto al colonialismo.
Questa argomentazione fa giustamente notare che l’inserimento di gran parte dell’Africa nell’economia mondiale capitalista come produttore di materie prime (agricole o estrattive) ha messo il continente in una condizione di svantaggio. Un paese in cui il nucleo dell’economia poggia sulla esportazione di merci come il cacao o il mais è un paese molto vulnerabile. Se le esportazioni  o i prezzi scendono, sorgono subito gravi problemi. Dal momento che queste economie  ‘agro-minerali’ devono importare beni costosi ma essenziali, ecco che sono doppiamente vulnerabili.
Molti piani di industrializzazione postcoloniali sono stati finanziati da entrate derivanti dalle esportazioni di materie prime – tramite le tasse e, dove la proprietà statale era soverchiante, dai profitti – ma questo flusso di capitali si prosciugò negli anni ’70 con la crisi globale del capitalismo. Per provare a salvare la situazione, molti Stati si indebitarono pesantemente, sprofondando sempre più nel vortice del debito. Alcuni paesi, come lo Zambia, ebbe una finestra di solo 9 anni dalla sua indipendenza (1964) alla crisi globale (1973) per cercare di cambiare un modello vecchio di un decennio; ma le loro prospettive non sono mai state granchè.
Le economie africane, pesantemente orientate verso l’esportazione di materie prime prodotte con madopera a basso costo, sono entrate in una grave crisi a partire dagli anni ’70.
Ma c’è molto di più oltre il colonialismo
Il problema che sorge con la spiegazione coloniale, è che essa ci dice molto poco sul perché i paesi che esportano materie prime di grande valore – come la Nigeria, con la sua grande industria petrolifera – si trovano anch’essi in una disastrosa situazione di ristrettezze economiche. Infatti, la Nigeria ha sistematicamente sia l’energia petrolifera che la carenza di benzina, pur essendo il 12° più grande produttore di petrolio al mondo. A questo proposito, va detto che non tutti i paesi con una storia coloniale alle spalle rimangono intrappolati nel destino di produttori di materie prime o di perdenti economici.
A parte esempi alquanto ovvi come gli Stati Uniti, una ex-colonia britannica, potremmo confrontare il Ghana e la Corea del Sud, l’uno colonia britannica e l’altra giapponese, divenuti indipendenti nel giro di pochi anni l’uno dall’altro, con similitudini sia nei problemi economici che nelle dimensioni della popolazione e dei periodi di dominio coloniale. Il Ghana ha sopportato decenni di crisi economica e ha perso da anni gli investimenti ed il business occidentali. La Corea del Sud è diventata, nonostante la guerra civile nel 1950, una grande potenza industriale, con un’economia più grande di quella di molti paesi occidentali.
Una storia coloniale inoltre non spiega, di per sé, perché – nonostante i problemi – la classe dirigente di questi paesi rimane incredibilmente ricca: c’è un problema qui relativo a come le risorse vengono controllate e che non trova spiegazioni guardando solo al colonialismo. Una accentuazione sui problemi esterni porta ad una cecità sulle dinamiche di classe interne.
Accumulazione con la corruzione
Ma quando si guardano più da vicino le strutture di classe interne, le risposte emergono. In gran parte dell’Africa subsahariana, le nuove classi dirigenti che hanno preso il posto delle potenze coloniali hanno utilizzato lo Stato per accumulare ricchezza. Il che ha preso la forma, in molti casi, della corruzione diretta, che a sua volta ha portato ad economie in declino mentre infrastrutture come l’energia e le strade hanno cominciato a crollare. Invece di servire gli interessi imperialisti, questa situazione ha portato alla caduta delle esportazioni di materie prime ed alla instabilità politica.
Dal momento che la chiave interpretativa qui è l’aumento dei governanti corrotti, occore dare una spiegazione anche alla corruzione. Al momento dell’indipendenza, a differenza di molte altre regioni, non c’era una classe capitalista locale. C’erano pochi industriali locali, a confronto ad esempio dell’India, il che significava ben poche pressioni a livello locale sulla capacità distributiva dello Stato.
Ma significava anche che c’era poco spazio per le classi dirigenti che avevano il potere al momento dell’indipendenza, di accumulare ricchezza altrimenti che ricorrendo allo Stato. Con lo Stato come luogo principale di accumulazione, sono scoppiati crudeli scontri tra fazioni delle classi dirigenti, portando ad un ciclo di repressione, di colpi di stato militari, di Stati a partito unico ed alla instabilità. Spesso le divisioni tribali, razziali e religiose si sono dispiegate a ventaglio in questi conflitti, portando alle violenze.
I rapporti di forza tra le classi
I movimenti della classe operaia non erano molto forti (i sindacati erano piuttosto piccoli) e la sinistra era spesso molto debole. Questo ha reso difficile iniziare a mettere i freni alle classi dirigenti corrotte. Col moltiplicarsi delle dittature, i sindacati e gli oppositori dissidenti sono stati repressi o cooptati. Nelle campagne, si è mantenuto il sistema di governo dei capi e dei re, già utilizzato dalle potenze coloniali. I piccoli agricoltori, molti dei quali contadini, sono sempre difficili da organizzare – ed il governo gestito dai capi ha reso la situazione peggiore.
Per cui, anche se la storia coloniale è una componente del problema, non la si dovrebbe usare per giustificare le locali classi di governo, che hanno saccheggiato i loro stessi paesi e represso le classi popolari.
Il disordine del libero mercato
Le misure neoliberiste adottate dagli anni ’80 hanno avuto risultati contrastanti. Dato che si dava  la colpa di tutti i problemi all’intervento statale, ignorando l’economia mondiale, molti dei piani neoliberisti sono stati completamente sbagliati – anche in termini capitalistici. In generale la povertà, la disoccupazione e i prezzi sono aumentati in modo drammatico, anche se questo probabilmente sarebbe accaduto comunque.
Ne sono scaturite rivolte di massa, che hanno portato ad un’ondata di governi dimissionari. Ma dal momento che questi movimenti di “seconda liberazione”, in generale, non avevano granchè in termini di programma politico, a parte alcune riforme democratiche, la maggior parte di loro sono degenerati. I diritti politici sono stati ampliati, ma resta lo Stato corrotto, così come la struttura economica agro-minerale. La recente crescita economica è trainata principalmente dalla maggiore domanda di materie prime dall’Asia, ma i problemi di fondo della povertà e della instabilità rimangono.
La necessità di una rottura radicale
Solo un cambiamento radicale – una nuova Africa, fondata su uno sviluppo socialista e libertario – può mettere fine a questo ciclo di violenza. Il che significa una lotta contro le classi dirigenti africane, come pure contro l’imperialismo. Ed è necessaria anche una rottura con le idee “terzomondiste” che ignorano la questione di classe all’interno dell’Africa, e col nazionalismo, il quale chiama all’unità di tutti gli Africani – cosa che può solo portare ad una sorta di inutile unità tra gli oppressori locali e le loro vittime.
Senza un programma politico promosso dalla sinistra progressista e dagli anarchici, le frustrazioni e la miseria delle masse troveranno risposte in idee vuote (come la  “democrazia”) o in movimenti reazionari (come Boko Haram) ed in sentimenti come il razzismo e l’odio verso gli immigrati.
LUCIEN VAN DER WALT
Pubblicato su ‘Tokologo,’ n° 5/6, pp. 17-19.
Link esterno: http://zabalaza.net
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)

Palestina-Israele, report del 2 aprile 2016

Arrivano nuovi attivisti, alcuni veterani lasciano, le          pressioni sono sempre più forti...ma la lotta unitaria          continua a mordere.



Venerdì 1 aprile diverse bandiere anarchiche di nuovo a Bil'in per sfidare ulteriori tentativi di mettere fine alle manifestazioni del venerdì nel villaggio. I candelotti lacrimogeni a lunga gittata impediscono ogni contatto con i soldati israeliani ed impediscono ai manifestanti di uscire dal villaggio - come per le manifestazioni a Bil'in 11 anni fa, i grandi sforzi per mettere fine ai cortei vennero sostituiti con il contenimento delle manifestazioni; e come in altre località - Ni'ilin, Nebi Saleh e Qaddum dove gli sforzi per fermare le manifestazioni si intensificano. (E così senza successo gli intensi sforsi per strangolare le iniziative sulle colline sud di Hebron con altri mezzi.) Chi ha buone orecchie può già sentire l'inizio del conto alla rovescia verso la fine del progetto colonialista imperialista degli insediamenti nell' Est del Mar Mediterraneo. Probabilmente l'accelerazione del processo è la risultante dell' accumulo di fallimenti in Afghanistan, Iraq, Srria e and Libia... Bil'in 18-3-16 - Manifestaziobe n°577 del venerdì... 5 Israeliani e circa due decine di internazionali si sono uniti ai residenti nel corteo verso il muro della separazione, inneggiando alla memoria della militante internazionalista Rachel Corrie. Prima ancora di raggiungere la cima della collina dove si trova il villaggio le forze israeliane hanno iniziato a sparare sia i candelotti lacrimogeni a corto raggio sia quelli a lunga gittata. Dato che il gas si era diffuso fino alla periferia del villaggio siamo stati costretti ad arretrare più del solito... ma non ci siamo dispersi fino a che lo forze di stato sono andate via. https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10207752202656025/ https://www.facebook.com/anatllanat/posts/846745682101329 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=846745542101343 https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10207752202656025/ https://www.facebook.com/anatllanat/posts/846745682101329 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=846745542101343 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10207751643322042 https://www.facebook.com/Mohammed.Yasin.photography/posts/672718276200871 https://www.facebook.com/taki.bornat/posts/1072368019451757 Venerdì 25-3-16 BIL'IN, 5 Israeliani degli Anarchici Contro il Muro e decine di internazionali si sono uniti agli attivisti del villaggio per la manifestazione settimanale. Appena siamo partiti per scendere giù dalla collina alla periferia del villaggio, le forze di stato a ranghi rafforzati hanno iniziato a sparare i candelotti lacrimogeni a lunga gittata. Pochi attivisti sono riusciti a superare la barriera di gas mentre la maggior parte di noi si è ritirata fino al limite della gittata delle granate - grazie al vento favorevole. L'avanzata dei soldati e l'uso di proiettili di gomma insieme ad una grande quantità di candelotti a corto raggio non sono riusciti a disperderci. Dopo mezz'ora, la maggior parte delle forze di stato se ne è andata mentre solo un autoblindo avanzava verso di noi sparando gli ultimi colpi ma ancora una volta senza disperderci..... Anche l'ultimo mezzo se ne è andato. Abbiamo dichiarato vittoria e siamo andati a berci il thè del dopo-manifestazione sulla veranda di Waji. https://www.facebook.com/drrateb.aburahmah/posts/10208989565479305 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10208989556159072 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10208939518468346 https://www.facebook.com/rani.fatah/posts/10208939535628775 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=852071411568756 https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10207834617956356/ https://www.facebook.com/village.bilin/posts/1677685422497067 https://www.facebook.com/village.bilin/photos/pcb.1677685422497067/1677685159163760 https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/902085929890740 https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/posts/10207834992885729 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=852071551568742 israelpnm https://www.youtube.com/watch?v=CnVlorIlybw 1.4.16 - Circa 22 israeliani degli Anarchici Contro il Muro -di cui metà militanti della organizzazione comunista anarchica Ahdut (Unità)- si sono uniti ad una decina di internazionali e agli attivisti del villaggio per la manifestazione contro i coloni e contro l'occupazione. Appena abbiamo aperto il corteo, le forze di stato israeliane hanno iniziato a inondarci di candelotti lacrimogeni a lunga gittata. Visti i magri risultati, un autoblindo si è diretto verso di noi per spararci addosso da breve distanza. Dopo 15 minuti passati ad evitare i gas, le forze di stato se ne sono andate e noi abbiamo dichiarato ancora una volta vittoria. https://www.facebook.com/photo.php?fbid=858109474298283 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10209041134328679 https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10207931784185451/ https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/908041805961819 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=908041365961863 Ni’lin 18-3-16 Nel villaggio di Ni’lin, ad ovest di Ramallah, come a Bil’in, i manifestanti volevano ricordare l'anniversario della morte di Rachel Corrie. Hanno manifestato portando poster con la foto sua e di Tristan Anderson, un pacifista americano che era stato gravemente ferito alla fronte da un candelotto lacrimogeno veloce sparatogli addosso da un soldato israeliano il 13 marzo 2009, procurandogli danni cognitivi e disabilità fisica. In un suo comunicato, il Comitato Popolare di Ni’lin ha fatto sapere che i soldati israeliani hanno aggredito decine di Palestinesi, di Israeliani e di pacifisti internazionali con candelotti lacrimogeni che hanno una gittata superiore ai 1000 metri. "Molti di questi candelotti hanno colpito le case, provocando a molti Palestinesi, bambini compresi, sofferenze per gli effetti derivati dalla inalazione dei gas" ha detto ai giornalisti locali Mohammad Amira, membro del Comitato Popolare. "Questa è la seconda settimana che i soldati usano questo tipo di candelotti lacrimogeni nel villaggio" ha aggiunto. Venerdì 25-3-16 - I soldati hanno sparato proiettili con la punta spugnosa contro i veicoli parcheggiati alla periferia dek villaggio, giusto per dispetto. Poi hanno aperto il fuoco su una cisterna d'acqua e l'hanno messa fuori uso senza curarsi del fatto che avevano già disperso la manifestazione. Hanno lanciato parecchie granate assordanti verso una casa in cui si erano chiusi una famiglia con 5 bambini piccoli. Ogni volta che qualcuno si avvicinava ad una finestra, loro sparavano una granata assordante. Hanno sparato lacrimogeni anche tra le case e provato ad uccidere i bambini che scappavano via. Ovviamente non è finita lì. Dopo abbiamo avvertito i bambini di non raccogliere le granate assordanti color arancione giacenti per terra tra i candelotti lacrimogeni. Alla fine di ogni manifestazione i bambini le raccolgono per riciclarle. Il timore è che giusto due settimane fa i soldati hanno messo granate trappola dove vanno i bambini. Lo scopo era quello di ferire o uccidere i bambini che raccolgono queste granate. Due settimane fa abbiamo visto un soldato mettere una granata per terra ed un adulto precipitarsi a scalciare la granata per farla esplodere prima che i bambini potessero raccoglierla e ferirsi. Questa settimana siamo ritornati ed abbiamo chiesto ai bambini di non raccogliere le granate arancioni. https://www.facebook.com/muhamed.ameera/posts/1031962320209502 Nabi Saleh Venerdì 18.3.2016 https://schwarczenberg.com/nabi-saleh-18032016 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10154665152409447 David Reeb https://youtu.be/Xuyrjrwg1Us 25-3-16 - Residenti del villaggio di Nabi Saleh nel distretto di Ramallah hanno manifestato venerdì per protestare contro l'occupazione e la violenta repressione in corso da parte dell'esercito israeliano contro i Palestinesi. Questa volta, i manifestanti erano accompagnati da un nutrito contingente di attivisti dall'estero, giunti per partecipare alla manifestazione ed essere testimoni delle brutalità. I soldati israeliani hanno sparato diverse raffiche di candelotti lacrimogeni, compresi quelli nuovi a lunga gittata la cui parabola è imprevedibile mentre sono in volo e che possono procurare gravi ferite o peggio. I soldati hanno usato anche granate assordanti per disperdere i manifestanti. Nessun ferito grave. https://schwarczenberg.com/nabi-saleh-25032016 1.4.16 David Reeb https://youtu.be/wVUUlpLQWII israel pnm https://www.youtube.com/watch?v=hbT0DHbWOlQ https://www.facebook.com/abdallah.aburahma.3/posts/1008375132582130 --------------------------------------- Non dite che non lo sapevamo n°493 Giovedì 10 marzo 2016, il funzionario dell'Amministrazione Civile responsabile della proprietà demaniale ha proclamato che 2342 dunums (cioè 2,342 kmq) della Cisgiordania sono terreni di Stato. Parti di quest'area sono servite per gli affari dei coloni per anni. Le Nazioni Unite e gli USA hanno condannato questa proclamazione. Sui media non se ne è quasi fatto parola di questo atto aggressivo. =================================
*Ilan Shalif http://ilanisagainstwalls.blogspot.com/
Anarchici Contro Il Muro
http://www.awalls.org
Blog di Ahdut (Unità - organizzazione comunista anarchica israeliana): http://unityispa.wordpress.com/
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


17 anni fa la guerra in Kossovo

il 24 marzo 1999 la NATO dichiarava guerra alla Serbia
qui di seguito
documento del 38° CdD della FdCA, Fano 11 aprile 1999
http://www.fdca.it/antimilitarismo/mozioneguerra.html
comunicato stampa della sezione "Nestor Makhno" di Fano/Pesaro del 26
marzo 1999
http://www.fdca.it/antimilitarismo/nato.htm
documento di Stefano Quaglia (della sezione FdCA di Firenze) del
dicembre 1988
http://www.fdca.it/antimilitarismo/kossovo.html

giovedì 24 marzo 2016

Si salvi chi può! Prima le banche e le imprese.A spese di lavoratori, migranti, profughi.


Si salvi chi può! Prima le banche e le imprese.

 

Il bazooka per salvare l'Europa dei profitti

Da tempo la BCE si sforza nel tentativo di stimolare la declinante economia dell'area-euro e di impedire l'affermarsi della deflazione. Già  un anno fa  dava inizio al suo cospicuo programma di alleggerimento finanziario dei rischi delle banche,  tramite quantitative easing, (QE), acquistando 60 miliardi di euro di titoli  al mese,  programma  che aveva avuto una proroga di 6 mesi, fino al marzo 2017, ed ha aumentato la quota di QE  a€80 miliardi al mese da aprile.

E' questa la misura più vistosa, certo non risolutiva, presa dalla BCE il 10 marzo. Inoltre i tassi dei depositi bancari presso la BCE, già divenuti negativi (da -0,2% a -0,3% in dicembre 2015) sono stati ulteriormente abbassati al -0.4%, mentre i tassi sui finanziamenti sono scesi dal già ridicolo 0,05% a zero. Fino ad ora, gli acquisti di assets riguardavano i titoli di Stato, insieme a titoli assicurativi emessi dalle banche. Ora entrano nel carrello di spesa della BCE anche le obbligazioni societarie. La BCE condurrà anche quattro nuove operazioni di finanziamento, tra giugno e marzo 2017, ciascuno con una durata di quattro anni, volte a rafforzare il credito al settore privato, fornendo finanziamenti a condizioni estremamente favorevoli.

Sono misure che cercano di rispondere alle mancate attese. Tutte le previsioni vengono riviste al ribasso.  Le previsioni per il 2016 sono dell'1,4% (invece dell'1,7% atteso), mentre i prezzi al consumo nel 2016 aumenteranno solo dello 0,1% (invece dell'1,0%).

Sebbene i tassi negativi sui depositi non entusiasmino le banche, le 4 operazioni di finanziamento di prestiti della BCE ridaranno ossigeno alle stesse banche, mentre l'acquisto di obbligazioni emesse dalle imprese, by-passando le banche, inietta liquidità direttamente nei bilanci del capitale industriale europeo.

E come  accaduto per tutte le precedenti misure “di stimolo” prese dalla BCE (LTRO, QE), finiranno per salvare profitti finanziari delle banche (ed ora anche delle imprese) senza “stimolare” in nessun modo il lavoro, l'occupazione, il reddito, i salari, la domanda.

Ma se le condizioni di milioni di persone della classe lavoratrice europea sono agli ultimi posti delle priorità dei governi della UE, c'è almeno un altro milione di persone che si trova proprio in fondo alle preoccupazioni dei governi europei e della UE. Sono i profughi.

 Le cui sorti vengono ben dopo gli effetti speciali di Draghi, ben dopo le preoccupazioni per gli 86 miliardi di euro che la Grecia deve garantire, ben dopo il conflitto in Ucraina orientale, ben dopo  le ansie per il referendum britannico sulla permanenza nella UE. E comunque in attesa delle elezioni del 2017 in Germania.

Per profughi di guerra e migranti nessuna salvezza

La primavera è vicina e propizia per ulteriori arrivi di migliaia di profughi, ma l'Europa si chiude a fortezza con un effetto domino di confini sigillati per impedirne il passaggio. Se le rotte balcaniche dovessero risultare interdette, i flussi migratori potrebbero spostarsi in paesi come la Bosnia e la Romania, tornare ad attraversare l'Adriatico verso l'Italia, concentrarsi in Grecia.

Lo sgombero delle “giungle” di Ventimiglia e di Calais, le carovane di prifughi trasbordati da autobus in autobus lungo frontiere mai attraversabili dimostrano una volontà politica repressiva e respingente, ma senza alcun futuro se non la violenza ed il terrore come soluzione. Si aprono concrete possibilità per una recrudescenza dei nazionalismi e del razzismo, per la costruzione di lager di contenimento e di detenzione in tutto il continente.

Ma non servirà.

Dieci anni fa l'agenzia ONU contava 38 milioni di profughi. Oggi siamo a 60 milioni. Tra questi, fiumi di umanità che si spostano verso l'Europa dal Medio Oriente, dall'Africa e da ancora più lontano.

Cosa li spinge? La guerra. La disoccupazione. La miseria. La fame.

Arriveranno i Siriani. Sono già 5 milioni i Siriani rifugiati nei paesi circostanti, dove non hanno il permesso di lavorare, dove aiuti alimentari e fondi dell'ONU non arrivano più.

Arriveranno i Curdi, perseguitati dalla guerra scatenatagli contro dalla Turchia di Erdogan, pronto a incassare 6 miliardi di euro per mettere i profughi -che l'Europa non vuole-  in enormi campi di concentramento.

Arriveranno gli Afghani da un paese dove la guerra non è mai finita dal lontano 2001. Come dall'Iraq dove la guerra non è mai finita dal 2003.

Arriveranno dallo Yemen, il più povero paese arabo, da cui sono fuggiti già 1 milione di Yemeniti.

E poi arriveranno dall'Africa, in fuga dai conflitti nel Sahel, in Somalia, nell'area de Grandi Laghi, dalla Libia.

A tentare la fortuna attraverso il Mediterraneo.

A passare per i Balcani prima che la Turchia chiuda i cancelli.

No border!

L'Europa deve aprire le sue frontiere accogliendo profughi direttamente dalla Turchia, dalla Giordania, dal Libano,  ridistribuendo lavoratori e famiglie profughe su tutto il suo territorio, provvedendo ad alloggi, assistenza sanitaria, accesso al mercato del lavoro, diritto all'istruzione per tutti, chiudendo tutti i centri di detenzione e respingimento.

Questo il programma per un grande movimento europeo solidale, internazionalista, di classe, attraverso i confini perchè non ci sia più nessun confine.

Alternativa Libertaria/fdca

93° Consiglio dei Delegati

Fano, 19 marzo 2016

Sepolcri imbiancati. Accordo UE/Turchia


Sepolcri imbiancati. Accordo UE/Turchia

All’ultimo momento l’Europa ha costruito un accordo che, almeno nelle parole utilizzate, rispetta alcune garanzie fondamentali dei Diritti Umani, e cerca di  mettere  a posto sia  le coscienze  che  le  pance   di un'Europa divisa trasversalente  da muri reali e metaforici. Evidenti le  contraddizioni. Da un lato viene riconosciuto il rispetto del principio di non respingimento (no-refoulement) secondo i principi della Convenzione di Ginevra (1950 e del suo protocollo del 1967), dall’altro la dichiarazione che verranno  rimpatriati (ovvero portati in Turchia che non è la loro patria) tutti i migranti arrivati in modo irregolare in Grecia e non bisognosi di protezione internazionale.  Considerando che fuggono tutti  da guerra e da devastazione, quanti  e quali saranno i migranti non bisognosi di protezione? Su che base e con che garanzie ogni caso verrà giudicato? Chi sarà rimpatriato e come? Di sicuro non saranno rimpatri  su base volontaria.

Di fatto però la Turchia accederà ad un finanziamento di 3 miliardi di euro per impedire ai migranti di compiere la traversata fino alla Grecia.  Si scrive che la Turchia adotterà “qualsiasi misura per evitare le rotte di migrazione in collaborazione con l’UE”. Questo significa che la Turchia, paese in cui il Governo agisce in modo autoritario nei confronti di gruppi politici di opposizione e di minoranze, che compie continue violazioni dei diritti umani, che massacra i curdi unica opposizione sociale e popolare contro l’ISIS, verrà lasciata a gestire da sola il blocco di ogni tipo di migrazioni.  In che modo, possiamo sfortunatamente prevederlo.

L’accordo prevede inoltre che per ogni siriano rimpatriato in Turchia dalle isole greche un altro siriano sarà reinsediato dalla Turchia all'UE, assicurando la priorità  ai migranti che precedentemente non fossero entrati o non avessero tentato di entrare nell'UE in modo irregolare. Questo significa che si faranno classifiche e selezioni considerando illecito l’aver cercato di avere un futuro migliore per sé e per i propri cari, anche a rischio di perire in mare, dopo essere stati sfruttati dalla criminalità internazionale dei commercianti di persone. A totale dispregio  di ogni pretesa  garanzia dei  Diritti  Umani. Il rischio è che, dietro le parole di facciata, la questione sia gestita con la finalità che  in Europa arrivino il minimo di profughi, e solo quelli decisi da e con la Turchia.

Noi siamo per la creazione di  corridoi umanitari, il diritto d'asilo, la solidarietà dal basso, il diritto al lavoro e a una vita degna. Per tutte e per tutti.

Alternativa Libertaria/fdca

93° Consiglio dei Delegati

Fano, 19 marzo 2016

 

Tripoli bel.... business core


L'Italia ha sempre voluto Tripoli.

Ora più che mai. Ma è dal 2011 che i tamburi di guerra non hanno mai smesso di suonare.

Prima del 2011, la Libia era al primo posto in Africa in base all'indice ONU dello sviluppo umano.

Dopo l'attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all'Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.

Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l'esportazione di petrolio.

In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme a gas, è in grado di estrarre solo l'ENI in Tripolitania. Una posizione di privilegio intollerabile per gli alleati occidentali dell'Italia. Una situazione che deve finire, possibilmente con un contributo militare dell'Italia stessa, con l'invio di 5mila uomini, con la promessa di un comando militare offerto a chi, dopo aver perso 5 miliardi di commesse a causa della fine di Gheddafi, viene oggi ritenuto irrilevante.

Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d'influenza.

La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.

Alla Francia la guardia del Sahel nel  Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.

All'Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.

Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.

Tutto questo non piacerà alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.

Ma altri protagonisti possono adoperarsi per mandare a monte la triplice spartizione della Libia. E' il caso della Russia, estromessa nel 2011 perchè contraria ai bombardamenti, che potrebbe istigare il suo acquirente di armi Al Sisi d'Egitto a rivendicare territori in Cirenaica come nel 1943.

E' il caso degli sponsor arabi delle varie fazioni libiche: l'Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk contro gli islamisti radicali di Tripoli; il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli; gli Emirati che appoggiano Tobruk; la Turchia che ha spostato o jihadisti libici dalla Siria alla Sirte.

Anche se dalle basi italiane non si alzasse neanche un aereo, l'Italia in guerra c'è già, in un'alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l'Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. In Libia, i nemici –reali o finti,       ISIS o altri- sono coloro che minano la sicurezza dello sfruttamento del petrolio e del gas libici.

Un'altra sporca guerra per le risorse. Una guerra da contestare in Italia come in Francia, in Gran Bretagna come negli USA.

Antimilitarismo e lotta di classe

Alternativa Libertaria/fdca

93° Consiglio dei Delegati

Fano, 19 marzo 2016

giovedì 17 marzo 2016

La rivolta da fare nel Kurdistan iracheno

Questo articolo tratta della recente storia della costituzione del Governo Regionale del Kurdistan (KRG) e del tradimento perpetrato nei confronti del suo popolo. Il KRG è sprofondato nella corruzione, ha dovuto ingaggiare guerra con l'ISIS, si è visto arrivare un grande numero di profughi siriani e provenienti dall'Iraq centro-meridionale ed ora non è in grado di garantire i salari ai lavoratori. Di conseguenza ci sono state manifestazioni, proteste e boicottaggio del lavoro da parte delle persone. 
In questo articolo si cerca di spiegare perchè è importante organizzarsi indipendemente dai partiti politici.

Prima della Marcia della rivolta del 1991 in Kurdistan, i Peshmerga [le forze armate del PUK (Patriotic Union of Kurdistan ) e del KDP (Kurdistan Democratic Party)] virtualmente non esistevano, se non ai confini con l'Iran ed in aree remote. La guerra tra Iran ed Iraq e la campagna Anfal condotta dal precedente regime  costò la vita di oltre 180mila persone, sgomberate dai loro villaggi completamente distrutti e poi scomparse.  Quando scoppiò la rivolta, le forze governative furono sbaragliate dal movimento di massa e fu allora che il PUK ed il KDP furono reinsediati con l'aiuto degli USA e dei paesi occidentali. In breve tempo, i due partiti assunsero il controllo delle città e dei villaggi che erano stati liberati dal popolo. Nel maggio 1992, formarono e si spartirono una Amministrazione territoriale tramite elezioni farsa. Il 05/10/1992 iniziarono a combattere il PKK, in uno scontro durato circa 3 mesi. Nel 1995, il  PUK ed il KDP ruppero gli accordi, si combatterono l'un l'altro e si spartirono il Kurdistan.
Durante il conflitto, il PUK riportò una vittoria quasi completa nei confronti del KDP ed, a quel punto, il capo del KDP, Masoud Barzani, chiese l'appoggio dell'ex-presidente iracheno Saddam Hussein.
Il 31/08/96, l'esercito del regime precedente giunse a Erbil e salvò il KDP. In seguito, il KDP lanciò degli attacchi contro il PUK riuscendo ad assumere il controllo di molte aree, città e villaggi che prima si trovavano sotto il controllo del PUK. Questi non aveva altra scelta se non chiedere aiuto all'Iran, grazie a cui riuscì a riguadagnare il controllo delle località che aveva perso ed a rimettere in piedi la sua amminstrazione. Dopo questo conflitto, il PUK ed il KDP hanno assunto il controllo delle rispettive aree di influenza del Kurdistan. Il KDP ha posto la sua Amministrazione su Erbil e sulle città circostanti. Il PUK ha preso il controllo di Sulaymaniyah e delle città intorno.
Nel 2003 il precedente regime cadde dopo l'invasione dell'Iraq da parte degli USA e dei paesi occidentali: si aprì così una straordinaria opportunità per il PUK e per il KDP per la creazione di un Kurdistan Regional Government, che venne costituito con le elezioni del 2005. Le seconde elezioni dopo l'invasione si tennero nel 2009. Dal 2005 al 2014 entrambi i partiti (PUK & KDP) sono state le forze principali nel KRG. Nelle ultime elezioni del 2014, gli equilibri di potere sono un po' cambiati. Il cosiddetto Movement of Change (Goran) formatosi nel 2007, è risultato il secondo partito più votato ed è entrato nel governo insieme a KDP, PUK, organizzazioni islamiche ed altri piccoli partiti. Tuttavia, la corruzione, il terrorismo, la scomparsa di persone, le uccisioni e l'assassinio di attivisti politici, scrittori, giornalisti e donne continuano senza sosta.
In breve, nessuna vera riforma è stata approvata nonostante la presenza del movimento ’Goran’ nel governo con KDP, PUK e gli altri. Infatti, la situazione è peggiorata. Nell'ottobre del 2015, il KDP ha rimosso tutti i parlamentari, i ministri ed i presidenti parlamentari del movimento Goran vietando loro di far ritorno a Erbil. Da allora ogni vera attività parlamentare in Kurdistan è completamente cessata. 
E' il Popolo che è in crisi e non il KRG.
IL popolo del Kurdistan iracheno (Bashur) sotto il controllo del KRG è in una drammatica situazione economica e politica. Dall'ottobre 2015, il KRG non paga gli stipendi ad 1,4 milioni di dipendenti. Da febbraio 2016, gli insegnanti percepiscono solo metà del loro stipendio. Il KRG se la prende con il governo centrale iracheno che non verserebbe il dovuto 17% del bilancio nazionale. Il KRG esportava 550mila barili al giorno di greggio via governo centrale, il quale avrebbe dovuto restituirne i proventi in proporzione. Ora il KRG ha iniziato a vendere greggio evitando l'intermediazione governativa centrale e si tiene i proventi senza documentarne i dettagli riguardanti la quantità venduta ed a quali acquirenti.
Il KRG ha fatto sapere che ci sono altre ragioni che stanno prosciugando le sue risorse, quali il calo del prezzo del petrolio, la guerra all'ISIS ed i costi derivanti dal mantenimento di oltre 1,5 milioni di profughi siriani e delle regioni centro-meridionali dell'Iraq.
Dall'ottobre 2015, il commercio, i mercati, l'edilizia stanno rallentando e tutti i progetti sono fermi a causa della mancanza di fondi. Inoltre, migliaia di curdi, specialmente giovani, hanno lasciato il Kurdistan per andarsene in Europa. E' difficile per il popolo del Kurdistan vivere in condizioni così dure sotto il governo del KRG. Perciò, il popolo non ha alcuna scelta se non quella di protestare e boicottare il lavoro, soprattutto nelle città e nelle località sotto il controllo del PUK (Patriotic Union of Kurdistan).
Dall'inizio di febbraio 2016, ci sono state piccole manifestazioni e proteste a Erbil, la capitale del KRG, controllata dal Kurdistan Democratic Party (KDP). Molti uffici e molte scuole primarie e secondarie sono state chiuse perchè gli insegnanti ed altri impiegati non hanno i soldi per pagarsi il biglietto dei mezzi di trasporto per raggiungere il loro posto di lavoro. I prezzi al dettaglio sono aumentati di conseguenza, molti negozi e molte attività hanno chiuso.
Come da ogni parte, è il popolo che è in crisi e non il sistema, non il governo. Sono le persone che perdono la fiducia in se stesse, dipendenti come sono dai partiti politici. Sono le persone che perdono la fiducia nelle loro capacità e si mettono a cercare un capo che le guidi. E' il popolo che non impara dalle esperienze del passato, che ancora crede nella più famosa e potente bugia della storia che sono le elezioni parlamentari.
Non serve una rivolta qualsiasi.
Ci sono state molte rivolte in passato, in diversi paesi. Nel 1979 in Iran, nel 1991 nel Bashur (Kurdistan Iracheno), negli ultimi 5 anni le "Primavere Arabe". Però, le rivolte in tutti questi paesi sono sfociate in una terribile guerra civile o in un mutamento di regime che nei fatti non si è dimostrato migliore dei precedenti governanti. Le ragioni di ciò sono semplici, sia nel caso delle rivolte guidate da partiti politici sia nel caso di quelle guidate da persone che non avevano nessun piano per il dopo-rivolta e magari domate dagli USA e dai paesi occidentali. Queste rivolte miravano a cambiare il potere e non la società, volevano una rivoluzione politica e non una rivoluzione sociale, volevano portare dei cambiamenti dall'alto della società e non dal basso. Ecco perchè sono facilmente cadute sotto l'influenza degli USA, della politica e dell'economia neoliberista dei paesi occidentali. In conclusione, non solo non sono riuscite a portare alcun cambiamento, ma il dopo-rivolta è servito alle classi dirigenti, alle classi superiori ed agli interessi del sistema attuale molto più della situazione precedente. Questo fallimento ha disilluso le persone portandole in gran parte a non credere più in manifestazioni, proteste e nemmeno nelle rivolte.
Attualmente, tra i Curdi iracheni ci sono -specialmente tra le file dei comunisti, dei socialisti autoritari, delle sinistre e dei liberali- colloqui e prese di posizione per una rivolta. Quello che vogliono fare non porterà a niente di meglio di quello che è successo con le primavere arabe.
Al fine di evitare un'altra sconfitta e di realizzare i veri cambiamenti, abbiamo bisogno di formare gruppi locali radicali, non gerarchici, che siano antiautoritari, antistatalisti e contro il potere. Dobbiamo organizzarci nei quartieri, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, per le strade, nei villaggi. Abbiamo bisogno di formare comuni e cooperative, per insediare assemblee popolari ed il municipalismo libertario in ogni villaggio ed in ogni città. Utilizzando l'azione diretta e la democrazia diretta nel processo decisionale, che dovrebbe essere il modo di far progredire e sviluppare il potere popolare. Abbiamo bisogno di fare tutto questo indipendentemente dai partiti politici.Il nostro obiettivo deve essere quello di cambiare la società dal basso verso l'alto, e questo deve riguardare i cambiamenti politici e di governo,  i cambiamenti economici, educativi, sociali e culturali. Abbiamo bisogno di lavorare sulla costruzione del potere del popolo  e non della dittatura del proletariato o di qualsiasi altro potere di classe.
Non ci serve una rivolta qualsiasi. Abbiamo bisogno di quel tipo di rivolta che ci permetta di fare cambiamenti reali nella creazione di una società socialista / anarchica. Questo può essere fatto attraverso il Confederalismo Democratico ed il comunismo libertario.

Zaher Baher
febbraio 2016
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

La memoria non si cancella, con DAX nel cuore

 
Oggi, mercoledi 16 marzo, è il tredicesimo anniversario dell’omicidio di Davide Cesare, ‘Dax.
Una notte cominciata in via Brioschi nel quartiere Ticinese a Milano, dove un gruppo di nazi-fascisti aggredisce a coltellate alcuni compagni ferendone tre. Uno di loro, Davide “Dax” rimane a terra, assassinato.
Subito dopo il fattaccio amici e compagni sono accorsi all’ospedale San Paolo per avere notizie. Ad aspettarli numerose pattuglie di polizia e carabinieri (tra cui alcune del 3° battaglione Lombardia, noto per essersi distinto nei feroci pestaggi del G8). La presenza delle forze dell’ordine è pressante e provocatoria e presto sfocia in brutali cariche sia all’interno che all’esterno del pronto soccorso. I feriti si contano numerosi, colpiti in
faccia e in testa anche con armi “speciali” quali mazze da baseball.
Ricordiamo quei fatti perché rimangano impressi nella memoria di tutti, ma soprattutto per non dimenticare Dax. E' nostra convinzione che per farlo vivere per sempre e sentirlo ancora al nostro fianco sia necessario
continuare oggi le battaglie a cui lui stesso si dedicava con passione, e
che mantenere viva la sua memoria non significhi limitarsi a commemorare la sua persona ma perseverare nell’antirazzismo e nell’antifascismo sopratutto in questi ultimi anni dove stiamo scivolando verso una deriva nazionalista, razzista e sempre più
intollerante. Dove si contano a decine le aggressioni fatte da gruppi fascisti come Forza Nuova o Casa Pound nei confronti di compagni, migranti, omosessuali e delle persone più deboli.
Bisogna praticare l'opposizione a questo clima sociale e per fermare questa deriva populista e razzista è necessario autoorganizzarsi ovunque, nei quartieri, nelle scuole e nei luoghi di lavoro facendo controinformazione, sviluppando pratiche d' integrazione, di mutuo aiuto e di solidarietà.
NEA (nord est antifà)

mercoledì 16 marzo 2016

IL CINEMA DEL NO - Elèuthera editrice

sabato 19 Marzo 2016 ore 17,30
All’Ateneo degli Imperfetti
 
 
 
 Il cinema del no
Visioni anarchiche della vita e della società libro
 
Elèuthera Editrice, Milano 2015
presentazione del libro
 
ne discutiamo con:
Goffredo Fofi
critico cinematografico e letterario
 
Se è vero che la grande arte ha sempre in sé qualcosa di anarchico, di critica dell’esistente, di contestazione dell’ordine sociale dato, il cinema ha sempre avuto
due anime: quella consolatoria, ovvia, tesa a intorpidire le menti (prevalente), e quella non conciliata, provocatoria, critica del “mondo così com’è” (minoritaria). Ed è di quest’ultima che si
occupa Fofi ………..

Ateneo degli Imperfetti
Via Bottenigo, 209
30175 Marghera (VE)

tel. 327.5341096

domenica 13 marzo 2016

18 marzo sciopero generale contro la guerra e l'autoritarismo del mondo del lavororo





 
 
 
 
 
Il SI Cobas, La Cub e l’USI-Ait hanno indetto per l’intera giornata di Venerdì 18 Marzo uno Sciopero Generale Nazionale, che vedrà i due cortei principali snodarsi tra le vie di Milano e Napoli.

 

Con questo sciopero ci opponiamo

·           alle legislazioni degli ultimi decenni e in particolare al Jobs Act che hanno cancellato diritti conquistati con la lotta, liberalizzato i licenziamenti, reso precari tutti i contratti di lavoro esistenti,

·           agli accordi tra padroni e sindacati venduti che espellono la democrazia e il dissenso dai luoghi di lavoro.

 

Nello stesso tempo lo sciopero si propone di  unificare le lotte, diffuse ma frastagliate, di quei settori che si oppongono alla brutale offensiva del grande capitale e del suo governo e in molti casi riescono a strappare miglioramenti,(vedi accordi della logistica) per generalizzarle agli altri settori e creare un fronte di classe.

All’offensiva interna contro i lavoratori corrisponde un’offensiva esterna degli Stati imperialisti per imporre e spartire il loro dominio sul mondo. Per questo la nostra lotta è tutt’uno con la lotta contro tutte le guerre di oppressione che alimentano il terrorismo  e minacciano esperienze   rivoluzionarie dal basso (es. a Kobane nel Rojava).

Quindi un forte NO A OGNI INTERVENTO MILITARE ITALIANO, in Libia o altrove!

Chiediamo la cancellazione delle pessime riforme sulla scuola che hanno sottratto risorse a quella pubblica per privilegiare le private e che l’hanno sottomessa agli interessi speculativi delle aziende, regalandovi manodopera gratuita con l’alternanza scuola-lavoro.

Rivendichiamo una sanità gratuita e di qualità, un reddito dignitoso per disoccupati e precari, un aumento delle pensioni e l’uguaglianza per gli immigrati.

Lottiamo contro inquinamento e devastazione ambientale, commessi in funzione degli interessi del capitalismo, per la difesa della salute.

Lottiamo per il  diritto all’abitare, negato dalle politiche antipopolari dei governi che, per favorire la speculazione edilizia, svendono le case popolari ai privati e criminalizzano gli occupanti in stato di necessità con minacce e sgomberi militarizzati.

 

Contro questo crescendo di macelleria sociale ai danni dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, dei disoccupati, degli inquilini è necessario unirci e lottare.

sabato 12 marzo 2016

Tripoli bel.... business core

12 e 18 marzo contro la guerra
Tripoli bel.... business core.
 
 
 
 
 
L'Italia ha sempre voluto Tripoli.
Ora più che mai. Ma è dal 2011 che i tamburi di guerra non hanno mai smesso di suonare.
Prima del 2011, la Libia era al primo posto in Africa in base all'indice ONU dello sviluppo umano.
Dopo l'attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all'Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.
Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l'esportazione di petrolio.
In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme al gas, è in grado di estrarre solo l'ENI in Tripolitania. Una posizione di privilegio intollerabile per gli alleati occidentali dell'Italia. Una situazione che deve finire, possibilmente con un contributo militare dell'Italia stessa, con l'invio di 5mila uomini, con la promessa di un comando militare offerto a chi, dopo aver perso 5 miliardi di commesse a causa della fine di Gheddafi, viene oggi ritenuto irrilevante.
Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d'influenza.
La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.
Alla Francia la guardia del Sahel nel Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.
All'Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.
Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.
Tutto questo non piacerà alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.
Ma altri protagonisti possono adoperarsi per mandare a monte la triplice spartizione della Libia. E' il caso della Russia, estromessa nel 2011 perchè contraria ai bombardamenti, che potrebbe istigare il suo acquirente di armi Al Sisi d'Egitto a rivendicare territori in Cirenaica come nel 1943.
E' il caso degli sponsor arabi delle varie fazioni libiche: l'Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk contro gli islamisti radicali di Tripoli; il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli; gli Emirati che appoggiano Tobruk; la Turchia che ha spostato  jihadisti libici dalla Siria alla Sirte.
Anche se dalle basi italiane non si alzasse neanche un aereo, l'Italia in guerra c'è già, in un'alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l'Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. In Libia, i nemici –reali o finti,  ISIS o altri- sono coloro che minano la sicurezza dello sfruttamento del petrolio e del gas libici.
Un'altra sporca guerra per le risorse. Una guerra da contestare in Italia come in Francia, in Gran Bretagna come negli USA.
Il 12 ed il 18 marzo 2016 manifestazioni e sciopero contro la guerra in tutte le città.
Antimilitarismo e lotta di classe.
Alternativa Libertaria/fdca
11 marzo 2016

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)